unasettimanamagica
Xmas city madness
“Ho visto il Natale dalla mia bicicletta!
Il Natale in città!
Io vedo tutte le feste dalla mia bicicletta in città. Vedo il Ferragosto. Vedo San Francesco e Santa Giulia. Vedo la Pasqua e la Pasquetta, la Liberazione e i Lavoratori. Vedo il mio Compleanno. Le vedo tutte!
Il Natale lo vedo in città perché ci sono le pozzanghere. Le strade sono piene di buche e negli inverni caldi e piovosi, come ci sono in città, le buche, che forse non tappano mai perché sono beni comunali, si riempiono di pioggia. E io devo stare attento con la mia bicicletta, perché se finisco in una di quelle profonde mi posso schizzare o posso cascare in terra e finire sotto una macchina.
Quindi negli inverni caldi e piovosi della città, quando pedalo guardo sempre in terra per vedere a tempo le pozzanghere.
E allora l’altro giorno mi sono accorto del Natale! Nelle pozzanghere a Natale ci sono i riflessi delle lucine e io quelli ho visto!
Guidavo, stavo attento, e improvvisamente ho visto una fila di uccellini su un filo che parevano in fiamme! Ho alzato la testa… e c’era il Natale con le sue lucine!
A Natale a volte gli uccellini si riuniscono in nidi che brillano, o sennò stanno sul bordo di abeti sospesi per aria, o anche tutto intorno a grassi signori col cappello a pon pon!
Nelle pozzanghere poi sono proprio belli, e io mi fermo tanto a guardarli e penso…
…sembrano tante lampare che salpano su un mare nero. Penso e mi ricordo.
Mi ricordo il mare nero al molo del porto da dove il mio babbo è salpato con la lampara per andare a pescare. Tanti anni fa eh! Proprio tanti!
Gli uccellini nelle pozzanghere me la ricordano, quella notte, quando poi ritornai a casa da solo. Senza lui. Perché lui era rimasto a pescare e deve ancora tornare… o è morto o ha la barchetta piena di pesce e non ce la fa a rientrare al molo!
…un clacson… ahiò!
Mi ero incantato a guardare nella pozzanghera! In mezzo di strada! E c’era l’8 nero dietro che doveva passare!
<<Scusa 8 nerooo!>>
L’8 nero in realtà ora si chiama 8N, perché i filobus non hanno più i numeri stampati sul davanti, ma hanno uno schermo dove i numeri scorrono e sono gialli e dove ci sono scritte anche le fermate! Ma così il colore dei numeri non si vede più, perché sono tutti gialli! E invece prima l’8 nero era scritto di nero per distinguerlo dall’8 rosso, che era scritto di rosso. Ma ora c’è scritto 8N e 8R. In giallo.
L’8 nero lo devo far passare alla svelta perché fa un giro… di tutta la città! Ci metterà due ore per ogni giro! C’è gente che non ci vuole proprio salire perché sennò non arriva più dove deve arrivare… li sento alle fermate:
<<Gua’! Ecco l’8!>>
<<Ma è ir nero or rosso?>>
<<De il nero! C’è scritto 8N…>>
<<Vai allora aspetto l’Uno, sinnò ci dovento nonna sull’8 nero!>>
<<Dice c’è uno che c’è montato e ull’hanno più ritrovato!>>
<<De! Tanto settuvvòi fa ‘n giro peta perischerzo!>>
Quindi io l’8 nero lo faccio passare alla svelta e mi scuso, non vorrei che l’autista non arrivasse a casa a cena a tempo…
Riparto sulla mia bicicletta e mi guardo un po’ di Natale in città.
Ecco due operai che lavorano alacremente a sturare una fognatura. Bravi!
Ecco un vigilino che controlla se le macchine hanno messo il bigliettino del parchimetro. …Mmmm…
Ecco una vecchietta che esce dalla pettinatrice con i capelli viola e fonati! Brava!
Ecco un gruppo di giovani che parlano e ridono col bicchiere di vino in mano davanti all’enoteca di Ilio! Bravi!
Poi ecco che arrivo nel centro e c’è la piazza principale grande a rettangolo, col suo palazzone della provincia e le baracchine dei Mercatini di Natale! Giro intorno alla fontana che c’è in mezzo e mi vedo le baracchine!
C’è tanta gente che pare correre da tutte le parti! Dove vanno? Di corsa sempre!
Alcuni hanno le mani piene di sacchetti con dentro i pacchetti dei regali… qualcuno sembra un dog sitter di regali! Con sei o sette sacchetti per mano! Come se avesse dei cagnolini che non tirano, stanno buoni… ma alla fine non lo considerano nemmeno. I sacchetti pieni dei dog sitter dei regali (sei o sette per mano!) sono come dei canetti irriconoscenti per chi li porta in giro. Pronti a cambiare mano o padrone. Sono canetti infedeli!
Schivo la gente dalla mia bicicletta e giro in tondo un paio di volte per vedere cosa c’è nelle baracchine del Mercatino:… prosciutto di cinta senese… taglieri di legno d’ulivo… Ecco! Una baracchina di addobbi! … di gesso e cristallo decorati a mano o col decoupage… poi miele biologico… tessuti e lane per uncinetti… Yeee! Cioccolata calda!… al peperoncino, alla menta, allo zenzero?… Thè e tisane sgonfianti… coccetti profumati a forma di animale… lampadari di vetro… vasi di creta… guanti di lana… kashmir…
Non ci capisco molto…
So solo che ora ho caldo dopo due giri. Mi fermo e respiro forte. Sento l’aroma dolce e aspro degli alberelli che contornano la piazza.
Ma non sento musichine natalizie, non sento odore di dolci e brigidini e non vedo lo zucchero filato e quello che dà il vin brulé e le arrostite.
Però l’aroma degli alberi è buono. Ma quello c’è anche a Pasqua e a Ferragosto…
Fa troppo caldo e non esce neanche il fumo dalla bocca. Per me è meglio, ché devo dormire all’aria!
Ma forse per i bambini che aspettano un anno per il Natale… forse è peggio… Ci vorrebbe la neve! La città più bianca e più bella!
Invece è umida e nei mercatini non ci sono dolci per bambini… Però ci sono i regali dei loro dog sitter, quindi alla fine sarà un bel Natale anche per loro che sono piccoli e lo aspettano da un anno!
Riparto. La gente mulina le gambe per le vie. Sento le frasi al volo perché vanno troppo forte… a casa… ai negozi… a comprare cose… Roba da mangiare anche!
Ecco una cosa bella dei miei Natali! Il pranzo del 25 alla Mensa dei poveri! Domani ci ritroviamo tutti lì, con le signore gentili vestite di bianco come infermiere che ci portano tutte le cose buone del Natale!… i crostini (verde, rosso e coi fegatini)… i tortellini in brodo… il cappone lesso e l’arista con le patate… il panettone e lo schiumante alla fine!
Noi che non abbiamo casa e che qualcuno non sta tanto bene di testa, ci si mette tutti insieme.
Poi c’è il tavolo degli sfrattati… poi quello dei neri che arrivano dalle guerre… poi quello dei ciechi e di quelli in carrozzina che non sono con le loro famiglie… Poi ci sono tanti vecchi sparsi in qua e là…Ma il nostro tavolo è proprio bello! Forse il più bello! E’ una tavolata!
Ci sono io.
C’è Vinicio che ogni tanto sputa in terra come i cinesi!
C’è Giovanna la Matta che s’è lavata nuda nella fontana della Stazione (… è vero… l’ho vista e ho accelerato con la mia bicicletta perché mi vergognavo…) perché poi deve tornare al casino (lo dice lei, ma i casini sono chiusi dalla guerra…).
C’è Cutolo che è uno che va sulla bicicletta come me! Ma lui va piano e non gliene importa se ferma il traffico. E’ sempre un po’ silenzioso e fuma. Pare che non mangi mai. Però beve.
C’è il Noberini che anche lui è già ubriaco all’inizio del pranzo e ci declama l’ultima poesia che ha scritto. Però poi si scorda sempre la fine e allora lo pigliamo in giro. Quel rincotto!
C’è l’Ingegnere con accanto il suo carrello della spesa, con dentro tutte le sue cose. La gente crede che sia un barbone matto e basta… lo vedono che fruga nei cassonetti… ma invece lui è l’Ingegnere e sta facendo una statistica delle cose che la gente butta via. Quando lo incrocio dalla mia bicicletta spesso vedo che scuote la testa…
C’è a metà tavolo la MammaFranca con la pelliccia finta… poveraccia… aveva i soldi e i negozi ma poi è fallita. Il suo figliolo gli ha portato via tutto e è andato in Sudamerica con una fidanzata giovane!
C’è il Filippo Bellissima col megafono e con il borsone dove ci sono le regole e i consigli per i politici!
C’è più in fondo in fondo la Izzeri che discute e urla con chiunque passi da lì!
Poi su uno sgabellone bello alto c’è Mariolino, ché l’hanno buttato fuori dal ricovero e non ha trovato più un circo che gli facesse fare il Nano…
A capo tavola infine c’è la Ciucia con il suo grembiule e i capelli raccolti in una pezzola a quadri…la Ciucia che, anni e anni fa, quando il re venne in città, salì sul palco gli strizzò una guancia e gli disse: <<De! Bada vi che bèr baffino!>>
Che bella tavolata lunga! Si ride e si mangia e siamo tanti e variegati come un gelato… pare quasi che la nostra tavola parta dall’oggi e finisca nel passato.
Parte a colori e finisce in bianco e nero, come i nostri ricordi di tanti Natali e come i televisori che c’erano quando ero piccolo. In bianco e nero e con la manopola dei canali. E tre bottoni da schiacciare ché bastavano!
… riprendo il filo della giornata a pedalare e riparto! C’era un’altra volta l’8 nero dietro! Deve essere sempre lo stesso di prima che continua il giro…
Dalla mia bicicletta ora guardo il lungo mare illuminato dai lampioni. Anche qui il Natale quasi non si vede. Tira lo scirocco e senti proprio l’umido che vola per aria.
Lucine zero. Ci sono solo le luci dei lampioni, che sono belle eh!…ma servono solo per illuminare non per fare festa.
Forse perché sul mare a Natale non c’è nessuno perché non ci sono i negozi.
C’è la farmacia, ma nemmeno a un vecchietto si regalano le pasticche per Natale!
C’è il panaio, ma a quest’ora è chiuso.
Il Prosciuttaio che fa i panini, però tutto l’anno.
Un paio di pizzerie che aspettano i clienti.
Il negozio che vende i baconi, i bibi e i coreani per pescare. E si pesca tutto l’anno.
Il mare forse ha una stagione sola, non c’è bisogno di lucine a Natale. Lo scirocco ormai tira sempre… caldo d’estate… tiepido d’inverno…
Dalla mia bicicletta vado a vedere quella pozzanghera nera infinita da vicino, sulla Terrazza che ci arriva in mezzo. E’ buio e il mare non si distingue neanche un po’ rispetto al cielo. Oggi che è nuvoloso non si vedono nemmeno le stelle. Mare e cielo sono tutti attaccati a Natale, in città.
Passo accanto all’Acquario. Che è chiuso. E buio anche lui.
Non sono furbi questi qui dell’Acquario, se lo tenessero aperto scommetto che la gente verrebbe a frotte sul mare! I bambini vogliono sempre andare all’acquario! Io ci andavo tutte le domeniche e sapevo i pesci a mente! Poi il babbo è andato a cercarli da vicino, i pesci… e allora basta acquario la domenica.
Da quel giorno sono quasi finite tutte le domeniche! E’ per questo che io tutti gli anni cerco il Natale in città. Perché mi sembra anche un po’ domenica. Una domenica lunga!
Ricomincio a pedalare dal cielomare tuttattaccato che non si vede più dalla Terrazza e vado a cento all’ora con la mia bicicletta sul viale vuoto per ritornare nel centro. Ché s’è fatta un’ora e quasi quasi vado a casa!
Casa dolce casa! Home sweet home (un po’ d’inglese me l’hanno fatto fare a scuola…)!
Non è un attico o un appartamento di quelli esagerati, ma per me c’è tutto: il posto per la mia bicicletta accanto al materasso ortopedico; un pannello di eternite che mi ripara ben bene dalle infiltrazioni d’acqua del ponte che mi fa da tetto; tre lamiere ondulate che ho tinto di verde, due come pareti per tapparmi dal vento che viene giù dalle montagne e una che divide il mio spazio in un lato notte più cucinotto e in un lato cesso (rivolto verso il fiume che scorre in fondo alla scarpata).
La mia casa è sotto il ponte Gorizia, che hanno costruito anni e anni fa sul Canal Freddone, il fiume che taglia in due la periferia della città e viene giù dalle altissime montagne che fanno paura anche di notte.
Sono montagne bianche e ripide d’estate e anche ora d’inverno. Non hanno alberi ma solo rocce a picco.
Lì la neve c’è, ma i bambini non ce li portano neanche a Natale.
Lì il freddo c’è, anche con lo scirocco. Perché quell’umido di quaggiù, lì si ghiaccia e brilla alla luna.
E quel ghiaccio diventa aria che corre a volte forte insieme al fiume, nel Canal Freddone… ma io ho le pareti di lamiera e quando mi infilo sotto le coperte sul materasso ortopedico faccio delle belle dormite!
Mi sogno le stelle che non vedo per l’eternite e il ponte che sta sopra… quindi alla fine le vedo tutte le notti! Col sereno e col nuvolo!
Il ponte Gorizia è un bel posto dove vivere, anche se a volte ci sono delle brutte giornate…perché c’è gente che viene fin qui e si butta giù.
Si vede che vuol sentire il gelo che ti arriva avvicinandosi al fiume sempre più veloci…
Si vede che non ce la fa più a correre dietro a regali, bambini, donne, uomini, cani…
Si vede che è stanca di vedersi tutti i giorni allo specchio…
… o magari non hanno una casa piccola e bella come la mia!
Prego Gesubbambino, che nasce fra poco, che in questi giorni vada tutto bene.
Che in questi giorni non venga svegliato da sirene e luci blu e voci.
Che non vengano giù da me i poliziotti per chiedermi cose che non so.
Che non venga, poi dopo, l’assistente sociale che i poliziotti hanno avvertito… per me… per niente.
… come se mi volessi buttare giù io… dovrebbero andare da quelle persone che non ce la fanno più a correre e non hanno una casa piccola e bella come la mia!.
Non da me.
Anche per questo prego Gesubbambino.
…
<<Oh Massi! Ci sei?>>
E’ Jago, il mio amico che ogni tanto viene a trovarmi e mi porta cose. L’altro giorno scese sotto il ponte Gorizia con un attaccapanni! Bello!
Quest’estate con un cappotto di lana cotta che uso ora d’inverno! Bello bello!
E poi fornellini a gasbutano, tordelli al sugo e panzanelle, giornali della settimana prima, una maglia dell’Inter, mutande pulite, una gallina (mangiata la sera stessa), sigarette, e tutti questi generi di robe che per me sono importanti!
Eccolo che è sceso! Ha anche il cappello rosso col pon pon! E’ festa allora!
<<Buon Natalo Massi. T’ho portato una cosa che tu l’apprezzera’, a lo so: el vin che ho fatto nell’ultima vendemmia con Vecchjo e Stefanin! Si chiama Tarapasso! Abbiam comprato l’uva a Viterbo ma l’anno ch’ivven faremo tutto con l’uva di qua…cuscì rimane tutto fra no’ altri in famighja…>>
Mi passa una bottiglia scura con un tappo di plastica da schiumante.
<<Sta’ atento al tappo ch’ imm’è partito in cucina l’altra notta e ho trovato il maro de vin inz’el terén>>
Mi fa ridere Jago, alto magro e elegante che pare un moschettiere!
<<Oh Massi…stabbravo e salutame il fantin…>>
E se ne va. Jago. Il mio amico.
E’ Natale proprio, ora! Con il Tarapasso la festa può iniziare…
Con Gesubbambino che nasce una volta all’anno…
Con le lucine della città come uccellini sul filo…come lampare nelle pozzanghere…
Con la gente che corre dietro ai regali e non vede… non guarda…
Con i Mercatini che non vendono…
Con il lungo mare spopolato…
Con l’8 nero che deve ancora finire il suo giro…
I monti con la neve che mi fanno arrivare il freddo…
…e io che mi riparo, dormo e sogno le stelle!
E intanto questo aperitivo per aspettare il pranzo che mangerò fra poco…
<<Beevoo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!
Quando beevo son felice… anche se poi voomitoo!
Beevooo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!
Quando beevo son felice... anche se poi voomitoo!>>
Buono il Tarapasso… asprino come questa vita, come le rocce, come lo scirocco, come il cielomare tuttattaccato, come i dog sitter dei regali, come il vento nel Canal Freddone, come le anime di chi cade giù, come la lamiera arrugginita sulla mia bicicletta…
Buono il Tarapasso… asprino, iniziato e già finito.
<<Buona notte e buon compleanno Gesubbambino… stabbravo anche te…>>.”
M.
Consigli di Natale
È di nuovo Natale, tempo di valutare se siamo stati tutti più buoni, di addobbare l'albero, di ammirare le luminarie e di cominciare una disinfestazione anti-Elfi, fastidiosi esseri più o meno alti e con le orecchie a punta che finiscono per popolare le nostre case in questo periodo.
Molto più banalmente, è anche tempo di regali, e ogni anno la domanda che assilla tante famiglie è “cosa regalare questo Natale?”. Domanda sempre più diffusa negli ultimi tempi è diventata anche “come pago i regali?” e proprio in questo la mia soluzione può essere di grande aiuto: costa poco, garantisce emozioni, fa viaggiare nello spazio e nel tempo, dura a lungo e, se saprete scegliere con cura, vi garantirà eterna gratitudine da parte di chi lo ha ricevuto. Quindi, carta e penna e segnatevi questi titoli, poi di corsa dal vostro libraio di fiducia* e chiedete di procurarveli.
*Punti bonus se scegliete un libraio indipendente. Se scegliete una catena, invece degli Elfi questo Natale vi mando un gruppo di Goblin. E non volete avere nulla a che fare con i Goblin, fidatevi.**
**Dico sul serio. Se siete fortunati, vi distruggono la casa. Se siete sfortunati, ci rimangono.
Cominciamo quindi la lista (accuratamente disinfestata):
12 anni o meno:
Presumo che vostro/a figlio/a o nipote abbia già incontrato la santissima Trinità, ovvero Alice nel paese delle meraviglie, Il mago di Oz e Pinocchio. Se non lo ha fatto, inutile leggere oltre, uno a caso tra questi andrà benissimo. Se invece avete già completato il primo passaggio, per questo Natale consiglio:
La bambina che fece il giro di Fairyland per salvare la fantasia, Catherynne M. Valente, 278 pagine, Sperling&Kupfer
Visto il numero di pagine è un libro da considerare per i bambini dai 9 anni in su, a meno di lettori particolarmente avidi. In quel caso la soglia scende, ma nulla vieta a voi di accompagnare la lettura, per un momento di unione bambino-genitore (o chi ne fa le veci). Quella della Valente è una fiaba splendida, con tutti i topos letterari del caso: la figura magica (il Vento Verde) che visita la bambina (Settembre, 12 anni, nata a Omaha, Nebraska) a casa e la porta in un mondo incantato (Fairyland), e le chiede di trovare (da sola) il tesoro nascosto all'interno della foresta incantata per liberare il popolo oppresso dalla tirannica regina malvagia (Marchesa). Lungo la via che porta al successo troverà mille amici (umani e non) e avventure. Alice e Dorothy tutti in uno. Ho già detto che è il primo di tre libri? La serialità potrebbe essere intesa solo a scopi commerciali, ma se un bambino leggesse questo libro e ne chiedesse il seguito, mi precipiterei in libreria per accontentarlo prima che un maiale parlante gli faccia cambiare idea.
L'esilarante mistero del papà scomparso, Neil Gaiman, 149 pagine, Mondadori
Ho scelto questo titolo perché è il più recente, ma Gaiman ha scritto moltissimo per i più piccoli, basta una piccola ricerca in rete per trovare tutti i suoi titoli. Non fatevi ingannare dal classico “Età di lettura: da (inserire numero) anni”, Gaiman parte dal principio che un libro per bambini deve risultare piacevole anche agli adulti. Sono di parte, ma la cosa gli riesce dannatamente bene. Il commento lo lascio a Gaiman, a cui, va detto, non sono degno neanche di temperare le matite:
“Caro lettore, credo che tutto abbia avuto inizio una ventina d'anni fa, quando scrissi un libro intitolato 'Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi'. Mi sono sentito in colpa da allora. Come padre. Come essere umano. La gente leggeva il mio libro e imparava che i padri sono svagati cumuli di distrazione che sfogliano il giornale e ogni tanto mangiano una carota. Ho deciso che dovevo fare qualcosa. Avrei scritto un libro in cui un padre faceva tutte quelle cose elettrizzanti che i padri fanno nel mondo reale. Nello specifico, sarebbe andato a prendere il latte per la colazione dei figli. E inoltre, avrebbe dovuto fare le tipiche cose che si fanno quando si va a prendere il latte. Tipo sfuggire a dei viscidi alieni verdi, camminare sull'asse di una nave pirata del Diciottesimo secolo, scamparla grazie a un professore stegosauro che viaggia su una mongolfiera e, naturalmente, salvare il pianeta. Non vedo l'ora di ricevere gli attestati di gratitudine dai padri di tutto il mondo. Non appena avranno finito di leggere il giornale, ovviamente.”
Giovani Adulti:
Categoria difficile da inquadrare, si va dalla prima adolescenza fino ai venticinque anni circa, quindi occorre una certa flessibilità nei titoli, e un piccolo sforzo da parte vostra: non comprate un libro pensando che “ormai è abbastanza grande per leggere Letteratura”: se non dimostra interesse verso un certo tipo di titoli, rischiate di allontanarlo per sempre dalla lettura.
Terra Ignota. Il Risveglio. Vanni Santoni, 414 pagine, Mondadori
Terra Ignota. Le figlie del rito. Vanni Santoni, 381 pagine, Mondadori
Insieme perché dello stesso autore, il primo è narrato dal punto di vista di una bambina di undici anni che, nel corso del romanzo, cresce fino ai quattordici, il secondo è più adulto, in parte perché i protagonisti superano i vent'anni, in parte perché la posta in palio è il destino del mondo. Sono ovviamente collegati, ma sono entrambi validi anche come lettura singola, quindi non preoccupatevi di rispettare la serialità. L'autore ha spesso definito il suo lavoro come un pastiche, una fusione tra fonti alte e basse in un prodotto in grado di riunire la narrativa più popolare a quella più letteraria. Sono entrambi un'ottima scelta se volete spingere il destinatario verso letture più elevate, un passaggio intermedio, se volete. Ho parlato parecchio di Terra Ignota, anche con l'autore, quindi farò quello che ogni blogger non dovrebbe mai fare, ovvero essere autoreferenziale, e vi rimando alla mia intervista a Vanni Santoni.
Il Mezzo Re, Joe Abercrombie, 298 pagine, Mondadori
Non ho ancora avuto il tempo di leggerlo, lo ammetto, ma lo consiglio a priori perché Abercrombie è uno scrittore straordinario. Il Mezzo Re è “rivolto a un pubblico più giovane, ma spero che dia al mio gruppo di lettori fedeli tutto quello che si aspettano da un mio libro (con un linguaggio meno volgare, forse)" (si diceva di quanto siano odiosi gli scrittori autoreferenziali, quindi non vi dico da dove viene l'intervista qui citata). La trama non sembra, a prima vista, innovativa: un giovane, Yarvi, figlio di re ma nato con un grave difetto fisico a una mano, è destinato a un ruolo di consigliere e viene avviato alla carriera sacerdotale, un destino infame per un membro della famiglia reale. Fino a quando il padre e il fratello, futuro re, vengono assassinati. Salito al trono, giura vendetta, ma cade vittima di un'imboscata e finisce venduto come schiavo. Da qui dovrà cominciare la sua risalita, con la propria intelligenza come unica arma.
Abercrombie è un caratterista e si diverte a sperimentare e innovare partendo dalla struttura classica del genere, fece la stessa cosa con la sua prima trilogia, La prima legge. Siamo al primo libro, è impossibile giudicare cosa diventerà, ma come scrittore Abercrombie ha tutte le capacità di trasformare il genere con successo, e se questo inizio è valido la metà di quanto lo era Il richiamo delle spade, allora è un ottimo inizio.
Adulti:
Quattro titoli tutti pubblicati nel 2014 a coprire (spero) tutti i gusti in termini di trama e di stile:
Il sapore della vendetta, Joe Abercrombie, 796 pagine, Gargoyle
Numero di pagine impegnativo, ma non credo sia un problema. Cose che capitano quando la protagonista è Monza Murcatto, la Serpe di Talins, la Macellaia di Caprile. Pensate davvero che una donna di tale fama sia felice di essere buttata in un burrone, dopo che suo fratello è stato pugnalato sotto il suo naso, per di più sapendo che il mandante è il suo datore di lavoro e gli esecutori i sottoposti che avrebbero dovuto difendere entrambi? Io non credo. Il problema, in questo genere di situazioni, nasce quando la donna in questione sopravvive. Non sai mai di cosa sia capace. Monza, d'altra parte, ha un'idea ben precisa di cosa fare. Sette nomi, da depennare uno alla volta. Ma con calma, perché la vendetta si serve fredda.
È il romanzo migliore di Abercrombie in Italia, a mio parere, in attesa di Red Country, in arrivo nei prossimi mesi sempre per i tipi di Gargoyle. Sangue, violenza, linguaggio volgare e tanta cattiveria in una trama di vendetta in perfetto stile Il Conte di Montecristo ambientata in un mondo ispirato all'Italia rinascimentale.
La ragazza meccanica, Paolo Bacigalupi, 408 pagine, Multiplayer.it Edizioni
Bangkok, in un futuro lontano un paio di secoli. Niente più petrolio o carbone, il carburante principale di questa nuova era sono le calorie, i computer sono alimentati a cyclette, le fabbriche da dinamo fatte ruotare da elefanti modificati geneticamente. E tutto ha un prezzo, come sempre e ancora di più in questo futuro impoverito dalla mancanza di risorse e dipendente dall'ingegneria genetica.
I temi ambientalisti sono l'asse portante di questo romanzo che si distingue non solo per il modo in cui vengono portati in primo piano, ma anche per lo straordinario lavoro di worldbuilding dell'autore: fin dalle prime pagine si è catapultati nel caos organizzato di un mercato di Bangkok e si viaggia attraverso il traffico cittadino, iniziando a familiarizzare con i luoghi del romanzo. Non è un romanzo straordinariamente letterario, ma neanche una lettura facile, ogni pagina è fondamentale allo svolgimento, ogni scena ha significati molteplici, ogni passaggio svolge almeno due o tre diverse funzioni narrative. Un romanzo molto denso e complesso, che smuoverà tutti coloro interessati al destino climatico del pianeta.
Ancillary Justice. La vendetta di Breq.; Ann Leckie; 377 pagine, Fanucci
Ho letto questo libro in lingua originale circa un anno fa e, subito dopo averlo concluso, la mia testa ha inviato due pensieri, in questo ordine: uno, "Devo rileggerlo subito" e due, "In Italia non arriverà mai". Ringrazio Fanucci per avermi smentito. Non ho ancora scritto una recensione a causa dei tanti impegni di questi giorni e quindi non voglio anticipare troppo, ma è anche un libro troppo complesso per trattarlo in poche righe.
Justice of Torren è un'astronave dotata di una Intelligenza Artificiale al servizio della cultura Radch. Justice of Torren è una nave militare il cui scopo era portare le truppe di questa superpotenza iperaggressiva in giro per lo spazio per scopi espansionistici. La cultura Radch è fortemente gerarchica, e si basa sulla totale obbedienza e sottomissione, unita a una stretta sorveglianza della popolazione. Tutto quanto non appartiene alla cultura Radch è incivilizzato per definizione e deve essere riportato all'interno dei confini per potere essere considerato umano. Molti oppositori vengono catturati e le loro personalità vengono cancellate e sostituite con quella della IA. Dopo questo processo non vengono più riconosciuti come umani e vengono definiti Ancelle.
La storia parte da una domanda semplice in apparenza ma a cui è difficile rispondere: cosa succede quando una intelligenza abituata a muovere in sincronia centinaia di corpi e svolgere centinaia di funzioni in contemporanea rimane intrappolata in un singolo corpo?
Non voglio aggiungere altro, ma è un'esperienza di lettura straniante, il punto di vista è quello della IA, e tanti comportamenti da questa osservati sono inspiegabili (per lei), tutti i pronomi usati dalla IA sono al femminile, perché la cultura Radch è priva del concetto di genere, e tanti altri particolari, non ultimo il fatto che la narrazione non ha una linearità temporale.
All'estero sono stati usati tanti aggettivi per questo romanzo, un successo enorme sia in campo commerciale sia con la critica, tutto meritato.
Cose Fragili; Neil Gaiman, 368 pagine, Mondadori
Altro nome che ritorna in questa lista, altro libro letto tempo fa, una raccolta di racconti che attraversa tutta la carriera di Gaiman, dai tributi ai grandi del passato (Uno studio in smeraldo, ispirata ai personaggi di Arthur Conan Doyle e alla mitologia di H.P. Lovecraft) fino a racconti scritti per occasioni speciali, L'uccello del sole, nato come regalo per il diciottesimo compleanno a sua figlia Holly, un racconto commissionato dai produttori di The Matrix e finito in rete una settimana prima del lancio del film nelle sale (Golia), una novella centrata su Shadow, protagonista dell'indimenticabile American Gods, (ambientata alcuni anni dopo le vicende del romanzo), e tanto altro ancora. Ogni racconto è un pezzo della magia creativa di Gaiman, mai banale, sempre in cerca di una storia da raccontare, la raccolta è il frutto di tanti anni di scrittura di uno dei più grandi autori di genere esistenti.
Se non è Letteratura io non
Conosciamo tutti persone di questo tipo, nei casi peggiori un misto di saccenteria e arroganza letteraria rinchiusi in un unico corpo, nei migliori sempre i primi a proporvi libri che non leggerete mai e poi mai. (Segue momento catartico in cui realizzo di appartenere a questa categoria.) Ai casi migliori, non importa quale libro compriate, loro lo leggeranno. Saranno anche brutalmente onesti nel dirvi quanto fosse orrendo, ma almeno il vostro regalo non sarà inutile. Nei casi peggiori, quando avete a che fare con saccenti arroganti raffinatissimi intellettuali, le difficoltà aumentano, in particolare quando scegliete il fantastico. Sono le classiche persone che non leggerebbero mai un romanzo per bambini, sono interessati al reale, non al possibile, né all'impossibile. L'unico tipo di fantastico accettabile è quello di Cortazar, Saramago, Garcia Marquez, Bolaño, Borges, un filone che, escluso proprio Borges, viene chiamato Realismo Magico. (Non pensavate che la scelta del fantastico era una forma di apertura all'irrealtà, vero?) Se dovessero protestare, ditegli che anche Nuovi Argomenti si è dato alla fantascienza, quindi anche loro potrebbero provare qualcosa di nuovo.
L'ultimo ballo di Charlot, Fabio Stassi, 279 pagine, Sellerio
Libro consigliato a priori perché scritto con una sensibilità unica, racconta l'ultima sfida di Charlie Chaplin, la scommessa con la Morte: se riesce a farla ridere, Chaplin guadagnerà un altro anno di vita, un anno da passare con il proprio figlio, ancora giovane e impreparato ad affrontare la perdita del padre. Chaplin usa il tempo così guadagnato per raccontare la propria vita in una lunga lettera, il cui destinatario è proprio il figlio tanto amato, che lentamente inizia ad accettare la futura perdita, ormai inevitabile. È un Chaplin goffo e impacciato quello che balla e canta con la Morte, ma è una Morte diversa da quello che ci potremmo aspettare, piena di compassione, di pietà, di risate e di vita.
Fabio Stassi è stato definito il più sudamericano degli scrittori italiani, e non è un caso se tanti dei suoi modelli siano proprio sudamericani (e per pura coincidenza, i nomi da me citati prima più alcuni altri). Se il destinatario del vostro regalo è un appassionato di cinema o di letteratura sudamericana apprezzerà sicuramente.
Tito di Gormenghast, Mervyn Peake, 545 pagina, Adelphi
Non poteva mancare il capolavoro della letteratura gotica del '900, in questo primo libro della saga di Gormenghast, mai completata a causa della prematura morte dell'autore. Un mondo parallelo, Gormenghast appunto, che in verità è un castello di enormi dimensioni, mai esplorato per intero dai suoi abitanti. In un turbinio di immagini Peake mostra un mondo statico e decadente, un mondo di cui non esiste un esterno ma solo un interno, dove non esiste natura e dove la nascita di una nuova vita, Tito di Gormenghast, erede del titolo nobiliare e futuro reggente del castello, porta un cambiamento inaspettato e spaventoso.
Questa serie è uno dei capisaldi della letteratura fantastica di fine '900 e ha ispirato un buon numero di scrittori negli anni successivi, in particolare quelli che si riconoscono nella corrente New Weird, una delle forme di fantastico contemporaneo più letterarie ma che non ha avuto riconoscimenti da parte della critica italiana, se non quella specializzata.
La macchina morbida, William Burroughs, 222 pagina, Adelphi
Burroughs è un mostro sacro della letteratura, Il pasto nudo è tra i più noti romanzi del '900, ma non altrettanto note sono le due trilogie scritte dallo stesso autore, The Nova Trilogy e The Red Night Trilogy. La macchina morbida è il primo romanzo della Trilogia della Nova. La linea narrativa è la stessa del Pasto Nudo, un viaggio nei più oscuri recessi dell'immaginazione umana tra odio, esaltazione, povertà, guerra, burocrazia e dipendenza, un luogo dove non esistono santi e tabù. Un titolo particolarmente indicato per i più integerrimi difensori della Letteratura.
Antologia della letteratura fantastica, Jorge L. Borges, Silvina Ocampo, Adolfo C. Bioy, 538 pagine, Einaudi
Il fantastico secondo Borges, una raccolta di settantacinque racconti, alcuni di autori che mai assoceremmo alla letteratura fantastica, pubblicato per la prima volta nel 1940 dall'idea di tre amici, Borges, Bioy e la moglie di quest'ultimo, Ocampo, la raccolta intende rompere con la tradizione realista della letteratura degli anni '30 per lasciarsi guidare dall'immaginazione ma che, allo stesso tempo, rifiuta la vena gotica che contraddistingueva il filone horror tipico dell'epoca vittoriana e poi diffusosi nel resto d'Europa nel secolo precedente, fatto da nomi anche molto noti della letteratura ottocentesca, come Guy De Maupassant ed Emile Zola. Borges, come era solito fare, rompe con questa tradizione e indica una nuova via, via che percorse poi in tutta la sua carriera narrativa in prosa. Questa antologia confezionata da lui e dai suoi due amici raccoglie molti degli autori che negli anni successivi ispirarono i suoi racconti.
Dicembre: apparecchiamo le nostre pance
Finalmente è arrivato. L’ultimo mese dell’anno con le giornate più corte, le piogge improvvise, l’odore delle caldarroste agli angoli delle strade, i passi frettolosi di chi torna a casa, con i buoni propositi per il nuovo anno, con i bilanci di quello appena trascorso. Ah, Dicembre… fa tanto “casa dolce casa”: con le prime nevi sui monti, le vetrine addobbate, le vacanze imminenti. Dicembre è anche il mese dove si mangia di più, dove si continua a ripetere “da domani a dieta!” (ma si tratta, ovviamente, di un imprecisato giorno di un ipotetico anno solare) ma si mangia tanto e quanto il giorno prima, dove anche quando non ce la si può fare… l’arancina della nonna la si deve mangiare! E ricordiamoci: il mangiare è fimmina, preparato da fimmine, che siano esse casalinghe o monache.
Dopo di che, ti sentirai sbutriato ma sarai enormemente, incommensurabilmente, F-E-L-I-C-E.
Sbutriato: questa parola siciliana mi ha affascinato fin dalle prime volte che ebbi modo di sentirla da un cugino di mio marito che, dopo luculliani pranzi festivi, intercalava ogni momento con un Raffaè, tutto a posto? a un Raffaè, oggi la finiremo sbutriati. Ho chiesto agli amici dello StrEat Palermo Tour una consulenza culinaria-lessicale e così ho avuto modo di verificare il possibile significato della parola. Affermano che, considerate le origini anche spagnole del siciliano, ci potrebbe essere un’assonanza con la parola buitre che in italiano si traduce con avvoltoio, mangiare come un avvoltoio. Dunque comer como un buitre = que comes mucho y en poco tiempo. Puede ser que también porque no aprecies la comida ni el sabor. Solo quiere comer. E nel caso siciliano si mangia per apprezzare pranzi, cene, merende e pure prediligendo il gusto. Perché per i siciliani, scrive il Basile, la cucina è cultura e soprattutto piacere. Ed è il nostro professore a risolvere ogni dubbio. Ha gentilmente risposto alla domanda rivoltagli e così sappiamo che all’infinito (tempo verbale) il termine fa “sbutrari, cioè mangiare avidamente. Secondo il professore Giarrizzo viene da un termine greco che indica la pancia gonfia.”Ma secondo il Basile c’è una connessione anche con il termine buturu, che in siciliano è l’avvoltoio. Ovvero lo spagnolo buitre.
Non so a voi, ma a me è venuta fame solo a pensare.
Quali sono gli appuntamenti dove onoriamo, con una ricca tavola imbandita, i Santi della tradizione?
La Sicilia è così variegata che un aspetto del suo essere può brillare di luce diversa anche se ci si sposta di mezzo chilometro. Uno di questi aspetti è il cibo. Ecco quali sono le date che dovete segnalare alla vostra pancia, se volete venire a Palermo a dicembre:
8 dicembre – Immacolata Concezione
13 dicembre – Santa Lucia
25 dicembre – Natale
31 dicembre – Capodanno
La festa dell’Immacolata Concezione, la Festa della Madonna, a Palermo si festeggia con la solenne processione che dalla Chiesa di San Francesco D’Assisi porta alla piazza antistante la Chiesa di San Domenico passando da via Roma. Nella piazza c’è una colonna di marmo eretta grazie alle spese sostenute da Carlo VI d’Austria. La statua fu modellata da Giovan Battista Ragusa.
La sera prima, il 7 dicembre, si usa mangiare lo sfincione.
Lo sfincione è il tipico cibo da strada. Lo si trova ovunque, in panificio come pure sotto casa mia, dove passa la domenica mattina il tipo con carretto ambulante. La parola deriva dal latino e significa spugna. È una sorta di focaccia molto alta e morbida, spugnosa appunto, e molto simile alla pizza. Si condisce con cipolle, aggiughe, pomodoro, origano, pangrattato e caciocavallo. Alcuni hanno l’ingrediente segreto: il provolazzo, la polvere della strada, condimento per alcuni imprescindibile e ricco di gustosità variegate. Potrete assaggiare questo gustoso elemento tipico dello street food prenotando il tour con Marco.
Nella mia famiglia lo prepara quel grande uomo di mio suocero.
Per me resta e resterà il migliore. Ha il sapore della lentezza, delle cose fatte in casa con tempi e modi regolati da questa grande persona. Grande uomo. E grande fame. Perciò vi lascio e vado a mangiare che è beddu cavuru!
/http%3A%2F%2Fbedandbreakfastpiccolasicilia.files.wordpress.com%2F2014%2F12%2Fschermata-2014-12-07-alle-17-57-37.png)
Dicembre: apparecchiamo le nostre pance!
Finalmente è arrivato. L'ultimo mese dell'anno con le giornate più corte, le piogge improvvise, l'odore delle caldarroste agli angoli delle strade, i passi frettolosi di chi torna a casa, con i b...
Natale alle vele
Luisella apre gli occhi, se li stropiccia.
Cos’è quella lucina intermittente che rompe il buio attraverso i vetri?
I gemelli dormono ancora, il respiro è pesante. Prende uno straccio dal comodino e asciuga dal mento di Pinuccio il rivolo di bava che ha inumidito il cuscino. Poi allunga una mano attraverso il suo corpo e afferra la vecchia sveglia: le sei, è ora di alzarsi. Scavalca a fatica il corpo di Giannino e con un sospiro cerca di mettere le gambe gonfie di vene bluastre giù dal letto. “Comme so’ cresciute ‘sti criature”, bisbiglia, “n’ato poco e nun ce trasimmo cchiù int’ a ‘sto lietto tutte e ttre”.
Un gesto automatico, preme l’interruttore, ma la luce non si accende: “Ah…” Sospira. Guarda le bollette sul tavolo di formica, scadute. Sospira ancora, non sa quando potrà pagarle.
Accende la candela. Strusciando le ciabatte, si accosta ai vetri; le lucine continuano a creare piccoli bagliori alternati: un filo di minuscole lampadine colorate dondola appeso ai pilastri del pianerottolo. Qualcuno si è ricordato che domani è Natale e ha voluto mettere un segnale anche in quell’inferno.
È presto, ma la giornata si presenta già cupa, gonfia di pioggia che batte e ricade sui ballatoi interni, schizzando ovunque e lasciando pantani d’acqua nerastra.
Pensa al suo vicolo, Luisella, agli odori acuti che si spargevano nell’aria nei giorni di festa, alla voce del venditore di pesce, con il bancone pieno zeppo di capitoni, lupini, vongole e cozze profumate di mare. E agli effluvi di aceto delle papaccelle che traboccavano dagli scaffali del baccalaiuolo.
Ha vissuto a lungo in quel vicolo, Luisella, con occhi inariditi e incendiati da lacrime, ma anche brillanti di una gaiezza maliziosa e misteriosa; uno di quei vicoli dove i “bassi” neri e miseri possiedono angoli illuminati da brandelli di sole; dove nelle notti d’estate un coro di fiati striscia lieve lungo i muri scrostati e anneriti dei vecchi palazzi e avvolge i corpi sudati abbandonati nel sonno.
Lì, in quel budello scuro e umido, la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la pietà e la ferocia, sono voci così confuse tra loro, che non riesci più a distinguere bene e male, fortuna e sventura. La strada è casa, e la gente, onda del mare, quel mare che da lontano regala il salmastro a bruciare la pelle.
È stata felice in quel tempo, senza saperlo, abbandonata ai sogni di una giovinezza aspra che lievemente scivolava nella maturità.
Bastava poco, qualche metro di strada e si trovava in Via Toledo: colori, traffico delle automobili, negozi con le vetrine che invogliavano agli acquisti, l’afflusso dei suonatori ambulanti, il susseguirsi dei manifesti pubblicitari sui muri degli storici palazzi d’epoca e la folla vociante che sembrava sempre in festa.
Ora vive un altro mondo.
La candela si è spenta, prende un altro fiammifero e la riaccende, versa un po’ di cera in un piattino sbrecciato e vi poggia il moccolo quasi consumato. Si prepara il caffè nella moka annerita; lo fa lungo, il barattolo è quasi vuoto. Poi si siede accanto alla finestra, le ombre della notte si stanno diradando, qualche striscia bianca attraversa il cielo livido; ne intravede qualche spicchio tra i pilastri del ballatoio. È lo stesso cielo che la luna illuminava nel vicolo, quando, dalla finestrella della sua casa a pianterreno guardava in alto nelle sere d’inverno. Ora non guarda più in alto. Sorseggia piano la bevanda marroncina e amara. Zucchero ce n’è poco, serve per il latte dei gemelli.
Prima di uscire, dà uno sguardo a quelle due sagome immobili: dormono, sa che non si sveglieranno ancora per molte ore, rimbocca le coperte e stira con le mani la piega del ruvido lenzuolo di canapa, macchiato di ruggine.
Percorre il ballatoio, discende le ripide scale a cielo aperto, gli ascensori guasti sono ormai depositi di rifiuti; schizzi di pioggia passano attraverso i buchi del vecchio ombrello con le stecche che spuntano fuori; attraversa scheletri di giardini, passa in fretta davanti ad androni bui e scuri, schivando le “stanze del buco” e pilastri come mostri di cemento. Cento anni sulle spalle, ricordi sbrindellati negli occhi spenti, il peso di un corpo sfatto dai parti e dalla fatica.
Ha sposato il suo Salvatore, una vita fa: “Andiamo a vivere in un quartiere nuovo”, le aveva detto lui, “avremo una casa tutta nostra, con balconi e giardini per i bambini, niente più bassi, niente più vicoli stretti e scuri”. Ed era partita, ancora vestita da sposa, coi barattoli di latta che rotolavano dietro alla macchina che correva verso un infinito sconosciuto.
Ha avuto cinque figli. Tre sono morti nei primi anni di vita, sono sopravvissuti solo i gemelli, due esserini col corpo molle e la testa ciondolante. E a Salvatore è scoppiato il cuore, l’ha lasciata sola in quello strano quartiere nuovo, Le Vele, un nome che ricorda il mare, ma che del mare non ha neanche gli abissi più profondi.
Cammina per Viale della Resistenza, la strada è ancora mezza vuota, sta attenta a non calpestare cocci di vetro e siringhe sparse tra i residui d’erba inaridita.
Un tempo aveva un lavoro, Luisella, per anni si è spezzata la schiena sui pavimenti delle case dei signori al Vomero e sulle scale di uffici e cliniche. I gemelli glieli guardava l’anziana madre; poi la vecchia è morta, e lei ha dovuto abbandonare quelle attività faticose ma che le davano da vivere. Ora si arrangia col sussidio del patronato e con i pochi spiccioli che guadagna facendo la sirengaia. Ogni mattina gira per il quartiere a fare iniezioni, cinque euro ognuna, ma l’aiutano ad andare avanti e a far da mangiare a quei poveri disgraziati dei figli suoi.
Persa nei pensieri, non si accorge di essere arrivata alla prima Vela di via Labriola, la sorpassa, poi torna indietro. Arranca per le scale, ogni tanto si ferma per prendere fiato, tossisce.
All’ultimo piano, sul ballatoio uguale al suo, si somigliano tutti quelli dei mostri di cemento a Scampia, suona il campanello della prima porta. Apre Concetta, un donnone di un metro e ottanta, non ha ancora quarant’anni ma se li porta male, come tutti quelli che non hanno mai avuto tempo né voglia per la spensieratezza: i capelli striati di grigio, il corpo già sfatto, il doppio mento e un reticolo di rughe attorno agli occhi e alle labbra:
“Uè, Luisè, hai fatto tardi. Lo sai che la signora mia s’incazza se non arrivo puntuale”.
Fa lo stesso lavoro che un tempo faceva lei, va a servizio, e guadagna bene perché i suoi padroni sono ricchi e generosi. Luisella entra in cucina, sulla credenza, un piccolo albero di Natale. È da un tempo infinito che lei non lo fa più, da quando Salvatore se n’è andato, in quella torrida notte d’estate:“Tanto i gemelli neanche se ne accorgono”, pensa.
Apre lo scatolo dei medicinali già pronto sul tavolo, prende una fiala, la sbatte un po’, poi la spezza e riempie la siringa, controlla che non ci sia aria e con un batuffolo di ovatta imbevuto di alcool in una mano, si gira verso Concetta. La donna è già pronta, la natica bianca e molliccia scoperta. Un attimo, qualche secondo e tutto è finito.
“ Sì sempe brava, Luisè, tieni ‘na mano ch’è ‘na piuma. Manco me ne accorgo quanno butti l’ago int’a coscia.” Luisella sorride, piccole soddisfazioni.
Concetta apre il borsellino, prende cinque euro e glieli mette in mano, poi ne prende altri cinque e dice: “Questi sono per Natale, accatta qualcosa per le creature”. Le “creature” hanno quasi vent’anni, ma nessuno se ne ricorda, e neanche lei.
“E questo è per te”, aggiunge, prendendo un panettone dalla credenza. Luisella arrossisce, ringrazia, ed esce a testa bassa.
Nello stesso edificio, tre piani più sotto, c’è ‘o scugnato, sessant’ anni, magro, basso, senza neanche un dente, il viso scavato e la bocca che sembra una ferita. Ha la bronchite da un mese e non può portare il pane casa per casa come fa di solito. Ex carcerato, è uscito dal “giro”, si arrangia, fa il garzone per il fornaio e, quando serve, aiuta l’unico pizzaiolo del rione. Vive con una sorella zitella che fa la bidella nella scuola elementare. È tifoso della Juventus, e per questo ha anche abbuscato più di una volta dagli ultras del Napoli.
Anche da lui Luisella si sbriga in fretta: fa l’iniezione e scappa via; le dispiace un po’ prendere i cinque euro da ‘o scugnato, ma poi pensa che la sorella guadagna bene e che lei non può proprio permettersi di rinunciare a quei pochi spiccioli.
Fa ancora un giro nell’edificio accanto, compra le verdure per i gemelli e poi ritorna verso casa. Le gambe le fanno male, se le trascina a fatica. Ha smesso di piovere ma si è alzato un forte vento che solleva foglie secche e cartacce sporche.
Sul ballatoio di casa viene avvolta da un forte odore di fritto: “Ninuccia sta preparando il pranzo della vigilia”, pensa e sospira. Per lei sono solo lontani ricordi.
I gemelli dormono ancora. Si accosta al letto e li sveglia con una carezza, poi li scopre, hanno il pannolone fradicio di urina; il fetore invade la stanza. Li lava, li cambia e poi, uno alla volta, se li carica sulle spalle e li sistema sul seggiolone. Apre la finestra per far passare un po’ d’aria ma un colpo di vento la fa sbattere e un vetro si rompe. “E addò ‘o trovo mò, a Natale, uno che me lo acconcia?” Cerca un pezzo di cartone e prova a rattoppare il buco. Raccoglie i frantumi sul pavimento, i gemelli brontolano, hanno fame, emettono suoni rauchi e si sbavano schioccando la lingua.
Riscalda il latte, vi scioglie dei biscotti e uno alla volta, li imbocca, mentre loro sbattono le mani a pugno sul ripiano del seggiolone. Li sistema davanti al vecchio televisore, poi si ricorda che non funziona perché non c’è la luce e allora dà loro dei pezzi di carta da tagliuzzare, è il loro passatempo preferito; lei, alla luce della mezza finestra, si siede a rammendare.
Fa buio presto d’inverno, e le ore passano veloci.
E’ già sera, prepara il passato di verdure per i gemelli e poi li mette a letto.
Lei non può guardare neanche un po’ di tv, ma pensa che intanto i programmi natalizi le mettono tristezza. Sbocconcella una fetta di panettone, è la sua cena. Fa freddo, dalla porta e dalla finestra rattoppata di cartone entrano spifferi d’aria gelida. La fiammella della candela oscilla. Non funziona neanche la stufetta. E allora pensa di accendere tutti i fuochi del gas e anche il forno, che lascia aperto: faranno un po’ di luce e un po’ di calore.
Si spoglia, infila la camicia di flanella, mette le calze di lana e si sdraia in mezzo ai gemelli. Li tira accanto a sé, così stretti sentiranno meno freddo.
Chiude gli occhi, le sembra che le pareti si stringano; intravede un azzurro lontano, ma è solo un ricordo atroce vicino ai bagliori rossastri delle fiammelle che ardono nella stanza; i muri si accostano sempre di più, formano un pozzo viscido e nero, vede, al di sopra del soffitto, la notte e lo strazio che imperversa fuori. È talmente stanca che vorrebbe che il corpo sprofondasse. I ricordi si affollano brucianti, ma non scaldano. Un colpo di vento più forte, il cartone si stacca dal vetro, i fuochi si spengono. Non se ne accorge, la mente sta viaggiando; passa dal nero cupo al giallo di un sole lontano, dall’angoscia mortale ad una gioia folle, troppo grande da contenere. Come pesano gli occhi! Cerca di aprirli, intravede le pareti che schiacciano, ma ora si sente leggera, vola, oltre i muri, oltre i ballatoi puzzolenti, con i suoi gemelli per mano. Forse domani sarà tutto come ieri, forse i fuochi che vanno in cenere diventeranno sole.
Il nostro nuovo forum, più un piccolo inedito.
Salve a tutti dalla Redazione e da me che sono l'amministratrice del blog
Vi segnaliamo l'apertura di un nuovo forum, collegato a questo sito.
Potete iscrivervi, partecipare alle discussioni o crearne di nuove. Gli argomenti trattati saranno attinenti ai post del blog ma non solo.
In questo periodo non potevano mancare alcune riflessioni sul #Natale.
Come sarà il vostro? Deprimente, economico, da disoccupati, allegro, solitario, religioso, ateo? Siete allergici alle feste o vi fate contagiare dalla corsa ai regali e dalla magia del vecchietto con le renne? Avete già pensato al menù e a chi invitare? Preferite il presepe o l'albero? Il panettone o il pandoro?
Raccontatecelo, aspettiamo i vostri contributi. I più interessanti saranno pubblicati sul blog.
A noi di signoradifiltri piace immaginare un Natale semplice ma ricco di valori e di atmosfera, senza centri commerciali e file alle casse ma con il buon odore del muschio e delle pigne, con il calore di un ciocco che scoppietta in un camino a illuminare le facce di bambini felici per cose piccole piccole.
Avendo deciso di dedicare la settimana ad argomenti che, appunto, richiamano il Natale - con il nostro mitico hastag #unasettimanamagica - ho pensato anch'io di proporvi un piccolo brano tratto da un inedito che sto scrivendo. Eccolo:
"Ha chiesto di voltare il letto, Loris, non gli interessa più l’albero che sua madre ha finito di addobbare meglio che ha potuto. Lei ha fatto l’albero di Natale come fa tutte le cose, senza passione e per dovere. E lui non lo vuole vedere, preferisce il cielo lattiginoso di queste giornate corte, le cime degli alberi che si muovono nel vento. Gli piacerebbe che fosse già estate, poter scendere al mare, immergerci le caviglie. Ora sa che non sarà più possibile, l’ha capito dal dolore che gli mozza il respiro e si fa sempre più insopportabile soprattutto la notte. E l’ha capito da tante piccole cose, dagli occhi di mamma, dal pomo di Adamo di babbo che va su e giù, dalla mano di Zia Rosi che lo accarezza in silenzio. Il suo corpo rifiuta il cibo, lo stomaco rigurgita, di tornare a scuola non se ne parla più.
Loris prova a immaginare come sarà da morto ma non ci riesce. Pensa che ritroverà il nonno ma non ne è poi tanto sicuro. Vorrebbe chiedere aiuto a mamma e babbo, vorrebbe che non fosse proibito parlare di morte. Sarebbe un conforto, si sentirebbe meno solo, meno spaventato. È come affrontare un esame e non poterlo dire a nessuno, non poter dire ad un amico o alla famiglia, ehi, sai, domani ho l’esame di storia e me la faccio sotto perché non sono preparato. Lui non è preparato a morire. Ha paura che il dolore sia fortissimo, ha paura di soffocare, ha paura di rimanere solo e sperduto chissà dove. E non vuole rinunciare alla vita, nemmeno a questa vita. Anche da lì, anche dal riquadro della finestra vede grandi gazze bianche e nere saltare sull’orlo sbreccato del muro, vede la grandine rimbalzare in chicchi bianchi sul davanzale, vede le cime dei pini, delle tamerici e dei quercioli che si piegano nel vento, e, soprattutto, sente il rumore del mare. Non può vederlo ma sa che c’è, basta aprire la finestra ed arriva un salmastro salato ad intridere le coperte, i capelli, a sporcare i vetri. Non lo vede ma sa immaginarne tutte le sfumature, il celeste chiaro dei giorni belli, il fango della tempesta, il blu cobalto delle sere invernali al tramonto con qualche nuvolone nero in controluce. E le onde, piccole, grandi, fragorose, con le creste bianche e spumeggianti, a seconda se tira vento di libeccio o di scirocco o se, invece, c’è la tramontana che spiana l’acqua e la trasforma in un cristallo di rocca. Loris vuole rimanere vivo solo perché c’è il mare, lì a due passi, e un mondo dove c’è una cosa così bella non si può lasciare. E poi c’è Bingo, arrotolato accanto a lui, col suo pelo arancione, gli occhi gialli che capiscono, le orecchie dritte che ascoltano. Non vuole lasciarlo, non vuole che si senta abbandonato, che stia male come lui adesso sta male per il nonno.
Muove le mani abbastanza bene ancora ed è sempre stato bravo a costruire. Sta ritagliando un pezzo di cartoncino per farci la capanna. In casa non si è mai fatto il presepe, babbo e mamma non credono in Dio. Ma lui vuole la capannuccia, vuole il bue, l’asinello, Gesù. Li ha disegnati su un foglio bianco, li ha colorati e vuole incollarli dritti. Prende in mano la figurina del bambinello dentro la mangiatoia. È contento di come ha saputo disegnarla. La maestra lo ha sempre elogiato per i suoi schizzi. La tiene in mano fra pollice ed indice, tiene in mano Dio fra pollice ed indice. Un Dio fatto di carta da disegno.
“Fammi guarire, Gesù. Gesù, tu puoi, ti prego, ti prego, ti prego.”
“Cosa stai facendo, Loris?”
“Il presepe, qui non c’è mai stato.”
“Potevi chiedere.”
“Avete sempre detto che Dio non esiste. Ma a me ora serve.”
Suo padre si siede accanto al letto. “Loris io lo so che… che hai paura.”
Loris alza la testa, il cartone gli scivola dalle mani, la tempera macchia di verde il lenzuolo. È la prima volta che suo padre ammette una cosa del genere. E ora che sono al bivio, Loris non sa cosa dire. “Questo è il muro di dietro della capanna e quello è il tetto.” Poi le lacrime traboccano.
Francesco si china sui di lui, lo abbraccia come dovrebbe abbracciarlo la mamma, lo stringe forte. “Ti voglio bene, Loris, porca miseria, te ne voglio tanto e scusami se non te lo dico sempre, ad ogni minuto.”
Loris adesso singhiozza. “Babbo, non voglio morire, aiutami!”
“No, no… non pianger amore mio, ti aiuto io, ti accompagno, sono con te, ne parliamo se vuoi.”
Loris tira su col naso. “Sì, babbo, voglio che ne parliamo. Non lo diciamo alla mamma, però, è il nostro segreto.”
IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)
Vasilij è un facoltoso proprietario, pieno di forza e volontà. C’è in gioco per lui un affare importante; potrebbe, infatti, acquistare a poco prezzo un bosco. Non può aspettare a concludere la trattativa perché ci potrebbero essere altri concorrenti; decide di partire in slitta per raggiungere il venditore e non farsi sfuggire l’affare. Nevica molto; il buon senso consiglierebbe di rimandare. Ma Vasilij è incontenibile; parte insieme al suo servo più capace, Nikita. Il padrone si ritiene molto abile nel guadagnare, ma pretende anche di essere un piccolo benefattore per i propri dipendenti. In realtà, Nikita, pur bravo, viene pagato male e in ritardo. Il servitore ha anche problemi a casa con la moglie e talvolta si è dato al bere. Ma poi ha fatto voto di rimanere sobrio e in fondo sopporta con pazienza ogni cosa. La sua bonomia gli fa scivolare addosso anche le bizze dell’esigente padrone. Il viaggio in slitta ora dopo ora si fa complicato; i due si perdono e trovano ospitalità nella casa di un villaggio, in una famiglia messa in crisi dall’avidità di uno dei figli. Potrebbero aspettare l’indomani e riposarsi, ma l’urgenza di compiere l’acquisto assilla Vasilij e quindi si riparte. Il resto del viaggio è altrettanto sfortunato. La tormenta di neve costringe a fermarsi e dopo una sosta il padrone tenta all’improvviso di ripartire da solo, salendo sul cavallo e abbandonando il servo. Alla fine l’uomo, dopo essersi di nuovo perso, in preda alla paura ritorna per caso alla slitta dove nel frattempo era salito l’infreddolito Nikita, ormai sul punto di congelare. Il proprietario è ora cambiato; non pensa più ai soldi, tenta di salvare l’altro, si preoccupa per lui e lo conforta. L’indomani i contadini della zona disseppelliranno dalla neve i due uomini. Solo il servo, per quanto malconcio, sopravvivrà.
È un racconto pubblicato nel 1895 e fu uno dei maggiori successi editoriali dell’autore russo. È chiaramente incentrato sull’avidità e i disastri che ne vengono; lo stimolo del guadagno a tutti i costi segna la vita di Vasilij abituato a considerare gli altri come mezzi a sua disposizione, legittimamente sacrificabili. La sua arroganza smodata porterà a una tragedia. Quando però il padrone, dopo aver tentato di ripartire da solo si perde, allora davvero la sua vita cambia. Il tempo trascorso nell’angoscia e nella solitudine lo ha scosso anche interiormente. Al ritorno presso la slitta dove c’è il malconcio Nikita, è un altro uomo; ha capito di essere vissuto in base a valori falsi, mettendo in pericolo il fedele servo. Muore pentito per la sua disumanità, ma contento di essere cambiato. Il lavorante, calmo e paziente, merita di salvarsi. Tolstoj non condanna la ricerca del profitto, ma quella sorta di tracotanza, di ὕβϱις che emerge in vari momenti; il padrone nel gelo riflette su quanto potrà guadagnare e su come incrementerà il suo già cospicuo patrimonio. Ha senso mettere in pericolo se stesso e gli altri per accumulare altri possessi? Giunto all’epilogo della propria vita, Vasilij capisce di aver sbagliato e questo è il suo momento più felice. Lui che portava due pellicce e che aveva preteso di ripararsi da solo sulla slitta, finalmente si cura del servo che calzava due logori stivali, di cui uno bucato. Ecco come si vede ora, dopo la sua “conversione”: “E si ricorda dei soldi, della bottega, della casa, degli acquisti, delle vendite e dei milioni dei Mironov, fa fatica a capire perché quest’uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava”. Il povero lavorante invece non ha bisogno di conversioni; non teme la morte perché in fondo la sua vita è stata un incessante e faticoso servire gli altri, ma non dimentica nemmeno i suoi peccati per i quali chiede perdono a Dio nel momento peggiore del viaggio. Il lato moraleggiante del racconto è diluito in una narrazione non priva di suspense; la strada sempre meno visibile, il cavallo costretto a superare mucchi di neve, l’attenzione per la fisicità dei due uomini e dell’animale che soffre sono aspetti declinati in pagine curatissime. Il percorso seguito ha qualcosa di kafkiano; si corre, si briga, si crede di aver trovato la strada giusta, ma alla fine ci si accorge di aver girato in tondo, di essere di nuovo al punto di partenza, ormai senza forze. Il viaggio di Vasilij è metafora dell’inutilità e dell’inconcludenza di una vita spesa a cercare fanaticamente il profitto; il padrone si infila nella tormenta e nella notte per cercare lontano quello che crede dia valore alla sua vita. Durante la sosta nel villaggio, ha l’ultima possibilità per mutare atteggiamento. È un’occasione che forse un Dio generoso offre a chi sa guardarsi dentro. Infatti, nella famiglia che li ospita c’è apprensione perché uno dei figli sta per provocarne la distruzione pretendendo la sua parte di patrimonio. L’avidità distrugge, sembra dire Tolstoj. Ma l’uomo è cocciuto e non impara dagli errori degli altri, si può dedurre. Le cose devono capitare sulla propria pelle. Il padrone capisce tardi che quanto poteva meglio indirizzare la sua vita non era lontano; stava seduto accanto a lui, sulla slitta.
Regali di Natale
I resti di vernice testimoniano un passato ormai lontano di beltà, forse, ma anche no. Sono lì solo a dire sono stata nuova anche io. Poggia su quattro blocchi di cemento irregolari come se fosse stata divelta da un luogo e portata in un altro, come è in realtà accaduto. E' lì su quel ciglio di strada a sostituire la sua collega che vi stazionava precedentemente. Sotto di lei crescono sparuti fili d'erba sofferenti, ai lati ciò che resta di una delimitazione di aiuola ora deposito di cicche di sigaretta, pacchetti di sigarette più o meno appallottolati che stanno per essere scalzati dalla classifica dei rifiuti dalle confezioni di tabacco, gomme masticate, carta da panini, bottiglie d'acqua, birra, vino e altre bevande, giornali di tutti i tipi, quotidiani, settimanali, inserti pubblicitari, volantini di supermarket che magnificano sconti ed occasioni irripetibili. Solo una cosa stona nel panorama, che comprende automobili che sfrecciano sulla vicinissima arteria stradale a scorrimento veloce, insomma, una strada statale per chiamare le cose con il loro vero nome, che porta verso il centro di una grande città.
Se non fosse tristemente vero sarebbe potuta essere scambiata per una installazione artistica del degrado urbano, della solitudine, dell'inciviltà e altro ancora. Una installazione che con la pretesa di dire tante cose alla fine lascia del tutto indifferente chi la guarda lasciando solo ai dotti critici l'esegesi del pensiero dell'autore.
Su quella solitaria panchina è seduta una donna. I lunghi capelli striati di grigio raccolti in una crocchia, gli occhiali leggermente calati sulla punta del naso. Indossa un cappotto, pantaloni e stivaletti alla caviglia tutto di colore nero, un abbigliamento che, se pur dignitoso, lascia capire che ha visto tempi migliori. Ha la gamba sinistra accavallata sulla sua gemella e in mano tiene un settimanale. Non è uno di quelli che vengono chiamati femminili, no è un inserto settimanale di un quotidiano, è aperto sulle pagine centrali che danno consigli su cosa regalare, d'altronde siamo prossimi al Natale e il regalo è l'argomento principe delle discussioni.
No, quest'anno di regali non se ne faranno tanti o sì, i regali si faranno ma saranno pochi e al risparmio. Le chiacchiere sull'economia ci ammorbano, ci annoiano, ci deprimono, ci danno qualche speranza, a molti non interessano più qualsiasi cosa dicano. La donna solitaria gira le pagine con lentezza, dopo attenta lettura dei preziosi suggerimenti su vestiti, profumi, articoli per la casa, apparecchi elettronici di vario tipo e anche libri e musica. Dagli occhi non sembra che ciò che ha letto e continua a leggere suscitino in lei un grande interesse.
Ogni tanto alza e gira la testa verso sinistra, come se attendesse qualcuno o qualcosa. Li riabbassa sulle pagine patinate con un velo di delusione. Ora chiude il giornale, lo poggia sulla panchina, si alza e si avvia alla fermata del bus che si avvicina veloce.
#unasettimanamagica Nadel
NADEL
Nadel l’è apanna pasè
Anc par st’an al lus al s’en smurzè
A ni è piò par la vì
Tot che scaramai
Tot che via vai
E c’la nuiousa sinfunì
La zaint l’ha smess
Anc ed suridar e ed dir “Bon An che ven!”
I reddan soul i mamaloc
E i fangen
I reddan sol lour
Parchè i en i onic che i han vest e Signour!!!
NATALE
Natale è appena trascorso
Anche per quest’anno le luci si sono spente
Non c’è più per la via
Tutto quel chiasso
Tutto quel via vai
E quella noiosa atmosfera
La gente ha smesso
Anche di sorridere e di dire “Buon Anno Nuovo!”
Ridono solo gli stupidi
E i bambini
Ridono solo loro
Perché sono gli unici che hanno visto il Signore!
#unasettimanamagica St Jeremy's angels
Wood cracked from rain and sun, insulating porcelain, black flocks of birds perched on wires. I count the telegraph poles and jump down from the train. Thirty-three poles . Thirty-three as the age of Christ.
I step down because St. Jeremy is a good place to spend the Christmas night. They say that you can hear the angels sing and the children put candles on the windowsill.
I cross the church square howling my song: Sister Death, Sister Death , why do not you take me back? I walk slowly , the rags are not enough to protect me from chilblains. Bad boys throw snowballs at me, bad boys are everywhere.
I see myself in the Keaton's window , while drooling on sausages hung in festoons , along with a black mongrel dog. I'm leaving and the mongrel follows me.
Sitting on a step, with my hat between my knees , I roll up a cigarette . Angels or no angels, before night falls, a dollar will drop in the greasy cap, I will pay a bed by lousy Reverend Gordon. Sister Rosy puts a dish covered with a towel next to the cap: "Jack, you’re still alive?”
"And you, you dirty whore? "
She goes away.
The hours pass, it starts to snow . A couple of coins fall in the cap. Christmas Eve charity, lousy charity.
From the windows I see women filling the turkey with chestnuts. I imagine biting into the crispy skin at the flickering light of a candle. The children cut paper stars, then look out of the window and put a lighted candle on the windowsill.
The bells jingle, the bells of Santa Claus’ sleigh. All doors are crowned with holly and sing hymns of joy.
All, but not the Mac Dowell door. It hasn’t a garland of red berries like the others, it talks to me through its black ribbon, its voice oiled. "The boy is dead," it says. I could go two houses ahead, where the light invites to party and you smell roast. Instead, I sit with my back against the Mac Dowell door.
A man and a woman pass. "Have you seen? ", they whisper , "Mary Mac Dowell has not removed the black ribbon yet. " They throw a coin in the hat, no one refuses a piece of bread on a night like this.
Now I have my dollar. Now I can go down to the mission, I have my dollar.
I linger, with my hands deep in the dog’s hair; I curl up against the Mac Dowell door. The bastard licks my feet, black like the ribbon.
The stairs are softened because the snow thickens. The dog's tongue is warm on my legs that I do not feel anymore down there at the bottom of the pants . The snow falls, cold and sweet.
Sister Death, Sister Death, why do not you take me back? It 's my singing voice .
Then it is no longer my voice.
The road has become dark or maybe I closed my eyes. I hear someone singing but it is not me, I swear .
The angels flutter in the flakes , they whirl in spirals of snow, snowmen riding ice. I watch them swirl in the crystals and touch the doors with wings drenched in snow. All doors, but especially the Mac Dowell door.
I'm not cold, I'm not afraid. Inside the house, Mrs. MacDowell does not cry anymore, I hear only the voice of the angels.
The angels of St. Jeremy singing.
#unasettimanamagica L'incontro
Le parole sono colorate diceva Eduardo, “…tu liegge e vide ‘o blu, vide ‘o cceleste, vide ‘o russagno, ‘o vverde, ‘o ppavunazzo…”
Ma le parole sono anche suoni, immagini, musiche dell’anima.
Talvolta la parola, una sola, un’unica parola, “quella parola”, è un incontro, un avvicinarsi inaspettato tra sconosciuti, tra diversi, tra chi avrebbe potuto anche non trovarsi mai. E quando alla parola si accompagna lo sguardo, allora due mondi si fondono, si ri-conoscono, vite che si sfiorano e restano legate da un filo sottile che avvolge, stringe e impedisce di dimenticare. Una traccia indelebile nell’anima.
È così che è accaduto, pochi giorni fa, mentre camminavo di corsa per le strade di una città infreddolita ma frenetica, volgarmente addobbata per un Natale che bisogna a ogni costo festeggiare, illuminata in modo sciatto, così, quasi per forza, perché “a Natale si fa”, a Natale si truccano strade e piazze, si mascherano miserie e squallori. A Natale, i colori artificiali non sono quelli delle parole.
Macchine che sfrecciano e strombazzano, passanti carichi di pacchi che ti urtano indifferenti, con occhi vuoti, il sorriso stampato su volti di pietra, finto, come le luci, come i colori. E, a un incrocio, l’unico buio, addossata al muro, una grande macchia scura accartocciata; ai suoi piedi, un largo panno che intravedi sporco, carico di cianfrusaglie, radioline, statuette, portafogli: un piccolo bazar.
Passo oltre, uno dei tanti uomini-sacco, come li chiamano ora. Ho fretta, ho freddo, devo compiere il solito rituale dei regali, non ne ho voglia. Ma, qualcosa mi blocca, qualcosa mi spinge a tornare sui miei passi, una insolita curiosità, o forse no, forse il richiamo per quell’”invisibile” che sta lì, muto, rassegnato, in un luogo inconsueto. “Ecco”, penso, “ecco che come sempre mi intenerisco per un derelitto e faccio il solito gesto di generosità pelosa. Non sfuggo alla regola, a Natale si diventa tutti più buoni ed altruisti, come se, con un po’ di elemosina, ci si lavasse le coscienze”.
Ma quel cartoccio umano ha su di me uno strano fascino. Mi accosto, vorrei dargli dei soldi e poi scappare via, ma ho paura di offenderlo, e allora fingo di interessarmi a un piccolo portamonete, quasi perfetta imitazione Gucci. Lo prendo e guardo l’uomo. Senza parlare, lui alza una grande mano dal palmo rosa e mi mostra le cinque dita. Faccio il conto che, se tutto va bene, a lui andrà la metà; gli porgo una carta da dieci euro. Lui cerca in un sacchetto di pezza il resto, sempre senza parlare gli faccio cenno che va bene così, non voglio il resto.
E allora avviene l’incontro. Il giovane alza su di me due immensi occhi neri e liquidi, “occhi di paglia bruciata”, avrebbe detto Pasolini, “…occhi di poveri cani dei padroni”. Mi guarda serio per un lungo istante. Quegli occhi non sorridono, “vedono”, mi riconoscono, quegli occhi sanno. Sanno il segreto di una vita che rotola ancora alla ricerca di un senso, sanno, sanno di un Natale, di mille Natali mai arrivati. E anche io so, e vedo. Vedo tracce della sua storia antica, vedo la sua crudele innocenza, vedo lui, vero testimone dell’Avvento.
”Alì, uno dei tanti figli dei figli…” “essi che ebbero occhi solo per implorare…” “essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo…” (1)
Abbassa il capo, Alì; prende dalla tasca qualcosa e me lo porge: è un piccolo ciondolo d’avorio, una minuscola testa d’elefante. Io compro, lui dona.
Apre la bocca, le sue grosse labbra si stirano sui denti bianchissimi. La voce dura, roca, un’aspra carezza: AMICA, dice, solo AMICA.
Avrebbe potuto pronunciare altre parole: “grazie” per esempio , oppure “ciao”, o anche: “è per te”. E invece sceglie di dire: AMICA. E quella parola ha il colore di tutti i mondi lontani, il colore di tutti i Natali del mondo.
Sono tornata a quell’incrocio, ci passo spesso, ma lui non c’è.
Altre strade, altri marciapiedi, altri incroci lo vedranno, grande ombra scura dagli occhi brillanti, neri e lucidi come la sua pelle, porterà altrove la sua storia, la storia dei figli di “Alì dagli occhi azzurri”, pronuncerà ancora “quella parola” ad orecchi sordi, guarderà sempre in fondo a occhi ciechi, e la profezia di un Vate rimpianto, non troverà ancora echi. “Se egli non sorride, è perché la speranza per lui non fu luce, ma razionalità”. (1)
Ida Verrei.
(1) da “Profezia” di P.P.Pasolini
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)