personaggi da conoscere
Il gigante dai piedi di argilla
Il “GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA” , così fu soprannominato Primo Carnera, ricordato per la sua forza straordinaria, per le sue doti agonistiche ma, prima di essere un grande campione, fu soprattutto un uomo buono e gentile che amò la sua famiglia.
Era nato a Sequals, oggi provincia di Pordenone, il 25 ottobre 1906, la sua era una umile famiglia di contadini e la nascita di un figlio non avrebbe fatto notizia a quei tempi e in quella realtà, se non fosse che il neonato era un bambino di dimensioni fuori dal comune. Si parla di sette, otto chili, non ci sono ovviamente notizie certe, ma lo scalpore che causò fa sicuramente propendere per dimensioni eccezionali. Il padre era un mosaicista, la madre casalinga, e con gli scarsi introiti della famiglia si faticava a mantenere Primo, un bambino che cresceva a vista d'occhio, per il quale era difficile trovare le scarpe e che mangiava tanto: era sempre affamato e il cibo non gli bastava mai. Era cresciuto oltremisura e nel 1917, a soli undici anni, rischiò di finire davanti a un plotone di esecuzione perché, durante la prima guerra mondiale, i soldati diretti al fronte, passando dal suo paese, lo videro salutare festoso ma così grande e grosso che pensarono si trattasse di un imboscato. Si salvò grazie ai suoi documenti che testimoniavano in maniera inoppugnabile che si trattava effettivamente di un bambino.
Date le sue dimensioni fisiche aveva difficoltà a rapportarsi con i coetanei, faticava persino a entrare nel banco della scuola, così inadatto a un gigante come lui, e lasciò presto lo studio quando a malapena sapeva leggere e scrivere. Si cercò un lavoro ma per lui, come per tanti in quel periodo, in Italia non ce n'era. Così, nel 1920, esattamente il 29 giugno, Primo lasciò il suo paese in cerca di fortuna, per recarsi a Le Mans presso una zia. Il nuovo inizio non fu facile, anche in terra francese lo aspettavano lavori umili, faticosi, pagati miseramente e i pochi soldi che riusciva a guadagnare non gli bastavano nemmeno per soddisfare il suo smisurato appetito. Qui però avvenne il suo primo incontro con la boxe, un rapporto che gli cambiò la vita per sempre.
Gli Italiani emigrati, un po' per passione, un po' per sfogare le frustrazioni di una vita grama lontano dalle famiglie, si riunivano nella palestra dell'Unione sportiva di Le Mans per scambiarsi quattro cazzotti. Da questa palestra un impresario da baraccone lo convinse, in cambio di pochi soldi ma di cibo a volontà, a intraprendere una carriera che ben poco aveva a che fare con quella del pugile vero e proprio. Primo divenne “il Terribile Giovanni”, l'uomo forzuto che sfidava in match di lotta e pugilato gli avventori dello spettacolo itinerante che teneva questo circo da quattro soldi. Dopo qualche tempo fu però notato, mentre sotto il tendone spostava da solo un pianoforte, da un ex boxeur, Paul Journée, campione dei pesi massimi, che contattò il suo manager e lo convinse che il ragazzo aveva enormi potenzialità che andavano indirizzate e che, con tecnica e allenamento, ne avrebbero fatto un grande campione.
L'impresario era Léon Sée e, insieme al suo allenatore Maurice Eudeline, iniziarono ad allenare Primo Carnera e lo prepararono atleticamente e tecnicamente al primo incontro, che avvenne a Parigi il 12 settembre 1928. Salendo sul ring il gigante italiano lasciò a bocca aperta tutto il pubblico che seguiva ogni suo movimento con esclamazioni di stupore. In due riprese liquidò il suo primo avversario e iniziò così la sua brillante carriera. Va detto comunque che vinceva per la sua grande forza ma anche che fu proiettato ai massimi livelli del pugilato senza una vera gavetta, mancava di esperienza e divenne una stella ancora prima di essersi fatto le ossa sul ring.
Di successo in successo nel 1929 sbarcò in America, dove gli fu tributata un'accoglienza molto calorosa e soprattutto riscosse il tripudio di tutti gli Italiani emigrati che vedevano il lui il mito, il simbolo del riscatto sociale da contrapporre al pregiudizio che avvertivano da parte degli Americani. Nel 1930 Primo Carnera sostenne ventiquattro incontri di cui ventitré furono vinti per KO e uno solo perso ai punti. Il 27 ottobre fece ritorno in Italia e al porto di Genova, sbarcando dalla nave, salutò romanamente il popolo che, sentiti gli echi dei successi americani, lo acclamava dalla banchina. La fama, il successo, la sua grande forza richiamavano molte persone ai suoi incontri, Carnera era richiestissimo e, più cresceva la sua fama, più aumentavano gli introiti, inevitabilmente un tale giro di affari non poteva non attirare la mafia italo-americana che riuscì ad ottenerne il management attraverso il “sindacato”, un'associazione legalmente costituita ma succube del controllo di Al Capone, che la usava come agenzia per gestire il suo giro di scommesse clandestine. Primo Carnera si trovò così gestito da personaggi equivoci, che gli organizzavano incontri su incontri, a volte vinceva altre perdeva ma la sua fama aumentava e gli organizzatori guadagnavano un mare di soldi, di cui al diretto interessato andavano soltanto le briciole.
Lui si accontentava di sfamarsi a volontà, di fare la bella vita comprando auto di lusso, vestendosi in maniera molto elegante e circondandosi di starlette in cerca di notorietà. L'unico investimento che riuscì a fare fu di costruire una villa al suo paese natale in Italia. Quell'omone così forte, così coriaceo e massiccio, nascondeva sentimenti leali verso la sua Patria ed era dotato di una sensibilità pari alla sua grandezza. Quando, durante un incontro, un avversario rimase disteso al tappeto senza vita, si chiuse in sé stesso, cadde in una profonda depressione, da cui uscì soltanto quando la madre del pugile morto gli scrisse una commovente lettera, assolvendolo da ogni colpa e spiegandogli che le lesioni che avevano causato il decesso del figlio erano dovute a un precedente incontro con un altro pugile.
Rimessosi in forze e riacquistato il suo equilibrio, Primo Carnera affrontò l'incontro della vita, non aveva più solo forza da vendere, ora aveva acquistato anche tecnica, una certa eleganza nei movimenti e, il 29 giugno 1933, affrontando Jack Sharkey dispustò l'incontro più bello e importante di tutta la sua carriera. Dopo sei riprese l'avversario era a terra svenuto e lui, vincendo per KO, era diventato campione del mondo. “Ho vinto per l'Italia e per il Duce” dichiarò scendendo dal ring e presto fu invitato a combattere un incontro in Italia che si svolse a Roma, al quale presenziarono tutte le autorità, Mussolini compreso con i due figli maschi. Fu l'evento sportivo con maggiore partecipazione di tutto il Ventennio, Carnera vinse l'incontro osannato da tutta l'Italia e questo si può senz'altro considerare l'apice della sua carriera.
Tornato in America si trovò ad affrontare di nuovo l'incontro per la detenzione del titolo mondiale e, nonostante si fosse battuto come un leone, dimostrando coraggio e determinazione, lo perse. Il peggio purtroppo doveva ancora avvenire e arrivò quando si trovò di fronte Joe Luis, l'astro nascente del pugilato internazionale. Carnera finì al tappeto piuttosto malconcio. Questa brutta e pesante sconfitta ebbe conseguenze devastanti, l'ormai ex campione provò possibili rivincite in nuovi e diversi incontri che si rivelarono inevitabilmente pesanti sconfitte. Primo divenne l'ombra dell'immenso campione che era stato, si avviò verso un progressivo declino fisico che culminò con un intervento per l'asportazione di un rene. Pochi i soldi messi da parte, non potendo più combattere si trovò anche in difficoltà economica, unica nota positiva fu l'incontro con la donna della sua vita, Pina, si sposarono ed ebbero due figli.
Per guadagnarsi da vivere accettò di lavorare in Italia con la compagnia teatrale di Renato Rascel, ebbe qualche parte anche in diversi film e fu un'altra volta baciato dalla fortuna e dal successo: la gente lo amava, lo applaudiva, lo aveva amato da pugile, lo amava da attore e non lo avrebbe mai dimenticato. Questo sincero e genuino amore che tutti nutrivano per lui gli salvò la vita, quando, per la seconda volta, stava finendo davanti a un plotone di esecuzione. Era finita la seconda guerra mondiale ed era stato arrestato da alcuni partigiani che lo volevano fucilare per essersi in passato proclamato fascista, ma trovò anche fra di loro qualcuno che non poteva uccidere chi lo aveva fatto sognare.
Primo Carnera finì la sua carriera in America sui ring del catch e anche in questa disciplina conquistò il titolo mondiale nel 1957, titolo che detenne fino al '62, data del suo definitivo ritiro dalla scena agonistica. Trascorse anni di vita tranquilla in famiglia con la moglie e i figli che lo aiutavano nella gestione di un ristorante e di un negozio di vini in California. Qualche anno più tardi si ammalò gravemente, un tumore del fegato lo portò inesorabilmente verso la morte, l'ultimo desiderio fu di rivedere il suo paese natale e arrivò all'aeroporto di Fiumicino nel mese di maggio: l'uomo che scese dalla scaletta dell'aereo non ricordava nemmeno lontanamente il gigante che aveva conquistato il mondo, la malattia lo stava divorando ed era l'ombra di se stesso, pesava una trentina di chili e non riusciva nemmeno a reggersi in piedi. L'Italia non lo aveva dimenticato, durante il suo ultimo viaggio verso Udine, le persone lo aspettavano lungo i binari alle stazioni per acclamarlo e salutarlo.
Andò a morire nella sua Sequels, la cittadina che lo aveva visto bambino, era il 29 giugno 1967. Un'altra volta il 29, la stessa data che aveva segnato tutte le tappe importanti della sua vita, quando era partito per la Francia, quando aveva vinto il titolo mondiale e ora chiudeva per sempre la parabola della sua esistenza.
Cincinnato
Gli Equi, un popolo di montanari che abitava le regioni dell'attuale Abruzzo nei pressi del lago Fucino, stava per occupare Roma e il senato affidò il comando a Lucio Quinzio Cincinnato.
Due senatori lo contattarono mentre era nel suo campo, ai Prata Quinctia, intento ad arare. «Cincinnato, Roma ha bisogno di te. Il console romano Minucio è rimasto accerchiato dagli Equi nella valle sotto il monte Algido».
Nominato dittatore, Cincinnato lasciò l’aratro ancora nel solco, chiese alla moglie di portargli la toga, si deterse il sudore e indossò le armi.
“Is cum in opere et arans esset inventus, sudore deterso togam praetextam accepit et caesis hostibus liberavit exercitum. »
“Egli trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito.”
(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,17)
Quando gli Equi furono sconfitti, il popolo romano voleva portare in trionfo il valoroso generale ma Cincinnato rifiutò gli onori. Solo sedici giorni dopo, tornò al suo campo, riprese l’aratro e finì il solco che aveva interrotto.
Domenico Vecchioni, "Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore"
Domenico Vecchioni ha appena pubblicato la nuova edizione della sua biografia di Raul Castro, aggiornata agli eventi che hanno portato alla normalizzazione dei rapporti USA/Cuba (17 dicembre 2014), dopo cinquant’anni di rottura delle relazioni diplomatiche (Raul Castro, il Rivoluzionario Conservatore, Greco e Greco editori, 210 pagine, 12 euro).
L’autore affronta in particolare il quesito che tutti gli osservatori si sono posti: l’apertura americana ha beneficiato il regime castrista o ha schiuso prospettive di evoluzione democratica del paese a favore del popolo cubano?
Secondo Vecchioni, che è stato ambasciatore d’Italia all’Avana dal 2005 al 2009, per il momento il principale beneficiario della nuova politica di Washington è stato unicamente Raul Castro, che ha raggiunto tutti i suoi obiettivi senza nulla concedere il cambio. Niente in effetti è cambiato nella sua strategia tesa a correggere gli errori e gli eccessi del regime per poterlo preservare, non certo per abbatterlo. Quindi ben vengano le riforme economiche e le aperture internazionali, purché non intacchino le strutture e le gerarchie “rivoluzionarie”. Cuba rimane il paese del partito unico, del sindacato unico, del pensiero unico, del Capo unico: in sostanza una dittatura.
Sarà in ogni caso interessante, comunque la si pensi, conoscere un po’ più da vicino, Raul Castro, un personaggio alquanto enigmatico, forse meno carismatico del mitico fratello Fidel, che però ha imparato alla perfezione i meccanismi per acquisire e, soprattutto, per conservare il potere assoluto.
Clelia
Nel 507 a.c., come pegno di pace, il re Porsenna si è fatto consegnare dai romani alcune giovinette.
Una notte, una di queste, chiamata Clelia, alla testa di alcune sue compagne, riesce a fuggire. Le ragazze attraversano a nuoto il Tevere e tornano a Roma. Ma i cittadini romani, invece di accoglierle con gioia, le riaccompagnano al campo etrusco dicendo: “La parola data è sacra.”
Porsenna
Nel 509 a.C., quando l'ultimo re di Roma, Tarquinio detto il Superbo, cacciato dalla città, fuggì verso il nord, chiese asilo a Porsenna, lucumone (alto magistrato) di Chiusi.
Intanto a Roma era stata instaurata la repubblica: convocato un grande comizio centuriato, si era deciso che mai più un re avrebbe disposto del destino di Roma.
Vennero nominati due consoli che, insieme e di comune accordo col senato, avrebbero governato la città. Intanto Tarquinio tramava per tornare sul trono e convinse Porsenna a marciare verso Roma con un grande esercito, d'altronde fino a che la dinastia dei Tarquini aveva governato, Roma,pur avendo rosicchiato territori all'Etruria, non aveva raso al suolo le sue città come era accaduto per Albalonga e molte altre. Porsenna capì che non era il caso di trascurare le vicende romane e giunse alle mura della città, cingendola d'assedio. Porsenna vinse la guerra, dettò condizioni di pace molto severe, impose fra le altre cose il completo disarmo -il ferro si poteva forgiare esclusivamente per costruire attrezzi agricoli - ma non restaurò il trono di Tarquinio il superbo e, per far riconoscere la sottomissione di Roma, si fece regalare un trono d’avorio, una corona d’oro, un manto regale, uno scettro e dei calzari, tutti simboli della regalità etrusca.
Ottenuto il successo, rivolse le sue attenzioni verso il sud, per riconquistare le colonie etrusche della Campania, allo scopo inviò il figlio Arnth contro Ariccia. Pur dotato di forze inferiori, Arnth attaccò con decisione e coraggio e, proprio quando la città latina stava per cadere, sopraggiunse un corpo di spedizione greca e il risultato fu capovolto. Arnth stesso trovò la morte in battaglia e Porsenna, distrutto, si ritirò di nuovo nella sua città. Di lui restano miti e leggende scritte dai romani nei secoli a venire che occultano certamente la verità storica, ma che sono rimaste nella nostra memoria fin dalle scuole elementari, chi non ricorda infatti la storia di Orazio Coclite o di Muzio Scevola?
Il primo, Publio Orazio detto Coclite perché privo di un occhio, difese Roma quando gli Etruschi stavano per occupare il Gianicolo, egli riuscì da solo a fermare l'avanzata, mentre i romani distruggevano il ponte alle sue spalle, impedendo in tal modo all'invasore l'ingresso in città. Temerariamente, con la spada urlando, li affrontò uno a uno senza che i loro giavellotti riuscissero a colpirlo. Quando il ponte fu distrutto egli si tuffò nel Tevere e si mise in salvo.
L'altro episodio avvenne, sempre secondo la leggenda, durante l'assedio di Porsenna quando Muzio Cordo, propose al Senato un piano per intrufolarsi nell'accampamento etrusco e uccidere il lucumone. Egli osservò il suo nemico e il segretario che distribuivano le paghe ai soldati e, quando riuscì ad avvicinarli, per un tragico scambio di persona uccise il segretario e non Porsenna. Fu catturato e portato al cospetto del re, dove, senza il minimo tentennamento, mise la sua mano destra sul braciere e ve la lasciò finché non fu completamente bruciata dicendo: ”Ero qui per uccidere te. Sono romano e il mio intento era quello di liberare la mia patria, ma ho fallito e quindi punisco quella parte del mio corpo resasi colpevole di questo imperdonabile errore”.
Da quel giorno e per l'eternità fu chiamato Muzio Scevola (il Mancino)
Tarquinio il Superbo
Alla morte di Servio Tullio i senatori trassero un sospiro di sollievo credendo che Lucio Tarquinio, con cui si erano accordati, rispettasse i patti, ma egli si sedette sul trono ancora caldo del suo predecessore senza chiedere il loro permesso. Appena preso il potere, si mostrò un vero tiranno e per questo fu soprannominato “il superbo”, proprio per distinguerlo dal primo Tarquinio della sua dinastia.
Era un uomo violento e aggressivo, negò la sepoltura di Servio Tullio, perseguitò i senatori, oppresse il popolo e con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno. Creò un regime autoritario e fu despota a tal punto da unire, per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.
La maggior parte del suo tempo la trascorse a fare guerre, avvalendosi di un esercito ormai molto numeroso, composto da qualche decina di migliaia di uomini, soggiogò tutta l'Etruria e le sue colonie meridionali fino a Gaeta. Roma aveva conquistato tutto il versante tirrenico della penisola, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, e, sotto il regno del Superbo, fu terminata la costruzione del tempio di Giove Capitolino.
Il suo regno ebbe termine in seguito all'offesa arrecata da suo figlio Sesto a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La leggenda narra che il figlio del re volle conquistare la moglie di Collatino per una sorta di scommessa tra i due a chi avesse la moglie più fedele. Un'altra versione vuole che, invece, vedendola così pudica e riservata a tessere la tela in attesa del marito, fosse preso dal desiderio di possederla e la violentò. In entrambi i casi la storia termina con Lucrezia che si trafigge il cuore con un pugnale dopo aver raccontato il fatto. Narra allora Tito Livio che Lucio Giunio Bruto, nipote del re, estratto il pugnale dalle sue carni, esclamò: «Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma» (I 59). Poi, esortò il senato ad abbattere la monarchia. È evidente che la leggenda di Lucrezia che tesse la tela richiama quella di Penelope che aspettava Ulisse, però la storia dice che per un motivo o per un altro fu proprio Giunio Bruto l’artefice della rivolta che portò alla nascita del regime di libertà (libertas) e del consolato (consolatus). In un primo momento, Tarquinio il Superbo si precipitò a Roma, deciso a difendere il potere, ma alla fine fu costretto a fuggire in esilio.
Rifugiatosi per qualche tempo a Tuscolo, morì a Cuma nel 495.
Orazio Coclite
L’esercito etrusco si dirige verso il ponte Sublicio, se il re etrusco Lars Porsenna, supremo lucumone di Chiusi, accampato sul Gianicolo, riuscirà a passare il fiume, Roma sarà sua.
All’imbocco del ponte sta un solo soldato romano: Orazio, detto Coclite perché cieco da un occhio. Ha la spada sguainata e imbraccia lo scudo, sbaraglia da solo molti nemici.
Sull’altra riva del fiume alcuni soldati romani abbattono con le scuri i sostegni del ponte. “Tagliate”, grida Orazio, poi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto i compagni. (Polibio, però, sostiene che affogò).
Roma è salva ma solo per poco, alla fine si arrende e deve consegnare parte del territorio a Veio.
Servio Tullio e l'inizio del capitalismo
Alla morte di Tarquinio Prisco, la moglie Tanaquilla, che non era stata soltanto la sua compagna ma aveva con lui condiviso i problemi di stato, dedicandosi all'amministrazione e alla politica estera, fece credere che il marito fosse soltanto ferito gravemente e, in attesa si riprendesse, lo avrebbe sostituito il figlio Servio. Era una donna colta ed emancipata e, quando riuscì a passare la corona al figlio, questi fu il primo re di Roma non eletto dal popolo. Racconta Tito Livio che “... alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina (Tanaquil) Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò a lungo il regno conquistato con l'inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo.”
Non è del tutto chiaro se Servio Tullio fosse realmente il figlio, o semplicemente un successore da lei designato, ma fu sicuramente un re illuminato che condusse e portò a termine le più importanti imprese. Prima fra tutte, la nuova cerchia di mura intorno alla città che servì a dar lavoro alla classe meno abbiente, necessitando per la costruzione la manodopera di muratori, piccoli artigiani che videro in lui un benefattore.
Roma era enormemente cresciuta anche come popolazione, il diritto al voto era detenuto solo dalla popolazione iscritta ai Comizi Curiati, come abbiamo detto, inizialmente composti dagli incaricati delle trenta curie che rappresentavano tutta la popolazione romana di trenta-quarantamila persone. Ora il numero dei residenti aveva sicuramente raggiunto almeno i centomila, così, come primo provvedimento, Servio Tullio diede diritto di voto ai libertini, cioè ai figli dei liberti o schiavi liberati, creandosi un forte zoccolo duro di proseliti, pronto ad appoggiarlo in ogni decisione. Come secondo provvedimento, abolì le vecchie curie che rappresentavano le più antiche famiglie di Roma, istituì cinque classi definite non in base alla provenienza, bensì al loro patrimonio. Gli appartenenti alla prima classe dovevano dimostrare di detenere un patrimonio di almeno centomila assi, l'ultima di dodicimilacinquecento.
Il sistema precedente era formato da un esatto numero uguale di centurie con uguale diritto di voto, ora le classi si differenziavano per numero di appartenenti e la più numerosa era proprio la prima classe che da sola deteneva la maggioranza, cosicché, anche se le altre si coalizzavano, non riuscivano a batterla. Diventò quello che oggi definiremmo un regime capitalista e il Senato poteva ben poco: Servio Tullio, pur non essendo stato eletto, aveva l'appoggio incondizionato delle classi abbienti a cui aveva dato nuovo potere e, allo stesso tempo, del popolino cui aveva dato lavoro, salari sicuri e cittadinanza.
Così amato e ammirato poté togliersi anche diversi sfizi personali, fu il primo re a indossare una corona aurea e, seduto sul suo trono d'avorio, reggeva uno scettro sormontato da un'aquila. Onde evitare di fare la fine del suo predecessore, si circondò di una guardia personale armata. Purtroppo però tutto questo non bastò e venne ucciso dal genero Lucio Tarquinio che poteva liberamente circolare nella reggia.
Tarquinio Prisco e la nascita della plebe
Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.
Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.
La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.
Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.
Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.
Lucrezia
I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.
Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.
Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.
Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.
« Nocte intempesta nostram devenit domum. »
«Venne da me nel cuore della notte. »
(Varrone De lingua Latina VI 7)
Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.
Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.
La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.
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