Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

unasettimanamagica

Consigli per un Natale fuori dal coro

20 Dicembre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #unasettimanamagica, #recensioni

Consigli per un Natale fuori dal coro

La mia scrivania deborda libri per tutti i gusti.

Classici da rileggere (Il maestro e Margherita, Tempi memorabili, A ciascuno il suo, l’opera omnia di Nicolas Guillén da tradurre, un vecchio Guareschi...) che continuo a spizzicare senza riuscire mai a portare a termine.

Libri di amici, esordienti, colleghi, testi interessanti da assaporare tra un film e l’altro interpretato da Laura Antonelli - ché dopo Gloria Guida sto scrivendo un libro su di lei - e altre pellicole più nuove da recensire.

Totale assenza di best-seller, invece, di scrittori panettone, di film da cassetta, di brunivespa e simili, di checchizalone e starwars

E allora ecco i miei consigli controcorrente, che magari non seguirete, ma non importa, tanto ci sono abituato e ve li do lo stesso.

Domenico Vecchioni è un saggista divulgativo preparato e mi fa piacere invitarvi a scoprire la collana che dirige per Greco&Greco. Il suo ultimo libro è dedicato a Garbo - La spia che rese possibile lo sbarco in Normandia (pag. 154, euro 12), che arriva dopo aver passato in rassegna personaggi come Pol Pot, Ana Belén Montes, Raul Castro, Richard Sorge…Vecchioni ha scritto anche Storia breve della Costa Azzurra, un tascabile da 6 euro, sempre edito da Greco&Greco.

Se vi piace il fantastico non perdetevi Non di solo pane, edito da Rill, collana Mondi Incantati, un’antologia di racconti, tra i quali spicca un prezioso inedito di Davide Camparsi che dà il titolo all’opera.

Lorenzo Fabiano arricchisce la collezione sportiva di Edizioni Icontropiede con Il cameriere di Wembley, una serie di storie che ripercorrono tutte le sfide tra Italia e Inghilterra. Interviste a Dino Zoff e Furio Valcareggi, figlio di Ferruccio.

Luca Barbieri ripubblica con Meridiano Zero - Odoya un classico dell’horror western come Five Fingers, libro che conosco bene per essere stato il suo primo editore. Barbieri sta facendo strada: sceneggia Tex e pubblica saggi interessanti, ma non dimentica il primo amore della narrativa fantastica. Ricordo Barbieri autore dei primi fumetti horror del Foglio Letterario, quel Professor Rantolo che negli anni Settanta avrebbe spopolato. Ma il tempo passa e i gusti cambiano…

Per un Natale più ispirato e letterario non fatevi mancare Matteo Meschiari con il suo Tre montagne (pag. 182, euro 14,90), tre storie sulla fine e sul senso, edite da Fusta, un marchio che produce narrativa di qualità e che ha già pubblicato Il canale Bracco di Marino Magliani.

Dianora Tinti è la mia ultima scoperta, critico letterario e conduttrice di un programma librario molto seguito sul canale digitale TV9. Vi consiglio Storia di un manoscritto (Mauro Pagliai, pag. 190, euro 13), che ricorda a tratti La zona morta di Stephen King ed è incentrato su un misterioso libro che sembra parlare della sua vita. La Maremma è lo sfondo di un romanzo ispirato e profondo, scritto con stile letterario, di agevole lettura e ricco di dialoghi. Dianora Tinti va ricordata anche per un’intensa storia d’amore come Il pizzo dell’aspide (euro 12), che ha fatto incetta di premi e riporta agli anni Cinquanta, in una Puglia bruciata dal sole. Tutte cose da approfondire, ma ci ritorneremo. Intanto sapete cosa cercare e cosa cominciare a leggere.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro
Pubblicità

Ho incocciato uno zampognaro

20 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

Ho incocciato uno zampognaro

Questo racconto, cari amici, risale alla mia mezza età, quando ero direttore in Ciociaria, ed ero signore di tutti i paesi che nomino, Natali che ho vissuto in prima persona, là ho abitato con la mia famiglia a lungo. Venne anche pubblicato in prima pagina, mi pare, da La gazzetta ciociara (ma non vorrei sbagliare, la memoria a distanza di una quarantina d'anni

è labile alquanto...)

HO INCOCCIATO UNO ZAMPOGNARO

Di quelli veri, autentica reliquia di tempi andati, giaccone in pelle di capra non lavorata e zampogna tra le braccia. Ai piedi, le “ciocie”. La cantilena antica soffiata con forza nelle canne infilate nella sacca, mi ha fatto luccicare una lacrima.

Vedi, amico: questa è la Ciociaria… Un paese ancora paese, pur nella pseudomodernità del capoluogo. Una zampogna, dalle nostre parti, passa, si ferma, si osserva e si ascolta, e continua ad andare… Una zampogna qui, in Ciociaria, all’un tempo ti gela e ti scalda le membra, giù, fino in fondo… e ti fa tremare di gioia… ti procura una commozione antica… E dovunque ti trovi a passare, qui, in questa terra una volta di pastori, oggi terra verde e pregna di storia, il cuore vola in cerca di presepi veri.

E vola a Ceccano, appiccicata sul fianco della montagna; qui di sera, passando dal basso, entri nel paesaggio del vero Natale, tra una miriade di piccole luci a indicare le case che riposano in attesa del sonno, nel silenzio di una pipa che un vecchio succhia cogli occhi chiusi, o nel vapore saporito di una polenta stesa sulla spianatoia, con intorno forchette vogliose... un paesaggio reale, che la gente del mondo s’ingegna a costruire sui presepi di casa…

Scende il bambino Gesù su Fumone insonnolita, attorcigliata intorno al maestoso castello che tenne in prigione papa Celestino, quello del gran rifiuto; e una stella guida ancora oggi la gente, su per i tornanti silenti, al castello, che veglia le sue case dalle tegole rosse e dai comignoli anneriti, fumanti di camini accesi; è come un padre che stringe in un abbraccio le sue figlie, a riscaldarle, il castello e le case...

Scende su Ferentino, arcana patria di ciclopi, arrampicata lassù, con le sue viuzze strette che salgono al paese e alla rocca, dove una chiesa, dalle solenni porte sempre aperte, stanotte attende i fedeli all’antica funzione, tra i canti natalizi degli angeli.

E si posa su Alatri dalla vetusta, maestosa cattedrale gotica, nella piazza della millenaria fontana circolare, aulica signora del paese, che sta, in un silenzio bianco di neve.

E scende su Anagni, la città dei papi, custode di millenarie preziose vestigia, dai nobili palazzi, dalle chiese fastose, dal campanile che solitario svetta possente al cielo dinanzi alla cattedrale, dalle vie medievali echeggianti antica vita.

E si posa alfine, su Veroli, dai “fasti latini” testimoni del tempo romano, che in essi s’è fermato.

Qui in Ciociaria, un suono di zampogna fa sì che Gesù scenda veramente dalle stelle, come canta il coro degli angeli, ogni notte del tempo di Natale, sui paesini aggrappati alle colline, qui in Ciociaria…

Dal duomo lassù sulla collina aranciata di lampioni, Frosinone, nel silenzio notturno del Natale, veglia sui suoi figli, in attesa che scocchi la mezzanotte, e allora le sue campane chiameranno al risveglio di festa, le campane di tutta la Ciociaria…

marcello de santis

Mostra altro

I "pranzi" della vigilia

19 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

I "pranzi" della vigilia

Riceviamo questo racconto da un lettore che vuole restare anonimo e si firma Vecchioscarpone.

Questo è il suo modo di fare gli auguri a tutti noi.

I pranzi della vigilia

Tempo fa mi capitò di leggere, nel racconto del figlio, la curiosa storia di Vittorio De Sica, che,”titolare” ad un certo punto della sua vita, di due famiglie distinte e separate (moglie e figli), era costretto, nelle festività canoniche, non a “dividersi” fra esse (e, per dirla con la nota barzelletta: in qual modo, in senso orizzontale o verticale ?) ma a”raddoppiarsi”, cioè ad essere presente, in successione, prima da una parte e poi dall’altra. Questo comportava, soprattutto a Natale e Capodanno, doppi “cenoni-pranzi”, con conseguenze catastrofiche sulla linea del bel Vittorio che pure era stato, ai suoi tempi, piacente e filiforme “attor giovane”.

Qualcosa di vagamente simile, sia pure per motivi diversi, è capitato anche a me, in occasione di un cenone natalizio, del quale ho un ricordo indelebile. Tutto successe perché, tranquillo (e “studioso”) buon figlio di famiglia, fui preso, verso i 16-17 anni, da smanie di attivismo politico e cominciai a frequentare una “sede” ed un gruppo di adolescenti come me, stabilendo con essi fortissimi vincoli che superavano la tradizionale amicizia con i compagni di scuola. Giornate intere passate insieme, qualche volta nottate, avventurette tipo “ragazzi della via Paal” e altro, davano corpo a quella “camaraderie” (detto in francese per lasciare la cosa nel vago, dato che Oltralpe può riferirsi ad ambedue i settori dell’agone politico), che cresceva tutti i santi giorni della settimana, festività comprese.

Fu così che, arrivate le festività natalizie, i due con più spirito organizzativo (e con le mamme più volenterose, va detto) pensarono di indire un cenone in sede. Tutti avremmo contribuito alla spesa (che a Bari non è irrilevante, ve lo assicuro), le mamme avrebbero cucinato per una decina (quanti eravamo), alle bevande si sarebbe provveduto da una “cantina” (termine che all’epoca non aveva nulla di spregiativo) all’angolo, piatti, tovaglie e tovaglioli di carta.

Nessuna assenza sarebbe stata giustificata. Chi non si fosse presentato sarebbe stato marchiato a vita come “vilacchione”, che potremmo eufemisticamente tradurre “poco affidabile, amico non sincero”. Detto fatto. Per quel che mi riguardava, restava solo un problema: dirlo ai miei. Non era un ostacolo insormontabile perché loro – in assenza di parenti particolarmente “affiatati”- usavano cenare ( mia madre nell’occasione superava se stessa per qualità e quantità delle portate), da soli, con me e mia sorella, intorno alle 20, per poi aspettare, seduti in divano davanti alla TV, la mezzanotte. A seguire, scambio degli auguri, Gesù Bambino al suo posto nel presepe, brindisi con nostrano spumante, e a letto. Fino allora c’ero sempre stato... era giunto il momento di rompere la tradizione. Lo dissi, e aspettai l’obiezione – che, come prevedevo, si rivelò la più “corposa”- di mia madre: “E come, non ceni qui con noi ? Con tutto quello che devo preparare...”. Me lo aspettavo, e fu pronta la risposta che avevo ripetuto tante volte nei giorni precedenti: “Tranquilla, ceno qui e poi, verso le 22,30 vado via. A casa di questi compagni di classe (piccola bugia, ma la camaraderie era mal vista perché, pure se iniziata da poco, mi stava già pericolosamente distraendo dagli studi) giochiamo solo un po’ a carte e aspettiamo la mezzanotte per fare qualche “botto” (altra cosa vietatissima a casa mia). Prima delle 2 sono a letto”.

E così, come dio volle, la fatidica sera del 24 iniziò: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Buona parte di tutto questo era già pronto, il rimanente mia madre lo cucinava mentre noi eravamo a tavola...

Insomma, alle 22,30, puntuale, dopo aver fatto gli auguri, ero in strada. Vie deserte, di autobus nemmeno l’ombra, la città faceva quasi paura all’unico viandante che ero io. Mi ci vollero una ventina di minuti e arrivai in sede, buon ultimo: d’altra parte, anche se nessuno lo sapeva, ero l’unico ad aver messo in piedi quella messinscena, e non avevo una particolare smania di cominciare. Gli altri, invece, erano affamati e non vedevano l’ora di mettersi a tavola. L’ambiente era sicuramente più allegro di quello di casa mia: lazzi e frizzi accompagnavano le portate, e un leggero vinello bianco scorreva (forse un po’ troppo) a fiumi. Tutt’altra cosa, insomma, rispetto alle morigerate dosi del vino che ci mandava il nonno da Andria e che bevevo con i miei nelle grandi occasioni. Ciò che era (tragicamente, ahimè !) uguale, era il menù: frutti di mare (cozze, cozze pelose, vongole, ostriche, noci di mare, ricci, taratuffi, cannolicchi, fasolari, capesante, etc etc) crudi, baccalà in umido e baccalà fritto, spaghetti al sugo di capitone, anguilla e capitone arrostiti seguiti da anguilla e capitone nel sugo, fritto di paranza e fritto di calamari e gamberi, contorni vari, frutta secca e frutta fresca, dolci assortiti, caffè, ammazzacaffè e amaro. Tutto da gustare (mentre un rustico fornelletto “dava una scottatura“ a ciò che andava riscaldato) non in tranquillo silenzio, ma tra un apprezzamento ed un altro: “Buono questo! Assaggia quest’altro ! Tua madre è una maga in cucina!” E via dicendo.

Potevo essere da meno ? Certo che no, ci voleva poco a guadagnarsi l’infamante attributo di “vilacchione”. Mi feci forza e ricominciai, mostrando un entusiasmo che, in confronto, il Tognazzi de La grande abbuffata sarebbe parso un principiante. Arrivata la mezzanotte, secondo la migliore tradizione, restavano ancora da “far fuori” dolci, frutta e caffè... poi il brindisi, gli auguri e una scarica di botti che mi sembrò molto simile (almeno nella rumorosità) a quelle dei film di guerra di gran moda a quei tempi.

Per farla breve, quando mi incamminai sulla strada di casa non ero sicurissimo di farcela a rientrare... Non che avessi bevuto tanto, ma mi sembrava di essere l’omino di gomma della pubblicità Michelin, gonfio in vita e dappertutto, ballonzolante. Ci misi più dei venti minuti dell’andata, nella città che si ripopolava di nottambuli in rientro come me, ma arrivai... Aprii silenzioso la porta, e vidi la luce accesa in cucina. Mia madre era sveglia, vicino ai fornelli. Mentre gli occhi le brillavano già al pensiero che sarei stato il primo a gustare il frutto della sua fatica, fece: “Vieni, avrai fame... Assaggia, sto preparando il ragù per domani: maiale, manzo, agnello e le brasciole di vitello. Non è ancora pronto. Ci vogliono almeno otto ore, però prenditi una fetta di quel pane casareccio e dimmi come sta venendo”.

Come potevo deluderla ? Mi tagliai una bella fetta di quella pagnottona tonda, e feci la “scarpetta”...

Vecchioscarpone

I "pranzi" della vigilia
Mostra altro

Gesù Bambino

18 Dicembre 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #unasettimanamagica, #musica

Gesù Bambino

Fra poco sarà di nuovo Natale e per me che amavo Lucio Dalla ogni anno non posso non pensare anche a lui, a quel “Gesù Bambino” nato il 4 marzo del 1943...

BORN TO BE ALONE “Nato per essere solo”, una canzone che rispecchia completamente la vita del maestro Lucio Dalla. Sono trascorsi più di tre anni ormai da quando, come una mazzata incredibile, collegandomi su Fb, lessi della sua morte, non che i grandi non debbano scomparire ma il modo con cui avvenne mi segno' particolarmente.

Oggi sono musicalmente orfano di un artista originale, non consolatorio come amava definirsi, ma estremamente liberatorio con la sua capacita' di intrecciare musiche e parole. Born to be alone anche per me che da militante di destra so cosa significa la solitudine in nome delle idee, che ha sempre visto in Lucio un futurista neanche troppo nascosto, una persona che amava il cambiamento, che non era schierata a priori. Non era un uomo d'apparato era semplicemente se stesso.

Lo ricordo con dolore ma anche con un pizzico di sorriso, so che lui vorrebbe cosi', da buon credente adesso sta giocando in eterno il suo secondo tempo. Un credente che è stato messo in croce da personaggi squallidi, gia' immediatamente dopo la sua dipartita, ma Lucio non aveva mai fatto dichiarazioni di un certo tipo, per questo si è aperta per lui la catterdrale di Bologna alla faccia dei mediocri. Comunque non è ora il tempo di ritornare su argomenti inutili quanto l'aria inquinata, oggi è il tempo di ricordare un artista, un uomo che tanto ha dato alla canzone italiana e non solo.

“Come passi in fretta tempo, adesso corri piu' del vento...”, il tempo è passato e mi sento un po' piu' solo perche' so che lui non incidera' mai piu' nessun disco e per me, che lo seguivo fin dai tre bellissimi album sperimentali che lo hanno definitivamente formato musicalmente fino alla sua consacrazione tramite il disco capolavoro Come è profondo il mare, oggi è un giorno amaro, un giorno che mi fa riflettere sul pellegrinaggio terreno mio e nostro, ma anche sull'immensa Fede in Dio che Lucio ha sempre dimostrato.

“Chissa', chissa' domani.... domani si vedra' “, oggi è un giorno malinconicamente triste un giorno da vivere nel ricordo positivo che ci ha lasciato, dei maligni e dei perfidi non mi curo affatto ma guardo e passo, proprio come il tempo. Ciao Lucio arrivederci.

Gesù Bambino
Mostra altro
Pubblicità

L'ombelico di Venere

17 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette, #unasettimanamagica

L'ombelico di Venere

La tradizione bolognese ed emiliana in generale vuole che il giorno di Natale si mangino i tortellini in brodo, anch'io ne preparerò sicuramente in abbondanza per i miei commensali e, mentre pregusto il sapore inconfondibile della prelibata pasta ripiena, prima di lasciarvi la ricetta originale, voglio raccontarvene la storia.

Ma quando nacquero i tortellini e chi li inventò? L'origine si perde nella notte dei tempi e si confonde tra realtà e leggenda; quel che è certo è che nasce pur sempre, benché in tempi molto remoti, come piatto aristocratico, una ghiottoneria riservata a pochi fortunati. La disputa sulla paternità è fra Bologna e Modena, due città in verità che si sono spesso trovate in lotta fra di loro, fin da quando, come racconta nel 1624 Alessandro Tassoni, si fecero guerra per un secchio, per una “Secchia rapita” in verità. Ed è a questo poema che si ispirò, in seguito, in una simpatica parodia il poeta ottocentesco Giuseppe Ceri, che, in un suo poemetto, raccontava della spedizione terrena di tre divinità dell’Olimpo: Bacco, Marte e Venere che, venuti in soccorso dei modenesi sempre attaccati da Bologna, si fermarono a riposare una notte a Castelfranco Emilia presso una locanda, dove l'oste accidentalmente avrebbe visto l'ombelico di Venere e, innamoratosene perdutamente, andò in cucina a riprodurlo con la pasta ripiena.

"…Con grande meraviglia / Dell’oste lì presente, / Come se fosse sola / Le candide lenzuola / Spinse in mezzo alla stanza, / Le belle gambe stese, / Dall’ampio letto scese / Con un salto sì pure misurato / Che sollevossi la camicia bianca / Poco più sull’anca; / Onde l’oste felice, / (Lo dico o non lo dico?) / Di Venere mirò il divin bellico!"

"Ma non creda già/che a quella vaga seducente vista / Pensieri di conquista / L’oste pudico entro di sè volgesse; / Anzi un’idea soavemente casta / D’imitar quel bellico con la pasta / Gli balenò nel capo…"

Detto fatto:"In cucina discese; / Ed una sfoglia fresca / Che la vecchia fantesca / Stava stendendo sovra d’un tagliere, / Un picciol e ritondo pezzo tolse, / Che poi sul dito avvolse / In mille e mille forme, finché l’oste che era guercio e bolognese / imitando di Venere il bellico / L’arte di fare il tortellino apprese". (Giuseppe Ceri)

A tutt'oggi , nella dotta e Ghiotta Bologna, l’espressione tutta dannunziana “umbilichi sacri” è ancora sinonimo di tortellino. La scelta di Castelfranco Emilia come luogo in cui farli nascere, è indicativa della disputa fra le due città emiliane, essendo il paesino a quei tempi avamposto bolognese e, in seguito, sotto la provincia di Modena.

Fin qui la leggenda, ora la storia, che fa apparire il tortellino in varie epoche, anche se prima del XII secolo non è stato trovato alcun riferimento certo. Anche Giovanni Boccaccio ne fa cenno nel suo Decamerone raccontando che Calandrino, Bruno e Buffalmacco, alla ricerca della pietra che rende invisibili, finiscono nel Paese di Bengodi dove “...stavan genti che niuna cosa facevan che far maccheroni raviuoli e cuocergli in brodo di capponi.” Infatti il cappone è compagno inseparabile del tortellino per ottenere un brodo secondo la ricetta originale. Via via la storia si fa più certa e si cominciano a trovare testimonianze sicure. Alessandro Cervellati, accreditato storico bolognese, scrive che nel secolo XII a Bologna si mangiavano i “tortellorum ad Natale” e siamo nel 1500 circa quando, nel diario del Senato di Bologna, si riporta che a 16 Tribuni della Plebe riuniti a pranzo fu servita una “minestra de torteleti.” .Quanto i tortellini fossero amati dai petroniani, lo si legge anche sulla Gazzetta di Bologna del 27 dicembre 1874 "senza tortellini, non si fa Natale a Bologna.... ". Una volta conosciuti e apprezzati difficilmente ci si rinuncia, cosicchè pare che addirittura Giuseppe Garibaldi se ne facesse spedire periodicamente dei cestini dall’amico Ugo Bassi.

Difficile dire quanta verità ci sia in questi racconti; mentre non è affatto difficile decretare il grado di squisita bontà che si gusta mangiando un piatto di tortellini in brodo, ragion per cui passiamo alle cose pratiche, prendete carta e penna e segnatevi la giusta ricetta.

Ingredienti del ripieno:

300 gr. di lombo di maiale

300 gr. di prosciutto crudo

300 gr. di mortadella di Bologna

450 gr. di parmigiano reggiano con 36 mesi di stagionatura

3 uova

noce moscata q.b.

Preparazione:

Tritare il lombo, il prosciutto e la mortadella e impastare con il parmigiano, le uova e la noce moscata. Far riposare il ripieno almeno 12 ore prima di usarlo per farcire la pasta. Non cuocere assolutamente la carne prima dell'utilizzo affinchè il ripieno rimanga tenero e non perda nulla del suo inconfondibile sapore.

Ora passiamo alla pasta che si prepara con farina di grano tenero 00 e uova di gallina molto fresche. Il tutto va lavorato per almeno 15 minuti affinchè l'impasto risulti morbido e omogeneo, poi va lasciato riposare per un'oretta avvolto in un canovaccio. La sfoglia si tira rigorosamente col mattarello fino a raggiungere uno spessore non superiore al millimetro. Quindi si ritagliano quadrati di circa 4 cm di lato, su ognuno si posa una quantità di ripieno grande come una nocciola e si richiude la pasta a triangolo schiacciando i lembi e unendo le due estremità si modellano intorno alla punta del dito indice.

Il brodo va preparato la sera per la mattina e deve essere ottenuto con carne di cappone e manzo (mi raccomando con l'osso). A brodo in bollore si prendono i tortellini e si gettano nella pentola, quando salgono a galla spegnere e lasciare riposare qualche minuto prima di servirli nelle scodelle.

Adesso provateli e non fatevi ingannare da tortelloni, cappellacci, cappelletti e quant'altro, solo questi sono i veri tortellini bolognesi e... “Quando sentite parlare della cucina bolognese fate una riverenza, ché se la merita!” (Pellegrino Artusi )

Mostra altro

Davanti al presepe

16 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il presepe di Marcello de Santis
Il presepe di Marcello de Santis

Cari amici, staff compreso, è un breve racconto di vita vissuta che mi serve anche per fare a tutti voi gli auguri di Buon Natale.

Di vero cuore,

Marcello

DAVANTI AL PRESEPE

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata.

Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati.

Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente e, incappottati con scialli e cappelli per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due, stretti stretti per scaldarsi meglio e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il Natale con noi.

Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti.

La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna.

Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa)

e che mi prendo ancora!…

‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? (...l'hai presa...)

Ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spray da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero).

Ho obbedito come un suddito al suo re, ma sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata, 'sta malattia! Per questo, debbo confessare, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria.

Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare)

Le campane hanno smesso di suonare.

Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tra il vociare consueto di ogni Natale.

M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu, addossata alla parete, splende una specie di luna e brillano stelline dorate.

Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio) e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare.

Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore; e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi; che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana.

Eccola là la grotta, c’è la Madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dall’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san Giuseppe.

Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino Gesù, che è appena nato.

So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa.

La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago.

… meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato.

Benvenuto Gesù bambino!

marcello de santis

Mostra altro

Ceppo come lo ricordo io

15 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Ceppo come lo ricordo io

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi, l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro. Non mancavano mai, appesi ai rami, figurine di cioccolata e un sacchetto di monete da mangiare.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Dal lampadario penzola una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha spiegato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo meravigliosa.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene”, parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come adesso che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi cosa sarebbe successo se, per caso, avessi scorto Babbo Natale. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, come dicevano i vecchi, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri nuovi. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

Mostra altro

Strampalario di Natale, parte quarta

14 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte quarta

Un allarme antiaereo. Che spaccava i timpani. Quella era la voce di Dino Salamè, dall’altra parte della cornetta. Il direttore della casa editrice aveva alzato il ricevitore dopo almeno venti squilli. Perché la mattina di Natale, alle 7 e 25, lui se ne stava ancora nel mondo dei sogni. Non come quell’insonne pazzo di Salamè. Che ora gli stava urlando nell’orecchio ogni sorta di improperi.

«Disgraziato maledetto! Furfante farabutto!!! Mi vuoi rovinare? Dillo che mi vuoi rovinare! La mia ultima opera! Pidocchioso illetterato! Troglodita! Che se non fosse stato per me, per i miei libri, la “Ca’ Story” non esisterebbe nemmeno! Bandito disonesto! Ladro di polli! Ma con chi credi di avere a che fare? Io ti rovino! Ti rovino, com’è vero che sono Dino Salamèèèè!», e qui lo scrittore, volente o nolente, aveva dovuto prendere fiato.

Il direttore ne aveva approfittato per rispondere a quei vaneggiamenti e a quegli insulti di cui non capiva assolutamente il motivo.

«Ohè, datti una calmata, Dino bello! Di che blateri? Il tuo libro l’abbiamo curato come fosse un neonato. È così che dimostri la tua riconoscenza? È così che apprezzi tutte le notti in bianco passate da me e dagli altri alla casa editrice, perché il tuo libro uscisse per Natale? Buono a sapersi! Sono stufo delle tue lune e delle tue scenate. Se le cose stanno così, rescindo il contratto. Pago la penale e tu ti trovi un altro editore disposto a farti da zerbino. Ma che dico, mica solo da zerbino, anche da lucidascarpe. Elettrico. A spazzole rotanti. Perché è così che ci tratti ormai, pallone gonfiato! E ti ricordo che i soldi per la tua auto decapottabile all’ultima moda, li ho anticipati io. Salda il tuo debito con me o ti trascino in tribunale anche per questo!»,

Dino Salamè, per tutta risposta, prese a ripassare ad alta voce l’albero genealogico per parte di madre del direttore, dall’editto di Costantinopoli ai giorni nostri.

Il direttore non ci vide più. Potevano toccargli tutto. Ma non metter in dubbio l’onestà di sua madre, quella santa donna. Così mentre urlava nella cornetta: «Impìccati, Salamè, buono solo per le frasi nei Baci Perugina!», sentì dall’altra parte Dino singhiozzare disperato: «Non riattaccare, sono sotto assedio!», ma il direttore chiuse la comunicazione.

«È sotto assedio, il coglionazzo deficiente! Tutte se le inventa, quella primadonna isterica!», sbottò il direttore, mentre si accendeva una sigaretta. Poi scostò le tende del soggiorno, guardò in strada, aprì la finestra, urlò all’edicolante in piazza: «Sandro! Portami su i soliti quattro quotidiani! Sbrigati!», si lasciò cadere sul divano e accese la televisione.

In quel momento, mentre scorrevano le immagini del telegiornale del mattino, realizzò il vero significato dell’ultima frase disperata che Dino Salamè aveva esclamato al telefono. Stavano trasmettendo la diretta della protesta che una trentina di lettori avevano già organizzato sotto la casa dello scrittore. Pernacchie, fischi, chi urlava «Scendi giù!», chi invece tuonava, perché voleva che gli venissero restituiti i soldi del libro. E tutti, sventolavano alta sulla testa una copia del libro che aveva una copertina precisa identica all’ultimo lavoro di Salamè. Non fosse stato altro che per il titolo: “Fuffa e ragnatele”.

Il direttore si sfregò gli occhi incredulo. Pensò che si trattasse di una messa in scena, di un fotomontaggio. Guardò meglio, ma l’immagine non accennava a cambiare. Corse nello studio, dove, sul tavolo, rientrato la sera prima dalla presentazione, aveva appoggiato una scatola piena di libri di Dino. Ne estrasse uno. “Fuffa e ragnatele”. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò. Si sedette. Poi, iniziò febbrilmente a svuotare la scatola, controllando i titoli in copertina. “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”… Quelle tre parole sembravano lo sbuffo di una locomotiva a vapore che iniziava ad accelerare, le ruote stridevano sui binari, l’albero di trasmissione in acciaio mordeva le traversine, il treno si lanciava in una corsa inarrestabile, da togliere letteralmente il fiato… andandosi a schiantare nel buio più assoluto.

«Sciùr dutùr… cos’è che è successo? Si sente male?»

Il direttore sentì l’odore del dopobarba di Sandro, l’edicolante. Aprì gli occhi e realizzò che era finito lungo e disteso. Sandro, chinato su di lui, gli tastava il polso.

«Vuole che chiami un’ambulanza?»

«Lascia stare, Sandro, un mancamento. Solo un po’ di stanchezza.», ebbe la forza di rispondere.

«Avrà mica sbattuto la testa? Sente male da qualche parte? Guardi, dottore che a me non costa niente chiamare un medico», povero Sandro, non poteva immaginare…

«No, grazie, Sandro, aiutami solo a rialzarmi e a mettermi sul divano. Tutto bene. Un po’ di riposo e poi passa tutto», il direttore si sentiva come uscito da una centrifuga.

«Va bene, come vuole lei. I giornali glieli ho messi sul tavolo. E guardi che quando sono salito, la porta non era mica chiusa a chiave, sa? Faccia più attenzione. Con tutti i brutti ceffi che girano, non si sa mai. Anche se questa volta, nella distrazione è stato un bene che io sia riuscito a entrare, visto che lei non sarebbe riuscito ad aprirmi. Meglio così, va’.», Sandro allungò un cuscino al direttore, perché se lo mettesse dietro alla schiena.

«Sicuro che non devo passare più tardi, per vedere come sta?»

Il direttore fece cenno di no con la mano.

«Al limite le porto un po’ di brodo di cappone che ha fatto mia moglie. Con i cappelletti. Per far sangue e riprendersi meglio.»

Ma il direttore non ne volle sapere. Ringraziò Sandro e gli disse di non preoccuparsi. Che tornasse pure all’edicola, gli spiaceva non poterlo accompagnare alla porta, ma tanto Sandro la strada la conosceva.

«Buon Natale, dottore!», gli disse Sandro, prima di infilare le scale.

«Buon Natale, Sandro. Buon Natale. E grazie», rispose il direttore con un filo di voce.

Meno male che Sandro l’aveva aiutato a sedersi sul divano. Perché quando allungò la mano e prese il primo quotidiano nel mucchio sul tavolo, leggendo il titolo in prima pagina, lo prese la nausea. Mentre il giornale planava sul pavimento, squillò il cellulare. Il direttore ebbe la sbadataggine di rispondere.

Dall’altra parte del filo, qualcuno che sembrava soffrire di adenoidi e che parlava a nome del Padre Priore del Santuario di Bò lo invitava imperiosamente a restituire le statue dei tre Re Magi entro il primo pomeriggio di quella giornata, pena una denuncia per “appropriazione indebita di beni della Chiesa”. Il direttore non ebbe nemmeno il tempo di rispondere. Si sentì il “click” impietoso che terminava la comunicazione.

«E io dove lo trovo un autotrasportatore la mattina di Natale?», aveva chiesto ad alta voce il direttore. Ma parlava solo con se stesso e quando se ne accorse, si avvilì ancora di più.

Forse la televisione gli sarebbe stata d’aiuto per pensare ad altro. La accese, ma sul primo canale un critico letterario ben noto nell’ambiente, stava già montando il caso di “Fuffa e ragnatele”. Raggiunto al telefono dai giornalisti, non gli era parso vero di poter dare fondo alla sua prolissa malevolenza:

«Ho letto “Comete e tripudi”. Prima della “metamorfosi”, diciamo così, poco prima che venisse distribuito. Che dire? Nelle duecentocinquantotto pagine di auto-sbrodolamento – passatemi il termine - che ci ha voluto regalare Salamè, le occorrenze delle parole “comete” e “tripudi” erano, in totale, ben centosettanta. Vi rendete conto? Una cometa e un tripudio ogni pagina e mezza. Ora, non è cambiato solo il titolo del libro. No! Perché queste due parole, rileggendo le pagine nella loro nuova forma, sono state sostituite in tutto il testo! E il risultato è strabiliante! Unico nel suo genere! Salamè, finalmente esce allo scoperto! Sentite qua, cosa scrive già nella prefazione: “Miei cari, fedeli lettori. Questa la mia ultima opera in termini di tempo che ho deciso di donarvi. Piena di “fuffa”, di “ragnatele”. Perché voi, che mi seguite da così tanti anni, che esigete il bello, il sublime, di cui io riesco a permeare le pagine dei miei libri, meritate solo “fuffa” e “ragnatele”. Perché questo siete in grado di capire e apprezzare. Solo questo. Vi sono momenti nella vita in cui un uomo, un vero uomo, deve guardare in faccia alla realtà. Per me, per voi, questo momento è giunto. Fatidico. Ineluttabile. Io so scrivere solo di “fuffa”, perché nella mia vita ho vissuto solo in mezzo a “ragnatele”. Che voglio condividere con voi. Perché anche voi vi muovete tra “fuffa” e “ragnatele”, sin dalla nascita. Solamente, non ve ne siete ancora resi conto. E io voglio sollevare il velo dai vostri occhi. Lentamente, inesorabilmente. Sì, anche voi, anche voi, credetemi, vivete di “fuffa” e “ragnatele”!” … E questa è solo la prefazione! Ma vi rendete conto? Dino Salamè dichiara subito che i suoi lettori sono dei pezzenti ignoranti, come lo è lui, d’altronde! Più che una trovata commerciale, credo che sia una confessione accorata del Salamè, stanco di indossare la maschera dello scrittore illuminato, che peraltro non è mai stato. Una confessione salvifica in extremis… Credo che stia uscendo di scena…»

Il direttore era orripilato. Ma come era potuto succedere? Cosa, soprattutto era successo in quelle poche ore, dalla presentazione del libro alla vigilia, fino alla mattina di Natale?

Spense subito la televisione. Spense il cellulare e staccò il telefono. Avrebbe voluto non esistere più. Dissolversi. Ma non poteva. Iniziò a piangere come un bambino. Si asciugò il naso che gli colava nella manica del pigiama. E si ricordò che l’ultima volta che aveva fatto quel gesto aveva dieci anni. Prima che sua madre gli facesse capire con uno sganassone che solo gli incolti non usano il fazzoletto.

Si ricordò che non aveva ancora fatto colazione. Ma chi aveva voglia di vestirsi, uscire, cercare un bar aperto, la mattina di Natale?

La pendola a muro batté le otto. Era passata solo mezz’ora da quando tutto aveva avuto inizio, ma sembrava fosse passato un secolo. E ora, che avrebbe fatto?

Il direttore tirò un sospiro profondo. Nulla. Non avrebbe fatto nulla. Che andassero tutti al diavolo. Salamè, il Padre Priore, i giornalisti, il critico letterario, i lettori imbufaliti.

«La vita è una sola!», si disse il direttore e aprì la finestra del soggiorno.

«Sandro, Sandro!», chiamò e Sandro fece capolino dall’edicola, «È ancora valida l’offerta del brodo di cappone e dei cappelletti?»

«Glieli porto a mezzogiorno?», chiese l’edicolante.

«Se non è un disturbo per te e per tua moglie… mi farebbe piacere venire da voi a mangiarli…», azzardò il direttore.

«Orpo! Ma certo, sciùr dutùr! Che onore! Certo, saremo in metà di mille, ma dove mangiano diciotto, si mangia anche in diciannove! L’aspetto a un quarto a mezzogiorno, allora, prima della chiusura!», e la testa di Sandro scomparve tra i mucchi di riviste patinate e Settimane Enigmistiche.

Mostra altro
Pubblicità

Strampalario di Natale, parte terza

13 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte terza

Corriere della sera

sabato 25 dicembre

Pinocchio è tra noi e augura a tutti Buon Natale

Il Salamé e la sua trovata natalizia (e marchettara) giunge in tempo per le strenne.

C’era una volta… Pinocchio. Ma quella è storia conosciuta.

Novità dell’anno, o meglio di questo Natale: la trovata di Dino Salamè. Il suo nuovo libro “Comete e tripudi”. Titolo eccentrico, iperbolico, al pari della fama del Salamè (anche se un collega giornalista partenopeo è del parere che un titolo così si addica di più a un negozio di fuochi d’artificio). Salamè, scrittore controverso, prolifico, sempre sulla cresta dell’onda. Lui, che si presenta da sé, come ha sempre tenuto a sottolineare, ieri sera, alla vigilia di Natale, era in una famosissima libreria del centro, per presentare la sua ultima fatica. “Comete e tripudi”, appunto, vegliato nientemeno che da tre Re Magi (viva la modestia!).

Ma che sorpresa, questa mattina, per i fan di Salamè e per chi, tra il pubblico, ha acquistato una copia del libro.

Nottetempo, chissà per quale magia, il titolo sulla copertina si è trasformato. Non più “Comete e tripudi”, bensì “Fuffa e ragnatele”. Che, tutto sommato, crediamo ben più consono al contenuto e al tenore del libro.

Finalmente, Salamè!

Hai avuto il coraggio di dichiararti. Produttore di fuffa e abbindolatore di lettori, gigione incallito, affabulatore, Narciso della carta stampata. Questo diranno di lui i detrattori.

Noi di lui diciamo: “Gran volpone”!

Siamo certi che grazie a qualche diavoleria tecnologica e tipografica, hai fatto in modo che il titolo, a distanza di poche ore dalla presentazione, cambiasse - in meglio, perché più calzante, secondo noi. Così, dopo Santo Stefano, quando riapriranno le librerie, ci sarà la fila per accaparrarsi il tuo libro. E gran volponi quelli della casa editrice Ca’ Story, primo fra tutti il direttore, che da tempo si batte perché all’editoria venga riconosciuto il grande compito morale di diffondere la cultura. A lui noi chiediamo: ne sei proprio sicuro? Con questa trovata del “titolo cangiante”, quanti soldi andranno a rimpinguare le casse della Ca’ Story, che, negli ultimi anni, ha fatto del suo cavallo di battaglia Dino Salamè. Sempre e solo Dino Salamè. L’asso pigliatutto. Il Varenne dell’editoria, tanto che tutti gli altri autori cercavano di darsela a gambe levate, se non, addirittura, venivano messi alla porta, dopo essere stati vessati dalla primadonna Dino Salamè. Direttore, Direttore, e questa la chiami cultura? Mezzucci di chi considera i suoi lettori soltanto dei gonzi… Che vergogna! Anche se, certo, riempirete i cassetti di banconote. O forse no. Chissà. E tu, Dino Salamè, hai mai pensato che, magari, per una volta, il pubblico vorrà ragionare con la sua testa? E riflettendo sul fatto che c’è chi si permette di cambiare le carte in tavola (e i titoli di un libro), forse ti ammirerà di meno e ti lascerà un poco di più nel tuo brodo. Da solo.

Come un Pinocchio in una vasca da bagno. E si sa che al legno l’acqua non giova.

Buon Natale a tutti i Pinocchi! P.B.

Continua

Mostra altro

Strampalario di Natale, parte seconda

12 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte seconda

Da Pasiele a Dio

25 dicembre, ore 1:30

Caro Signore, prima di tutto buon Natale!

Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.

Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»

«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»

Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.

Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.

Tuoi Pasiele e Abacùc

Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.

Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»

Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.

Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»

«Spiegati meglio…», disse Abacùc.

«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»

Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.

Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.

«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.

Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»

«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»

«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»

«Che libro è?», si intromise Abacùc.

«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.

«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.

«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.

«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.

Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.

«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.

Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.

Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.

A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.

Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.

Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.

Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.

Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.

«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.

«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.

«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.

«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.

«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.

«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.

Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.

«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.

«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.

Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.

Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.

Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.

E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.

Continua

Mostra altro
<< < 10 11 12 13 > >>