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unasettimanamagica

Cena di Natale

21 Dicembre 2020 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

Cena di Natale

 

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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Natale

20 Dicembre 2020 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Natale

 

Non v’è parola più dolce più piana

per ogni cuore che attende la speme

di un giorno di trepida pace

di gioia in una notte di Luce.

Ognuno si aggrappa a una stella

che guidi nel cammino alla stalla

dov’è il primo Bambino del mondo

che ogni uomo stupito circonda

di sguardi smarriti e incantati

per l’Amor tante volte donato.

Ognuno s’inchina a quel viso

al tenero e dischiuso sorriso

che affanni e dolori lenisce

e pensieri di bontà suggerisce.

Gloria Alleluia è Natale!

vibra ogni cuore mortale.

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Natale

19 Dicembre 2020 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia, #unasettimanamagica

Natale

 

 

Il Natale è una festa fanciulla,

il Natale è un ricordo lontano,

il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,

il Natale è una Grotta un po' tetra

e una Sacra Famiglia di pietra.

E' una notte trascorsa in attesa

che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa

che con poco mi faccia contento perché allora,

nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.

Il Natale cos'è diventato?

Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato

una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto

dove comprano e vendono Cristo.

Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone

tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?

Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?

Il Natale è un affetto lontano,

il Natale è una casa fanciulla

il Natale è mia madre alla culla

che mi dice il rosario pian piano,

il Natale è un antico rimpianto

e una fiaba bambina soltanto.

 

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Dossier 2090

18 Dicembre 2020 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

10 ottobre 3062

Egregio professor Cefa(lù) Pesca(tori?),

come da accordi telepatici le invio –debitamente corredati di alcune mie note esplicative in corsivo– i documenti preparatori e di consultazione sui quali intendo basare la mia tesina.

Dal momento che il mio Matter Teleportation Fax mi dà noie ultimamente, la prego di confermarmi l’avvenuta ricezione del presente messaggio.

Grazie e a presto risentirci,

Peter Pan(camo)

 

Elenco dei documenti allegati:

- N. 1 brani tratti da un giornale inglese.

- Lo slogan principale della campagna promozionale 2089-90.

- Una delle mail arrivate in Vaticano dal febbraio del 2090 in poi.

- Una delle risposte da parte del Vaticano.

- N. 1 stralci da un’intervista audio.

***

Traduzione e trascrizione parziali di un articolo uscito sul quotidiano di Liverpool «Daily Bread» il 27 gennaio 2090.

“La cosiddetta “Sacra sindrome” è il morbo psichico che ha contagiato i Paesi cattolici e consiste nel desiderio “sfegatato” di comprarsi uno o più di quei Gesù artificiali, e concepiti in laboratorio, che i biochimici vaticani hanno di recente prodotto in serie, cioè per clonazione, a partire dai vari segmenti di DNA, contenuti nel sangue rappreso che macchia da millenni la Sindone di Torino.

Sin da quando il Pontefice Prospero Rockefeller II li ha lanciati sul mercato il 25 dicembre scorso, questi Messia, figli della scienza, sono andati letteralmente a ruba. Merito della campagna pubblicitaria ideata dalla Curia romana, ma anche del prezzo, naturalmente: gli Unti del Signore “made in humanity” costano infatti trenta euro cadauno (denaro più denaro meno). Insomma una cifra per nulla esorbitante ed anzi assai conveniente (tanto che ormai quasi tutti i cattolici hanno in casa il loro bravo PC o Personal Christ!)”.

 

Lo slogan principale della vasta e capillare campagna promozionale che, scatenando ad arte la “Sacra sindrome”, fruttò alla Chiesa, tra la fine del 2089 e l’inizio del ’90, uno strabiliante successo di vendite:

“Personal Christ

e di miracoli

ne avrai un poltergeist!”

 

Da una delle numerose mail che, dal febbraio del 2090, cominciarono ad affluire in Vaticano.

“Sua Santità,

con questa mia sono ad esigere la restituzione, con effetto immediato, dei trenta euro da me investiti nell’acquisto della App. non analogica o digitale, ma biochimica, denominata “Personal Christ”. Essa si è infatti rivelata. Già, si è rivelata guasta e mal funzionante: prova ne sia che, invece di farmi risparmiare sulla spesa moltiplicando i pani e i pesci, o meglio ancora le banconote presenti nel mio portafogli, perde tempo ad annunciarmi il Vangelo.

Essendo la situazione insostenibile sul serio, rimango in attesa di sue nuove al riguardo.

 

In fede (cattolica),

Giuda Iscarioti

Via della Tamerice, 1

070430 Israeltown, Roma - Italy”.

 

Da una delle mail che il segretario del Papa, avendo ricevuto ordine di respingere in toto le richieste di risarcimento, non mancava d’inviare a coloro, ed erano sempre di più, che si lamentavano del proprio Personal Christ.

“Gentilissimo Iscarioti,

lei non sarà mai rimborsato. Il motivo? Semplicissimo: per Gesù no, ma per denaro noi preti faremmo qualunque cosa (persino immolarci per il prossimo, ad esempio, o magari opporci finalmente all’Islam fondamentalista). Dunque il denaro, e solo il denaro, ci rende davvero cristiani e degni di chiamarci uomini di Dio. Ecco perché la sua richiesta di risarcimento non verrà esaudita. Ed ecco perché, altresì, essa non può fare a meno (tanto per riprendere il suo “simpatico” giochino di parole) di rivelarsi, e soprattutto tradirsi, per ciò che realmente è: un’orrida e sacrilega bestemmia, dinanzi alla quale il mio cuore (e, ne son certo, anche quello di Sua Santità) si riempie d’una rabbia immensa e legittima, che mi spinge a risponderle, caro Iscarioti: «Anathema sit!» o, tradotto, «C’at vègna on cancher!».

In fede (cattolica),

Padre Emiliano Romagnoli”.

 

Trascrizione parziale di un audio-file, contenente un’intervista rilasciata a marzo del 2090 da un non meglio identificato parroco di Ostia Lido che, sotto lo pseudonimo di Don Melisso P., aveva pubblicato proprio allora un instant e-book di successo intitolato Cento dosi di coca prima di veder morto Gesù.

Don Melisso: Anch’io mi son trovato a rigettare, seccamente e senz’appello, non ricordo più quante istanze di rimborso o indennizzo. Tuttavia confesso che quasi la capisco questa gente inviperita, che protesta un giorno dopo l’altro, a voce o per iscritto, con tale e tanta indignazione. Infatti –come lei sa bene, Eccellenza– agli ecclesiastici d’ogni ordine e grado, il Papa ha regalato, dimostrandosi assai magnanimo, un Gesù gratuito: un Gesù omaggio! Io il mio l’ho prevosto (pardon... preposto) a farmi da sagrestano, perpetua e chierichetto. Ma non sono granché contento; a servire Messa e tener pulito se la cava persino abbastanza, se vogliamo; però quando gli chiedo di far comparire –non so... da uno dei miei cappelli– la colomba della pace o lo Spirito Santo, lui proprio non ci riesce.

Padre Claudio Cardinale (l’intervistatore; era un eminente prelato-giornalista e dirigeva il prestigioso mensile «CEI Today»): Oh martirio e dannazione, anche lei!... Ebbene, continuare a nasconderlo è inutile, oramai: dal DNA –come del resto è addirittura ovvio, se ci si pensa– è stato possibile sintetizzare, del Cristo, solo la componente umana.

Don Melisso: Ah, ecco perché i PC sono così negati per i miracoli!

Padre Claudio Cardinale (meditabondo e con un sospiro): Già, i miracoli... i mancati miracoli –che Dio, nella sua bontà, perdoni le asfissianti e petulanti pretese di risarcimento–  sono una delusione niente male per i fedeli. E anche per lei, a quanto capisco. (Dopo un attimo di silenzio e con sospetto; forse guardando storto Don Melisso) Mi dica –e glielo domando soprattutto a nome degli alti porporati che costituiscono il pubblico di «CT»[1]–, adesso che le ho svelato l’arcano, cioè la questioncella del DNA, la scandalizza molto che noi vertici vaticani abbiamo cercato di truffare il mondo per soldi?

Don Melisso: Nemmeno un po’, Eccellenza. Il denaro è la scorciatoia, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di esso[2].

Padre Claudio Cardinale: Questo sì che è Vangelo: autentico Vangelo per le mie orecchie!

Don Melisso: Ma non per quelle del mio PC, purtroppo: si figuri che, quando mi sfianco a spacciar droga ai parrocchiani per arrotondare le questue e l’otto per mille, invece di darmi una mano –una benedettissima mano, che il Signore lo strafulmini!–, insiste a blaterare parabole, ammonimenti e discorsi vari della montagna.

«Insomma, sei cieco? Hai gli impasti d’argilla sugli occhi?» – mi capita di urlargli, nei momenti di esasperazione – «Non lo vedi che abitiamo al mare?».

Padre Claudio Cardinale: Giusta osservazione. E lui?

Don Melisso: Beh, cito testualmente dall’e-book: «Lo vedo! Acciderba se lo vedo!», mi ha risposto una mattina, ringhiando di rabbia. Solo che era quello vero, non il mio PC. Sì, una mattina il Gesù vero m’è apparso dinanzi dal nulla (o forse da un cappello, finalmente!) e mentre io ancora lo fissavo a bocca aperta, frastornato com’ero dal tono furente con cui m’aveva appena apostrofato, lui si è girato di scatto ed è corso via a precipizio. Dal telegiornale ho poi saputo che era andato sul Calvario a crocifiggersi di nuovo. «Stavolta, però, in segno di suicidio!», sembra che abbia gridato a squarciagola, in preda all’accesso d’ira che lo ha colto, un istante prima di morire[3]”.

 

 

Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)-

 


[1] Abbreviazione di «CEI Today».

[2] Probabile rielaborazione del versetto biblico “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14, 6).

[3] Di morire per sempre.

Soltanto la collera può ispirare un cupio dissolvi, tale da convincere Gesù stesso a ricusare la propria natura divina ed eterna. Questa almeno è la teoria che m’impegno, sin d’ora, a sviluppare nella tesina.

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Albert & Andy

17 Dicembre 2020 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

Albert & Andy

 

C'era una volta uno scienziato di nome Albert, che passava intere nottate in laboratorio, in compagnia di Andy, il suo fidato e intelligente robot che non aveva il dono della parola, tuttavia si faceva capire. Talvolta, all'automa venivano innestati altri componenti con amorevole cura, al fine di ricevere dei potenziamenti.

I due avevano stabilito un forte legame, tant'è vero che il robot ricambiava con affetto, offrendo prestazioni efficienti, ad esempio mostrando o risolvendo complessi calcoli matematici, contribuendo quindi alle ricerche di nuovi pianeti e di civiltà extraterrestri.  
Un giorno Andy prese un bruttissimo virus che gli procurò svariati malfunzionamenti, con un conseguente stand by, dal quale si riattivava solamente per alcuni minuti per emettere dei ronzii con l'altoparlante di emergenza. Per quanto provasse, l'inventore non riusciva a "guarire" il prezioso compagno e, ben presto, fu preda di una cupa mestizia. 

Lo scienziato provò di tutto: estrasse ogni singolo componente, provando a rimontarlo con modalità diverse, sostituì i cavi, eliminò la polvere che si annidava nelle ventoline, rimaneggiò la scheda hardware… ma fu tutto inutile. Albert si disperava dolorosamente al capezzale del robotico amico, adagiato sopra un'apparecchiatura, per di più imprecando contro astronomi famosi e aggirandosi per l'intero laboratorio con i pugni in aria.

In vista delle imminenti festività natalizie, mentre un po' tutti gioivano, riscaldati dall'atmosfera briosa e  festosa, lo scienziato era caduto nella depressione. Si affidò allora alle poche preghiere acquisite da bambino durante un obbligato catechismo e le due ore di religione a scuola. E pregò, pregò incessantemente. Sì, lui che fino a poco prima non credeva in niente tranne che negli alieni e… nelle stelle. E proprio una di esse gli apparve, sfrecciando la notte del 25 dicembre, nel momento in cui si trovava sul terrazzo dell'osservatorio.

– La cometa di Halley! No, la Stella Cometa! – esclamò, correggendosi subito.

Improvvisamente l'uomo udì un’emozionante “bzzzzz!” e, non fece in tempo a girarsi, che una mano metallica gli si posò sulla nuca per accarezzargliela. Era Andy completamente ristabilito.

– La grandezza dell’Universo è pari a un granello di sabbia in confronto alla grandezza di Dio – disse Albert piangendo e abbracciando teneramente l'automa. 

 

Morale della favola: bisogna avere fede nelle proprie capacità e soprattutto Fede in Dio nostro. Affidiamoci per primo al Cielo e poi allo spazio.

 

 

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Sarà pure un'illusione ma io, almeno a Natale, voglio essere felice.

16 Dicembre 2020 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #unasettimanamagica, #adventscalender

Sarà pure un'illusione ma io, almeno a Natale, voglio essere felice.

 

Oggi è la giornata giusta per divve quarche cosa de bello e sorridente, amici miei. Er Natale è na cosa seria, nun scherzamo su li sentimenti. A prescinne si ce credemo oppure no, er Natale è na festa bella e piena de calore.

Volete dii che è tutta scena e conzumismo? Potreste pure avè raggione, ma noi de sta festa pijamose er lato bono, nun ve annoierò cor paternalismo, nun ve pijerò pe la gola, intesa come strafogamose de pasta al forno, fritti cor pollo arrosto e le patate. E manco, questa è tenerezza, aricordandove che cjavemo tutti, boni e cattivi, n core che batte dentro ar petto. No, tutto questo sarebbe facile e banale, nvece vojo solo divve  che Natale po esse n’illusione, quella de crede che la felicità esiste. E se questo nun ve basta, amici mia, lassamo perde, perché allora sì che so cazzi, perché allora sì che er futuro sarà triste.

 

(Ok, lui lo ha scritto in romanesco. Ed io, la solita editor puntigliosina, oggi mi limiterò a tradurlo, non inglese come sempre, ma nel mio vernacolo).

 

Dé, oggi è r giorno giusto per divvi varcosa di bello e ridiolo, amici miei. Natale è na osa seria, un si ruzza o sentimenti, boia dé. 

Volete dì che è tutta scena, tutto onzumismo? A prescinde se ci si rede o no, Natale è na festa bella e piena di alore. Potreste pure avè ragione, ma noi pigliamo ir lato bono, via, giù. Un vi fo du palle osì cor pippone paternalistio, un vi piglio pe la gola, intesa come strafoghiamoci di tortellini, appone e radici di Genova.  

No bellini, vesta vi è tenerezza. V'arriordo che c'abbiamo tutti, boni e cattivi, un core che batte dentro ar petto. No, tutto vesto sarebbe facile, sarebbe na ridiolaggine, invece vi voglio dì che Natale po esse n'illusione, quella di redere che la felicità esiste. E, se vesto vi un vi basta, amici miei, lasciamo perde, perché allora sì che so cazzi amari, perché allora sì che ir futuro sarà triste. Ir budello di su mà chi un è d'accordo, di siuro chi un è d'accordo è  pisano.

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Viva il caffellatte

15 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #il mondo intorno a noi

Viva il caffellatte

 

Da certi servizi, da certe interviste, sembra che l’ideale dell’italiano medio sia la brioche al bar o il pranzo al ristorante.

Ultimamente – intendo negli ultimi due decenni in crescendo – c’è stata una corsa alla “vita da aperitivo”. E, forse, - con buona pace dei ristoratori e di chi con quelle attività vive – uno stop ci voleva. Un ripensamento di questo stile di vita di corsa e superficiale. La vita da aperitivo andava fermata. Di forza, per legge.

A diciotto anni è normale ritrovarsi in baracchina per fare i soliti discorsi e le solite battute. È un bisogno di appartenenza al branco, serve a staccarsi dai genitori e a crearsi un’identità individuale e sociale. Ma non a sessanta anni. Non con questa follia generazionale collettiva.

Eterni adolescenti con lo spritz in mano. Riti quotidiani di socialità forzata, in una dipendenza da drogati che è stata sfruttata per “far girare l’economia”. Un’economia che non si basa più sulla produzione di buoni manufatti ma sul consumo di cibo, di alcol, di droga. La cultura dello sballo. La movida.

Se questa pandemia si fosse presentata nei miei mitici anni sessanta, non ci sarebbero state tante rinunce da fare.  Al ristorante si andava solo per festeggiare qualche occasione speciale. Le vacanze si facevano una volta d’estate e in Italia. Il bar era un posto da uomini che giocavano a biliardo o a carte. In palestra andavano solo gli atleti. I bambini frequentavano la scuola mezza giornata e mangiavano a casa. Il pomeriggio facevano i compiti e giocavano con i figli dei vicini.

Il lockdown c’era già e non lo sapevamo. Anzi, eravamo felici.

La nostra vita moderna è in deriva. E allora ben venga questo Natale senza sorrisi obbligati, senza pizze di palestra, senza la festa aziendale alla Filini e Fantozzi. Senza la zia che ci sta sulle palle. Senza una vuota corsa che ci sfianca ma non nutre la nostra anima. Senza bambino a karate e bambina a danza. Senza il corso di zumba per vecchi.

Liberiamoci di questa adolescenza perenne, dei bambini che nascono già grandi e vanno a mangiare la pizza con gli amici a sei anni, delle nonne con le calze a rete.

Viva il caffellatte in casa. Viva la pasta al pomodoro cucinata senza aver prima preso l’aperitivo. È buona lo stesso, sapete? Riempie comunque la pancia e non costa nulla, fa persino bene al portafoglio.

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Basstastareinsieme

14 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #cinema

Basstastareinsieme

 

Ogni anno, il momento migliore, quando sento il Natale più gioiosamente, è mentre faccio l’albero e addobbo la casa, poi, man mano che ci avviciniamo alla data fatidica, è quasi come se non vedessi l’ora che tutto finisse.

Ma quest’anno di lockdown - o semi lockdown, o autoimposto lockdown (anche interiore) - cerco di godermi di più ogni giorno.

Per me Natale non è il classico “siamo tuttipiùbuoni” oppure “bastastareinsieme”, è qualcosa di forse egoistico e infantile. Più invecchio, più vivo il Natale come se fossi una bambina. La mia stanza calda e ordinata, il cane che si riposa dopo una bella sgroppata e un bagno in un fiume gelato, i gatti che ronfano acciambellati sulla mia pancia o sui divani, l’albero e il presepe che luccicano, la televisione accesa e un plaid sulle gambe, una fetta di pandoro a fine pasto, qualche nocciolina, uno stupidissimo film di Natale americano.

Ognuno vive le cose come vuole, come le sente. Per me che sono asociale, il Natale non è la tombola di famiglia. A proposito. Ieri sera ho visto un film con Sergio Castellitto, Una famiglia perfetta, di Paolo Genovese, del 2012, (remake dello spagnolo Familia) dove il protagonista, un uomo solo, per la notte di Natale scrittura una compagnia di attori che impersonino i familiari che non ha.

Forse è così, a Natale impersoniamo tutti un ruolo, recitiamo un copione, quello della famiglia che per un giorno, uno solo, si finge felice e perfetta

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Eleganza sotto l'albero

13 Dicembre 2020 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #cinzia diddi, #moda, #unasettimanamagica, #adventscalender

Eleganza sotto l'albero

 

Il periodo è quello che è, lo sappiamo tutti, non usciamo molto, ma questo strano e tumultuoso anno ci ha fatto rivalutare l'essenziale, uno stile che non passa di moda. Come sentirci ugualmente belli ed eleganti? Lasciamo che, a guidarci verso le tendenze dell'inverno 2020/2021 e verso gli abiti da indossare o regalare a Natale, sia ancora una volta la stilista Cinzia Diddi. (P.P.)

 

 

Molti i progetti della stilista delle star, nella Collezione Autunno/ Inverno 2021 spiccano gli abiti lunghi.

Cinzia Diddi è una stilista molto affermata, tra tutte le tendenze moda A/I 2021 spicca quella dei vestiti lunghi invernali. Modelli e look di sfilata per scoprire che il long dress non è una prerogativa della sera. Con anfibi, sneakers, lupetti, cappotti sartoriali e cappelli: la sfida è tutta creativa.

Vestito lungo color Ciliegia. Una garanzia quando è la stagione invernale: è un passepartout per le feste di fine anno o per un'occasione davvero speciale… Ovviamente firmato Cinzia Diddi.

Il Covid-19 ha restituito valore alle cose e alle idee: molti stilisti, incluso Cinzia Diddi, evocano un lusso necessario, cioè una scelta ponderata e di qualità.

Qualcosa era già cambiano all'inizio dell'anno 2020, quando il mercato ha registrato un aumento di vendite/richieste di capi e accessori che non si piegano alle mode temporanee. Il lockdown ha solo catalizzato questo processo, trasformando il “classico, minimale o vintage” in un trend. Qualche esempio? Il ritorno dell’abito lungo a sirena dalle linee un po’ retrò’.

 

Lei è figlia d’arte?

Il mio è un passaggio di testimone, è la storia di una promessa! Mio padre, mio nonno, tutti provenienti da questo mondo! La mia figura di riferimento è senza dubbio mia madre, donna di grande gusto.

 

Ha vestito molti vip, curato molti film, spettacoli teatrali cosa prova ogni volta?

È sempre emozionante e stravolgente, ogni volta imparo qualcosa di nuovo.

 

Ha molti progetti per il 2021 è molto richiesta. Abbiamo visto dal profilo Instagram un progetto legato alle Barbie?

Sì,  i progetti sono molti e tutti estremamente interessanti, sto lavorando a un catalogo sulla storia di Barbie, insieme all’amico Giuseppe Cinelli, manager di Giucas Casella. Questo farà da apripista a una mostra e a una mia collezione di abiti che saranno esposti insieme all’infinità e preziosa collezione privata di Barbie di Giuseppe. Colgo l’occasione per ringraziarlo per avermi catapultato in questo magico mondo.

Saranno molte le sorprese, ma non posso anticiparvi altro.

 

I suoi abiti sono indossato da molti Vip?

Sì, ho vestito oltre 50 vip e seguito moltissimi film, infiniti red carpet e spettacoli teatrali, ma ogni volta è come se partissi da zero. Ringrazio Antonella Salvucci che ha esaltato con la sua bellezza i miei abiti.

 

 

Foto Simolo Michele

Gioielli glam confidential London

Hair Michele Spano Roma

 

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A Christmas Diary

12 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica, #adventscalender

A Christmas Diary

 

Per gli amici che ci seguono dall'estero, e che ringraziamo e salutiamo, un raccontino in inglese, basato sui miei natali di qualche anno fa.

 

December 19. Brrr, cold. I get dressed.

Warm and comfortable underpants. (Read: that is capable of curbing any sexual initiative)

Triple padded bra, able to emerge from countless layers of clothing.

Long-sleeved doggie-style wool sweater.

Turtleneck sweater worked in giant ribs with knitting needles from size 12.

Thickest tights.

Peruvian hat lined with ecological rabbit.

 

I look at my hands.

Nail curvature is from acute lung failure and there are unmistakable vertical streaks from excess bleach. I think of the Night of Perversion nail polish that I bought for the evening of the 31st. Will the golden specks creep into the furrows? The skin looks like the Gobi desert in a particularly dry season. I don't have time to put the cream on, I opt for gloves.

 

I look at myself in the mirror.

I see a flaccid being, with a mortuary pallor, bundled up in a shapeless sweater. Will I be able to transform myself into a fascinating creature in time for the party?

I go out to buy the gift for my mother-in-law. (Better get rid of bad thoughts quickly.)

In the window I see a perfume that costs € 40. I think about when she pointed out to me that her son deserved more. I'm looking for something less.

I examine a € 30 scarf. Um ... I remember the time she  announced that her son's ex-wife cooked better than me.

I propose a panettone plate for € 20, with Santa Claus fluttering in the starry sky, surrounded by snow crystals.

I phone him for confirmation. He objects that the purchase seems out of place, since this year we don't celebrate Christmas at his mother's. (I clearly catch the note of disappointment in his voice.) What's the use, he says, of a panettone dish for my mother now? Giving it to her would be tantamount to reminding her of her loss of centrality and power within the family and throwing her into a state of depression from which she would emerge only in April with the organization of her son's birthday.

And it seemed just a dessert dish to me.

At this point I remember that cologne, given to me by Aunt Severina three years ago, and thrown into the bottom of the sock drawer. I decide to recycle it to the mother-in-law and with the € 20 I buy three sheep for the crib and a sheet of rock paper.

December 20. I fill out the guest list.

 

Therefore. I

He

His daughter (Although in June she told me that the new bikini marked my hips. Grrr)

His mother

My mother

My brother

Aunt 'Melia

Uncle 'Milcare

My friend Alice. (The husband ran away in the Philippines with the maid.)

 

While I'm putting a question mark next to my stepdaughter's name, in the secret hope that she won't come, my mother-in-law calls. She says she would have thought of inviting us this year. I reply that he has been doing it for ten years. She says that she has already prepared the dough for the croutons. I reply that I already have the capon in the freezer. (It looks like the last scene of a weatern film.)

As soon as I hang up, Aunt 'Melia calls. She says she would like it if we all went to her countryside cottage  this year. Read: farmhouse sunk into thin air, wood stove broken csince 1950 and never repaired, fireplace without draft, internal temperature - 15. I'll answer, thank you, um, maybe next year.

Lastly, my brother shows up. He is sickened by all this consumerism, he says, and Christmas is just a sinister commercial operation. He is thinking of a spiritual retreat in a hermitage, with the friars cooking organic food and singing the midnight mass. For New Year's Eve, however, he is planning a trek in the Himalayas. He would really need a tent, he adds.

December 21. Aunt 'Melia calls back. She announces that her cataracts have suddenly fallen out and that Uncle 'Milcare has high blood pressure. Recommends a low-sodium menu. I think of the huge Prague ham I just bought, when my husband's ex calls. She insists that, really, this year she just can't do without her little girl. (Who is 22 years old.) I enthusiastically agree but my husband a little less.

The doorbell rings. With an acid smile, my neighbor gives me an invisible thorny plant with an asphyxiated appearance, dotted with fake ruscus’ berry and smothered by a layer of golden spray. I thank. I detach the mistletoe from the previous year from the door, refresh it under the tap, and slam it in her hands with best wishes.

December 22. My friend Alice calls. She keeps me on the phone for two hours to tell me that her husband doubts, hesitates and maybe he will come back repented to celebrate Christmas with her. I sympathize and meanwhile I think of the box of rose-shaped handkerchiefs that I bought her. I decide to replace it with a leopard-print lace thong.

Together with the thong for Alice, I choose a fire red outfit for my stepdaughter. I am tempted to ask for three more sizes, to give her the impression that I too see her  as fat. In a specialized shop, I buy a canadese (in the sense of tent) for my brother. They explain to me that this is the original used by Messner during the ascent of K2.

I mount it in the living room to see if anything is missing and find a box of condoms inside. As I check the tie rods, it occurs to me that I have not yet bought anything for Aunt 'Melia, then I remember that she can't see and I leave it alone.

Very pleased, I buy for my man a tie studded with raccoons disguised as Santa Claus, each with a comic that comes out of his mouth and screams MERRY CHRISTMAS !! Really very, very, very original.

December 23. I take down the tent to make room for the Christmas tree. I can't get it back into the special case, so I make a ball and wrap it as it is, with pickets and everything. The result is the bulkiest gift I've ever seen. When I have finished wrapping, I discover I have forgotten to remove the condoms.

I place the Christmas tree. Two and a half meters of pure polyethylene. I try to hang up three branches that broke off the previous year. They don't stick anymore and then I hide the void against the wall. I spray branch by branch with a mountain pine aroma spray. Now the tree tastes of anchovy paste and the cat appears very interested.

I weave 15 sets of flashing lights, hoping that maybe one turns on. Nothing lights up and I spend the rest of the afternoon looking for electrocuted lights. I attach all the balls (I put the broken ones behind, hanging the Burano glass bird on the highest branch, away from the cat. Standing on the ladder, I try to insert the tip. It is 55 centimeters long and has the shape of a disturbing angel with outstretched wings. It doesn't stand straight. I borrow a knitting needle from the neighbor. she hands it to me with the air of wanting to pass me through. I anchor the tip with iron and half a meter of silver wire.

December 24th. Supermarket.

I buy.

2 salami, one coarse-grained one fine-grained.

6 hg of bacon.

10 sausages

½ kg of soppressata

(Prague ham is already there)

 

I think I'll finally get rid of the hypercholesterolemic mother-in-law, then I regret it and, at the last minute, I also buy a seafood salad tray for her.

 

And also.

Caviar substitute for salmon allergic brother.

Smoked salmon for uncle 'Milcare allergic to caviar.

Frankfurters for my mother who is allergic to both.

Tortellini for broth. Nobody eats them but they are tradition.

(The capon has already been in the freezer since last year Christmas.)

Lentils. (My mom says they bring money.)

 

25th December.

 

12 noon. At the end they all came. My brother has overcome the mystical crisis already at the aperitif. My husband's ex left for the Caribbean on a charter and phoned us at midnight on the 24th, asking us from the airport if we could keep the baby.

The little girl in question is in my room, in front of my mirror, with her ear glued to my cell phone for an hour, striding out in my outfit, which unfortunately makes her look like Megan Gale's beautiful sister. She gave me a pair of red culottes that read, "Come on, old lady."

With a purple nose and shining eyes, my friend Alice drowns her sorrows in a glass of martini. Her husband decided at the last minute to see the dawn of the new year in Manila.

 

1.30 pm. I bring the capon to the table. The tip chooses this moment to plunge and pierce it exactly in the center. The cat climbs the tree and slaughters the glass bird of Burano.

 

3.30 pm. Aunt Melia has already broken, in sequence, 3 Bohemian goblets, 1 salad bowl and 2 rock crystal jugs. Now she is conscientiously sucking the nougat, while she screams in the ear of uncle 'Milcare, who is singing at the top of his voice silent night.

At the head of the table, my husband proposes a toast with a dazed air. He has five identical ties around his neck, accompanied by raccoons screaming MERRY CHRISTMAS !!

In the air there is a strange smell of anchovy paste, dates with mascarpone and burned-out lights. The cat has stolen the bones of the capon and munches them under the table. Amelia sobs with her nose buried in the sparkling wine. My mother and my mother-in-law, at the bottom of the table, squabble over possession of the only nutcracker.

I do not know.

It will be the emotion. It may be the Christmas spirit, but I feel like I'm going to cry.

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