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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

#unasettimanamagica Buon Natale signor lupo!

27 Dicembre 2013 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto, #fantasy

<<Ciao Signor Lupo!>>

Il bambino che tenevo sulle ginocchia mi guardava con uno sguardo che non riuscivo ad interpretare...divertito?...incuriosito?...basito?...insomma aveva una bella faccia di culo! Maledetto bambino!

Maledetto bambino...maledette luci troppo forti per i miei occhi attuali...maledetto centro commerciale del cazzo...maledette feste! Maledetto spirito natalizio! Ma soprattutto: "Stramalidetto me!"...stra-"malidetto"...non "maledetto".

"Stramalidettooooo!"

Accedenti a me, alla disoccupazione, alla crisi, al lavoro che non avevo...a parte questo ridicolo surrogato: fare il "Babbo Natale" al centro commerciale alle porte della città.

Il che voleva dire fare il coglione (e non sarebbe stato un dramma...è una vita che lo faccio!) vestito di rosso ed imbottito di gomma piuma e pellicce varie, per 12 ore al giorno dal 10 dicembre alla sera del 24.

Sotto riflettori nucleari a 40 gradi fahrenheit, peggio che a Fukushima durante l'esplosione del reattore.

A prendere in braccio una moltitudine di bambini sognanti, in realtà odorosi di bagnoschiuma-cacca-dolciallozenzero-torrone-libriscolastici-latte-mamma-nylon, che volevano a tutti i costi vedere Babbo Natale e chiedergli personalmente cosa avrebbero desiderato sotto l'albero...

Ovvero cosa "volevano" sotto l'albero, il condizionale nel mondo capitalistico dove vige la regola del consumismo a tutti i costi non esiste...Loro "volevano", "esigevano" quello che mi chiedevano. Nessun rispetto per la mia figura (benché decisamente ridicola), nessuna concessione alla tradizione, nessuna remora morale nel vedere Babbo Natale dal vivo...

Io non l'avevo mai visto Babbo Natale da piccolo, e neanche l'avrei voluto vedere! Era troppo bello sentire cosa asseriva di vedere dalla finestra la nonna, quando la mattina del 25 entrava nella mia cameretta sostenendo che "là fuori" c'era Babbo Natale...che stava partendo verso chissà dove dopo avermi lasciato i regali che mi meritavo...Che bellezza! Che tempi! Ero un bambino vero, non una piccola jena golosa di tutto, come questi qui.

...ero un bambino...

<<No bimbo...non sono il Signor Lupo! Sono Babbo Natale! Non vedi?>>

<<Ciao Signor Lupo!>> continuava l'infante...stupido cazzone! Sul fondo del mio cuore nero speravo che non arrivasse all'età della riproduzione.

<<Va bene bimbo...Allora se mi hai chiesto tutto quello che vuoi per stanotte, lascia venire qualche tuo compagnuccio che si è fatto tardi! Oh-oh-ooooooooh!>>

Non mi era venuto molto bene l' "Oh-oh-ooooooooh!"...Merda. Era uscito come un ruggito strozzato! Infatti l'infante non aveva più quella faccetta di culo, ora era un po' perplesso...Perplesso ma anche spaventato. Il bordo dei suoi occhietti stava già cadendo verso il basso, spinto da lacrime che volevano uscire ma erano ancora un po' ritrose...Tornando dai suoi genitori teneva la faccia rivolta verso di me, come se temesse che lo seguissi...o gli balzassi addosso mentre era girato...

"Bene! Così impara a rompermi le palle mentre lavoro! Con queste luci stroboscopiche che mi entrano nel cervello...Bene! Buon Natale di terrore moccolone! E vaffanculo!"

Ero contento mentre pensavo tutto ciò. Un po' di sollievo per le mie membra scosse e fluide di dolore sordo e incontrollabile e la mia mente sempre più annebbiata via via che la notte si avvicinava...

Ero contento, ma già il rompimento di coglioni stava per prendere di nuovo il sopravvento. Rompimento di coglioni di nome Flavio...o Fulvio...o Livio...non l'avevo ancora capito...

Lui, il responsabile del settore giocattoli, tittirillò legati col filo e cazzi a molla natalizi mi stava guardando tra lo sfavato e il disperato oltre la cerchia dei genitori e dei bambini in attesa del loro turno col "Babbo".

Ed ecco che ora si stava avvicinando...<<Scusate signori e signore. Scusate bambini. Il centro commerciale sta per chiudere e, oltretutto, Babbo Natale si dovrà mettere in viaggio per soddisfare tutte le vostre richieste e quelle di tutti gli altri bambini del mondo...Quindi vi pregherei di avviarvi verso l'uscita. Magari i piccoli che non hanno parlato col "Babbo" imbuchino le letterine con i regali che vogliono nella cassetta rossa lì...sì proprio quella signora...>>, qualche mugugno si stava sollevando tra i genitori...qualche bambino aveva cominciato a piangere...Anche quello che avevo avuto sulle ginocchia per ultimo! Che bello!

<<...e te levati di culo. Adesso!...ma tu guarda che rintronato...>>, la gentilezza di Flavio-Fulvio-Livio era proprio in linea con la notte Santa che stava per giungere...

<<...ma...capo ho ancora mezzora da fare...>>

<<Togliti dalla mia vista ho detto!...ma non ti sei accorto dell'espressione e della voce che avevi con l'ultimo marmocchio??!! Sembrava che te lo volessi mangiare! Trana via che mi hai rotto!>>

<<Mi scusi capo, è che magari sono un po' stanco...accaldato...con 'sto costume...>>

<<Sei Babbo Natale, ritardato! Volevi venire in bermuda e camicia hawaiana??!!...guarda...levati da qui...tra un mese ti arriveranno i soldi...Forse prima, ma togliti-dalle-palle-subito! Mi mandi via i clienti sennò!...coglione...ma tu guarda chi mi dovevo ritrovare sul groppone...VAI VIAAA!!!>>

<<Va bene capo...si calmi...e...Buon Natale...>>

<<VAFFANCULO ALTRO CHE BUON NATALE!!>>

L'ignoranza della gente è veramente senza fondo, stavo pensando mentre mi ritiravo nei magazzini per sfilarmi lo stupido costume...lo stavo pensando ma ero anche contento. Perché, e Flavio-Fulvio-Livio aveva ragione, stavo veramente arrivando al limite. Non ce la facevo più.

D'altronde, come pensavo prima..."Stramalidetto me!"...Tra tutti i lavori che potevo trovarmi nel periodo natalizio (non molti in realtà...sapete...la crisi...) proprio Babbo Natale il 24 dicembre, luna piena, mi ero ritrovato a fare...

Sì, perché...io mi chiamo Juri...e sono un lupo mannaro...un lupo mannaro ma anche un disoccupato! E dovevo lavorare almeno sotto queste feste! Ché pagano bene!...è che mi ero completamente scordato della luna piena il 24 notte. Puttanaeva! Non casca mai di Natale! Proprio quest'anno!...lupo mannaro, disoccupato e con la merda addosso se posso aggiungere...

Era da due giorni che la "bestia" aveva cominciato a scorrermi sotto la pelle. Sempre di più. Sia chiaro, non è mai una sensazione piacevole...ma vestito da Babbo Natale per 12 ore vi posso assicurare che i preliminari della "muta" sono proprio insopportabili!...le vampate...la tachicardia...l'insensibilità agli arti, alle mani soprattutto...l'impressione dei peli che sembrano urlare sotto pelle...gli artigli e le fauci "fantasma" (cioè mi sembra di averli ma non li ho...ancora...)...la voce che, come prima col fottuto bimbetto, esce roca o un po' troppo animale...ed il fatto che, a volte, qualcuno se ne accorge...bambini piccoli, cani (che mi stimano tantissimo!), gatti (che mi odiano a distanza...), qualche adulto matto (o considerato tale)...E allora sono contorcimenti mentali e sforzi fisici per apparire solo un po' eccitato o affaticato...non sull'orlo di un cambio morfologico così estremo!

Insomma...era Natale, quasi. Luna piena alle 23.20. Stanotte sarei "mutato" e avrei mangiato. Avrei mangiato a sazietà. D'altronde la notte Santa si fa il cenone...o no?!

Solo che una leggera inquietudine mi stava prendendo: troppa gente in giro, troppe luci, troppo movimento. Io di solito ci stavo attento a queste cose. Mi preparavo bene. Sceglievo posti isolati. Zone buie. Prede ben fruibili senza far tanta confusione...stanotte sarebbe stato impossibile, ma "o così o pomì!"...

La Fame, in aggiunta alla smania da "cambiamento", mi stava letteralmente dilaniando. Era un bisogno di una fisicità incomprensibile nella forma umana, di una "realtà" e "presenza" terrificante da quanto era concreta. Niente di paragonabile alle nostre sensazioni, alla nostra sensibilità di scimmie evolute...che tutto basavano sulla vista, sulla luce, sui colori. L'uomo mangia con gli occhi! Io mangiavo con tutto il mio corpo...

Divoravo persone.

E con esse divoravo menti...pensieri...presenti e futuri. Divoravo mondi che poi rivivevano dentro di me. La mia pancia piena come una galassia in continua trasformazione, che si ingigantiva mese dopo mese...ad ogni luna, dopo ogni caccia. Si ingigantiva per poi implodere su se stessa...come se un buco nero si formasse dopo una supernova...Tutte le volte. Tutti i santi mesi lunari...

Il centro commerciale dove avevo lavorato fino a pochi minuti fa era alla periferia est della città, distava circa cinque chilometri dal centro. Non avevo un mezzo di locomozione (sapete...la crisi...), quindi mi avviai a piedi. Camminare per me non era davvero un problema, potevo farlo per giorni. Soprattutto ora che il Lupo dentro stava diventando dominante.

Il problema sarebbe stato invece trovare un posto al riparo da occhi indiscreti per mutare. E teoricamente non sarebbe stato semplice, in una città di duecentomila abitanti!...ma in realtà un'idea ce l'avevo...nel centro storico ancora qualche palazzo in rovina e diroccato dai tempi dei bombardamenti c'era....In particolare avevo pensato ad un fazzoletto di terreno incolto, una specie di "giungla urbana" con erbe alte un metro e cespugli di rovi, situato dietro l'abside di una vecchia chiesa sconsacrata. Tra la chiesa e un antico magazzino usato fino al secolo scorso per stoccare grosse giare di terracotta contenenti olio, scaricate dalle navi del porto. Un palazzotto di un piano che, secondo le buone intenzioni di molte amministrazioni comunali, doveva diventare sede di mostre permanenti...museo navale...pinacoteca...polo di arti figurative...ambasciata del Burgighistan...e che invece era rimasto umile palazzotto fatiscente. Sede di popolate riunioni di condominio per numerose generazioni di ratti...

In genere non ero così sprovveduto da mutare e cenare in città. Era rischioso. E poi oltre la statale, alla periferia orientale, c'erano campi che continuavano per chilometri, fino a basse colline coperte dalla macchia, che si estendevano per migliaia di ettari. E lì c'erano poderi isolati e roulotte di barboni, campi nomadi e campi scout, il carcere, la discarica, varie bettole frequentate da cacciatori e bracconieri, appostamenti fissi dispersi nel bosco, un'azienda faunistico-venatoria (con ottimi cervi e daini...in mancanza di meglio...) ed alcuni paesotti di poche centinaia di abitanti...fare sparire una o due persone, ai margini di questa "società sparsa", ogni tre-quattro mesi, era un rischio controllato. Nessuno mai si era allarmato o accorto di niente. E poi alternavo le cacce in loco con quelle che organizzavo anche in posti molto distanti, fuori regione e addirittura oltre confine. Un lupo mannaro nel nuovo millennio deve stare attento! Si fa presto a finire sul web o in qualche ridicola trasmissione televisiva per via di un piccolo errore...una ripresa fatta da un cellulare o da una foto trappola non era più un evento così improbabile! Siamo tutti sotto controllo per la miseria! E ci piace controllarci a vicenda e farci i cazzi degli altri! Che razza di mondo...

Con la Fame che mi ottenebrava la mente e la bestia che mi schizzava fuori da tutti i pori della pelle, per fortuna il freddo umido e pungente portato da una brezza marina mi stava tenendo nel "me stesso" umano ancora abbastanza saldamente.

Erano le 23.00 ed ero ormai arrivato nel luogo che avevo prescelto per "cambiarmi". Sarebbe stata la seconda volta stasera: prima avevo dismesso i panni del "Babbo ciccione ridicolo Natale Oh-oh-oh vaffanculo", panni che tenevo ancora in un sacchetto di cartone e che avrei volentieri bruciato (forse...domani...)...e adesso avrei indossato i molto onorevoli e poco ortodossi panni del lupus hominarius, rappresentante solitario di un'antica razza ormai ridotta al lumicino...troppo schiettamente sincera per una società che stava perdendo ogni umanità, per quanto bestiale essa fosse...

Ore 23.15: la "trasformazione" è un processo insospettabilmente veloce e indolore, rispetto alla fastidiosa "smania" che la precede ed a dispetto della profonda riorganizzazione scheletrica e muscolare dell'organismo che la subisce...alle 23.20 ero già Lupo. Un bel Lupo alto e slanciato, con un vello setoloso grigio e folto, muscoli guizzanti sotto di esso, uno stomaco vuoto e urlante e un paio di fauci desiderose di nutrirlo! Perfetto! Bellissimo!

Da Lupo, anche se si perdono molte caratteristiche mentali dell'uomo e si diviene un po' più istintuali e governati dalla "pancia"; anche se non si riesce a parlare correttamente e se i pensieri sono a volte un po' faticosi, di solito non si abbandonano certe caratteristiche personali. Ad esempio io sono, a ragione o a torto, ritenuto dagli altri un tipo molto brillante e simpatico, pronto alla risata ed alla battuta sarcastica...quindi, in ottemperanza, ma anche come parodia rispetto allo spirito natalizio che pervadeva quella notte...mi cambiai per la terza volta rimettendomi il costume del Babbo! L'operazione risultò un po' complessa per l'assenza di "mani" ben funzionanti, sostituite da zampe artigliate poco adatte a manovre così fini, ma alla fine riuscii a re-infilarmi l'abito rosso ed il cappello d'ordinanza...e il completo non mi stava neanche tanto stretto, perché pensato per un vecchio panzone petomane, semmai un po' corto...Babbo Natale doveva essere una gran mezza sega, ma io facevo la mia porca figura!

Così fantasiosamente agghindato salii velocemente (e quanto velocemente potevo muovermi non potete capirlo!) sul tetto del palazzotto-magazzino e da lì, con pochi precisi balzi, su quello della casa più vicina.

Il panorama della mia città, da tale inconsueto punto di vista, aveva una sua decadente bellezza: ad ovest il fanale pulsante del porto, le gru, le navi "container", i silos ed i transatlantici che parevano alberi addobbati galleggianti, il tutto a precedere l'immensità scura in continuo movimento del mare.

A nord le fiamme malate delle torri di combustione a indicare la landa desolata dalla raffineria di petrolio.

A sud e ad est lei...una piccola grande città...con le tante chiese che si andavano colmando di gente in attesa della messa.

Le fortezze, macchie buie come tumori della notte.

Le case, gli stabili, i caseggiati, i grattacieli, dimore moderne o antiche, punteggiate da lumi...fiochi fari...fuochi fatui a segnalare famiglie, donne o uomini, piccoli universi isolati, pur così vicini tra loro...

Stanotte una di quelle famiglie avrebbe ricevuto una visita inconsueta. Una visita sicuramente da raccontare negli anni a venire...ma di anni a venire sfortunatamente non ce ne sarebbero stati più.

La Fame mi dette l'ultimo avvertimento come con una coltellata al centro degli occhi...mi riscossi dal poetico intorpidimento, che mal si addiceva al mio stato, e mi avviai verso uno dei palazzi più antichi del quartiere, una casa nobiliare del '600 caratterizzata da una bella facciata, con un terrazzo sorretto da due colonne doriche d'arenaria. Lì viveva un unico nucleo famigliare, il resto erano tutti appartamenti in attesa da anni di essere affittati...e che non lo sarebbero mai stati viste le folli pigioni richieste...Mi calai lungo la grondaia d'angolo fino allo "scalo", ovvero fino ad una delle strade che fiancheggiavano i canali d'acqua marina che rendevano particolare quel quartiere, e costituivano una rete di comunicazione usata fino al secolo scorso per il trasporto delle merci dal porto.

Volevo entrare dalla porta principale dell'appartamento suonando il campanello, non intrufolandomi di nascosto come un qualsiasi ladruncolo! Entrai nell'ampio atrio a terreno (il portone era aperto, come avevo previsto) e rasentando il muro mi mossi verso il pianerottolo del secondo piano, dove risiedeva la famiglia Paglieri: padre e madre di mezza età e due figli piccoli, forse troppo per loro.

Come vedete, in quanto carnivoro "puntuale" benché generalista, anch'io facevo le mie indagini per individuare le prede che fossero più accessibili, fruibili e "convenienti". Era già da un po' che pensavo ai Paglieri, ma non avevo mai voluto affrontare il rischio di una "cacciarella" in piena città...gli eventi dell'ultimo mese mi avevano però messo alle strette! Se volevo arrivare sano di mente alla prossima luna dovevo metabolizzare mooolte proteine in breve tempo.

Una famiglia di quattro persone era perfetta...

Arrivai silenziosamente all'appartamento e, senza fare calcoli (...non ne ero molto in grado in realtà...), suonai il campanello con il mio pseudo dito della mia mano-zampa...mi accostai all'uscio, munito di spioncino, per impedire la mostruosa visuale che, mio malgrado, rappresentavo.

<<Chi è?>>, la voce era femminile.

<<Buon Natale...un pacco per il signor Paglieri...>>, recitai questa semplice formuletta con una voce cavernosa e quasi incomprensibile per le mie sensibilissime orecchie...ma evidentemente il timbro non destò nessun sospetto, forse aspettavano un pacco veramente...forse avevano amici con voci arrochite dall'alcol...Che culo una volta tanto! Tant'è che la porta venne aperta quasi subito...Mi voltai...

Davanti a me si presentò la famiglia al completo: il padre, un signore sulla cinquantina pelato e grassottello, con un cappello come il mio sulle ventitré; la madre, bella donna con capelli lunghi legati a crocchia e falsamente biondi...magrolina purtroppo; i due bambini, sotto i dieci anni, un maschio ed una femmina entrambi piuttosto in carne...

Tutti e quattro evidentemente rimasero piuttosto stupiti nel vedere un Lupo di due metri e mezzo vestito da Babbo Natale.

Il maschietto aveva anche un mezzo sorriso sulle labbra...che faceva? Pigliava per il culo?

La femmina, di poco più grande, aveva gli occhi più che sgranati, forse erano già sporgenti in condizioni normali, ma adesso parevano volerle schizzare dalle orbite.

La madre, con un grembiule a scacchi rossi e bianchi e un mestolo di legno in mano, aveva la bocca abbondantemente impiastricciata con un fastidioso rossetto carminio e la teneva aperta tanto, da sembrare una bambola gonfiabile in carne ed ossa.

Il padre era l'unico che sembrava non aver colto la stranezza della situazione e la bizzarria dell'avventore di quella sera: i suoi occhi erano spenti e velati, non so se da ignoranza, stupidità, vino frizzante o overdose di televisione. Le spalle erano cadenti e l'aspetto generale flaccido. In una situazione fisiologica migliore forse l'avrei scartato, ma quella sera non era il caso di fare i difficili.

Eravamo lì, alle 23.55 della notte di Natale. Tra cinque minuti tutte le campane della città avrebbero annunciato la nascita del redentore: "...pace in terra ed agli uomini di buona volontà...". Eravamo lì: io, e la famiglia Paglieri. I loro occhi umani, dove percepivo sentimenti disparati e molta incredulità, nei miei occhi bestiali, ardenti di Fame e con ormai un limitato raziocinio. Non so se pensassero ad uno scherzo, magari era un reality show o una trasmissione speciale di Teleregione...o se cominciassero a rendersi conto di essere veramente in un film dell'orrore, come comparse...in quanto il protagonista era un altro e loro sarebbero usciti di scena da lì a poco...

Era la notte Santa...forse volete che vi dica che li lasciai stare. Dopotutto a Natale siamo tutti più buoni! Forse volete che vi dica che alzai il muso al soffitto e cacciai fuori un bell'ululato spettacolare e scenico, poi mi lanciai dalla finestra del pianerottolo e dopo mi eclissai nella notte...

Forse volete che vi dica che quella notte cenai con cefali pescati a mano nei canali, con un pollo e mezzo quarto di bue alienati da una macelleria, con dieci panettoni artigianali trafugati dalla migliore pasticceria del centro. So che volete sentirvelo dire...

Invece non andò così.

Perché li mangiai. Li divorai tutti.

Durante la notte di Natale, prima che le campane smettessero di suonare per richiamare le ultime pecorelle, sbranai tutta la famiglia Paglieri. Ma non temete, dopo pochi secondi erano tutti morti. Forse non ebbero neanche il tempo di capire fino in fondo cosa stava succedendo...almeno, il padre non lo capì. Ne sono sicuro!

Alla fine del pasto mi trovai da solo (ovviamente) in una casa semi distrutta (le uccisioni di massa sono forse eventi un po' traumatici e caotici...ma così è...)...ed ancora con una Fame terribile! Ma come?! Avevo ingurgitato carne di quattro persone di cui tre sovrappeso...Doveva bastarmi per venti giorni a regola! Avevo ingoiato tutte le interiora disponibili! Avevo anche triturato alcune ossa, quelle più ricche di midollo...ma, porca puttana, avevo ancora un drago nello stomaco...Un drago che sputava fuoco!

Smanioso e insoddisfatto cominciai a girare per casa...dopo poco individuai la cucina: in ogni armadio, a cui strappavo le ante dalla foga, trovai roba da mangiare...merendine, scatolette di tonno carne fagioli, cracker, grissini, dolci natalizi di tutti i tipi, cioccolata, brick di zuppe precotte, buste di preparati liofilizzati e indefiniti....ma chi se ne importava dopo tutto? Mi ficcai ogni cosa in gola senza stare ad aprire o scartare...ingollai tutto...

Nonostante la mente ottenebrata trovai anche il frigo. Dilaniai a zampate anche quello e mi gettai su forme congelate imprecisate: carni, pesci, capponi, tacchini, insalate di mare, di terra, crostini, crostoni, bruschette, panini, tramezzini...

Ansante mi buttai sul divano...la grossa testa gettata all'indietro, lo sguardo ferale puntato sul soffitto...e lo stomaco dolorante...ma non per i troiai che mi ero ficcato dentro negli ultimi dieci minuti, non per i 200 chili di carne fresca dell'abbuffata precedente...ma ancora per un insopportabile languore!

Ancora Fame! E' Natale! Dovevo mangiare ancora! Tirai su il muso e me lo leccai per inumidirlo, annusando l'aria percepii un odore dolciastro...In fondo alla sala dove mi trovavo, nel casino impressionante della scena del (mio) crimine l'albero adornato e illuminato pulsava di colori gialli-rossi...gialli-rossi...gialli-rossi...l'odore veniva da lì...Gli addobbi erano di cioccolata!

Come se l'albero avesse provato a fuggire mi ci buttai sopra e...lo sbranai! Anche lui! Lo ingollai quasi intero: dal puntale al vaso pieno di terriccio (la famiglia Paglieri amava le tradizioni: l'albero era un vero abete rosso dell'Appennino settentrionale).

Alla fine mi cadde lo sguardo anche sui regali che erano stati amorevolmente collocati dai Paglieri sotto l'albero: delle belle scatole di tutte le dimensioni impacchettate con una deliziosa carta rossa e bianca, con fiocchi argentati...Mi si smosse ancora un qualcosa dentro...allora mangiai anche quelli, uno a uno, tirandomeli tra le fauci come noccioline...

E poi la Fame, così come era diventata un pena insopportabile, sparì del tutto. Come se non ci fosse mai stata. "Ci riaggiorniamo tra venti giorni bello..." mi sembrò di sentirla dire...

Ma ora ero veramente spossato dalla mia stessa foga bulimica e potevo percepire tutto ciò che avevo ingurgitato tintinnare nello stomaco...perché molto di quello che avevo mangiato faceva esattamente quel suono: tintinnava!

La scarsa lucidità che contraddistingue noi lupi mannari durante l'attività predatoria, diventa ancora più evidente quando siamo nella fase della digestione. Ed io ero nel pieno di essa, ma dovevo lo stesso muovermi. Non potevo rimanere lì fino all'alba, quando ci sarebbe stata la "contro-muta" ed avrei riassunto i miei consueti "panni" umani...

Cercai di riscuotermi e velocemente uscii dal palazzo. Una certa luce nel cielo indicava la seconda parte della notte, quella precedente il sorgere del sole. Scivolando da un angolo in ombra all'altro, sfiorando muri, sfruttando il buio degli scarsi giardini pubblici, mi spostai verso la periferia nuovamente. Mi liberai del costume di "Babbo serial killer Natale" in un cassonetto e, nudo, mi sentii meglio e più a mio agio.

La digestione procedeva imperterrita e dovevo già evacuare parte del cenone...sarebbe stata una cosa dolorosa probabilmente, ma era necessaria prima che tornassi uomo.

Non avrei potuto farlo in piena città: la prevedibile stranezza di una deposizione fecale come quella che mi aspettavo (ossa e peli umani, frammenti di palline di vetro e plastica, aghi di abete rosso, brandelli di cappone, scatolette di alluminio accartocciate, domopack con tracce di zuppe pre-cotte...) avrebbe allarmato le autorità e interessato oltremodo quei maledetti ficcanaso dei ricercatori! Ce ne erano alcuni anche qui: gente che si faceva chiamare "scienziato" e che si divertiva e tramestare nella merda delle bestie per vedere cosa avevano mangiato! Pensate che roba! Alcuni addirittura facevano delle analisi genetiche per accertare "nome e cognome" della povera bestia in questione! Vi immaginate che stupore nel ricercatore che avesse analizzato il mio DNA? E che casino sarebbe successo dopo?! Purtroppo il mondo per noi lupi mannari è diventato un posto pericoloso...non si può più neanche cacare in pace!

Con questi pensieri, sempre più chiari nella mia mente a causa dell'uomo che si faceva strada dentro ogni pelo del mio mantello, uscii dalla zona urbana che stava albeggiando. Oltre la statale, attraversata passando dentro una tubazione di scolo delle acque piovane, si estendevano alcuni campi a riposo. Su una lieve altura sorgeva un vecchio cascinale diroccato e disabitato; altre volte avevo atteso la "contro-muta" là dentro, era un posto sicuro.

Ormai al limite della condizione umana entrai fra quelle mura di un'epoca imprecisata e, prima di riacquistare le sembianze dell'altro "me stesso", liberai le mie budella...

Fu bello e selvaggio e sincero.

<<Buon Natale Signor Lupo!>>

M.

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#unasettimanamagica St Jeremy's angels

25 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica  St Jeremy's angels

Wood cracked from rain and sun, insulating porcelain, black flocks of birds perched on wires. I count the telegraph poles and jump down from the train. Thirty-three poles . Thirty-three as the age of Christ.

I step down because St. Jeremy is a good place to spend the Christmas night. They say that you can hear the angels sing and the children put candles on the windowsill.

I cross the church square howling my song: Sister Death, Sister Death , why do not you take me back? I walk slowly , the rags are not enough to protect me from chilblains. Bad boys throw snowballs at me, bad boys are everywhere.

I see myself in the Keaton's window , while drooling on sausages hung in festoons , along with a black mongrel dog. I'm leaving and the mongrel follows me.

Sitting on a step, with my hat between my knees , I roll up a cigarette . Angels or no angels, before night falls, a dollar will drop in the greasy cap, I will pay a bed by lousy Reverend Gordon. Sister Rosy puts a dish covered with a towel next to the cap: "Jack, you’re still alive?”

"And you, you dirty whore? "

She goes away.

The hours pass, it starts to snow . A couple of coins fall in the cap. Christmas Eve charity, lousy charity.

From the windows I see women filling the turkey with chestnuts. I imagine biting into the crispy skin at the flickering light of a candle. The children cut paper stars, then look out of the window and put a lighted candle on the windowsill.

The bells jingle, the bells of Santa Claus’ sleigh. All doors are crowned with holly and sing hymns of joy.

All, but not the Mac Dowell door. It hasn’t a garland of red berries like the others, it talks to me through its black ribbon, its voice oiled. "The boy is dead," it says. I could go two houses ahead, where the light invites to party and you smell roast. Instead, I sit with my back against the Mac Dowell door.

A man and a woman pass. "Have you seen? ", they whisper , "Mary Mac Dowell has not removed the black ribbon yet. " They throw a coin in the hat, no one refuses a piece of bread on a night like this.

Now I have my dollar. Now I can go down to the mission, I have my dollar.

I linger, with my hands deep in the dog’s hair; I curl up against the Mac Dowell door. The bastard licks my feet, black like the ribbon.

The stairs are softened because the snow thickens. The dog's tongue is warm on my legs that I do not feel anymore down there at the bottom of the pants . The snow falls, cold and sweet.

Sister Death, Sister Death, why do not you take me back? It 's my singing voice .

Then it is no longer my voice.

The road has become dark or maybe I closed my eyes. I hear someone singing but it is not me, I swear .

The angels flutter in the flakes , they whirl in spirals of snow, snowmen riding ice. I watch them swirl in the crystals and touch the doors with wings drenched in snow. All doors, but especially the Mac Dowell door.

I'm not cold, I'm not afraid. Inside the house, Mrs. MacDowell does not cry anymore, I hear only the voice of the angels.

The angels of St. Jeremy singing.

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#unasettimanamagica L'incontro

24 Dicembre 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica L'incontro

Le parole sono colorate diceva Eduardo, “…tu liegge e vide ‘o blu, vide ‘o cceleste, vide ‘o russagno, ‘o vverde, ‘o ppavunazzo…”

Ma le parole sono anche suoni, immagini, musiche dell’anima.

Talvolta la parola, una sola, un’unica parola, “quella parola”, è un incontro, un avvicinarsi inaspettato tra sconosciuti, tra diversi, tra chi avrebbe potuto anche non trovarsi mai. E quando alla parola si accompagna lo sguardo, allora due mondi si fondono, si ri-conoscono, vite che si sfiorano e restano legate da un filo sottile che avvolge, stringe e impedisce di dimenticare. Una traccia indelebile nell’anima.

È così che è accaduto, pochi giorni fa, mentre camminavo di corsa per le strade di una città infreddolita ma frenetica, volgarmente addobbata per un Natale che bisogna a ogni costo festeggiare, illuminata in modo sciatto, così, quasi per forza, perché “a Natale si fa”, a Natale si truccano strade e piazze, si mascherano miserie e squallori. A Natale, i colori artificiali non sono quelli delle parole.

Macchine che sfrecciano e strombazzano, passanti carichi di pacchi che ti urtano indifferenti, con occhi vuoti, il sorriso stampato su volti di pietra, finto, come le luci, come i colori. E, a un incrocio, l’unico buio, addossata al muro, una grande macchia scura accartocciata; ai suoi piedi, un largo panno che intravedi sporco, carico di cianfrusaglie, radioline, statuette, portafogli: un piccolo bazar.

Passo oltre, uno dei tanti uomini-sacco, come li chiamano ora. Ho fretta, ho freddo, devo compiere il solito rituale dei regali, non ne ho voglia. Ma, qualcosa mi blocca, qualcosa mi spinge a tornare sui miei passi, una insolita curiosità, o forse no, forse il richiamo per quell’”invisibile” che sta lì, muto, rassegnato, in un luogo inconsueto. “Ecco”, penso, “ecco che come sempre mi intenerisco per un derelitto e faccio il solito gesto di generosità pelosa. Non sfuggo alla regola, a Natale si diventa tutti più buoni ed altruisti, come se, con un po’ di elemosina, ci si lavasse le coscienze”.

Ma quel cartoccio umano ha su di me uno strano fascino. Mi accosto, vorrei dargli dei soldi e poi scappare via, ma ho paura di offenderlo, e allora fingo di interessarmi a un piccolo portamonete, quasi perfetta imitazione Gucci. Lo prendo e guardo l’uomo. Senza parlare, lui alza una grande mano dal palmo rosa e mi mostra le cinque dita. Faccio il conto che, se tutto va bene, a lui andrà la metà; gli porgo una carta da dieci euro. Lui cerca in un sacchetto di pezza il resto, sempre senza parlare gli faccio cenno che va bene così, non voglio il resto.

E allora avviene l’incontro. Il giovane alza su di me due immensi occhi neri e liquidi, “occhi di paglia bruciata”, avrebbe detto Pasolini, “…occhi di poveri cani dei padroni”. Mi guarda serio per un lungo istante. Quegli occhi non sorridono, “vedono”, mi riconoscono, quegli occhi sanno. Sanno il segreto di una vita che rotola ancora alla ricerca di un senso, sanno, sanno di un Natale, di mille Natali mai arrivati. E anche io so, e vedo. Vedo tracce della sua storia antica, vedo la sua crudele innocenza, vedo lui, vero testimone dell’Avvento.

Alì, uno dei tanti figli dei figli…” “essi che ebbero occhi solo per implorare…” “essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo…” (1)

Abbassa il capo, Alì; prende dalla tasca qualcosa e me lo porge: è un piccolo ciondolo d’avorio, una minuscola testa d’elefante. Io compro, lui dona.

Apre la bocca, le sue grosse labbra si stirano sui denti bianchissimi. La voce dura, roca, un’aspra carezza: AMICA, dice, solo AMICA.

Avrebbe potuto pronunciare altre parole: “grazie” per esempio , oppure “ciao”, o anche: “è per te”. E invece sceglie di dire: AMICA. E quella parola ha il colore di tutti i mondi lontani, il colore di tutti i Natali del mondo.

Sono tornata a quell’incrocio, ci passo spesso, ma lui non c’è.

Altre strade, altri marciapiedi, altri incroci lo vedranno, grande ombra scura dagli occhi brillanti, neri e lucidi come la sua pelle, porterà altrove la sua storia, la storia dei figli di “Alì dagli occhi azzurri”, pronuncerà ancora “quella parola” ad orecchi sordi, guarderà sempre in fondo a occhi ciechi, e la profezia di un Vate rimpianto, non troverà ancora echi. “Se egli non sorride, è perché la speranza per lui non fu luce, ma razionalità”. (1)

Ida Verrei.

(1) da “Profezia” di P.P.Pasolini

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#unasettimanamagica Davanti al presepe

23 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Davanti al presepe

Marcello De Santis, nato a Tivoli, 5 marzo 1939. Già funzionario di banca, oggi è in pensione. Da sempre è appassionato di poesia e letteratura, studioso in particolare di Dino Campana e il suo tempo. Negli ultimi anni, oltre a comporre in lingua, dedica il tempo a poesie in dialetto tiburtino e ha pubblicato diverse raccolte di poesie vernacolari. Quello che presento qui, tuttavia, non è una poesia ma un racconto breve in cui Marcello De Santis propone l’atmofsera magica di una notte di Natale. Trovandosi malato e nell’impossibilità di recarsi coi familiari alla Messa di mezzanotte riscopre la gioia di posare il Bambinello nel Presepe.

DAVANTI AL PRESEPE

di Marcello de Santis

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata. Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati. Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente, e incappottati con scialli e cappelli, per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due stretti stretti per scaldarsi meglio, e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il natale con noi. Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti. La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna. Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa) … e che mi prendo ancora!… … ‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spry da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero)). Ho obbedito come un suddito al suo re, e sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata! Per questo, debbo dire, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria. Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare) Le campane hanno smesso di suonare. Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tral vociare natalizio consueto di ogni natale. M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu addossata alla parete, splende la luna e brillano le stelle dorate. Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio), e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare. Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore, e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana. Eccola, la grotta, c’è la madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dal-l’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san giuseppe. Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino ge-sù, che è appena nato. So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa. La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago. … meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato. (da: pezzi di vita, inedito) marcello de santis

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#unasettimanamagica Cena di Natale

21 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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#unasettimanamagica The Christmas diary

19 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica     The Christmas diary

19 dicembre. Brrr, freddo. Mi vesto.
Mutande calde e comode. (Leggi capaci di frenare qualsiasi iniziativa sessuale da parte di lui)
Reggiseno con tripla imbottitura, in grado di emergere da innumerevoli strati d’indumenti.
Maglia di lana pecorina a maniche lunghe.
Maglione a collo alto lavorato a coste giganti con ferri del n 12.
Collant 250 denari.
Cappello peruviano foderato di lapin ecologico.

Mi guardo le mani.
La curvatura delle unghie è da insufficienza polmonare acuta e ci sono inequivocabili striature verticali da eccesso di candeggina. Penso allo smalto Notte di perversione che ho comprato per la sera del 31. Le pagliuzze dorate s’insinueranno nei solchi? La pelle sembra il deserto del Gobi in una stagione particolarmente secca. Non ho tempo di mettere la crema, opto per i guanti.

Mi guardo allo specchio.
Vedo un essere flaccido, dal pallore mortuario, infagottato in un maglioncione informe. Ce la farò a trasformarmi in un’affascinante creatura in tempo per il veglione?
Esco per comprare il regalo alla suocera. (Meglio liberarsi in fretta dei brutti pensieri.)
In vetrina vedo un profumo che costa 40 €. Penso a quando lei mi ha fatto notare che suo figlio meritava di più. Cerco qualcosa da meno.
Esamino una sciarpa da 30 €. Uhm… Mi viene in mente quella volta che lei mi ha annunciato che l’ex moglie di suo figlio cucinava meglio di me.
Propendo per un piatto porta panettone da 20 €, con al centro Babbo Natale che svolazza nel cielo stellato, circondato da cristalli di neve.
Telefono a lui per conferma. Obietta che l’acquisto gli sembra fuori luogo, giacché quest’anno il Natale non lo festeggiamo da sua madre. (Colgo nettamente la nota di disappunto nella sua voce.) A che serve, dice, ormai a mia madre un piatto da panettone? Regalarglielo equivarrebbe a ricordarle la sua perdita di centralità e potere all’interno della famiglia ed a gettarla in uno stato di depressione dal quale riemergerebbe solo ad Aprile con l’organizzazione del compleanno del figlio.
E pensare che a me sembrava solo un piatto da dolce.
A questo punto mi rammento di quella colonia, regalatami dalla zia Severina buonanima tre anni fa, e scaraventata in fondo al cassetto dei calzini. Decido di riciclarla alla suocera e con i 20 € acquisto tre pecorine per il presepe ed un foglio di carta roccia.
20 Dicembre. Compilo la lista degli invitati.

Dunque. Io
Lui
Sua figlia (Anche se a Giugno mi ha detto che il
bikini nuovo mi segnava sui fianchi. Grrr)
Sua madre
Mia madre
Mio fratello
Zia ‘Melia
Zio ‘Milcare
La mia amica Alice. (Il marito è scappato nelle
Filippine con la colf.)

Mentre sto mettendo un punto interrogativo accanto al nome della mia figliastra, nella segreta speranza che non venga, telefona la suocera. Dice che quest’anno avrebbe pensato d’invitarci lei. Rispondo che lo fa da dieci anni. Incalza che ha già preparato l’impasto per i crostini. Replico che io ho già il cappone nel freezer. (Sembra l’ultima scena di mezzogiorno di fuoco.)
Appena riattacco, chiama la zia ‘Melia. Dice che le piacerebbe se andassimo tutti in campagna da lei, quest’anno. Leggi: casa colonica sprofondata nel nulla, stufa a legna rotta dal 1950 e mai riparata, caminetto senza tiraggio, temperatura interna - 15. Rispondo, grazie, ehm, magari l’anno venturo.
Per ultimo, si fa vivo mio fratello. E’ nauseato da tutto questo consumismo, dice, ed il Natale è solo una bieca operazione commerciale. Sta pensando ad un ritiro spirituale in un eremo, con i frati che cucinano cibi biologici e cantano la messa di mezzanotte. Per Capodanno, invece, ha in programma un trekking sull’Himalaya. Gli servirebbe proprio una tenda, aggiunge.
21 Dicembre. Ritelefona la zia ‘Melia. Annuncia che le sono improvvisamente cadute le cateratte e che lo zio ‘Milcare ha la pressione alta. Raccomanda un menù iposodico. Io penso all’enorme prosciutto di Praga che ho appena acquistato, quando chiama l’ex di mio marito. Insiste che, davvero, quest’anno proprio non può fare a meno della sua bambina. (Che ha 22 anni.) Io mi mostro entusiasticamente d’accordo ma mio marito un po’ meno.
Suonano alla porta. Con un sorriso acido, la mia vicina mi regala un’invisibile piantina spinosa dall’aspetto asfittico, punteggiata di finte bacche di pungitopo e soffocata da uno strato di spray dorato. Ringrazio. Stacco dalla porta il vischio dell’anno precedente, lo rinfresco sotto il rubinetto, e glielo sbatto fra le mani con tanti auguri.
22 Dicembre. Chiama la mia amica Alice. Mi tiene due ore al telefono per raccontarmi che il marito dubita, tentenna e forse tornerà pentito per festeggiare il Natale insieme con lei. Simpatizzo e intanto penso alla scatola di fazzoletti a forma di rosa che le ho comprato. Decido di sostituirla con un perizoma di pizzo leopardato.
Insieme al perizoma per Alice, scelgo per la mia figliastra un completino rosso fuoco. Ho la tentazione di chiederlo di tre taglie in più, per darle l’impressione che anch’io la vedo grassa. In un negozio specializzato, acquisto una canadese (nel senso di tenda) per mio fratello. Mi spiegano che trattasi dell’originale usato da Messner durante la scalata del K2.
La monto in salotto per vedere se manca qualcosa e ci trovo dentro una scatola di preservativi. Mentre controllo i tiranti, mi viene in mente che non ho ancora comprato nulla per la zia ‘Melia, poi rammento che non ci vede e lascio stare.
Compiaciutissima, compro per il mio lui una cravatta costellata d’orsetti lavatori travestiti da Babbo Natale, ognuno con un fumetto che gli esce dalla bocca ed urla MERRY CHRISTMAS!! Davvero molto, molto, molto originale.
23 Dicembre. Smonto la canadese per far posto all’albero di Natale. Non riesco a farla rientrare nell’apposita custodia, perciò l’appallottolo e la incarto così com’è, con i picchetti e tutto. Ne risulta il regalo più ingombrante che abbia mai visto. Quando ho finito d’incartare, scopro di aver dimenticato di togliere i preservativi.
Piazzo l’albero di Natale. Due metri e mezzo di puro polietilene. Provo a riagganciare tre rami staccatisi l’anno precedente. Non si attaccano più ed allora nascondo il vuoto contro la parete. Spruzzo ramo per ramo con uno spray all’aroma di pino montano. Ora l’albero sa di pasta d’acciughe e il gatto appare molto interessato.
Intreccio 15 serie di luci intermittenti sperando che magari una si accenda. Non si accende nulla e passo il resto del pomeriggio a cercare i pisellini fulminati. Attacco tutte le palline, (quelle rotte le metto dietro), appendo l’uccellino di vetro di Burano sul ramo più alto, lontano dal gatto. In piedi sulla scala, provo ad infilare il puntale. E’ lungo 55 centimetri ed ha la forma di un inquietante angelo con le ali spiegate. Non ne vuole sapere di stare dritto. Mi faccio prestare un ferro da calza dalla vicina. Me lo porge con l’aria di volermici trapassare. Ancoro il puntale col ferro e con mezzo metro di filo argentato.
24 Dicembre. Supermercato.
Compro.
2 salami, uno a grana grossa uno a grana fine.
6 hg di pancetta.
10 salsicce
½ kg di soppressata
(Il prosciutto di Praga c’è già)

Penso che finalmente farò fuori la suocera ipercolesterolemica, poi mi pento e, all’ultimo minuto, acquisto anche un vassoio d’insalata di mare per lei.

Ed inoltre.
Succedaneo del caviale per il fratello allergico al salmone.
Salmone affumicato per lo zio ‘Milcare allergico al caviale.
Wurstel per mia madre allergica ad entrambi.
Tortellini per brodo. Non li mangia nessuno ma fanno
tradizione.
(Il cappone è già nel freezer dal Natale dell’anno scorso.)
Lenticchie. (Mia madre dice che portano soldi.)
25 Dicembre.

Ore 12. Alla fine sono venuti tutti. Mio fratello ha superato la crisi mistica già all’aperitivo. L’ex di mio marito è partita per i Caraibi con un charter e ci ha telefonato a mezzanotte del 24, chiedendoci dall’aeroporto se potevamo tenere la bambina.
La bambina in questione è nella mia camera, davanti al mio specchio, con l’orecchio incollato da un’ora al mio cellulare, che si pavoneggia nel mio completino, che purtroppo la fa sembrare la sorella bella di Megan Gale. Lei mi ha regalato un paio di culottes rosse con su scritto, “Su con la vita, vecchia mia.”
Col naso paonazzo e gli occhi lucidi, la mia amica Alice affoga i dispiaceri dentro un bicchiere di Martini. Suo marito ha deciso all’ultimo minuto di vedere l’alba del nuovo anno a Manila.

Ore 13,30. Porto in tavola il cappone. Il puntale sceglie questo momento per precipitare e trafiggerlo esattamente nel centro. Il gatto si arrampica sull’albero e massacra l’uccellino di vetro di Burano.

Ore 15,30. La zia ‘Melia ha già rotto, in sequenza, 3 calici di Boemia, 1 insalatiera e 2 caraffe di cristallo di rocca. Adesso sta ciucciando coscienziosamente il torrone, mentre urla nell’orecchio dello zio ‘Milcare, il quale sta cantando a squarciagola Tu scendi dalle stelle.
A capotavola, mio marito propone un brindisi con aria inebetita. Ha al collo cinque identiche cravatte, corredate d’orsetti lavatori che urlano MERRY CHRISTMAS!!
Nell’aria c’è uno strano odore di pasta d’acciughe, datteri col mascarpone e lucine fulminate. Il gatto ha rubato le ossa del cappone e le sgranocchia sotto al tavolino. Amelia singhiozza col naso affondato nello spumante. Mia madre e mia suocera, in fondo al tavolo, si accapigliano per il possesso dell’unico schiaccianoci.
Non so.
Sarà la commozione. Sarà forse lo spirito natalizio, ma sento che mi sta per venire da piangere.

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Ultime ore prima dell'alba

17 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Sei affacciato alla finestra, il pianto ti riga la gola e si confonde col sudore sul petto, il dolore ti contorce lo stomaco, un brivido t’increspa la pelle. Niente è come credevi che fosse, lei t’odiava e nemmeno te n’eri accorto. Era odio bello e buono, altrimenti non t’avrebbe detto certe cattiverie, non t’avrebbe chiamato fallito. Aspetta, com’è che ha detto di preciso? Ah, sì, fallito per natura. “Sei un fallito per natura, Tommaso, e lui vale mille volte più di te anche a letto.”
L’hai implorata mentre staccava dal muro il quadro di sua zia - la crosta schifosa che ti sei sempre tenuto per farle piacere - l’hai scongiurata di non portarsi via Chicco, mentre lei lo vestiva in fretta e lui aveva già il labbro inferiore che tremava.
“Il bimbo è spaventato, Anna, per l’amor di dio.”
Ma lei non vedeva più nemmeno suo figlio. Allora sei stato tu a tacere per primo, a tirare su per lei la valigia pesante.
“Ok, amore di papà, adesso la mamma ti porta per qualche giorno dai nonni, così puoi giocare col canino. Come fa il canino? Eh, come fa? Fai bu a papà.”
Ma lei si è voltata, quasi a nasconderti il bambino col suo corpo, quasi a proteggerlo da te, da te, che lo ami come non hai mai amato niente in tutta la tua vita di merda. Avevi giurato che tuo figlio non avrebbe mai sofferto, che gli saresti stato sempre a fianco, che lui avrebbe avuto un padre ed una madre, sì, almeno lui.
“Non hai aspirazioni, non hai ideali”, ti ha detto lei. Sì che ce l’hai, invece, cazzo, se ce l’hai. E’ Chicco la tua aspirazione, il tuo ideale. Lei non sa di quanto affetto sei capace, tu che non hai mai avuto una famiglia, che i tuoi genitori l’hai solo immaginati, notte dopo notte, in istituto, singhiozzando, mentre i grandi cercavano di saltarti addosso o ti riempivano di botte, e tu giù, a tenere duro, ad aspettare i diciott’anni per uscire, per imparare un mestiere, per trovare una ragazza, per farti una famiglia.
Lei e Chicco non hanno più bisogno di te, ti hanno abbandonato proprio come quei figli di puttana dei tuoi genitori, sei rimasto solo, in questa brutta città, col tuo laido lavoro all’officina, e non c’è ritorno, non c’è futuro, ogni gesto è inutile.
Lasci la finestra, vai nel bagno. C’è ancora la tutina di Chicco, di traverso sul bordo della vasca. L’afferri, te la strofini sulla faccia, l’annusi. E’ umida, sa di pipì. Te la tieni premuta sotto il naso con la sinistra mentre, con la destra, prendi una lametta. Molli la tutina, ti tagli il polso sinistro, poi cambi mano e tagli anche il destro.
Guardi il sangue che sbocca e ti butti sul letto, pensando quanto ci vorrà. I polsi ti fanno male, ma poco, solo un frizzore.
Hai paura.
Eh, sì, fino a poco fa, fino quando sei andato di là a tagliarti le vene, volevi solo mettere fine al tuo dolore, ma ora hai una fifa cane. E’ una sensazione forte che non ti fa pensare più tanto a lei ed a Chicco.
Chiudi gli occhi, affondi la testa nel cuscino, ma poi li riapri, anzi li spalanchi. Il cielo si sta scolorando oltre i palazzi, dove cominciano le colline. Senti il rumore del furgone dei giornali.

Giugno. Un gruppo d’alberi e un muro con troppe finestre, il cigolio di un’altalena. Sei disteso a pancia in su nel prato, fumi una sigaretta proibita. Hanno tagliato l’erba e sai che stingerà sulla divisa, ti prenderai un rimbrotto da padre Mattia, ma non t’importa, perché l’erba è fresca e ti piace il suo solletico.
Guardi il cielo, la scia bianca che lasciano gli aeroplani, un calabrone ti ronza sulla testa. Pensi che il caldo abbia un rumore, ed è proprio il rumore del calabrone.

Coglione. Stai morendo e pensi a quand’eri ragazzo, ai compagni di scuola - ma non erano tutti pedofili o picchiatori? - Pensi ai colleghi di officina, specie Mariotto che ti porta sempre la mortadella e il vino che fa suo padre al paese. Pensi anche ai tuoi genitori che, prima di abbandonarti, ti hanno offerto la vita.
Hai freddo, la fronte ti suda ghiaccio. C’è un bicchiere sul comodino, vedi l’acqua, la vorresti sulla tua lingua di cartone.
Hai sete, eh? Ci dovevi pensare prima, c’è scritto dappertutto che quando ci si dissangua è così.
Sete… Sete…
Cristo santo…
Pensi all’acqua che sgocciola lungo le grondaie e lava le macchine. Vorresti alzare il braccio, ci provi almeno. Rimane lì, incrostato al lenzuolo, come un macigno, già mezzo morto.
Lo sai vero, coglione, che ormai non ce la fai più a prendere il telefono?

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Vania Wiola

11 Dicembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Spiazzante, è l’aggettivo che meglio si adatta a “La madre” di Wania Viola. Che sia il risultato di un’architettura voluta o che derivi da un cambiamento di rotta dell’autrice e da un finale “appiccicaticcio”, poco importa, perché il prodotto è intrigante, dà da pensare e crea una serie di ambigue associazioni psicanalitiche.
La trama s’incentra su una donna, sul suo compito di fattrice e sulla sua collocazione in una scala di matriarche che figliano come animali, senza dare troppo peso alla cosa, senza emotività connessa, in modo sbrigativo e freddo. “Un paesino con quattro case… Un podere con casa padronale… un pergolato…” È una donna che sta per iniziare la sua avventura, tra le sentenze di una madre all’antica e i tremori del cuore. È il riassunto di una vita, il racconto della conquista della maternità come condizione; la gioia della scoperta del ruolo; ma anche la sottile amarezza per anni che “rotolano uno dietro l’altro… senza niente per me stessa”. La protagonista del racconto descrive il particolare sentimento che, al taglio del cordone ombelicale, matura lentamente e cresce. È la sincera e sofferta confessione di una donna degli anni ’60, troppo giovane, forse, impreparata e spaventata dalla sovrabbondanza di emozioni, tutte nuove, da comprendere e contenere.
Quattro figli, quattro diverse esperienze, tutte fatte di un amore particolare, silenzioso, sostitutivo, una sorta d’indennità per il fallimento di altri progetti giovanili. La protagonista non ha nome, come non l’ha sua madre, che è, però, sempre presente, addirittura tiene la mano alla figlia che partorisce, in una catena di solidarietà, dolore e sottomissione femminile. Nell’atto al quale non attribuiscono valore se non come dovere, dedizione e sacrificio, finisce annullata la soggettività, muoiono le aspirazioni, si stemperano i desideri rimandati fino a quando non c’è più tempo.
E il tempo finisce davvero perché, dopo quattro figli, arriva l’ultimo, altrettanto carnoso, altrettanto viscerale, oscuro, pronto anche lui a rubarti la vita: il tumore. Ti cresce dentro, e tu capisci che non c’è poi tanta differenza con la tua prole, che anche i figli, alla fine, sono parassiti che si nutrono di te - specialmente se non sei in grado di amarli con l’anima oltre che con il corpo e l’istinto. – E non è un caso che le parole usate per descrivere l’allattamento ben si adattino alla devastazione operata dal tumore nel corpo: “era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa”.- Cos’è l’amore materno? È così scontato il colpo di fulmine verso il piccolo essere che mettiamo al mondo?
Racconto molto intenso, analisi (o autoanalisi) di sentimenti forti e complessi. Ma è ciò che si legge tra le righe che colpisce: l’autrice disegna con sottile e penosa ironia la crisi di ruolo e di identità propria della donna borghese degli anni ’60, un mondo che ancora si alimenta del sacrificio femminile, perpetuando, sotto il velo dell’ipocrisia, l’eterna ingiustizia storica.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La madre

Quando nacque Michele era martedì. Un giorno afoso di mezza estate pieno di mosche. Ce n’erano tante di mosche a San Venanzo, un paesino di quattro case e una chiesa in provincia di Macerata. In quegli anni trascorrevo ancora l’estate lì, con mia madre e i nonni materni in un podere con casa padronale, che da bambina mi sembrava grandissima e piena di segreti; adesso mi appare fatiscente e piena di ragni.
Quel giorno stavo sotto la pergola a sgranare i fagioli, lavoro noiosissimo, quando sentii una fitta nei lombi, come se qualcuno mi avesse colpito con un punteruolo. Gridai e subito corse mia madre. - È ora - mi disse. Il tono era laconico, senza emozioni. Voleva rassicurarmi, ma io la odiai per quella sua freddezza.
Mi raccontava sempre che lei per poco non mi aveva partorito sulla corriera, durante i bombardamenti e che l’evento del parto era assolutamente naturale. - Non fanno mica tante storie gli animali quando partoriscono! - commentava poi - Non vedo perché oggi si debba necessariamente ricorrere ai medici e agli ospedali!
Lei l’aveva aiutata solo l’ostetrica, una vecchia che a suo tempo l’aveva fatta nascere e aveva fatto venire al mondo perfino sua madre! Tre generazioni, un bel record! - Peccato che sia morta - concludeva sospirando. Io invece pensavo che fosse una fortuna, altrimenti mia madre le avrebbe fatto assistere anche me. Durante i nove mesi di gravidanza non riuscii a convincerla che ormai, alla fine degli anni sessanta, l’ospedale era considerato più sicuro della casa e alla fine dovetti impormi: - Quando sarà il momento mi porterai all’ospedale, giuramelo!
Così salimmo in macchina e ci avviammo verso l’Umberto I (si chiamano tutti così gli ospedali italiani?). Non sapevo di preciso che cosa mi aspettasse. Sì, mi avevano parlato delle doglie, ma un conto è sentirne parlare, un altro è sentirsele addosso. Sul sedile ero tesa, aspettavo che succedesse qualcosa. Sulle prime avvertii una dolenza al basso ventre. “Tutto qui?” mi dissi. Ma poi il dolore si fece più profondo, più forte, intollerabile. Sudavo freddo. Avevo l’impressione che tutto il mio essere si concentrasse sul dolore, diventasse dolore. Finché passò. Ero stordita, respiravo a fatica, ma trovavo meraviglioso che tutto fosse finito. Naturalmente non fu così: le doglie ricominciarono, si fecero più fitte ed io mi trovai a navigare nel dolore perdendo la cognizione di ciò che mi circondava. Non mi accorsi neppure della barella, né di essere in sala parto, né se fosse di un uomo o di una donna quella voce che mi intimava di spingere e alla quale ubbidivo con tutte le mie forze. Sapevo solo di avere mia madre accanto a me, perché la tenevo per mano. Allentai la presa solo quando lei mi disse: - È un maschio!
Michele era piccolo, neanche due chili e mezzo. Teneva la testina un po’ reclinata da un lato, come se non ce la facesse a sorreggerla. Mi faceva tanta tenerezza e mi domandavo se fosse quello il sentimento che le madri provano per i figli.
Mia madre aveva un’impostazione retorica dell’amore materno. Mi aveva inculcato il senso del dovere, il sacrificio, la dedizione assoluta, ma io pensavo che ci fosse anche qualcos’altro. Ora era il momento di scoprirlo. Continuavano a passarmi per la mente aneddoti di madri eroiche, che si comportavano in modo ammirevole, fornendo fulgidi esempi di amore materno. China su di lui, l’osservavo mentre si frugava con le manine piccolissime dentro la bocca sdentata, ma devo dire che, nonostante mi sforzassi, non provavo niente di particolare, solo un gran timore di toccarlo e di fargli male. Lo sentivo come un estraneo adesso che era fuori di me; non sapevo da che parte prenderlo o come girarlo. Quasi subito imparai che è molto più facile di quanto sembri.
La prima volta che l’attaccai al seno fu sconvolgente. Lui aveva gli occhietti chiusi, ansimava nella foga di cercare dove attaccarsi e quando ci riuscì, lo fece con energia e mi fece male, non solo al capezzolo, ma dentro. Era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa lungo una strada che correva dolorosamente e direttamente dall’utero al seno. Fu in quella circostanza che imparai cosa vuol dire donare.
Non avevo però capito molto della mia prima maternità. Era accaduto tutto così in fretta che non ero riuscita ad allineare le immaginazioni con le esperienze reali: coinvolta in una ridda di pannolini, pappette, pesate prima e dopo, ruttini e tutto il resto, non avevo tanto tempo per riflettere, ma forse, mi dico ora, non volevo neppure farlo o non sapevo.
Aspettare Roberta fu come ripassare la lezione. Al contrario di Michele, Roberta nacque cicciottella, con tanti capelli castani, riccioluti e sottili come una nuvoletta. Fin dai primi giorni dimostrò quel carattere pacioso e allegro che la rende tuttora amabile e fin dai primi giorni il suo unico pensiero fu mangiare. Di tutto, tanto che da piccola era un vero e proprio pericolo, perché cercare di tenere a bada la sua frenesia di ingoiare qualsiasi cosa le venisse a tiro non era facile. Con il fratello ebbe subito un rapporto conflittuale: ogni volta che lui si avvicinava, lei piangeva. Forse avrei dovuto preoccuparmi di osservare meglio quei comportamenti, ma non l’ho fatto. Forse ero distratta o forse non amavo abbastanza.
L’amore, figuriamoci! Mi era stato insegnato che la via della perdizione passa proprio per l’amore. Nelle mie fantasie vedevo il futuro partner come un nemico, di cui non fidarmi e da tenere alla larga.
D’altro canto in casa vigeva un matriarcato quasi assoluto: gli uomini, mio nonno e mio padre, quando erano in casa, li avevo sempre visti in salotto a leggere e a fumare. Mai una volta che avessi sentito una conversazione o una discussione. Mai nemmeno un cenno di interesse per le cose di casa. Mai ho pensato di rivolgermi a mio padre per un qualsiasi mio problema. Il loro ruolo si esauriva nel garantire un sicuro salario mensile ed era quanto bastava. Mio marito sembrava stampato con la stessa matrice.
Non ebbi mai dubbi, se non tardivi, che non fosse bene così. C’erano tanti “amori sostitutivi” che mi occupavano il tempo e mi distoglievano dal soffermarmi sul fatto che non vivevo e non avevo mai vissuto un soddisfacente rapporto di coppia. Quelle rare volte in cui, soprattutto di notte, mi assaliva a tradimento una solitudine dolorosa, cercavo di scacciarla convincendomi stoltamente di avere ancora tempo. Lo farò quando i figli andranno a scuola. Quando si saranno diplomati. Non appena saranno autonomi. Quando … Non appena … cioè mai più.
La decisione di andare a vivere da soli coincise con la notizia che aspettavo Giulia. Mia madre sosteneva che stavo facendo una sciocchezza ad andarmene, che da sola non ce l’avrei mai fatta. La casa era molto grande e sarebbe bastata per tutti. Io invece vivevo la cosa come una svolta importante, un’emancipazione, quasi un affrancamento dalla schiavitù. Fu dura tuttavia, non lo nego, ma neanche lo ammisi mai.
La nascita di Giulia fu molto difficile: il parto si presentava podalico e dopo una notte di inutile travaglio decisero di interrompere le sofferenze della madre e del feto e praticarono il cesareo. Giulia fece fatica a respirare e tememmo per la sua vita. Anche in seguito rimase una bambina cagionevole, delicata di salute. Aveva sempre un’espressione triste e me ne facevo una colpa. Credo di averle comperato più giocattoli che ai fratelli e di averla coccolata di più, ma non credo di essere riuscita a renderla felice. Le strappavo un sorriso particolare quando le raccontavo la storia di Poldino, un bambino goloso e allegro che si faceva venire un terribile mal di pancia per aver mangiato troppa Nutella. Mi sono sempre domandata perché mai proprio questo evento la facesse ridere. Forse lo concepiva come una giusta punizione per essere stato troppo goloso o troppo allegro. Lei non lo sarebbe stata mai.
Si rotolarono uno dietro l’altro cinque anni comuni, arrabattati dietro le pappe e i pannolini, i compiti di scuola, i colloqui con le insegnanti, gli accompagnamenti in palestra, le malattie infettive, le vaccinazioni, le arti consolatorie e poco altro. Quasi niente per me stessa. Nel frattempo nacque anche Laura, scura di capelli, ma con gli occhi chiari. Bellissima. Da chi avrà preso? Mi chiedevano. Io non mi sforzavo neanche tanto a risalire l’albero genealogico, ma ricorrevo subito ad una zia di parte materna che era tale e quale, purtroppo morta di tisi a soli ventidue anni.
Se ripercorro la mia vita, credo che la cosa più importante che ho fatto sia stata quella di mettere al mondo figli. Non sono stata capace di fare altro. Non ho realizzato nessuno dei tanti progetti che pure esaltavano la mia mente di ragazza.
Ed ora sono in attesa per l'ultima volta. Ora tocca a lui, a quest’ultimo figlio perverso che mi è cresciuto dentro di soppiatto, oscuro e maligno. Mio più degli altri. Carne della mia carne. Come madre dovrei amare anche lui. Forse mi costerà la vita, hanno detto. Ma si sa che le madri darebbero la vita per i figli, no? Perché dunque non darla per questo? Potrebbe essere un originale gesto d’amore per l’ultimo figlio.
Suvvia, dunque. Ho già pronta la valigia.

Wania Viola

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AVANGUARDISTI A MENTONE DI ITALO CALVINO (1923 – 1985)

9 Dicembre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Nel 1940 l’Italia dichiara guerra alla Francia ormai sconfitta dai Tedeschi. Il Duce vuole prendere parte al banchetto dei vincitori; la guerra dura pochi giorni, costa centinaia di morti e le truppe italiane avanzano solo di pochi chilometri, arrivando a Mentone.

In questa cittadina è ambientato il racconto di Calvino. Il protagonista è un diciasettenne che vive nelle retrovie italiane del fronte, dove già i nostri soldati hanno compiuto odiosi saccheggi e piccole distruzioni, nelle case e nei campi, tanto che la madre del ragazzo dice con amarezza: “ … al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua”.

Il giovane manifesta già un certo distacco verso le iniziative del regime. Ma anche lui parte, insieme ai coetanei (inquadrati come avanguardisti); si va a Mentone per presenziare ad alcune iniziative organizzate dalla Casa del Fascio per accogliere dei falangisti spagnoli. L’adolescente partecipa per curiosità e perché parte anche l’amico Biancone. La finzione costruita dal regime è già nota: “Avevamo visto di recente al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe per le vie di Mentone; ma poi sapevano che facevano per finta, che Mentone non era stata conquistata da nessuno, era stata solo sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo …”.

Biancone è più estroverso e socievole del compagno col quale condivide un certo spirito di indipendenza; si distingue dai coetanei per furbizia, ma partecipa comunque alle varie iniziative. Si parte come per una gita scolastica. Gli avanguardisti giungono nella cittadina semideserta e qui emerge tutta l’approssimazione organizzativa dell’evento; c’è confusione, si attendono a lungo gli spagnoli, arrivano voci continuamente smentite e si decide all’ultimo momento di restare a dormire a Mentone. Molte case sono vuote e allora inizia il saccheggio da parte dei ragazzi.

I capi esortano a farlo: “ … questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori … un giovane che si trova qui oggi, e non porta via niente, è un fesso … e io mi vergognerei di stringergli la mano!”.

Il protagonista, disgustato dall’andazzo generale, alla fine commette un piccolo atto di sabotaggio; afferra di nascosto le chiavi delle stanze della sede del partito e le getta via, contento di aver creato un qualche disagio. Invece l’amico non ha remore a depredare nelle abitazioni come gli altri, vantandosi del bottino. Il giovane rientra perplesso dalla cittadina, intuendo in modo oscuro che la guerra avrebbe segnato anche la sua vita.

Il conflitto con la Francia è stato breve; gli eccessi dei vincitori, come detto, hanno causato danni agli stessi italiani che hanno subito saccheggi dai propri militari. La conquista è stata peraltro simbolica. Nel racconto, il regime, nei suoi ranghi più bassi, incoraggia lo spirito razziatore e si vanta, anche davanti ai falangisti spagnoli, di una vittoria molto facile.

Nel testo si sente lo spirito di avventura adolescenziale, ma c’è un fondo cupo. La preda bellica è un centro di provincia, deserto, triste, monotono. C’è l’impressione di camminare in una sorta di nuova Pompei, una città senza vita paragonata a un “sarcofago liberty”. Emerge un senso di vacuità mentre i ragazzi violano case abbandonate, frugano nei cassetti alla ricerca di qualcosa di prezioso, leggono lettere altrui. I capi si complimentano con gli avanguardisti; Mentone è vuota e piccola come i suoi occupanti che si travestono da conquistatori. La finzione del documentario visto al cinema si prolunga.

A parte il protagonista, nessuno torna con una consapevolezza nuova; la guerra vinta si accompagna alla sfrontatezza e alla spavalderia. Eppure, in filigrana, si sentono già gli scricchiolii di un regime la cui magniloquenza nascondeva incapacità e approssimazione.

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Quand'ero scemo

1 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

1° premio Guerrazzi 1991

Pubblicato su Il foglio Letterario

Accidenti al professor Zimmergaut. Chi glielo aveva chiesto di farmi quel buco nel cervello? A dire le cose come stanno, la colpa è di mia madre. Sì, d’accordo, ma io? Si sono informati se mi stava bene? “Ma tu non eri in grado d’intendere e di volere”, direbbero loro. Loro sono la mia famiglia. “E stavo meglio!” risponderei io, anzi, rispondo io, perché da quattro mesi a questa parte, non faccio che ripeterlo a tutti. Per la precisione, quattro mesi meno venti giorni. I primi cinque li ho passati a riprendere conoscenza, gli altri quindici ad assestarmi un po’. La vera tragedia è cominciata dopo.
Quando a mia madre consegnarono un fagotto sanguinolento nelle braccia, una ventina d’anni fa, mica se n’accorse subito che ero mongoloide. Down, come dicono ora, anzi, Zimmergaut, dopo l’operazione. Le venne in mente il giorno dopo, quando sentì le altre dire ch’ero un disgraziato. La più gentile mi chiamò mostro.
Voleva buttarmi via, sul momento, poi ci ripensò e mi portò a casa. I primi tempi fu come con gli altri tre che aveva avuto: poppata, pipì, bava. Tutto come da copione, che quasi le sembrava impossibile che non fossi normale. Voglio dire, lei un bambino ce l’aveva, lo annusava, gli ciucciava le manine, gli ficcava in bocca la tetta e quelle cose lì.
Fu quando cominciai a ballonzolare di qua e di là sui miei piedi, che si accorse della differenza. Capire capivo anch’io, beninteso, ma come capisce un cane. Vieni qui, bada lì, hai fame? Però ero brutto, e peggioravo ogni mese. Bavetta alla bocca, nuca spiaccicata, mani grosse sempre ficcate fra i denti, occhi da cinese ma da cinese scemo. Di dire mamma non se ne parlò per anni, ed anche quando Zimmergaut mi ha trapanato il cranio, ancora non mi veniva. I fratelli avevano paura di me. La mamma mi voleva bene. Però piangeva tutti i giorni.
Ma questi erano problemi della mamma, non miei. Io ero a posto. Passavo i pomeriggi a smontare le bambole di mia sorella Irene. Lei urlava ed io ridevo, in quel modo bavoso in cui ridevo io, e poi accendevo la tivù. Tutto, dai cartoni animati al detersivo contro l’unto, era pieno di colori, suoni, luci, persone carine che sorridevano. Niente a che vedere con quello che fanno adesso in televisione.
E pensare che mi sono fatto vent’anni così! Mica passava il tempo allora, ero io che c’ero in mezzo. Per vent’anni ci sono stato dentro e non mi ha dato noia. No, noia era una parola che non conoscevo. Ero come un neonato nella culla. Mi guardavo le mani e le mani bastavano. Succhiavo il pollice e nel pollice c’era tutto. Una bellezza.
Anche quando mia sorella Irene affogò nella vasca dei pesci rossi al giardino pubblico (perché io ce l’avevo spinta mentre ma’ parlava con la giornalaia) rimasi lì tutto beato a guardare i pesci che le addentavano le ciocche color carota.
Non sapevo ancora che da qualche parte c’era un maledetto professor Zimmergaut che già faceva esperimenti con le scimmie nell’attesa di aver sotto mano me.
Fu il fratellone a dire a ma’ che in Austria questo cervello pieno di birra operava quelli come il sottoscritto. Sostenne che ero senza speranza, che non mi si poteva più tenere in casa, che prima o poi avrei fatto fuori tutta la famiglia.
Povera mamma, mi sbatté subito sul primo treno per Vienna. Non mi voleva abbandonare, ci teneva a me, e, sotto sotto, covava pure la speranza che l’imbecille di famiglia le diventasse il primo della classe. Magari le prendeva anche la laurea.
Mi visitano, mi punzecchiano, mi passano ai raggi x in tutte le posizioni, come una braciola sulla gratella e poi via, in sala operatoria.
Mi sono svegliato quattro mesi fa e la prima cosa che ho visto è stata una vecchiaccia che russava sulla sedia accanto. Tale vecchiaccia poi risultò essere mia madre. Posto che era impossibile che nei cinque giorni della mia operazione fosse invecchiata di trent’anni, dovetti ammettere che forse era sempre stata così, solo che prima non me n’ero accorto. Io l’avevo sempre vista bella, con i capelli rossi come quelli dell’Irene, e giovane. Ma si sa, prima ero scemo.
Quando mi riportarono a casa, barcollai in qua ed in là senza riconoscere niente. I muri erano più piccoli di come li ricordavo, il soffitto più basso, mia sorella più sgraziata, la cucina più sporca, il cane spelacchiato e vecchio.
Scoprii, inoltre, di non possedere un padre. Quando chiesi notizia di una bambinella coi riccioli rossi e le ginocchia sempre sbucciate, mi comunicarono che l’avevo affogata tredici anni prima.
Lo specchio, di cui non m’ero mai curato, se non quel tanto per sorridere ad un altro bambino come me, mi rimandava ora l’immagine di un essere d’irrimediabile bruttezza, dai lineamenti alieni e grottescamente orientali. Una specie d’incrocio fra un tartaro ed E.T. Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”.
Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane. Mi accorsi che quelli che avevo sempre creduto giganteschi fiori di cartapesta erano cartelloni pubblicitari; appresi che si possono comprare tre fustini al prezzo di due e che i clacson non sono canne d’organo.
Anche oggi, che lavoro come aiuto di un barista, non capisco perché la città m’appaia così laida quando la sera me ne torno a casa lungo Corso Garibaldi illuminato dai lampioni. Stacco alle sei, raccolgo gli avanzi per il cane, poi mi fermo a chiacchierare coi barboni di Ponte S. Giovanni. Persino ma’ ha smesso d’aspettarmi alla finestra ormai.
Però forse non tutto è perduto. Ieri, al bar, mi è capitato sott’occhio un annuncio. Sembra che ci sia un professore, a Milano, uno in gamba che aiuta gli zimmergaut.
Mi ci vorranno almeno dieci anni di risparmi per mettere da parte la cifra che mi hanno spiattellato stamani per telefono. Ma ce la farò. Risparmierò sul cinema e sui giornali, farò gli straordinari ed alla fine riuscirò a tornare come prima.

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