franca poli
C'era una volta la Romagna

"Se ignori quello che è successo prima che tu nascessi, sarai sempre un bambino".
(Cicerone)
Spesso mi rendo conto che per molte persone non esiste comunità aldilà delle comunità virtuali e, se questo è vero, niente ha più senso. Stiamo perdendo di vista il contatto diretto, la comunicazione, per dare spazio all'irrealtà del non tempo, del non luogo. Io credo fermamente che occorra far parte di una comunità reale, e provare a partecipare alla sua formazione, al suo sviluppo per non cadere nel tranello che ci rende schiavi di questo sistema globalizzato e globalista. L'isolamento della rete è il trionfo del sistema, è la fine della civiltà del nostro popolo, dobbiamo recuperare valori umani a partire dalla nostra identità territoriale. Chi passa la vita in solitaria alienazione, davanti al PC e alla tv, viene descritto dai vicini come una brava persona, uno tranquillo, anche quando si scopre che in un giorno di lucida follia ha ucciso moglie e figli, mentre il “viveur” che ospita rumorose feste con amici e rincasa ogni notte con una donna diversa facendo rumore per le scale del condominio, per il pensare comune rasenta il crimine.
So di aver avuto la possibilità di vivere durante il passaggio tra due epoche e non è cosa da poco. Da piccola ho conosciuto “la civiltà contadina”, fondata sulla legge della natura, semplici regole poggiate sul principio “raccoglie chi semina”, poi sono cresciuta assorbita dall'epoca attuale “nasci, consuma, muori”, basata sulla tecnologia, col suo enorme potenziale al servizio del progresso e dello sviluppo socio-economico.
Due importanti “civiltà” nel cammino dell'uomo, ma anche enormemente distanti fra loro e il passaggio è stato troppo veloce, il passo troppo lungo, il distacco troppo repentino per conservare quello che di buono c'era da salvare e valutare bene il nuovo prima di tuffarsi a capofitto in una sconvolgente variazione di stile di vita.
Mi ritengo dunque fortunata, dicevo, per aver potuto conoscere entrambe le realtà, aver avuto modo così di confrontarle e di riflettere, ripercorrendo un viaggio in un mondo che mi ha sfiorato, ma di cui ho il ricordo vivo e, se a volte non personale, tramandato nei racconti dei miei genitori.
“Quando i contadini erano tanti e gli operai pochi, quando si mangiava la carne solo la domenica, quando un ragazzo arrossiva dicendo ti amo, quando un viaggio in città era un'avventura emozionante da raccontare agli amici e quando la povertà era spesso sinonimo di onestà.”
Le contadine di trent'anni allora stremate dai parti e dalla fatica, bruciate dal sole, sembravano averne cinquanta, mentre oggi le cinquantenni, spesso restaurate dalla chirurgia estetica, ne dimostrano trenta. I bambini hanno l'Hi-pad al posto del pallottoliere, i viaggi su traballanti carrozze con sedili di legno hanno lasciato posto a voli transcontinentali e, quando muore il nonno, i soldi non si cercano più sotto il materasso, ma si va a vedere se aveva investito in Borsa. Le verdure non si raccolgono nell'orto ma si compra il minestrone liofilizzato e le vitamine della frutta e del sole si assumono con gli integratori.
Passi da gigante sono stati fatti nel campo della medicina e della scienza, non si muore più per un'appendicite, ma si può morire di inquinamento, perchè la logica del profitto e del capitalismo stanno portando alla distruzione della terra. Quando è morto Steve Jobs, l'ideatore dell'I PHONE, la notizia ha tenuto banco per settimane nel mondo mediatico e televisivo, celebrando una sorta di santificazione planetaria, mentre abbiamo ignorato che lo stesso giorno moriva l'illustre sconosciuto Wilson Greatbatch, inventore del pacemaker, un giocattolo che ha salvato e salverà milioni di vite umane.
Non tutto è sbagliato nel nuovo, ma non tutto andava cancellato del vecchio.
La fine della civiltà contadina è purtroppo sempre più accompagnata anche da un'autentica mutazione del paesaggio e della sua realtà antropica. La campagna viene spogliata della propria vegetazione, i campi di pannelli solari prendono il posto dei vasti frutteti, le case contadine isolate, oramai ridotte a ruderi e scheletri, sono solo il vago ricordo delle aie brulicanti di vita e lasciano spazio ad agglomerati di villette unifamiliari dove ognuno recinta il suo orticello e litiga col vicino per un metro di terra, mentre distese di campi incolti e abbandonati si perdono malinconicamente all'orizzonte.
I paesi dopo un lento e inarrestabile declino demografico sono ora invasi da una immigrazione massiccia e confusa che sta trasformando questi centri abitati in una babele di lingue, costumi, culture diverse, storie di persone che arrivano attratte come falene dal luccichio di un mondo che manda segnali sempre più vuoti e falsi. Gente che non si ambienterà mai, ma che piano piano stravolge le nostre usanze.
L'antico mondo contadino fatto di povertà ma anche di condivisione ha perso la sua anima, è in atto uno sconvolgimento che sta mettendo in discussione le nostre stesse radici.
Vorrei lanciare un messaggio come si faceva una volta affidando una bottiglia al mare e spero non si perderà nel vuoto dell'etere ma che viaggi spiegando le ali al vento degli ideali e della speranza, per salvaguardare la memoria storica delle nostre strade, delle nostre campagne e l'anima di gente umile ma orgogliosa: non arrendiamoci. Cerchiamo di difendere i nostri valori, le nostre tradizioni tentando di ricostruire l'antico orgoglio comunitario che ci vedeva padroni del nostro territorio.
È a questo scopo, forse inutile, sicuramente velleitario, che dedicherò qualche pubblicazione inaugurando una rubrica dal titolo C'ERA UNA VOLTA LA ROMAGNA, in cui racconterò, di volta in volta, usanze e vecchie tradizioni della terra dove vivo, sperando di tramandare ai più giovani che leggeranno un po' della nostra storia di popolo orgoglioso e matto. Ricordi indelebili delle lunghe estati trascorse dai nonni.
Il pranzo di Anna
Era di nuovo Natale, fra pochi giorni i ragazzi sarebbero tornati a casa, come ogni anno. L'atmosfera per le strade del paese era la stessa di sempre, luci colorate, festoni, vetrine illuminate. Nell'aria il profumo di cannella e spezie, di legno di montagna e di dolci fatti in casa, di vin brulè, di abeti decorati a festa con luci intermittenti che brillavano negli occhi meravigliati dei bambini fermi a guardare e tutto intorno la melodia dei canti natalizi e le soavi note delle zampogne.
Anna si stava affrettando a comprare le ultime cose per preparare il pranzo di Natale, dove li avrebbe avuti tutti insieme, come piaceva a lei, seduti intorno al tavolo grande nel salone, i piatti di porcellana bianca, i bicchieri di cristallo, il camino acceso, le candele, i pacchi sotto l'albero illuminato e il presepe da completare, anche se Gesù era nato a mezzanotte. Erano i suoi figli, con i compagni e i nipoti a tornare ogni anno, per festeggiare. Le piaceva rispettare la tradizione di famiglia, conosceva i desideri di ognuno e cosa avrebbero voluto trovare sul tavolo imbandito. Vincenzo, il suo primogenito, amava i tortellini in brodo, che Natale era sennò? Sua figlia Francesca, invece, bastian contrario dalla nascita, le avrebbe chiesto “mamma ma non hai fatto le lasagne?” poi a Lella, la moglie di Vincenzo, piaceva tanto il pollo in gelatina e a Giorgio, il marito di Francesca, il coniglio arrosto con le castagne . Il suo primo adorato nipote Enrico sapeva che avrebbe trovato la torta di riso e poi c'era Valeria, la sua nipote più piccola, che non le chiedeva mai nulla. Lei non amava queste feste, i ritrovi “forzati” dove, alla fine, c'era sempre qualcosa da ridire e troppo da mangiare. Lei faceva finta di ingerire tutto, si metteva nel piatto una piccola porzione di ogni cosa e, dopo averlo assaggiato per fare i complimenti alla nonna, con discrezione accantonava, schiacciava, tagliuzzava il cibo giocando con le posate e, più spesso, allungava qualcosa sotto il tavolo al cagnolino che si accucciava ai suoi piedi in fiduciosa attesa. Era una ragazza sensibile la sua Valeria e Anna faceva sempre finta di non vedere per non darle un dispiacere.
Oramai si stava ritirando verso casa, le gambe le facevano male, non riusciva più a finire i preparativi di corsa come un tempo e le servivano giorni per sistemare ogni cosa, ma era contenta. Da quando era morto il suo Mario i figli, i nipoti, rappresentavano tutto quello che le era rimasto e una giornata con loro valeva ogni sacrificio. Finito il pranzo non le facevano toccare più nulla, lei stava seduta coi nipoti a godersi storie di cuori infranti o di compiti in classe mancati, Lella e Francesca spicciavano la cucina, lavavano i piatti e pulivano tutto, poi sistemavano gli avanzi, che si dividevano rigorosamente in parti uguali, e tornavano in sala per aprire i regali. Era il momento che preferiva in assoluto: l'entusiasmo dei ragazzi, l'eccitazione per le sorprese, la premura e l'affetto si potevano toccare e riscaldavano la stanza. Tutto era rimasto uguale, come amava fare suo marito, che ogni anno ripeteva la scena del pacchetto mancante. Dopo che ognuno aveva aperto il proprio regalo, lui si fingeva dispiaciuto perché nessuno sapeva dove fosse il regalo di Anna e si scusava spergiurando di essersene dimenticato e, mentre chiedeva un bacio di perdono, lei chiudeva gli occhi e lui le metteva in mano un pacchettino, forse il più piccolo, ma sicuramente il più prezioso. Ogni anno un gioiello, di poco valore, ma pur sempre un “regalone” per le loro finanze: una spilletta, un sottile collier, un paio di orecchini, un anellino. Sempre di ottima finitura e di buon gusto. Lei si schermiva e, guardando i figli, diceva “Questi saranno presto vostri”. Poi, invece, all'improvviso una sera se ne era andato lui. Lo aveva trovato addormentato sulla poltrona, col libro aperto tra le mani, pensava che dormisse e invece il suo Mario l'aveva lasciata per sempre senza nemmeno salutarla. Era rimasta sola in quella casa troppo grande e così da allora ogni Natale toccava a Vincenzo la scena del pacchettino mancante e lei era contenta. I suoi figli l'amavano allo stesso modo in cui lei li amava. Si guardò attorno, tutto era pronto, fra poco avrebbe sentito la macchina arrivare, la prima era sempre sua figlia.
Francesca sbatté la portiera della macchina e scese carica di pacchi e pacchetti, aprì la porta ed entrò dentro casa bofonchiando, aveva preso questo vizio da quando suo marito l'aveva lasciata: “Sempre così, tutta 'sta fatica per mangiare un giorno. L'anno prossimo andiamo al ristorante”. Iniziò a sistemare le candele, a posare le stelle di Natale nei sottovasi, accese il caminetto e tirò fuori la tovaglia rossa, “cara mamma questa tovaglia è vecchia, dovremmo regalartene una nuova” disse sospirando malinconica e iniziò ad apparecchiare il tavolo. Il salone era caldo e illuminato quando arrivarono Vincenzo e Lella. Francesca non poté fare a meno di notare quanto anche loro, come la tovaglia, fossero invecchiati, ma forse per rispetto a sua madre, che le avrebbe dato un'occhiataccia, si trattenne dal farlo notare. Di lì a poco giunsero Enrico con la moglie e il piccolo Cristian, e, per ultima, Valeria, sorridente e silenziosa come sempre. Andarono tutti insieme in cucina e trovarono il frigo pieno di provviste, non mancava nulla, nemmeno lo spumante per il brindisi. I tortellini erano pronti e c'era già il brodo nella pentola, solo da scaldare, il coniglio nel forno che si doveva accendere, la torta di riso già tagliata a rombi e spolverata di zucchero a velo era nel piatto di portata. Si guardarono dubbiosi, chi di loro si era preoccupato di fare questa sorpresa agli altri, per non far sentire la mancanza di Anna che era mancata meno di un mese prima? I due fratelli si scrutarono senza parlare, ognuno di loro pensò fosse stato l'altro e si abbracciarono con le lacrime agli occhi. Enrico parlava col piccolo e gli raccontava di come era buona la torta della nonna. Fu un pranzo coi fiocchi come sempre, tutto buonissimo, proprio come quando lo faceva lei, gli stessi indimenticabili sapori e l'armonia familiare non era stata mai così calda e serena. Anche i pacchetti erano stati aperti, a ognuno il suo e ne era rimasto uno piccolino che non era destinato a nessuno.
Anna, in piedi accanto al camino, li guardava contenta, era stato faticoso più di tutte le altre volte far trovare loro tutto pronto quest'anno, pensava che non ce l'avrebbe mai fatta, meno male che le mani svelte di Valeria, che da lei tutto aveva imparato, erano riuscite a preparare la sorpresa per i suoi figli. Che angelo quella nipote dolce e riservata che, felice del risultato ottenuto, stava in disparte e la cercava con lo sguardo con la stessa malcelata discrezione di quando dava da mangiare al cagnolino sotto al tavolo. (Franca Poli)
Mia madre aveva gli occhi azzurri

Non si tratta di una poesia ma di un pensiero rivolto a chi, anche se non è più fra noi, ci resta sempre accanto. La gioia incommensurabile di una nascita in famiglia va condivisa anche con coloro che ci hanno dato tutto, ci hanno insegnato tutto, trasmesso i valori che ci consentono di camminare orgogliosi a testa alta. Mia madre è tanto cara al cuore di mia figlia Veronica a cui dedico questo breve componimento e che ringrazio. Anche la fotografia la riguarda, essendo rappresentato il fiore che porta il suo nome “veronica“, più conosciuto come “occhi della Madonna”.
Mia madre aveva gli occhi
azzurri
il cuore grande
e la testa piena di sogni.
Le piaceva il calcio, andare a
cavallo e sognava di vincere una
gara in bicicletta.
Invece, rimasta sola troppo
presto, ha allevato
con amore e sacrifici due figli
e due nipoti.
Voleva andare in aereo e fare
un lungo viaggio
poi un giorno è partita
all'improvviso,
senza aspettare che le comprassi il biglietto.
Mi mancano sempre il calore
della sua presenza e la dolcezza del suo sorriso.
Quando la cerco guardo il
cielo...
Mio nipote ha gli occhi azzurri.
(Franca Poli)
Michel Aflaq e il partito Baath
In questi giorni di attentati islamisti, di falliti golpe, di repressioni e di “depressioni”, ho letto commenti di ogni genere e mi è tornato in mente un personaggio di cui è tanto che non si parla, si tratta di Michel Aflaq, fondatore ideologico di uno dei movimenti più controversi del mondo arabo. Il Medio Oriente, per quello che ne sappia, non è stato sempre “islamista”, al contrario, negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Ad esempio il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente in Iraq, è cosa ben diversa dai movimenti islamici ed è stato sempre inviso ai fondamentalisti, per non parlare della Siria dove questo partito è al potere da oltre mezzo secolo.
Il movimento Baath (letteralmente traducibile con rinascita o resurrezione) nacque a Damasco negli anni quaranta ad opera di due insegnanti siriani Michel Aflaq e Salah al Bitar, che si erano frequentati duranti gli studi universitari alla Sorbona di Parigi una decina di anni prima. Michel Aflaq era nato a Damasco nel 1910, in una famiglia di religione cristiana e, durante la sua permanenza a Parigi, fu vorace divoratore delle maggiori opere dei pensatori del secolo precedente, da Mazzini a Lenin, da Marx a Nietzsche. In quegli anni di frequentazione dei circoli studenteschi, degli scontri di piazza che avvenivano nel Quartiere Latino fra studenti socialisti, comunisti e militanti delle Leghe nazionaliste o d'ispirazione fascista, Aflaq maturò la formazione politica più innovativa e originale di tutto il mondo arabo. Nell'ideologia del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco credette di ravvisare la sola possibilità per la modernizzazione delle società arabe, e per la nascita di un grande movimento di massa composto da militanti laici. Auspicava una forma societaria forte, autonoma, indipendente e militarizzata al punto da poter difendere la patria dalle potenze coloniali, un'economia con un'importante partecipazione statale, per dare lavoro e ricchezza al popolo, soprattutto ai ceti più poveri.
Terminati gli studi e tornato in Siria, Aflaq insegnò in una scuola superiore di Damasco e diede vita a un gruppo di studenti interessati alle sue teorie, con cui si riuniva nei caffè damasceni ogni venerdi per palare di politica e attualità. Aflaq non aveva propriamente le caratteristiche del leader, era piuttosto timido e schivo per natura, ma il fondatore del Baath ebbe una grande influenza sui giovani della capitale che riconebbero in lui il maestro ispiratore e, da un primo movimento quasi in sordina, nel 1947 nacque il vero partito. Lo slogan era “Il socialismo è il corpo, l'unità araba è l'anima”, l'ideologia sinteticamente “unità, libertà, socialismo”
Nell'atto costitutivo si promulgava un principio di unità che, in ottemperanza allo spirito nazionalista, mirava ad unire tutti i popoli arabi in un’unica nazione dal Golfo Persico all’Atlantico e di ottenere il rafforzamento dei legami storici, culturali e linguistici del mondo arabo. In questo grande disegno Aflaq, si badi bene, non attribuiva all'Islam un ruolo guida, ma la stessa funzione identitaria della lingua e della storia comune. Auspicava la liberazione del popolo arabo dall’imperialismo coloniale straniero e per questo reputava di grande importanza l'istruzione dei giovani
«La politica educativa del partito ambisce alla creazione di una nuova generazione di arabi che credono nell’unità della nazione e nell’eternità della sua missione. Questa politica, basata su un ragionamento scientifico, sarà libera dai ceppi della superstizione e delle tradizioni reazionarie, sarà imbevuta dello spirito dell’ottimismo, della lotta e della solidarietà tra tutti i cittadini per portare avanti una rivoluzione araba totale e per il progresso umano»
Vedeva nel Socialismo la via per la vera uguaglianza ma ne progettava una forma morbida, che, pur rifiutando ogni concezione materialistica, mettesse l’individuo al centro del sistema economico, riconoscendo la proprietà privata e i diritti di eredità.
Aflaq promuoveva un vento di positiva innovazione che era paventato e odiato dagli islamisti conservatori, questo portò a lotte interne al partito che si divise in diverse fazioni, nel 1966 egli venne estromesso dalla vita politica siriana e si rifugiò in Iraq dove il partito Baath aveva conquistato il potere.
Deluso dalla mancata realizzazione pratica della sua ideologia, Aflaq si ritirò dalla scena pubblica, conservando il rispetto e la fedele amicizia di Saddam Hussein che lo volle comunque accanto negli ultimi anni della sua vita.
La fine di Nasser in Egitto, le sconfitte arabe contro Israele, gli accordi di Camp David, e bla bla bla avanti fino ai giorni nostri, portarono gli stati arabi ad abbandonare definitivamente le concezioni unitarie di Aflaq. Il sogno di un mondo arabo nazionalista, laico e socialista si spense definitivamente con lui il 10 giugno del 1989. Così come era già morto, nel 1945, il sogno di un' Europa dei popoli, Europa Patria, Europa Nazione, unita contro il capitalismo americano e il comunismo russo e, come avrebbe voluto Drieu La Rochelle, un'Europa anche bianca e ariana.
In una considerazione finale, tornando ad Aflaq, preso atto che gli islamisti detestarono Saddam quanto detestavano l'America, se veramente la preoccupazione di Bush fosse stata la guerra contro il terrore, sarebbe stato meglio, a mio parere, allearsi con lui e non distruggerlo, o magari oggi farci un pensierino prima di provare a distruggere anche il presidente Assad, ma io sono una donna di campagna, che ne posso capire di economia e politica internazionale...
Il gigante dai piedi di argilla
Il “GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA” , così fu soprannominato Primo Carnera, ricordato per la sua forza straordinaria, per le sue doti agonistiche ma, prima di essere un grande campione, fu soprattutto un uomo buono e gentile che amò la sua famiglia.
Era nato a Sequals, oggi provincia di Pordenone, il 25 ottobre 1906, la sua era una umile famiglia di contadini e la nascita di un figlio non avrebbe fatto notizia a quei tempi e in quella realtà, se non fosse che il neonato era un bambino di dimensioni fuori dal comune. Si parla di sette, otto chili, non ci sono ovviamente notizie certe, ma lo scalpore che causò fa sicuramente propendere per dimensioni eccezionali. Il padre era un mosaicista, la madre casalinga, e con gli scarsi introiti della famiglia si faticava a mantenere Primo, un bambino che cresceva a vista d'occhio, per il quale era difficile trovare le scarpe e che mangiava tanto: era sempre affamato e il cibo non gli bastava mai. Era cresciuto oltremisura e nel 1917, a soli undici anni, rischiò di finire davanti a un plotone di esecuzione perché, durante la prima guerra mondiale, i soldati diretti al fronte, passando dal suo paese, lo videro salutare festoso ma così grande e grosso che pensarono si trattasse di un imboscato. Si salvò grazie ai suoi documenti che testimoniavano in maniera inoppugnabile che si trattava effettivamente di un bambino.
Date le sue dimensioni fisiche aveva difficoltà a rapportarsi con i coetanei, faticava persino a entrare nel banco della scuola, così inadatto a un gigante come lui, e lasciò presto lo studio quando a malapena sapeva leggere e scrivere. Si cercò un lavoro ma per lui, come per tanti in quel periodo, in Italia non ce n'era. Così, nel 1920, esattamente il 29 giugno, Primo lasciò il suo paese in cerca di fortuna, per recarsi a Le Mans presso una zia. Il nuovo inizio non fu facile, anche in terra francese lo aspettavano lavori umili, faticosi, pagati miseramente e i pochi soldi che riusciva a guadagnare non gli bastavano nemmeno per soddisfare il suo smisurato appetito. Qui però avvenne il suo primo incontro con la boxe, un rapporto che gli cambiò la vita per sempre.
Gli Italiani emigrati, un po' per passione, un po' per sfogare le frustrazioni di una vita grama lontano dalle famiglie, si riunivano nella palestra dell'Unione sportiva di Le Mans per scambiarsi quattro cazzotti. Da questa palestra un impresario da baraccone lo convinse, in cambio di pochi soldi ma di cibo a volontà, a intraprendere una carriera che ben poco aveva a che fare con quella del pugile vero e proprio. Primo divenne “il Terribile Giovanni”, l'uomo forzuto che sfidava in match di lotta e pugilato gli avventori dello spettacolo itinerante che teneva questo circo da quattro soldi. Dopo qualche tempo fu però notato, mentre sotto il tendone spostava da solo un pianoforte, da un ex boxeur, Paul Journée, campione dei pesi massimi, che contattò il suo manager e lo convinse che il ragazzo aveva enormi potenzialità che andavano indirizzate e che, con tecnica e allenamento, ne avrebbero fatto un grande campione.
L'impresario era Léon Sée e, insieme al suo allenatore Maurice Eudeline, iniziarono ad allenare Primo Carnera e lo prepararono atleticamente e tecnicamente al primo incontro, che avvenne a Parigi il 12 settembre 1928. Salendo sul ring il gigante italiano lasciò a bocca aperta tutto il pubblico che seguiva ogni suo movimento con esclamazioni di stupore. In due riprese liquidò il suo primo avversario e iniziò così la sua brillante carriera. Va detto comunque che vinceva per la sua grande forza ma anche che fu proiettato ai massimi livelli del pugilato senza una vera gavetta, mancava di esperienza e divenne una stella ancora prima di essersi fatto le ossa sul ring.
Di successo in successo nel 1929 sbarcò in America, dove gli fu tributata un'accoglienza molto calorosa e soprattutto riscosse il tripudio di tutti gli Italiani emigrati che vedevano il lui il mito, il simbolo del riscatto sociale da contrapporre al pregiudizio che avvertivano da parte degli Americani. Nel 1930 Primo Carnera sostenne ventiquattro incontri di cui ventitré furono vinti per KO e uno solo perso ai punti. Il 27 ottobre fece ritorno in Italia e al porto di Genova, sbarcando dalla nave, salutò romanamente il popolo che, sentiti gli echi dei successi americani, lo acclamava dalla banchina. La fama, il successo, la sua grande forza richiamavano molte persone ai suoi incontri, Carnera era richiestissimo e, più cresceva la sua fama, più aumentavano gli introiti, inevitabilmente un tale giro di affari non poteva non attirare la mafia italo-americana che riuscì ad ottenerne il management attraverso il “sindacato”, un'associazione legalmente costituita ma succube del controllo di Al Capone, che la usava come agenzia per gestire il suo giro di scommesse clandestine. Primo Carnera si trovò così gestito da personaggi equivoci, che gli organizzavano incontri su incontri, a volte vinceva altre perdeva ma la sua fama aumentava e gli organizzatori guadagnavano un mare di soldi, di cui al diretto interessato andavano soltanto le briciole.
Lui si accontentava di sfamarsi a volontà, di fare la bella vita comprando auto di lusso, vestendosi in maniera molto elegante e circondandosi di starlette in cerca di notorietà. L'unico investimento che riuscì a fare fu di costruire una villa al suo paese natale in Italia. Quell'omone così forte, così coriaceo e massiccio, nascondeva sentimenti leali verso la sua Patria ed era dotato di una sensibilità pari alla sua grandezza. Quando, durante un incontro, un avversario rimase disteso al tappeto senza vita, si chiuse in sé stesso, cadde in una profonda depressione, da cui uscì soltanto quando la madre del pugile morto gli scrisse una commovente lettera, assolvendolo da ogni colpa e spiegandogli che le lesioni che avevano causato il decesso del figlio erano dovute a un precedente incontro con un altro pugile.
Rimessosi in forze e riacquistato il suo equilibrio, Primo Carnera affrontò l'incontro della vita, non aveva più solo forza da vendere, ora aveva acquistato anche tecnica, una certa eleganza nei movimenti e, il 29 giugno 1933, affrontando Jack Sharkey dispustò l'incontro più bello e importante di tutta la sua carriera. Dopo sei riprese l'avversario era a terra svenuto e lui, vincendo per KO, era diventato campione del mondo. “Ho vinto per l'Italia e per il Duce” dichiarò scendendo dal ring e presto fu invitato a combattere un incontro in Italia che si svolse a Roma, al quale presenziarono tutte le autorità, Mussolini compreso con i due figli maschi. Fu l'evento sportivo con maggiore partecipazione di tutto il Ventennio, Carnera vinse l'incontro osannato da tutta l'Italia e questo si può senz'altro considerare l'apice della sua carriera.
Tornato in America si trovò ad affrontare di nuovo l'incontro per la detenzione del titolo mondiale e, nonostante si fosse battuto come un leone, dimostrando coraggio e determinazione, lo perse. Il peggio purtroppo doveva ancora avvenire e arrivò quando si trovò di fronte Joe Luis, l'astro nascente del pugilato internazionale. Carnera finì al tappeto piuttosto malconcio. Questa brutta e pesante sconfitta ebbe conseguenze devastanti, l'ormai ex campione provò possibili rivincite in nuovi e diversi incontri che si rivelarono inevitabilmente pesanti sconfitte. Primo divenne l'ombra dell'immenso campione che era stato, si avviò verso un progressivo declino fisico che culminò con un intervento per l'asportazione di un rene. Pochi i soldi messi da parte, non potendo più combattere si trovò anche in difficoltà economica, unica nota positiva fu l'incontro con la donna della sua vita, Pina, si sposarono ed ebbero due figli.
Per guadagnarsi da vivere accettò di lavorare in Italia con la compagnia teatrale di Renato Rascel, ebbe qualche parte anche in diversi film e fu un'altra volta baciato dalla fortuna e dal successo: la gente lo amava, lo applaudiva, lo aveva amato da pugile, lo amava da attore e non lo avrebbe mai dimenticato. Questo sincero e genuino amore che tutti nutrivano per lui gli salvò la vita, quando, per la seconda volta, stava finendo davanti a un plotone di esecuzione. Era finita la seconda guerra mondiale ed era stato arrestato da alcuni partigiani che lo volevano fucilare per essersi in passato proclamato fascista, ma trovò anche fra di loro qualcuno che non poteva uccidere chi lo aveva fatto sognare.
Primo Carnera finì la sua carriera in America sui ring del catch e anche in questa disciplina conquistò il titolo mondiale nel 1957, titolo che detenne fino al '62, data del suo definitivo ritiro dalla scena agonistica. Trascorse anni di vita tranquilla in famiglia con la moglie e i figli che lo aiutavano nella gestione di un ristorante e di un negozio di vini in California. Qualche anno più tardi si ammalò gravemente, un tumore del fegato lo portò inesorabilmente verso la morte, l'ultimo desiderio fu di rivedere il suo paese natale e arrivò all'aeroporto di Fiumicino nel mese di maggio: l'uomo che scese dalla scaletta dell'aereo non ricordava nemmeno lontanamente il gigante che aveva conquistato il mondo, la malattia lo stava divorando ed era l'ombra di se stesso, pesava una trentina di chili e non riusciva nemmeno a reggersi in piedi. L'Italia non lo aveva dimenticato, durante il suo ultimo viaggio verso Udine, le persone lo aspettavano lungo i binari alle stazioni per acclamarlo e salutarlo.
Andò a morire nella sua Sequels, la cittadina che lo aveva visto bambino, era il 29 giugno 1967. Un'altra volta il 29, la stessa data che aveva segnato tutte le tappe importanti della sua vita, quando era partito per la Francia, quando aveva vinto il titolo mondiale e ora chiudeva per sempre la parabola della sua esistenza.
Porsenna
Nel 509 a.C., quando l'ultimo re di Roma, Tarquinio detto il Superbo, cacciato dalla città, fuggì verso il nord, chiese asilo a Porsenna, lucumone (alto magistrato) di Chiusi.
Intanto a Roma era stata instaurata la repubblica: convocato un grande comizio centuriato, si era deciso che mai più un re avrebbe disposto del destino di Roma.
Vennero nominati due consoli che, insieme e di comune accordo col senato, avrebbero governato la città. Intanto Tarquinio tramava per tornare sul trono e convinse Porsenna a marciare verso Roma con un grande esercito, d'altronde fino a che la dinastia dei Tarquini aveva governato, Roma,pur avendo rosicchiato territori all'Etruria, non aveva raso al suolo le sue città come era accaduto per Albalonga e molte altre. Porsenna capì che non era il caso di trascurare le vicende romane e giunse alle mura della città, cingendola d'assedio. Porsenna vinse la guerra, dettò condizioni di pace molto severe, impose fra le altre cose il completo disarmo -il ferro si poteva forgiare esclusivamente per costruire attrezzi agricoli - ma non restaurò il trono di Tarquinio il superbo e, per far riconoscere la sottomissione di Roma, si fece regalare un trono d’avorio, una corona d’oro, un manto regale, uno scettro e dei calzari, tutti simboli della regalità etrusca.
Ottenuto il successo, rivolse le sue attenzioni verso il sud, per riconquistare le colonie etrusche della Campania, allo scopo inviò il figlio Arnth contro Ariccia. Pur dotato di forze inferiori, Arnth attaccò con decisione e coraggio e, proprio quando la città latina stava per cadere, sopraggiunse un corpo di spedizione greca e il risultato fu capovolto. Arnth stesso trovò la morte in battaglia e Porsenna, distrutto, si ritirò di nuovo nella sua città. Di lui restano miti e leggende scritte dai romani nei secoli a venire che occultano certamente la verità storica, ma che sono rimaste nella nostra memoria fin dalle scuole elementari, chi non ricorda infatti la storia di Orazio Coclite o di Muzio Scevola?
Il primo, Publio Orazio detto Coclite perché privo di un occhio, difese Roma quando gli Etruschi stavano per occupare il Gianicolo, egli riuscì da solo a fermare l'avanzata, mentre i romani distruggevano il ponte alle sue spalle, impedendo in tal modo all'invasore l'ingresso in città. Temerariamente, con la spada urlando, li affrontò uno a uno senza che i loro giavellotti riuscissero a colpirlo. Quando il ponte fu distrutto egli si tuffò nel Tevere e si mise in salvo.
L'altro episodio avvenne, sempre secondo la leggenda, durante l'assedio di Porsenna quando Muzio Cordo, propose al Senato un piano per intrufolarsi nell'accampamento etrusco e uccidere il lucumone. Egli osservò il suo nemico e il segretario che distribuivano le paghe ai soldati e, quando riuscì ad avvicinarli, per un tragico scambio di persona uccise il segretario e non Porsenna. Fu catturato e portato al cospetto del re, dove, senza il minimo tentennamento, mise la sua mano destra sul braciere e ve la lasciò finché non fu completamente bruciata dicendo: ”Ero qui per uccidere te. Sono romano e il mio intento era quello di liberare la mia patria, ma ho fallito e quindi punisco quella parte del mio corpo resasi colpevole di questo imperdonabile errore”.
Da quel giorno e per l'eternità fu chiamato Muzio Scevola (il Mancino)
Tarquinio il Superbo
Alla morte di Servio Tullio i senatori trassero un sospiro di sollievo credendo che Lucio Tarquinio, con cui si erano accordati, rispettasse i patti, ma egli si sedette sul trono ancora caldo del suo predecessore senza chiedere il loro permesso. Appena preso il potere, si mostrò un vero tiranno e per questo fu soprannominato “il superbo”, proprio per distinguerlo dal primo Tarquinio della sua dinastia.
Era un uomo violento e aggressivo, negò la sepoltura di Servio Tullio, perseguitò i senatori, oppresse il popolo e con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno. Creò un regime autoritario e fu despota a tal punto da unire, per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.
La maggior parte del suo tempo la trascorse a fare guerre, avvalendosi di un esercito ormai molto numeroso, composto da qualche decina di migliaia di uomini, soggiogò tutta l'Etruria e le sue colonie meridionali fino a Gaeta. Roma aveva conquistato tutto il versante tirrenico della penisola, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, e, sotto il regno del Superbo, fu terminata la costruzione del tempio di Giove Capitolino.
Il suo regno ebbe termine in seguito all'offesa arrecata da suo figlio Sesto a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La leggenda narra che il figlio del re volle conquistare la moglie di Collatino per una sorta di scommessa tra i due a chi avesse la moglie più fedele. Un'altra versione vuole che, invece, vedendola così pudica e riservata a tessere la tela in attesa del marito, fosse preso dal desiderio di possederla e la violentò. In entrambi i casi la storia termina con Lucrezia che si trafigge il cuore con un pugnale dopo aver raccontato il fatto. Narra allora Tito Livio che Lucio Giunio Bruto, nipote del re, estratto il pugnale dalle sue carni, esclamò: «Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma» (I 59). Poi, esortò il senato ad abbattere la monarchia. È evidente che la leggenda di Lucrezia che tesse la tela richiama quella di Penelope che aspettava Ulisse, però la storia dice che per un motivo o per un altro fu proprio Giunio Bruto l’artefice della rivolta che portò alla nascita del regime di libertà (libertas) e del consolato (consolatus). In un primo momento, Tarquinio il Superbo si precipitò a Roma, deciso a difendere il potere, ma alla fine fu costretto a fuggire in esilio.
Rifugiatosi per qualche tempo a Tuscolo, morì a Cuma nel 495.
Servio Tullio e l'inizio del capitalismo
Alla morte di Tarquinio Prisco, la moglie Tanaquilla, che non era stata soltanto la sua compagna ma aveva con lui condiviso i problemi di stato, dedicandosi all'amministrazione e alla politica estera, fece credere che il marito fosse soltanto ferito gravemente e, in attesa si riprendesse, lo avrebbe sostituito il figlio Servio. Era una donna colta ed emancipata e, quando riuscì a passare la corona al figlio, questi fu il primo re di Roma non eletto dal popolo. Racconta Tito Livio che “... alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina (Tanaquil) Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò a lungo il regno conquistato con l'inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo.”
Non è del tutto chiaro se Servio Tullio fosse realmente il figlio, o semplicemente un successore da lei designato, ma fu sicuramente un re illuminato che condusse e portò a termine le più importanti imprese. Prima fra tutte, la nuova cerchia di mura intorno alla città che servì a dar lavoro alla classe meno abbiente, necessitando per la costruzione la manodopera di muratori, piccoli artigiani che videro in lui un benefattore.
Roma era enormemente cresciuta anche come popolazione, il diritto al voto era detenuto solo dalla popolazione iscritta ai Comizi Curiati, come abbiamo detto, inizialmente composti dagli incaricati delle trenta curie che rappresentavano tutta la popolazione romana di trenta-quarantamila persone. Ora il numero dei residenti aveva sicuramente raggiunto almeno i centomila, così, come primo provvedimento, Servio Tullio diede diritto di voto ai libertini, cioè ai figli dei liberti o schiavi liberati, creandosi un forte zoccolo duro di proseliti, pronto ad appoggiarlo in ogni decisione. Come secondo provvedimento, abolì le vecchie curie che rappresentavano le più antiche famiglie di Roma, istituì cinque classi definite non in base alla provenienza, bensì al loro patrimonio. Gli appartenenti alla prima classe dovevano dimostrare di detenere un patrimonio di almeno centomila assi, l'ultima di dodicimilacinquecento.
Il sistema precedente era formato da un esatto numero uguale di centurie con uguale diritto di voto, ora le classi si differenziavano per numero di appartenenti e la più numerosa era proprio la prima classe che da sola deteneva la maggioranza, cosicché, anche se le altre si coalizzavano, non riuscivano a batterla. Diventò quello che oggi definiremmo un regime capitalista e il Senato poteva ben poco: Servio Tullio, pur non essendo stato eletto, aveva l'appoggio incondizionato delle classi abbienti a cui aveva dato nuovo potere e, allo stesso tempo, del popolino cui aveva dato lavoro, salari sicuri e cittadinanza.
Così amato e ammirato poté togliersi anche diversi sfizi personali, fu il primo re a indossare una corona aurea e, seduto sul suo trono d'avorio, reggeva uno scettro sormontato da un'aquila. Onde evitare di fare la fine del suo predecessore, si circondò di una guardia personale armata. Purtroppo però tutto questo non bastò e venne ucciso dal genero Lucio Tarquinio che poteva liberamente circolare nella reggia.
Tarquinio Prisco e la nascita della plebe
Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.
Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.
La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.
Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.
Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.
La Roma dei re
Fino al quarto re prevalse l'economia agricola, la maggior parte della popolazione, almeno quella di discendenza latina e sabina, viveva in promiscuità dentro capanne di fango e non vi era differenza fra popolo e Senatori, i quali, come tutti, lavoravano la terra, erano ancora lontani da venire i tempi dei cosmetici per le donne, dei vespasiani, della toga e dell'industria tessile. Un unico vestito e nessun piacere di gola, la sobrietà e la durezza degli antichi romani smentisce gli scienziati che sostengono che la forza di un popolo è proporzionata al suo consumo di calorie, loro dimostrarono che si può conquistare il mondo nutrendosi di un impasto di acqua e farina poco cotto, qualche oliva, un po' di formaggio e un bicchiere di vino solo nei giorni di festa.
Anche il re, sino ad Anco Marzio, era soggetto a questo severo regime: arava la terra, seminava e mieteva come il suo popolo. Non aveva una reggia e risulta che uscisse fra la sua gente, uguale fra gli uguali, senza una scorta per non essere accusato di regnare privo del consenso popolare. Prendeva le sue importanti decisioni all'ombra di un albero, ascoltando il Consiglio degli Anziani che gli sedeva intorno.
Pure per l'esercito valeva uguale regola: i pretori che comandavano le centurie non portavano nessuna mostrina identificativa del grado superiore che rivestivano. Le armi, di cui codesto esercito era dotato, erano per lo più bastoni, sacchi di sassi e spade molto rozze e primitive.
Le prime conquiste che Roma ottenne furono dunque lotte serratissime corpo a corpo. Il nemico, una volta battuto, diveniva succube di Roma, chi lo aveva catturato era padrone della sua vita, poteva ucciderlo o portarlo a casa e farne uno schiavo. Le città venivano spesso rase al suolo, le terre requisite e date in affitto ai sudditi, le battaglie e le conquiste che Roma fece fino al regno di Anco Marzio furono tutte terrestri, i Romani non avevano navi e non sapevano navigare.
Per vedere crescere in tal senso Roma si deve arrivare alla dinastia etrusca dei Tarquini.
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