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racconto

IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

19 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #unasettimanamagica

IL PADRONE E IL SERVITORE di LEV TOLSTOJ (1928 – 1910)

Vasilij è un facoltoso proprietario, pieno di forza e volontà. C’è in gioco per lui un affare importante; potrebbe, infatti, acquistare a poco prezzo un bosco. Non può aspettare a concludere la trattativa perché ci potrebbero essere altri concorrenti; decide di partire in slitta per raggiungere il venditore e non farsi sfuggire l’affare. Nevica molto; il buon senso consiglierebbe di rimandare. Ma Vasilij è incontenibile; parte insieme al suo servo più capace, Nikita. Il padrone si ritiene molto abile nel guadagnare, ma pretende anche di essere un piccolo benefattore per i propri dipendenti. In realtà, Nikita, pur bravo, viene pagato male e in ritardo. Il servitore ha anche problemi a casa con la moglie e talvolta si è dato al bere. Ma poi ha fatto voto di rimanere sobrio e in fondo sopporta con pazienza ogni cosa. La sua bonomia gli fa scivolare addosso anche le bizze dell’esigente padrone. Il viaggio in slitta ora dopo ora si fa complicato; i due si perdono e trovano ospitalità nella casa di un villaggio, in una famiglia messa in crisi dall’avidità di uno dei figli. Potrebbero aspettare l’indomani e riposarsi, ma l’urgenza di compiere l’acquisto assilla Vasilij e quindi si riparte. Il resto del viaggio è altrettanto sfortunato. La tormenta di neve costringe a fermarsi e dopo una sosta il padrone tenta all’improvviso di ripartire da solo, salendo sul cavallo e abbandonando il servo. Alla fine l’uomo, dopo essersi di nuovo perso, in preda alla paura ritorna per caso alla slitta dove nel frattempo era salito l’infreddolito Nikita, ormai sul punto di congelare. Il proprietario è ora cambiato; non pensa più ai soldi, tenta di salvare l’altro, si preoccupa per lui e lo conforta. L’indomani i contadini della zona disseppelliranno dalla neve i due uomini. Solo il servo, per quanto malconcio, sopravvivrà.

È un racconto pubblicato nel 1895 e fu uno dei maggiori successi editoriali dell’autore russo. È chiaramente incentrato sull’avidità e i disastri che ne vengono; lo stimolo del guadagno a tutti i costi segna la vita di Vasilij abituato a considerare gli altri come mezzi a sua disposizione, legittimamente sacrificabili. La sua arroganza smodata porterà a una tragedia. Quando però il padrone, dopo aver tentato di ripartire da solo si perde, allora davvero la sua vita cambia. Il tempo trascorso nell’angoscia e nella solitudine lo ha scosso anche interiormente. Al ritorno presso la slitta dove c’è il malconcio Nikita, è un altro uomo; ha capito di essere vissuto in base a valori falsi, mettendo in pericolo il fedele servo. Muore pentito per la sua disumanità, ma contento di essere cambiato. Il lavorante, calmo e paziente, merita di salvarsi. Tolstoj non condanna la ricerca del profitto, ma quella sorta di tracotanza, di ὕβϱις che emerge in vari momenti; il padrone nel gelo riflette su quanto potrà guadagnare e su come incrementerà il suo già cospicuo patrimonio. Ha senso mettere in pericolo se stesso e gli altri per accumulare altri possessi? Giunto all’epilogo della propria vita, Vasilij capisce di aver sbagliato e questo è il suo momento più felice. Lui che portava due pellicce e che aveva preteso di ripararsi da solo sulla slitta, finalmente si cura del servo che calzava due logori stivali, di cui uno bucato. Ecco come si vede ora, dopo la sua “conversione”: “E si ricorda dei soldi, della bottega, della casa, degli acquisti, delle vendite e dei milioni dei Mironov, fa fatica a capire perché quest’uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava”. Il povero lavorante invece non ha bisogno di conversioni; non teme la morte perché in fondo la sua vita è stata un incessante e faticoso servire gli altri, ma non dimentica nemmeno i suoi peccati per i quali chiede perdono a Dio nel momento peggiore del viaggio. Il lato moraleggiante del racconto è diluito in una narrazione non priva di suspense; la strada sempre meno visibile, il cavallo costretto a superare mucchi di neve, l’attenzione per la fisicità dei due uomini e dell’animale che soffre sono aspetti declinati in pagine curatissime. Il percorso seguito ha qualcosa di kafkiano; si corre, si briga, si crede di aver trovato la strada giusta, ma alla fine ci si accorge di aver girato in tondo, di essere di nuovo al punto di partenza, ormai senza forze. Il viaggio di Vasilij è metafora dell’inutilità e dell’inconcludenza di una vita spesa a cercare fanaticamente il profitto; il padrone si infila nella tormenta e nella notte per cercare lontano quello che crede dia valore alla sua vita. Durante la sosta nel villaggio, ha l’ultima possibilità per mutare atteggiamento. È un’occasione che forse un Dio generoso offre a chi sa guardarsi dentro. Infatti, nella famiglia che li ospita c’è apprensione perché uno dei figli sta per provocarne la distruzione pretendendo la sua parte di patrimonio. L’avidità distrugge, sembra dire Tolstoj. Ma l’uomo è cocciuto e non impara dagli errori degli altri, si può dedurre. Le cose devono capitare sulla propria pelle. Il padrone capisce tardi che quanto poteva meglio indirizzare la sua vita non era lontano; stava seduto accanto a lui, sulla slitta.

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Regali di Natale

18 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica, #racconto

Regali di Natale


I resti di vernice testimoniano un passato ormai lontano di beltà, forse, ma anche no. Sono lì solo a dire sono stata nuova anche io. Poggia su quattro blocchi di cemento irregolari come se fosse stata divelta da un luogo e portata in un altro, come è in realtà accaduto. E' lì su quel ciglio di strada a sostituire la sua collega che vi stazionava precedentemente. Sotto di lei crescono sparuti fili d'erba sofferenti, ai lati ciò che resta di una delimitazione di aiuola ora deposito di cicche di sigaretta, pacchetti di sigarette più o meno appallottolati che stanno per essere scalzati dalla classifica dei rifiuti dalle confezioni di tabacco, gomme masticate, carta da panini, bottiglie d'acqua, birra, vino e altre bevande, giornali di tutti i tipi, quotidiani, settimanali, inserti pubblicitari, volantini di supermarket che magnificano sconti ed occasioni irripetibili. Solo una cosa stona nel panorama, che comprende automobili che sfrecciano sulla vicinissima arteria stradale a scorrimento veloce, insomma, una strada statale per chiamare le cose con il loro vero nome, che porta verso il centro di una grande città.

Se non fosse tristemente vero sarebbe potuta essere scambiata per una installazione artistica del degrado urbano, della solitudine, dell'inciviltà e altro ancora. Una installazione che con la pretesa di dire tante cose alla fine lascia del tutto indifferente chi la guarda lasciando solo ai dotti critici l'esegesi del pensiero dell'autore.

Su quella solitaria panchina è seduta una donna. I lunghi capelli striati di grigio raccolti in una crocchia, gli occhiali leggermente calati sulla punta del naso. Indossa un cappotto, pantaloni e stivaletti alla caviglia tutto di colore nero, un abbigliamento che, se pur dignitoso, lascia capire che ha visto tempi migliori. Ha la gamba sinistra accavallata sulla sua gemella e in mano tiene un settimanale. Non è uno di quelli che vengono chiamati femminili, no è un inserto settimanale di un quotidiano, è aperto sulle pagine centrali che danno consigli su cosa regalare, d'altronde siamo prossimi al Natale e il regalo è l'argomento principe delle discussioni.

No, quest'anno di regali non se ne faranno tanti o sì, i regali si faranno ma saranno pochi e al risparmio. Le chiacchiere sull'economia ci ammorbano, ci annoiano, ci deprimono, ci danno qualche speranza, a molti non interessano più qualsiasi cosa dicano. La donna solitaria gira le pagine con lentezza, dopo attenta lettura dei preziosi suggerimenti su vestiti, profumi, articoli per la casa, apparecchi elettronici di vario tipo e anche libri e musica. Dagli occhi non sembra che ciò che ha letto e continua a leggere suscitino in lei un grande interesse.

Ogni tanto alza e gira la testa verso sinistra, come se attendesse qualcuno o qualcosa. Li riabbassa sulle pagine patinate con un velo di delusione. Ora chiude il giornale, lo poggia sulla panchina, si alza e si avvia alla fermata del bus che si avvicina veloce.

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Mi piace

17 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

Mi piace

Perché gli archivi sono sempre in posti bui, freddi e umidi? Sempre nei piani bassi e se possibile anche di più, nei sotterranei? Tutte le mattine Fausto si poneva le stesse domande, ormai da anni, e non riusciva a trovare una risposta soddisfacente. Gli archivi vanno tenuti alla luce, all'aria perché quel che c'è dentro va reso noto altrimenti sono solo carte senza valore. Perso nei suoi pensieri si aggirava per l'enorme stanzone ad accendere le luci perché lì il sole del buon Dio non dava i suoi raggi. Anche essi si rifiutavano di passare attraverso le finestrelle a piano stradale coperte di polvere e schizzi di fango. Anche il sole ha una sua dignità.

La vita di Fausto trascorreva normale, tutti i giorni uguale a se stessa. Catalogava i documenti che gli arrivavano, qualcuno lo mostrava agli interni e ciò lo teneva occupato tutta la giornata, sempre con il sottofondo musicale. Una vita tranquilla, dalle nove alle tredici, dalle quattordici alle diciotto con il sabato libero, sarebbe rimasto tutto così se un giorno non fosse stato chiamato in direzione. Senza giri di parole gli comunicarono che l'archivio occupava troppo spazio, che così era dispendioso e che si sarebbe passati ad una ristrutturazione per informatizzare l'ufficio. Il povero Fausto non poté dire nulla se non va bene. Non poté replicare nemmeno all'ordine di mettersi a disposizione del giovanotto in completo e cravatta che gli era seduto vicino e che non lo aveva degnato che di uno sguardo al momento delle presentazioni, per il resto non aveva fatto altro che assentire alle parole del capo.
E così una mattina trovò due altre scrivanie, uno scanner, scoprì poi cos'era, e tanti scatoloni, montati e da montare. E, ultimo affronto, dalla fila di raccoglitori più lontani a sinistra venne fuori un giovane con una pila di fascicoli che impilava su uno dei due tavoli. Fausto lo avrebbe voluto fermare, gli avrebbe voluto gridare "Tu non sai cosa hai per le mani", ma non poteva, non aveva più alcun potere, dopo tanti anni, sul suo luogo di lavoro, sul suo regno. Non aveva nemmeno bisogno di leggere le schede per trovare ciò che gli serviva, tutto era su pc ma lui aveva tutto nella testa.
Il giovane azzimato prendeva le cartellette o le buste, tirava fuori il contenuto e lo distribuiva, secondo segreti, almeno per Fausto, a lui solo noti in tre altri mucchi contraddistinti dalle lettere F, B, S. Notò che tutto quello che veniva messo nel mucchio F, l'operaio lo spostava poi nei cartoni senza troppo riguardo e su cui, al momento della chiusura, scriveva Fuoco. E il fuoco ardeva nel cuore e nella testa di Fausto che non sapeva che cosa avrebbero bruciato, una fattura del 1946? Una nota del 1924? Una lettera di un mese prima? Si rodeva ma non poteva fare nulla se non guardare, soddisfare qualche richiesta e aprire e chiudere l'archivio. Almeno questo potere non glielo avevano tolto. Dopo la selezione, quasi a fine giornata, Azzimato prendeva il materiale del mucchio B e lo imbustava dopo aver scritto qualcosa, mai che gli chiedesse un parere, un consiglio, nemmeno per finta cortesia. Al settimo giorno arrivò una signorina, bassa, cicciottella, con una cresta di gallina in testa, e con dei vestitini che le strizzavano tutte le cicce. Si posizionò allo scanner e iniziò il suo lavoro canticchiando sotto voce. Poche parole e nessuna al povero Fausto, al massimo buongiorno e buonasera.

Subiva, non poteva far altro. Mano a mano gli cambiavano le cose attorno senza nemmeno essere avvertito, finché non arrivò il giorno che venne di nuovo convocato dal capo che, senza tanti giri di parole gli comunicò che dal mese successivo sarebbe andato in pensione. Non pensate che per Fausto fosse un dispiacere, anzi, sentiva quella decisione come una liberazione. Quello non era più il suo lavoro, la sua seconda casa, era qualcosa che non riconosceva. Pulito, anche le finestrelle a piano stradale che lui riusciva a far pulire solo due volte l'anno, luminoso, grazie a potenti lampade ma a risparmio energetico, pochi scaffali e molti armadi che racchiudevano anni di storia che non sarebbe stata più completa e con un impiegato in camice bianco. Gli ultimi giorni era stato, di fatto, degradato a portantino dopo essere stato primario. E così lasciò il palazzo con una fredda festa d'addio condita da pizzette e rustici freddi e di scarsa qualità, da dolcetti ormai rinsecchiti e spumante di seconda categoria salutato da "colleghi" deportati in sala riunioni per ordini superiori. Anche il capo parlò, ne lodò la dedizione, l'accuratezza, la sapienza e tutte le altre corbellerie che si dicono in simili occasioni. Poi venne l'immancabile regalo d'addio. L'orologio che avrebbe dovuto battere il tempo dell'addio alla vita. Si grattò, quasi platealmente davanti a tutti, lui così misurato, educato, rispettoso da sembrare quasi succube. Tutti risero e tornarono ai loro posti di lavoro, ai loro cubicoli ricavati da quelle che una volta erano decine di stanze. Solo una persona rimase nella grande sala vuota, il vecchio portiere tenuto ancora lì non si sa per quale motivo. Peppe mise una mano in tasca e tirò fuori il suo regalo personale, una macchina fotografica digitale. Allungò la mano verso Fausto accompagnandola con "Fuori c'è la vita". Si alzò lo abbracciò e si diresse verso la porta, Fausto notò che si portava la mano destra al viso come per raccogliere una furtiva lacrima. Attese qualche minuto e andò via anche lui, dall'ingresso secondario in modo da non dover salutare nessuno.
Era vero. Fuori c'era la vita. C'erano la luce, i colori, la gente, le cose e le idee.
Dalla sua casetta ai margini della città, circondata ancora dagli alberi e dall'erba, partiva ogni mattina alla scoperta del mondo armato della macchina di Peppe. Scattava foto in continuazione, un gatto, un fiore, una chiesa, i turisti, le formiche, le nutrie sulla sponda del fiume, le oche del laghetto della villa comunale, le donne, gli uomini, tutto ciò che si muoveva e che era immobile. Una scoperta continua. Il suo pc ormai conteneva migliaia di foto che si godeva da solo. E si sentiva egoista. Doveva, lo sentiva come un imperativo categorico, dividere le sue scoperte con qualcuno non avendo nessuno vicino. La sua casetta, ereditata e mai abbandonata, non aveva mai visto entrare uno sconosciuto. Se qualche breve fugace storia c'era stata era stata consumata altrove, il posto più comodo che ci sia. Altrove dove tutto accade senza che nulla accada.
Con riluttanza decise di condividere il suo bene più grande, la scoperta del mondo, sul social network più alla moda, dove tutti avevano centinaia, migliaia di amici anche senza conoscere nessuno.
Si fece il suo account e la sua paginetta, entrambi si chiamavano "Mi piace", ed iniziò a pubblicare le sue foto. Chissà perché e percome iniziarono ad arrivare richieste di amicizia e ogni foto faceva il pieno di mi piace. E lui si sentiva realizzato come non mai. La scoperta del mondo, il suo, alla portata di tutti. E pubblicava, pubblicava, centinaia di foto di tutti i generi e tutte riscuotevano il plauso di sconosciuti che sembrava scoprissero, grazie alle sue foto, un mondo che vivevano senza conoscere.

Il citofono della caserma suonò nel gabbiotto del piantone.
Buongiorno, vorrei fare una segnalazione
Di che genere
una probabile scomparsa
Il click del cancello le diede via libera.
Mentre spiegava al giovane carabiniere ciò che temeva, la signora vide il Tenente entrare, un po' per galanteria e un po' per dovere, questi si fermò e chiese cosa accadeva. Dopo una sommaria spiegazione disse alla donna di accomodarsi nel suo ufficio. Mi dica tutto di nuovo dall'inizio.
Sul mio profilo Fb sono amica di qualcuno che non conosco che pubblica foto, frasi tratte da libri, pensieri propri e con cui in tanti manteniamo contatti. Una persona più che corretta. Ieri ha pubblicato una foto, se ha un profilo Fb lo apra e cerchi la pagina "Mi piace", mentre la donna parlava il pur giovane tenente digitava in fretta. Dopo aver pubblicato la foto che vede, che non è della solita qualità, sembra fatta in fretta e senza passione, non ha più dato segni di vita, non ha nemmeno commentato o risposto ai commenti, ed è una cosa mai accaduta.
Il tenente alzò gli occhi e li piantò nel viso della donna come per sincerarsi della veridicità delle sua parole. Alzò la cornetta del telefono e chiamò un numero: Buongiorno sono il tenente Cardillo, ho bisogno che mi diciate in tempi brevi se il pc da cui viene gestita la pagina .... e continuava a spiegare con un tono che scivolava verso la concitazione e senza togliere gli occhi di dosso alla signora seduta davanti la scrivania. Mise giù la cornetta e rimasero in silenzio, per pochi minuti. Lo squillo li fece quasi sobbalzare:
Tenente Cardillo
Il computer risulta acceso ma senza nessuna attività nelle ultime ore. Dovrebbe appartenere a Fausto Campanello, abitante in via Baciona 58.
Grazie e tolse bruscamente la comunicazione. Fece il numero della centrale operativa:
Sono il Tenente Cardillo, ho bisogno di un intervento discreto ma urgentissimo in via Baciona 58, una pattuglia, un'ambulanza e i Vigili del Fuoco. Potrebbe esserci una persona in difficoltà.
La discrezione non è di questo mondo, ci dobbiamo rassegnare. Arrivarono a sirene spiegate, sgommando e frenando alzando un nugolo di polvere. I due militi corsero uno alla porta e una alla finestra.

Fausto aveva pubblicato la sua ultima foto, è vero non gli era venuta bene ma decise che comunque poteva andare, per una volta lo standard di qualità poteva scendere. Si accese una sigaretta seduto sulla sua poltroncina girevole da ufficio e guardava il video dove già si materializzavano i Mi piace e i primi commenti. Il micio dalla cucina si fece sentire per ricordare che anche lui aveva dei bisogni primari come mangiare. Spense la sigaretta, lasciò la camera piena di libri, riviste giornali ordinati in un disordine organizzato e si recò nella cucina linda e pinta che divideva con la bestiola come il resto della casa. Cambiò l'acqua al micio, gli mise i croccantini e una bustina di umido, gli fece due coccole e tornò al computer. Si accese una nuova sigaretta, odiava riaccendere quelle spente, e guardò lo schermo dove si cumulavano gli apprezzamenti, neanche fosse un esperimento di pavloviana memoria. Io metto una foto e voi, topi di laboratorio, cliccate mi piace. Era soddisfatto del risultato anche se qualcuno segnalava la scarsa qualità dell'opera. Gli avrebbe risposto con calma.

Il milite suonò il campanello di Fausto dando il via a una dolce melodia, il viso del carabiniere si contrasse in una smorfia come una specie di sorriso. Contemporaneamente l'urlo del suo collega, buttate giù la porta, diede il via libera ai Vigili del Fuoco. Pochi attimi e dentro la casa c'erano il dottore e gli infermieri. Fausto era seduto sulla sedia, il braccio sinistro abbandonato lungo il corpo, a terra la sigaretta che si era consumata sui mattoni, come aveva notato il capo dei vigili, non c'erano segni di violenza, come aveva notato il maresciallo, probabilmente era stato un infarto, come aveva notato il medico. La mano destra stringeva il bracciolo come in un ultimo tentativo di restare in equilibrio.
Nella caserma attendevano notizie guardandosi negli occhi, anche con preoccupazione. Lo squillo li riscosse. Anche se non era corretto il tenente mise il viva voce:
Tenente Cardillo?
Sono io
L'intervento si è concluso, gli infermieri lo hanno raccolto che ancora respirava.

La signora, Antonella Cucciolina, si lasciò andare ad un sommesso pianto.

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IL NASTRINO di Sergej Butkov

16 Dicembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NASTRINO di Sergej Butkov

Questo è un racconto che fa parte della raccolta Le cime di Pietroburgo di Sergej Butkov (1821-1858), amico del giovane Dostoevskij e scrittore sommerso dai giganti letterari della sua epoca. L’autore di Delitto e Castigo commentò con tristezza la sua precoce morte in una lettera dalla Siberia al fratello Michail.

Il protagonista è Ivan, un impiegato di basso rango, senza ambizioni e privo di particolari attitudini a parte la precisione nel lavoro. Sa copiare con cura i documenti, ma va in ambasce se gli si conferisce un incarico più complesso. Vive in un piccolo appartamento ai piani bassi di un palazzo perché non sopporta le grandi altezze; in realtà non le sopporta nemmeno nella vita. Strimpella un vecchio piano. Quindi, un uomo senza qualità che non beve, non urla e conduce un’esistenza senza squilli di tromba: “Da dieci anni manteneva lo stesso impiego, con lo stesso stipendio, sulla stessa sedia, allo stesso tavolo e svolgendo lo stesso incarico”. Esce poco perché si sente goffo oltre che povero.

Nel suo grigiore arriva finalmente una nota di azzurro. La figlia dei suoi vicini tedeschi suona come lui il piano e Ivan se ne innamora. In quel periodo il suo superiore gli concede il nastrino, una decorazione per un lavoro importante ben svolto. In realtà Ivan non ha fatto molto per meritarsela; è stato principalmente un colpo di fortuna. Ma ora è il momento dell’ottimismo. Non vede l’ora di sfoggiare il nastrino all’occhiello davanti alla ragazza che ogni tanto va a trovare. Ma le sue aspirazioni vengono rintuzzate e poi distrutte. La giovane gli dice duramene: “E allora? Oggi chi non ha un nastrino?”. Subito dopo lei gli confida di avere anche lei qualcosa di simile regalatole … dal suo fidanzato. Ivan, appresa la notizia, è devastato; non gli resta che andarsene barcollando e tornare nel suo piccolo e mesto alloggio. In fondo la ragazza in prima battuta ha ragione. Quello è solo un pezzo di stoffa. Onorificenze, medaglie, premi sono in gran parte vanità e segni di distinzione; il sistema le concede dall’altro per fidelizzare e far aderire a sé i sottoposti. Il cappotto del noto racconto di Gogol’ prima di essere un cappotto è un simbolo sociale. Napoleone Bonaparte, abile dispensatore di premi e decorazioni (maresciallo di Francia, cavaliere dell’Impero, titoli nobiliari) ai suoi seguaci, si sentì obiettare che quelli erano giocattoli. L’imperatore rispose significativamente che gli uomini sono governati dai giocattoli. C’è probabilmente un livello sano in cui questi “giocattoli” sono mezzi positivi e rappresentano uno stimolo a crescere, oltre che essere un mezzo per tenere saldi i corpi della società. Oltre quel livello, c’è solo la vanità.

Tornando al racconto, non è un tronfio e borioso carrierista a venire ridimensionato. A subire il colpo, per aver sfoggiato il nastrino, è un piccolo e sobrio impiegato, tranquillo e senza artigli, costretto dopo lo smacco a dover ricominciare a volare basso. A chi sta ai piani inferiori, basta poco per esaltarsi e ancor meno per precipitare. Ivan, timoroso, come già detto, delle grandi altezze, ne ha avuto una dura conferma. Per questo, alla fine, il racconto di Butkov, è proprio triste, oltre che realistico.

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Irma la maestra

4 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

Irma la maestra

La signora Irma si muoveva nel suo piccolo appartamento con agilità nonostante l'età avanzata. Certo, dire che si muoveva è un'esagerazione per i 50 metri quadrati scarsi di casa in cui si era ridotta. La vecchia bella grande casa l'aveva venduta tanti anni fa per aiutare l'unico nipote che aveva, rimasto solo al mondo, una tragedia che ancora non aveva superato. Per lei, sola, fu un sacrificio neanche troppo grande, per il nipote lontano fu una salvezza, per fortuna Giuseppe non si era dimenticato di lei. Sempre una telefonata e, nonostante la distanza, una visita al mese. La portava fuori a pranzo dopo aver visitato un museo, una mostra. E in quelle poche ore che passava da lei riusciva anche a sistemare i piccoli danni dell'appartamento.
Giuseppe le aveva cambiato le lampadine vecchie con quelle nuove che consumavano di meno, le aveva fatto un nuovo abbonamento al telefono per farla risparmiare, insomma faceva di tutto per facilitarle la vita che con la crisi diventava sempre più difficile da vivere con la sua pensione di statale. Irma era stata maestra, Irma la maestra, come la conoscevano tutti nel suo vecchio quartiere. In quello nuovo era una delle tante pensionate deportate per lasciare le case ai figli o ai nipoti. Ma Irma non si lamentava, le andava bene così, aveva i suoi libri, la sua musica e il suo gatto.
Le difficoltà economiche, che nascondeva al nipote, l'avevano portata ad aprire la porta di casa al gatto in modo che anche lui si desse da fare, che cercasse un po' di cibo al di fuori delle mura domestiche, scatolette e croccantini, per quel mangione, non bastavano mai. Aveva dovuto scegliere se mantenere il gatto o mantenere se stessa. Giuseppe ogni tanto le lasciava un po' di soldi, mai tanti perché anche lui se la passava mica tanto bene con la cassa integrazione a singhiozzo come la moglie e poi aveva due figli da mantenere agli studi. Irma riusciva a nascondere le sue difficoltà alla famiglia di Giuseppe, non voleva caricarlo di altri pensieri.
L'anziana maestra girava per casa, spostava una sedia, metteva a posto un libro, perdeva tempo, in parole povere. Ogni tanto un'occhiata all'orologio in attesa che arrivassero le tredici. A quell'ora scendeva in strada e si avviava alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portata, in poche fermate, in un quartiere vicino dove c'era il mercato rionale. Era diventata un'occupazione che ripeteva tre volte a settimana dopo il quindici del mese, quando i soldini iniziavano a scarseggiare. Arrivava al mercato e si posizionava in uno degli angoli della piazza rettangolare lasciata in eredità alla città dal Duce. Da quella posizione attendeva che i banchi iniziassero a chiudere e verso le quattordici, con la sporta al gomito come si usava un tempo, iniziava il suo percorso. Non rovistava, questo no, ancora non c'era arrivata, ma sapeva dove gli operatori del mercato lasciavano le cassette con la verdura e la frutta non più vendibili e lì si serviva, sceglieva anche con cura. Velocemente faceva il suo giro e velocemente spariva dal mercato senza mai prendere più di quello che le sarebbe potuto servire. Sapeva che dopo di lei sicuramente sarebbero passate altre persone bisognose.
Nonostante ripetesse questa operazione in un mercato di un quartiere a lei sconosciuto e dove lei stessa sarebbe dovuta essere una sconosciuta, non sapeva che era stata notata, casualmente, proprio da uno dei proprietari dei banchi di frutta e verdura. L'uomo aveva visto questa signora vestita dignitosamente, pettinata e pulita e all'inizio si era stupito che prendesse le cose che lui scartava ma che non buttava nei secchioni perché sapeva del "mercato" non ufficiale che si apriva quando loro chiudevano. Gli dispiaceva vedere che la crisi non risparmiava nessuno e che, anzi, sempre più pensionati riducevano le quantità di merce acquistata.
Irma, dopo la sua spesa, tornava a casa e pranzava, con calma, senza preoccupazioni di orario, in fin dei conti era l'ora in cui mangiava anche quando insegnava. Appena finito, puliva la frutta, la metteva nei contenitori e la riponeva in frigorifero. Puliva la verdura, la lavava, la cuoceva e la divideva in due come per la frutta e anche la verdura andava in frigo. Ogni tanto rifletteva sul come si era ridotta, sul perché la sua pensione non le bastasse più dopo tutti i sacrifici che aveva fatto e faceva. Aveva anche messo da parte il cellulare che il nipote le aveva regalato, o meglio, lo aveva sempre con sé ma non lo usava mai per chiamare ma solo per ricevere. Per risparmiare telefonava solo dal fisso a costo zero. Aveva anche preso l'abitudine di prendere i libri in biblioteca, anche se le costava un lungo viaggio in autobus. E proprio leggendo attendeva che arrivasse la sera. Alle diciannove apriva il frigo, prendeva metà della frutta e della verdura, metà del pane comperato la mattina e scendeva di un piano, tirava fuori le chiavi ed apriva la porta del pianterreno. Andava in cucina e metteva frutta e verdura nel frigorifero della vicina. Poi andava nella camera, l'unica a parte la cucina, da letto, prendeva il libro sul comodino e, dopo aver salutato con un bacio l'uomo sdraiato sul letto, iniziava a leggere riprendendo dal punto dove l'aveva lasciato il giorno prima e leggeva fino al ritorno della moglie dell'uomo.
Il fruttivendolo ormai aveva memorizzato i giorni e l'orario della spesa della signora Irma e non sapendo come fare per aiutarla senza recarle offesa, aveva iniziato a lasciare un sacchetto con frutta e verdura buona. Sapeva che lei sarebbe stata la prima visitatrice e che non correva il rischio che altri la prendessero al suo posto. L'uomo aveva l'idea di conoscere la signora delle due, come la chiamava parlando con la moglie. Era convinto che avesse avuto una parte nella sua vita ma non riusciva a focalizzare il dove e il quando. Forte di questa convinzione aveva deciso di scoprire chi fosse e quel giorno, chiuso il banco, si mise in macchina ad attenderla. La segui nel suo percorso verso casa e vide dove abitava. Attese qualche minuto e poi andò a controllare i nomi sui citofoni. Irma C. lesse e gli si affollarono nella mente molti ricordi. La Maestra Irma, ecco chi è, quella che mi diceva sempre che ero uno zuccone perché studiavo poco, che mi arruffava i capelli la mattina quando entravo e all'uscita. La Maestra Irma che mi ha insegnato a leggere e scrivere e far di conto. La Maestra Irma che non ha mai urlato con nessun bambino, nemmeno i più agitati. Con gli occhi lacrimosi, risalì in macchina e tornò a casa.

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Volpi metropolitane

29 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto

Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi
Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi

È di questi giorni l’articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” che riporta l’allarme diffuso nel Regno Unito: «È invasione di volpi a Londra: sempre più esemplari popolano la metropoli, scelgono come loro “casa” i giardini delle villette e si sfamano dai cassonetti.»

Drastiche e molto discusse le misure decise dalla municipalità per ridurre il proliferare degli animali.

Ma superata l’iniziale inquietudine causata da un segnale così serio e deciso proveniente dalla natura, se si prendono per un attimo le distanze da quanto potrebbero mettere in atto i sudditi di Sua Maestà Britannica per tutelarsi, la notizia, condita da un pizzico di fantasia irriverente, può prendere tutt’altra piega.

Un articolo che potrebbe essere la gioia di Esopo, di La Fontaine, dei fratelli Grimm, di Collodi, che, dall’alto, guardando il mondo, si danno di gomito, annuiscono e sogghignano, quasi ad affermare: «Noi, di volpi che ne facevano di tutti i colori, ne avevamo scritto in tempi non sospetti. Ora non diteci che non vi avevamo messi in guardia!»

Questo, forse, penserebbero.

Mentre il bimbo della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”, vedendo i suoi concittadini affondare il naso nel giornale aperto e sentendoli commentare ad alta voce la notizia, risponderebbe con una semplicità che sa già di disincanto: «Che novità sarebbe? Io di volpi che abitano nelle villette ne conosco tante! Certo, non mangiano la spazzatura, anzi, siedono a tavola composte, usano le posate d’argento e i tovaglioli di fiandra… e la domenica salgono in carrozza per fare delle lunghissime passeggiate sul lungofiume.»

Gli astanti, a quell’affermazione, estratti con un guizzo i nasi dai fogli del quotidiano, punterebbero gli occhi – delle capocchie di spillo invelenite – sul ragazzino. I loro volti risentiti si farebbero esageratamente aguzzi per imporre a quel discolo sfacciato il silenzio assennato che sempre richiede il quieto vivere.

Lì per lì, il bimbo non capirebbe quegli sguardi.

«Che ti salta in testa, bambino? Tu non sai stare al mondo!», lo rimprovererebbe una voce al di sopra delle teste assiepate.

Poi, al crescere del mormorio di riprovazione dei concittadini, il ragazzino si accorgerebbe improvvisamente del vibrare stizzito di baffi lunghi e sottili, mentre da sotto a cappotti e mantelle inizierebbero a sventolare nervose delle codone rosse e cotonate.

Il bimbo, in un lampo, comprenderebbe così il profondo significato del detto “parlare di corda in casa dell’impiccato”.

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IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

26 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

Il protagonista del racconto è appunto un fuggiasco; ci troviamo in una zona di collina di qualche provincia dell’Italia settentrionale durante la guerra civile che dal 1943 al 1945 vide attentati, rappresaglie e violenze da una parte e dall’altra. Bastano all’autore poche pennellate per tratteggiare il quadro fosco; siamo in campagna, c’è un pugno di case, il clima è freddo anche dal punto di vista umano. L’uomo è in fuga; la sua solitudine è aggravata dalla diffidenza degli altri. Trova rifugio in una cappella abbandonata; piove e le poche persone del posto hanno paura. Il disagio è evidente: “Non lontano, un cane abbaiava e lo immaginavo randagio sotto l’acqua e dolorante di fame. In quel buio invernale sembrava la voce di tutta la terra”. Ci sono state nei dintorni alcune stragi dovute, si deduce, ad azioni di partigiani che hanno determinato feroci ritorsioni. La gente è stanca di violenze e vive nel terrore. Così, se concedono un piatto di minestra, non vogliono che si sappia; il fuggiasco o partigiano della vicenda deve consumarla lontano, stando nascosto. Anche le chiese vengono bruciate nelle rappresaglie; non ci sono più né sicurezza e nemmeno civiltà. Un ragazzo del posto, Otino, si intrattiene con lui e dice significativamente che in quel momento non si può chiedere a nessuno chi è. L’identità personale è diventata pericolosa, crea sospetti e pericoli; sapere significa poter essere accusati di qualche forma di complicità. Meglio non chiedere. Meglio anche non essere nessuno, annullarsi in un nascondiglio dormendo su un sacco pieno di foglie aspettando il sole. Eppure stando nella piazza del paese, durante il giorno, accanto alla chiesa, sembra riaffiorare nel protagonista una certa speranza; la guerra non può continuare, la quiete piacevole della pace deve tornare. Ma dalla chiesa esce una donna che evita per prudenza di guardarlo; torna il pessimismo. La paura spezza la solidarietà. Giungono notizie di attacchi a paesi innocenti. Qualche fucilata echeggia lontano. Oltre le colline, c’è probabilmente una possibilità di libertà. Il fuggiasco le guarda avvolte dalla nebbia, ma alla fine sembra chiedersi se valga la pena di partire e rischiare ancora.

È un racconto breve ma sostanzioso; i colori dell’inverno si mescolano ai colori della paura. Non è giunto molto in quel luogo del valore ideale ed etico di quella guerra (ossia della Resistenza); il timore di ritorsioni è troppo grande e crea barriere tra le persone. Il piccolo Guido di cui si parla nel finale del racconto, gioca a fare il soldato e dice spensierato che la guerra non finirà mai. Nessuno ha saputo spiegargli il dramma di quel momento. Ma l’attenzione si concentra sul fuggiasco; da cosa fugge? Dalla violenza del conflitto o forse da una responsabilità che non vuole più assumersi? A Otino lui chiede fuori dai denti se non si vergogni a starsene lontano dai pericoli, quasi al sicuro, mentre altri si battono. Ma è il fuggiasco stesso, qualche ora dopo, ad accarezzare la quiete, il disimpegno, il silenzio: “Avevo visto di lassù nel campo bruno i buoi d’Otino che sembravano fermi. Nell’aria fresca si sentivano le voci suonare tranquille, e se un urlo, uno sparo, avesse rotto quella calma i buoi laggiù non si sarebbero mossi. Quella sera ero contento; dovevo mangiare una minestra nel cortile di Otino, poi tornarmene solo nella vecchia cappella e star nascosto”. Improvvisamente il paese sembra immoto, sereno, lontano dai drammi, quasi fuori dalla storia. Anziché accettare il rischio di andare oltre le colline, l’uomo sembra preferire il sostare apatico nella campagna immobile: “Qui non c’era che terra e colline e bastava appiattirsi alla terra per vivere ancora”. Se prima, con una certa arroganza, aveva chiesto spiegazioni dell’inerzia altrui, ora ha perso in parte la sua superiorità morale; non può più giudicare. In fondo è un uomo come gli altri; probabilmente ha combattuto con coraggio in nome di una fede, ma ora è stanco e sfiduciato. Sembra provare in anticipo una certa disillusione che si prova spesso dopo aver preso parte a una trasformazione storica che si voleva rivoluzionaria, ma che spesso ha esiti di portata limitata. La vecchia cappella gli garantisce pace e rifugio. Ciò fa pensare che i partigiani non erano superuomini, ma persone che in lunghi mesi di lotta feroce (soprattutto nel tardo 1944, quando il freddo e i rastrellamenti si fecero particolarmente pesanti) avevano momenti di debolezza e fiacchezza. La lotta era (ed è) fuori ma anche dentro a ogni uomo, sempre con la tentazione di scegliere il percorso più semplice e meno impegnativo, magari in attesa che le conquiste vengano realizzate grazie al sacrificio degli altri. Forse nel protagonista è in atto questo tipo di conflitto. Il racconto ha qualche affinità con un romanzo dello stesso autore, La casa in collina, dove il protagonista fugge dai fascisti, evita di schierarsi e si accontenta della precaria pace in un istituto religioso: “In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo".

Questo rimanda anche alla vita personale di Pavese che visse sempre con sofferenza e travaglio il non aver preso parte alla Resistenza, pur avendo peraltro già patito alcuni anni di confino; anche nello scrittore probabilmente divampò la stessa cruenta lotta.

La scelta della “tranquillità”, del trattenersi anziché continuare a fuggire sembra prevalere anche nel racconto, scelta appunto non da eroe ma profondamente umana. C’è d’altronde bisogno di un posto, piccolo o grande, in cui stare come spiega lo stesso scrittore in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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I gol di Ibra

25 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

I gol di Ibra


L’automobile saliva senza difficoltà l’erta strada. Dai tornanti si godeva un panorama stupendo e l’occhio arrivava fino al mare, alla base della montagna. L’andatura lenta, dovuta al fatto che non aveva ancora incontrato un’altra macchina, gli permetteva di godere della vista che, in alcuni momenti, arrivava fino alle coste del paese al di là della distesa d’acqua. I tornanti conservavano tracce antiche di parapetti di pietra come l’asfalto portava segni recenti di rappezzamenti. Si capiva, anche dall’erba che piano piano riprendeva possesso del territorio, che quella strada non era tra le più trafficate. Stretta, nata forse sul tracciato di una vecchia mulattiera, e abbandonata con l’arrivo di ben diversi mezzi di locomozione. Piante di fico selvatico e fichi d’india si allargavano fin quasi sulla carreggiata a contendere all’erba il possesso di quella nera striscia di terra. Non mancavano, e non sarebbe potuto essere altrimenti, piante d’ulivo ormai abbandonate.

Non sembrava che fosse passato tanto tempo. Spesso ci si lamenta della eccessiva lentezza di Kronos ma poi ci si rende conto che esso ci sfugge senza lasciarci la possibilità di afferrarlo e piegarlo alle nostre misere esigenze. Ogni tanto una casupola e un pezzo di terra coltivato, d’altronde la cima era vicina e il paese, da un momento all’altro, sarebbe apparso dietro quella che sarebbe stata l’ultima curva.

Eccolo, piccolo in fondo al panorama. Lievemente al di sotto della cima. Ancora poche centinaia di metri da percorrere in questa pianura di montagna. Due costruzioni ai lati della strada. Gemelle, nella struttura e nella distruzione. Senza tetto, senza porta e senza finestre. Rami spuntavano dall’interno verso l’esterno, anche qui la natura aveva ripreso possesso di ciò che era suo. Due costruzioni che gli riportavano alla mente una piazza e una strada di Roma. Sembravano messe lì come a guardia del paese. Ma, evidentemente, la loro vigilanza non era stata sufficiente a preservare dalla rovina la piccola comunità montana. Fermò la macchina. Si inoltrò nell’erba alta verso la costruzione di destra. Raccolse un bastone e con esso si aiutò a spostare rami e rovi. Il sole dall’alto scaldava e illuminava l’interno di una chiesa. Banchi su cui un tempo erano stati seduti i fedeli ora accoglievano solo sassi e macerie. Piegati, spezzati e spazzati via dalla violenza. Un quadro del redentore ancora appeso sbilenco alla parete. Squarciato, imbrattato. Capì all’improvviso. Di corsa uscì dalla chiesetta e si inoltrò verso l’altra costruzione. Era stato comunque un luogo di culto, non c’erano panche, né confessionali ridotti in schegge. In compenso tra i sassi si vedevano pietre colorate, gialle. Giallo oro, come le cupole di una piccola moschea. Uguale la distruzione anche se diverso il Dio da adorare.

Dire che iniziò a capire è farlo sembrare presuntuoso, non lo è, la violenza cieca non si può capire, al massimo la si subisce. Fiaccato nell’animo colse un fico dall’albero. Era tiepido, maturo e buono. Si avviò verso il paese. Sentiva su di sé gli sguardi degli abitanti di quello sperduto luogo di montagna. Così vicino al mondo moderno eppure lontano. Capre e pecore, a ben guardare, circolavano liberamente nelle strade. Si avviò verso quella che sembrava la piazza, ben diversa da quelle a cui siamo abituati. Cercava un bar, un qualsiasi posto che gli potesse fornire un qualche conforto. Un caffè, un tè, una bibita. Davanti le case donne sedute all’ombra esponevano i frutti della terra in attesa di venderli ai passanti o a qualche sperduto turista. Qualcuna metteva in mostra anche cesti di vimini, ricami, dolci. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a una dimensione più umana. Erano volti conosciuti anche senza che lui fosse stato in quel posto mai prima d’ora. Persone che vedeva in Italia, erano i profughi di una guerra cattiva e priva di senso come tutte le guerre.

Un uomo, giovane, gli si avvicinò e lo salutò in italiano, aggiungendo che lo aveva capito dalla targa dell’automobile. “Un bar” chiese e si avviarono verso una porta senza insegna che sembrava introdurre in antro privo di luce e invece gli si aprì un mondo a parte. Scesi i tre gradini c’era un bar, luminoso perché dal retro arrivava luce e calore e si apriva su uno splendido giardino, ricco di alberi e fiorito. Si sedettero in attesa del caffè e di qualche dolce.

“Come mai è capitato in questo posto sperduto”

“Curiosità, mi avevano detto, giù in spiaggia, di venire perché ne valeva la pena. Ma è dura la vista di tanta distruzione”

Il giovane iniziò a raccontare. “Vivevamo tranquilli, senza scossoni e senza problemi se non quelli del vivere quotidiano, eravamo pochi, ora siamo ancora di meno, e ci conoscevamo tutti. Si lavorava la terra e l’estate si lavorava al mare per fornire ai turisti ciò di cui hanno bisogno. Un ciclo della vita tranquillo, come già detto, senza scossoni. Poi, all’improvviso, tutto è finito. Ci siamo trovati coinvolti senza saperne nulla in una disputa tra cristiani e musulmani, tra etnie diverse. Prima erano problemi che non ci appartenevano. A parte piccoli liti di paese non c’era altro tipo di dissidio. Arrivarono prima gli uni e uccisero gli altri, poi vennero gli altri e uccisero gli uni. Nonostante tutto chi poté fuggì insieme continuando ad aiutarsi senza pensare a Cristo o Maometto. Sia gli uni che gli altri distrussero tutto, ora ciò che vedi è anche troppo rispetto a quello che lasciarono. Ci privarono dei nostri luoghi di culto dove indifferentemente andavamo perché oltre la fede c’era l’amicizia. Quella che stiamo tentando di ricostruire”.

Uscirono sotto il sole. Sulla piazza ora c’era un giovane che tra due case diroccate giocava con un pallone. Lo lanciava contro il muro, quando tornava indietro lo alzava e in una mezza girata lo lanciava di nuovo contro una ipotetica porta di calcio dipinta con calce bianca contro il muro. E ogni volta gridava “Gol”. “Vedi, erano passati al tu, quella è una vittima. Sta lì tutto il giorno dalle dieci fino al tramonto, a parte l’ora di pranzo, a tirare calci ad un pallone e a gridare gol. Lo chiamiamo Ibra, sono quasi coetanei. Ma lui non calcherà mai un campo di calcio. Ci dà il ritmo della vita che è tornata, anche se non del tutto, alla normalità. Il suo battere continuo ci ricorda i battiti del nostro cuore, che siamo ancora vivi”.

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Mané

21 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #personaggi da conoscere

Mané


Dedicato a Manoel Francisco dos Santos, giocatore brasiliano noto con lo pseudonimo di “Mané Garrincha” (Pau
Grande, 28 ottobre 1933 – Rio de Janeiro, 20 gennaio 1983)

Ma dove sta scritto che chi è segnato nel corpo sia un disgraziato? Piuttosto, toccato da Dio.
Riflettendoci bene, anche Giacobbe rimase azzoppato lottando con l’Angelo. Fu Dio a voler porre il sigillo nelle sue carni di uomo. Perché potesse affermare: «In questo luogo c’era Dio e io non lo sapevo.»
Così, anch’io sapevo bene dove si trovava Dio che, a un certo punto della mia vita, aveva deciso di lasciare una traccia indelebile anche sul mio di corpo. O meglio, più di una
traccia, a dire il vero. Ma per me, tutti quei difetti formavano il percorso che la mano divina mi aveva disegnato addosso, perché mi ricordassi il luogo in cui si celava lo Spirito. Perché ne avessi consapevolezza, come Giacobbe.
E così, proprio quando stavo davanti al pallone, quel mio difetto fisico diveniva miracolo. Era quello che mi faceva danzare davanti all’avversario, scattare di lato e arretrare nelle finte più sfacciate che mai si siano potute ammirare sui campi di calcio. In quei momenti, il mio dono deforme si faceva beffe della perfezione incapace degli altri.
Le braccia tese, come un equilibrista sul suo filo di vita, correvo in avanti, spinto dall’alito che mi aveva creato. Aggiravo l’avversario come una trottola lanciata dallo spago di un Dio che si sa divertire. Sfioravo la sfera di cuoio e sembrava quasi che ci camminassi sopra, rotolassi con lei, come quei buffi circensi che percorrono l’intero ovale del circo in punta di piedi su una palla. Ero fatto così. E gli spettatori, che distinguevano la bravura, il talento, ma forse non coglievano completamente il fuoco che mi ardeva nel petto, mi soprannominarono “Allegria del popolo”. Perché Dio vuole essere anche allegria. E nel sorriso che avevo, così tante volte immortalato dai fotografi, si potevano distinguere chiaramente il sangue indio di mio padre e quello mulatto di mia madre. Ma altro ancora avrebbe potuto distinguere in controluce chi sapeva leggere Dio nei segni. La mandibola sporgente, gli occhi infossati, ridotti dal riso a due fessure, mi facevano sembrare simile a un guitto. Un guitto che sa bene che dietro al trucco sta la vita. La vita vera. Fatta di dolore e di solitudine.
Dio creò la luce. Ma anche le tenebre. Lo stesso angelo caduto è creatura di Dio. E un dono ricevuto da Dio porta con sé, immancabilmente, anche la necessità di una rovina ineluttabile.
Così, quando compresi il mio lato oscuro, quando capii che quegli scatti sul campo, quasi fosse il cielo stesso a darmi una spinta, celavano un altro punto di arrivo, lontano da fortuna e successo, non ci volli pensare. Mi volli stordire, cercando, attraverso i vizi, di tornare più umano degli umani, campione anche in questo. Puntavo al dolore, sperando che la comune imperfezione mi potesse salvare, trattenendomi sulla faccia di questa terra, come faceva con tutti gli altri che invecchiavano placidi.
È facile svuotare una bottiglia per chi conosce lo strazio. Meno facile guardare attraverso il vetro vuoto e muto, sentendo il calore dell’alcol che ti avvolge le viscere e ritrovare se stessi. E visto da fuori, il mio vizio sembrava uguale a quello di tanti. Il campione si è fatto persona mediocre, pensavano tutti. Ma non era così. Mi aggrappavo a una zavorra per riprendermi il corpo, per tenermelo stretto, per non dover ascoltare quella voce che l’aveva segnato per farmi ispirato e che ora mi mostrava la mia personale miseria, il mio
essere niente.
Sfilai su un carro, nel carnevale del 1980. Seduto, mi asciugavo di tanto in tanto l’occhio destro. Pensarono fosse la commozione nel vedere che il popolo mi voleva ancora bene? Non so. So solo che non ero commosso. Mi bruciavano gli occhi. I suoni giungevano ovattati, vedevo le sagome, non distinguevo i volti.
E quando mi asciugai per la seconda volta l’occhio, mi ricordai che avevo provato la stessa sensazione, anni prima, sul campo. Ma allora inseguivo il pallone e m’isolava dal resto del mondo la mia vampa ispirata.
Così venne il tempo di fare il mio ultimo giro. Che allora credevo uno dei tanti, ma quei quattro giorni di metà gennaio del 1983 furono i miei ultimi, passati a fissare in trasparenza le immagini riflesse dai vetri che svuotavo, svuotando anche me.
Dio gettò sul tavolo della creazione le ventidue lettere magiche e le mischiò, creando infinite combinazioni.
Talmente innumerevoli che noi, che c’illudiamo di saper leggere la vita, non ci accorgiamo di essere perfetti analfabeti esiliati in eterno.
Fu però nell’ultimo secondo della mia esistenza sulla terra che Dio decise di farmi il suo ultimo dono.
Vidi quelle ventidue lettere sollevarsi dal tavolo e ritornare nella mano di Dio che la richiuse a pugno. Come se la pellicola fosse stata riavvolta. Come le immagini che, in televisione, si riavvolgevano un tempo, quando si commentavano le mie azioni sul campo.

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PRODITORIAMENTE di ITALO SVEVO (1861 – 1928)

17 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

PRODITORIAMENTE di ITALO SVEVO (1861 – 1928)

Maier è un imprenditore di discreto successo; ha da poco superato i sessant’anni quando un cattivo affare, condotto con una persona disonesta, lo mette sul lastrico. Per riprendersi capisce che dovrà lavorare duramente, condannando se stesso e la famiglia a una vita di disagi e ristrettezze. Ci sarebbe una possibilità per riuscire a pagare i debiti contratti; ottenere un prestito dal suo caro amico Reveni, anch’egli imprenditore. Ma come chiedergli una mano? Qui emergono le difficoltà psicologiche del protagonista poiché la cultura borghese vuole sicurezza e forza; chi si è dimostrato improvvido e sciocco, sia pure in una sola sfortunata circostanza, è in un certo senso compromesso nella cerchia dei bravi uomini d’affari. Maier si reca quindi a casa dell’amico incerto su come procedere; vuole essere aiutato, ma non può accettare umiliazioni. L’ideale sarebbe che Reveni leggesse tra le righe e gli venisse fraternamente incontro, senza costringerlo ad abbassarsi a una esplicita richiesta. “Erano stati buoni amici tutta la loro vita”, ci viene detto. Il dialogo avviene alla presenza della consorte dell’amico con la quale Maier non è mai stato in confidenza. L’uomo parla, compie lunghi giri di parole, si spazientisce a tratti, ma non riesce a dare all’interlocutore l’esatta idea del suo dramma. Reveni ascolta ma senza farsi coinvolgere e quando parla, lo fa da una posizione di tranquillità e di superiorità; lui è ancora un imprenditore di successo. Non riesce a immedesimarsi in una situazione di grave difficoltà. Parla di logica e di lucidità negli affari; quello che Maier non ha avuto. A un certo punto lo sfortunato commerciante sente di avere tutto contro di sé, l‘amico che non lo capisce, la moglie che forse gli è ostile da sempre, gli oggetti stessi della casa che rimandano a una solidità economica che lui ha perso: “Egli vedeva quella sala da pranzo per la prima volta luminosa per la luce delle grandi finestre riverberata da marmi agli abbassamenti delle pareti, dagli ori in certe filettature alle porte, dai cristalli che ancora si trovavano sul tavolo”. Mentre Maier nota tutto questo, l’altro si sente male; viene chiamato un dottore, ma inutilmente. Muore invece che farmi un prestito, sembra pensare l’indebitato commerciante che poi con una buona scusa se ne va e giunto in strada si sente sollevato; la disgrazia dell’amico rende più sopportabile il suo fardello. Il protagonista ragiona solo in rapporto alle sue impellenti esigenze; il suo è un mondo economicistico. Non c’è dispiacere per quella morte che anzi lo riconforta; ciò fa pensare alle mille considerazioni anche ciniche che si fanno pur di trovare un appiglio che offra un aiuto almeno a livello psicologico in momenti delicati. Ma Svevo ci insegna col suo romanzo principale, La coscienza di Zeno, che ogni cosa è vista da un punto di vista soggettivo e quindi limitato, relativo; in una parola, malato. Non è salutare dare tanto credito a una visione incompleta delle cose. La psicologia di Maier lo porta a varie oscillazioni nel dialogo, a seconda di ciò che percepisce nell’atteggiamento dei due interlocutori; speranza e pessimismo si alternano capricciosamente, ma tutto è descritto in base appunto alla sua visione soggettiva. In fondo lui non domanda chiaramente il prestito così necessario; cerca di presentare a grandi linee la situazione, ma senza darne i precisi dettagli, per non sentirsi mortificare nella sua dignità di imprenditore ora in affanno. Forse se avesse chiesto in modo schietto, parlando da amico ad amico, avrebbe ottenuto qualcosa. Invece non chiede; quindi non si può nemmeno dire che Reveni rifiuti di aiutarlo. Il suo atteggiamento freddo e distaccato potrebbe essere solo il risultato del punto vista parziale e malato del protagonista, vittima di una morale borghese degli affari che predica successo e non ammette sfortuna. La conclusione ci rimanda ai paradossi cari a Svevo; l’inetto (vero o presunto), pur pieno di assilli e incertezze, alla fine cade in piedi e se ne va quasi rasserenato. L’amico, apparentemente superiore nella solidità economica esemplificata dalla lussuosa casa, muore (come succede anche all’aitante Guido nella Coscienza di Zeno). Non c’è sicurezza per nessuno; il fiuto per gli affari non elimina l’irriducibile precarietà della nostra esistenza.

Ma la domanda amara che sorge con immediatezza, in un ambiente così materialistico, è questa; i due signori del racconto erano poi veramente amici?

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