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racconto

Valentino Appoloni, "Ombre"

25 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #valentino appoloni, #recensioni, #racconto

Valentino Appoloni, "Ombre"

Ombre

Valentino Appoloni

Ilmiolibro.it

pp 256

10,90

ebook 0,99 su La Feltrinelli e Amazon.

“Ombre”, ventisette racconti sorprendenti, non tanto per il contenuto, quanto per l’aura ottocentesca che li pervade. Sembrano scritti da Tolstoj, da Gogol e di certo Appoloni è debitore verso i maestri russi che così ben conosce e sa analizzare, ma anche verso il primo novecento, di Kafka prima e Calvino poi.

Seppure alcune novelle traggano ispirazione dalla storia (ad esempio la Rivoluzione francese) mantengono tutte un sapore fiabesco, ambientate in tempi e luoghi dove sogno e inconscio intrecciano trame fantastiche ma con una morale di fondo. Surrealismo, insomma, o meglio, realismo magico.

Allegorie con fine pedagogico, in un ambiente che, seppur rarefatto, non è solo simbolico. La bellezza delle storie non è nella trama e nemmeno nello stile, pur elegante e raffinato, quanto proprio nella vivezza fiabesca di certe ricostruzioni sceniche e nella maestria con cui sono descritte. Paesi, colline, boschi, regni, contee, chiese di campagna, castelli, vicoli, piazze e palazzi. Oggetti che hanno un’anima, libri, statue, ponti, una ghigliottina, buchi nel terreno, muri che acquistano una loro vita segreta per vendicarsi della malvagità, dell’incuria o dell’incredulità degli uomini. Spesso è il diavolo a metterci di nascosto lo zampino e a punire chi rifiuta la sua esistenza. Ogni storia mette in evidenza le storture dell’animo umano, l’ipocrisia, l’avidità, la cattiveria cieca della folla, degli uomini di potere e della politica, come “Il santo”, dove viene ucciso chi brama il potere ma anche chi se ne tiene lontano. “Le statue” ricorda il Marcovaldo di Calvino; qui non è la natura a sopravvivere alla cementificazione ma l’arte, i monumenti, le vestigia del passato violentate dalla modernità che si riappropriano del loro spazio. Le ombre del titolo ricorrono nel tema del doppio e del sosia. La parte oscura, il rimosso ma anche, forse, il moltiplicarsi del possibile, del reale, lo specchio, il labirinto.

Alcuni racconti hanno il passo lento e morale dei testi dei maestri russi o di Dickens, altri la lieve ironia, la satira dei difetti umani propria di una fiaba come “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Andersen. La narrazione è supportata da uno stile di notevole respiro. Forse non è un caso se fra i personaggi minori sono citati proprio due fratelli che si chiamano Grimm.

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Pietas per i volatili che più non siamo

24 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Pietas per i volatili che più non siamo

La finestra della mia camera affaccia sul marciapiede che conduce alla piccola stazione del treno metropolitano. Il treno degli studenti, degli impiegati, degli operai e degli immigrati pendolari. Osservo spesso e a lungo le persone che percorrono quel segmento di marciapiede offerto al mio sguardo. Tra questi passanti, visti e rivisti più volte, in diverse stagioni, in condizioni meteorologiche diverse, ad orari diversi, due mi colpiscono in modo particolare. La prima è una donna, sui trentacinque, quarant’anni, non bella, con gli occhiali spessi, i capelli castani lisci e fini, stretti in trecce o crocchie che lasciano fluttuare ciocche ribelli o troppi esili per essere raccolte, camicetta leggera, gonna aderente, a tubino, che le imprigiona le cosce fino allo spacco all’altezza delle ginocchia, scarpe lucide, a punta, tacco alto. Forse perché incapace di indossare questi abiti con il sussiego richiesto o perché istintivamente refrattaria ad attirare lo sguardo del maschio o per il viso anonimo e gli occhi spenti, nulla in lei suscita sensualità, così gli abiti che dovrebbero esserne il viatico sono come stilemi raffinati di una lingua che non sa parlare, o non vuole.

L’altro è un uomo anziano, sulla sessantina, addosso al quale la giacca, la camicia, la cravatta, i pantaloni sembrano calati quasi alla rinfusa e solo per caso al posto giusto. Nel modo di camminare svagato, nella figura bislacca, nella rotondità del cranio e dell’addome ricorda Poldo, il mangia-panini del fumetto di Braccio di Ferro (il galeotto domesticato a mo’ di tenerone instupidito che del perturbante vitalismo cieco e violento delle sue origini mantiene solo i segni esteriori: la testa rasata e il tatuaggio. Segni oggi adibiti ad altre domesticazioni). Da lontano, non posso esserne sicuro, ma non mi stupirebbe vedergli la giacca calata da un lato, il lembo della camicia che fuoriesce dalla cintola dei pantaloni, una stringa slacciata.

Sono figure innocue, quasi tenere, se non provocassero una profonda compassione quando, sentendosi in ritardo, corrono trafelati per non perdere il treno. Nella donna, la gonna troppo stretta accentua la protuberanza dei glutei, rendendola sproporzionata, e le cosce, imprigionate dal tessuto, non possono allargare il raggio d’azione, sicché deve alzare le ginocchia, slanciare in avanti i piedi, rendendo ogni passo insidioso per via delle scarpe scomode. Solo il martellamento dei tacchi sull’asfalto indurrebbe chiunque a rallentare il passo, non lei, di certo incalzata da una forza superiore. L’uomo, fors’anche per l’età, è ancora più compassionevole: le braccia semiprotese all’altezza del petto (immagine stilizzata di un vero corridore) dalle quali pendono, a destra, la ventiquattrore, e, a sinistra, l’ombrello, che, oscillando, lo intralcia e lo tortura proprio là dove nessuna donna lo accarezzerà più per amore. Vista la quasi impercettibile differenza di velocità tra il suo camminare e il suo correre, questa postura faticosa sembra quasi un’espiazione. E le facce contratte nella deformazione, disperate, nell’apnea del pensiero e del fiato, ricordano quelle di una gallina scacciata da un invisibile gallo e di un pinguino minacciato dallo scioglimento dei ghiacci. Perché, dopo aver rinunciato alla bellezza, grattano via in questo modo anche quel po’ di serenità che ogni rinuncia reca in dono? Se potessero vedermi, distoglierei lo sguardo.

Mi sono informato: lei è intermediatrice finanziaria, lavora per un’agenzia immobiliare, vende appartamenti, in tutt’altro modo, evidentemente, degli ambigui e infidi sensali d’un tempo; lui è un impiegato del catasto vicino alla pensione. Perché non possono tardare? Quale giovane concorrente o quale potente capufficio potrebbero cancellare il solco del loro passaggio sul pianeta? Riesco a sentirne finanche il dolore fisico del dopo-corsa, i conati di vomito, la ribellione del braccio atrofizzato che si rifiuta di riprendere la posizione naturale. Quale treno in anticipo rincorro o ho rincorso anch’io? E questa sedia? E queste ruote? Cosa sono? Una grazia, una disgrazia?

La donna l’ho rivista, una volta, alle otto di sera, agganciata al guinzaglio di un cagnetto, prima della cena, sui bordi asfaltati ai confini delle pinetina, per i bisogni fisiologici del tirannico animaletto, non proprio in vestaglia e ciabatte, concedendo quel tanto di corda che non la facesse entrare troppo all’interno, in blusa e sandaletti, più distesa, sempre un po’ in ansia, però. Il cagnolino bizzoso la strattona, le fa sfuggire di mano il manico del guinzaglio, fallisce il tentativo di bloccarlo con il piede, il cagnetto scaracolla tra gli alberi all’imbrunire, trascinandosi dietro la corda e il manico a ricordo di un’antica schiavitù. Il mio angusto punto di osservazione, lo sguardo fisico ed empirico, non m’ha concesso di saperlo: gli sarà corsa dietro, in una comica finale?

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Marco Melani

22 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Marco Melani

D’improvviso, nel pieno di un sonno che avrebbe ritenuto profondo, Marco Melani fu risvegliato dal suo stesso russare. Un rumore sgradevole, volgare e insistito, che lasciava in bocca un sapore acre, secco e caccoloso.

La stanza era avvolta nel buio, lo schermo convesso del televisore rifletteva, distorcendola, la luce rossa della radiosveglia: 3:45. La finestra era chiusa. Tastò di lato: il corpo silenzioso di Milena giaceva addormentato accanto a sé. Pensò di aver sognato.

Si riaddormentò quasi subito. E quasi subito si risvegliò per lo stesso motivo. Stavolta non poteva aver sognato, il rumore doveva averlo sentito veramente, si sollevò torcendo il collo per guardare la radiosveglia: 3:50. Milena continuava a dormire e non sembrava disturbata dai rumori e dai movimenti di Marco. Cercò di riagganciare il rumore alle ultime immagini oniriche: nulla, non ne aveva conservata nessuna. Sorrise pensando a quando lo avrebbe raccontato alla moglie: “Mi sono svegliato per quanto russavo, ma tu non ti sei accorta di niente? Poi dici che c’hai il sonno leggero.” Da supino passò sul fianco, chiuse gli occhi. Di nuovo il rumore e di nuovo gli occhi aperti. Scattò seduto sul letto “Cazzo, ma che c’ho?” Infilò i sandali, andò in bagno, nettò con cura il naso, tornò a letto irritato per la perdita di sonno e perché l’irritazione gli faceva perdere il sonno. Si riaddormentò ancora altre due o tre volte e sempre fu immediatamente risvegliato.

Alle 7:15 Milena lo trovò lavato, sbarbato, vestito. “Già sei pronto?” constatò sonnacchiosa aprendo il frigorifero. “Mi sono svegliato alle tre e mezza e non mi sono più riaddormentato” “Si vede, c’hai na faccia…Com’è?” “Non lo so, mi sembrava di russare…” Come aveva immaginato, Milena rise di gusto.

Allo sportello dell’ufficio comunale dove fungeva da impiegato, tutto si svolse pressoché regolarmente. Solo fu un po’ più sensibile agli squilli improvvisi del telefono, rispose un po’ più seccamente alle domande stupide degli utenti e chiese gentilmente alla collega della postazione affianco di spegnere la radio “Ho un po’ di mal di testa, ti dispiace…”.

Per tutta la notte successiva si addormentò e si risvegliò di continuo sotto lo sguardo allarmato di Milena. “Ma possibile che tu non lo senti. Non senti che russo?” “Sì, ma è proprio un attimo, ti risvegli subito”. Lei provò tutto quello che era in suo potere: camomilla, carezze, massaggi, cantilene, canzonature, profferte sessuali. Marco camminava avanti e indietro lungo la stanza, andava in bagno, accendeva la televisione in soggiorno, apriva la finestra e respirava l’aria gelida della notte, bestemmiava. Poi guardò Milena che si stava addormentando e ne fu sollevato, non fece rumore e aspettò il mattino.

“Allora?” domandò lei appena sveglia. “Niente, t’ho guardata dormire” “Oggi vai dal medico, però”.

Né il farmacista né il medico riuscirono a trovare rimedi efficaci. Marco non provava nemmeno più ad addormentarsi sperando di crollare da un momento all’altro, perciò aveva smesso di uscire di casa. Tisane, calmanti, sonniferi sempre più forti e pericolosi lo avevano soltanto rincoglionito.

Durante la terza notte, Milena l’aveva convinto a turarsi le orecchie, lei lo avrebbe vegliato, accarezzato, coccolato. Appena addormentato, la moglie si chinò su di lui, accostando l’orecchio alla sua bocca. Marco si svegliò di colpo e, come per liberarsi da un incubo, si tirò su colpendo violentemente con la fronte il viso di Milena che prese subito a sanguinare. Lei corse in bagno, metà ridendo e metà piangendo, lui si alzò e rimase ad osservare, senza pensieri, la macchia di sangue sul lenzuolo bianco che prima si era allargata rapidamente e ora, conquistato il terreno, si consolidava e si espandeva lentamente.

Dopo dieci giorni d’inferno, il neurologo propose il ricovero in una clinica specializzata nel trattamento dei disturbi del sonno. Ma Marco e Milena erano sempre stati in buona e giovanile salute, non avevano l’assicurazione necessaria e coprire i costi del ricovero superava ogni loro più generosa possibilità. Sempre più intontonito, vacillante, consunto, non sapeva che fare: l’assicurazione… dormire… no, la corda!... offrirsi come cavia… lo sgabello, aiuto… Milena, aiutami… sì, confesso… dormire… sono stato io.

Cadde in uno stato di prostrazione catatonica: il cervello non coordinava più le funzioni vitali al pensiero, continuava a mantenere in vita il corpo per inerzia e sfruttando quel po’ di cibo che Marco controvoglia e solo per la tenacia di Milena continuava ad ingurgitare. Ma le funzioni psichiche erano disarticolate, i centri nervosi inviavano impulsi discontinui, scentrati, fuoriluogo. Non era più in grado di produrre volontà e comportamenti conseguenti.

Si allettò, senza mai più riaddormentarsi, dapprima a casa, poi in una stanza d’ospedale alimentato artificialmente, sotto lo sguardo implorante di Milena.

Morì un mese più tardi e nell’ultimo lampo di lucidità, quello dell’agonia, si ritrovò fratello di Pio Angelucci seviziato in nome del Papa-Re nel 1754 con la tortura del sonno e morto per il terrore di addormentarsi.

“L’imputato veniva fatto sedere su uno sgabello appuntito, tenuto in precario equilibrio da una cinghia di cuoio che gli passava intorno al petto alla quale erano attaccate delle corde fissate alla parete; i piedi erano legati ad un bastone in maniera che le gambe fossero divaricate al massimo, e il bastone era fissato con una corda alla parete di fronte; le braccia infine erano tirate dietro la schiena, legate per i polsi e tese da una corda fissata alla parete dietro l’imputato. Talora per l’enorme sforzo fisico provocato da questa posizione, l’imputato aveva un collasso e moriva, e spesso lo sgabello provocava gravi ferite ai glutei” (Luigi Cajani, Giustizia e criminalità nella Roma del Settecento, in Ricerche sulla città del Settecento, a cura di Vittorio Emanuele Giuntella, Edizioni Ricerche, Roma 1979, pag. 275).

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Giovanni Buffoni

20 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Giovanni Buffoni

Giovanni Buffoni pregustava già il piacere che avrebbe avuto dicendolo a Marlene. Finalmente dopo un anno e mezzo di bella vita, le avrebbe potuto offrire qualche settimana di vita bellissima. Finora la bella vita era stata inframmezzata da qualche noia: gli impegni di lavoro, gli incontri con il figlio, gli appuntamenti con l’avvocato, le udienze davanti al giudice affianco a quella strega della ormai (Dio mio, che liberazione) ex-moglie. Ora che tutte le villette del comprensorio Poggio Ameno erano state vendute e che le banche erano state pienamente soddisfatte e che le minacce s’erano trasformate in invito a intraprendere nuove avventure, che il figlio aveva programmato un soggiorno di due mesi negli Stati Uniti, ora sì, aveva potuto prenotare quella crociera sul Mediterraneo che avrebbe lasciato Marlene a bocca aperta. A sessant’anni in giro sul mare azzurro assieme a una bella ragazza di venticinque, bionda, formosa, gentile, sì, forse un po’ imbronciata qualche volta, ma comunque sempre disponibile alle carezze o al sesso, beh, cosa poteva chiedersi di più! L’entusiasmo gli aveva fatto prendere sottogamba che di venerdì pomeriggio 24 giugno volersi spostare da Viale Marconi verso Torvajanica percorrendo la Pontina è cosa da sfidare il più placido degli uomini, figurarsi lui che bolliva dal desiderio di far saltare di gioia la sua Marlene e non voleva certo dirglielo per telefono, voleva averla davanti a sé, farsi inondare dal suo (presunto) stupore estatico. Giovanni Buffoni non aveva né l’attitudine né la pazienza per chiedersi se veramente per Marlene quella notizia sarebbe stata poi così eccitante, fatto sta che il più delle volte, quando ritardiamo la comunicazione di una notizia che riteniamo entusiasmante ubbidiamo a un impulso egoistico (non molto diverso dall’impulso che guida la beneficienza pubblica): la persona attinta da tanta benevolenza ne deve godere non per sé e in sé, bensì per nostro tramite e dev’essere un mezzo per aumentare la considerazione che desideriamo che quella persona abbia di noi.

Già all’altezza del Raccordo, prima e seconda, prima e seconda, freno, frizione e acceleratore, quest’ultimo appena sfiorato, il muscolo della coscia e il tendine della caviglia già cominciavano a dolere. In più la suoneria del telefonino, con il display che annuncia, non Marlene, come aveva sperato, no, non Marlene, il display annuncia, e proprio non se l’aspettava e proprio non voleva crederci, Adele. Non rispondere sarebbe stato inutile, perché la sua ex-moglie avrebbe continuato a farlo squillare fino a notte inoltrata e gli avrebbe rimproverato che neanche per un grave incidente del figlio sarebbe stato rintracciabile.

  • Sì, pronto.
  • Ah, buongiorno. Dove sei?
  • Cosa importa a te dove sono io.
  • Giusto. Stai venendo a prendere Gianluca? O te ne sei dimenticato?

Se n’era proprio dimenticato. Prima che Gianluca partisse per gli Stati Uniti, spettava loro o dovevano sopportare un altro fine settimana insieme.

  • Non me ne sono dimenticato. Ci ho parlato e gli ho spiegato che ci vediamo domenica pomeriggio. Lui sa perché. Ciao e buon fine settimana

Contava di poterlo avvertire subito dopo essersi liberato dal morso canino di Adele, ma non fece in tempo a premere il tastino rosso e del resto sarebbe servito a poco conoscendo l’ostinazione della ex-moglie.

  • Ah, e quando glielo avresti detto, visto che Gianluca è qui affianco a me e non ne sa niente ed è così scrupoloso che prima di uscire per fatti suoi ha voluto che ti avvertissi…
  • E tu giustamente non ti sei fatta pregare. Da madre premurosa e tutta votata al benessere del figlio, soprattutto dopo che il bel Maurizio…
  • Sei proprio egoista e meschino.
  • Tu invece sei una rompipalle frustrata. E ti ricordo che hai cominciato tu con il bel Maurizio, il quarantenne palestrato che si è tolta la curiosità per la babbiona in calore e poi…
  • Io invece ho qualche comunicazione da darti. Lo sapevi che la dolce Marlene prima di trovare il grande amore, il padre putativo, o il nonno, il vecchio porco, tanto per dire, divideva una monocamera con tre marocchini…
  • Non me ne frega nien…
  • Ma ancora non sono riuscita a sapere se l’affitto lo pagava in natura o coi quattro soldi guadagnati pulendo i cessi!
  • E tutte queste belle cose tu come le sai?
  • Le so, le so mi sono inform…
  • Un investigatore privato! Hai preso un investigatore privato! Ma è fenomenale! Sei molto peggio di quanto si poteva mai immaginare! Oppure mi ami talmente tanto da interessarti ancora dei cazzi miei.
  • Per carità, bello mio! Voglio solo impedire che il culo e le tette di un’immigrata si mangino il patrimonio di mio figlio…
  • Che madre deliziosa…Sappi comunque che Marlene diventerà mia moglie e che tra pochi giorni andremo in crociera. Sì, proprio quella crociera che non abbiamo fatto per colpa tua e del bel Maurizio. Te lo ricordi? Il medico me l’ha sconsigliata, potrei soffrire il mal di mare, non me la sento di lasciare Gianluca da solo…Quante cazzate: erano i pettorali di quel cretino che non volevi lasciare. Povera imbecille!
  • Ah, un’altra cosa ho saputo. La dolce Marlene faceva i bocchini al tuo avvocato prima di trovare il grande amore: gli faceva le pulizie a studio e gli faceva i bocchini. Com’è non te l’ha detto il tuo grande amico, il grande avvocato De Santis?
  • Tu vedi troppo televisione, Mora, Fede e la Minetti ti hanno fatto dare di volta al cervello. E almeno in televisione ci mettono il bip, visto che Gianluca è lì vicino a te…
  • Vuoi fare l’innamorato e invece sei solo un vecchio porco!
  • Sì, ma c’è solo una cosa peggiore di un vecchio porco, una vecchia porca!!

Stavolta il tastino rosso l’aveva premuto e non avrebbe saputo dire se “stronzo” l’aveva sentito o solo immaginato. E non fece nemmeno in tempo a domandarselo perché aveva dovuto frenare a secco per non tamponare la macchina che lo precedeva, per altro con la paura di farsi beccare dalla macchina dietro: aveva preso un po’ di velocità prima della curva, prima, seconda, terza, 40, 60, 80 all’ora e subito dopo di nuovo come prima, tutti fermi, a smadonnare per telefono, de visu o nel pensiero.

“Se morirò in un incidente stradale, morirò a questa maledetta curva della Pontina!”

Avevano gridato tutto il tempo, fino a farsi dolere la gola e le vene del collo. Aveva bisogno di rifarsi un po’ la bocca, e giacché aveva ancora il telefonino in mano, decise che non avrebbe aspettato di essere chiamato.

  • Ciao, dolcezza mia, che fai?
  • Sono in spiaggia e mi rompo.
  • Sto arrivando. Sono sulla Pontina, una mezz'ora e sono lì.

Press’a poco le stesse parole che migliaia di mariti, fidanzati, amanti stavano dicendo a quell’ora, su quella strada e con quel tono alle migliaia di mogli, fidanzate e amanti da sole sulla spiaggia. Per fortuna le cose si stanno un po’ mescolando e cominciano a esserci centinaia di mogli, fidanzate e amanti che possono dire la stessa cosa.

  • Mi avevi detto che stavi qui ieri sera.
  • Dolcezza mia, sono rimasto a Roma a prepararti una sorpresa…Ma ti dico dopo, sennò va a finire che vado addosso a qualcuno.

Ritardare, invece, una brutta notizia è spesso un atto d’amore: prolungare l’inconsapevolezza dell’altra persona di una morte o di una malattia grave o di un licenziamento o di una bocciatura, significa tenerla più lontano possibile da una sofferenza. Ma anche quest’atto d’amore ha una coda controversa: la persona salvaguardata potrebbe rimproverarci di aver nascosto una verità. Se invece la brutta notizia è contenuta in una domanda che a sua volta contiene un sospetto, e la brutta notizia sarebbe “ho motivo di dubitare di te”, allora il ritardo o la cautela tornano ad avere un’origine egoistica: se il sospetto è fondato non avremmo più la possibilità di credere che la cosa non sia avvenuta e dovremmo sobbarcarci il faticoso compito di ricostruire una nuova architettura d’illusioni per continuare a vivere e considerarci come prima.

Glielo avrebbe chiesto? Avrebbe avuto il coraggio di domandarle “Prima di conoscermi, andavi a letto con Vito, l’avvocato De Santis?”

Se lo avesse fatto, la cosa sarebbe andata press’a poco così. Immerso nell’acqua della piscina, avrebbe goduto dei movimenti rallentati, grazie al liquido che l’avvolgeva, alla frescura, alla quiete che gli offriva, avrebbe sentito che le cose più spigolose, gli aculei più fastidiosi possono ammorbidirsi, possono sciogliersi in modo quasi naturale o magico, si farebbe fatto l’idea che in fondo era una domanda come un’altra. Poi seduto sul lettino, continuando a frizionarsi la testa con l’asciugamano, sfruttando la scia di benevolenza che la notizia della crociera avrebbe dovuto assicurargli, “Senti, Marlene, ho bisogno di sapere una cosa. Prima di conoscermi o quando ci conoscevamo appena, andavi a letto con Vito?” Marlene, immobile, sdraiata sul lettino, senza togliersi gli occhiali da sole, senza dare a vedere un minimo di turbamento, come se le avesse chiesto se non volesse un gelato, avrebbe risposto “ma che dici, che ti viene in mente?” “Davvero, solo per curiosità.” Marlene si sarebbe alzata di scatto, avrebbe gettato sdegnata gli occhiali sul lettino, “no, non ci sono stata a letto, va bene adesso?” avrebbe detto. E se ne sarebbe andata verso la piscina a passo rapido, portandosi via quel bel corpo bianco nonostante i tentativi di rovinarlo con l’abbronzatura e sodo.

Sì, ma in realtà Adele aveva parlato di altro, si sarebbe detto Giovanni. Ma al ritorno dalla piscina non avrebbe avuto modo di precisare la domanda.

Il disgusto e il disprezzo che Marlene provava per quest’uomo che sembrava spiarla quando si vestiva, che era tutto contento quando, durante le compere – lo shopping, diceva lui -, tra le due paia di occhiali firmati lei sceglieva non quello che le piaceva di più, ma quello che costava il doppio dell’altro, e che prima di metterle le mani addosso le chiedeva ogni volta “ti va, amore mio. Sei sicura che ti va?”. Ora a quel disgusto e a quel disprezzo dissimulati e tradotti in sorrisini timidi e imbarazzati, ora poteva aggiungere il corpo flaccido, abbandonato, soddisfatto di sé e della grandiosa notizia che le aveva portato, mezzo o tutto addormentato su questo lettino da spiaggia sotto il sole e, soprattutto, poteva aggiungere questo filo di bava che colava da un lato della bocca e che Giovanni, mezzo o tutto addormentato, non sembrava sentir colare e non asciugava. Quel disgusto e quel disprezzo erano stati sovrastati, dopo che gli aveva gettato sul viso un piccolo asciugamano, “pulisciti, non vedi che sei sporco?”, dopo che l’aveva scosso sempre più violentemente, dopo che aveva gridato, dopo che aveva tentato di svegliarlo a voce sempre più alta, dopo aver chiamato aiuto, dopo essere inorridita, quel disgusto e quel disprezzo erano stati inghiottiti dal ribrezzo retrospettivo per aver toccato un morto.

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Sezione primavera: Giulia Pacella

6 Gennaio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #sezione primavera

Sezione primavera: Giulia Pacella

Anche noi abbiamo appeso al caminetto del nostro blog la calza. E quest’anno la Befana ha voluto farci una sorpresa: un gioiellino inatteso. Giulia, già frequentatrice della #sezione primavera, ci ha regalato un delizioso racconto sul bullismo, croce dolorosa degli adolescenti.

Immagina di essere una liceale alle prese col “branco”, e riesce a delineare caratteri, personaggi, atmosfere, utilizzando il dialogo, descrizioni, riflessioni personali, con abilità e disinvoltura. Tra la marea di scrittori, talvolta sciatti e improvvisati, questa ragazzina non ancora tredicenne, ci fa ben sperare per il futuro della nostra letteratura" (Ida Verrei)

Di Giulia Pacella, 12 anni

L’omertà è un comportamento che vieta di denunciare i colpevoli di reati ed è tipico della mafia e della camorra. In questi giorni, la nostra professoressa di lettere, ha dato da leggere a tutte le terze del liceo classico Alessandro Manzoni “Il Pannello”, un racconto dello scrittore napoletano Erri De Luca. È ambientato nel 1967-1968 e parla di alcuni ragazzi di un liceo napoletano che, per poter vedere le gambe di una giovane supplente, svitano il pannello che si trova davanti alla cattedra. Tutti i professori li rimproverano e minacciano di sospendere tutta la classe, i ragazzi allora si sentono vittime di un’ingiustizia e decidono di coprire i due colpevoli, nonostante i rischi. Solo il loro professore di latino e greco, invece di sgridarli, spiega la differenza tra omertà e solidarietà, facendo loro capire la violenza che avevano usato su quella giovane ragazza al suo primo incarico. A quel punto la classe decide di scusarsi pubblicamente e alla morte di questo grande professore si ricorderanno di quella lezione come il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Non ho ancora finito di leggerlo, anche se le mie amiche dicono che è inutile, io vorrei finirlo perché mi piace molto leggere. A Chiara e a Beatrice non piace lo studio. Loro due sono stupende, Chiara ha due occhi azzurri da mozzare il fiato e Beatrice ha i capelli rossi, sono i più belli della scuola! Nonostante io sia molto diversa da loro faccio finta di essere cosi. A parte per l’aspetto fisico. Per quello non ci posso fare niente. I miei occhi sono marroni e i miei capelli color caramello. Non sono nulla di così speciale. E poi con il nome che mi ritrovo … Caterina, non riesco nemmeno a pronunciarlo, fortuna che tutti mi chiamano Cate…

La mia storia inizia una mattina di ottobre, ero con le mie amiche, io stavo chiacchierando con Chiara, e Beatrice stava finendo una sigaretta, quando si fermò a fissare una ragazzina del primo. Aveva i capelli a caschetto ed era un po’ cicciottella. Beatrice buttò la cicca a terra e ci fece cenno con la testa, io e Chiara ci lanciammo un’occhiata, una cosa era sicura: lei a differenza di me sapeva cosa voleva fare Beatrice…

Ci fermammo davanti alla ragazzina ma lei ma non ci notò finché Chiara non le tolse l’i phone di mano. A quel punto alzo la testa disorientata e Beatrice fece un ghigno divertito. Io la imitai. “Cosa stai facendo?” chiese la tredicenne, “oh … niente volevo solo attirare la tua attenzione…” poi Chiara fece cadere l’i phone a terra, rompendo cosi lo schermo. “Ops …” disse Beatrice. Io e Chiara ridemmo divertite. Cosa stavo facendo? “Dacci la tua merenda…” disse Bea. La ragazzina prese la merenda dallo zaino e la porse a Chiara. “Come ti chiami?” continuò Chiara. Uffa, non si erano già divertite abbastanza?! “Alice…” neanche lei, come me, capiva dove voleva arrivare Chiara. “Bene ALICE … torneremo” , si girarono per andarsene e prima di farlo anche’io, la guardai negli occhi per un breve istante. In quegli occhietti non c’era rabbia … ma paura. Per un secondo anche io ebbi paura. Di me stessa.

Questo episodio si ripeté periodicamente tutti i giorni. Poi, un giorno, all’uscita, le mie amiche si spinsero troppo oltre.

Alice era da sola all’ingresso, quando Beatrice si avvicino a lei e le fumò in faccia. La ragazzina tossì e Beatrice sorrise. Un sorriso pieno di cattiveria…

“Hai mai fumato tesoro?”

“No …” rispose Alice un po’ turbata.

“Bene. C’è sempre una prima volta …” disse porgendole la sigaretta. Appena disse quelle parole la raggiunsi.

“Non voglio …” disse lei schifata.

“Non ti conviene far arrabbiare Bea tesoro …” disse Chiara, che era appena arrivata dietro di me.

Alice prese la sigaretta e fece un tiro. Appena ebbe buttato il fumo fuori, tossì.

“Ti è piaciuto?” chiese Beatrice sarcastica. Chiara rise.

“Basta, vi prego …” disse quasi in lacrime.

“Okay … adesso mangiatela …” disse Chiara. A quel punto persi le staffe e mi misi in mezzo.

“Basta ragazze! Avrà tredici anni. Andiamocene.” Beatrice mi mandò uno sguardo di ghiaccio, ma Chiara fece una faccia turbata, come se si fosse resa conto adesso di ciò che aveva detto e fatto.

“Sì, dai Bea, andiamocene …”

Beatrice buttò la sigaretta addosso ad Alice, si voltò e ci seguì. Mi sembrò che Alice avesse detto “grazie” ma non ne ero sicura così, non mi voltai.

La sera di Halloween però successe qualcosa di grosso.

Alla festa c’erano le prime, le seconde e le terze. Stavamo ballando quando Beatrice strattonò me e Chiara fuori dalla discoteca e indicò la ragazzina che camminava, suppongo verso casa, tutta sola, Alice. Quando fummo a due passi dalla sua schiena Beatrice disse: “Ehi Alice, come va?” lei si girò e Chiara le lanciò un schiaffo. Lei cadde a terra. Beatrice le tirò un calcio nello stomaco.

“Basta! Basta!” gridai, ma Chiara mi fece gesto di sloggiare e Beatrice mi ignorò continuando a tirare calci nello stomaco di Alice.

Corsi dentro la discoteca e cercai Fabrizio, il fidanzato di Beatrice nonché mio migliore amico.

Mi aggrappai al suo braccio e lui, vedendo la mia espressione preoccupata, chiese: “Cosa succede Cate!?”

“Non c’è tempo per spiegare ….”

Quando io e Fabrizio fummo fuori, Beatrice la stava tirando per i capelli. Fabrizio corse e la spinse via, cosi lei si ritrovò a terra. “Cosa fai!?” urlò Beatrice furiosa. lui alzò Alice e le tolse i capelli dalla faccia mostrando il suo visetto pieno di lacrime, rosso e sporco di terra. Poi mi porse la sua manina grassottella e disse. “ Portala a casa … io parlo con loro …” Feci cenno di sì con la testa e misi un braccio intorno alle spalle di Alice.

“Grazie di tutto …” disse mentre camminavamo, “scommetto che mi avrebbero ucciso se tu non le avessi fermate …” Mi sentii un mostro. Io non l’avevo salvata. Io ero esattamente come loro. Tuttavia dissi altro. “Tranquilla non ti toccheranno più”. Sorrise.

Davanti a casa sua l’abbracciai e lei entrò nel palazzo, cosi me ne tornai a casa con il senso di colpa fin dentro le ossa.

Non riuscivo a dormire. Mi sentivo male, avevo già vomitato due volte da quando ero tornata a casa. Cosi decisi di mettermi sul divano a leggere “Il Pannello”. Arrivai alla parte in cui il professore fa il discorso. Mi fece pensare. Io stando zitta per ciò che avevano fatto quelle due ragazze, che io definisco “amiche”, non ero solidale. Facevo come fanno le persone quando, per esempio assistono alla morte di una persona uccisa da mafiosi, e non dicono nulla. Ma ci sono molte persone che dedicano la loro vita per il loro ideale: un mondo senza mafia. Qual è il mio ideale? Io ce l’ho un ideale? Forse sì, forse avevo trovato il MIO di ideale.

Il giorno dopo non salutai le mie due “amiche”. Salutai solo Alice che mi rispose con un sorriso e un gesto della mano. Entrai a gran passo in sala professori, finché non vidi la mia prof. di lettere. “Caterina! Cosa ci fai in sala professori?!”

“Prof devo parlarle … in privato …” dissi, vedendo che altri professori ci guardavano.

“Okay …” Ci chiudemmo in una piccola stanza. “… dai su raccontami …”

Le raccontai tutto, dal semplice furto della merenda, poi l’episodio della sigaretta e poi il pestaggio di Halloween.

“… Ho deciso di dirlo a lei perché ieri sera ho finito di leggere “Il pannello”. Mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio ideale, la mia battaglia da combattere… forse la mia battaglia è contro il bullismo… chi lo sa? Ma vorrei che lei mi aiutasse. Perché per quanto questa battaglia possa sembrare piccola, è troppo grande per chiunque…”.

Ci furono dieci secondi di silenzio.

“Caterina, se tu pensi che questa sia la tua battaglia, combattere il bullismo, vincila.

Le battaglie o si vincono o si perdono. Sii te stessa e la gente ti ascolterà. Vuoi essere una grande persona? Puoi ancora esserlo. Cambia strada, Caterina. Tutti possono farlo. E tu ne hai il diritto.”

Uscii dalla sala-professori un po’ confusa sul da farsi, ma quando mi ritrovai faccia a faccia con Beatrice, non ebbi dubbi: “Tocca un'altra volta una ragazzina e racconto a tua madre chi sei veramente… non credo sarà molto contenta…” Feci un sorrisetto soddisfatto e incrociai le braccia al petto per sfidarla. Dopo un po’ lei abbassò lo sguardo, girò sui tacchi e se ne andò.

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Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

28 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

«E tu chi farefti?», il bambino mise le mani sui fianchi per dare più enfasi alla domanda. Gli dovevano spuntare ancora gli incisivi e di pronunciare la “esse” per il momento non se ne parlava proprio. Poco male, perché il sibilo che emetteva ricordava il fischio risoluto di un arbitro in campo, capace di fermare il gioco e attirare su di sé l’attenzione. E al bimbo non dispiaceva affatto questo temporaneo potere sdentato.

«Chi farefti??», chiese di nuovo, avvicinandosi alla sedia in cucina su cui stava seduto quello sconosciuto, vestito con una tuta mimetica bianca e argento.

«Sono l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino», rispose l’intruso. Accanto a lui, sul pavimento, due scarponcini color argento che al bambino ricordarono subito gli anfibi che portavano ai piedi i suoi soldatini, quelli della collezione chiusa nella vetrinetta in camera sua.

«Rico- che?», che parole strane usava quello sconosciuto.

«Ri-co-gni-to-re.», sillabò l’angelo. «Ricognitore. Faccio il giro nelle case prima della vigilia di Natale per trovare i percorsi più rapidi e le scorciatoie per le consegne dei regali. Così Gesù Bambino non rischia di perdersi o di fare troppa strada inutilmente.»

«Cafpita!», scappò detto al bambino, ma subito corse in corridoio. Per controllare che la porta di ingresso non fosse stata forzata. Le chiavi però erano nella toppa e tutto sembrava in ordine.

«So a cosa stai pensando», lo anticipò l’angelo. «Non sono un ladro. Ti pare che resterei qui a parlare con te? Sarei subito scappato, non appena sei arrivato in cucina e hai acceso la luce, no? E’ che ero un po’ stanco e avevo deciso di fare una pausa. E poi, mi facevano male i piedi. Io soffro spesso di mal di piedi. Questi anfibi saranno pratici per le ricognizioni, ma dopo un po’ si fanno sentire. Ma tu piuttosto, che ci fai alzato a quest’ora e perché ti hanno lasciato solo?»

No, non era un ladro, pensò il bambino. Aveva ragione lo sconosciuto, un ladro non si sarebbe trattenuto a parlare e a fare domande, avrebbe tagliato la corda. E soprattutto non si sarebbe tolto le scarpe mettendosi comodo su una sedia.

«Avevo fete. Cofì mi fono fvegliato. Mamma e papà ftasera fono andati a teatro. Ma io, come dice fempre il mio papà in queste occafioni, poffo ftare tranquilliffimo. Al terzo piano vive la nonna Alberta. Fe ho bisogno, le telefono e lei troverà una foluzione.»

L’angelo si stupì.

«Ma come, non ti hanno portato a dormire dalla nonna? Sei ancora piccolo per rimanere solo…» e pensò subito a quanto moderni dovessero essere i genitori di quel bambino. Si ricordava delle ansie di altri genitori che mai e poi mai avrebbero lasciato i figli da soli in casa, perché nell’immaginario di quelle madri e di quei padri apprensivi, appena chiuso l’uscio di casa, i pargoli avrebbero messo in atto le fantasie più spericolate: zolfanelli accesi per incendiare il condominio, fornelli del gas aperti e sibilanti come cobra velenosi, pentole messe sul fuoco e lasciate incustodite per giocare alla fonderia.

Il bambino fece spallucce.

«Nooo. Come dice il mio papà, la nonna Alberta è una fignora un po’ originale e non vuole avere neffuno trai i piedi.», il bambino gettò un’occhiata agli anfibi dell’angelo, «Forfe perché foffre di mal di piedi come te e per questo vuole effere lasciata fola?»

«Non penso.», rispose l’angelo inquadrando al volo la situazione.

«Vuoi bere qualcofa?», chiese il bimbo.

«Grazie, un po’ d’acqua. Frizzante se c’è.» e l’angelo si allungò sulla sedia.

«C’è la Frizzina! L’acqua fatta con la polvere magica!», esultò il bambino prendendo dal frigo una bottiglia con il tappo in ceramica rossa.

L’angelo riflettè un attimo. Anche sulla terra le cose erano cambiate. Ora gli uomini avevano la polvere magica e potevano fare l’acqua. Un tempo non era stato così. Meglio, però, il progresso passava anche dall’avere a disposizione la magia. E chissà come sarà stata buona quell’acqua…

Dopo aver bevuto un bicchiere colmo di quel liquido dissetante, ma un po’ salato - «Forse devono ancora studiare meglio e dosare i poteri magici» aveva pensato l’angelo sentendo sotto i denti qualche granello di quella polverina misteriosa – all’angelo venne in mente che non aveva ancora chiesto a quel bambino come si chiamasse.

«Rodolfo! Magnaghi Rodolfo!», aveva subito risposto il bimbo.

«E tu?», gli aveva chiesto di rimando Rodolfo.

«Ricognitore Angelico 72», aveva risposto sicuro l’angelo.

«E un nome non ce l’hai?», Rodolfo sembrava un poco deluso. Quell’angelo si chiamava con un numero, quasi fosse stata la targa di un’automobile.

L’angelo piegò la testa un poco di lato. No, un nome vero e proprio lui non l’aveva. Ma tra angeli ricognitori ci si riconosceva al volo e il numero, in fondo, era solo per motivi di praticità e per rendere rapide le comunicazioni. In fondo, non c’era nulla di male. Era sempre stato così.

«Fe ti chiamo Angelo Piero, ti offendi?», aveva sussurrato allora Rodolfo.

«Perché dovrei? Piero è un bel nome. Importante, di un certo peso, soprattutto lassù.», e l’Angelo Ricognitore 72, ammiccando, aveva indicato il soffitto.

«Fì, Piero è un bel nome», aveva annuito Rodolfo, «e poi cofì fi chiama un mio amico che incontro fempre d’eftate, in vacanza al mare. E’ fimpaticiffimo e fa fare un facco di giochi.»

«Vuoi mangiare qualcofa?», Rodolfo, senza aspettare una risposta, si era avvicinato al frigorifero.

«Perché no?», l’Angelo Piero non aveva fatto in tempo finire la frase, che Rodolfo aveva esclamato, infilando la testa nel frigorifero: «Ci facciamo un panino con la provola e il profiutto cotto!»

E così era stato.

Mentre mangiavano, Rodolfo si era meravigliato di come l’Angelo Piero si comportasse impeccabilmente: sedeva composto al tavolo della cucina, non sbriciolava, non parlava con la bocca piena, non masticava rumorosamente. Sarebbe piaciuto tantissimo alla mamma di Rodolfo che ci teneva così tanto a certi modi di fare.

«Puoi rimanere fino a quando tornano i miei genitori?», aveva chiesto timidamente Rodolfo. Ci teneva a presentare loro quel suo nuovo amico così tanto compìto.

«No, Rodolfo,», aveva risposto l’Angelo Piero, «non posso. E poi, sai, gli adulti – o meglio la maggior parte degli adulti - non possono vedermi. I bambini, fino a una certa età sì, ma i grandi no.» E subito, vedendo come l’espressione di Rodolfo stesse virando al dispiacere, cercò di cambiare discorso.

«Certo che tu per essere così piccolo parli proprio bene!»

E Rodolfo aveva spiegato all’Angelo Piero che lui, spessissimo, quando era a casa, leggeva i libri di avventure e le parole nuove le imparava da pirati, bucanieri, burattini, moschettieri e guardie del re disseminate in tutte quelle pagine.

Rodolfo sospirò e fissò gli scarponcini color argento dell’angelo che erano rimasti accanto alla sedia.

«Belli quelli! Proprio belli…», ma non aveva avuto il coraggio di finire la frase.

L’Angelo Piero intuì cosa stesse pensando il bambino. Non disse niente, però. Chiese a Rodolfo di poter vedere la sua cameretta e, una volta entrato in quella stanza, vide, sopra al comodino, un pupazzo bellissimo.

«E quello?», chiese l’Angelo Piero sgranando gli occhi.

«E’ Topo Gigio parlante!», rispose sicuro di sé Rodolfo e, avvicinandosi al pupazzo lo toccò sulla pancia.

«Strapazzami di coccole!» esclamò con un soffio di voce Topo Gigio.

«Ma è bellissimo!», l’Angelo Piero non riusciva a contenere il suo entusiasmo, «Una bambola parlante! Non sapevo che sulla terra fossero arrivati a tanto! Siete riusciti a fare parlare le bambole! Un’altra magia! Ai miei tempi non c’erano le bambole parlanti!»

Vedendo quell’angelo così entusiasta del suo Topo Gigio, Rodolfo ebbe un’idea.

Avrebbero fatto un baratto: Topo Gigio in cambio degli anfibi dell’angelo.

«Ci sto!», disse l’Angelo Piero al colmo della gioia, poi, subito, aggiunse: «Io però non posso tornare scalzo. Devo ancora fare qualche ricognizione e a piedi nudi credo che soffrirei un po’.», così dicendo, fissò le ciabattine di Rodolfo. Troppo piccine però per i suoi piedi d’angelo cresciuto.

«Le fcarpe inglefi di mio papà!!», Rodolfo si dileguò all’istante per tornare con un paio di bellissime scarpe nere elegantissime.

«Mio papà dice fempre che quefte fcarpe fono cofì morbide da fembrare delle pantofole. Provale!», e il bambino tese all’angelo quelle calzature lucide lucide.

Non c’era che dire. Le scarpe, morbidissime, calzavano a pennello e non stonavano per nulla con la tuta mimetica bianca e argento dell’angelo. Anzi, davano un tocco chic e sbarazzino alla tenuta marziale dell’Angelo Ricognitore. L’Angelo Piero finì di allacciarsi le scarpe e infilò Topo Gigio nella tuta mimetica.

«Rodolfo, io ora devo proprio andare. Però, però… se qualche volta tornassi a trovarti? Mi farebbe piacere. Questa sera mi hai fatto conoscere un po’ di cose nuove che siete riusciti a fare sulla terra – la polvere magica per l’acqua, le bambole parlanti, mi hai dato un nome…»

«…E ci siamo fatti compagnia!», lo interruppe Rodolfo.

Sì, proprio così. Si erano fatti compagnia. Così, mentre si abbracciavano per salutarsi, l’Angelo Ricognitore 72 promise a Rodolfo che, di tanto in tanto, quando sarebbe stato in libera uscita, sarebbe andato a trovare il bambino per fare quattro chiacchiere, mangiare un panino alla provola e al prosciutto cotto e bere un bicchiere di Frizzina.

«Carlo, è sparito il pupazzo di Topo Gigio parlante di Rodolfo! Eppure giurerei che ieri sera era sul suo comodino! Rodolfo sostiene che l’ha regalato all’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino!», la signora Adele aveva la voce spezzata, «Sono preoccupata per quello che dice il bambino. Non avrà dei problemi?»

Il papà di Rodolfo sollevò gli occhi dalla tazzina di caffè.

«Andiamo, Adele! Sempre a esagerare, tu! Mica vorrai dare importanza alle fantasie di un bambino? A scuola avranno letto una fiaba che parlava di angeli. E lui ci avrà ricamato su. E vedrai anche che Topo Gigio si ritroverà. Tuo figlio, che è sempre sulle nuvole, l’avrà sistemato da qualche parte e ora non si ricorda dove lo ha messo. Salterà fuori. La casa non perde mai nulla, come si dice.»

La signora Adele non sembrava del tutto convinta, ma si trattenne. Non aveva certo intenzione di iniziare una discussione con il marito alla mattina della vigilia di Natale.

«A proposito, Adele, stasera vorrei mettere le mie scarpe inglesi. Ma non le trovo. Non è che le hai messe via tu senza dirmelo?», il papà di Rodolfo si versò dell’altro caffè e la signora Adele, che non aspettava altro, partì all’attacco.

«Ah, io le tue scarpe non le tocco. Ci mancherebbe! Certo che tu e tuo figlio siete proprio uguali! Sistemate le vostre cose e poi non vi ricordate dove le avete messe! E sì che tu non mi sembri tanto sulle nuvole! Vedrai che le tue scarpe salteranno fuori. La casa non perde mai nulla, o no? Altrimenti vorrà dire che se le è prese l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino. Certo, Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi. Un’accoppiata perfetta per un Angelo Ricognitore!» e così dicendo, la signora Adele si alzò e andò in camera per scegliere l’abito che avrebbe indossato quella sera.

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“I pastetti ra viggilia” (Le crespelle della vigilia)

24 Dicembre 2014 , Scritto da Angela Argentino Con tag #unasettimanamagica, #racconto

“I pastetti ra viggilia” (Le crespelle della vigilia)

Quell’anno decisi di ritornare in Sicilia per le feste di Natale e…non da sola.

Il 23 dicembre mattina prendemmo il direttissimo Roma-Siracusa che, arrivato nelle campagne di Battipaglia, si fermò per quattro ore a causa di uno di quegli scioperi “a singhiozzo” tanto frequenti in quegli anni di piombo.Tirai fuori un mazzo di carte e cominciammo una partita a scopa .

A Lamezia Terme, il treno si fermò per altre due ore. Dalla scopa eravamo passati alla briscola e il gioco si era esteso a tutto lo scompartimento.

A Villa San Giovanni arrivammo che si era fatto già buio e lì restammo per un tempo indefinito, rassegnati a passare la vigilia di Natale in qualche stazione.

A Noto, intanto, fervevano i preparativi.

Mia madre stava preparando le “scacce” e aveva bollito al punto giusto i broccoli per le “pastette” della vigilia.

“I cos’arùci” (facciùna, mustazzòla, i pasti i miènnula e i cosi i meli) li aveva preparati già dalla settimana precedente perchè “avièunu a rritunnàri ”, secondo il suo gergo, avere cioè il tempo di ammorbidirsi, cosa particolarmente raccomandata per i biscotti al miele che, senza tale “ritorno”, potevano essere considerati veri e propri “cuticciùna”.

I miei genitori non sapevano esattamente a che ora saremmo arrivati a casa.

In tempi così “fluttuanti” ritenemmo più opportuno lasciarli in attesa della sorpresa.

Riuscimmo a traghettare verso le 10 del giorno dopo e, giunti finalmente sulla costa ionica, ad ogni stazione e stazioncina, senza scampo, il treno sostava per almeno un’ora.

Quando mia madre, alle 6 del pomeriggio del 24 dicembre, mise farina, lievito e acqua nel “lèmmu” per preparare la pasta delle “pastette”, noi eravamo riusciti ad arrivare a Catania. Nello scompartimento non si giocava più e, da almeno 100 km, ridevamo ormai senza ritegno e senza motivo, dividendo in spirito di fratellanza le ultime vettovaglie.

Alle 7 di sera scendevamo barcollanti alla stazione di Siracusa. Ci toccava ancora prendere la “littorina” per Vittoria e scendere a Noto, essere a casa.

Casa? Una casa in affitto vecchia e malandata dove una lampadina di 60 watt (e forse anche meno) illuminava scarsamente la nostra sala da pranzo. Nessuno mai si era curato di risolvere il problema e mia madre per anni aveva invano preteso di infilare “a ugghia” in quella semioscurità.

Alle 8 di sera, mia madre cominciò ad avere delle piccole vertigini al pensiero che la pasta, già abbondantemente lievitata, potesse inacidirsi e compromettere il risultato delle sue fragranti e saporite “pastette”, senza le quali non ci poteva essere vigilia di Natale.

La sua ansia lievitava come la pasta e, quasi sull’orlo delle lacrime, chiese a mio padre che ne fosse stato di noi, allorché bussammo alla porta.

Stravolti dalla stanchezza, avevamo ormai un aspetto più da profughi che da “crisstiani”.

Mia madre ci salutò in fretta e con un lampo di gioia scappò in cucina, lasciando mio padre ad ascoltare il racconto di quel nostro faticoso viaggio.

Intanto la sentivamo che sbatteva la pasta, la picchiava perchè si sgonfiasse, la puniva per aver lievitato al limite dell’acidità.

Ora sì che era Natale! -“I pastetti si puònu friiri !!! ”- ci annunciò con la sua voce da soprano.

Loro due già vecchi e noi due, giovani e innamorati, seduti al tavolo della vigilia. Era la prima volta che Apostolos veniva in Sicilia e a casa mia.

Fu un trionfo di “scacci”, di “sfinciùna”, di piatti della tradizione.... ma quelle pastette lievitate nella nostra attesa, avevano il sapore dell’amore di mia madre che mai riusciva ad esprimere a parole.

Il suo amore per noi era sparso a piene mani in quei suoi magnifici dolci, nel colore dorato delle focacce, nella cronometrica perfezione della cottura, nell’arte del “rièficu”.

Mio padre con i suoi begli occhi pieni di guizzi, per tutta la serata continuò a ripeterle: “Ma’n to ricìa ju, ca vinièunu?”

Per i non siciliani ecco la traduzione di alcuni termini

*A scàccia = focaccia ripiena (di verdure, di carne o pesce o altro)

*I cosi arùci = lett. Le cose dolci = I dolci

*I cuticciuna= grossi sassi

*U lèmmu= vaschetta di terracotta a forma a tronco di cono, smaltata in modo tipico con onde di bianco e verde che si mischiano tra di loro

* La littorìna= treno locale di solito composto da pochissimi vagoni

*A ùgghia = l’ago

*I crisstiàni (da pronunciare con la ‘’ sst ‘’ calcata , forte, alla siciliana) = le persone

*I pastetti si puonu frìiri =Le crespelle si possono friggere .

*U sfinciùni = pasta lievita molto morbida, lavorata a lungo, condita con aglio, prezzemolo, pezzetti di pomodori, acciuga e con molto olio, posta in teglie abbastanza alte e messa in forno dove si gonfia restando molto morbida al morso

*U rièficu = sigillatura e rifinitura dei due lembi della pasta delle focacce. Si ottiene con un movimento ad onda di pollice indice e medio. Si usa dire di donna sveglia e completa che sia ‘’na fimmina co rièficu’ , cioè donna a cui non manca nulla

*Ma’n to ricìa ju, ca vinièunu?” = Ma non te lo dicevo io che sarebbero arrivati?

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Xmas city madness

24 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #unasettimanamagica, #racconto

Xmas city madness

“Ho visto il Natale dalla mia bicicletta!

Il Natale in città!

Io vedo tutte le feste dalla mia bicicletta in città. Vedo il Ferragosto. Vedo San Francesco e Santa Giulia. Vedo la Pasqua e la Pasquetta, la Liberazione e i Lavoratori. Vedo il mio Compleanno. Le vedo tutte!

Il Natale lo vedo in città perché ci sono le pozzanghere. Le strade sono piene di buche e negli inverni caldi e piovosi, come ci sono in città, le buche, che forse non tappano mai perché sono beni comunali, si riempiono di pioggia. E io devo stare attento con la mia bicicletta, perché se finisco in una di quelle profonde mi posso schizzare o posso cascare in terra e finire sotto una macchina.

Quindi negli inverni caldi e piovosi della città, quando pedalo guardo sempre in terra per vedere a tempo le pozzanghere.

E allora l’altro giorno mi sono accorto del Natale! Nelle pozzanghere a Natale ci sono i riflessi delle lucine e io quelli ho visto!

Guidavo, stavo attento, e improvvisamente ho visto una fila di uccellini su un filo che parevano in fiamme! Ho alzato la testa… e c’era il Natale con le sue lucine!

A Natale a volte gli uccellini si riuniscono in nidi che brillano, o sennò stanno sul bordo di abeti sospesi per aria, o anche tutto intorno a grassi signori col cappello a pon pon!

Nelle pozzanghere poi sono proprio belli, e io mi fermo tanto a guardarli e penso…

…sembrano tante lampare che salpano su un mare nero. Penso e mi ricordo.

Mi ricordo il mare nero al molo del porto da dove il mio babbo è salpato con la lampara per andare a pescare. Tanti anni fa eh! Proprio tanti!

Gli uccellini nelle pozzanghere me la ricordano, quella notte, quando poi ritornai a casa da solo. Senza lui. Perché lui era rimasto a pescare e deve ancora tornare… o è morto o ha la barchetta piena di pesce e non ce la fa a rientrare al molo!

…un clacson… ahiò!

Mi ero incantato a guardare nella pozzanghera! In mezzo di strada! E c’era l’8 nero dietro che doveva passare!

<<Scusa 8 nerooo!>>

L’8 nero in realtà ora si chiama 8N, perché i filobus non hanno più i numeri stampati sul davanti, ma hanno uno schermo dove i numeri scorrono e sono gialli e dove ci sono scritte anche le fermate! Ma così il colore dei numeri non si vede più, perché sono tutti gialli! E invece prima l’8 nero era scritto di nero per distinguerlo dall’8 rosso, che era scritto di rosso. Ma ora c’è scritto 8N e 8R. In giallo.

L’8 nero lo devo far passare alla svelta perché fa un giro… di tutta la città! Ci metterà due ore per ogni giro! C’è gente che non ci vuole proprio salire perché sennò non arriva più dove deve arrivare… li sento alle fermate:

<<Gua’! Ecco l’8!>>

<<Ma è ir nero or rosso?>>

<<De il nero! C’è scritto 8N…>>

<<Vai allora aspetto l’Uno, sinnò ci dovento nonna sull’8 nero!>>

<<Dice c’è uno che c’è montato e ull’hanno più ritrovato!>>

<<De! Tanto settuvvòi fa ‘n giro peta perischerzo!>>

Quindi io l’8 nero lo faccio passare alla svelta e mi scuso, non vorrei che l’autista non arrivasse a casa a cena a tempo…

Riparto sulla mia bicicletta e mi guardo un po’ di Natale in città.

Ecco due operai che lavorano alacremente a sturare una fognatura. Bravi!

Ecco un vigilino che controlla se le macchine hanno messo il bigliettino del parchimetro. …Mmmm…

Ecco una vecchietta che esce dalla pettinatrice con i capelli viola e fonati! Brava!

Ecco un gruppo di giovani che parlano e ridono col bicchiere di vino in mano davanti all’enoteca di Ilio! Bravi!

Poi ecco che arrivo nel centro e c’è la piazza principale grande a rettangolo, col suo palazzone della provincia e le baracchine dei Mercatini di Natale! Giro intorno alla fontana che c’è in mezzo e mi vedo le baracchine!

C’è tanta gente che pare correre da tutte le parti! Dove vanno? Di corsa sempre!

Alcuni hanno le mani piene di sacchetti con dentro i pacchetti dei regali… qualcuno sembra un dog sitter di regali! Con sei o sette sacchetti per mano! Come se avesse dei cagnolini che non tirano, stanno buoni… ma alla fine non lo considerano nemmeno. I sacchetti pieni dei dog sitter dei regali (sei o sette per mano!) sono come dei canetti irriconoscenti per chi li porta in giro. Pronti a cambiare mano o padrone. Sono canetti infedeli!

Schivo la gente dalla mia bicicletta e giro in tondo un paio di volte per vedere cosa c’è nelle baracchine del Mercatino:… prosciutto di cinta senese… taglieri di legno d’ulivo… Ecco! Una baracchina di addobbi! … di gesso e cristallo decorati a mano o col decoupage… poi miele biologico… tessuti e lane per uncinetti… Yeee! Cioccolata calda!… al peperoncino, alla menta, allo zenzero?… Thè e tisane sgonfianti… coccetti profumati a forma di animale… lampadari di vetro… vasi di creta… guanti di lana… kashmir…

Non ci capisco molto…

So solo che ora ho caldo dopo due giri. Mi fermo e respiro forte. Sento l’aroma dolce e aspro degli alberelli che contornano la piazza.

Ma non sento musichine natalizie, non sento odore di dolci e brigidini e non vedo lo zucchero filato e quello che dà il vin brulé e le arrostite.

Però l’aroma degli alberi è buono. Ma quello c’è anche a Pasqua e a Ferragosto…

Fa troppo caldo e non esce neanche il fumo dalla bocca. Per me è meglio, ché devo dormire all’aria!

Ma forse per i bambini che aspettano un anno per il Natale… forse è peggio… Ci vorrebbe la neve! La città più bianca e più bella!

Invece è umida e nei mercatini non ci sono dolci per bambini… Però ci sono i regali dei loro dog sitter, quindi alla fine sarà un bel Natale anche per loro che sono piccoli e lo aspettano da un anno!

Riparto. La gente mulina le gambe per le vie. Sento le frasi al volo perché vanno troppo forte… a casa… ai negozi… a comprare cose… Roba da mangiare anche!

Ecco una cosa bella dei miei Natali! Il pranzo del 25 alla Mensa dei poveri! Domani ci ritroviamo tutti lì, con le signore gentili vestite di bianco come infermiere che ci portano tutte le cose buone del Natale!… i crostini (verde, rosso e coi fegatini)… i tortellini in brodo… il cappone lesso e l’arista con le patate… il panettone e lo schiumante alla fine!

Noi che non abbiamo casa e che qualcuno non sta tanto bene di testa, ci si mette tutti insieme.

Poi c’è il tavolo degli sfrattati… poi quello dei neri che arrivano dalle guerre… poi quello dei ciechi e di quelli in carrozzina che non sono con le loro famiglie… Poi ci sono tanti vecchi sparsi in qua e là…Ma il nostro tavolo è proprio bello! Forse il più bello! E’ una tavolata!

Ci sono io.

C’è Vinicio che ogni tanto sputa in terra come i cinesi!

C’è Giovanna la Matta che s’è lavata nuda nella fontana della Stazione (… è vero… l’ho vista e ho accelerato con la mia bicicletta perché mi vergognavo…) perché poi deve tornare al casino (lo dice lei, ma i casini sono chiusi dalla guerra…).

C’è Cutolo che è uno che va sulla bicicletta come me! Ma lui va piano e non gliene importa se ferma il traffico. E’ sempre un po’ silenzioso e fuma. Pare che non mangi mai. Però beve.

C’è il Noberini che anche lui è già ubriaco all’inizio del pranzo e ci declama l’ultima poesia che ha scritto. Però poi si scorda sempre la fine e allora lo pigliamo in giro. Quel rincotto!

C’è l’Ingegnere con accanto il suo carrello della spesa, con dentro tutte le sue cose. La gente crede che sia un barbone matto e basta… lo vedono che fruga nei cassonetti… ma invece lui è l’Ingegnere e sta facendo una statistica delle cose che la gente butta via. Quando lo incrocio dalla mia bicicletta spesso vedo che scuote la testa…

C’è a metà tavolo la MammaFranca con la pelliccia finta… poveraccia… aveva i soldi e i negozi ma poi è fallita. Il suo figliolo gli ha portato via tutto e è andato in Sudamerica con una fidanzata giovane!

C’è il Filippo Bellissima col megafono e con il borsone dove ci sono le regole e i consigli per i politici!

C’è più in fondo in fondo la Izzeri che discute e urla con chiunque passi da lì!

Poi su uno sgabellone bello alto c’è Mariolino, ché l’hanno buttato fuori dal ricovero e non ha trovato più un circo che gli facesse fare il Nano…

A capo tavola infine c’è la Ciucia con il suo grembiule e i capelli raccolti in una pezzola a quadri…la Ciucia che, anni e anni fa, quando il re venne in città, salì sul palco gli strizzò una guancia e gli disse: <<De! Bada vi che bèr baffino!>>

Che bella tavolata lunga! Si ride e si mangia e siamo tanti e variegati come un gelato… pare quasi che la nostra tavola parta dall’oggi e finisca nel passato.

Parte a colori e finisce in bianco e nero, come i nostri ricordi di tanti Natali e come i televisori che c’erano quando ero piccolo. In bianco e nero e con la manopola dei canali. E tre bottoni da schiacciare ché bastavano!

… riprendo il filo della giornata a pedalare e riparto! C’era un’altra volta l’8 nero dietro! Deve essere sempre lo stesso di prima che continua il giro…

Dalla mia bicicletta ora guardo il lungo mare illuminato dai lampioni. Anche qui il Natale quasi non si vede. Tira lo scirocco e senti proprio l’umido che vola per aria.

Lucine zero. Ci sono solo le luci dei lampioni, che sono belle eh!…ma servono solo per illuminare non per fare festa.

Forse perché sul mare a Natale non c’è nessuno perché non ci sono i negozi.

C’è la farmacia, ma nemmeno a un vecchietto si regalano le pasticche per Natale!

C’è il panaio, ma a quest’ora è chiuso.

Il Prosciuttaio che fa i panini, però tutto l’anno.

Un paio di pizzerie che aspettano i clienti.

Il negozio che vende i baconi, i bibi e i coreani per pescare. E si pesca tutto l’anno.

Il mare forse ha una stagione sola, non c’è bisogno di lucine a Natale. Lo scirocco ormai tira sempre… caldo d’estate… tiepido d’inverno…

Dalla mia bicicletta vado a vedere quella pozzanghera nera infinita da vicino, sulla Terrazza che ci arriva in mezzo. E’ buio e il mare non si distingue neanche un po’ rispetto al cielo. Oggi che è nuvoloso non si vedono nemmeno le stelle. Mare e cielo sono tutti attaccati a Natale, in città.

Passo accanto all’Acquario. Che è chiuso. E buio anche lui.

Non sono furbi questi qui dell’Acquario, se lo tenessero aperto scommetto che la gente verrebbe a frotte sul mare! I bambini vogliono sempre andare all’acquario! Io ci andavo tutte le domeniche e sapevo i pesci a mente! Poi il babbo è andato a cercarli da vicino, i pesci… e allora basta acquario la domenica.

Da quel giorno sono quasi finite tutte le domeniche! E’ per questo che io tutti gli anni cerco il Natale in città. Perché mi sembra anche un po’ domenica. Una domenica lunga!

Ricomincio a pedalare dal cielomare tuttattaccato che non si vede più dalla Terrazza e vado a cento all’ora con la mia bicicletta sul viale vuoto per ritornare nel centro. Ché s’è fatta un’ora e quasi quasi vado a casa!

Casa dolce casa! Home sweet home (un po’ d’inglese me l’hanno fatto fare a scuola…)!

Non è un attico o un appartamento di quelli esagerati, ma per me c’è tutto: il posto per la mia bicicletta accanto al materasso ortopedico; un pannello di eternite che mi ripara ben bene dalle infiltrazioni d’acqua del ponte che mi fa da tetto; tre lamiere ondulate che ho tinto di verde, due come pareti per tapparmi dal vento che viene giù dalle montagne e una che divide il mio spazio in un lato notte più cucinotto e in un lato cesso (rivolto verso il fiume che scorre in fondo alla scarpata).

La mia casa è sotto il ponte Gorizia, che hanno costruito anni e anni fa sul Canal Freddone, il fiume che taglia in due la periferia della città e viene giù dalle altissime montagne che fanno paura anche di notte.

Sono montagne bianche e ripide d’estate e anche ora d’inverno. Non hanno alberi ma solo rocce a picco.

Lì la neve c’è, ma i bambini non ce li portano neanche a Natale.

Lì il freddo c’è, anche con lo scirocco. Perché quell’umido di quaggiù, lì si ghiaccia e brilla alla luna.

E quel ghiaccio diventa aria che corre a volte forte insieme al fiume, nel Canal Freddone… ma io ho le pareti di lamiera e quando mi infilo sotto le coperte sul materasso ortopedico faccio delle belle dormite!

Mi sogno le stelle che non vedo per l’eternite e il ponte che sta sopra… quindi alla fine le vedo tutte le notti! Col sereno e col nuvolo!

Il ponte Gorizia è un bel posto dove vivere, anche se a volte ci sono delle brutte giornate…perché c’è gente che viene fin qui e si butta giù.

Si vede che vuol sentire il gelo che ti arriva avvicinandosi al fiume sempre più veloci…

Si vede che non ce la fa più a correre dietro a regali, bambini, donne, uomini, cani…

Si vede che è stanca di vedersi tutti i giorni allo specchio…

… o magari non hanno una casa piccola e bella come la mia!

Prego Gesubbambino, che nasce fra poco, che in questi giorni vada tutto bene.

Che in questi giorni non venga svegliato da sirene e luci blu e voci.

Che non vengano giù da me i poliziotti per chiedermi cose che non so.

Che non venga, poi dopo, l’assistente sociale che i poliziotti hanno avvertito… per me… per niente.

… come se mi volessi buttare giù io… dovrebbero andare da quelle persone che non ce la fanno più a correre e non hanno una casa piccola e bella come la mia!.

Non da me.

Anche per questo prego Gesubbambino.

<<Oh Massi! Ci sei?>>

E’ Jago, il mio amico che ogni tanto viene a trovarmi e mi porta cose. L’altro giorno scese sotto il ponte Gorizia con un attaccapanni! Bello!

Quest’estate con un cappotto di lana cotta che uso ora d’inverno! Bello bello!

E poi fornellini a gasbutano, tordelli al sugo e panzanelle, giornali della settimana prima, una maglia dell’Inter, mutande pulite, una gallina (mangiata la sera stessa), sigarette, e tutti questi generi di robe che per me sono importanti!

Eccolo che è sceso! Ha anche il cappello rosso col pon pon! E’ festa allora!

<<Buon Natalo Massi. T’ho portato una cosa che tu l’apprezzera’, a lo so: el vin che ho fatto nell’ultima vendemmia con Vecchjo e Stefanin! Si chiama Tarapasso! Abbiam comprato l’uva a Viterbo ma l’anno ch’ivven faremo tutto con l’uva di qua…cuscì rimane tutto fra no’ altri in famighja…>>

Mi passa una bottiglia scura con un tappo di plastica da schiumante.

<<Sta’ atento al tappo ch’ imm’è partito in cucina l’altra notta e ho trovato il maro de vin inz’el terén>>

Mi fa ridere Jago, alto magro e elegante che pare un moschettiere!

<<Oh Massi…stabbravo e salutame il fantin…>>

E se ne va. Jago. Il mio amico.

E’ Natale proprio, ora! Con il Tarapasso la festa può iniziare…

Con Gesubbambino che nasce una volta all’anno…

Con le lucine della città come uccellini sul filo…come lampare nelle pozzanghere…

Con la gente che corre dietro ai regali e non vede… non guarda…

Con i Mercatini che non vendono…

Con il lungo mare spopolato…

Con l’8 nero che deve ancora finire il suo giro…

I monti con la neve che mi fanno arrivare il freddo…

…e io che mi riparo, dormo e sogno le stelle!

E intanto questo aperitivo per aspettare il pranzo che mangerò fra poco…

<<Beevoo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice… anche se poi voomitoo!

Beevooo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice... anche se poi voomitoo!>>

Buono il Tarapasso… asprino come questa vita, come le rocce, come lo scirocco, come il cielomare tuttattaccato, come i dog sitter dei regali, come il vento nel Canal Freddone, come le anime di chi cade giù, come la lamiera arrugginita sulla mia bicicletta…

Buono il Tarapasso… asprino, iniziato e già finito.

<<Buona notte e buon compleanno Gesubbambino… stabbravo anche te…>>.”

M.

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Natale alle vele

21 Dicembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #unasettimanamagica

Natale alle vele

Luisella apre gli occhi, se li stropiccia.

Cos’è quella lucina intermittente che rompe il buio attraverso i vetri?

I gemelli dormono ancora, il respiro è pesante. Prende uno straccio dal comodino e asciuga dal mento di Pinuccio il rivolo di bava che ha inumidito il cuscino. Poi allunga una mano attraverso il suo corpo e afferra la vecchia sveglia: le sei, è ora di alzarsi. Scavalca a fatica il corpo di Giannino e con un sospiro cerca di mettere le gambe gonfie di vene bluastre giù dal letto. “Comme so’ cresciute ‘sti criature”, bisbiglia, “n’ato poco e nun ce trasimmo cchiù int’ a ‘sto lietto tutte e ttre”.

Un gesto automatico, preme l’interruttore, ma la luce non si accende: “Ah…” Sospira. Guarda le bollette sul tavolo di formica, scadute. Sospira ancora, non sa quando potrà pagarle.

Accende la candela. Strusciando le ciabatte, si accosta ai vetri; le lucine continuano a creare piccoli bagliori alternati: un filo di minuscole lampadine colorate dondola appeso ai pilastri del pianerottolo. Qualcuno si è ricordato che domani è Natale e ha voluto mettere un segnale anche in quell’inferno.

È presto, ma la giornata si presenta già cupa, gonfia di pioggia che batte e ricade sui ballatoi interni, schizzando ovunque e lasciando pantani d’acqua nerastra.

Pensa al suo vicolo, Luisella, agli odori acuti che si spargevano nell’aria nei giorni di festa, alla voce del venditore di pesce, con il bancone pieno zeppo di capitoni, lupini, vongole e cozze profumate di mare. E agli effluvi di aceto delle papaccelle che traboccavano dagli scaffali del baccalaiuolo.

Ha vissuto a lungo in quel vicolo, Luisella, con occhi inariditi e incendiati da lacrime, ma anche brillanti di una gaiezza maliziosa e misteriosa; uno di quei vicoli dove i “bassi” neri e miseri possiedono angoli illuminati da brandelli di sole; dove nelle notti d’estate un coro di fiati striscia lieve lungo i muri scrostati e anneriti dei vecchi palazzi e avvolge i corpi sudati abbandonati nel sonno.

Lì, in quel budello scuro e umido, la gioia e il dolore, la salute e la malattia, la pietà e la ferocia, sono voci così confuse tra loro, che non riesci più a distinguere bene e male, fortuna e sventura. La strada è casa, e la gente, onda del mare, quel mare che da lontano regala il salmastro a bruciare la pelle.

È stata felice in quel tempo, senza saperlo, abbandonata ai sogni di una giovinezza aspra che lievemente scivolava nella maturità.

Bastava poco, qualche metro di strada e si trovava in Via Toledo: colori, traffico delle automobili, negozi con le vetrine che invogliavano agli acquisti, l’afflusso dei suonatori ambulanti, il susseguirsi dei manifesti pubblicitari sui muri degli storici palazzi d’epoca e la folla vociante che sembrava sempre in festa.

Ora vive un altro mondo.

La candela si è spenta, prende un altro fiammifero e la riaccende, versa un po’ di cera in un piattino sbrecciato e vi poggia il moccolo quasi consumato. Si prepara il caffè nella moka annerita; lo fa lungo, il barattolo è quasi vuoto. Poi si siede accanto alla finestra, le ombre della notte si stanno diradando, qualche striscia bianca attraversa il cielo livido; ne intravede qualche spicchio tra i pilastri del ballatoio. È lo stesso cielo che la luna illuminava nel vicolo, quando, dalla finestrella della sua casa a pianterreno guardava in alto nelle sere d’inverno. Ora non guarda più in alto. Sorseggia piano la bevanda marroncina e amara. Zucchero ce n’è poco, serve per il latte dei gemelli.

Prima di uscire, dà uno sguardo a quelle due sagome immobili: dormono, sa che non si sveglieranno ancora per molte ore, rimbocca le coperte e stira con le mani la piega del ruvido lenzuolo di canapa, macchiato di ruggine.

Percorre il ballatoio, discende le ripide scale a cielo aperto, gli ascensori guasti sono ormai depositi di rifiuti; schizzi di pioggia passano attraverso i buchi del vecchio ombrello con le stecche che spuntano fuori; attraversa scheletri di giardini, passa in fretta davanti ad androni bui e scuri, schivando le “stanze del buco” e pilastri come mostri di cemento. Cento anni sulle spalle, ricordi sbrindellati negli occhi spenti, il peso di un corpo sfatto dai parti e dalla fatica.

Ha sposato il suo Salvatore, una vita fa: “Andiamo a vivere in un quartiere nuovo”, le aveva detto lui, “avremo una casa tutta nostra, con balconi e giardini per i bambini, niente più bassi, niente più vicoli stretti e scuri”. Ed era partita, ancora vestita da sposa, coi barattoli di latta che rotolavano dietro alla macchina che correva verso un infinito sconosciuto.

Ha avuto cinque figli. Tre sono morti nei primi anni di vita, sono sopravvissuti solo i gemelli, due esserini col corpo molle e la testa ciondolante. E a Salvatore è scoppiato il cuore, l’ha lasciata sola in quello strano quartiere nuovo, Le Vele, un nome che ricorda il mare, ma che del mare non ha neanche gli abissi più profondi.

Cammina per Viale della Resistenza, la strada è ancora mezza vuota, sta attenta a non calpestare cocci di vetro e siringhe sparse tra i residui d’erba inaridita.

Un tempo aveva un lavoro, Luisella, per anni si è spezzata la schiena sui pavimenti delle case dei signori al Vomero e sulle scale di uffici e cliniche. I gemelli glieli guardava l’anziana madre; poi la vecchia è morta, e lei ha dovuto abbandonare quelle attività faticose ma che le davano da vivere. Ora si arrangia col sussidio del patronato e con i pochi spiccioli che guadagna facendo la sirengaia. Ogni mattina gira per il quartiere a fare iniezioni, cinque euro ognuna, ma l’aiutano ad andare avanti e a far da mangiare a quei poveri disgraziati dei figli suoi.

Persa nei pensieri, non si accorge di essere arrivata alla prima Vela di via Labriola, la sorpassa, poi torna indietro. Arranca per le scale, ogni tanto si ferma per prendere fiato, tossisce.

All’ultimo piano, sul ballatoio uguale al suo, si somigliano tutti quelli dei mostri di cemento a Scampia, suona il campanello della prima porta. Apre Concetta, un donnone di un metro e ottanta, non ha ancora quarant’anni ma se li porta male, come tutti quelli che non hanno mai avuto tempo né voglia per la spensieratezza: i capelli striati di grigio, il corpo già sfatto, il doppio mento e un reticolo di rughe attorno agli occhi e alle labbra:

Uè, Luisè, hai fatto tardi. Lo sai che la signora mia s’incazza se non arrivo puntuale”.

Fa lo stesso lavoro che un tempo faceva lei, va a servizio, e guadagna bene perché i suoi padroni sono ricchi e generosi. Luisella entra in cucina, sulla credenza, un piccolo albero di Natale. È da un tempo infinito che lei non lo fa più, da quando Salvatore se n’è andato, in quella torrida notte d’estate:“Tanto i gemelli neanche se ne accorgono”, pensa.

Apre lo scatolo dei medicinali già pronto sul tavolo, prende una fiala, la sbatte un po’, poi la spezza e riempie la siringa, controlla che non ci sia aria e con un batuffolo di ovatta imbevuto di alcool in una mano, si gira verso Concetta. La donna è già pronta, la natica bianca e molliccia scoperta. Un attimo, qualche secondo e tutto è finito.

Sì sempe brava, Luisè, tieni ‘na mano ch’è ‘na piuma. Manco me ne accorgo quanno butti l’ago int’a coscia.” Luisella sorride, piccole soddisfazioni.

Concetta apre il borsellino, prende cinque euro e glieli mette in mano, poi ne prende altri cinque e dice: “Questi sono per Natale, accatta qualcosa per le creature”. Le “creature” hanno quasi vent’anni, ma nessuno se ne ricorda, e neanche lei.

“E questo è per te”, aggiunge, prendendo un panettone dalla credenza. Luisella arrossisce, ringrazia, ed esce a testa bassa.

Nello stesso edificio, tre piani più sotto, c’è ‘o scugnato, sessant’ anni, magro, basso, senza neanche un dente, il viso scavato e la bocca che sembra una ferita. Ha la bronchite da un mese e non può portare il pane casa per casa come fa di solito. Ex carcerato, è uscito dal “giro”, si arrangia, fa il garzone per il fornaio e, quando serve, aiuta l’unico pizzaiolo del rione. Vive con una sorella zitella che fa la bidella nella scuola elementare. È tifoso della Juventus, e per questo ha anche abbuscato più di una volta dagli ultras del Napoli.

Anche da lui Luisella si sbriga in fretta: fa l’iniezione e scappa via; le dispiace un po’ prendere i cinque euro da ‘o scugnato, ma poi pensa che la sorella guadagna bene e che lei non può proprio permettersi di rinunciare a quei pochi spiccioli.

Fa ancora un giro nell’edificio accanto, compra le verdure per i gemelli e poi ritorna verso casa. Le gambe le fanno male, se le trascina a fatica. Ha smesso di piovere ma si è alzato un forte vento che solleva foglie secche e cartacce sporche.

Sul ballatoio di casa viene avvolta da un forte odore di fritto: “Ninuccia sta preparando il pranzo della vigilia”, pensa e sospira. Per lei sono solo lontani ricordi.

I gemelli dormono ancora. Si accosta al letto e li sveglia con una carezza, poi li scopre, hanno il pannolone fradicio di urina; il fetore invade la stanza. Li lava, li cambia e poi, uno alla volta, se li carica sulle spalle e li sistema sul seggiolone. Apre la finestra per far passare un po’ d’aria ma un colpo di vento la fa sbattere e un vetro si rompe. “E addò ‘o trovo mò, a Natale, uno che me lo acconcia?” Cerca un pezzo di cartone e prova a rattoppare il buco. Raccoglie i frantumi sul pavimento, i gemelli brontolano, hanno fame, emettono suoni rauchi e si sbavano schioccando la lingua.

Riscalda il latte, vi scioglie dei biscotti e uno alla volta, li imbocca, mentre loro sbattono le mani a pugno sul ripiano del seggiolone. Li sistema davanti al vecchio televisore, poi si ricorda che non funziona perché non c’è la luce e allora dà loro dei pezzi di carta da tagliuzzare, è il loro passatempo preferito; lei, alla luce della mezza finestra, si siede a rammendare.

Fa buio presto d’inverno, e le ore passano veloci.

E’ già sera, prepara il passato di verdure per i gemelli e poi li mette a letto.

Lei non può guardare neanche un po’ di tv, ma pensa che intanto i programmi natalizi le mettono tristezza. Sbocconcella una fetta di panettone, è la sua cena. Fa freddo, dalla porta e dalla finestra rattoppata di cartone entrano spifferi d’aria gelida. La fiammella della candela oscilla. Non funziona neanche la stufetta. E allora pensa di accendere tutti i fuochi del gas e anche il forno, che lascia aperto: faranno un po’ di luce e un po’ di calore.

Si spoglia, infila la camicia di flanella, mette le calze di lana e si sdraia in mezzo ai gemelli. Li tira accanto a sé, così stretti sentiranno meno freddo.

Chiude gli occhi, le sembra che le pareti si stringano; intravede un azzurro lontano, ma è solo un ricordo atroce vicino ai bagliori rossastri delle fiammelle che ardono nella stanza; i muri si accostano sempre di più, formano un pozzo viscido e nero, vede, al di sopra del soffitto, la notte e lo strazio che imperversa fuori. È talmente stanca che vorrebbe che il corpo sprofondasse. I ricordi si affollano brucianti, ma non scaldano. Un colpo di vento più forte, il cartone si stacca dal vetro, i fuochi si spengono. Non se ne accorge, la mente sta viaggiando; passa dal nero cupo al giallo di un sole lontano, dall’angoscia mortale ad una gioia folle, troppo grande da contenere. Come pesano gli occhi! Cerca di aprirli, intravede le pareti che schiacciano, ma ora si sente leggera, vola, oltre i muri, oltre i ballatoi puzzolenti, con i suoi gemelli per mano. Forse domani sarà tutto come ieri, forse i fuochi che vanno in cenere diventeranno sole.

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Il nostro nuovo forum, più un piccolo inedito.

20 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #redazione, #unasettimanamagica, #poli patrizia, #racconto

Il nostro nuovo forum, più un piccolo inedito.

Salve a tutti dalla Redazione e da me che sono l'amministratrice del blog

Vi segnaliamo l'apertura di un nuovo forum, collegato a questo sito.

Potete iscrivervi, partecipare alle discussioni o crearne di nuove. Gli argomenti trattati saranno attinenti ai post del blog ma non solo.

In questo periodo non potevano mancare alcune riflessioni sul #Natale.

Come sarà il vostro? Deprimente, economico, da disoccupati, allegro, solitario, religioso, ateo? Siete allergici alle feste o vi fate contagiare dalla corsa ai regali e dalla magia del vecchietto con le renne? Avete già pensato al menù e a chi invitare? Preferite il presepe o l'albero? Il panettone o il pandoro?

Raccontatecelo, aspettiamo i vostri contributi. I più interessanti saranno pubblicati sul blog.

A noi di signoradifiltri piace immaginare un Natale semplice ma ricco di valori e di atmosfera, senza centri commerciali e file alle casse ma con il buon odore del muschio e delle pigne, con il calore di un ciocco che scoppietta in un camino a illuminare le facce di bambini felici per cose piccole piccole.

Avendo deciso di dedicare la settimana ad argomenti che, appunto, richiamano il Natale - con il nostro mitico hastag #unasettimanamagica - ho pensato anch'io di proporvi un piccolo brano tratto da un inedito che sto scrivendo. Eccolo:

"Ha chiesto di voltare il letto, Loris, non gli interessa più l’albero che sua madre ha finito di addobbare meglio che ha potuto. Lei ha fatto l’albero di Natale come fa tutte le cose, senza passione e per dovere. E lui non lo vuole vedere, preferisce il cielo lattiginoso di queste giornate corte, le cime degli alberi che si muovono nel vento. Gli piacerebbe che fosse già estate, poter scendere al mare, immergerci le caviglie. Ora sa che non sarà più possibile, l’ha capito dal dolore che gli mozza il respiro e si fa sempre più insopportabile soprattutto la notte. E l’ha capito da tante piccole cose, dagli occhi di mamma, dal pomo di Adamo di babbo che va su e giù, dalla mano di Zia Rosi che lo accarezza in silenzio. Il suo corpo rifiuta il cibo, lo stomaco rigurgita, di tornare a scuola non se ne parla più.

Loris prova a immaginare come sarà da morto ma non ci riesce. Pensa che ritroverà il nonno ma non ne è poi tanto sicuro. Vorrebbe chiedere aiuto a mamma e babbo, vorrebbe che non fosse proibito parlare di morte. Sarebbe un conforto, si sentirebbe meno solo, meno spaventato. È come affrontare un esame e non poterlo dire a nessuno, non poter dire ad un amico o alla famiglia, ehi, sai, domani ho l’esame di storia e me la faccio sotto perché non sono preparato. Lui non è preparato a morire. Ha paura che il dolore sia fortissimo, ha paura di soffocare, ha paura di rimanere solo e sperduto chissà dove. E non vuole rinunciare alla vita, nemmeno a questa vita. Anche da lì, anche dal riquadro della finestra vede grandi gazze bianche e nere saltare sull’orlo sbreccato del muro, vede la grandine rimbalzare in chicchi bianchi sul davanzale, vede le cime dei pini, delle tamerici e dei quercioli che si piegano nel vento, e, soprattutto, sente il rumore del mare. Non può vederlo ma sa che c’è, basta aprire la finestra ed arriva un salmastro salato ad intridere le coperte, i capelli, a sporcare i vetri. Non lo vede ma sa immaginarne tutte le sfumature, il celeste chiaro dei giorni belli, il fango della tempesta, il blu cobalto delle sere invernali al tramonto con qualche nuvolone nero in controluce. E le onde, piccole, grandi, fragorose, con le creste bianche e spumeggianti, a seconda se tira vento di libeccio o di scirocco o se, invece, c’è la tramontana che spiana l’acqua e la trasforma in un cristallo di rocca. Loris vuole rimanere vivo solo perché c’è il mare, lì a due passi, e un mondo dove c’è una cosa così bella non si può lasciare. E poi c’è Bingo, arrotolato accanto a lui, col suo pelo arancione, gli occhi gialli che capiscono, le orecchie dritte che ascoltano. Non vuole lasciarlo, non vuole che si senta abbandonato, che stia male come lui adesso sta male per il nonno.

Muove le mani abbastanza bene ancora ed è sempre stato bravo a costruire. Sta ritagliando un pezzo di cartoncino per farci la capanna. In casa non si è mai fatto il presepe, babbo e mamma non credono in Dio. Ma lui vuole la capannuccia, vuole il bue, l’asinello, Gesù. Li ha disegnati su un foglio bianco, li ha colorati e vuole incollarli dritti. Prende in mano la figurina del bambinello dentro la mangiatoia. È contento di come ha saputo disegnarla. La maestra lo ha sempre elogiato per i suoi schizzi. La tiene in mano fra pollice ed indice, tiene in mano Dio fra pollice ed indice. Un Dio fatto di carta da disegno.

“Fammi guarire, Gesù. Gesù, tu puoi, ti prego, ti prego, ti prego.”

“Cosa stai facendo, Loris?”

“Il presepe, qui non c’è mai stato.”

“Potevi chiedere.”

“Avete sempre detto che Dio non esiste. Ma a me ora serve.”

Suo padre si siede accanto al letto. “Loris io lo so che… che hai paura.”

Loris alza la testa, il cartone gli scivola dalle mani, la tempera macchia di verde il lenzuolo. È la prima volta che suo padre ammette una cosa del genere. E ora che sono al bivio, Loris non sa cosa dire. “Questo è il muro di dietro della capanna e quello è il tetto.” Poi le lacrime traboccano.

Francesco si china sui di lui, lo abbraccia come dovrebbe abbracciarlo la mamma, lo stringe forte. “Ti voglio bene, Loris, porca miseria, te ne voglio tanto e scusami se non te lo dico sempre, ad ogni minuto.”

Loris adesso singhiozza. “Babbo, non voglio morire, aiutami!”

“No, no… non pianger amore mio, ti aiuto io, ti accompagno, sono con te, ne parliamo se vuoi.”

Loris tira su col naso. “Sì, babbo, voglio che ne parliamo. Non lo diciamo alla mamma, però, è il nostro segreto.”

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