racconto
Uno strano incontro
Quello che vi presento oggi è il racconto scritto da un amico di Napoli: un incontro breve e intenso con una lucciola, “una di quelle” come la definisce lui stesso, ma che porta a una profonda riflessione. La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno e sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario. Un intrigante miscuglio fra il ribrezzo dettato da atavici pregiudizi per le donne che si vendono e un brivido di intrigante desiderio…tutto da leggere.
"Uno strano incontro" di Giuseppe Campagna.
Avevo fatto male a non cambiare la gomma, uscendo dall‘officina del cliente, avevo notato che la ruota anteriore sinistra mi stava procurando una sorpresa a tempi brevi. Solo undici chilometri mancavano affinchè mi immettessi sull’Appia, ma il volante “tirava” sempre di più. Dovevo sostituirla, non vi era altro da fare. Accostai il più a destra possiibile e fermai al centro del faro di luce emesso da un lampione. Erano le ventuno. La Strada, come tutte le provinciali, aveva un aspetto squallido e, pur non essendo un uomo impressionabile, quella sostituzione sarebbe stato meglio poterla effettuare sulla strada statale, bene illuminata, nel tratto che da Casagiove porta a Santa Maria. Stavo già armeggiando col crik, quando un fruscio mi fece trasalire, mi sollevai dalla posizione curvata e,attraverso i vetri della macchina, la vidi. Non potevo sbagliarmi, era “una di quelle”. Contrariamente al suo ruolo, alla profonda scollatura ed al trucco smodato, in un buon italiano mi chiese di accenderle una sigaretta. “Certamente” le risposi , riprendendomi dalla sorpresa. Fu con la luce dell’accendino che potei fissarla meglio: venticinque o trent’anni, bei lineamenti, bruna alla maniera andalusa. “Vi ho forse spaventato? “ mi chiese dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo. Tergiversai: “E’ questa benedetta gomma, non ci voleva proprio, da dove sei sbucata?” le chiesi. Ignorò la mia domanda e proseguì: “Andate verso Santa Maria? “. “ Ci arrivo quasi. Prendo l’ autostrada a Caserta Nord “, Tra un’operazione e l’altra del cambio gomma continuavo a guardarla di sottecchi. Si, effettivamente era una bella figliola, peccato che appartenesse a quel mondo. Intanto l’ultimo bullone non aveva alcuna volontà di venire fuori ed io a bassa voce incominciai ad imprecare contro quei benedetti aggeggi pneumatici con i quali i gommisti avvitano i perni. Fu a questo punto che lei girò dalla mia parte e si chinò simulando di darmi una mano. La profonda scollatura ora metteva a nudo il seno di una scolaretta; un brivido mi percorse lungo la schiena. Fu il bullone a cavarmi d’ impaccio, si era deciso a venir fuori. Ora la macchina aveva ripreso a correre veloce ed io, di tanto in tanto, distraendomi per piccoli attimi dalla guida, guardavo la mia accompagniatrice. “Si vede – debuttò – che siete una persona per bene, non avete tentato di approfittare della situazione, oppure non vi piaccio?” La sua voce era calda, una piega maliziosa del viso smentiva la verità della sua ultima domanda. Le dissi sorridendo che a mio avviso nessun uomo che fosse stato tale avrebbe potuto pensare che lei non potesse piacere. Quando riprese a parlare i suoi occhi fissavano intensamente la cenere della sigaretta: “E’ per il mestiere che faccio? “ , ma lo sapete che quando un uomo mi interessa lo faccio con tutta me stessa? “. Fu quello l’unico vero momento durante il quale mi sentii tentato; ma non mi è mai interessato quel tipo di rapporto. Lo sballottare della macchina, per la strada leggermente dissestata, procurò che le gambe accavallate fossero abbondantemente scoperte, lei, con profonda femminilità sorrise compiaciuta e finse di riparare, lo fece solo in parte. “Che ne sapete di me?" Sbottò improvvisamente con un tono carico di risentimento. “Dolcezza,” le dissi assumendo con la voce l’ atteggiamento di chi è avvezzo a certe compagnie, ti sto dando solo un passaggio, non devi assolutamente pensare di dovermi niente. Il tono “snob” della mia voce non aveva sortito alcun effetto: sperai vivamente che non mi raccontasse la storia della sua vita. Le mie sorprese, però, quella sera non si dovevano limitare a quanto mi era accaduto perché di lì a poco il pneumatico che avevo sostituito era completamente a terra. Ora era soltanto la luna a rischiarare la strada, le facevano da concerto le mie imprecazioni, mi era impossibile pensare ad una qualunque soluzione. La mia accompagnatrice mi creava un problema ulteriore; era già difficile, data l’ora ed il posto, che il conducente di una delle rare macchine che passavano avesse accolto i miei cenni di aiuto, figurarsi quindi quando intravedevano la persona che mi accompagnava. Stavo per dirle di entrare in macchina, ma fu lei che con tono deciso chiese a me di rientrare nell’abitacolo. Avevo intuito le sue intenzioni e la cosa non mi entusiasmava per niente, servirmi del suo adescamento per riuscire ad ottenere per qualche chilometro un qualsiasi aiuto od una gomma in prestito, mi contrariava fino a toccarmi lo stomaco. La strada ora diventava sempre più deserta, passava un’auto ogni periodo che mi sembrava un’eternità. Non mi riuscì di accettare oltre quella scomoda condizione di cacciatore che mira a distanza come l’esca venga catturata dalla preda. Fu mentre uscivo dalla macchina che vidi la lussuosa BMW, fermarsi accanto alla donna, alla guida era un uomo sui 55/60 anni, uno di quelli che hanno la ferma convinzione che l’età possa essere celata dall’accorta pettinatura, dall’abito sportivo-elegante e che lo stemma di una BMW riesca a far credere che i 60 anni siano al massimo 45. Intuii come si stavano mettendo le cose e mi avvicinai; mi accorsi dopo che il mio camminare aveva assunto un andare dinoccolato e avvertii che qualche piega nata sul mio viso mi stava dando l’aspetto che mi ritrovo quando affronto con decisione le situazioni difficili. Mentre l’uomo innestò la prima ed il rombare del motore coprì la sua ultima frase, riuscii soltanto a sentire: “... un passaggio a te lo do ben volentieri”. “Perché vi siete avvicinato – mi redarguì – sarei riuscita a guadagnarmi uno strappo per entrambi…” troncai netto e replicai: “Potevi andare, perché non l’hai fatto”. Enfatizzando ed in maniera ironica il tono della voce: “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ora i suoi occhi chiedevano un po’ di soddisfazione per il gesto che aveva fatto di non lasciarmi solo. Chissà perché certe volte siamo cinici nei momenti meno giusti, infatti le dissi: “Sei proprio una stupida!” Se ne ritornò taciturna in macchina, mi avvicinai allo sportello dalla sua parte e con il ticchettio delle nocche la invitai ad abbassare il vetro e tutto d’un fiato sbottai: “Scusami”. Ora una largo sorriso aleggiava sul suo viso: era stupenda quando sorrideva, i fazzolettini che l’avevano aiutata a struccarsi s’erano portati via anche i segni della sua professione e convenni che incontrandola in un ufficio o a casa di amici, quella sarebbe stata un’ambita donna da conquistare. Girai intorno alla macchina, andai a sedermi al mio posto, le offrii una sigaretta e ne presi una per me. “Come ti chiami", le domandai . “Gianna” e da quanto tempo fai questo lavoro”. “Da un mese” mi rispose. “Benedetto Iddio, quasi urlai, ma non potevi fare una qualunque altra cosa, che so, la cameriera per esempio?” “Se fossi la vostra cameriera, quante volte al giorno pensereste di portarmi a letto?” Sì, aveva proprio ragione una donna fatta bene come lei e con quel viso da madonnina, o diventa una diva (prostituta col consenso del pubblico) o lavora in ufficio (scansando le solerti mani dei colleghi) o si colloca tra le schiere delle lucciole e si fa risarcire in denaro quanto madre naturale le ha elargito e gli altri tentano di portarle via. Squallido! Ma reale! Vinsi la grossa ripugnanza che si frapponeva tra i miei istintivi desideri e lei ed accostai una mano sulla sua: si voltò a fissarmi; Dio come la vita insegna agli occhi di certe creature a parlare: il suo sguardo mi scavò dentro, deglutii a fatica, una barriera fittissima era tra noi, lei l’avvertì e come per un occasionale movimento, fece scivolare via la sua mano che era al di sotto della mia. Nel suo sguardo avevo letto una convinzione assai chiara, ero un uomo piccolo, piccolo, piccolo, legato ad una balorda educazione e ad un fasullo perbenismo che teneva imprigionata la mia mediocre anima. Restammo in silenzio non so per quanto tempo, ma nella mia mente non c’era più rabbia per quell’incidente che mi avrebbe tenuto lontano dal piacevole impegno settimanale: la partitina a poker a casa dei miei amici; no, ora facevo una velocissima scorsa nella mia mente delle persone influenti di mia conoscenza che avrebbero potuto dare una mano a quella ragazza: nessuna andava bene, tutta gente che nella migliore delle ipotesi, quando avrei presentato loro quel pezzo di figliola, avrebbe pensato ad un interessamento troppo personale ed impossibilmente disinteressato. Allora fui io a rompere il silenzio e le dissi: “Se il nostro volto, il calore della nostra voce, l’espressione dei nostri occhi è veramente l’indice della nostra indole, sono certo che tu sei una persona recuperabile: cosa si può fare per te?” Mi guardò alla sua maniera, in quel modo che ti scavava dentro, non ebbe dubbi, capì che dietro la mia offerta, non c’era nessuna richiesta in cambio e quindi esclamò: “ Cosa volete che m’importi!” Lo stridio dei freni ci fece sussultare la macchina si era perfettamente accostata alla mia, l’uomo sbirciò nel nostro abitacolo, intimò con un breve deciso cenno della testa alla mia accompagnatrice di raggiungerlo: ella ubbidì. Appena fu seduta nell’auto accanto a lui, la macchina sgommando presto sparì all’orizzonte. Trassi dal pacchetto un’altra sigaretta e mentre le davo fuoco i miei occhi, alla capace luce dell’accendino rividero quei fazzolettini con i quali ella si era struccata. Possiamo certo toglierci dal viso la brutta maschera di molti affanni, ma non sempre la vita ci consente di impedire agli altri, contro la nostra volontà, di truccarci di nuovo.
UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn
Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008) vinse nel 1970 il Premio Nobel che però non ritirò per il timore che le autorità sovietiche non gli permettessero di rientrare nel suo Paese. Oppositore indomito del regime, passò molti anni nei Gulag. Le sue opere più note sono Una giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag.
“Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo”.
Così si apre il lungo racconto. Il protagonista è rinchiuso in un campo di lavoro staliniano e lotta quotidianamente contro il freddo, la fame, gli abusi dei carcerieri. Come è finito qui? Nel 1941, in guerra, è stato preso dai tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Riuscito ben presto a scappare, era tornato nelle proprie linee. Qui però aveva subito il volto diffidente e cinico del potere sovietico; ogni prigioniero era sospettato di essersi arreso volontariamente al nemico. Ivan è condannato a dieci anni per alto tradimento. I reclusi del campo devono rispettare dure regole e sono costretti a lavorare quasi ogni giorno, salvo che non ci siano più di quaranta gradi sotto zero. Le fatiche sono immani ma Ivan e gli altri per sopravvivere devono avere sempre una buona reattività fisica e mentale. Ci si salva se si riesce a strappare con l’astuzia una razione in più, se si protegge il proprio cibo dalle mani fameliche dei compagni, se si è pronti a fare qualche piccolo favore a chi in cambio può dare una sigaretta o qualche pezzetto di pane. Ci vuole sempre destrezza per non subire punizioni perché il regime del campo è severo, burocratico, infido; ci sono guardie, capiscorta, detenuti con qualche mansione di responsabilità, delatori. Denisovič sa già che dopo i dieci anni scontati verrà ancora trattenuto in qualche modo, senza una specifica ragione. Non c’è speranza, bisogna solo vivere il presente e arrivare fino al giorno dopo. Ha già fatto sapere alla moglie di non mandargli pacchi, per quanto sia tormentato dalla fame. Non può essere sostenuto per tanti anni dalla sua povera famiglia. L’attenzione dell’autore per gli ambienti, la fisicità degli uomini, per i volti abbruttiti, per i corpi stretti e pressati nella mensa o nella baracca, richiamano il kafkiano La città effimera di Giuseppe Scortecci, soldato e prigioniero dopo Caporetto nella Grande Guerra. Inevitabile il confronto con Se questo è un uomo di Primo Levi. Alcuni compagni di Ivan discutono tra loro di cinema e teatro. Hanno trovato un articolo di giornale che parla di uno spettacolo a Mosca e si confrontano su questi temi. Anche Levi nel suo libro ricorda una conversazione nel lager con un amico, incentrata sulla figura di Ulisse e sui versi danteschi dedicati all’eroe omerico. Parlare di un evento culturale o di un poema come si farebbe altrove a cena con un amico significava allontanarsi per qualche momento dall’inferno quotidiano. Ivan quel giorno si occupa con i suoi compagni di costruire un muro. Lo fa con giudizio e cura. Ha lavorato e patito per i suoi aguzzini, ma alla fine della giornata è soddisfatto sia per aver mangiato “abbastanza”, sia per la brillantezza del lavoro svolto. Questo aspetto si trova anche nelle memorie di alcuni ebrei vittime dell’Olocausto. Svolgere il proprio lavoro con competenza è un aspetto gradevole, segno di un animo pulito e limpido. Questa soddisfazione può sembrare assurda, come lo è la sua condanna a dieci anni di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma ciò significa che Ivan non è ancora stato devastato interiormente dalla spietata e annichilente detenzione. Ha ancora dei principi e dei valori; la sera, aiuta un compagno meno scaltro di lui a nascondere il cibo ricevuto da casa e lo fa per pura amicizia.
Si chiude così, con qualche segno di azzurro, una giornata di ordinario lavoro in un campo staliniano; Denisovič sorride quando finalmente può andare a dormire, anche se sa che la sua prigionia sarà molto lunga. La pena che deve subire conta, infatti, tremilaseicentocinquantatré giornate come questa.
MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig
Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.
Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.
Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.
Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.
LA RACCOLTA DI SILENZI DEL DOTTOR MURKE di Heinrich Böll (1917 - 1985)
Si tratta davvero di un godibilissimo racconto, letto nell’edizione Bompiani; ci permette di riflettere sulla società di oggi e sul mondo della comunicazione. Siamo nel secondo dopoguerra. La ferocia della dittatura nazista e l’orrore del recente conflitto sono alle spalle. Ora c’è una realtà di crescita economica e i cittadini hanno diritti e tutele. Il dottor Murke lavora negli studi della radio. Ha ricevuto l’incarico dal direttore di revisionare il testo di due conferenze incise su nastro dallo scrittore Bur-Malottke, un intellettuale più tronfio che profondo. Perché questa revisione? Semplicemente il conferenziere, risolto un lungo travaglio interiore, ritiene di non poter più usare la parola “Dio” che andrà sostituita dall’espressione “Quell’essere superiore che veneriamo”. Si tratterà di fargli registrare varie volte quella frase, sostituendola all’altra troppo impegnativa parola. Un lavoro piuttosto lungo, dato che ci si muove nella lingua tedesca che ha vari casi a seconda del complemento. Il direttore è in soggezione davanti a Bur-Malottke che addirittura esprime la volontà di rivedere tutti i suoi testi registrati, anche quelli più vecchi. La richiesta sembra frutto di un capriccio intellettuale, ma a quest’uomo presuntuoso non si può opporre un rifiuto. Non c’è più Hitler, ma esistono ancora personaggi pieni di sé cui non si riesce a dire di no. Sono quelli che potremmo chiamare i tiranni del quotidiano; sanno come muoversi, trovano le porte aperte, non hanno bisogno di prendere appuntamento. Con loro ci si scusa se hanno dovuto attendere qualche attimo; bisogna essere quasi onorati di sciupare il proprio tempo con le loro bizze. Il dottor Murke è persona intelligente e arguta, tanto che il direttore lo guarda con diffidenza pur apprezzandolo, dato che a lui affida quell’incarico abbastanza delicato. Murke fa la sua parte, non rinunciando a prendersi gioco del pomposo intellettuale. Il mondo della radio è pieno di programmi e di parole che spesso si configurano al protagonista come una realtà fatua e vuota. La società ora è libera, libera anche di essere stupida o forse non abbastanza libera per riuscire a ridimensionare la vanità di un uomo. Bur-Malottke è infatti un uomo come tutti, ma altezzoso; la convinta centralità dei suoi piccoli pensieri lo rende ridicolo. Gli manca la distanza da sé per concepire in modo più umile il proprio ruolo.
Pensiamo a Joseph Roth e a come ci presenta il Kaiser Francesco Giuseppe in un passo tratto da La marcia di Radetzky. Il vecchio monarca sta passando in rassegna un reparto di militari. Tutta la maestà e il carisma del sovrano che governa da oltre mezzo secolo scompaiono davanti a una gocciolina che capricciosamente penzola dal suo naso imperiale, attirando l’attenzione dei soldati e naturalmente del lettore. Francesco Giuseppe appare semplicemente come un uomo, oltretutto anziano e goffo. Come sopportare i Bur-Malottke e le loro stucchevoli chiacchiere? Murke ha trovato un modo. Dal nastro di ogni programma vengono tagliati dei pezzi che non contengono nulla se non inutili pause. Il protagonista recupera queste parti; non pago di ciò, chiede alla sua ragazza di restare muta mentre lui registra. In questo modo recupera ancora un po’ di silenzio, facendo un nastro sempre più lungo. Poi lo ascolta e questo per lui è estremamente riposante. Il nulla e lo scarto diventano necessari per ristorarsi. La sua reazione al disagio del vivere con gli altri è ben diversa rispetto a quella dello scrivano Bartleby di Herman Melville. Lo scrivano rispondeva con un inatteso “Preferirei di no” a una normale richiesta del suo principale, rifiutando in blocco il mondo del fare, del produrre, del correre, dell’essere competitivi. Una scelta radicale e destinata a portare all’isolamento e alla solitudine. Invece, la via di Murke è più sottile e permette di convivere. La realtà del lavoro e della comunicazione produce vaniloqui a iosa, ma anche piccole e preziose quantità di silenzio. Ci sono il veleno e l’antidoto nello stesso mondo.
Il chiasso e il silenzio si confrontano, si alternano, hanno bisogno l’uno dell’altro, si richiamano reciprocamente. Si tratta di una dialettica che può portare a una non facile sintesi. Trovare un equilibrio tra questi due poli significa trovare quiete e serenità.
Quello che aspetta (a metà strada)
Fa caldo e il sole illumina la lunghissima spiaggia solitaria. A metà, tra la battigia e le dune dell’entroterra, c’è solo il ragazzo, sdraiato su un asciugamano, pancia a terra schiena rivolta verso il cielo; sta lì, appoggiato sui gomiti, con le gambe incrociate e un po’ sollevate dalla sabbia.
Sta lì e aspetta.
Alle sue spalle un oceano piatto e immobile, silenzioso, segna il confine dell’Infinita Tristezza, infinita perché l’enorme mare scavalca anche il lieve orizzonte continuando con un cielo ugualmente immobile, ugualmente pallido, come in un continuo gioco a farsi il verso.
L’Infinita Tristezza scavalca il ragazzo sdraiato sulla spiaggia addentrandosi verso il mondo, come per avvolgerlo, senza volerlo, nella sua calma paralizzante. Ma il ragazzo guarda dall’altra parte, dove un breve cordone di dune coperte da ciuffi di giunchi precede la foresta rigogliosa dell’Infinita Felicità, distesa a perdita d’occhio di alberi sempreverdi interrotta qua e là da esplosioni colorate, macchie di fiori dei quali, ogni tanto, arriva anche il profumo. Profumi dolci dai nomi esotici che è impossibile ricordare.
Il ragazzo, mento tra le mani e gomiti appoggiati a terra, guarda verso l’Infinita Felicità, con occhi pazienti dal loro fondo, e aspetta.
Ma che cosa?
Aspetta una ragazza riccioluta, una ragazza con lunghi capelli ricci; la aspetta per ragioni sue, forse si sono dati appuntamento lì, oppure l’aspetta perché crede che la vita sia un gioco, la aspetta per avere anche solo un pezzettino dell’Infinita Felicità che si estende davanti a lui: qualche granello di polline sulle spalle di lei, o un fiore tra i suoi capelli, o un filo d’erba in bocca...
Fa caldo, dense gocce di sudore si formano nell’incavo del collo e scorrono lentamente verso il petto quasi in continuazione.
La spiaggia è solitaria, a parte il ragazzo sdraiato...o comunque lo sembra, ma la realtà è diversa!
Da dietro un poggetto sabbioso tre bambine sbucano fuori, evidentemente sono anche loro convinte di essere sole perché, appena notato il ragazzo, si bloccano interdette ed incuriosite. Sono tre bambine bionde, una più grande è probabile che sia la sorella maggiore e richiama seccamente una delle piccole che si accingeva ad avvicinarsi al ragazzo...
...finché la Curiosità prevale sulla Prudenza ed è proprio la bambina più grande a parlare con uno strano accento pieno di consonanti aspre:
“Zalve!” le due sorelline, come ombre leggere, le stavano attaccate alle gambe e guardavano il ragazzo con occhietti svelti da donnole.
“Ciao bambine”
“Zcusa, no hai mika visto pazare di kua un topolino? L’ha perzo mia zorela Ruth, lei perde zempre tutto!”.
Ruth, la bambina attaccata alla gamba destra, rivolse un breve bianchissimo sorriso al ragazzo, che lo ricambiò, prima di far scomparire il viso contro la coscia della sorella maggiore.
“No, mi spiace, non ho visto nessun topolino. A dirla tutta non ho visto niente! Siete voi le prime a passare da qui!”
“E’ molto ke zei arrivato?”
“Mha?! Quasi non me lo ricordo! Un po’ di tempo sarà passato...”
“Kome mai stai kui tutto da solo?”
“Sto aspettando...”
“Ke palle! Non ti annoi a non fare niente kosì? Ki azpetti?”
“Aspetto una ragazza riccioluta.”
“E’ la tua fidanzata?”
“No bimba, è solo una ragazza riccioluta!”
“Ma è bella almeno?”
“Oh sì! Certo che è bella!”
“Vabbè...allora buon azpetto...se vedi un topolino magari rikiamaci. Cia’!”
“Ciao bimbine! Buona Fortuna!”
Le tre sorelline si allontanarono; Ruth, ancora con la faccia premuta contro la coscia della maggiore, fece risuonare una voce squillante:
“Kohopriti la skiena karino! Se ti zkotti...ohi ohi! Zo’ dolori!”
“Grazie del consiglio...se lo rammento lo farò certamente!”
Il ragazzo rispose agitando la mano mentre le tre piccole figure diventavano sempre più irriconoscibili per la lontananza e la calura.
Poi tornò ad appoggiarsi sui gomiti, lo sguardo dritto di fronte a sé...
“Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa.....”
Che la spiaggia non fosse proprio solitaria il ragazzo lo capì subito dopo, ascoltando queste strilla, non esattamente umane, per un bel po’...prima che apparisse la loro proprietaria...
..una grassona in due pezzi, tutta rubiconda e accaldata, con un ridicolo cappellino a cuffietta ed una borsa da mare di esime dimensioni. L’ira, o comunque le rumorose attenzioni della donnona, erano rivolte ad un bimbetto secco secco...che forse era...incredibilmente suo figlio!
Questo la precedeva, con corsettine isteriche e repentine frenate, sulla battigia; ogni tanto fermandosi a guardare qualcosa sulla sabbia, animaletti o quant’altro, che, manco a dirlo, finivano puntualmente schiacciati dal simpatico pargolo.
“Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa....smettila di stiacciare i paguri! Occosa t’hanno fatto? Povere beschie! Smettila Omar! T’ho detto di finilla! Malidetta la tu’ razzaccia ‘nfame! Tò!.”
Il ragazzo fu per forza attirato da quella scena comica:
“Buongiorno signora” disse più per gentilezza che non per farsi notare.
“Aihò! Chi è?! Ohi-ohia giovane! Mi scusi! Ull’avevo mi’a vista! Manca po’o mi fa venì ‘n coccolone!”
“In tal caso mi scusi lei signora!”
“No no...guardi...è per via di ver bimbo...natodancane! Mi fa ammattì!
Omaaar! Omaaaaaaaaaa....! Vieni vi c’è un sinniore sempati’o! Vieni vi delinguente! ‘R tegame di tu ma’ e ‘r becco di tu pa’ poròmo!”
Omar, il natodancane, la guardò con aria ebete per qualche secondo...poi tornò, come se nulla fosse, alla sua occupazione principale. Schiacciare i paguri!
“Poi ti rovino...vai!
Dé...ma vardi va! Mi deve di’ un po’ poino lei ‘ome si fa?! Mi fa scorda’ di tutto ver bimbo!....
...Ah...’nfatti...meno male ho trovato lei...no perché ci siemo perzi...si doveva anda’ ar bannio...aspetti...’r Bannio Solleone....Mare e Sole?!Bho! Lei che è der posto ‘un saprebbe mi’a...”
“No, mi dispiace, ma non sono della zona, sono qui ad aspettare...e basta!”
“Boia dé! Di grazia! O cchi aspetta....’R Papa?!”
“Aspetto una ragazza riccioluta.”
“Vai...borda! La sua signorina?”
“No signora...è solo una ragazza riccioluta.”
“Ssì ssì...è bellina m’immagino...”
“Oh sì! Certo che è bella!”
“Ovvia beato lei! Che le devo di’! Arrivederla e saluti alla bimba!
Omaaar! Omaaaaaaaaaaa....!
‘nna ‘ane! Stramalidetto tu sii ‘n eterno...tu stiantasse...ora ti vergo...”
La cicciona si allontanò imprecando contro l’innocente che si era già avviato di corsa sulla lunga spiaggia. Sempre più sudata e accaldata anche la corpulenta forma si perse, dopo un po’...
Il Tempo a volte è un elastico, o una gomma da masticare usata, lo allunghi a tuo piacere e quasi non si rompe, spesso si deforma e non torna più come prima (non torna MAI come prima), però non si rompe!
Così...o all’incirca così...o per niente così...pensava il ragazzo sdraiato sulla pancia sopra un asciugamano; su una lunghissima spiaggia a metà strada tra l’Infinita Tristezza e l’Infinita Felicità.
E stava appoggiato sui gomiti; e aspettava.
Da lontano il verso di un invisibile beccapesci rompeva il silenzio, per il resto l’Infinita Felicità era sempre rigogliosa, l’Infinita Tristezza sempre tenue; il ragazzo sempre a metà, con occhi pazienti dal loro fondo.
Ecco qualcun altro! Il ragazzo lo notò quando era ancora lontano: un uomo, un omino calvo con un ampio torace peloso che trascinava dietro di sé un bastone, tipo un manico di scopa, lasciando un solco ondulante nella sabbia...e un cane, l’uomo era affiancato da un cane, uno di quelli piccoli che abbaiano sempre per nulla.
L’omino e il cane si avvicinarono al ragazzo sdraiato con passo spedito, lungo una linea retta che solo loro vedevano. Quando ormai il ragazzo credeva che i due lo superassero senza degnarlo di un cenno, l’omino si bloccò:
“Felice di vederLa giovine!”
“Buongiorno a lei buon uomo!”
L’omino e il cane si misero davanti a lui (tra lui e l’Infinita Felicità) come se fossero sull’attenti. L’omino teneva il manico di scopa come un’alabarda da guardia svizzera. Cominciò a parlare:
“Splendida giornata nèvvero? Sì, veramente ottima! Un bel sole sfavillante per forgiare le membra! Un bel caldo soffocante per ricordarCi che niente nella vita si ottiene senza sudare e combattere! Una bella sabbia rovente per indurirCi la pianta dei piedi...”
Il cane guardava l’omino con la testa inclinata da una parte ed un’espressione tra lo stupito, per le frasi futili che il padrone andava ancora ripetendo, e l’interessato...ma con un interesse sicuramente di convenienza...
Il ragazzo ascoltava e non ascoltava quello sproloquio, ogni tanto intercalava con qualche “...eh sì...ha proprio ragione...perbacco!...ma certo!...”, quasi quasi rimpiangeva l’incontro con quel logorroico ed autoritario vecchietto.
“Bravi bravi giovini! Coltivate fisico e mente per il mondo di domani!...comunque anche quello di ieri e di ieri l’altro non era male...è l’oggi che fa schifo!
A proposito, Lei, così solitario, cosa ci fa su questa spiaggia?”
“Sto aspettando...”
“Ahi ahi! Aspettare non è una bella tattica! Bisogna andare sempre all’attacco! Aggredire il nemico!
Comunque, se mi permette, chi aspetta?”
“Aspetto una ragazza riccioluta.”
“Bravo! Bisogna essere sempre galanti con le donne e arrivare co-stan-te-men-te in an-ti-ci-po!
Ma, mi scusi ancora, è la Sua ragazza questa Signorina?”
“No signore, è solo una ragazza riccioluta.”
“Bhè, speriamo che non tardi tanto, questa ragazzina ricciolina! In quegli anni, quando ero giovine, la puntualità era un do-ve-re! Mica un “opscionals”!
Bene! Ma ora La lascio alla compagnia della...bella...si può dire? Sarà di sicuro bella!”
“Oh sì! Certo che è bella!”
“Bravi! Braaaviiii!”
Il cane guardò il ragazzo ed abbaiò, come volevasi dimostrare, per niente.
“ArrivederLa giovine!”
E se ne andò. Con il cane.
In un batter d’occhio la spiaggia era di nuovo splendidamente solitaria, solo un leggero solco ondulante si perdeva in lontananza. Confine aleatorio.
E ancora il Tempo si allunga e si deforma e sfugge di mano. E gioca per conto proprio come un bambino attaccato a un aquilone...
All’improvviso un’ombra calò sul ragazzo sdraiato e lo fece trasalire. Era lì, in attesa, contemplando alberi e fiori a perdita d’occhio, aspettandone un pezzettino anche per sé (solo un pezzettino...per piacere...), quando un nero in tuta da ginnastica con un borsone di tela gli si parò davanti:
“Buongrn capo! Compra qualcosa! Tuto bèlo non è caro! Te lo dice Abdul!”
“Ciao Abdul. Sono certo che sei fornitissimo e onestissimo...ma non mi ci vuole nulla! Praticamente non ho niente, ma questo forse mi basta...”
“No capo. Tu no hai capito. Il vecchio Abdul è un mercante speciale...”
Tirò giù il borsone davanti a lui e, prima che potesse fermarlo con un cenno, lo aprì facendo uscire un oggetto abbastanza strano...se non si è preparati o abituati...
Una pallina di pelo irsuto dalla quale sporgevano due ridicole gambette rachitiche ed un nasone roseo e rivolto verso il basso.
Abdul si passò la palletta pelosa sul palmo della mano ed essa, non senza qualche difficoltà, gli si arrampicò lungo il braccio andando a sedersi sulla spalla; come un pappagallo parlante...ma zitto!
“Abdul è mercante di Sogni capo. Merce rara al giorno d’oggi! Abdul ti fa prezzo bòno! Se no ti va questo...io stiaccio!”
E dette uno schiaffo al Sogno, che non aveva avuto neanche il tempo di spostarsi e scoppiò nel nulla con un urlettino stridulo...
“Abdul ha milliaia e milliaia di sogni da venderti capo. Con un piccolo sforzo tu stare mellio!”
Il mercante di Sogni sussurrò quest’ultima frase sotto voce, come rivolgendosi ad un’amante. O meglio, come ci si rivolge all’amante durante il Sogno...
Ma il ragazzo conosceva benissimo la merce di Abdul; quante volte aveva nutrito, coltivato, fatto crescere e poi schiacciato senza rimpianti Sogni simili a quelli che ora gli venivano mostrati! Era diventato un esperto in quel campo!
Ed ora che i Sogni erani venduti, scambiati, barattati. Ed ora che solo la tristezza era gratis...lui era rimasto praticamente senza niente...né gli uni né l’altra. Abbondava solo di attesa.
Il ragazzo abbassò gli occhi sulla sabbia. Quegli occhi così pazienti dal loro fondo...
“Ho capito capo, non dire niente”, parlò ancora Abdul il mercante, “Tu no hai bisogno dei miei Sognetti economici, tu ne hai già uno grande come il mare!”
“Non ti sbagliare Abdul...”, cominciò a replicare il ragazzo, ma fu interrotto.
“Non mi sbaglio capo, questi occhi vecchi vedono lontano...dove tu sei cieco! Non mi resta che andarmene ed augurarti solo tanta Buona Fortuna.”
Detto ciò, così come era arrivato il nero se ne andò, sparì. Ed ancora il ragazzo non aveva sollevato lo sguardo dalla sabbia...
Ma, allora, se si può (si deve) ancora sognare... ci sono dei confini? Dov’è la Felicità? Quando arriva? Dov’è la Tristezza? Quand’è che se ne va? Perché non si può scendere dall’auto in corsa? Perché i nostri pezzi di vetro conficcati nei piedi non fanno più neanche male?
E’ passato un po’ di tempo e il ragazzo è ancora sdraiato sul suo asciugamano, sulla spiaggia solitaria, con il mento tra le mani ed i gomiti appoggiati a terra. Davanti a lui l’Infinita Felicità, dietro a lui l’Infinita Tristezza, lui sta in mezzo (nella comoda Terra di Nessuno). Adesso i suoi occhi sono chiusi sul volto rilassato, sembra che stia pensando con serenità a tutto ciò che è stato e non è stato mai.
Ma eccola! Eccola che sta arrivando, sta fermando la sua bicicletta a ridosso di una duna, non ne è ancora scesa che già ha iniziato a parlare con la sua voce nell’aria cristallina:
“Ciao! Allora?! Scusami per il ritardo! Devo aver fatto proprio veramente tardi abbestia!...ma ho avuto da fare un sacco di cose: ho lavorato, ho studiato, sono andata in bici (come vedi), ho preso la laurea, ho lavorato dell’altro, ho dato da mangiare al cane, al gatto, al cardellino; ho raccolto pinoli in pineta, sono andata a mangiare una pizza, poi sono andata a ballare e a giocare a biliardo, mi sono sposata, ho divorziato, mi sono risposata, nel frattempo ho anche fatto un bambino e uno l’ho adottato, poi mi hanno licenziata e mi hanno assunta da un’altra parte, e, sai, ho trovato pure una vagonata di planarie! Mi sono comprata la macchina nuova, ho fatto un incidente, ma non mi sono fatta nulla; ho sotterrato cane e gatto, ho ri-divorziato e mi sono detta “il matrimonio non fa per nessuno...avevo ragione quando ero giovane...”...Ma scusami, sto parlando solo io! Oh te?! Qui tutto solo soletto? Cosa hai fatto di bello?”
La ragazza riccioluta, che non era più una ragazza, aveva sempre dei lunghi bei capelli, dei lunghi e candidi riccioli che le ricadevano sulle spalle.
Il ragazzo sdraiato aveva pure lui dei lunghi candidi riccioli che ricadevano sulle spalle, sui gomiti appoggiati a terra, sulle mani con cui reggeva il mento colonizzato da una spinosa e folta barba bianca. I suoi occhi erano chiusi e non potevano vedere la ragazza riccioluta, ma non l’avrebbero comunque potuta guardare, così come da tempo non vedevano più l’Infinita Felicità che, rigogliosa, si estendeva ancora a perdita d’occhio.
Lui non l’aveva sentita arrivare, non l’avrebbe sentita andar via.
La ragazza riccioluta si mise a sedere accanto al ragazzo, sull’asciugamano, ora in silenzio insieme a lui; i loro capelli si mescolarono almeno stavolta, come ondeggianti e sottilissimi fili di seta di una stessa maglia.
La ragazza riccioluta guardava il vecchio ragazzo con un’espressione seria sul viso, accarezzandogli piano i capelli di seta; poi si fissò le mani e le vide pallide, con un intreccio di vene bluastre e di macchioline, ma, attraverso il bordo irregolare e tormentato delle unghie, vide anche le mani sottili e leggere di una ragazza che era stata, che si era dimenticata di essere stata e di essere. Una ragazza con folti capelli, con folti riccioli illuminati dalla luce del sole.
La ragazza riccioluta guardò il ragazzo sdraiato sull’asciugamano.
Il Tempo era passato tutto quanto insieme e lei non se ne era neanche accorta.
M. L.
IL DIARIO DI REDEGONDA di Arthur Schnitzler
Arthur Schnitzler (Vienna 1862 – ivi, 1931) è stato uno scrittore e medico austriaco. Fu ampiamente influenzato dalla psicanalisi elaborata da Sigmund Freud. Tra le sue opere, menzioniamo Doppio Sogno, da cui Stanley Kubrick trasse ispirazione per il suo ultimo film Eyes Wide Shut.
I fatti vengono narrati in prima persona da un uomo di cui non viene detto il nome; i protagonisti del racconto sono il signor Wehwald, il capitano Teuerhim e sua moglie Redegonda.
Il narratore spiega che una sera in un parco gli si accostò a sorpresa il suo conoscente Wehwald; l’uomo si sedette accanto per iniziare poco dopo a raccontargli una vicenda personale a dir poco inverosimile. Essendosi innamorato della bella moglie del capitano Teuerheim e non sapendo come farsi avanti, giunto al parossismo della sua passione amorosa, fece ricorso alla fantasia. Nella sua immaginazione lui e Redegonda iniziarono un’intensa vita da amanti, fatta di incontri segreti e rischiosi appuntamenti. Un tale innamoramento così travolgente non gli permetteva di considerare la possibilità che la donna gli mostrasse indifferenza o manifesto disinteresse. Fantasticando e dissociandosi dalla realtà, ogni cosa diventava possibile e piacevole. Tutto proseguì fino alla tremenda notizia dell’imminente trasferimento dell’ufficiale e del suo reparto. Wehwald non poteva credere che anche Redegonda partisse. Attese a casa che la donna lo raggiungesse, abbandonando per sempre il marito. Invece, raccontò, giunse da lui proprio il capitano. Il dialogo fu rapido e drammatico; la donna contesa era morta improvvisamente e aveva lasciato un diario in cui si parlava dettagliatamente della loro relazione. Wehwald, sgomento, sfogliò il diario in cui c’erano date, luoghi, note; il loro rapporto era stato minuziosamente registrato in ogni momento della loro intimità. Eppure l’amante credeva fosse tutto una costruzione della sua mente. Si era più o meno consapevolmente autoingannato non potendo accettare che Redegonda fosse irraggiungibile. Invece, diario alla mano, doveva essere tutto vero … Il marito che gli aveva mostrato il testo, ora voleva soddisfazione. Il giovane acconsentì e all’alba si svolse il duello, concluso con l’inevitabile successo dell’ufficiale. Wehwald raccontò di essere stato colpito al cuore. In quel momento il suo attento ascoltatore, ricordò qualcosa, ma un attimo dopo il suo interlocutore scomparve dalla sua vista, lasciandolo solo sulla panchina.
L’anonimo narratore il giorno prima aveva infatti parlato con gli amici di un fatto di cronaca; la moglie del capitano Teurheim era fuggita con un sottotenente. Il marito aveva sfidato a duello e ucciso il signor Wehwald, da tutti ritenuto persona corretta e integra, tanto da far pensare che avesse pagato colpe non sue.
La matassa narrativa si è ingarbugliata, dato che la vicenda raccontata dall’innamorato si accompagna a quella, più contenuta e oggettiva, sintetizzata dal suo ascoltatore nel parco. Il lato romantico e fantastico della prima si contrappone all’asciuttezza della seconda. Probabilmente non esiste nessun vero diario di Cunegonda; si può dedurre che la donna prima della fuga col sottotenente, per guadagnare tempo inguaiò lo spasimante non ricambiato, lasciando al marito le prove artefatte di un loro inesistente rapporto. Così il giovane venne sfidato a duello e ucciso al posto di un altro. Probabilmente, ci fu un qualche suo compiacimento nel vedersi considerato come l’amante della donna, come narrato dallo stesso Wehwald. Quello che resta impresso è il ruolo forte dell’immaginazione che sembra andare oltre l’impossibile e incunearsi nella realtà fino a diventarne parte. Nelle Operette Morali di Leopardi si parla spesso della superiorità del pensiero sulla realtà; ciò che rientra nella sfera dell’immaginazione e del sogno è consolatorio, mentre la realtà è fatta di dolore e tedio. Nel Dialogo di Torquato Tasso e il suo Genio familiare si affrontano questi temi. “Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere la donna amata, o pensarne?” chiede il Genio al poeta che risponde: “Non so. Certo che quando era presente mi pareva una donna; lontana, mi parve e mi pare una dea”.
Qui però, in Schnitzler, l’immaginazione sembra creare essa stessa la realtà. La sua forza appare superiore alla vita e in grado di condizionarla. Ma non appena l’innamorato scompare dal parco, ecco che la sostanza prende una piega ben diversa e infatti la conclusione del racconto è spiazzante. Alla fine tutto rischia di rivelarsi come un’allucinazione; il ciarliero signor Wehwald sparisce e il suo interlocutore si chiede poi se veramente abbia parlato con lui (o col suo fantasma). Forse l’uomo del parco ha inconsciamente arricchito una storia di cui conosceva una parte, fantasticando sui retroscena di quell’amore impossibile, nell’ambito di una faccenda triste, con un mancato amante “incastrato” e vittima sacrificale di una donna in fuga con un altro uomo.
Eppure Il diario di Redegonda ci offre una bella suggestione; sarebbe bello che le cose immaginate, pensate, sentite profondamente, potessero davvero diventare, a sorpresa, un segmento della realtà, soprattutto quando si tratta di aspirazioni pressoché irrealizzabili.
Sasso assassino
Era stato un sasso, solo un maledetto sasso. Non particolarmente grande, affusolato, biancastro; se non avesse avuto un paio di irregolarità, lo si sarebbe quasi scambiato per un uovo. Era l’ideale, come forma, per venire lanciato con una fionda. Ancora però non si sapeva come si fossero svolti i fatti. Ora il sasso si trovava in un contenitore trasparente, posto sulla scrivania del gerarca Steiner che si tastava di tanto in tanto la testa, zeppa di pensieri e di dolori; una benda gli cingeva la fronte, da cui aveva smesso di fuoriuscire il sangue che aveva lasciato qualche traccia rossastra anche su quella pietra. A diverse ore dai fatti, il gerarca e ufficiale non cessava di ruminare intorno a quell’episodio che aveva rovinato la sua investitura a governatore della città, evento per il quale molto si era impegnato. Aveva organizzato una parata per il corso principale, delimitato da due grandi archi romani; le macerie erano state occultate alla meglio e i simpatizzanti delle truppe di occupazione erano stati mobilitati in gran numero, mentre la piazza dove il corteo sarebbe giunto per la solenne cerimonia avrebbe offerto uno scenario ideale. Là, accanto al grande anfiteatro romano, il gerarca si sarebbe richiamato alla grandezza degli antichi imperatori; a poche decine di metri c’era ancora un tratto delle mura fatte costruire dall’imperatore Gallieno. Poi era accaduto ciò che ancora angustiava tremendamente il povero Steiner. Proprio quando si era alzato in piedi sulla macchina scoperta, come aveva visto fare in tanti cinegiornali, offrendo lo statuario corpo con marziale posa alla folla, un sasso lo aveva centrato alla tempia sinistra. Un colpo netto, non fortissimo, ma sufficiente a farlo cadere sul sedile. Era stato soccorso ed era giunto un medico, mentre i soldati avevano reagito scioccamente sparando a caso tutto intorno. Proprio lui aveva interrotto la sparatoria urlando: “E’ solo un sasso! Basta!”.
Mentre nel suo studio si stava riprendendo dalla ferita, sentì profondamente la vergogna per essere stato abbattuto in quel modo. Non si sapeva che cosa fosse accaduto precisamente. Forse un altro automezzo in movimento aveva fatto schizzare quel sasso, oppure il lancio faceva parte del gioco avventato di qualche gruppo di ragazzini. Davanti a migliaia di persone, l’ufficiale era stato messo fuori combattimento da una pietruzza. Questo solo contava per lui, ora che seguitava a osservare il sasso. Chissà cosa avrebbero detto a Berlino! Un gerarca steso da quel coso a forma di uovo! Il nemico più grande per un ufficiale serio e quadrato era il ridicolo. Che cosa si poteva fare contro il ridicolo? Tirare raffiche come avevano fatto i suoi uomini? Impossibile liberarsene. Ogni tanto entrava nella stanza qualche subordinato che lo ragguagliava sulle indagini avviate; si scomodavano parole come attentato, arresti, rappresaglie. Una reazione energica e sproporzionata avrebbe solo peggiorato le cose, dando forza ai fatti accaduti. Steiner lo sapeva, ma ascoltava poco. Premette invece perché venissero dei geologi da Berlino; voleva far esaminare l’arma del delitto da loro. Bisognava capire scientificamente quanto era accaduto; mentre passeggiava nella stanza con le braccia dietro la schiena, cominciò a dettare alcune disposizioni al suo segretario, senza distogliere gli occhi dal recipiente e dal suo contenuto. Si doveva provvedere a fotografarlo, mandare le foto da qualche specialista, possibilmente far venire qualche esperto a esaminarlo direttamente. Steiner voleva capire come fosse accaduto che quel sasso si fosse frapposto fra lui e la sua apoteosi. Era arrabbiato e mortificato; non avevano preparato una bomba contro di lui, nemmeno gli avevano sparato. Si era usata un’arma rudimentale, semplice, da monelli di strada. Si ricordò di quel re che era andato su tutte le furie, dopo che uno squilibrato gli aveva sparato con un fucile di piccolo calibro, buono per tirare ai passerotti. La sua ira, si raccontò, non era legata all’attentato in sé; infatti, ogni autentica autorità dotata di fierezza e consapevolezza del proprio ruolo di argine contro il disordine, auspica quasi di subire almeno un tentativo di omicidio. Erano le modalità usate a essere francamente inaccettabili. Il re si era sentito umiliato davanti a un’arma così modesta e infatti rifiutò ogni clemenza all’attentatore.
Steiner, invece, nemmeno sapeva da chi fosse stato lanciato il sasso e se qualcuno effettivamente lo avesse tirato. Continuò a dettare le sue richieste al segretario che non osava commentare. Voleva che si scoprisse da dove veniva, quale fosse la sua storia, da quale mare o fiume fosse stato sballottato e levigato nel corso dei millenni, come fosse arrivato su quella strada, quando e soprattutto perché. Essere vittima del puro caso era doloroso, perciò voleva raccogliere ogni elemento possibile per capire se ci fosse una logica. Farsi classificare come ufficiale sfortunato avrebbe aggiunto compatimento al ridicolo che già sentiva graffiargli direttamente la carne.
Il segretario, con qualche imbarazzo, si permise di chiedergli se l’indomani desiderava farsi visitare nuovamente, ma non ricevette risposta. Il gerarca sollevò il recipiente per osservare meglio, poi ordinò di mandare a Berlino la richiesta di avere subito un geologo ben qualificato.
“Chissà che pietra sarà” disse con un sospiro. Poi ripensò a quando era in servizio vicino al Mar Baltico. Anche là gli era capitato un episodio particolare. Due soldati della sua unità erano stai trovati morti sulla riva di un fiume. Non si erano capite le cause della loro fine. Nessun segno di arma da fuoco o da taglio era stato trovato sui corpi, quindi non erano i partigiani i colpevoli. Un autentico enigma. Poco prima di venire trasferito, Steiner aveva avuto un interessante colloquio con un vecchio pescatore che gli aveva offerto questa spiegazione: “Vede signore, i suoi uomini sono stati trovati vicino a un fiume molto pescoso. Sembra che ogni tanto, tirassero qualche piccola bomba nel fiume e poi raccogliessero i pesci ammazzati che arrivavano a riva. Non è decoroso pescare così dalle nostre parti. Direi antisportivo. Qui i pesci sono patriottici e questo non stupisce nessuno, ma soprattutto sono amanti della lealtà. Si metta nei panni, o nelle pinne, di un pesce attento alle forme, tutto d’un pezzo, orgoglioso, retto da un’etica da cavaliere medievale. Se lei fosse un pesce simile, tollererebbe di essere cacciato con sistemi rudi e sleali? Ci vuole rispetto, un pesce non è una gallina. Perciò ritengo che i nostri amici dei fiumi si siano vendicati. Sono stati loro”.
Questo discorso aveva impressionato il gerarca a tal punto che con ingenuità ne aveva poi parlato a un collega, senza fargli capire che considerava quella spiegazione solo una curiosa storiella. Il prevedibile risultato era stato che tra i commilitoni le risatine solevano accompagnare la pronuncia del suo nome. Adesso, dopo quel precedente, rischiava di subire un’altra ondata di ridicolo. Dopo la storia dei pesci che ammazzavano i suoi uomini, ecco i sassi che da soli si scagliavano contro di lui. Era tutto un caso? Aspettava dei responsi scientifici per capire meglio. I medici nel frattempo giudicavano la sua ferita lieve, ma lui preferiva passare le giornate nel suo studio a guardare il sasso, senza riprendere le normali attività. Attendeva con impazienza l’arrivo del geologo che aveva richiesto. Dopo una settimana, gli giunsero invece alcune voci sui commenti fatti a Berlino. Sembrava che una vignetta lo rappresentasse qualche istante dopo il ferimento. Accanto a lui avevano disegnato Cristo che gli diceva: “Alzati e cammina”. Il governatore resse ancora per una decina di giorni, poi il disonore e lo scoramento prevalsero. Fu ritrovato con la testa appoggiata sulla scrivania, accanto all’oggetto della sua morbosa attenzione.
L’ufficiale che per primo lo vide in quello stato era venuto ad aggiornarlo sulle indagini; avevano arrestato un giovane di nome David. Chissà che cosa avrebbe pensato Steiner a riguardo. Sentendo quella notizia, forse anche da morto si sarebbe sollevato e poi avrebbe afferrato il recipiente; quindi avrebbe probabilmente preteso di accertare se fosse plausibile che quella pietra avesse già avuto un uso simile nell’antichità. Forse, in effetti, c’era una possibilità su un milione che quel sasso, viaggiando per millenni, tra infinite peripezie, subendo e partecipando ai giochi sconosciuti della natura e della terra, fosse lo stesso usato molto tempo prima da un pastorello per abbattere il più temuto dei nemici del suo popolo.
Questo è il primo racconto della raccolta PIETRE, la cui anteprima è visibile sul sito ilmiolibro.it.
IL COLPO CONTRO IL PORTONE
Il protagonista di questo racconto di Kafka passeggia con la sorella. Fa caldo. Passano davanti al portone di un cortile. Sono in una zona a loro non nota. La giovane bussa al portone (o forse accenna a farlo). Un gesto banale, semplice, scherzoso. Eppure quasi subito c’è la percezione che le conseguenze saranno durissime. La gente del posto li guarda con aria di disperazione, come se la coppia fossero già condannata. Il ragazzo sorride e ostenta tranquillità; il fatto, apparentemente insignificante, si può facilmente spiegare. Solo delle persone ignoranti come quelle del luogo possono agitarsi tanto senza motivo. Ma un gruppo di cavalieri armati di lance poco dopo si mette al loro inseguimento. C’è anche un giudice tra loro. La ragazza riesce a dileguarsi. Il giovane viene raggiunto e condotto nella casa di un contadino. L’ambiente è davvero inquietante: “Grandi pietre per il pavimento, scure, parete grigia, nuda, non so dove un anello di ferro murato, e nel mezzo qualcosa tra il pagliericcio e la tavola operatoria”. L’arrestato credeva come cittadino di poter chiarire ogni cosa e addirittura di uscirne con tutti gli onori (anche il protagonista del Processo ha pensieri simili e ugualmente fallaci). Ma dopo essere entrato in questa prigione, dispera di salvarsi. Scopre di non avere diritti o tutele, ma solo colpe.
Colpisce la sproporzione tra il “misfatto” e la punizione; oltretutto il gesto potrebbe non essere mai stato compiuto. Sembra venga punito il presunto significato dell’atto; anche l’accennare a bussare a una casa importante è uno sberleffo o una piccola manifestazione di ribellione che un potere assoluto e paranoico non può tollerare. Il gesto è avvenuto in pubblico e questa è un’aggravante. La dura reazione seguente confermerà lo status quo; nulla deve cambiare, solo la sottomissione viene permessa come la gente del posto ha capito, a differenza dei due giovani che sono forestieri. L’ignoranza della legge non è una scusante sufficiente. Il portone è intoccabile in quanto allegoria di un contesto (con le sue gerarchie) che è esso stesso intoccabile. Impressiona anche l’istantaneità dell’intervento “giudiziario”; tra i cavalieri che arrestano il ragazzo c’è anche un giudice che quindi non sembra una figura terza. Non può esserci scampo per il “colpevole”.
Basta così poco per essere sanzionati? A volte è sufficiente uno sguardo duro.
Nel 1917, all’indomani del disastro di Caporetto, nel padovano avvenne un gravissimo episodio. Si voleva imporre all’esercito la massima disciplina in un momento drammatico in cui il nemico aveva occupato parte del suolo nazionale. Il generale Graziani, nominato da poco Ispettore Generale del Movimento di Sgombero, nel pomeriggio del 3 novembre, fece fucilare contro il muro di una casa un artigliere; il militare venne arrestato mentre sfilava con il suo plotone, reo per Graziani di averlo guardato con atteggiamento di sfida e di avere il sigaro in bocca. Il generale aveva pieni poteri, di cui fece varie volte ampio uso.
Forse il giovane non mostrò soggezione davanti al superiore, forse il suo sguardo non fu abbastanza deferente; anche in questo caso, come per il colpo al portone, non è chiaro cosa sia accaduto e abbia portato a una simile reazione. Bastò comunque un nulla perché Alessandro Ruffini, di anni ventitré, finisse fucilato, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale di Noventa Padovana.
IL MESSAGGIO DELL’IMPERATORE
“L’imperatore ha mandato a te, a un singolo, a un misero suddito (…) proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte”.
Inizia così questo breve racconto di Kafka, all’insegna di un’eccezionalità; il sovrano, il “sole imperiale”, giunto alla fine dei suoi giorni, intende comunicare con un anonimo suddito, scelto in base a oscuri criteri. Si fa ripetere il testo dettato al messaggero che poi finalmente può partire. Nella reggia sono state abbattute le pareti per permettere a tutti i dignitari di vedere l’illustre morente. Da qui in avanti si insiste sull’impossibilità che il messaggero possa eseguire il suo compito; troppo grande il palazzo, troppi i corridoi e i cortili affollati da superare. Sempre nuovi spazi si frappongono tra il pur determinato inviato e l’uscita dall’immensa reggia. Questa situazione ci ricorda il paradosso di Zenone, usato per negare il movimento in una corrente della filosofia greca preplatonica. L’esempio del paradosso è quello di Achille e della tartaruga: in una ipotetica gara, l’eroe omerico non potrebbe mai raggiungere l’animale, poiché per farlo dovrebbe coprire la metà della distanza che lo separa da esso, ma prima ancora la metà della metà della medesima distanza e così via. In questo modo, si negava il movimento. Anche l’inviato non riesce mai a coprire la distanza necessaria; nemmeno è in grado di uscire dalle stanze gremite di cortigiani. Anche se ci riuscisse, ne troverebbe altre e poi ancora mille cortili. Inoltre, con il messaggio di un morto, nessuno potrebbe mai passare. Il movimento, ma anche la possibilità del comunicare, sono atti impossibili. Il sovrano ha atteso troppo per cercare un rapporto con il “basso”; il vertice, il sole, la città imperiale sono un mondo chiuso e autoreferenziale. Questo è il centro del mondo e sembra non sapere cosa farsene del mondo stesso. Ricordando in generale la poetica di Kafka, viene da pensare che non sia compito del potere parlare con i sudditi. Nemmeno quando il potere cerca una comunicazione con l’esterno, vi riesce. Il tentativo appare velleitario e patetico; forse il sovrano, conscio delle difficoltà estreme, si è deciso solo in punto di morte a compiere questo passo, non avendo ormai nulla da perdere.
Eppure le ultime parole del testo, rivolte al suddito, ci spiazzano: “Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera”. Si tratta di una conclusione distensiva e all’insegna della speranza. Il messaggio non può giungere, ma lo sconosciuto attende sereno e la sua mitezza è in netto contrasto con il caos del palazzo imperiale.
Ma su cosa poggia questa tranquilla attesa? Si tratta, evidentemente, di un atto di fede che non ha bisogno di prove concrete per credere.
Il cristiano Tertulliano ci ha lasciato a riguardo una frase bella ed enigmatica; "credo quia absurdum”. Credo poiché è assurdo. Credere con gli occhi della fede, dato che quelli della razionalità nulla vedono.
Si fa comunque capire che l’uomo attende il messaggio, dopo che si è spiegato che il messaggero aveva un compito ineseguibile. Perciò, stante questa impossibilità, come può il suddito sapere che dal remoto palazzo è in arrivo un testo destinato proprio a lui, “minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale” ?
Non può essere l’ingenuità di un animo semplice; deve esserci qualcosa a giustificare questa attesa. Forse un muto dialogo interiore si è svolto tra l’uomo e il sovrano (o il suo Dio); esiste allora anche un rapporto privo di intermediari, una relazione senza messaggeri, diretta e autentica. Qualcosa che non conosciamo deve essere avvenuto, un evento che si può solo ipotizzare, ma mosso da una forza enorme che va oltre i lacci e lacciuoli che spesso nella realtà imbrigliano ogni volontà positiva e fermano le buone intenzioni
"Un corpo" di Camillo Boito
Camillo Boito (1836 – 1914), fratello del più noto Arrigo, fu architetto e scrittore italiano.
In questo racconto (presente nella raccolta Racconti Scapigliati, editore BUR) il protagonista è il corpo della bellissima Carlotta, legata a un giovane pittore. I due innamorati si muovono in una Vienna vivace, colorata, ricca di giardini sempre affollati. Una gioia incontenibile li guida nella città; eppure la giovane ha dei momenti di repentino turbamento in cui si rabbuia e rifugge ogni compagnia. Il pittore sa che lei non vuole mai passare accanto a un ospedale e nemmeno parlare con dei medici, ma non ne conosce le ragioni.
L’artista, nel momento più alto del loro rapporto, le fa un ritratto che verrà esposto in una mostra e venduto pochi giorni dopo a un misterioso acquirente. Dovrebbe essere il primo di una lunga serie, capace di sublimare il loro amore e di far affermare pubblicamente l’autore.
Capita però che Carlotta improvvisamene scompaia, confessando in una lettera le ragioni della sua umoralità. Una volta, in un locale pubblico, venne infatti notata dall’anatomista Gulz che disse ad alta voce: “Giuro, amici miei, giuro (…) che il corpo della bella Carlotta riposerà sul marmo della mia tavola, per rivelare al mio coltello il segreto della sua bellezza”. Da allora lei non si è mai data pace. Il suo fidanzato inizia a cercarla, allarmato da un articolo di giornale che parla di una donna annegata nel Danubio.
Allora comincia una febbrile ricerca nell’ospedale cittadino. Si tratta di una discesa nell’inferno della sofferenza. Malati di tisi, anziani, morti. C’è una grottesca mescolanza di vita e morte nei vari reparti, come un vecchio che sembrava “contento di non essere più vivo” e il corpo di un giovane dalla fronte alta e aperta, che pareva tuttavia “irta di pensieri”. La ragazza non si trova, finché il pittore non nota una scritta inquietante: “Laboratorium vom Karl Gulz”. L’anatomista ha alcune stanze nell’ospedale dove studia e disseziona i cadaveri. In effetti su un tavolo c’è il corpo di Carlotta e poco lontano anche il suo ritratto. Qui, in un’atmosfera di grande tensione, avviene il secondo dialogo tra il pittore e il medico (si erano già incontrati in un caffè). Gulz ama la scienza e vive per essa. Manifesta un misto di materialismo e di progressismo. Non esiste per lui nulla di spirituale: tutto è materiale e ogni segreto degli organismi si può scoprire con lo studio. L’anima non è che un fascio di nervi. Come nasce una foglia, come si forma un sorriso, come si sviluppa un’idea in un genio; nulla è potenzialmente escluso dalla conoscenza. L’analisi del corpo può alla lunga schiudere ogni segreto. In fondo, sostiene lo scienziato, egli non fa che omaggiare la bellezza aprendo i corpi per illuminarne le meraviglie. Le ossa e le viscere spiegano la vita e anche la bellezza. Egli aveva comprato il ritratto di Carlotta perché nella sua avvenenza vedeva un modello da studiare. Ora, come si era augurato, ha il corpo a sua disposizione. La scienza è l’unica cosa reale perché procede razionalmente, con prove e dimostrazioni. Il pittore che all’inizio era molto combattivo, non riesce a replicare. Semplicemente ricompra il suo stesso ritratto e se ne va, quasi convinto di aver amato solo “una manifestazione fuggevole della materia”.
La scienza sembra aver prevalso in nome dei suoi superiori fini che Gulz esalta, assumendo a tratti le pose solenni di un sacerdote. In fondo per lui lo studio dell’anatomia è una religione. Mentre il dialogo si spegne e si compie nel cupo studio l’acquisto del ritratto, ecco che Carlotta come persona esce idealmente dalla scena. Resta il corpo, ma senza meritare le cure che i vivi riservano ai morti. Esso non interessa più al fidanzato che gli preferisce un dipinto. Ora che è senza vita appartiene alla scienza e in un certo senso all’umanità; la dimensione romantica del culto dei morti qui tace, in favore di un criterio di secco pragmatismo.
C’è in questo racconto l’irriducibile contraddizione tra le due anime degli Scapigliati, feconda di opere poetiche; l’interesse verso il positivismo e l’amore per la poesia. La vita sentita romanticamente nel contrasto tra l’artista e la società portò molti esponenti di questa composita corrente a vivere sregolatamente, nonostante la rispettabilità borghese delle loro professioni. L’arte e la bellezza, in altri momenti poetici del movimento, sono ancora sentite come delicati tesori da difendere dal bisturi della scienza, come in una lirica di Arrigo Boito intitolata Lezione di anatomia: “Scienza vattene,/ coi tuoi conforti/ Ridammi i mondi/ del sogno e dell’anima!/ Sia pace ai morti / e ai moribondi.
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