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unasettimanamagica

#unasettimanamagica Davanti al presepe

23 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Davanti al presepe

Marcello De Santis, nato a Tivoli, 5 marzo 1939. Già funzionario di banca, oggi è in pensione. Da sempre è appassionato di poesia e letteratura, studioso in particolare di Dino Campana e il suo tempo. Negli ultimi anni, oltre a comporre in lingua, dedica il tempo a poesie in dialetto tiburtino e ha pubblicato diverse raccolte di poesie vernacolari. Quello che presento qui, tuttavia, non è una poesia ma un racconto breve in cui Marcello De Santis propone l’atmofsera magica di una notte di Natale. Trovandosi malato e nell’impossibilità di recarsi coi familiari alla Messa di mezzanotte riscopre la gioia di posare il Bambinello nel Presepe.

DAVANTI AL PRESEPE

di Marcello de Santis

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata. Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati. Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente, e incappottati con scialli e cappelli, per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due stretti stretti per scaldarsi meglio, e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il natale con noi. Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti. La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna. Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa) … e che mi prendo ancora!… … ‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spry da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero)). Ho obbedito come un suddito al suo re, e sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata! Per questo, debbo dire, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria. Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare) Le campane hanno smesso di suonare. Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tral vociare natalizio consueto di ogni natale. M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu addossata alla parete, splende la luna e brillano le stelle dorate. Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio), e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare. Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore, e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana. Eccola, la grotta, c’è la madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dal-l’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san giuseppe. Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino ge-sù, che è appena nato. So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa. La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago. … meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato. (da: pezzi di vita, inedito) marcello de santis

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#unasettimanamagica Profumo di Natale

22 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Profumo di Natale

Timida e rossa

come le mie gote giovinette

la piccola euphorbia

dall'angolo riposto

tinge di colore

la mia anima,

sommessa luce

in uggioso avvento.

Una gemma di vita e

di speranza

ha baluginato

tra le ombre incerte

delle ore mattutine

tra le foglie

ascose del tuo amore

Ho respirato

profumo di Natale.

Tratta da "Sazia di Luce"

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#unasettimanamagica Cena di Natale

21 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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#unasettimanamagica Natale

20 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Natale

NATALE

Non v’è parola più dolce più piana

per ogni cuore che attende la speme

di un giorno di trepida pace

di gioia in una notte di Luce.

Ognuno si aggrappa a una stella

che guidi nel cammino alla stalla

dov’è il primo Bambino del mondo

che ogni uomo stupito circonda

di sguardi smarriti e incantati

per l’Amor tante volte donato.

Ognuno s’inchina a quel viso

al tenero e dischiuso sorriso

che affanni e dolori lenisce

e pensieri di bontà suggerisce.

Gloria Alleluia è Natale!

vibra ogni cuore mortale.

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#unasettimanamagica The Christmas diary

19 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica     The Christmas diary

19 dicembre. Brrr, freddo. Mi vesto.
Mutande calde e comode. (Leggi capaci di frenare qualsiasi iniziativa sessuale da parte di lui)
Reggiseno con tripla imbottitura, in grado di emergere da innumerevoli strati d’indumenti.
Maglia di lana pecorina a maniche lunghe.
Maglione a collo alto lavorato a coste giganti con ferri del n 12.
Collant 250 denari.
Cappello peruviano foderato di lapin ecologico.

Mi guardo le mani.
La curvatura delle unghie è da insufficienza polmonare acuta e ci sono inequivocabili striature verticali da eccesso di candeggina. Penso allo smalto Notte di perversione che ho comprato per la sera del 31. Le pagliuzze dorate s’insinueranno nei solchi? La pelle sembra il deserto del Gobi in una stagione particolarmente secca. Non ho tempo di mettere la crema, opto per i guanti.

Mi guardo allo specchio.
Vedo un essere flaccido, dal pallore mortuario, infagottato in un maglioncione informe. Ce la farò a trasformarmi in un’affascinante creatura in tempo per il veglione?
Esco per comprare il regalo alla suocera. (Meglio liberarsi in fretta dei brutti pensieri.)
In vetrina vedo un profumo che costa 40 €. Penso a quando lei mi ha fatto notare che suo figlio meritava di più. Cerco qualcosa da meno.
Esamino una sciarpa da 30 €. Uhm… Mi viene in mente quella volta che lei mi ha annunciato che l’ex moglie di suo figlio cucinava meglio di me.
Propendo per un piatto porta panettone da 20 €, con al centro Babbo Natale che svolazza nel cielo stellato, circondato da cristalli di neve.
Telefono a lui per conferma. Obietta che l’acquisto gli sembra fuori luogo, giacché quest’anno il Natale non lo festeggiamo da sua madre. (Colgo nettamente la nota di disappunto nella sua voce.) A che serve, dice, ormai a mia madre un piatto da panettone? Regalarglielo equivarrebbe a ricordarle la sua perdita di centralità e potere all’interno della famiglia ed a gettarla in uno stato di depressione dal quale riemergerebbe solo ad Aprile con l’organizzazione del compleanno del figlio.
E pensare che a me sembrava solo un piatto da dolce.
A questo punto mi rammento di quella colonia, regalatami dalla zia Severina buonanima tre anni fa, e scaraventata in fondo al cassetto dei calzini. Decido di riciclarla alla suocera e con i 20 € acquisto tre pecorine per il presepe ed un foglio di carta roccia.
20 Dicembre. Compilo la lista degli invitati.

Dunque. Io
Lui
Sua figlia (Anche se a Giugno mi ha detto che il
bikini nuovo mi segnava sui fianchi. Grrr)
Sua madre
Mia madre
Mio fratello
Zia ‘Melia
Zio ‘Milcare
La mia amica Alice. (Il marito è scappato nelle
Filippine con la colf.)

Mentre sto mettendo un punto interrogativo accanto al nome della mia figliastra, nella segreta speranza che non venga, telefona la suocera. Dice che quest’anno avrebbe pensato d’invitarci lei. Rispondo che lo fa da dieci anni. Incalza che ha già preparato l’impasto per i crostini. Replico che io ho già il cappone nel freezer. (Sembra l’ultima scena di mezzogiorno di fuoco.)
Appena riattacco, chiama la zia ‘Melia. Dice che le piacerebbe se andassimo tutti in campagna da lei, quest’anno. Leggi: casa colonica sprofondata nel nulla, stufa a legna rotta dal 1950 e mai riparata, caminetto senza tiraggio, temperatura interna - 15. Rispondo, grazie, ehm, magari l’anno venturo.
Per ultimo, si fa vivo mio fratello. E’ nauseato da tutto questo consumismo, dice, ed il Natale è solo una bieca operazione commerciale. Sta pensando ad un ritiro spirituale in un eremo, con i frati che cucinano cibi biologici e cantano la messa di mezzanotte. Per Capodanno, invece, ha in programma un trekking sull’Himalaya. Gli servirebbe proprio una tenda, aggiunge.
21 Dicembre. Ritelefona la zia ‘Melia. Annuncia che le sono improvvisamente cadute le cateratte e che lo zio ‘Milcare ha la pressione alta. Raccomanda un menù iposodico. Io penso all’enorme prosciutto di Praga che ho appena acquistato, quando chiama l’ex di mio marito. Insiste che, davvero, quest’anno proprio non può fare a meno della sua bambina. (Che ha 22 anni.) Io mi mostro entusiasticamente d’accordo ma mio marito un po’ meno.
Suonano alla porta. Con un sorriso acido, la mia vicina mi regala un’invisibile piantina spinosa dall’aspetto asfittico, punteggiata di finte bacche di pungitopo e soffocata da uno strato di spray dorato. Ringrazio. Stacco dalla porta il vischio dell’anno precedente, lo rinfresco sotto il rubinetto, e glielo sbatto fra le mani con tanti auguri.
22 Dicembre. Chiama la mia amica Alice. Mi tiene due ore al telefono per raccontarmi che il marito dubita, tentenna e forse tornerà pentito per festeggiare il Natale insieme con lei. Simpatizzo e intanto penso alla scatola di fazzoletti a forma di rosa che le ho comprato. Decido di sostituirla con un perizoma di pizzo leopardato.
Insieme al perizoma per Alice, scelgo per la mia figliastra un completino rosso fuoco. Ho la tentazione di chiederlo di tre taglie in più, per darle l’impressione che anch’io la vedo grassa. In un negozio specializzato, acquisto una canadese (nel senso di tenda) per mio fratello. Mi spiegano che trattasi dell’originale usato da Messner durante la scalata del K2.
La monto in salotto per vedere se manca qualcosa e ci trovo dentro una scatola di preservativi. Mentre controllo i tiranti, mi viene in mente che non ho ancora comprato nulla per la zia ‘Melia, poi rammento che non ci vede e lascio stare.
Compiaciutissima, compro per il mio lui una cravatta costellata d’orsetti lavatori travestiti da Babbo Natale, ognuno con un fumetto che gli esce dalla bocca ed urla MERRY CHRISTMAS!! Davvero molto, molto, molto originale.
23 Dicembre. Smonto la canadese per far posto all’albero di Natale. Non riesco a farla rientrare nell’apposita custodia, perciò l’appallottolo e la incarto così com’è, con i picchetti e tutto. Ne risulta il regalo più ingombrante che abbia mai visto. Quando ho finito d’incartare, scopro di aver dimenticato di togliere i preservativi.
Piazzo l’albero di Natale. Due metri e mezzo di puro polietilene. Provo a riagganciare tre rami staccatisi l’anno precedente. Non si attaccano più ed allora nascondo il vuoto contro la parete. Spruzzo ramo per ramo con uno spray all’aroma di pino montano. Ora l’albero sa di pasta d’acciughe e il gatto appare molto interessato.
Intreccio 15 serie di luci intermittenti sperando che magari una si accenda. Non si accende nulla e passo il resto del pomeriggio a cercare i pisellini fulminati. Attacco tutte le palline, (quelle rotte le metto dietro), appendo l’uccellino di vetro di Burano sul ramo più alto, lontano dal gatto. In piedi sulla scala, provo ad infilare il puntale. E’ lungo 55 centimetri ed ha la forma di un inquietante angelo con le ali spiegate. Non ne vuole sapere di stare dritto. Mi faccio prestare un ferro da calza dalla vicina. Me lo porge con l’aria di volermici trapassare. Ancoro il puntale col ferro e con mezzo metro di filo argentato.
24 Dicembre. Supermercato.
Compro.
2 salami, uno a grana grossa uno a grana fine.
6 hg di pancetta.
10 salsicce
½ kg di soppressata
(Il prosciutto di Praga c’è già)

Penso che finalmente farò fuori la suocera ipercolesterolemica, poi mi pento e, all’ultimo minuto, acquisto anche un vassoio d’insalata di mare per lei.

Ed inoltre.
Succedaneo del caviale per il fratello allergico al salmone.
Salmone affumicato per lo zio ‘Milcare allergico al caviale.
Wurstel per mia madre allergica ad entrambi.
Tortellini per brodo. Non li mangia nessuno ma fanno
tradizione.
(Il cappone è già nel freezer dal Natale dell’anno scorso.)
Lenticchie. (Mia madre dice che portano soldi.)
25 Dicembre.

Ore 12. Alla fine sono venuti tutti. Mio fratello ha superato la crisi mistica già all’aperitivo. L’ex di mio marito è partita per i Caraibi con un charter e ci ha telefonato a mezzanotte del 24, chiedendoci dall’aeroporto se potevamo tenere la bambina.
La bambina in questione è nella mia camera, davanti al mio specchio, con l’orecchio incollato da un’ora al mio cellulare, che si pavoneggia nel mio completino, che purtroppo la fa sembrare la sorella bella di Megan Gale. Lei mi ha regalato un paio di culottes rosse con su scritto, “Su con la vita, vecchia mia.”
Col naso paonazzo e gli occhi lucidi, la mia amica Alice affoga i dispiaceri dentro un bicchiere di Martini. Suo marito ha deciso all’ultimo minuto di vedere l’alba del nuovo anno a Manila.

Ore 13,30. Porto in tavola il cappone. Il puntale sceglie questo momento per precipitare e trafiggerlo esattamente nel centro. Il gatto si arrampica sull’albero e massacra l’uccellino di vetro di Burano.

Ore 15,30. La zia ‘Melia ha già rotto, in sequenza, 3 calici di Boemia, 1 insalatiera e 2 caraffe di cristallo di rocca. Adesso sta ciucciando coscienziosamente il torrone, mentre urla nell’orecchio dello zio ‘Milcare, il quale sta cantando a squarciagola Tu scendi dalle stelle.
A capotavola, mio marito propone un brindisi con aria inebetita. Ha al collo cinque identiche cravatte, corredate d’orsetti lavatori che urlano MERRY CHRISTMAS!!
Nell’aria c’è uno strano odore di pasta d’acciughe, datteri col mascarpone e lucine fulminate. Il gatto ha rubato le ossa del cappone e le sgranocchia sotto al tavolino. Amelia singhiozza col naso affondato nello spumante. Mia madre e mia suocera, in fondo al tavolo, si accapigliano per il possesso dell’unico schiaccianoci.
Non so.
Sarà la commozione. Sarà forse lo spirito natalizio, ma sento che mi sta per venire da piangere.

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#unasettimanamagica Natale

18 Dicembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #redazione, #unasettimanamagica, #luciano tarabella, #poesia

#unasettimanamagica Natale

Quella che inizia con oggi è una settimana magica: ogni giorno vi proporremo un contenuto in pieno spirito natalizio, sarà come aprire la finestrella di un nostro specialissimo Calendario dell'Avvento!

Tanti auguri da tutti noi.

Cominciamo con due poesie di Luciano Tarabella, una in italiano e l'altra in vernacolo livornese

Natale

Il Natale è una festa fanciulla,

il Natale è un ricordo lontano,

il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,

il Natale è una Grotta un po' tetra

e una Sacra Famiglia di pietra.

E' una notte trascorsa in attesa

che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa

che con poco mi faccia contento perché allora,

nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.

Il Natale cos'è diventato?

Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato

una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto

dove comprano e vendono Cristo.

Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone

tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?

Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?

Il Natale è un affetto lontano,

il Natale è una casa fanciulla

il Natale è mia madre alla culla

che mi dice il rosario pian piano,

il Natale è un antico rimpianto

e una fiaba bambina soltanto.

Come ti sciagatto Ungaretti

'Un ciò mìa voglia di buttàmmi
in un grovìgliolo di strade
ciò un branco di stanchezza sul groppone.
Lasciatemi vì come un troiaio
arronzato in un cantino e dimetìato.
C'è un calduccino che è una bellezza.
E siccome ir caminetto 'un ce l'ho
m'accontento delle 'vattro capriole
di fumo der cardano.

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