poli patrizia
Piero Paniccia, "Chernobylondon"
Chernobylondon
Piero Paniccia
Edizioni del Faro, 2012
Pp 338
15,00
Non si fa notare per lo stile, che è corretto, lineare, documentaristico - seppure viziato da un uso non sintattico né ritmico bensì personale della punteggiatura - ma piuttosto per il contenuto, Chernobylondon di Piero Paniccia.
La storia ha come protagonista una famiglia italiana che vede intrecciarsi il suo destino con quello di un’altra famiglia bielorussa. Al centro di tutto, al nucleo della vicenda è proprio il caso di dirlo, c’è il disastro di Chernobyl.
“Mia madre, quando venne la prima volta in Italia e conobbe mio padre, era venuta come accompagnatrice dei bambini bielorussi, che avevano sofferto per le radiazioni conseguenti il disastro di Chernobyl. Lo sai cos’è Chernobyl, no? Ora tu pensa: grazie a quel disastro sono nato io. Se tanta gente non avesse sofferto, io non sarei mai nato, ci pensi?” (pag 284)
È a causa di Chernobyl se Alessandro e Natasha s’incontrano in Italia, si amano e mettono al mondo Yuri. Natasha è un’accompagnatrice di bambini contaminati dalle radiazioni, accolti in Italia per una vacanza disintossicante. A Senigallia incontra Alessandro, del quale s’innamora e che sposa, facendo conoscere a lui e a tutta la sua famiglia la città di Minsk, spalancando le porte di un mondo fino ad allora sconosciuto, quello della Bielorussia.
Il racconto è costruito in modo volutamente spiazzante, con flash back, avanzamenti e ritorni al passato, incursioni nei ricordi di entrambe le famiglie. La storia copre un arco temporale che va dal giorno in cui si ebbe per la prima volta sentore del disastro, nell’aprile del 1986, a un futuro 2040 con scenari da fantapolitica. I blocchi di contenuto sono essenzialmente tre: il disastro di Chernobyl e le sue conseguenze sulla salute, la scherma di cui diventeranno campioni Yuri e suo cugino Mirco, la Bielorussia.
L’ombra della radioattività aleggia su tutto il racconto, dal titolo fino alla tragica conclusione. Yuri nasce “a causa di” Chernobyl ma a essere contaminato non è lui bensì suo cugino. Mirco si ammalerà di leucemia e sarà proprio Yuri, nato da Chernobyl, a salvarlo donandogli il suo midollo. E tuttavia, per una vita che si salva, ce ne sarà una da restituire alla fine del romanzo, per la felicità ricevuta, qualcuno comunque dovrà pagare.
Attorno all’atomo si svolge il racconto, dal disastro fino agli studi di fisica nucleare ai quali Yuri si dedicherà da adulto, grazie all’amore per Felicia. L’utilizzo della fusione fredda porterà, nel 2040, alla sostituzione di tutte le centrali con nuovi impianti puliti.
Il secondo blocco è costituito dalla scherma. Questa passione attraversa tutto il romanzo, dai primi contatti dei due cugini con le palestre e gli insegnanti, fino alle medaglie conquistate nelle Olimpiadi di Londra del 2012 che, quando il libro è stato scritto, ricordiamo, ancora non si erano svolte. S’intuisce l’amore del Paniccia per questo sport, e la sua competenza, al punto che il libro è stato presentato nell’ambito dei festeggiamenti per Valentina Vezzali, jesina come l’autore e medaglia d’oro olimpica. Nell’incontro finale, descritto minuto per minuto, punto per punto, luce verde per luce rossa, fra Yuri - che il destino beffardo ha portato a gareggiare sotto la bandiera bielorussa - e suo cugino Mirco, rappresentante l’Italia, si può per contrasto evidenziare la nascente amicizia di due nazioni.
E qui giungiamo al terzo - e secondo noi al migliore - dei tre nuclei di contenuto: la Bielorussia. Nessuno, prima di Paniccia, ci aveva descritto la vita in quella nazione con tanti particolari, con così grande e affettuosa partecipazione. Scopriamo boschi di alti alberi frondosi e cespugli di bacche succose, automobili come la Lada Zighuli, cibi e profumi, ma anche la burocrazia arcigna e pachidermica, aggirabile con un cesto di leccornie ben confezionato, la corruzione, il retaggio di poca democrazia e il vuoto lasciato dell’ex Unione Sovietica. Scopriamo anche pagine nere e sconosciute della storia europea, come l’eccidio di Kathyn, evento controverso, orribile massacro di cui Paniccia attribuisce la totale responsabilità ai nazisti ma che gli storici hanno rivelato essere stata opera dei sovietici.
L’interrogativo esistenziale, che accompagnerà il protagonista Yuri Mancini per l’intero romanzo, è se anche da una sciagura come quella di Chernobyl possa scaturire il bene, se sia lecito sentirsi felici in conseguenza di una disgrazia, se non si debba ricompensare il destino che ci ha regalato gioia traendola dal male.
“Maledetta Chernobyl, disse nostro nonno quando nacqui io, credendo che fossi stato ricoverato in ospedale per colpa delle radiazioni. Lui pensava che mia madre fosse stata contaminata. Così mi hanno raccontato più volte mio padre e mia madre. Nel mio caso, invece, Chernobyl non c’entrava niente. Ma oggi Chernobyl mi sta presentando il conto. Prima mi ha fatto nascere. Perché è inutile nasconderlo: io sono nato grazie a Chernobyl e non lo dimentico. Ora la maledetta Chernobyl si vendica; mi sta portando via una delle cose più care che abbia mai avuto.” (pag 315)
Intorno a tutto, avvolgente e rassicurante, pronta a sostenere e consolare i due cugini, c’è la famiglia, sia quella italiana che quella bielorussa, formata da genitori, nonni e zii, da persone oneste, capaci di strappare un sorriso e asciugare una lacrima con un semplice gesto pieno di amore come la preparazione di una teglia di lasagne, la stessa che l’autore vuole immortalata sul suo sito.
Alla fine questo romanzo con molte anime non sempre amalgamate fra loro si congeda da noi con una nota metanarrativa.
“Forse è giusto così, mica un autore può seguire una storia all’infinito. A un certo punto, quando ha detto quello che si sentiva di dire, la smette. Poi l’autore può lasciare la storia aperta o chiusa, non ha importanza. Questa credo che possa essere una prerogativa. Mica lo obbliga qualcuno. Saranno poi i suoi lettori a giudicare se per quella storia fosse la giusta fine” (pag 325)
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CriticaLetteraria: Piero Paniccia , "Chernobylondon"
Non si fa notare per lo stile, che è corretto, lineare, documentaristico - seppure viziato da un uso non sintattico né ritmico bensì personale della punteggiatura - ma piuttosto per il contenuto...
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Rai Eri: la televisione da leggere
Chi ha una nonna con il grembialetto come armatura e il mestolo brandito a mo’ di spada, si sarà forse accorto che il leggendario Artusi è stato sostituito ormai ai fornelli dai libri de La prova del cuoco, a marchio Eri Rai. Eri è il marchio editoriale con il quale la Rai pubblica libri, riviste e prodotti multimediali connessi con la sua programmazione, sfornando una media di cinquanta testi l’anno e definisce se stessa “La Rai da leggere”.
L’inizio dell’attività editoriale della Rai risale al gennaio del 1925, con la pubblicazione del settimanale “Radio Orario” che riportava i programmi delle stazioni radio italiane ed europee. Nel 1930, “Radio Orario” con l’EIAR divenne il Radiocorriere e nel 1954 il Radiocorriere TV.
Il 15 settembre del 1949 si costituì la società ERI Edizioni Radio Italiana che produsse molte collane. Si spaziava dall’arte alla letteratura, dai libri per ragazzi ai corsi di lingue. Scrissero per la Eri autori del calibro di Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Mario Praz, Folco Quilici, Natalino Sapegno, Giorgio Saviane, Giani Stuparich, Demetrio Volcic. Al Radiocorriere si aggiunsero riviste specializzate fra le quali “L’Approdo letterario” e “L’approdo musicale”.
Dagli anni 90 Eri pubblica i libri delle trasmissioni più importanti e reportage giornalistici a firma Enzo Biagi, Bruno Vespa, Sergio Zavoli, Piero Angela, Antonio Caprarica. Dal 1996 ha ceduto l’attività editoriale alla capogruppo Rai.
In particolare vogliamo riferirci qui a un periodo in cui la Rai ancora assolveva diligentemente il suo compito di funzione pubblica, di alfabetizzazione di massa, di didattica popolare.
Nel 1970 uscì un libro collegato strettamente a una trasmissione molto seguita dagli adulti ma anche da qualche bambino curioso e precoce. Il testo s’intitolava En Français, era una coedizione con Le Monnier, e si legava all’omonimo corso di lingue, basandosi su una serie di film pedagogici prodotti dal Ministero degli Affari Esteri francese per l’insegnamento della lingua nel mondo.
Era un’epoca, quella, in cui il francese ancora contendeva il primato all’inglese come lingua straniera indispensabile, sebbene l’inglese cominciasse ad avere quell’ammiccante bagliore di modernità che tanto ci affascinava, collegato alla swinging London, ai Beatles e alle minigonne di Mary Quant.
Il libro si articolava in due volumi, riportando i dialoghi dei micro film della trasmissione, piccoli sketch ambientati nella Francia tradizionale. C’era un intermezzo in cui veniva illustrato il contenuto lessicale del testo e una parte successiva in cui i vocaboli erano inseriti in un contesto più moderno. Seguivano poi esercizi linguistici e grammaticali.
“Né le trasmissioni, né il libro”, è spiegato nell’introduzione, “hanno lo scopo di insegnare una grammatica. Gli esercizi stessi non sono esercizi grammaticali, ma tendono, attraverso la ripetizione, alla “fixation”delle forme studiate.” (pag. 4)
Pur con molta cautela, possiamo trovare qui il nucleo del moderno insegnamento delle lingue, quello che non si basa più sull’apprendimento di regole grammaticali, bensì sull’immersione con uso contestuale delle formule linguistiche. A nostro avviso, questo metodo, portato poi alle estreme conseguenze, ha creato più danni che benefici, impedendo la destrutturazione delle frasi, l’analisi logica e grammaticale, la distinzione fra soggetto, predicato e complemento, riportando l’apprendimento a un pre-razionale incamerare frasi fatte, valido per chi operi davvero in un contesto di full immersion (o per i bambini molto piccoli dal cervello plastico) ma non nelle poche, sbrigative, ore concesse dal ministero alla didattica delle lingue straniere.
Il corso di francese andava in onda nel primo pomeriggio ed univa adulti e bambini, le mamme lo seguivano rispolverando ricordi di scuola, ai ragazzi piacevano le scenette - fra pecorelle e fiere di paese, fra trattorie campestri e ricette di cucina – guardandole assorbivano parole e modi di dire, affascinati dalle storie ironiche, dalla vita quotidiana, dal ragazzino che nell’intermède girava le caselle del quadro a pannelli mobili.
Non mancavano, alla fine di ogni lezione, pezzi scritti in italiano (per essere ben comprensibili a tutti) sulla Francia contemporanea, volti ad attirare il turismo internazionale, denunciando forse quale fosse, in realtà, il vero scopo della pur lodevole iniziativa. Ma a noi non interessa questo, a noi piace ricordare l’ansia con la quale aspettavamo l’inizio della trasmissione nel dopopranzo, la gioia con la quale prendevamo in mano il librone ad essa collegato – pesante tomo bianco bordato di giallo col profilo della Francia in copertina – la soddisfazione quando riuscivamo a capire tutti i brani che ritrovavamo scritti dopo averli uditi in televisione, arrivando a leggerli, a pronunciarli correttamente, a ricordarli, a farne un patrimonio personale al quale poi avremmo sempre attinto.
Insomma, il corso di francese Eri Rai (Le Monnier) appartiene al quel bagaglio di conoscenze che, una volta acquisite, non ci lasciano più per la vita.
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CriticaLetteraria: Come eravamo: Rai Eri, la televisione da leggere
Chi ha una nonna con il grembialetto come armatura e il mestolo brandito a mo' di spada, si sarà forse accorto che il leggendario Artusi è stato sostituito ormai ai fornelli dai libri de La prova...
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Liala, un caso editoriale del tempo che fu

Dopo il 1950 viene a cadere il disprezzo vociano per il romanzo borghese, che aspira ormai a far parte della letteratura. Ma prima, nel periodo fascista e anche oltre, si ha una netta divisione fra letteratura di massa e d’intrattenimento, con romanzieri a grande tiratura (Zuccoli, D’Ambra, Pitigrilli, DaVerona) e romanzi scritti da intellettuali per altri intellettuali (Gadda, Landolfi, Bilenchi, Vittorini, Bersani).
Si ha così la formazione di un doppio mercato della letteratura. Mentre Guido da Verona vende due milioni e mezzo di copie, grazie soprattutto al successo di Mimì Bluette fiore del mio giardino, Palazzeschi, Moravia de Gli indifferenti, e Bontempelli restano sempre sotto le centomila copie. Solo Sorelle Materassi sfiora quota duecentomila.
Nella prima metà del secolo, la narrativa di successo continua a praticare strutture già sperimentate alla fine dell’ottocento, con l’aggiunta di nuovi generi come il romanzo eroico fascista, quello “pornografico” di Pitigrilli, quello umoristico di Achille Campanile e, infine, quello rosa.
È del 1931 il primo romanzo di Liala, pseudonimo di Liana Cambiasi, Negretti Odescalchi. (1897 – 1995)
“Nacqui a Carate Lario”, ci dice, “nella bella villa che i nonni avevano sul lago.” Si sposa giovane col marchese Cambiasi ma il matrimonio non funziona e Liala trova l’amore in un giovane aviatore, Vittorio Centurione Scotto, dal quale ha una bambina. Purtroppo, nel 1926, l’ufficiale muore in un incidente, precipitando nel lago con l’aereo, e Liala sfoga il suo dolore scrivendo il suo primo romanzo: Signorsì, “per non impazzire”, dice. Il romanzo ha per argomento l’aviazione, tema mai trattato da una donna prima di allora e ha un immediato successo di pubblico.
“Al mio pilota devo la celebrità. Fu per essere ancora con lui che scrissi Signorsì, che mi rese subito celebre, perché parlavo di quei voli che lui amava tanto. Ma il nome “Liala” lo ebbi da d’Annunzio. Prima ancora che Signorsì uscisse, il grande Arnoldo Mondadori aveva parlato a d’Annunzio di una giovane donna che aveva scritto un romanzo aviatorio, cosa eccezionale per quei tempi. Il Comandante volle conoscermi: andai al Vittoriale con Mondadori e, firmandomi una sua fotografia, immediatamente d’Annunzio mutò il mio Liana in Liala: perché, disse, un’ala sta bene nel nome di chi parla con tanto amore di ali. Vi mise un’ala e io volai.”
Dopo venti giorni l’editore le telefona sconvolto: la prima edizione è già esaurita.
Dal 1930 al 48 si lega sentimentalmente ad un altro ufficiale, Pietro Sordi, sebbene il marito l’abbia riaccolta e le abbia dato un’altra figlia.
Oltre all’ambiente militare, ai singoli personaggi, come Lalla Acquaviva protagonista dell’omonima trilogia, oltre alle trame, ciò che ci resta dei suoi romanzi è più l’immagine di uno stile, fatto di molteplici sfumature.
Innanzi tutto i personaggi. Che siano ufficiali come Furio di Villafranca, oppure pittori come Milo Drago o scultori, sono sempre aristocratici, alti, belli - mori con gli occhi azzurri o biondi con gli occhi neri - capaci di dominarti con lo sguardo (niente a che vedere col sadico Christian Gray) di corteggiarti con gesti galanti che hanno nel loro stesso dna.
Le donne sono modelle dai capelli color fuoco e gli occhi verdi, oppure timide fanciulle pudiche, con le trecce e lo sguardo basso. Hanno nomi altisonanti e strani – si dice presi da riviste d’ippica: Beba, Coralla, Pervinca, e aspetto più sanguigno e d’Annunziano che preraffaelita.
“Diede un’ultima spazzolata ai capelli vaporosi, leggeri e ondulati, che le sfioravano le spalle, si umettò le labbra. Infilò il soprabito. Sul turchino scuro della stoffa pesante, sfavillarono i meravigliosi capelli fulvi, d’un bel fulvo cupo, che incorniciava divinamente il volto bianco, sul quale le labbra rosse, colme di sangue sano e violento, mettevano una viva nota di ardente colore.” (Da L’Arco nel cielo)
Gli ambienti sono descritti con visiva ed estetizzante minuzia che fa appello a tutti e cinque i sensi. Di architetture, arredamenti, abbigliamento, cibo, è mostrato ogni particolare. Le tavole sono apparecchiate sontuosamente, oppure in modo campestre, il pane è fragrante, il pollo croccante. Si sentono profumi penetranti, rumori, odori, si vedono i colori risaltare l’uno sull’altro come in un quadro.
“Sopra una tovaglia bianca, di bella tela di Fiandra, aveva messo piatti e bicchieri quasi lussuosi, le posate erano di metallo vile, ma lucenti e deterse. Soltanto, in mezzo alla tavola, si ergeva un vasetto d’argento, in cui era immerso un crisantemo viola.” (da Melodia dell’antico amore)
“Un gran silenzio pesò su tutte le cose, dominò nella sala. E in quel silenzio, s’udì il ticchettio di due orologi. Quello piccolo che stava su una tavola dall’opalina color topazio, e quello grande, elettrico, incastrato nel muro dell’anticamera. Due suoni cadenzati e dissimili che davano il senso della fugacità del tempo.” (Da Come i baci sull’acqua)
La sensualità che trasuda dalle scene è prepotente quanto trattenuta.
“Camminavano vicini, vicini, quando il vento sollevava il soprabito di Mabel lo portava a sfiorare le gambe di Arno Dala. E lui, per quella carezza dell’abito della donna amata, godeva.” (Da Come i baci sull’acqua)
L’erotismo si concretizza in “sangue che scorre più veloce nei polsi”, in torbidi sguardi, in un desiderio represso ma tangibile, che faceva temere a quelle stesse madre e nonne - che ci passavano i libri sui quali avevano pianto e sognato di nascosto - che la lettura fosse troppo azzardata per delle signorinette, volendo restare in tema e citare Wanda Bontà.
“Il suo viso portava le tracce della lunga notte d’amore, ma gli occhi erano pieni di gioia. Mai, come quella notte, Beba era stata sua, mai aveva avuto così forte e terribile la sensazione del possesso. La placida sensualità di Beba aveva avuto guizzi e fremiti, le belle carni s’erano insolitamente animate, e mai il viso di Beba era stato così sciupato e devastato dai baci.” (Da Signorsì.)
Lo stile è pulito ma ridondante, pletorico, giocato sui sinonimi: “Voglio sapere che lingue parlate, quali idiomi conoscete.”
Liala è una scrittrice sottovalutata, una narratrice abile, capace di farti vedere, sentire e toccare ciò di cui racconta, capace di creare atmosfere che non si dimenticano. È esponente a tutti gli effetti del decadentismo, colto nei suoi aspetti estetizzanti, barocchi, a tinte forti fatte di sesso, di amore e morte, di grandi passioni ultraterrene (Lalla che torna), di uomini libertini alla ricerca di fanciulle pure, di vergini da sgualcire.
After 1950 contempt the bourgeois novel fell, the same that now aspires to be part of literature. But first, in the fascist period and beyond, there is a clear division between mass literature and entertainment, with large-scale novelists (Zuccoli, D'Ambra, Pitigrilli, DaVerona) and novels written by intellectuals for other intellectuals (Gadda , Landolfi, Bilenchi, Vittorini, Bersani).
Thus there is the formation of a double market for literature. While Guido da Verona sells two and a half million copies, thanks above all to the success of Mimì Bluette flower of my garden, Palazzeschi, Moravia de Gli indifferenti, and Bontempelli always remain below one hundred thousand copies. Only Sorelle Materassi touches two hundred thousand.
In the first half of the century, successful fiction continues to practice structures already tested at the end of the nineteenth century, with the addition of new genres such as the heroic fascist novel, the "pornographic" novel by Pitigrilli, the humorous one by Achille Campanile and, finally , the pink one.
Liala's first novel - pseudonym of Liana Cambiasi, Negretti Odescalchi - is from 1931. (1897 - 1995)
"I was born in Carate Lario", she tells us, "in the beautiful villa that the grandparents had on the lake." She marries with the Marquis Cambiasi but the marriage does not work and Liala finds love in a young aviator, Vittorio Centurione Scotto, from whom she has a baby girl. Unfortunately, in 1926, the officer died in an accident, crashing into the lake by plane, and Liala vented her pain by writing her first novel: Signorsì, "not to go crazy," she says. The novel has aviation as its subject, a theme never discussed by a woman before and has immediate public success.
“I owe celebrity to my pilot. It was to be with him again that I wrote Signorsi, which made me immediately famous, because I was talking about those flights that he loved so much. But I got the name "Liala" from d'Annunzio. Even before Signorsì came out, the great Arnoldo Mondadori had spoken to d'Annunzio about a young woman who had written an aviation novel, something exceptional for those times. The Commander wanted to get to know me: I went to the Vittoriale with Mondadori and, by signing a photograph of me, immediately d 'Annunzio changed my Liana to Liala: because, he said, a wing is well in the name of those who speak with love of wings. He gave me a wing and I flew. "
After twenty days the upset publisher calls her: the first edition is already sold out.
From 1930 to 48 she was romantically linked to another officer, Pietro Sordi, although her husband accepted her again and gave her another daughter.
In addition to the military environment, to individual characters, such as Lalla Acquaviva the protagonist of the trilogy with the same name, in addition to the plots, what we have of her novels is more the image of a style, made of multiple shades.
First of all the characters. Whether they are officers like Furio di Villafranca, or painters like Milo Drago, or sculptors, they are always aristocratic, tall, handsome - dark-haired with blue eyes or blond with black eyes - capable of dominating you with their eyes (nothing to do with the sadistic Christian Gray) to woo you with gallant gestures that have in their own DNA.
The women are models with fire-colored hair and green eyes, or shy modest girls with braids and a low gaze. They have high-sounding and strange names - they are said to be taken from horse racing magazines: Beba, Coralla, Periwinkle, and look more sanguine and d’Annunzian than Pre-Raphaelite.
"She gave one last brush to the fluffy, light and wavy hair that brushed her shoulders, she moistened her lips. She put on hes overcoat. On the dark blue of the heavy fabric, the wonderful tawny hair shone, of a beautiful dark fawn, which divinely framed the white face, on which the red lips, full of healthy and violent blood, put a lively note of ardent color. " (From The rainbow in the sky)
The environments are described with a visual and aestheticizing minutia that appeals to all five senses. Every detail of architecture, furnishings, clothing, food is shown. The tables are set sumptuously, or in a rural way, the bread is fragrant, the chicken crispy. You can feel penetrating perfumes, noises, smells, you can see the colours stand out as in a painting.
“On a white tablecloth, made of fine Flanders, she had placed almost luxurious dishes and glasses, the cutlery was of base metal, but shiny and clean. Only, in the middle of the table, stood a silver jar, in which a purple chrysanthemum was immersed. " (from Melody of ancient love)
“A great silence weighed on all things, dominated the room. And in that silence, the ticking of two clocks was heard. The small one that stood on a topaz-colored opal table, and the large, electric one, embedded in the wall of the anteroom. Two rhythmic and dissimilar sounds that gave a sense of the transience of time. " (From Like the kisses on the water)
The sensuality exudes from the scenes:
“They walked close, when the wind lifted Mabel's overcoat it brought her to touch Arno Dala's legs. And he, for that caress of the beloved woman's dress, rejoyed. " (From Like the kisses on the water)
Eroticism takes the form of "blood that flows faster in the wrists", in murky glances, in a repressed but tangible desire, which made those same mother and grandmothers - who passed the books on which they had cried and secretly dreamed – fear that the reading was too risky for “Signorinette”, wanting to stay on topic and quote Wanda Bontà.
"Hes face bore traces of the long night of love, but hes eyes were full of joy. Never, like that night, had Beba been his, never had the feeling of possession been so strong and terrible. Beba's placid sensuality had flickered and quivered, the beautiful flesh had unusually animated, and never had Beba's face been so wasted and devastated by kisses. " (From Signorsì)
The style is clean but redundant, pletoric, played on synonyms: "I want to know what languages you speak, which idioms you know."
Liala is an underrated writer, a skilled narrator, capable of making you see, hear and touch what she tells, capable of creating atmospheres that are not forgotten. She is an exponent to all effects of decadentism, captured in his aestheticizing, baroque aspects, with strong colours made of sex, love and death, of great otherworldly passions (Lalla who returns), of libertine men looking for pure girls and virgins to crease.
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CriticaLetteraria: Pillole d'Autore: Liala
Dopo il 1950 viene a cadere il disprezzo vociano per il romanzo borghese, che aspira ormai a far parte della letteratura. Ma prima, nel periodo fascista e anche oltre, si ha una netta divisione fra
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Michael Viewegh, "Fuori Gioco"
Fuori Gioco
Michael Viewegh
Atmosphere libri, 2012
15,00
Atmosphere Libri, non è un Eap ma penalizza, di fatto, gli italiani. Ha scelto, in particolare con la collana “Biblioteca dell’Acqua”, di far conoscere romanzi stranieri, soprattutto dell’est europeo. Traduce autori accumunati da quanto di universale c’è nell’essere umano: i sentimenti, lo sviluppo, la crescita, il senso del fallimento o della realizzazione. Così è per il ceco Michael Viewegh, da molti considerato il nuovo Kundera.
“Fuori gioco” è un romanzo che si legge volentieri, che scorre da un veloce capitolo all’altro, ma che non ti lascia molto, se non l’impressione di una buona scrittura. Non è poco, direte voi, ma non è neanche tutto, pensiamo noi.
La storia si svolge attorno ad alcuni ex compagni di scuola che continuano a frequentarsi dopo la maturità, grazie anche ad annuali rimpatriate. Eva è quasi lo stereotipo della “più bella della classe”, quella che tutti vogliono, persino i professori. Sembrerebbe più un tipo che un personaggio se non fosse per il fastidio che prova portandosi appresso la sua fisicità; se non fosse che forse è vagamente bisessuale; se non fosse che l’età, alla fine, giunge anche per lei, segnandole collo e seno; se non fosse che nemmeno lei capisce cosa vuole nella vita - poiché fare quello che tutti si aspettano da lei, cioè sposare l’altro bello della classe, Jeff, che l’ha “prenotata” appena vista, seguendo le regole di un gioco infantile mai smentito - non la renderà felice; se non fosse che, alla fine, bacia Tom nel bagno del ristorante. Soprattutto non la porterà a conciliare amore e sesso, trovando la passione fisica solo nell’attempato professor Vartecky. Jeff ottiene la mano della bella che ha “prenotato”, ma il loro matrimonio si rivelerà un fallimento, minato dalla gelosia per la storia con Vartecky. Dopo il divorzio, Jeff si troverà a convivere con Tom, alcolista, a sua volta disperatamente, romanticamente, innamorato di Eva per tutta la vita, e con Skippy, ginecologo buffone, che tutti credono vittima anche lui del fascino della più bella ma, in realtà, segretamente omosessuale, incapace di fare outing e costretto a comportarsi da macho. C’è poi Hurejovà, la Saputella, a nostro avviso il personaggio più riuscito. La Saputella è la classica brutta secchiona della classe. Darebbe tutto quello che ha per avere il fisico di Eva, i suoi capelli, le sue tette svettanti, i suoi movimenti armoniosi. Invece porta le lenti, ha i capelli opachi, il sedere troppo grosso, un padre stanco e infelice.
“Per le ragazze brutte come me l’unica misura di tutte le cose diventa prima o poi la bellezza. Fin dai miei primi tre anni, alla sabbiera del parco, scelgo il punto dal quale godere la visuale migliore. Non gioco mai vicino ai bidoni della spazzatura, non io. Scelgo il gelato in base al colore, perché si abbini almeno un po’ ai vestiti che indosso. Ma vi rendete conto?Una ragazzina con gli occhiali, con addosso degli sformati pantaloni di velluto blu a coste larghe, non ordina il gelato al pistacchio, anche se ne ha voglia, perché ha paura che i colori non si abbinino … Nessuno è di così cattivo gusto, del resto, da abbinare il verde e il blu. Riuscite anche solo lontanamente a immaginare i timori di una fanciulla di dodici anni, del tutto priva di fascino, che non può permettersi nessun’altra imperfezione?” (pag. 23)
Sicura che nessuno farà mai sesso con lei, se non “verso la mezzanotte e dopo molte birre”, Hurejovà si dedica all’onanismo, mentre sogna di Tom, il compagno che ama, pur sapendolo innamorato, come e più di tutti, di Eva, e s’inventa intanto un fidanzato immaginario, Libor, di cui conosce a menadito abitudini e difetti. La Saputella assisterà il padre morente, con un amore senza smancerie, venato di tenerezza e repulsione, e perciò ancora più straziante. La Saputella sposerà Boris, amandolo in modo diverso da Tom, piangendo perché non è l’uomo dei suoi sogni, piangendo perché è solo un timido sorvegliante di metropolitana, un addetto “alla linea gialla”, che, ogni giorno, gracchia i suoi annunci con disperata rassegnazione: la rassegnazione dei vinti, degli onesti, dei buoni.
C’è anche l’Autore, fra i personaggi, che ci racconta brevi tratti della sua vita, per tanti versi simile ai quella delle sue creature, una gioventù da sfigato, amori adolescenziali, delusioni, riscatti, il bisogno di tenersi a galla.
Nessuno degli ormai quarantenni che si ritrovano alle cene di classe è felice, nessuno è davvero ciò che avrebbe voluto essere. La vita non mantiene le promesse, specialmente per chi da essa si aspetta qualcosa, sopravvivono solo i già vinti in partenza, quelli che si barcamenano. Alcuni escono di scena presto, vanno “fuori gioco”, come sostiene la nonna dell’Autore (suggerendogli l’idea per il romanzo) e l’autore stesso quando dice “ormai è cominciata anche per noi”. È la vita che è cominciata, la vita che ti delude, ti toglie, che è fatta anche di morte, come il suicidio della brutta Irena o l’incidente a Karel.
“Amo un vigilante della metro e continuo a sentire l’impellente necessità di giustificarmi. È strano: in via teorica so che la vita è imprevedibile, variegata e multiforme, che si ribella alle semplificazioni e così via, ma ogni volta che m’imbatto sul serio nel benché minimo accenno ad una reale vareità delle forme di vita, vengo di solito presa in contropiede.” (pag.160)
Questo romanzo piace a chi predilige una narrazione difficile che ti costringe a un’attenzione costante, a una ricostruzione della trama. Abilmente, portandoti da un capitolo all’altro con apparente leggerezza, non cambia solo il punto di vista e la prospettiva da cui narra, ma compie anche balzi temporali, facendo avanzare la trama in modo impercettibile ma fondamentale. Piace anche a chi vuole essere messo di fronte alla crudezza dei sentimenti, ai meccanismi della mente senza sconti per le meschinità, le invidie, le brutture, senza eroismi o romanticismi. C’è chi loda questo romanzo per l’apparente leggerezza, per l’ironia, c’è chi lo trova divertente. A noi sembra di una tristezza spietata, senza speranza, arido e amaro come i postumi di una sbronza, la stessa con cui Tom apre e chiude la storia. Ma in certi punti la narrazione fredda, tagliente, trattenuta, si lacera, è come se l’autore si lasciasse prendere la mano, ricordasse di essere uno scrittore a tutti gli effetti. Sono forse i momenti più belli, quelli più lirici, seppur disincantati e noi, seguendo l’autore e i personaggi, diventiamo come le foglie d’autunno: secchi, stridenti e, tuttavia, coriacei, resistenti, attaccati alla vita nonostante e oltre tutto.
“All’interno del complesso ospedaliero gli alberi sono ormai quasi privi di foglie e in mezzo ai rami spogli s’intravedono gli edifici un paio di settimane fa ancora nascosti. Le foglie si sono seccate e indurite, ogni raffica del vento freddo di novembre le fa stridere sull’asfalto; in molti punti ormai restano solo mucchietti di polvere marrone, ma sotto il ciliegio accanto al padiglione in cui è ricoverato papà resistono ancora gli ultimi colori vividi: un giallo caldo e il carminio. Li afferro con gli occhi come se rappresentassero la mia ultima speranza.” (pag 169)
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CriticaLetteraria: Michael Viewegh, "Fuori Gioco"
Atmosphere Libri, non è un Eap ma penalizza, di fatto, gli italiani. Ha scelto, in particolare con la collana "Biblioteca dell'Acqua", di far conoscere romanzi stranieri, soprattutto dell'est ...
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"Cime Tempestose" di Emily Brontë, l'amore come ossessione

A tre anni Emily Brontë aveva già perso la madre e cresceva nel ricordo delle due sorelline scomparse, Maria ed Elisabeth. La zia allevò lei, Charlotte, Anne e Patrick (detto Branwell dal cognome materno) col metodismo wesleyano, nelle riunioni di famiglia un tema consueto era il resoconto di morti edificanti. Il padre era irlandese, la madre della Cornovaglia, più che inglesi erano celti, e questo retaggio di miti e folklore, unito alla natura selvaggia in cui crebbero, esaltò l’immaginazione dei fratelli.
Emily (1818-1848) era una ragazza dalle braccia lunghe, dal passo elastico, dalla figura regale, anche quando correva nella brughiera fischiando ai cani. Nel ritratto che le fece Patrick Branwell, "gli occhi sono notturni, occhi che mettono a disagio, che non accettano la realtà solare e non rifiutano alcun orrore tenebroso "(introduzione a Cime tempestose, Garzanti 1965)
Come afferma Charlotte (l’autrice di Jane Eyre), "mia sorella non ebbe per natura un’indole socievole, le circostanze favorirono e alimentarono un’inclinazione alla solitudine: tranne che per andare in chiesa o per fare una passeggiata sulle colline, ella raramente varcava la soglia di casa.
Il fratello Patrick era pittore e poeta, dedito all’alcol e all’oppio, perfetta incarnazione dell’eroe byronico. Lui ed Emily erano legatissimi, vagavano insieme per la brughiera, paghi l’uno dell’altra; morì alcolizzato nel '48 fra le braccia di Emily. Lei non gli sopravvisse, o meglio non gli volle sopravvivere, si abbandonò con voluttà alla tisi che la corrodeva da tempo. Prese freddo durante il funerale, cominciò a tossire, non volle curarsi, spirò tre mesi dopo il fratello. In testa al corteo funebre camminava Keeper, il selvaggio bulldog che lei sola sapeva ammansire. Dopo la sua morte, Charlotte distrusse tutti gli scritti che avrebbero potuto comprometterne la reputazione ma anche illuminarci sull’origine dei suoi versi e del suo romanzo.
Cime tempestose (1847) è un’opera, come la definisce il Praz, "fra le più tumultuosamente romantiche di tutta la letteratura inglese". Il titolo originale è Wuthering Heights. Wuthering è variante regionale dell’aggettivo scozzese whither, parola che indica il tumulto atmosferico cui è soggetta la casa degli Earnshaw. I paesaggi e la meteorologia sono esasperati, come esasperati sono i caratteri dei protagonisti. Più che romanzo, Cime tempestose è tragedia, poema epico. La filosofia che sottende l’opera è che tutto il creato, animato e inanimato, psichico e fisico, è mosso da due principi, lo spietato-selvaggio e il dolce-passivo, rappresentato dai due poli, le due magioni, Wuthering Heights e Thrushcross Grange con i loro abitanti, gli Earnshaw e i Linton. Ma c’è una seconda generazione, dove il contrasto fra figli della tempesta e figli della calma è smussato, si accavalla fino a confondersi, a trovare una forma di redenzione.
Heathcliff e Catherine sono i due personaggi principali, titanici e granitici, fatti della stessa sostanza della natura in cui vivono. Per loro, odio e amore, passione e vendetta, sono la stessa cosa. Heathcliff e Chaterine si compensano, come Emily e Branwell, sono cresciuti insieme, fratelli/amanti. Heathcliff è spesso descritto con termini che ricordano più la natura selvaggia che non l’essere umano, è l’eroe maledetto dalla risata diabolica. Cathy è donna ma anche spettro, incarnata in una progenie maledetta.
“I am Heathcliff”, dice Catherine, nella potente indimenticabile dichiarazione che racchiude l’essenza stessa dell’amore romantico.
Il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. (p. 95)
Secondo il poeta decadente Swinburne, Emily dipinge “l’amore che corrode la vita stessa, devasta il presente, distrugge l’avvenire, con il suo fuoco divoratore.” È l’amore ossessione, l’amore romantico, trascendente, violento e inarrestabile.
Ai personaggi di Emily Brontë non si applica l’ordinaria antitesi fra bene e male. Essi non si pentono dei loro impulsi distruttivi. Costretti a deviare dal loro corso naturale, come un fiume che esce dagli argini, devastano incolpevoli ciò che incontrano sul loro cammino. I loro atti spietati, la loro cattiveria, in una parola il male che essi compiono e rappresentano, fanno parte del creato, hanno una ragione d’essere e una posizione nel cosmo. Come sostiene il Praz, “il punto di vista di Emily Brontë non è immorale ma premorale”. Il contrasto non è quello vittoriano fra bene e male, ma fra simile e dissimile.
Lui è più di me stessa. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono simili; e l’anima di Linton è differente come un raggio di luna dal lampo, o il gelo dal fuoco. (p. 93)
Questo concetto di premoralità, di bene e male come parte di un unico disegno divino, sarà la costante anche dei romanzi odierni di Anne Rice che molto derivano dall’atmosfera gotica, romantica, di Cime Tempestose. Come l’asessuato, eppur erotico, morso vampiresco, il sesso tradizionale ha poco a che vedere con l’attrazione inesorabile che unisce Heathcliff a Catherine e che è vicina alle forze sotterranee della natura, alle maree che trascinano, alle correnti, al magma.
Dov’è? Non là, non in cielo, non morta: dov’è? (...) E io prego, la ripeto la mia preghiera finché la mia lingua riuscirà a pronunciarla: Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio; è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza l’anima mia! (p. 183)
Riferimenti critici:
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Mario Praz, Storia della Letteratura inglese, Sansoni editore, 1979
Introduzione a “Cime tempestose”, Garzanti, 1965
Eddie Flintoff, In the steps of the Brontës, Conuntryside Books, 1993
At three years old Emily Brontë had already lost her mother and was growing in memory of the two missing sisters, Maria and Elisabeth. Her aunt raised her, Charlotte, Anne and Patrick (called Branwell from the maternal surname) with the Wesleyan method, in family reunions a usual theme was the report of edifying deaths. The father was Irish, the mother of Cornwall, more than English, were Celts, and this legacy of myths and folklore, combined with the wild nature in which they grew up, exalted the imagination of the brothers.
Emily (1818-1848) was a girl with long arms, an elastic step, a regal figure, even when she ran on the moor whistling to dogs. In the portrait that Patrick Branwell made of her, "the eyes are nocturnal, eyes that make you uncomfortable, that do not accept the solar reality and do not refuse any dark horror" (introduction to Cime tempestuous, Garzanti 1965)
As Charlotte (the author of Jane Eyre) states, "my sister did not have a sociable nature by nature, circumstances favored and fueled an inclination to solitude: except for going to church or taking a walk on the hills, she rarely crossed the threshold."
Brother Patrick was a painter and poet, dedicated to alcohol and opium, the perfect embodiment of the Byronic hero. He and Emily were very close, they wandered together on the moor, happy to be toghether he died an alcoholic in '48 in Emily's arms. She did not survive him, or rather she did not want to survive him, she reluctantly abandoned herself to the phthisis that had been corroding her for some time. She caught cold during the funeral, began to cough, did not want to be cured, expired three months later his brother. At the head of the funeral procession walked Keeper, the wild bulldog that she alone could tame. After her death, Charlotte destroyed all the writings that could have compromised hes reputation but also enlightened us on the origin of his verses and his novel.
Wuthering Heights (1847) is a work, as Praz defines it, "among the most tumultuously romantic of all English literature". Wuthering is a regional variant of the Scottish adjective whither, a word that indicates the atmospheric turmoil to which the Earnshaw house is subject. Landscapes and meteorology are exasperated, just as exasperated are the characters of the protagonists. More than a novel, Wuthering Heights is a tragedy, an epic poem. The philosophy behind the work is that all creation, animated and inanimate, psychic and physical, is driven by two principles, the ruthless-wild and the sweet-passive, represented by the two poles, the two mansions, Wuthering Heights and Thrushcross Grange with their inhabitants, the Earnshaw and the Lintons. But there is a second generation, where the contrast between the children of the storm and the children of calmness is smoothed out, until it gets confused, to find a form of redemption.
Heathcliff and Catherine are the two main characters, titanic and granitic, made of the same substance as the nature in which they live. For them, hate and love, passion and revenge are the same thing. Heathcliff and Chaterine compensate each other, like Emily and Branwell, they grew up together, brothers / lovers. Heathcliff is often described in terms that remind us more of the wild nature than the human being, he is the hero cursed by diabolical laughter. Cathy is a woman but also a ghost, embodied in a cursed progeny.
"I am Heathcliff," says Catherine, in the powerful unforgettable declaration that contains the very essence of romantic love.
"My love for Heathcliff resembles the eternal rocks that lie underground: a source of joy that is hardly visible, but necessary. Nelly, I'm Heathcliff! He is always, always in my mind; not as a pleasure, as I am not always a pleasure for myself, but as my own being".
According to the decadent poet Swinburne, Emily paints "the love that corrodes life itself, devastates the present, destroys the future, with its devouring fire." It is love obsession, romantic love, transcendent, violent and unstoppable.
The ordinary antithesis between good and evil does not apply to the characters of Emily Brontë. They do not regret their destructive impulses. Forced to deviate from their natural course, like a river coming out of the banks, they devastate innocently what they encounter on their way. Their merciless acts, their malice, in a word the evil they do and represent, are part of creation, have a reason for being and a position in the cosmos. As Praz argues, "Emily Brontë's point of view is not immoral but premoral". The contrast is not Victorian between good and evil, but between similar and dissimilar.
"He is more than myself. Whatever our souls are made of, his and mine are alike; and Linton's soul is different like a moonbeam from lightning, or frost from fire.
This concept of premorality, of good and evil as part of a single divine plan, will also be the constant of today's Anne Rice novels that derive a lot from the gothic, romantic atmosphere of wuthering Heights. Like the asexual, yet erotic, vampire bite, traditional sex has little to do with the inexorable attraction that unites Heathcliff with Catherine and that is close to the underground forces of nature, the tides that drag, currents, magma.
"Where is she? Not there, not in heaven, not dead: where is she? (...) And I pray, I repeat my prayer until my tongue can pronounce it: Catherine Earnshaw, may you never rest as long as I live! You said I killed you ... persecute me, then! I believe that the killed persecute their killers. I know of spirits who have wandered on earth. Stay with me always, take any shape, make me go crazy! Just don't leave me in this abyss where I can't find you! Oh God; it is unspeakable! I can't live without my life! I can't live without my soul!
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CriticaLetteraria: "Cime Tempestose" di Emily Brontë, l'amore come ossessione
Cime tempestose di Emily Brontë Garzanti, 1965 pp. 353 gli occhi sono notturni, occhi che mettono a disagio, che non accettano la realtà solare e non rifiutano alcun orrore tenebroso (introduzione a
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Tiziana Silvestrin, "Le righe nere della vendetta"
Le righe nere della vendetta
di Tiziana Silvestrin
Scrittura & Scritture
Pag 295
14,50
Ritorna Biagio dell’Orso, già protagonista de “I leoni d’Europa”, intraprendente capitano di giustizia dal piglio moderno, in un giallo storico ambientato nel cinquecento fra Mantova, Venezia e Milano. Biagio deve investigare sulla morte del prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci, ucciso da una camicia avvelenata nella sua casa. Indagando sull’omicidio, e cercando contemporaneamente di salvare la giovane Lucilla, esperta di erbe e medicamenti, dalle grinfie del crudele e lussurioso Inquisitore Giulio Doffi, Biagio, per il quale
“prudenza era parola che non amava molto, il suo significato gli sembrava troppo simile a quello di vigliaccheria”
sarà costretto a scavare nel passato del famoso architetto Giulio Romano, allievo di Raffaello Sanzio, attivo alla corte dei Gonzaga circa sessanta anni prima, e autore di numerose ed imponenti opere, come il celebre palazzo Te. La vicenda, quindi, si snoda in due blocchi distinti e paralleli, fra il 1524 e il 1585, con indizi che collegano gli avvenimenti, per poi accumularsi, sovrapporsi e confluire nel finale a sorpresa.
Il romanzo ha tutte le caratteristiche del giallo storico e non disattende le aspettative
degli amanti del genere, mescolando personaggi di fantasia con altri realmente vissuti, della portata, solo per fare qualche esempio, di Baldassarre Castiglione, Isabella d’Este, Federico Gonzaga, etc.
Se la parte avvincente è quella strettamente poliziesca - che possiede, tuttavia, un tono forse un po’ troppo disinvolto e moderno - l’atmosfera più riuscita è fornita dalla ricostruzione storica e d’ambiente, accurata e didascalica, frutto di minuziose ricerche e sedute in archivio dell’autrice.
Oltre Biagio dell’Orso, Lucilla, il cupo Giulio Doffi - topos dell’inquisitore ammaliato dalla presunta strega cui dà la caccia – oltre il boia Pedron, i tenebrosi domenicani, Omero, custode della lugubre chiesa frequentata da lebbrosi, o il medico all’avanguardia Samuele, oltre questa folla di personaggi pittoreschi e stereotipati, protagonista assoluta è la Mantova rinascimentale - più ancora di Venezia o della Firenze medicea - con le botteghe degli artisti, le opere del Mantegna, i lazzaretti, il tribunale dell’Inquisizione, i conventi, le farmacie degli speziali, le taverne, le “stufe” dove si andava per sudare.
L’arte fa da filo conduttore a tutta la storia, in una profusione di architetture, scorci, vedute, dipinti, in una galleria museale che ci accompagna pagina dopo pagina. È come se i personaggi storici balzassero fuori dai ritratti, animandosi all’improvviso, per raccontarci le loro avventure dal vivo, con i tratti fisici in evidenza e i costumi d’epoca indosso.
Le scene hanno un buon impatto visivo, sono ben disegnate, narrative e, ovviamente, pittoriche. Lo stile è lineare, una lingua al grado zero della comunicazione, senza connotazioni particolari o poetiche, ma funzionale, aderente alla sostanza e con poche sbavature.
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CriticaLetteraria: "Le righe nere della vendetta" di Tiziana Silvestrin
Le righe nere della vendetta Ritorna Biagio dell'Orso, già protagonista de "I leoni d'Europa", intraprendente capitano di giustizia dal piglio moderno, in un giallo storico ambientato nel ...
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La commedia divina e il cortocircuito dell'anima
Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
(Purgatorio, VIII)
Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di contesto storico, di terzine incatenate di endecasillabi, invece ripenso a quel libretto capitato per caso fra le mie mani infantili: La Divina Commedia spiegata ai bambini che mi ha fatto conoscere, e godere, l’avventura di Dante, Virgilio e Beatrice, a spasso nella selva oscura, giù nei gironi infernali, su per il monte del Purgatorio, in cielo fino all’amor che move il sole e le altre stelle. E penso all’edizione illustrata da Gustave Dorè che circolava in casa, i corpi nudi di Paolo e Francesca sbattuti dalla tempesta, i chiaroscuri cupi, le foglie d’alloro a incoronare i due poeti, lo sguardo truce di Caron dimonio. Penso, infine, all’edizione del 1962, commentata da Carlo Grabher, sulla quale ho studiato al liceo, col professor Aldo Baldini allora trentenne, che, non so se è vivo o morto, ma lo ringrazio per avermi trasfuso la passione per la letteratura e insegnato un metodo di studio. Penso alla stessa edizione spulciata all’università - tutto l’inferno minuto per minuto - imparata quasi a memoria con la mia amica Cristina, perché all’esame ti aprivano a caso il testo, coprendolo con le mani, ti facevano leggere un verso e ti chiedevano vita, morte e miracoli, che canto era, qual era il peccato punito, quale il contrappasso. E noi lì, a ripetere, a farci le domande l’un l’altra, a cercare di memorizzare tutti i personaggi minori, a innamorarcene nostro malgrado.
Ecco, questo mi viene in mente, quando penso alla Divina Commedia e gradirei parlare con quelli dell’organizzazione “per i diritti umani” che vorrebbero bandirla perché omofoba, razzista, anti islamica. Bramerei guardarli negli occhi e dir loro che anch’io ho diritto. Ho diritto alla mia cultura, quella che ho assorbito attraverso i secoli con la lingua dove il sì suona, a quella che mi ha fatto crescere, che ha fatto di me ciò che sono, nel bene e nel male. E poi vorrei costringerli a leggere il verso che ho citato, a ripeterlo come un mantra, a recitarlo come una preghiera, a sussurrarlo fino a farselo scendere dentro, oltre la metrica, oltre la struttura. “Ma non sentite?” urlerei, “non sentite la botta di poesia nella pancia, lo struggimento del cuore, il cortocircuito della mente, l’armonia celeste fra significante e significato, fra forma e contenuto, che ti fa salire le lacrime agli occhi ogni volta? Ma che uomini siete?
La Commedia è nostra, ragazzi, è poesia pura, è insuperabile e insuperata, è, appunto, Divina.
Guai a chi ce la tocca.
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CriticaLetteraria: CriticaLibera: La commedia divina e il cortocircuito dell'anima
Era già l'ora che volge il disio lo dì c'han detto ai dolci amici addio;ai navicanti e 'ntenerisce il core (Purgatorio, VIII) Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di ...
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Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"
Una grande capacità narrativa. Si vedono gli arredi, si sentono gli odori, i sapori, i rumori. Bella la premonizione che c'è in ogni personaggio, già tutto il destino in nuce, fin dal primo apparire sulla scena. Descritto benissimo l'animo infantile, con uno stile che ricorda Niccolò Ammanniti: la repulsione per gli adulti, la lacerazione di Annarella fra i diversi affetti che, ella non capisce perché, non possono convivere. Sopra ogni altro sentimento, l'odio per Wanda, la matrigna che avvelenerà tutta la sua vita, fino all'ultimo gesto di strappare l'album di famiglia, togliendole persino la pace dei ricordi. Malcelato il disprezzo per il padre, vile, succube e sottilmente crudele. Un linguaggio asciutto, ma poetico, pulito, pregnante, "concluso". Uno stile semplice ma attentissimo, ogni parola ricca di peso e valore, non una virgola fuori posto o di troppo.
Mario Arturo Iannaccone, "Maria Maddalena e la dea dell'ombra"
Maria Maddalena e la dea dell’ombra
di Mario Arturo Iannaccone
Sugarco edizioni, 2006
Pp. 247
18,80
“Maria Maddalena e la dea dell’ombra” di M. A. Iannaccone è una fonte di conoscenza imperdibile per tutti coloro che si avvicinano, da credenti oppure da detrattori, alla nuova spiritualità della dea, post New Age. Uno studio approfondito, che non tralascia niente, capace di trovare ed evidenziare collegamenti inaspettati (tuttavia innegabili) attraverso duecento anni di cultura occidentale, ma non solo. Iannaccone esamina l’antropologia, la mitologia, tramite lo studio delle arti figurative, della filosofia, della musica e della letteratura.
Peccato che il testo sia viziato dall’ideologia e da un antifemminismo che rasenta la misoginia. L’autore piega i suoi studi alla dimostrazione della sua tesi, volta a salvaguardare i dogmi del cristianesimo ortodosso e del cattolicesimo. Egli afferma che la Maria Maddalena nuova, come la si intende oggi, cioè la depositaria di verità segrete, la confidente particolare di Gesù, la sua sposa, la Sophia della sigizia gnostica, la madre della discendenza davidica, la capostipite del Sangreal, la leader sconfessata e celata della Chiesa originaria, scelta al posto di Pietro, la Maddalena di Rennes-le-Château e dell’eresia catara, è frutto di un travisamento volontario, della costruzione di un falso mito, di uno stravolgimento che parte da lontano, dal matriarcato di Bachofen per giungere fino a Dan Brown.
Per avvalorare la sua tesi - che il lettore può accettare o rifiutare - egli compie un excursus comunque interessantissimo attraverso la cultura degli ultimi due secoli, chiamando in causa e mettendo in relazione fra loro i culti matriarcali o pseudo tali della preistoria, Goethe e il suo “ewig weibliche”, gli archetipi junghiani, Wagner, Nietzsche, l’ordine della Golden Dawn, il monomito di Joseph Campbell, i preraffaelliti, fino alla scoperta dei rotoli del mar Morto, di Qumran e Nag Hammadi, e dell’importanza attribuita ai Vangeli apocrifi a scapito dei canonici. Esamina caso per caso, con estrema attenzione e cognizione di causa, indagando tutte le personalità che hanno contribuito a trasformare la figura tradizionale della cortigiana redenta e sottomessa, della testimone di Resurrezione, in ierodula, sacerdotessa della triplice dea, responsabile delle prime comunità cristiane.
Iannaccone sostiene che, nonostante le apparenze, nonostante certi ritrovamenti e certi siti, nonostante le statuine di argilla dal ventre prominente, non è mai davvero esistita una religione della dea - matriarcale e pacifica, distrutta dagli invasori indoeuropei e soppiantata da credenze patriarcali - ma tutto nasce da una invenzione femminista, attraverso la quale poi si sono sviluppate le odierne conventicole della Wicca e della stregoneria moderna, capaci di mescolare, in un unico “calderone”, i misticismi più disparati, dal semplice amore per la natura e le erbe, a reminiscenze egizie e celtiche, alle rune, ai tarocchi, alla cabala, fino all’inflazionata e stucchevole teoria dell’energia e delle vibrazioni, in un melting pot che accoglie tutto e il contrario di tutto.
CriticaLetteraria: Mario Arturo Iannaccone,"Maria Maddalena e la dea dell'ombra"
Maria Maddalena e la dea dell'ombra di Mario Arturo Iannaccone " Maria Maddalena e la dea dell'ombra " di M. A. Iannaccone è una fonte di conoscenza imperdibile per tutti coloro che si avvicinano ...
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Mark Haddon, "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte"

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
di Mark Haddon
Edizione originale Einaudi, 2003
pp 247
16,00
Edizione di riferimento Gruppo editoriale l’Espresso, 2010
“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon è una di quelle narrazioni che risucchiano, che tengono incollato al libro sia il lettore incallito sia quello occasionale, in barba a chi arriccia il labbro e alza il sopracciglio di fronte ad un romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Quello che cattura e colpisce allo stomaco è il punto di vista. A raccontare la storia è Christopher, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo savant. Christopher ha l’intelligenza di un computer, sa fare a mente calcoli complicatissimi ma è del tutto impreparato, ingenuo e indifeso, di fronte alla vita. Con questi suoi pochi mezzi, intelletto sviluppatissimo ed emotività fragilissima, dovrà risolvere un giallo, l’incomprensibile uccisione di Wellington, il cane della vicina. Si tufferà nell’investigazione con lo stesso spirito razionale e analitico del suo amato Sherlock Holmes ma l’indagine prenderà una piega imprevista, lo costringerà a scavare anche nella propria vita, nei rapporti fra suo padre e sua madre, a venire a patti con l’assenza della figura materna, ad affrontare rischi e a discendere negli inferi metropolitani per poi risalire alla luce delle stelle.
“E quando l’universo avrà terminato di esplodere, tutte le stelle rallenteranno la loro corsa, alla fine si fermeranno e cominceranno di nuovo a cadere verso il centro dell’universo, come fa una palla gettata in aria. E allora non ci sarà più niente a impedirci di vedere tutte le stelle del mondo perché si avvicineranno, sempre più velocemente, e noi capiremo che il mondo presto sparirà, perché quando guarderemo il cielo di notte non ci sarà più il buio ma soltanto lo splendore di luce di milioni e milioni di stelle, tutte stelle cadenti.” (pag. 23)
Ciò che afferra e cattura non è, ripetiamo, la storia in sé, bensì la personalità affascinante e straordinaria di Christopher. Un Asperger è una monade senza finestre, chiuso in un mondo ego centrato, in un cerchio di cui è prigioniero e nel quale non fa entrare nessuno, tenendo a distanza ogni altra creatura umana. Si sente superiore a tutti, non riesce nemmeno a concepire che anche gli altri abbiano una “mente pensante”. Christopher sta solo sul cuore della terra, come direbbe Quasimodo, non ama la confusione, detesta essere toccato, dice sempre la verità, prende tutto alla lettera, nota ogni particolare al punto che la sua mente, sovraccarica di stimoli e dati da analizzare, va in tilt ed egli soffre travolto dall’ansia, dalla paura, da una solitudine cosmica.
“Avrei voluto dormire così da non dover essere obbligato a pensare, perché l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era tutto quel dolore che provavo perché non c’era spazio per nient’altro dentro la mia testa, ma non potevo andare a letto e non potevo far altro che rimanere seduto dov’ero e non c’era nient’altro da fare se non aspettare e continuare a soffrire.” (pag.204)
Haddon usa un linguaggio mimetico del modo di pensare e di esprimersi del protagonista, un linguaggio artificiosamente semplice e ingenuo che strizza l’occhio al lettore e sconfina nella poesia.
“Mia madre però fu cremata. Questo vuol dire che è stata messa in una bara e bruciata e polverizzata per poi trasformarsi in cenere e fumo. Non so cosa capiti alla cenere e non potei fare domande al cimitero perché non andai al funerale. Però so che il fumo esce dal camino e si disperde nell’aria e allora qualche volta guardo il cielo e penso che ci siano delle molecole di mia madre lassù, o nelle nuvole sopra l’Africa o l’Antartico, oppure che scendano sotto forma di pioggia nelle foreste pluviali del Brasile, o si trasformino in neve da qualche parte, nel mondo.” (pag.53)
Mark Haddon's The Curious Incident of the Dog in the Night-Time is one of those unputdownble narratives that keep both the inveterate and the occasional reader glued to the book, in spite of those who curl their lips and raise their eyebrows in front of a novel which is read all in one breath. What catches and affects the stomach is the point of view. The story is told by Christopher, a boy suffering from Asperger's syndrome, a form of savant autism. Christopher has the intelligence of a computer, he can do very complicated calculations in his mind but he is completely unprepared, naive and defenseless, in front of life. With his few means, highly developed intellect and extremely fragile emotion, he will have to solve a mystery, the incomprehensible killing of Wellington, the neighbour's dog. He will dive into the investigation with the same rational and analytical spirit of his beloved Sherlock Holmes, but the investigation will take an unexpected turn, will force him to dig even in his own life, in the relations between his father and his mother, to come to terms with the absence of the maternal figure, to face risks and descend into the metropolitan underworld and then go back to the light of the stars.
"And when the universe has finished exploding, all the stars will slow down their run, eventually they will stop and start falling again towards the center of the universe, like a ball thrown into the air does. And then there will be nothing to stop us from seeing all the stars of the world because they will come closer, faster and faster, and we will understand that the world will soon disappear, because when we look at the sky at night there will be no darkness but only splendour of light of millions and millions of stars, all shooting stars. "
What enthrals us is not not, we repeat, the story itself, but the fascinating and extraordinary personality of Christopher. An Asperger is a monad without windows, closed in a centered ego world, in a circle of which he is a prisoner and in which no one enters, keeping every other human being at a distance. He feels superior to all, he cannot even conceive that others also have a "thinking mind". Christopher is alone on the heart of the earth, as Quasimodo would say, does not like confusion, hates being touched, always tells the truth, takes everything literally, notes every detail to the point that his mind, overloaded with stimuli and data to analyze, goes in tilt and he suffers overwhelmed by anxiety, by fear, by a cosmic solitude.
"I wanted to sleep so that I didn't have to think, because the only thing I could think of was all the pain I felt because there was no room for anything else inside my head, but I couldn't go to bed and all I could do was sit where I was and there was nothing else to do but wait and continue to suffer. "
Haddon uses a mimetic language of the protagonist's way of thinking and expressing himself, an artificially simple and naive language that winks at the reader and borders on poetry.
“But my mother was cremated. This means that it was put in a coffin and burned and pulverized and then turned into ash and smoke. I don't know what happens to ashes and I couldn't ask questions at the cemetery because I didn't go to the funeral. But I know that the smoke comes out of the chimney and disperses in the air and then sometimes I look at the sky and I think there are molecules of my mother up there, or in the clouds over Africa or the Antarctic, or that they come down in the form of rain in the rainforests of Brazil, or turn into snow somewhere in the world. "
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