interviste
Domenico Vecchioni, "Chi ha assassinato Rasputin?"
Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera che da tempo si dedica alla divulgazione storica, confezionando agili saggi su personaggi popolari come Evita Peron, Raúl Castro, Pol Pot, Raoul Wallenberg, sullo spionaggio e sulla Seconda Guerra Mondiale.
Chi ha assassinato Rasputin? è un libro scritto con il solito stile colloquiale, con pretese di serietà scientifica, ma con taglio divulgativo, perché risulti accessibile a un vasto pubblico. Abbiamo avvicinato l'autore che ci ha concesso un'intervista ricca di particolari nel corso della quale spiega la genesi del libro.
Perché un libro su Rasputin?
Sono stato affascinato dalle più recenti interpretazioni storiche sul suo assassinio e sul ruolo politico da lui svolto. Rasputin, cioè, sarebbe stato eliminato nel contesto di un complotto ordito dai servizi segreti britannici, ossessionati dalla prospettiva di una pace separata della Russia con gli Imperi Centrali (siamo nel dicembre 1916). Rasputin, in effetti, era un pacifista convinto e aveva sempre cercato di impedire il coinvolgimento dello Zar Nicola II nelle guerre balcaniche. Gli inglesi temevano che il "diavolo santo", in sintonia con la zarina Alessandra (di origini tedesche), alla fine avrebbe convinto lo Zar a sganciarsi dagli Alleati. Un abile 007 dell'MI6, Oswlad Rayner, sarebbe l'autore del "professionale" colpo di grazia sparato sullo Staretz, già ferito da giovani aristocratici russi. Viene d'altra parte rivalutato il suo ruolo "politico": pacifista appunto, contrario alle discriminazioni razziali, preoccupato della sorte dei più poveri, critico degli eccessi della Chiesa ufficiale, fautore della collaborazione tra le classi ecc… Insomma finora molti studiosi si sono fatti forse abbagliare più dal mito che dal personaggio, in una sorta di sfasatura storica. Rasputin non è stato la causa della caduta della Russia imperiale, ne è stato solo l'effetto.
In una simile biografia, fin dove arriva la realtà storica e dove comincia la leggenda?
Difficile, in effetti, stabilire una linea netta di separazione in un personaggio entrato da vivo nel mito e morto in maniera conforme al mito…Certo è che alla sua leggenda nera (corruttore di corpi e di anime, detentore di poteri occulti, possessore delle "forze del male"), si dovrebbero aggiungere le sue lungimiranti visioni politiche, ancorché espresse con la rozzezza dovuta alla sua limitata cultura storica e politica. Se lo zar avesse seguito i suoi consigli (sopratutto quello di non entrare nella Grande Guerra), forse la caduta della monarchia e del paese sarebbe stata rallentata e molti lutti sarebbero stati risparmiati alla popolazione. Rasputin probabilmente non era un "veggente", era solo un "visionario politico". Aveva, cioè, capito prima degli altri che il mondo imperiale russo stava irrimediabilmente decadendo, gestito da un regime che non sapeva più valutare gli eventi ed era incapace di correggere i propri errori.
Ci sono personaggi contemporanei che possono in qualche modo assomigliare a Rasputin?
Rasputin verosimilmente è un personaggio unico, irripetibile, legato ad un determinato ambiente politico e sociale. Certo si può considerare che appartenga alla categoria delle éminences grises , dei consiglieri occulti (o comunque senza incarichi specifici e ufficiali) del potente di turno. Ma non credo esistano personaggi animati da una personalità così straordinariamente contraddittoria. Rasputin era convinto che non ci può essere estasi, avvicinamento a Dio senza un sincero pentimento. E non ci può essere pentimento senza peccato… Quindi più si pecca, più intenso è il pentimento che ne segue e più facilmente ci si avvicina a Dio…Con una simile filosofia di vita ci si predispone alle peggiori aberrazioni per poi salire più in alto nell'estasi divina…
Ci parli dei suoi progetti per il futuro.
Continuare nella mia attività di divulgatore e saggista attraverso la pubblicazione di articoli su riviste di Storia (in particolare BBC History/Italia) e la pubblicazione di biografie di personaggi insoliti. Sto attualmente studiando le vicende di Felix Kersten, il "medico del diavolo", il fisioterapista di Himmler! Approfittando dei momenti di quasi "felicità" del Capo delle SS dopo i suoi interventi (era la sola persona al mondo capace di liberare Himmler dagli atroci dolori di stomaco che gli impedivano di vivere normalmente), Kersten riesce ad ottenere la liberazione di prigionieri ebrei e non ebrei. Massaggiando Himmler, gli si accredita di aver salvato 60.000 persone!
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
Domenico Vecchioni Chi ha assassinato Rasputin? Domenico VecchioniPag. 190 - Euro 16,00 Chi ha assassinato Rasputin? Vita, sesso e miracoli del diavolo santo Ginevra Bentivoglio Editoria Domenico ...
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Intervista a Francesco Troccoli
Francesco Troccoli, “Falsi dèi” è in uscita in questi giorni. Ma dopo “Ferro Sette” c’era davvero bisogno di un sequel?
Assolutamente no. “Ferro Sette” è un romanzo autoconclusivo, scritto prima che iniziasse il mio rapporto con l’editore Curcio. Benché “Falsi dèi” sia un sequel, la lettura del primo romanzo, benché consigliabile, non è necessaria. Per rispondere alla tua domanda, penso che scrivere e leggere non siano cose necessarie, ma semplicemente gratificanti. Per questo siamo in tanti a leggere, e tutto sommato anche a scrivere.
Un titolo piuttosto strano... chi sarebbero mai questi “falsi dèi”?
Sono misteriose divinità adorate da un popolo oppresso che vive su un pianeta primitivo, scenario di gran parte della storia. Penso di aver voluto rappresentare in chiave fantastica il potere oppressivo esercitato dalle ideologie, in particolare di quelle collegate all’uso mistificatorio di una religione. Ma è solo uno degli aspetti della vicenda, e forse nemmeno quello principale.
Insomma sei ateo? Quanto c’è di te nel romanzo?
Ti rispondo di sì, anche se è una parola che trovo ingannevole. La “a” privativa di questo aggettivo sembra indicare una carenza, una rinuncia. Ma come si può dover fare a meno di qualcosa che, secondo me, non esiste? La vera domanda è semmai “perché si dovrebbe essere religiosi?” quando la dimensione “immateriale” dell’essere umano è in noi viva e vitale sin dalla nascita (e non prima), senza il bisogno di cercarla in una dimensione trascendente. Nutro comunque il massimo rispetto per chi abbia fatto scelte diverse. In “Falsi dèi” c’è certamente molto della mia personale interpretazione della vita.
Anche questo è un romanzo di fantascienza? Perché hai scelto un genere così particolare?
Direi di sì, certamente si tratta di fantascienza, e mi auguro che, come già per “Ferro Sette”, questo romanzo incontri anche il favore dei lettori “mainstream”. Ho scelto questo genere perché mi piace come lettore, soprattutto nelle sue declinazioni più inclini alla critica sociale. E perché come scrittore conferisce un’elevata libertà.
Sulla quarta di copertina leggo commenti lusinghieri di Lanfranco Fabriani, due volte premio Urania, e di Roberto Arduini, de L’Unità; ma vorrei che fossi tu a darmi una buona ragione per leggere questo romanzo.
Trovo che sia una storia più matura ed evoluta rispetto alla precedente. E poiché la precedente ha avuto un discreto successo, penso che anche Falsi dèi potrebbe piacerti. Riparliamone far qualche tempo, che ne pensi?
Tre parole per caratterizzare la storia in breve?
Te ne dico cinque, me lo concedi? Sopruso, ribellione; poi: affetti, separazione. E infine: coraggio.. di essere se stessi, fino in fondo. Se verrai il 19 ottobre alla presentazione, alle 18.30 alla Libreria Arion Esposizioni, immagino che ne diremo anche delle altre...
Intervista a Ida Verrei: "Vesna è la speranza in una nuova primavera."
«Sono nata a Venezia ma vivo a Napoli – così inizia a raccontarsi Ida Verrei, autrice del romanzo Le Primavere di Vesna, recensito proprio qui, sulle pagine di Critica Letteraria – una città che mi è molto cara e dalla quale credo di aver assorbito tutte le mille contraddizioni. Tutto quanto è accaduto nella mia vita – prosegue – è stato fuori tempo: o troppo presto o troppo tardi».
Anche se involontariamente, queste prime righe di presentazione sembrano riecheggiare proprio Vesna: Napoli e Venezia sono le città tra cui la protagonista si divide e quel “troppo presto o troppo tardi” richiama non poco il carattere delle sue scelte, esistenziali e non solo. «A vent’anni – ci racconta – ho vinto il concorso magistrale e ho iniziato la mia carriera di insegnante. Avevo già un bambino di un anno. E tre anni dopo è arrivata la seconda figlia. A quaranta, quando i figli erano già quasi adulti, mi sono laureata in Pedagogia, con una tesi sperimentale in Psicologia dell’Età Evolutiva».
«Sin da bambina – così inizia a parlare di una delle sue più grandi passioni – sono sempre stata una lettrice appassionata; da adolescente mi tuffavo di nascosto nella biblioteca di mio padre e divoravo tutto quello che trovavo, in modo confuso e disordinato. Ho amato moltissimo gli scritti di Hemingway, Scott Fitzerald, Steinbeck. Ma leggevo di tutto, e anche ora, non ho un genere preferito, ho degli autori che amo più di altri, rileggo sempre volentieri gli scritti della Morante, della Ortese, sono innamorata di Erri De Luca, ma qualche volta mi accosto anche a nuovi autori premiati, come la Muggia o Veronesi».
Ida, però, non ama soltanto leggere: come qualsiasi buon lettore, ha scritto e scrive ancora oggi moltissimo: «Ho sempre scritto molto, ma i miei scritti – precisa – nel passato erano soprattutto inerenti il mio lavoro e la mia formazione: pedagogia, metodologia, didattica, psicologia, con qualche saltuaria incursione in attività più creative, come sceneggiature e riduzioni teatrali per le scuole. Al romanzo sono arrivata tardi e per caso: pensionamento, figli sposati, una camera-soppalco tutta per me, un PC e, finalmente, un po’ di tempo a disposizione. Il mio primo libro Un, due, tre, stella! è un romanzo di formazione, con molte concessioni all’autobiografia; cosa che mi ha creato qualche problema, perché, pur avendo avuto un discreto successo tra i lettori, ha spesso suscitato interesse per le vicende della mia vita, piuttosto che fermare l’attenzione sul valore letterario dell’opera. Ma, in fondo, riuscire a risvegliare la curiosità del lettore è pur sempre un merito!».
Come è nato Le Primavere di Vesna? – le chiedo – Lo hai scritto di getto oppure è "venuto fuori" pian piano? C'è un episodio particolare che ti ha spinto a scrivere?
«Proprio la curiosità di alcuni dei miei lettori è stata la molla che mi ha spinto a scrivere il secondo, Le Primavere di Vesna. Molti chiedevano: “E poi?...” “ci racconterai il seguito?” Non ci ho pensato neanche lontanamente! Non l’ho fatto e non lo farò. Ma mi è venuto in mente che avrei potuto affabulare, a modo mio, il “prima”. E ho scoperto che mi piace molto raccontare le persone che, in qualche modo, hanno attraversato la mia vita. Qui non c’è autobiografia, la storia del secondo romanzo si svolge in gran parte in un’epoca in cui io non c’ero ancora e forse non ero neanche un progetto. Mi è piaciuto raccontare, piuttosto che ciò che è stato, ciò che sarebbe potuto essere, con qualche memoria rubata, e molta fantasia. Solo alcuni dei personaggi, luoghi ed eventi appartengono alla realtà. Ho manipolato la verità e l’ho dipinta di finzione».
La protagonista del romanzo, Liana, è il simbolo della "rinascita". Il suo soprannome, d'altra parte, è "Vesna", un essere mitologico, come tu scrivi, che "al suo arrivo porta la primavera". Perché hai sentito l'esigenza di mandare un messaggio di speranza al lettore?
«Non ho mai avuto l’intenzione di lanciare messaggi al lettore, ma a me stessa. Mi sono spalancata una porta, anche se è alle mie spalle».
Ho adorato sua madre, il suo pudore e il suo amore incondizionato, che poi è tipico di tutta la famiglia di Liana. Ho odiato, invece, il secondo compagno di lei: credevo l'avrebbe resa felice davvero, ma si capisce sin da subito che non sarà così. A quale personaggio sei più affezionata? E di quale faresti a meno, se fossi costretta a scegliere?
«Mi piace un personaggio secondario, uno di totale fantasia, uno che non viene citato quasi mai nelle recensioni che ricevo: l’anziana maestra slovena Vera. Per me rappresenta l’incarnazione dei luoghi di cui parlo, è l’antico, la tradizione. È quella che dà il soprannome a Liana, quella che ne intuisce la natura selvaggia e solare, insieme. Ma anche la forza di rinascere mille volte. Farei a meno, invece del personaggio di Flora, ma il corso degli eventi, forse, sarebbe cambiato. Non mi piace perché rappresenta una categoria di donna che detesto: quella che può distruggere un uomo, avvolgendolo di un amore soffocante ed esclusivo e annientandogli la volontà; quella che, alla fine, un uomo finisce col temere più che amare».
Più delle sequenze descrittive, sono i dialoghi uno tra i punti di forza del romanzo. Li hai costruiti in modo spontaneo oppure ci hai ragionato su? Ce n’è qualcuno a cui sei legata in modo particolare?
«Sai che non lo ricordo? Penso siano nati spontaneamente. Se riesci a “diventare” i tuoi personaggi, riesci anche a parlare come farebbero loro. Più che ai dialoghi, sono legata ai monologhi interiori di Liana-Vesna, specie a quelli finali, nella chiesa. Penso che la rappresentino davvero: c’è la nostalgia, il rimorso, l’ansia di madre, la religiosità e la superstizione. C’è la speranza di una nuova primavera».
Parlavamo di "punti di forza". Quali sono quelli de Le Primavere di Vesna?
«Credo siano in quello che tu indichi al termine della recensione: l’assenza di riflessioni personali. Non amo i romanzi pieni di dissertazioni filosofiche, di messaggi in codice o disquisizioni dotte, preferisco sia il lettore a riflettere spontaneamente. Diversamente mi sembrerebbe di dare una chiave di lettura precostituita che toglierebbe la libertà di interpretare, scegliere e “sentire” la storia come propria».
E i "punti deboli", invece?
«Forse nella caratterizzazione di alcuni personaggi minori? Flora e Manuel li ho resi così sgradevoli che non mi andava neanche di parlarne troppo…».
Cosa non hai apprezzato della recensione? Avresti scritto qualcosa in più? Cosa, invece, ti è piaciuto particolarmente e perché?
«Ho apprezzato molto la recensione. Mi sembra una lettura attenta e competente; ho apprezzato soprattutto quello che ho sottolineato sopra: che sia stata messa in rilievo la fluidità della narrazione, senza la presenza ingombrante del narratore (narratrice). E mi piace che un giovane lettore di talento abbia saputo cogliere con sensibilità tutte le sfumature del mio romanzo».
Quanto di te c'è in questo tuo secondo libro, quanto di ciò che pensi del mondo e quanto, invece, di chi ti è (o ti è stato) vicino? In relazione al romanzo, c'è qualcuno a cui ti senti di dire "grazie"?
«C’è la madre, la figlia, la donna. Ma mi è purtroppo estranea la positività della protagonista. C’è anche, forse, una considerazione dell’uomo come compagno di vita, viziata da un vissuto personale. Si, devo senz’altro dire “grazie” a mia sorella Olga e a mia figlia Giovanna. Hanno sempre creduto in me e mi hanno sostenuta con continue “iniezioni” di entusiasmo».
Dicevi che nel 2008 hai scritto anche il romanzo Un, due, tre, stella! Non sei proprio una esordiente, insomma. Qual è il tuo rapporto con la scrittura? Hai mai attraversato un periodo di crisi? Cosa ti ha spinto ad andare avanti e tenere duro?
«Credo di avere con la scrittura un rapporto mutevole, ma sostanzialmente sano. Scrivere mi fa stare bene, alcune volte mi esalta, altre mi rasserena, altre mi fa anche soffrire, ma è una sofferenza cercata, anche se consuma energie. Penso sia così per tutti. Non ho avuto periodi di crisi quando scrivevo Vesna, di incertezza, forse, ma questo dipende dall’alternanza dell’autostima. Il periodo di crisi è quello attuale, ma soltanto perché, per motivi contingenti, non riesco a dedicarmi alla scrittura come vorrei».
Prima di pubblicare Le Primavere di Vesna, hai ricevuto delle porte in faccia? Come hai reagito?
«No, nessuna porta in faccia. Ho pubblicato il secondo libro con lo stesso editore del primo».
Cosa consiglieresti a un esordiente?
«L’umiltà».
Una scrittrice così in gamba avrà sicuramente dei progetti futuri...
«Grazie per “la scrittrice così in gamba”! Mi piace che un romanzo venga definito “un progetto”… Dà l’idea di qualcosa di predisponibile e certamente realizzabile. Io ho sempre pensato al romanzo come a una avventura che inizia senza che se ne conosca l’esito finale. E in una nuova avventura mi sono lanciata, non so come andrà a finire, devo rubare il tempo, e questa volta, superare tante crisi…».
Intervista di Michele Rainone a Ida Verrei
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Gordiano Lupi intervista Daniele Pierucci
Gordiano Lupi intervista Daniele Pierucci, classe 1983, autore di “Zeroellode - Quella cosa che chiamano università (atenei a perdere)” Phasar Edizioni, 2013.
Direi di cominciare questa intervista con una parte della bistrattata Costituzione italiana. Una parte che è bene tenere sempre presente.
Articolo 21:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola,
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]
D: Ottimo incipit. Soprattutto quando non c’è diffamazione, ma soltanto un mero resoconto di fatti, di domande retoriche e di legittimi sospetti, come avviene nel libro. Secondo te in Italia abbiamo la libertà di parola?
R: Come no? Da esprimersi a volume zero, in una stanza insonorizzata, dopo le 24 su Tele Cantina Libera. [PV Docet]
D: Perché hai deciso di dare alle stampe questo libro?
R: Per portare all’attenzione della collettività alcune str…anezze che sovente accadono negli atenei.
D: Dopo quel che abbiamo letto effettivamente c’è di che pensare. Quali sono gli aspetti che ti hanno dato maggior fastidio e quali sono quelli che ritieni più gravi?
R: Senza riferimenti particolari, trovo intollerabile l’imperialismo e il colonialismo di certi/e professori/esse e di certi presidenti di corso, trovo intollerabile che certa gente si ritenga così in alto da permettersi di non rispondere, trovo intollerabile che nell’università sia tutto imposto e non esista niente di concordato, trovo intollerabile che nell’università non esista la transizione da teoria a pratica (vedi certi ridicoli tirocini), trovo intollerabile che alcune regole siano create ad hoc e che altre vengano liberamente reinterpretate in base alla convenienza del momento. Trovo inaccettabile che certi/e professori/esse e certi presidenti di corso abbiano il culto della propria personalità, che lo vogliano imporre agli altri, che si considerino persone fatte verbo e che credano di essere il secondo avvento, trovo inaccettabile che salgano in cattedra per pontificare e per impartire il loro dogma, trovo inaccettabile un sistema manageriale tetragono alle opinioni altrui, trovo inaccettabili le frasi falsissime di certi presidi/rettori che dicono, addirittura in televisione, la prima cosa è l’attenzione allo studente, trovo inaccettabile che tráttino l’università come il loro piccolo feudo e che lì dentro valga la legge dell’usucapione. Trovo oscena la guerriglia mirata sull’individuo (vedi Cap. 4). Trovo inammissibile che gli studenti stiano zitti e si sacrifichino per gli ideali di altri. Trovo scandaloso che non esista vigilanza di alcun tipo su niente, in particolare sulla condotta di questi individui. Sono queste mentalità che rendono gli atenei del tutto inadeguati a formare le nuove classi lavoratrici.
D: Come mai i tentativi di chiarire i disguidi che si erano venuti a creare con l’università non hanno dato risultati?
R: Perché il sistema università è malato terminale di autodichia, vale a dire di volontà apologetica verso se stesso. In parole povere ogni organo fa come gli pare consapevole del fatto che non ci sono né controlli né sanzioni. Esattamente come succede in parlamento le regole esterne lì dentro non valgono. Ne sono prova il mio insulso tentativo di parlare con la responsabile dell’ufficio tirocini professionalizzanti nella sciocca speranza di risposte serie, il mio inutile tentativo di interpellare il garante nella sciocca speranza di risposte serie, il mio stupido tentativo di conciliazione con il presidente nella sciocca speranza di risposte. Avrei dovuto aspettarmelo: scaricabarile, omertà e reticenza. La loro frase tipo è ego me absolvo.
D: Secondo te che cosa bisognerebbe fare?
R: Non ho certo la presunzione di risolvere ventenni (…) di problemi stratificati. Qualche suggerimento è già stato avanzato nel capitolo 7. Mi sento di ripeterne tre: servono controlli e sanzioni (che adesso sono del tutto inesistenti); contemporaneamente è necessario allontanare i mercanti dal tempio; inoltre è essenziale ascoltare le istanze dell’utenza. Troppi individui che siedono in cattedra sono solo chiacchiere e poltrona. Non meritano il ruolo che rivestono, non sono credibili né in quel che proferiscono né in quel che fanno.
D: Che intendi dire?
R: Spessissimo quando si sente parlare personaggi che occupano, non si sa perché, posizioni di comando sembra che il loro unico scopo sia inspirare un sentimento di disperazione. Dicono cose che appaiono lontane dal buonsenso, dalla logica e dalla realtà. Pare di essere in campagna elettorale dove un candidato può dire tutte le sciocchezze che gli passano per la testa; sembrano persone che hanno bisogno di sentirsi parlare e di udire la propria voce. Purtroppo si tratta di gente abituata a sproloquiare senza contraddittorio, gente che oltre a non tollerare per alcun motivo opinioni diverse dalle proprie fa di tutto per annientarle, gente che sa un sacco di cose superflue e non crea conoscenza ma al massimo, se ne è capace, ne trasmette una già preconfezionata che oltre a essere inutile e obsoleta non arricchisce affatto l’allievo. D’altra parte è difficile ascoltare gli altri (vale a dire gli utenti/studenti che pagano) quando ci si ritiene onniscienti e onnipotenti (vedi l’appendice nonché l’indegna frase del Cap. 4 qui dentro niente è illegale se io decido di farlo).
D: Effettivamente quell’affermazione meriterebbe di essere perseguita nelle sedi appropriate. L’università che hai conosciuto è tutta come l’hai tratteggiata? Oppure hai trovato anche situazioni, risvolti e persone che esulano da questa descrizione per niente lusinghiera?
R: Ovviamente ho trovato anche situazioni, risvolti e persone decisamente positivi; in quantità molto minore, ma li ho trovati. Persone oneste, volenterose, serie, capaci, trasparenti, sincere, umili, educate, coerenti, competenti; persone che conoscono la deontologia, l’etica, la moralità, il rispetto, l’integrità, l’onore, la correttezza, la didattica, l’insegnamento, la conoscenza e la trasmissione di conoscenza. Come detto la percentuale è piuttosto bassa, ma è bene dire e far sapere che, nonostante tutto, ci sono anche loro.
D: Cosa pensi quando si sente dire che la laurea è un punto di partenza e non di arrivo?
R: Penso a una mia ex insegnante la quale, a chi le diceva che il post laurea (specializzazioni, master…) fa diventare “impiegabili” gli studenti, rispondeva che sarebbe stato molto meglio che gli studenti fossero invece diventati “impiegati” alla svelta, senza staccare assegni nominativi direttamente ai masteratori/specializzatori e sapendo che l’esperienza ci si fa nel corso della professione.
D: Nel libro esprimi alcune considerazioni riguardo gli ordini professionali. Tutti sanno che da anni esistono proposte per la loro abolizione. Vuoi aggiungere qualcosa?
R: Non mi pare si siano viste migliorie da quando è stato introdotto l’obbligo dell’abilitazione; anzi, tutt’altro. Se uno è capace le cose le sa fare anche senza l’esame di stato; se uno è incapace può avere cinquanta abilitazioni, rimarrà un incapace. L’Italia è il paese degli albi professionali; tutti gli albi che esistono qui non ci sono in nessun’altra parte del globo. Trovo ridicolo che ci sia un albo sez. A e un albo sez. B. Trovo insensato un esame di stato perché allora mi domando a cosa servano i cinquanta esami precedenti per conseguire la laurea; allo stesso modo trovo pretestuoso che per poter lavorare bisogna versare periodicamente una quota all’ordine; il paragone più calzante è con il commerciante partenopeo (non me ne voglia la categoria nella quale fra l’altro ho molti amici) che per tenere aperto il negozio e per portare la pagnotta a casa deve “elargire” una parte dei suoi guadagni a un “circolo non propriamente culturale” in cambio di protezione (protezione da cosa? Dal circolo stesso?)
D: Leggendo il libro mi hanno colpito due ipotesi: quella delle intercettazioni email e quella del registro dei sovversivi. Cosa pensi a riguardo?
R: Non c’è da stupirsi di una cosa del genere visto che siamo nel paese delle meraviglie. Anche questa è Italia, diceva il Gabibbo. L’unica cosa che penso è che, nonostante il più che fondato sospetto di esistenza, non sia possibile dimostrarne l’esistenza. Per quel che riguarda le intercettazioni email non posso non domandarmi che ci stia a fare il garante della privacy, quale significato sia dato alla parola privacy e perché ogni segnalazione cada nel vuoto e venga insabbiata. Ah, già, perché “lavorano per noi”; e il tutto viene fatto con la scusa della “sicurezza”. Invece per quanto riguarda il registro dei sovversivi siamo nel sublime. Chi ha avuto tale trovata è indiscutibilmente un genio. Riesci a capire la portata di quell’idea? È veramente immensa e ingegnosissima: schedare le persone ancor prima che inizino a lavorare (se mai inizieranno). Fantastico, davvero. Rappresenta l’evoluzione moderna delle lettere di referenze. È un modo come un altro per confinare i dissidenti.
D: Adesso che è quattro anni che sei fuori da quella cosa che chiamano università (come dici nel sottotitolo del libro) quali sono le tue sensazioni verso quel periodo?
R: Quando mi ero immatricolato mi ero anche creato delle aspettative (come tutti, credo), aspettative che immancabilmente sono andate infrante. Credo di poter dire che l’università come l’ho vissuta io sia stata la delusione più grande della mia vita; ho rinunciato a sette anni di esistenza per privilegiare l’oscurantismo dell’accademia, senza risultati (nonostante la laurea in tempi rapidi e con voto alto). Non avevo mai fatto un uso così improduttivo del mio tempo. Non c’è niente di più lontano e di più differente dell’università e del lavoro. A distanza di anni lo dico senza vittimismo: l’università mi ha usato, mi ha mentito e mi ha sfruttato. I miei sentimenti verso quell’istituzione si possono riassumere in un’asserzione sola: mi vergogno di essermi laureato. Mi rendo conto che è una frase forte e che non sarà facilmente condivisa, ma è opportuno chiarire (ad uso di coloro ai quali fa comodo generalizzare e strumentalizzare) che il riferimento è indirizzato alle inutilissime facoltà umanistiche, come è quella che ho stupidamente scelto io. Per tutti quei perbenisti-buonisti che in questo momento si stanno scandalizzando di fronte a quella frase, prima leggete il libro e poi imparate a rispettare opinioni diverse dalle vostre, se mai vi riuscirà.
D: Sei rimasto in contatto con i compagni di studi che hai conosciuto nelle due università? Qual era la loro opinione dell’ateneo? A loro è servita la laurea?
R: Ho mantenuto alcuni contatti, sia pure sporadici, con circa la metà di quelli che ho conosciuto. Non so cosa essi pensino adesso dell’università; posso dire che durante la frequenza dei corsi i malumori erano ampiamente diffusi. Molto ampiamente. Senz’altro ad alcuni la laurea sarà servita a qualcosa: ad esempio so che una minima parte si è iscritta all’ordine (anche se fanno tutt’altro), ma so anche che tanti di loro usano il pezzo di carta come raccattapolvere in cornice. Questo perché la saturazione di quella presunta professione [psicologia, ndc] è a livelli inimmaginabili. Eppure queste facoltà continuano a esistere senza motivo alcuno.
D: Visto che hai studiato psicologia, qual è il tuo pensiero in merito?
R: Penso che sia una forzatura, per dirla con un eufemismo; una grandissima forzatura. Non riconosco a tale materia né la dignità né l’utilità di scienza. E a questa domanda ti risponderò con delle domande. Si può davvero curare la mente? O ce lo vogliono far credere? Si può davvero prevedere la mente? O ce lo vogliono far credere? Era proprio indispensabile inventarsi la dubbia figura professionale dello psicologo? O è servita solo ad arricchire certa gentaglia? A prescindere dalle risposte che possono avere questi interrogativi, intendo prevenire una tua nuova curiosità che senz’altro mi vorresti chiedere: io ho scelto psicologia perché mi sono stupidamente fidato della disinformazione record portata avanti dai giornali, dalla televisione, dai professori, dagli atenei, da alcuni siti internet, da alcuni forum, dai social network.
D: Le tue sono domande estremamente logiche e legittime; purtroppo quando si pecca di ingenuità ci se ne accorge solamente troppo tardi. Hai dei rimorsi? Dei rimpianti?
R: Chi non ne ha, in qualsiasi ámbito della vita e non solo dell’università? Il mio rimorso è di aver arricchito certi personaggi, avendo contribuito con le mie tasse a formare il loro immeritatissimo stipendio, e di aver pagato per mantenere quello stato di cose. Il rimpianto è di aver letteralmente buttato via (in modo inconsapevole, ma questo non cambia le cose) una parte consistente di vita senza ritorni di alcun tipo. Mi viene in mente un aforisma di Karl Kraus che dice un uomo debole ha dei dubbi prima di una decisione, un uomo forte li ha dopo, un uomo stupido non ne ha. I personaggi discutibili che ho trovato nell’università non hanno mai avuto dubbi.
D: Qual è il caposaldo che hai assodato nelle tue disavventure accademiche?
R: Te ne dirò tre.
- L’università non è affatto indispensabile come invece taluni vorrebbero farci credere.
- Diffidare. Questo è il secondo concetto da imprimersi in testa. Diffidare sempre da chi è considerato esperto e, ancora di più, da chi si autodefinisce esperto e racconta di esserlo. È basilare educare la propria mente al dubbio e allo scetticismo. Una cosa che i perbenisti di cui sopra etichetteranno come cultura del sospetto.
- Sapere, scienza, approfondimento, libero pensiero: se tutte queste cose non vi interessano, in particolare la quarta, iscrivetevi pure all’università.
D: Qual è la tua speranza riguardo al futuro dell’università?
R: In queste condizioni l’università è senza futuro, o meglio, è l’utenza dell’università ad essere priva di futuro. Mi auguro che le cose che ho vissuto io, che sono solo una piccola parte dei quel che non va, non le rivivano altri. L’informazione, nonostante chi usa la censura come arma di difesa, deve circolare.
Roberto Baldini intervista Adriana Pedicini
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Il Giornale Di Roberto B.: Intervista Ad Adriana Pedicini
Cari Amici, oggi la mia penna parlerà della bravissima un'autrice davvero in gamba. Quindi, senza ulteriore indugio, lascio la parola alla simpaticissima Adriana! Ciao Adriana! Grazie per il tempo...
http://scrivoleggo.blogspot.it/2013/06/intervista-ad-adriana-pedicini.html
Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
Vincent Spasaro
Il demone sterminatore
Cronache dal fiume senza rive
Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90
Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.
La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.
Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.
Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.
Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.
Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?
Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…
Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?
Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.
Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?
Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.
Chi è il lettore ideale della tua storia?
Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?
Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Incontro con il prof Felice Casucci
incontro col prof. Felice Casucci dell'Università del Sannio, 10 aprile 2013
Intervista da radioalma-bruxelles
http://radioalma.eu/brussellando/?p=1201
Brussellando del 30 aprile 2013 " Brussellando su Radio Alma: l'unica radio italiana a Bruxelles
Mari D dialoga con la scrittrice e poetessa Adriana Pedicini, autrice della silloge di poesia "Neomàtia" e della raccolta di racconti "I luoghi della memoria". Non perdetevi i suggerimenti di ...
Intervista a Marco De Franchi
Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di sé.
“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”
E così cominci…
“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”
Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.
“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”
È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.
“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”
Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.
“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.
Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.
“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.
E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?
“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”
Grazie a te, Marco, di cuore.
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Marco De Franchi intervista allo scrittore poliziotto Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove ...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/Marco-de-Franchi.htm
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intervista del 25/03/2013 da parte di Radio Autori Emergenti, condotta da Daisy Raisi
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