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racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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Le avventure di Richard - episodio 3

5 Giugno 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 3

Aprendo l’atlante, certo con uno stile appassionato ma pur sempre confuso, ogni travagliata ricerca di sensibilità senza senso si concludeva in una chiusura del cancello. Certo, il temporale non sarà giunto, ma i cerchi alla testa, sì! L’isola, oltre a farsi conquistare e farmi inevitabilmente conquistare una dolce visione d’utopia, si dimostrava non vincolante. Potevo creare e lei non parlava, me lo permetteva. Era (è) il luogo dell’assenza di concessioni. Non posso fare a meno di pensare al modo tramite il quale venivano trattati i libri. Erano messi in ordine all’interno di gigantesche biblioteche-città. Questi spazi pubblici e liberamente condivisibili, erano gratuiti. Nessuna tessera d’iscrizione, completa fruizione. In fin dei conti, a volerci pensare proprio bene, non c’era bisogno di denaro perché di fatto veniva continuamente adottato un metodo che veniva chiamato dalla gente del posto: “libero scambio di conoscenza”. Io ti do un libro, tu me ne dai uno, oppure mi dai qualcos’altro, uno scambio alla pari insomma. Capito come funziona? Semplicissimo. Questo metodo non l’hanno neanche messo per iscritto, mi hanno detto: “Non è necessario. Il Libero scambio di Conoscenza, di Sapere, funziona da sempre. Basta che ognuno si fidi dell’altro e custodisca l’opera con amore.” Io ho risposto: “Come fate a fidarvi l’uno dell’altro? Da me ci si fida poco.” La loro risposta è stata, dapprima un lieve silenzio, poi: “La fiducia parte dall’altro.” - ancora silenzio, riflessione – “Se non si ha fiducia in se stessi non si può avere fiducia negli altri, ma contemporaneamente, se gli altri non hanno fiducia in noi stessi noi non possiamo spingerci oltre le nostre brutture. Non basta sincronizzare i tempi o i gesti, ci vuole linfa come in un rapporto sentimentale.” Certo è che se avessi lasciato naufragare le vele di questo dialogo sul mare aperto di un’utopia ne sarebbe uscita qualcosa di ben più profondo, ma la persona che stava parlando con me si interruppe e quando io gli chiesi il motivo, lui rispose in questo modo: “Mi sono fermato perché le interruzioni fanno bene. Interrompere un legame può essere più consacrante del volerlo per forza incollare.” Alla parola consacrante non darei accezioni religiose, ma quantomeno un significato di natura ed intenzione metafisica. “L’atto dell’interrompere dà luogo a nuovi legami, dà luogo a nuovi spazi ossigenati delle facoltà mentali. Il dolore crea devastazione, certamente quella umana che ha peculiarità fondamentale. I problemi non sono nella mente delle persone, bensì nella società. Quella che chiamate società civile è più incivile di una bestia. Noi questo lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, ma voi siete lontani dall’essere disposti all’accettare una realtà dei fatti dilagante. Non abbiamo la necessità di fare leggi sulla morale, sull’etica delle singole persone e non tassiamo finanziariamente i più deboli, i diseredati, gli ultimi. È vero, qui non esiste moneta, non esiste il vostro denaro, ma c’è un cuore. Non c’è il continuo e assillante desiderio di assassinio, non può esistere una volontà dittatoriale. Dovreste chiederci consigli e ci trattate come se fossimo un’utopia. Se questa è un’utopia vorrei che ognuno di voi, nel profondo del proprio cuore, si utopizzasse. Il denaro è uno dei tantissimi esempi del degrado sociale e delle scorribande. I vostri studiosi di economia, il sistema che gli permette un sereno e proficuo rifugio, sono degli alienati, vagabondano tra nevrosi apocalittiche e stati di onnipotenza. I vostri studiosi forse soltanto negli ultimi anni stanno capendo che economia e società sono da considerare a pari livello. Ma la vostra società, per quanto si impegni, non è etica. Una Storia senza sconfitte è una Storia che non dimostra il suo tenore. La vostra civiltà, e conseguente rito di civilizzazione, rinnega e ributta come la peste la questione della sconfitta. Perdere è sano. Ricercare o voler ottenere ad ogni costo una vittoria è rendere brandelli il vostro senso di esseri umani. Ogni miseria nasce da un pianto negato, ricordatevelo. Le lacrime liberano da catene. Ricorda: ci si perde e poi ci si dimentica di essersi persi, se si riesce appieno, e poi ci si ricorda e poi ci si perde e poi riparte tutto dall’inizio. Il grimaldello non è in testa, è nella persona.”

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Le avventure di Richard - episodio 2

23 Maggio 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Le avventure di Richard - episodio 2

Mi presento. Sono Richard e conoscendomi so che non posso negare niente a me stesso, perché se lo facessi (e l’ho già fatto, tante di quelle volte) potrei tormentare l’anima fino all’esasperazione. In fondo, oltre l’inquietudine, ho deciso di andare ad abitare sull’isola perché questo mondo dà tanto. Arriva una mattina in cui il mondo ti consegna un baule pieno di oggetti smarriti e tu devi sentirti in dovere di andare a ricollegare le coordinate, come un puzzle. All’inizio sembra tutto facile, ma in realtà, con il trascorrere dei giorni, la tua volontà, le tue passioni, le tue facoltà mentali, perdono linfa vitale. E ti metti a frugare tra quegli oggetti. Vorresti essere uno scopritore, potresti trovare il tesoro che hai dentro, ma in quei momenti è praticamente impossibile, quasi non riesci a respirare, e guardi la fessura di una finestra con tono rosso. Trovi che il tempo debba regalarti gli istanti persi. Diventi silenzioso davanti ad una porta. Ho deciso di abitare in un’utopia quando mi concepirono. Il mondo mi è stretto. Tutta la linfa che è, attorno a me e certamente dentro me, è piccola cosa riguardo la grandezza di questo universo. Ogni flusso di energia inganna la persona. Riprendi a frugare, incessantemente e senza sbadigliare. Poi c’è un premio. Ti dicono che sei bravo, ma la tua felicità non durerà molto e riprenderai a commiserare una statua d’oro. Di tanto in tanto cerchi di porti delle domande, come: Sono giusto? Sono giusto con me stesso? Frugando troverai una non-ricerca. Ogni ricerca parte dallo scoprire uno spazio. Ritornerai a te stesso e fisserai il tuo passato su carta semplice. Una frase non può descrivere un maremoto e ti vorresti illudere che possa incidere quantomeno le iniziali della tua vita. Uno inizia ad “utopizzarsi” quando perdendo il senso e la calma, ne acquista volentieri un’altra, di calma. Ma non trova collocazione di senso ad un ragionamento monotono. Ogni virtù è sbagliata se conclamata. Vincere il senso di colpa sarà una delle maggiori battaglie che potrai constatare su te stesso, il residuo è ovvietà. Accigliarsi per una luce monotona non è apprezzabile in una persona, ricordati che nemmeno la tristezza è bella se è spenta. Quando parlo di grandezza intendo la quantità di un oggetto o di un elemento, poiché questo mondo (e modo) di intendere le cose, ha trasformato il mio assetto cerebrale, rendendomi automa, vittima di concezioni scientifiche che aiutano ad indebolire la fantasia, creare frustrazioni, sviluppare sentimenti poco apprezzabili di onnipotenza e non fanno guardare più il cielo come una volta. Migliaia di anni fa il cielo lo si poteva guardare con più facilità e l’ossigeno era respirabile, annusabile anche con l’orecchio. Adesso l’azzurro che ci sovrasta non è mirabile e si lascia ammirare dalle formiche. Non voglio perdere questo dono. Se non vivo in un’utopia, non esiste il “me stesso”. La mia personalità, la mia esistenza, è vincolata alla conoscenza di una consapevolezza. Il cielo non può tradirmi, gli uomini, le persone, si. L’utopia che vivo è più reale della vostra realtà. Nella mia utopia c’è un punto interrogativo ogni fine verso. Tante volte ho provato (e continuo a farlo) ad ingannare me stesso, ma non ci sono riuscito. Accontentarsi di una morte lenta e dolorosa, con un’agonia da patibolo, questo è il destino di chi non vive un’utopia. È anche vero che la società non è gran cosa se il risultato del mondo come è oggi deriva essenzialmente e paradossalmente da lei, o quantomeno dalla sua condotta e dalle decisioni mancate, forzate o issate dall’alto. Chi invece dovrebbe spaventarsi è il Potere. Le sue innumerevoli forme acquistano consenso in un modo subdolo, non molto chiaro, ma comunque accettato, reso luce della divinità sociale. Matematicamente si dice che quando si arriva a compiere il mezzo secolo di età si son passati all’incirca tredici anni e mezzo stesi su un letto a dormire. Il tempo, quando i giorni passano, trova la sua perfetta deriva. Il tronco del discorso naufraga. Poi, tenti di ritrattare, come fossi in letto di morte, con la tua coscienza ma lei ti accarezza pugnalando la tua sordità infantile. C’è un ricovero. Non dentro te, dentro gli altri. Vorresti abbandonare gli attimi, ritrovare le sedie per tornare a parlare attorno ad un tavolino, ma ogni tentativo è una rincorsa verso la perdita di significato. I gesti traballano, gli occhi stridono, le braccia miagolano. Aspetti che arrivi un temporale.

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Le avventure di Richard: parte prima

29 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #racconto

Richard era un ragazzo semplice. Veniva chiamato, tante volte, idealista. Se ne stava rinchiuso nella sua stanzetta a sbadigliare. Era visibilmente annoiato. Aveva delle penne, dei colori, dei pennarelli, una bizzarra luce da scrivania, un quaderno a righe, una maglietta bianca. Passavano i secondi, passavano i momenti, scorrevano le mani su tutti i fogli, annotava i suoi pensieri. Si stancò e si mise a letto. Sognò. Non un normale sogno (quello lo possono fare tutti), un sogno bello. Un sogno che non si può rubare. In effetti, quando si svegliò, era come frastornato, pericolosamente pensieroso. Era seduto sul letto e cercava di mettere in ordine i pezzetti del suo sogno. Cercava incessantemente, con le mani, di riordinare gli attimi come si ordinano i cassetti. Passò la mano tra i capelli. La fronte era sudata, inzuppata di sudore. Gli occhi a fessura. Si alzò, iniziando a ripensare al sogno. Dialogò col suo incubo. Ogni Memoria porta un meraviglioso incubo. Il sogno che ne venne fuori fu un barlume di sincerità, di semplicità, con un pizzico di follia (quella ci vuole). Il sogno di Richard, per quanto potesse sembrare quantomeno assurdo, era suddivisibile in tre parti. L’arrivo, il contenuto, il dialogo. Richard partiva per un viaggio. Partiva per un posto che non possiede nomi. Al suo arrivo una distesa enorme di fiori. Il terreno era perlopiù pianeggiante, con brevi avvallamenti che davano l’idea di increspature del mare in tempesta. I fiori parlavano agli occhi, cantando la luce del sole. Senza perdersi in chiacchiere, Richard, ricordava soprattutto le conversazioni con la gente del posto, specialmente quella avvenuta con una persona vestita stranamente da monaco, la loro linfa dialogica. Una di queste faceva così: “Ti sei mai guardato indietro? Hai mai visto il riflesso del tuo passato su una pozzanghera di tempo? Lo so, il tempo è prezioso, ma anche la conoscenza è preziosa. È preziosa al punto tale da trasformare la tua consapevolezza. Prende parte al gioco degli attori. Non perdiamo tempo. A volte, per troppe volte, un secondo può salvare la vita. È così. Punto. Complicare peggiora le cose. Le peggiora al punto tale da portare le persone a trovare marchingegni assurdi, al limite del paradosso, per fare qualsiasi cosa. Troppe volte si trova una giustificazione per la miseria. Ognuno di noi vorrebbe che nella vita e non solo sulle strade, ci fossero i segnali, per sapere quando proseguire, quando girare o quando dare la precedenza. Qui funziona in questo modo. Abbiamo un’Aula che può contenere al massimo duecento persone. Queste persone le votiamo noi. Ogni loro decisione deve basarsi su alcuni principi fondamentali. Il primo è il Principio del Cielo. Il cielo è sempre uguale a se stesso ed ogni nuvola segue lo stesso andamento delle altre. Dunque ogni regola deve essere scritta e fatta approvare da ogni abitante. Ogni luogo è vigilato dalla nostra coscienza, dalla nostra consapevolezza. Non abbiamo bisogno di un esercito. A scuola non siamo stati indirizzati verso certe scelte, ma gli insegnanti hanno cercato di introdurre nel nostro modo di pensare una via del pensiero libera, votata al pensiero creativo. Non esistono Ministeri, ministri o cardinali. Ogni scelta riguardante l’educazione dei figli, l’alimentazione, la salute, viene presa in famiglia. La famiglia è il nucleo. Non esistono leggi contro la libertà, contro il pensiero o la sua naturale formazione, contro la vita. Non esistono però persone con secondi fini, con cattivi intenti. La Malignità, l’Odio, il Risentimento, sono presenti da voi per colpa di secoli di comportamenti sbagliati. Da voi non c’è libertà anche perché la consapevolezza è relegata dentro poesie, fiabe, favole, novelle. Dovete scardinare voi stessi per ritrovare una meta tranquilla. Dovete abbassarvi e guardare tra la fessura delle sbarre ed il sole accecante. Dovete trovare l’alba, non il tramonto.” In fin dei conti, tutto questo, non sarebbe stato importante, ma l’Universo che ruota attorno alla Persona, prevede parecchi lineamenti e tormenti, e questo fa in modo di far addormentare le menti. Offusca lo sguardo al punto tale da provare istintivamente una sottile colpa. L’incontro con quella persona lo ha scosso profondamente, le sue parole suonavano come pugnali vibranti e impietosamente dicevano: “Ogni tramonto ricorda la perdita di un giorno, ed ogni giorno non è una cosa semplice... Devi ricordarti, devi narrare a te stesso che ogni giorno ricorda di aver perso un sogno ed un soggiorno interiore. La notte è un discorso diverso, ha natura propria. La notte ha delle sfumature che il grigio non può far svanire. La notte è l’incontro con se stessi, Un Monologo che riassume un dialogo profondo. Non si può paragonare uno specchio ad un pettine. Se la notte si ribella, il giorno non deve avere timore. La notte è come la sabbia: se ne va se non la tieni bene stretta tra le dita. Ma la notte accoglie tutti, anche i diseredati, gli esclusi, i pianeti che non ruotano come tutti gli altri. La notte ha una sua ragione, è il tramonto della razionalità.” Richard volle concludere il suo sogno con questa ultima riflessione di quello strano personaggio che parlava sempre: “Noi non possiamo insegnare a voi la Bellezza che sentiamo, che proviamo, dopo il fiorire di ogni alba. Nessuno può insegnare la Bellezza. Nessuno può però distruggerla. Voi l’avete distrutta, ridotta in brandelli sanguinanti troppo spesso. La Bellezza va curata. Senza di essa non c’è strada verso la consapevolezza. Ma dovete dimostrarvi convinti. Dovete cambiare il vostro modo di pensare. Dovete annullare le certezze. Dovete copiarci, forse. Ma dovete fare qualcosa. Anche trovare un limite, portarlo a magnificenza e abbatterlo, sarebbe un gesto. Ma dovete imparare dai vostri errori, ed anche dai nostri. Voi avete migliaia di anni di Conoscenza e li buttate al vento. I vostri nonni cosa vi hanno suggerito sul letto di morte? Vi hanno detto di sperperare la ricchezza? Cosa vi è balenato in mente? Perché avete ridotto quello che era il vostro unico mondo, ad un insieme di tiepidi agglomerati? Noi, tutti gli abitanti, confidiamo nella natura umana. Ha fatto tante cose veramente grandiose. Ha costruito, si è sostituita all’immane potenza del Creatore, sfidandolo sul campo della natura. L’uomo che non abita su quest’isola può fare la differenza. Ma non la farà, ne sono quasi certo. La Storia è ciclica.” Richard stese in silenzio, aspettando il momento in cui dalle rocce potesse uscire un nuovo Polifemo da ingannare. In realtà il trucco non sempre appesantisce, talvolta aiuta alla sopravvivenza. Le furbizie hanno vita breve se manca la linfa. “Pensare sempre alle conseguenze.” Pensò Richard, rinchiudendo gli istanti di vita dentro un vaso di terracotta.
FINE.

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Un giorno senza lavoratori privati

24 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Un giorno senza lavoratori privati

Un giorno senza lavoratori privati

di Yoani Sanchez

traduzione di Gordiano Lupi

Il giorno cominciò in un'atmosfera da incubo. Venne a mancare il caffè del mattino perché all'angolo di strada non c'era il venditore con termos e bicchierini. Per questo motivo camminò stancamente fino alla fermata degli autobus, mentre faceva attenzione se vedeva qualche tassì collettivo. Niente. Non passava per il viale neppure un vecchio Chevrolet, non si intravedevano neanche gli ingegnosi pisi-corres capaci di trasportare fino a dodici passeggeri. Dopo un'ora di attesa, riuscì a salire sull'autobus, irritato dalla mancanza di un pacchetto di noccioline con cui placare "il languorino" che sentiva allo stomaco.

Quel giorno sul posto di lavoro combinò poco. La direttrice non riuscì ad arrivare perché la baby-sitter che si occupava della bambina si assentò. Altrettanto accadde all'amministratore, che non solo bucò uno pneumatico della sua Lada ma soprattutto trovò chiuso il riparatore di gomme del quartiere. Durante la pausa di mezzogiorno i vassoi di cibo non pesavano quasi niente da quanto erano vuoti. Non era passato il carrettino dei contorni che distribuiva vegetali e tuberi per rinforzare il pranzo. Il capo delle pubbliche relazioni si fece prendere da una crisi di nervi, perché non poté stampare le foto che gli servivano per ottenere un visto. Alla porta dello studio più vicino un cartello che recava la scritta: "Oggi non apriamo", gli aveva distrutto i piani di viaggio.

Decise di rientrare a piedi fino a casa per evitare l'attesa. Il figlio gli chiese qualcosa per fare merenda, ma il venditore di pane non si era fatto vivo con la sua stridente cantilena. Il chiosco di pizze non era aperto e non servì a niente neanche fare un salto al mercato agricolo. Cucinò quel poco che trovò e per asciugare i piatti usò un pezzo di camicia vecchia, vista la mancanza di commercianti che vendevano strofinacci. Persino il ventilatore non volle saperne di accendersi e il riparatore di elettrodomestici non aveva ancora aperto il negozio.

Andò a letto infastidito, immerso in una pozza di sudore, desiderando che al risveglio ci fossero di nuovo quelle figure che rendevano sostenibile la sua vita: i lavoratori privati. Senza di loro i suoi giorni si trasformavano in una successione di privazioni e di sofferenze.

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Lies and fantasies

29 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Lies and fantasies

Lies and fantasies

It began with an itch on the spire of the nose. It was like a pinprick that spread in tingling waves. The meat was red, the skin stretched and then curled in crispy and woody knots.

Thirty-two and a half year had passed since Pinocchio was a wooden puppet no more, but every time he lied, his nose - the naughty thing jutting out of his head - still changed. It was always an unpleasant and embarrassing event. The last time the crime happened on the local Florence-Prato and Pinocchio had made the journey in the toilets waiting for it to pass. That day, he remembered, he had exaggerated the abilities of his dog.

But why did it happen here, in this cold evening of December, while he strutted into the new coat, mirroring himself in a display of Christmas decorations? He had not lied to anyone, he was alone with his thoughts. What exactly had he thought? He tried to remember.

So… he had observed a new computer model, beribboned like a gift package, then the little robot beside. Ah, now he remembered. He had compared it to a puppet. Here are the puppets of the third millennium, he had thought. Luckily now I am a man of flesh and blood.

He went back to look at the window. He saw a handsome and elegant man in his forties. He had changed a lot since his raids with Candlewick put havoc in the country and despair in father. The ancient structure of ash, on closer inspection, was kept in the joints, a bit hard for his age, and in the waves of the sculpted hair. But really what betrayed him was the nose. Undisciplined and pointed, ready to turn into wood at inopportune moments. Like now, with this icy sleet that cut the face.

He looked around. No one had noticed anything, thank goodness. It was late, the shops were closing. The last passers-by went home with the collar turned up against the wind. He pulled his hat over his eyes, and then entered a second vision cinema. In the dark, he waited for it to end.

Covering his nose with his hand, he asked for a ticket. The cashier raised her eyes; they were fixed and distracted together. She looked sad, her mouth full of crumbs. She was one with the counter behind which she hid her dinner. Pinocchio looked away, more and more uncomfortable, and even more tucked in his coat. The cold froze the bones.

He entered the dark room and sat in the last row. They gave a war film of the fifties. Next to him were two pensioners shivering and a middle-aged couple, who kissed in an illegal way.

He stretched his legs, tried to relax. The nose showed no signs of returning to normal, nay, in the chill of the room, it was the only still warm part of his body.

It was the curse of the fairy, he thought, the old turquoise whore that had been his mother. If she really loved him as he said, he would not have been troubled with the blackmail of goodness. Every good deed, a piece of wood less. He helped an old lady to cross in traffic? A finger less. He gave money to a beggar in the churchyard? instead of a wooden ear, he found soggy cartilage. To gain a whole body he had struggled the entire childhood, all the way up to the terrible, wonderful, day in which even his penis distilled a white pearl completely human. But the moment he altered reality of even a small difference, he had to run to hide the bulky fruit of his guilt.

Yet, at the window of the computer, Mr. Pinocchio had not told any of his usual lies. He had not inflated the power of the car, the acrobatics of his penis, the tits of his secretary. He had flattered no one, had not done artful compliments to ingratiate himself with his superiors. He could not understand where he could have been wrong.

However, he began to feel strangely good. The projection room was like a cozy womb. He was immersed in the lake of flashes that rained down from the screen and the heat was spreading from the nose to the rest of the body. He clutched the piece of wood between his fingers. It was like having in his hands a cup of hot coffee, a lit stove. He closed his eyes.

He saw a carpenter's shop, distant in time, with a soft floor covering of sawdust. An old man was carving a log. He hummed, cheerful.

"I'll make you eyes and you’ll see. I'll make you a mouth and you will speak. I'll give you a heart and you shall love. "

It was a desire, a gift of love, a magic formula.

Four long lashes had beaten amazed, one leg had jumped down and had approached, eager to rejoin the rest of the body.

"I'll call you Pinocchio."

The wooden puppet had smiled, round eyes had lit up with mischief. He was a funny puppet, terrible, very lively. Geppetto, his father, had loved him just because of his pranks.

The first years of his life were carefree, then came the awareness of diversity, the need for another look. The innumerable lies.

He told Mangiafoco that he was the son of a sultan. He sold the spelling-book to go to see the theater. Magic theater, full of masks, liar, fantastic, innocent. Candlewick was telling that they were not donkeys, but noble race horses, while they, worried, groped the hairy ears in the bleak amusement park of Toyland .

In that life he had brought paper dresses and flowery hats of bread crumbs, he had burned his feet, and he had made his father carve a brand new pair, he had learned to eat the skins and pan scum, he had conversed with Jiminy Cricket . And he was always with Candlewick.

Candlewick . Nose, eyes pitch dark, Candlewick actor, liar, only friend.

When Candlewick was released from jail, all in the country had turned their backs. Pinocchio first, because now rosy knees protruded from his trousers and all advised him to stay away from bad company. Think of studying, they told him, think of your father, think of yourself now that you're a real boy, that you no longer have the head of sawdust. So he moved to Florence and Candlewick had died of a drug overdose in the toilet of a bar.

That's where the point was.

The biggest lies he had said to himself. The lie was his desire to be seen as equal to others. Because equal is true, equal is beautiful. But he was not like the others. No, he was not a human being , he was a wooden puppet. He was not an engineer, he was an actor. He had to be on stage, along with the other puppets like him.

He loved the theater, he loved Candlewick and even the Cat and the Fox. He also loved the fairy, but only when she showed herself in the form of a shiny snail or a blue goat.

A blue light fell on him from the screen, which surrounded his hands with a halo. His fingers twitched and tingled. Pinocchio looked at them for a long time, amazed. Then he smiled.

They had returned of wood.

He came out of the cinema with creaking pace of his youth. He sang. "I'll give you a heart and you shall love."

He passed the cashier. They looked each other: a big happy wooden puppet, bundled up in a coat by Versace, and a middle-aged woman with an alluring blue shimmer in her hair.

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Introduzione di Ida Verrei a "Quand'ero scemo"

27 Marzo 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #poli patrizia

 

 

 

“… Succede alle storie di andare a infilarsi nel sistema nervoso di chi le legge scuotendo i terminali. Così, mentre gli occhi scorrono una pagina, scorre in sovraimpressione la vita…” (Erri de Luca)

 

Ed è la vita che Patrizia Poli rappresenta in questa raccolta di dieci racconti, quella che spesso ci sfiora soltanto o che ci investe in tutta la sua inesorabilità.

Con una scrittura asciutta, essenziale ma anche irrequieta e visionaria, capace sempre di superare i confini del normale e del banale, regala emozioni forti in poche pagine, spesso in poche righe, riuscendo a disegnare figure pregnanti di umanità.

È una folla variegata di personaggi che popola le pagine del libro. Ombre, riflessi di una dimensione amara, eppure reale: uomini tristi o disperati; ragazze nel fiore degli anni già disilluse; mogli insoddisfatte e amareggiate, vittime o feroci carnefici; anziane donne dalla bellezza sfiorita, aggrappate ai  ricordi; vecchie bambine con la mente che si aggira tra i fantasmi; disabili alla ricerca di una collocazione in un mondo di “diversi”.

Ognuno di essi rappresenta l’Uomo, nella sua solitudine cosmica, nella perenne aspirazione al riscatto. P.P. spazia da un realismo vagamente romantico, al surreale, metafore delle angosce esistenziali e della dimensione onirica, dove l’assurdo diviene possibile, verosimile.

Come ne “L’inchiesta”, bellissimo affresco di una società contadina, dove viene introdotta, tra lo sconcerto generale,  una nuova gabella, la  “tassa sulla felicità”. E l’uomo è contento, aspetta con ansia l’inchiesta, “non sta più nella pelle al pensiero che presto, a giorni addirittura, qualcuno, per la prima volta in tutta la sua vita, gli avrebbe chiesto se era felice: Peer, sei felice? Sei felice Peer? Nessuno ti fa una domanda così bella, diretta…

Oppure  ne “La scelta”, storia di una monaca in crisi di vocazione, che si identifica con Licia, la vestale; vede e sente “cose che non avrebbe dovuto vedere né  sentire… le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo… La voce della superiora: “ il dubbio non ti è concesso…Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta… Alla rinuncia ci si abitua…”

O ancora, in “Quand’ero scemo”, monologo di un ragazzo Down, che subisce  un intervento al cranio, e si ritrova “normale” in un mondo di diversi che non riconosce:

 

“Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”. Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane…”

 

Ma in questa varietà di temi e di condizioni umane, l’autrice non indulge mai nel patetico, non lancia messaggi, non rivela intenzioni didascaliche o finalità sociologiche. Piuttosto ci fa riflettere sul concetto di “normalità”, ribaltandolo attraverso un’ottica particolare, una visione distorta, angolare.

Racconta semplicemente le diverse realtà (o fantasie), così come potrebbero narrarle gli stessi protagonisti. E lo fa con una sorta di levità, con distacco ironico, talvolta con umorismo sottile,  che strappa anche il sorriso.

Non è semplice riuscire a dare al racconto breve compiutezza e ottenere la suggestione dell’intreccio narrativo. Patrizia Poli raggiunge questi risultati e lascia nella  mente del lettore immagini indelebili.

 

                                                                                              Ida Verrei

 

 
 
 
 
 
 
 
 
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MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

25 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

Il racconto che abbiamo letto nell’edizione Garzanti risale al 1884. I temi espressi sono nettamente legati alla vita personale dello scrittore e ai suoi tormenti etico-religiosi.

Il protagonista della vicenda narrata ammette subito la sua pazzia, nonostante il responso dei medici sia diverso. Lo considerano “predisposto all’emotività”, ma “sano di mente”. La medicina del suo tempo lo giudica guaribile.

L’uomo parte da lontano per parlarci dei suoi disturbi. Ci narra due episodi della sua infanzia che lo hanno turbato. Nel primo la governante accusa con forza la balia di essersi appropriata di una zuccheriera. Basta questa scena per far sprofondare il bambino nell’agitazione; “ … tutto mi sembra doloroso … incomprensibile … e io nascondo la testa sotto la coperta”.

Un altro ricordo è quello del racconto della Passione di Cristo, fatto dalla zia. Il ragazzino non capisce il motivo di tanto accanirsi su un uomo buono: “Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli lo battevano. Faceva male? Zia, gli faceva male?”. Non c’è una risposta e il bambino singhiozza e sbatte la testa contro il muro.

Da adulto le cose sembrano migliorare. Il protagonista si sposa. Ha una famiglia, delle proprietà, un certo prestigio sociale e una carica pubblica. Si occupa razionalmente di aumentare le sue ricchezze; punta ad acquisire altre terre, non senza malizia e astuzia. Viaggiando però ritrova le sensazioni di tormento dell’infanzia. Dapprima, una notte, si sveglia spaventato e si chiede: “Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?”. Improvvisamente tutto quello che aveva in programma di fare si rivela insensato. I bisogni autentici sembrano essere altri.

Si arriva allora alla terribile notte di Arzamas, cittadina in cui l’uomo si ferma col suo servo, agognando riposo e serenità. Sono cose piccole ad angosciarlo subito: un rumore di passi, la macchia sulla guancia di un lavorante, la forma quadrata della stanzetta in cui si ritira. Il viaggiatore non dorme e si domanda: “Da cosa, dove scappo?”. Due domande profonde nel medesimo quesito. La paura che lo assale è quella della morte: “Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva”.

Poco oltre aggiunge: “Non c’è niente nella vita, c’è invece la morte, ma non ci deve essere”. Cerca di pensare agli affari, agli acquisti, alla moglie, ma senza ricavarne conforto. Il vuoto della vita sembra portarlo a subire un profondo senso di orrore. A questo punto inizia a pregare, cosa che non faceva da una ventina d’anni e questo gli da un piccolo sollievo.

Quell’angoscia è sempre in agguato e per sfuggirle l’uomo si getta nel fare e nel correre: “Dovevo vivere senza fermarmi”. Conduce la sua esistenza come sempre, ma ora prega e va in chiesa. Riprende coraggio e ricomincia a viaggiare, diretto a Mosca. E’ di buon’umore quando si ferma a dormire in una locanda. Ancora una volta sono piccole cose a scatenare il dramma: un vecchio che tossisce in una stanza vicina, la fiamma della candela che illumina tra le altre cose un tavolo scrostato, la ristrettezza dell’ambiente. La notte è peggiore di quella di Arzamas; il viaggiatore prega e chiede ripetutamente a Dio le ragioni del suo turbamento.

Nella sua vita appare l’apatia: non si occupa più degli affari e la sua salute peggiora. L’unica manifestazione di vitalità è la caccia, ma durante una battuta si perde e prova un’angoscia cento volte più grande di quelle di Arzamas e di Mosca. Quando torna a casa, capisce che non avrebbe dovuto mettersi sullo stesso piano di Dio, interrogandolo riguardo ai suoi tormenti. Comincia a leggere la Bibbia, i Vangeli, le vite dei Santi. Sta cambiando anche nella sua interiorità, ma il percorso non è ancora completo.

Il protagonista sta per comprare un fondo a un prezzo fin troppo vantaggioso. Ma dopo aver parlato con una povera vecchia, capisce che il suo successo non può avvenire a spese degli altri. Anche i contadini devono vivere e meritano rispetto. La moglie non apprezza questa conversione che lui stesso definisce come l’inizio della sua pazzia. Poi si arriva alla svolta che coincide con la follia totale. L’uomo sta assistendo alla messa; improvvisamente gli portano la comunione. Gli viene quindi offerto il Corpo di Cristo, non è lui a chiederlo ed esso è come un dono inatteso (“improvvisamente mi portarono la comunione”). Troviamo quindi delle frasi piuttosto oscure, originate anche dalla presenza di alcuni mendicanti fuori dalla chiesa: “E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c’è, ma se non c’è, allora non c’è né morte né paura, e non c’è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente”. Ora il tormentato cessa di essere tale; dona dei soldi ai poveri e torna a casa a piedi parlando con le altre persone.

Il percorso di crescita è stato molto lento e segnato da alcuni passaggi; la riscoperta della preghiera, il riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, cose importanti ma non essenziali. Il cambiare luogo, il muoversi, lo spostarsi non giovano, come ci ricorda la saggezza di Orazio: caelum, non animun mutant qui trans mare currunt. La svolta c’è, invece, quando il protagonista rinuncia a un acquisto che avrebbe causato sofferenza ad altri. Questa è la vera follia; rinunciare al proprio interesse in favore di persone sconosciute e non in grado di ricambiare. La moglie non è d’accordo e ciò fa pensare ai contrasti che Tolstoj ebbe con la consorte nell’ambito delle sue scelte.

Il percorso si completa nel finale del racconto. La presenza dei poveri deve essere percepita come un’iniquità da eliminare; non bastano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Ci vuole infatti azione concreta; il decidere di intervenire è in prospettiva una vittoria sulla povertà (così ci spieghiamo quel “non solo non deve essere e non c’è”). Quindi il ricco lascia i suoi rubli ai mendicanti e torna a casa a piedi, non in carrozza, “parlando col popolo”; è un segno di apertura, di voglia di parità. D’altronde Tolstoj nell’organizzare scuole per i figli dei contadini, si chiedeva cosa avesse lui da dare ai suoi servi, ma anche cosa avesse da imparare da loro. Per un certo periodo si accostò ai mestieri manuali, lavorando in età già matura presso un calzolaio.

L’autore sembra con questa storia dal sapore molto autobiografico, indicare un percorso agli uomini, dalla compiaciuta cura di sé alla scoperta degli altri attraverso il Vangelo e l’azione concreta (da non confondere con la mera elemosina o la paternalistica filantropia).

Un percorso di crescita e redenzione, nella consapevolezza di dover molto patire e fare prima di diventare veramente se stessi. Questa consapevolezza, fatta di preghiera, concretezza, impegno verso gli altri, coincide con una forma di follia. Solo un pazzo, d’altronde, rinuncerebbe a un vantaggio personale per non arrecare danno a un altro.

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Dona Sol

19 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Black hair like raven’s wing, the tentacles of jellyfish sweep the boards of Santa Esmeralda's salted bridge, electric, living like a torpedo flash. Your hand, Pedro, touches them, then drops down to the bloodless elbow. I drop the colander, peas roll on the deck, the gulls bend down to catch them.
The heart melts of happiness, intertwining my fingers with yours. - It’s Dona Sol I want - you say - Dona Sol is the one I like, not the daughter of Diego Fuentes.
I no longer feel the gulls and I suspect. I look down; I see the floor of my house. No boards, no rolling green and hard peas. I get out of bed.
In the mirror there’s the usual cluster of rickety brown meat, the daily agony of wrinkles, hair not a dream but a fluff that gets dirty with scales of sweat.
I thrust my yellow nails in the folds of the face, and cry with my bleary eyes, because I am sixty-four, Pedro, and you twenty-three.
Your mother brought you up the shore from the pier to the house, kicking you in the bottom, the black belly swollen from hunger, the lumpy navel, legs livid. I left you in the barn with three cakes and curries, and you stayed there until two years ago, when I saw you wash through, naked as when your mother gave birth to you, with the smooth belly and, among the legs, the flaccid but promising, stick. It was happy. It was merriest than your dark eyes, you had the look of a dog and you followed your sister Ursula, born from your mother’s marriage with Diego Fuentes, and raised early in this sun, alone, barefoot and wrapped, that even his father looks at her, when she bends to take water without panties under her skirt.
I have seen you both in the stable, between straw and dark. Pale, her loins, your buttocks black, the tidal wave that engulfed the incestuous samba ungainly, the musky smell of chaos on breasts, bones and meat of young people. I was there, perched on the door jamb.
I have remembered the homely hugs, in the dim light of siesta, when the captain, coming up the river with the Santa Esmeralda, stopped on Sunday. We smoked on the brass bed - the fan froze the moist on our backs, the smell of DDT, the dead flies in the glass on the bedside table - then we pulled the neck of a chicken for dinner.
Even the oldest of my chickens has her cock.
This morning I would lift my stiff legs and straddle over you, give you the pleasure your sister gives you. My eyes, faded by the sun, washed by the river, see you how they would have seen you twenty years ago, and the heart desires, the body gets wet.
I put the red dress with which I waited for the captain, and I tarnish the mirror with my rancid breath, so I cannot see any more, but, as in dreams, image me with slender hips, the feet of a soft bird, gentle hands of lye.
Here, I open the parasol. The moth lace crumbles like dust between my fingers, the slats are moldy, but I keep it up high, standing on my head as then, for you Pedro.
I close my eyes and, like tonight, there’s the moon, the boards creak salted on the soles of my bare feet.
Now you cannot tell me no, Pedro.

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Dead man walking

17 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Dead man walking

A penny for your thoughts.

Thinking about your girlfriend? Thinking about what to ask for dinner? Thinking about dawn that grabs you?

I see your arm, tattooed and strong, the tendons that harden just enough to allow you to snatch the bottle through the bars. Your eyes are normal, not fierce, but not naive, not good nor bad, just a common childish blue.

"Do not make contact ," they teach us at the preparatory course, "do not personalize ".

Will you piss in your trousers tomorrow? Shall I have to feel the smell of your armpits mingle with mine in the hallway?

There will be people attending , beyond the glass, people motivated by hate, people torn by grief. I do not hate you, you're my work.

So, tomorrow, in the hallway, I will think of the child you burned alive, I'll think of you when she stretched her arms - as the witnesses say - and called "please,help me" , while you were spilling gasoline on her. I shall ask, again and again, how much she has screamed, cried and suffered, I 'll ask it in front of your cyanotic face, while I'll hold the straps on the couch.

But when the piston starts, and syringes will fall one by one, I will be the same as you, I'll be the man who burns the child.

I wish I do not think tonight, I wish I do not dream, I wish you do not stay forever in my heart. Above all, I wish I do not wonder if, tomorrow morning , when you 're dead, I'll still be alive or not.

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