poli patrizia
Carlo Adorni, "Omaggio a Giosuè Borsi"

“Città giovine e forte, che il divino
mare accarezza, il vasto ed alto sole,
a Te che cresci in opulenza, vale!
A Te, per carità di Te, m’inchino!”
(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)
Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa. Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie. Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de “Il Telegrafo”, prima, e del “Nuovo giornale” di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia. Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio. Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco. Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca. Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato. Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.
“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.” “Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa. Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”
Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.
L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo in città dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del nostro concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.
Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.
Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.
Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.
“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)
Giosuè Borsi (1888 - 1915) was born in Livorno, in the house on Via degli Inglese. It owed its name to Carducci, a friend of his father. He studied at the Niccolini Guerrazzi high school and graduated in Pisa.
He began to poetise early, with verses, needless to say, of Carduccian inspiration. In a period of experimentation and avant-garde like that, his position was established on traditional, classical, imitative forms.
He wrote comedies, short stories, short stories for children, but also critical and journalistic pieces. His father was the editor of "Il Telegrafo" first, and of the "Nuovo newspaper" in Florence then. With the pseudonym of Corallina, he was a reporter and made pieces as sent on the Messina earthquake and on the Venice art biennale.
He was elegant, much sought after in the living rooms, he lived a dissolute life which he later regretted. He was successful as a connoisseur and end speaker of Dante. But the death of his father and sister Laura threw him into despair, to the point that, when his beloved grandson, son of Laura, also died, Joshua attempted suicide.
Despite having grown up in an anticlerical and agnostic environment, the misfortunes of life directed him towards Christianity. He became a Franciscan tertiary, that is, a lay person who is committed to living the spirit of St. Francis in the world.
Between 1912 and 13 he wrote Le confessioni di Giulia, dedicated to the beloved woman, understood in an angelic and Dante's version.
He was an interventionist in the First World War because he considered death on the field as the atonement for a life of sin.
A few days before he died, he wrote a letter to his mother, considered his highest literary moment.
"Everything is therefore favorable to me," he said, "everything smiles at me to make a successful and beautiful death, time, place, season, occasion, age. I couldn't better crown my life. "
“I am calm, perfectly serene and firmly determined to do all my duty to the last, as a strong and good soldier, unshakably sure of our unfailing victory. I'm not quite sure I see it alive, but this uncertainty, thank God, doesn't bother me at all, and it's not enough to make me tremble. I am happy to offer my life to the homeland, I am proud to spend it so well, and I do not know how to thank Providence for the honor it does me.
Don't cry for me mom, if it's written up there that I have to die. Don't cry, because you would cry over my happiness. Pray a lot for me because I need. Have the courage to endure life to the last without losing heart; continue to be strong and energetic, as you have always been in all the storms of your life; and continue and be humble, pious, charitable, so that the peace of God may always be with you. Goodbye, mother, goodbye Gino, my dear, my loved ones. "
He will succeed in his intent: he will die in an assault on Zagora. In his jacket, along with bloody medals, a photo of the mother and the Divine Comedy will be found.
The Giosuè Borsi cultural association was born in 2004 as a continuation of the group of the same name, active in the city since 1988, on the occasion of the first centenary of the birth of the poet. Initially she took care of keeping the relics of our fellow citizen, previously kept in a small museum, now closed. With the recognition of the Municipality of Livorno, it has the ethical custody of the Famedio di Montenero, which collects remains and memories of the illustrious Livornese. The association, based in via delle Medaglie d’Oro 6, keeps the memory of Giosuè Borsi (1888 - 1915) alive and promotes conferences and studies on the history of the city and its forgotten characters. It publishes the magazine "La Torre" every six months and has arranged to reprint numerous works of Borsiane.
The president of the association, Carlo Adorni, edited an anthology entitled "Homage to Giosuè Borsi" with a preface by the late Professor Loi, of whom we have an admired memory as our history teacher. The anthology, published in 2007 by the publishing house "Il Quadrifoglio" and accompanied by beautiful photos, contains verses from various collections - including Primus Fons - some Dante interpretations - of which Borsi was passionate and fine speaker - the famous spiritual Testament, high example of religious writing, and the last letter to the mother, her highest poetic moment.
As Loi points out, Art, Homeland and Religion were the three inspiring motifs of the Borsian work, even though he was not a "great wing" poet. After a life of pleasures, lived with a sense of guilt, after growing up in the shadow of paternal carduccian and classicist ideals, after craving for himself the love of the woman and the glory of the artist, Borsi had a profound spiritual conversion that brought him closer to Christianity. The spiritual testament is a confirmation of how much he has felt, even in his existence, the vanity and weight of earthly things.
The pain hit him, crossed, prostrated, with repeated and brutal blows: the death of his father, his sister Laura and his grandchild born from her relationship with D’Annunzio's son.
But in his death in battle, sought after, desired, there is a lot of decadentism, the last Wildian or D'Annunzian brushstroke given to an artistic life, sublimated, however, and illuminated, by spirituality, by a search for Franciscan purity. Death is beautiful, it is auspicious, because it tends to glory, makes us legendary, redeemed from sins and, however, in this death, understood as crowning rather than renunciation, the Franciscan tertiary, the renunciate, disappears and the Nietzschean superman resurfaces.
"I leave transience, I leave sin, I leave the sad and heartwarming spectacle of the small and momentary triumphs of evil over good: I leave my humiliating body, the heavy weight of all my chains, and fly away, free, free, finally free up there in the skies where our Father is, up there where his will is always done. "
Angelica Palli

Anghelikì Pallis (1798 - 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l'amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall'adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo "Tieste", del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell'Accademia Labronica, col nome di Zelmira. I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un'attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L'unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all'altezza del compito. Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d'informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre. Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l'intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L'anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa. Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini,Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest'ultimo immortala Angelica in un'ode scritta per lei, dove la definisce "Prole eletta dal Ciel, Saffo novella". In questo periodo l'attività politica della Palli s'intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell'organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49. Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso "Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese", in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche. Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.
Anghelikì Pallis (1798 - 1875), daughter of the consul, as well as director of the Greek school, in Livorno, was born to both Hellenic parents. She studied with Maestro de Coureil (who was of French origin but died in Livorno). She inherited his love for literature and the classics from her father and began to versify from adolescence. She wrote poems, short stories, tragedies, novels. Her Tieste, dated 1814, deserves the praise of Monti. In 1919 she became a member of the Labronica Academy, with the name of Zelmira.
Her interests, as well as artistic, are political and social. She is an active supporter of Risorgimento ideals and struggles, she is dedicated to the cause of the Greek people against the Ottomans (the same for which Byron dies). The only woman to be admitted to the Vieusseux cabinet - the club founded in Florence which, in addition to serving as a newspaper library and circulating library, also serves to bring together the intellectuals of the future united Italy - she is offered a collaboration but refuses not feeling up to the task.
The angelicapalli.blogspot.com site is a valuable source of information for knowing the private life of the Livorno writer. It is said that, in 1970, in the attic of a country house in the Benedetta valley, a chest was found containing letters from Angelica to her father.
We are in 1830, Angelica is thirty one years old, a face of classic and clean beauty. She meets the nineteen year old Giovanni Paolo Bartolomei, nobleman of Corsican origin and patriot, and falls in love with him. He is Catholic, she is Orthodox, he is a boy, she is a grown woman. Her family opposes the relationship. The two flee, helped by Angelica's brother, Michele, with the intention of asking for papal dispensation to get married. They then retreat to Corfu, where they are united in marriage with an Orthodox rite. The following year Angelica writes heartfelt letters to her father, imploring forgiveness, explaining that she has received so much but has also suffered. These are the letters found in the box.
From the marriage a son, Lucianino, is born, and the three finally return to Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, on the scali del Pesce in Venezia, became the main Mazzinian salon, between 20 and 40, frequented by Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini and Manzoni. The latter immortalizes Angelica in an ode written for her, where he defines her "Offspring elected by Ciel, Sappho novel".
During this period, Palli's political activity intensified, she collaborated with magazines and newspapers, wrote poems and short stories on a civil topic, and in 47 dealt with the organization of Tuscan volunteers. Her husband and teenage son leave together with a group of patriots from Livorno to fight in Milan during the riots of 48 and Angelica reaches them and then returns to Livorno in 49.
During the autumn months, for some years she stayed in Fauglia, in corso della Repubblica 47 (where a plaque reminds her). Here she writes the famous "Discourses of a woman to the young married women of her country", in which she re-evaluates the role of women in society in a feminist sense. She also writes "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", where she shows her appreciation for the fighting spirit of Labronic women, describing them as good, generous but disrespectful and irreverent. Pietro Vigo also refers to this text in his historical research.
In 53 she was widowed and moved to Turin but then died in Livorno in 1875. Her remains lie in the Greek cemetery in via Mastacchi.
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"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni
Paolo Mantioni
Il Respiro del Fiume
Patrizia Poli
libro pubblicato dall'autrice, 2010
Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.
Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.
Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.
Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.
Il Respiro del Fiume, Libro di Patrizia Poli - - Narrativa - ilmiolibro.it
Il Respiro del Fiume, di Patrizia Poli Narrativa 210 Storia di ampio respiro, corale, complessa, eppure di immediata presa, dove i personaggi, tutti, di volta in volta, diventano protagonisti ...
Amedeo Modigliani, l'arte nelle mani dell'uomo

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega. La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne. Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane. Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli. Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita. Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei. Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo. La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia,"Modigliani senza leggenda" che, insieme al libro di Corrado Augias,"Modigliani, l'ultimo romantico", è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film "Modigliani, i colori dell'anima", del 2004, di Mick Davis. La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide. Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.
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Amedeo Modigliani Patrizia Poli presenta: l'Arte nelle mani dell'Uomo Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono
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"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

Signora dei Filtri
Patrizia Poli
Marchetti Editore, 2017
La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.
Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo. Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice
“So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.
Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come ne Il respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:
“Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.
Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.
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Marchetti Editore è una giovane casa editrice con sede a Pisa, dalle idee molto chiare: produrre solo libri di qualità, radicati nella società attuale, ben tradotti se si tratta di autori stranieri
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Piero Angela, "A cosa serve la politica"
A cosa serve la politica?
di Piero Angela
Mondadori 2011
pp 156
8,00
Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre il discorso meramente istituzionale, o della politica intesa in modo immediato, letterale e superficiale.
Tutti i libri di Angela (e famiglia) sono esempi di come il modo di trattare un argomento renda accattivante l’argomento stesso. È un libro che si legge tutto di un fiato, che ti fa girar pagina e scorrere da un paragrafo all’altro, che cattura più di una narrativa avvincente, non tanto per i temi svolti, tutti di grande rilevanza sociale, ma per lo stile. L’estrema semplicità, la facilità dell’eloquio, la comunicazione fresca, creano un ponte fra significato e significante attraversabile anche dal lettore profano.
Ma se lo stile è facile, la tesi è di una profondità rivoluzionaria. La politica, intesa com’è sempre stata intesa e come, purtroppo, lo è ancor più oggi, non potrà mai, neppure con le migliori intenzioni e le migliori personalità, risollevare le sorti del nostro paese che sta affondando come Pil, come civiltà, come cultura. La politica non può limitarsi alla distribuzione della ricchezza, scegliendo, secondo il proprio orientamento di pensiero, a chi assegnare le risorse esistenti. La politica deve saper produrre questa ricchezza, sviluppare queste risorse che poi distribuirà.
La produzione di ricchezza, cioè la messa in moto dell’economia, non è un’operazione che si può compiere da un giorno all’altro e nessun cambio di maggioranza trasformerà un paese arretrato tecnologicamente e culturalmente in uno ricco, nessuna elezione o mutamento di esecutivo farà avere ad un turco il salario di uno svedese. Perché ciò avvenga, deve variare quello che Angela chiama “l’ecosistema artificiale”, cioè l’insieme d’infrastrutture, fonti energetiche, scuole etc, di cui l’uomo moderno ha bisogno per vivere.
La produzione di ricchezza avviene attraverso crescita e sviluppo, i quali, a loro volta, progrediscono dal sapere, dalla scienza, dall’istruzione, dalla ricerca, dalla formazione intellettuale, dall’educazione, dal rispetto della legalità, dalla condivisione dei valori e dalla meritocrazia.
In Italia, spiega Angela, non c’è meritocrazia. In ogni campo, dagli ospedali, agli atenei, alle industrie, ai centri di ricerca, non si permette ai talenti di emergere, i migliori non vedono riconosciute le loro capacità, i cervelli sono costretti a fuggire all’estero, gli ignavi ottengono posti importanti per meccanismi che non hanno niente a che vedere col merito, cioè avanzamenti automatici, liste di collocamento, raccomandazioni, pressioni politiche.
Solo se il talento sarà sviluppato, se gli uomini giusti saranno collocati nei posti giusti al momento giusto, si riuscirà a tirare fuori l’Italia dal baratro della decrescita e del debito pubblico che la sola politica del rigore non basterà a risanare.
Occorre cambiare la mentalità del nostro popolo. Visto come siamo fatti e quanto sono radicati da noi malcostume, corruzione, inciviltà, evasione, spreco di danaro pubblico, lo si può fare solo con un’azione mirata di premi e punizioni. Premi per i meritevoli e punizioni certe per chi trasgredisce.
È necessario, poi, anche intendere diversamente la cultura che non è solo quella letteraria e artistica. Con tutto il rispetto per scrittori, critici, giornalisti, musici, registi, commediografi, la cultura è qualcosa di molto più ampio e interconnesso. Antropologia, geologia, archeologia, paleontologia, astronomia, fisica, etc, costituiscono un patrimonio di conoscenze che ci aiuta a rispondere alle grandi domande dell’essere umano: chi siamo, da dove veniamo, che cos’è la vita e che scopo ha. In una parola, tutto, dalla matematica allo studio dei dinosauri, è filosofia.
A questo proposito, facciamo riferimento a un altro testo di Angela, scritto insieme al figlio Alberto, La straordinaria storia della vita sulla terra, del 2003, un libro capace di cambiare le prospettiva con cui si guarda alla nostra esistenza, un libro che, partendo dai reperti fossili, dal brodo primordiale, spalanca domande esistenziali, religiose e filosofiche, parlando addirittura di trasferimento d’intelligenza dal biologico alla materia fino a farla diventare pensante.
Angela - e noi con lui – si chiede come sia possibile che chi ha un cervello “acceso” non si interessi di argomenti così importanti, così indispensabili. Spesso, infatti, il mondo accademico tradizionale mostra un certo fastidio per la scienza, considerando cultura solo tutto ciò che riguarda le humanae litterae.
In una popolazione destinata a invecchiare drammaticamente, dove la scolarizzazione copre pochi anni di vita e le persone si trovano impreparate ad affrontare e comprendere un mondo che cambia rapidamente intorno a loro, un ruolo fondamentale per l’educazione può essere svolto dalla televisione, se questa è capace di si svincolarsi ancora una volta dalle pressioni politico-partitiche.
E qui si torna a bomba. Per progredire, occorre una politica lungimirante, che non prenda scorciatoie elettorali ma pensi al futuro, che non sia litigiosa, che cerchi concordia e non scontri, che consideri anche le idee dell’avversario se sono buone, senza respingerle a priori perché appartenenti all’area nemica.
“Il nostro problema è una classe politica avvitata su se stessa. Ed estremamente litigiosa, come si vede in certi dibattiti televisivi che diventano spesso degli incontri di pugilato. [… ]L’obiettivo diventa sostanzialmente quello di abbattere l’avversario, di mostrare quanto è incapace e inaffidabile, dissotterrando vecchie storie, elencando solo i dati a proprio favore, litigando su ogni cosa.”
Soprattutto una classe politica che abbia a cuore lo sviluppo effettivo del paese.
“Per esempio premendo sul pedale del merito, dei valori, del rispetto delle regole, attraverso un forte sistema di premi e punizioni. E agendo su altri acceleratori come la cultura, l’educazione, la ricerca, la televisione e tanti altri fattori di crescita come l’imprenditoria creativa, che possono fertilizzare il paese e la sua capacità produttiva. Puntando anche sull’eccellenza: partendo dalla scuola, e allevando una nuova generazione di leader capaci di portare il loro contributo non solo nella scienza, nella tecnologia e nell’economia, ma anche e forse soprattutto nella politica.” (pag 155)
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CriticaLetteraria: Piero Angela, "A cosa serve la politica?"
A cosa serve la politica? Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre
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Mario Grasso, "Latte di cammella"
Latte di Cammella
di Mario Grasso
2012 Sensoinverso
pp 185
17,00
L’errore di “Latte di Cammella “ di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe essere solo reportage, brutale denuncia. L’inizio del romanzo, col giornalista Vanni Ossarg che fa un sogno premonitore e poi incontra personaggi inquietanti in un villaggio diroccato, brumoso e fuori dal tempo, sembra precipitare il lettore in un thriller paranormale, per poi riacciuffarlo immediatamente per i capelli e lanciarlo nella materia dell’inchiesta giornalistica. Vanni Ossarg andrà in Somalia e poi in Sierra Leone, raccontando a modo suo ciò che vede. Di là dal contenuto completamente diverso, il modo di esporre è quello de “La profezia di Celestino”, in un mix fra saggio e narrativa, in un accumulo di dialoghi, incontri, illuminazioni e indottrinamento del lettore.
Il reportage di Grasso, il suo modo di raccontarci l’Africa, è viziato da uno spiccato indirizzo di pensiero, teso alla giustificazione forzata di tutto ciò che è il continente nero, visto come innocente e incolpevole, come originariamente “buono”. Vengono così trovate attenuanti per la sharia, le incursioni dei pirati, addossando all’occidente tutte le colpe.
"Chi vuole aiutare la Somalia non deve pensare alle lotte dei clan, alle brutture del fondamentalismo esasperato, alle tante cose che devono cambiare, ma alla gente e ai bambini la cui unica colpa è di essere nati lì o altrove." (pag. 101)
Vero è che la denuncia è indispensabile, che troppo spesso le guerre a colpi di machete - sbrigativamente etichettate come etniche o tribali - sono dimenticate dai nostri telegiornali, con i loro orrori impensabili. Fiumi di sangue e di morte scorrono in Africa, inseguendo diamanti, petrolio, rifiuti tossici scaricati dal cielo, con la complicità di politici corrotti, signori della guerra, multinazionali rapaci e persino organizzazioni finto-umanitarie, soprattutto complice, e muto testimone, l’occidente.
Il libro è una carrellata di orrori: bambini trasformati in macchine per uccidere, costretti ad amputare braccia e gambe di parenti, resi aggressivi con la cocaina inserita sotto pelle, bambini di cui si è distrutta l’umanità, rendendoli soli al mondo, vittime a loro volta di mutilazioni atroci, di malattie, di fame, di emarginazione e analfabetismo; bambine stuprate e infettate con l’Aids; figli sacrificati dagli stessi genitori, vaccinati troppe volte in cambio di una zanzariera da rivendere.
La parte più bella del libro, tuttavia, non è né la storia narrata, né l’intento d’insistita accusa, ma piuttosto la descrizione dell’Africa, dei suoi paesaggi polverosi e dorati, dei suoi tramonti di fuoco, dei suoi odori speziati ed acri, dei suoi immensi alberi di baobab, delle sue acacie spinose, del fumo acido dei copertoni bruciati, del fetore delle discariche a cielo aperto, dei liquami versati in mare, dei mercati dove si vende merce poverissima, cose che noi getteremmo nella spazzatura e lì significano un altro giorno di sopravvivenza. Pagina dopo pagina entriamo nei luoghi, sentiamo gli odori, percepiamo il calore e il vento, le voci, vediamo i volti di ebano e di giaietto.
C’è un altro filone nel romanzo, ammesso che di romanzo si possa parlare, ed è il sentimento che sboccia fra Vanni e Sonia, colei che ha a cuore la sorte dei diseredati, degli ultimi della terra. L’atto d’amore è descritto con tono aulico, senza volgarità, come un balsamo che lenisce le ferite, che dà tregua all’orrore, come risarcimento per “l’eroe”.
Lo stile è pulito, con spiegazioni particolareggiate ma non sempre necessarie, nella foga di dire tutto e fin troppo, di raccontare e investigare ogni aspetto dei rapporti fra occidente e continente africano, comunicando fatti, notizie, dati statistici, mescolandoli ad opinioni e riflessioni personali.
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CriticaLetteraria: Mario Grasso, "Latte di cammella"
Latte di Cammella di Mario Grasso 2012 Sensoinverso L'errore di "Latte di Cammella " di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe
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Giana Anguissola, "Violetta la timida"
Violetta la timida
di Giana Anguissola
Mursia, 1970
pp. 273
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.
Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.
“La Signorelli, una ragazza che è tutto il contrario di me: energica, simpatica, importante, disinvolta, con un bel cognome… Cioè, mica che Signorelli sia un gran bel cognome: è il mio che è brutto: Mansueti, e allora tutti gli altri cognomi mi sembran belli. E poi mi chiamo anche Violetta che, messo insieme a Mansueti, non poteva dar per risultato altro che un coniglio. Infatti sono timidissima.” (pag.11)
Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..
“La prima cosa che, naturalmente feci, fu quella d’inciampare in un gran tappeto blu rischiando di cadere lunga e distesa davanti alla scrivania del preside. Per cui, non appena ritrovato l’equilibrio, rimasi lì ad occhi bassi, con le guance che mi cuocevano come due cotolette, senza aver neppure avuto il tempo di guardarmi intorno." (pag. 12)
L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.
“Per quest’altra volta e per sempre, il tuo compito, te l’ho già detto, è quello di affrontare ogni situazione che t’intimorisca o ti faccia soggezione, a meno che non si tratti di un leone, sarai guarita dalla timidezza.” (pag.30)
Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.
A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.
“La signorina Carbone, poi, vedendo che addirittura deturpavate dei visi già perfettamente dipinti dal buon Dio, ha avuto mille ragioni di sdegnarsi e mandarvi a lavare!” (pag.241)
Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:
“contribuì a combattere i fumetti e a rieducare i ragazzi a letture sane e artisticamente valide.”
L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:
“Errore sarebbe da parte dell’adolescente seguire ancora gli istinti dell’infanzia che si spengono e peggiore errore sarebbe seguire di già gli istinti della giovinezza che sorgono. Perché se può ispirare una sorridente indulgenza l’adolescente che indugia a giocare, ispira una pietà mista a repulsione l’adolescente che si atteggia precocemente a donna o uomo, intendo nelle sue manifestazioni esteriori come vestire da tali o parlare o fumare da talaltri.” (pag. 240)
Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta".)
A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione.
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CriticaLetteraria: Invito alla lettura: Giana Anguissola, "Violetta la timida"
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 - Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al "Corriere dei Piccoli" sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è ...
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Mario Vargas Llosa, "Avventure della ragazza cattiva"

Avventure della ragazza cattiva
di Mario Vargas Llosa
trad. G. Felici
Einaudi, 2006
pp. 357
Non decolla per tutta la prima parte, procede per accumulo e non per sviluppo, Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa, a metà fra il picaresco e la storia d’amore. Solo nella seconda parte ci appassioniamo alle vicende di Lily, femme fatale dal nome cangiante, come cangianti sono i suoi travestimenti (ma non il suo carattere) e di Ricardo, anonimo interprete peruviano. Ricardo è un travet, un uomo medio, un Charles Bovary senza ambizioni ma con un cuore capace di concepire, e custodire per tutta la vita, un amore immenso. S’innamora a quindici anni di Lily, la ragazza cilena, che cilena non è e che non si chiama nemmeno Lily, bensì Otilia - ma questo Ricardo lo imparerà a sue spese solo molto più tardi. La ritrova a ogni tappa della sua vita sotto nomi e travestimenti diversi, come guerrigliera Arlette, come moglie di un diplomatico francese prima e di un allevatore di cavalli poi, come schiava del sesso giapponese. Ricardo è disposto a tutto pur di stare accanto a Lily, si lascia umiliare da lei, che lo abbandona ogni volta per mettersi con uomini più ricchi, che mal sopporta la vita semplice e borghese che lui può offrirle e cerca il riscatto da un passato di miseria. Alla fine, però, a essere sottomessa, mortificata, sarà lei, vittima consenziente del perfido Fukuda, magnate giapponese che la incatenerà in un rapporto violento e sadico, fino distruggerla nel fisico e nel morale. E, tuttavia, proprio Fukuda sarà l’unico uomo capace di conquistarla e soggiogarla. Ricardo leccherà le ferite di Lily, la inseguirà in capo al mondo, dissiperà le sue poche sostanze per curarla, salvo poi essere abbandonato di nuovo, e poi di nuovo recuperato in extremis, quando non ci sarà più tempo né spazio per ripensamenti. In punto di morte Lily/Otilia/Kuriko tornerà definitivamente da lui, l’unico maschio di cui si fidi, l’unico al quale si senta legata da vero affetto e stima, l’unico che consideri “un santo” a pieno titolo. (E come darle torto?) In qualità di esiguo risarcimento, gli lascerà una casetta nel sud della Francia, assegnatale dalla sua ultima conquista.
Lily, però, non giganteggia, non incute timore, non ha fascino perverso, risulta ripetitiva e alquanto prevedibile nella sua inaffidabilità. Semmai il personaggio più riuscito è Ricardo, con la sua umanissima debolezza, con la sua pazienza, col suo amore che non finisce ma anzi cresce ad ogni incontro, ad ogni abbandono. Ricardo ha dalla sua la bontà, l’umiltà, è un uomo che lavora per vivere, che ama la letteratura e le lingue straniere, soprattutto il russo. È un uomo che non vediamo, che non sapremmo nemmeno descrivere, probabilmente un uomo non bello, ma forte della sua costanza, della sua gentilezza, della sua onestà e dedizione.
Ormai sono passati molti anni perché ti rimanga il minimo dubbio: ti amo tanto che farei qualsiasi cosa per tenerti accanto a me, qualora fossimo uniti. Ti piacciono i gangster? Diventerò rapinatore, sequestratore, truffatore, narco,quello che vuoi. Quattro anni senza sapere niente di te e, adesso, riesco appena a parlare, a pensare, da quanto sono commosso nel sentirti così vicina.
Attorno a lui ruotano una serie di amici e conoscenti, molti dei quali destinati a morire presto e con storie che ci vengono raccontate in parallelo. A fare la parte del leone, oltre alla continua presenza/assenza di Lily, è l’ambiente mutevole in cui Ricardo si muove. Inseguendo il suo amore, o forse sfuggendogli, Ricardo si sposta di nazione in nazione, di continente in continente, dal Perù, paese di origine - coll’elegante quartiere di Miraflores a Lima, ma anche col terrorismo mortifero di Sendero Luminoso - a Parigi, città di elezione, città dell’anima e del cuore, attraverso la swinging London degli hippie, fino alla torbida Tokio dei locali a luci rosse e delle case di piacere e alla Madrid degli artisti, dove Ricardo avrà una storia con una ragazza più giovane, incapace di fargli dimenticare il suo unico grande amore. Questo peregrinare, inevitabilmente, lo trasformerà in apolide, in métèque, uomo senza patria che non si sente a casa in nessun luogo perché non è più peruviano ma non è nemmeno francese o spagnolo. Simbolo di questa condizione è l’innumerevole quantità di passaporti della ragazzaccia, la bad girl del titolo, la ninã mala, che, con la sua inafferrabilità, finisce per incarnare il disagio stesso del protagonista, la sua non appartenenza. Alcuni critici rimproverano a Vargas Llosa di aver contraddetto se stesso in questo romanzo, di non aver continuato sulla falsariga del testo difficile, della narrazione a più piani temporali, di aver optato per uno stile forse trito, ma il linguaggio del romanzo è semplice come semplici sono le parole dell'amore. Più e più volte la ragazzaccia chiede a Ricardo di dirle le sue "cheap, sentimental things", quelle dolci, tenere frasi che sembrano banali quando le leggiamo ma acquistano tanto significato se, invece, sono dirette a noi.
Stai diventando una huachafita [donnetta sentimentale, n.d.r.] anche tu, niña mala, - la baciai sulle labbra. - Dimmene un’altra, un’altra, per favore.
The first part does not take off, it proceeds by accumulation and not by development, Adventures of the bad girl by Mario Vargas Llosa, halfway between the picaresque and the love story. Only in the second part are we passionate about the events of Lily, femme fatale with an iridescent name, as her disguises (but not her character) are iridescent and of Ricardo, an anonymous Peruvian interpreter.
Ricardo is a travet, an average man, a Charles Bovary without ambitions but with a heart capable of conceiving, and guarding for life, immense love. At fifteen he falls in love with Lily, the Chilean girl, who is not a Chilean and who is not even called Lily, but Otilia - but this Ricardo will learn at his own expense only much later. He finds her at every stage of his life under different names and disguises, as a guerrilla woman Arlette, as a wife of a French diplomat first and then a horse breeder, as a sex slave of a Japanese man. Ricardo is willing to do anything to be next to Lily, he lets himself be humiliated by her, who abandons him every time have liaisons with richer men, who can not stand the simple and bourgeois life that he can offer her and seeks redemption from a past of misery. Eventually, however, it will be her who is submissive, mortified, she will be the consenting victim of the perfidious Fukuda, a Japanese tycoon who will chain her in a violent and sadistic relationship, to the point of destroying her in body and in morale. And yet, Fukuda himself will be the only man capable of conquering and subjugating her. Ricardo will lick Lily's wounds, chase her to the end of the world, dissipate his few substances to cure her, only to be abandoned again, and then recovered again in extremis, when there will be no time or space for second thoughts. On her deathbed Lily / Otilia / Kuriko will definitely return to him, the only male she trusts, the only one to whom she feels bound by true affection and esteem, the only one whom she considers "a saint". (And how to blame her?) As a small compensation, she will leave him a little house in the south of France, assigned to her by her last conquest.
Lily, however, does not inspire fear, has no perverse charm, she is repetitive and somewhat predictable in its unreliability. If anything, the most successful character is Ricardo, with his very human weakness, with his patience, with his love that does not end but rather grows with each meeting, with each abandonment. Ricardo has goodness, humility on his side, he is a man who works to live, who loves literature and foreign languages, especially Russian. He is a man whom we do not see, whom we could not even describe, probably a man who is not handsome, but strong in his constancy, his kindness, his honesty and dedication.
Many years have passed for you to have the least doubt: I love you so much that I would do anything to keep you next to me, if we were united. Do you like gangsters? I will become a robber, kidnapper, swindler, narco, whatever you want. Four years without knowing anything about you and now I can barely speak, think, how moved I am to feel so close to you.
A series of friends and acquaintances revolve around him, many of whom are destined to die soon and with stories that are told to us in parallel. In addition to the continuous presence / absence of Lily, the lion's share is the changing environment in which Ricardo moves. Chasing his love, or perhaps escaping it, Ricardo moves from country to country, from continent to continent, from Peru, country of origin - with the elegant Miraflores district in Lima, but also with the deadly terror of Sendero Luminoso - to Paris, city of choice, city of soul and heart, through the swinging London of the hippies, to the murky Tokyo of the red light clubs and pleasure houses and the Madrid of the artists, where Ricardo will have a story with a younger girl, unable to make him forget his one great love. This wandering, inevitably, will transform him into a stateless person, a métèque, a man without a homeland who does not feel at home anywhere because he is no longer Peruvian but neither is he French or Spanish. Symbol of this condition is the countless number of passports of the bad girl, the bad girl of the title, the ninã mala, who, with her elusiveness, ends up embodying the protagonist's unease, his non-belonging.
Some critics reproach Vargas Llosa for having contradicted himself in this novel, for not continuing along the lines of the difficult text, the narration with several temporal timeframes, for having opted for a perhaps trite style, but the language of the novel is as simple the words of love. Over and over again the bad girl asks Ricardo to tell her his "cheap, sentimental things", the sweet ones, The ones that seem trivial when we read them but acquire a lot of meaning if, instead, they are directed at us.
You are becoming a huachafita [sentimental woman] too, niña mala, - I kissed her on the lips. - Tell me another, another, please.
The Hunger Games

Hunger Games
di Susanne Collins
Mondadori, 2008
14,90
Ciò che crea un fenomeno editoriale è la novità del soggetto. Il discorso vale per i monaci assassini di Eco, per i vampiri “vegetariani” della Meyer, per la stirpe del sangreal di Dan Brown, o per il bondage sadomaso della James. Tutto quello che viene dopo, è nella scia, è imitazione dell’originale.
Con “Hunger Games”, di Susanne Collins, si apre forse una stagione di reality show adolescenziale all’ultimo sangue, ma il suo essere capostipite di un nuovo genere, sta nella crudeltà dell’argomento trattato che t’inchioda dalla prima all’ultima pagina.
Katniss Evergreen è un’adolescente del Distretto 12, nel continente postapocalittico di Panem, un Nord America inselvatichito e imbarbarito, dove coesistono scienza raffinatissima e medioevo. Come punizione per un’antica ribellione verso la ricca e nullafacente capitale, i vari distretti devono offrire annualmente un sacrificio umano. In un reality show, che tutti sono obbligati a seguire, ogni distretto estrae a sorte un ragazzo e una ragazza da offrire, o meglio immolare, in una lotta con un unico vincitore e un unico sopravvissuto. Il nome estratto è quello di Primrose, la sorellina di Katniss, e lei non può accettarlo, si offre volontaria al suo posto.
Inizia così una preparazione che ha tutto lo sgradevole sapore cui ci hanno abituato anni di trasmissioni televisive come l’Isola dei Famosi o Il grande fratello, reso ancor più agro dalla consapevolezza che l’eliminazione del giovane partecipante coinciderà, non con il suo rientro a casa, bensì con la sua morte. I concorrenti sono addestrati, rivestiti, intervistati, abbelliti da stilisti e truccatori, per poi essere gettati nell’arena, un luogo che ricorda la cupola di “The Truman Show”, dove niente è naturale e ogni cosa è manovrata dagli Strateghi, cioè gli autori del programma. I ruscelli scorrono o si seccano a comando, la pioggia scroscia su ordinazione, l’aria si fa rovente o gelida secondo ciò che il programma e l’audience richiedono. Katniss guarda la luna e spera che almeno quella sia vera, sia la luna di casa sua, per sentirsi meno sola, meno vulnerabile, meno alla mercé di una dittatura che uccide, che frusta, che strappa la lingua per il minimo sgarro, per una parola di troppo o un atteggiamento di sfida.
Nell’arena si svolge una lotta mortale con mani, unghie, denti, lame, frecce, che ci riporta a un passato/futuro già visto in film come “Mad Max”. I concorrenti, o meglio, i “tributi”, devono uccidersi l’un l’altro per sopravvivere, altrimenti saranno comunque eliminati. Un colpo di cannone segna l’uscita di scena del contendente e un hovercraft solleva il cadavere e lo porta via. L’unico sentimento è la paura, che si trasforma in furia cieca; l’amicizia è solo un’alleanza momentanea contro i più forti, nessuna debolezza è concessa.
Non è comprensibile come si possa definire “Hunger Games” “un romanzo per ragazzi”, se non, forse, nell’incapacità della protagonista (e dell’autrice) di affrontare e sviluppare a pieno il rapporto con il giovane che la ama, Peeta, e il triangolo con l’amico d’infanzia, Gale. Si può obiettare che il romanzo è incentrato nel microcosmo dell’arena, in una bolla spaziotemporale che pare un videogioco, dove amarsi è secondario al rimanere vivi, al mantenere intatta la possibilità di provare sentimenti umani.
“Non so bene come dirlo. Solo non voglio… perdere me stesso. Ha un senso? - chiede. Scuoto la testa. Come potrebbe perdere se stesso? – Non voglio che mi cambino là dentro. Che mi trasformino in una specie di mostro che non sono.?” (pag 143)
L’emblema angoscioso di questa situazione da incubo è il sigillo che ogni notte viene proiettato sullo schermo del cielo, preceduto da un inno. Subito dopo compare l’immagine di chi è morto quel giorno. Lo stomaco si contrae dall’orrore, leggendo.
“La notte è appena scesa, quando sento l’inno che precede il riepilogo delle morti. Attraverso i rami vedo il sigillo di Capitol City che sembra fluttuare nel cielo. In realtà, sto guardando un altro schermo, uno schermo enorme trasportato da uno dei loro hovercraft.” (pag 157)
Il senso del romanzo è la rivolta di Katniss e Peeta, il ragazzo che la ama, a tutto questo dolore, all’obbligo di compiere comunque il male, di uccidere o essere uccisi. Anche soffrire, anche provare dispiacere al pensiero di ammazzare un compagno innocente, è considerato insurrezione. Quando muore Rue, la più piccola dei tributi, così simile alla sorellina della protagonista, Katniss la piange e ne cosparge il corpo di fiori, prima che l’hovercraft venga a raccoglierla, e questo è già un atto di ribellione. Lo stesso vale per il gesto finale: Katniss e Peeta scelgono di morire insieme piuttosto che uccidersi l’un l’altro, scelgono di fare ciò che Peeta ha deciso fin dall’inizio, cioè non concedersi al nemico, rimanere umani, rimanere interiormente puri e liberi. Si salveranno in extremis, ma il finale resta aperto per gli altri due libri della serie, “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta”.
Questo libro è una mescolanza di generi da cui scaturisce, forse, un genere nuovo, sincretico. Il cosmo di Panem contiene due mondi. Il primo è quello tecnologicamente sofisticato di Capitol City, una sorta di Ghotam City, dove si ritrovano molti cliché della fantascienza - dalla possibilità di risanare completamente ferite mortali, alla manipolazione genetica che crea nuove letali specie e ibridi mostruosi. Il secondo è quello medievale, oscuro, miserevole, dei distretti, dove la fame imperversa, dove ogni cosa è proibita, la corrente elettrica va e viene, e per cacciare si usano arco e frecce, lacci e trappole.
“Capitol City scintilla come un’enorme distesa di lucciole. Nel distretto 12 l’elettricità va e viene e di solito c’è solo per qualche ora al giorno. Capita spesso che le sere si trascorrano alla luce delle candele. Le rare volte in cui possiamo contare sull’energia elettrica sono quando la tv trasmette gli Hunger Games o qualche importante messaggio governativo che è obbligatorio guardare. Qui, invece, l’elettricità non manca. Mai.” (pag 83)
Katniss, Peeta, Rue, Faccia di Volpe, Gale, somigliano, di volta in volta, ai protagonisti di “Alien” o“Prometheus” e, insieme, ai rampolli della stirpe di Shannara, fra tecnologia e arretratezza, fra passato e futuro remoto. L’unico presente, forse, è quello degli studi televisivi, che ci riporta all’oggi, al nostro essere costantemente sotto le telecamere, sugli schermi, per strada, nei social network.
Lo stile è paratattico, coinvolgente, giovanile, reso incisivo dal presente storico. Ci cala dentro l’azione che prevale su tutto il resto, lasciando che le riflessioni e il sentimento morale scaturiscano per reazione a ciò che accade, al raccapriccio delle immagini, degli eventi, della sofferenza, in un crescendo di angoscia che dà quasi assuefazione.
What creates an editorial phenomenon is the novelty of the subject. The same goes for Eco's murderous monks, for Meyer's "vegetarian" vampires, for Dan Brown's sangreal lineage, or for James's sadomasochistic bondage. Everything that comes after, is in the trail, is an imitation of the original.
With Hunger Games by Susanne Collins, perhaps a season of adolescent bloody reality shows opens, but it being the forefather of a new genre, lies in the cruelty of the subject matter that nails you from first to last page.
Katniss Evergreen is a teenager from District 12, in the post-apocalyptic continent of Panem, a wild and barbarous North America, where refined science and the Middle Ages coexist. As punishment for an ancient rebellion against the rich and non-performing capital, the various districts must offer a human sacrifice annually. In a reality show, which everyone is obliged to follow, each district tosses up a boy and a girl to offer, or rather immolate, in a fight with a single winner and a single survivor. The name extracted is that of Primrose, Katniss' little sister, and she cannot accept it, she volunteers in her place.
Thus beins a preparation that has all the unpleasant flavour to which we have been accustomed by years of television broadcasts such as the Island of the Famous or Big Brother, made even more bitter by the awareness that the elimination of the young participant will coincide, not with his/her return to home, but with his/her death. Competitors are trained, dressed, interviewed, embellished by stylists and make-up artists, and then thrown into the arena, a place reminiscent of the dome of "The Truman Show", where nothing is natural and everything is maneuvered by Strategists, i.e. authors of the program. The streams flow or dry out on command, the rain pours down on request, the air becomes hot or freezing according to what the program and the audience require. Katniss looks at the moon and hopes that at least that is true, and the same moon of her house, to feel less alone, less vulnerable, less at the mercy of a dictatorship that kills, that whips, that rips the tongue for the slightest transgression, for a word too much or a defiant attitude.
In the arena a deadly struggle takes place with hands, nails, teeth, blades, arrows, which takes us back to a past / future already seen in films such as Mad Max. Competitors, or rather "tributes", must kill each other to survive, otherwise they will be eliminated. A cannon shot marks the contender's exit from the scene and a hovercraft lifts the corpse and takes it away. The only feeling is fear, which turns into blind fury; friendship is only a temporary alliance against the strongest, no weakness is granted.
It is not understandable how one can define "Hunger Games" "a novel for children", if not, perhaps, in the inability of the protagonist (and the author) to face and fully develop the relationship with the young person who loves her, Peeta , and the triangle with his childhood friend, Gale. It can be objected that the novel is centered in the microcosm of the arena, in a space-time bubble that looks like a video game, where loving is secondary to staying alive, to keeping intact the possibility of experiencing human feelings.
“I'm not sure how to say it. I just don't want to ... lose myself. Does it make sense? - he asks. I shake my head. How could he lose himself? - I don't want them to change me in there. That they turn me into a kind of monster that I am not? "
The anguished emblem of this nightmare situation is the seal that is projected onto the screen of the sky every night, preceded by a hymn. Immediately after, the image of those who died that day appears. The stomach contracts with horror, reading.
"The night has just fallen, when I hear the hymn that precedes the summary of the deaths. Through the branches I see the seal of Capitol City which seems to float in the sky. In fact, I'm looking at another screen, a huge screen carried by one of their hovercraft. "
The meaning of the novel is the revolt of Katniss and Peeta, the boy who loves her, to all this pain, to the obligation to do evil anyway, to kill or be killed. Suffering, even feeling sorry at the thought of killing an innocent companion, is also considered insurrection. When Rue, the smallest of the tributes, so similar to the protagonist's little sister, dies Katniss weeps and sprinkles her body with flowers, before the hovercraft comes to pick her up, and this is already an act of rebellion. The same goes for the final gesture: Katniss and Peeta choose to die together rather than kill each other, They choose to do what Peeta has decided from the beginning, that is, not to concede himself to the enemy, to remain human, to remain internally pure and free. They will be saved in extremis, but the ending remains open for the other two books of the series, Catching fire and Mockingjay.
This book is a mixture of genres from which, perhaps, a new, syncretic genre arises. Panem's cosmos contains two worlds. The first is the technologically sophisticated one of Capitol City, a sort of Ghotam City, where many science fiction clichés can be found - from the possibility of completely healing mortal wounds, to genetic manipulation that creates new lethal species and monstrous hybrids. The second is the dark, miserable medieval one of the districts, where hunger rages, where everything is prohibited, the electric current comes and goes, and bow and arrows, laces and traps are used to hunt.
"Capitol City sparkles like a huge expanse of fireflies. In district 12, electricity comes and goes and is usually only there for a few hours a day. It often happens that evenings are spent in the light of candles. The rare times we can count on electricity are when the TV broadcasts the Hunger Games or some important government message that is mandatory to watch. Here, however, electricity is not lacking. Never."
Katniss, Peeta, Rue, Fox Face, Gale, from time to time, resemble the protagonists of Alien or Prometheus and, at the same time, the offspring of the Shannara lineage, between technology and backwardness, between past and remote future. The only present, perhaps, is that of television studios, which brings us back to today, to our being constantly under the cameras, on the screens, on the street, in social networks.
The style is paratactic, engaging, youthful, made incisive by the historical present. The action prevails over all the rest, letting reflections and moral sentiment arise as a reaction to what happens, to the horror of images, events, suffering, in a crescendo of anguish that is almost addictive.
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