Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"
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Nel mio cuore
Nella Pulvirenti
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).
La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).
È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi).
Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.
A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).
Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra); l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).
Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).
Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza» (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).
La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).
Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore); in questa prospettiva anche per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).
Floriano Romboli
Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.
Il teatro di Pietro Nigro.
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Teatro di Pietro Nigro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939, poeta, saggista, apprezzato dalla critica letteraria e con al suo attivo numerosi riconoscimenti, è l’autore delle tre commedie, che prendiamo in considerazione in questa sede,
Il Nostro è stato grande amico dell’Editore Guido Miano, che ha pubblicato il suo primo libro di poesia Il deserto e il cactus nel 1982 che gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).
Il teatro, definito come la più umana delle arti, in un’epoca come la nostra tecnologizzata, alienata e liquida sempre maggiormente giorno dopo giorno, si rinnova e trova ancora espressioni, manifestazioni, epifanie in nuove opere, altre sceneggiature come quelle di Nigro, a dimostrazione della sua importanza necessaria nel panorama culturale e artistico della nostra contemporaneità.
Tale valore consiste per chi lo pratica e per i suoi fruitori, nel tentativo che spesso incontra risultati concreti, di ritrovare le radici più profonde dell’esserci sotto specie umana in un contatto catartico e immediato tra attori e spettatori tra palcoscenico e platea, quando tutto, contrariamente che nel cinema, avviene dal vivo.
Come sottolinea Enzo Concardi nella sua acuta e centrata premessa le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte: nella prima ritroviamo Il padre sagace (atto unico in tredici scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in nove scene) che hanno come argomento comune ed esito finale – sebbene con trame diverse – la vittoria dell’amore.
Alla seconda categoria appartiene Noi studenti, definita dallo stesso autore “una commedia drammatica” (definizione intrigante nella sua ambivalenza), sviluppantesi in 3 atti e sei scene che riguarda l’argomento del rapporto tra professori e studenti, che non a caso è stato la traccia per un tema d’italiano in alcuni licei classici.
Leggendo i testi dei suddetti lavori, proprio perché sono fortemente icastici, pur nella loro leggerezza, si ha la sensazione di affondare nella pagina, nell’immergersi per il lettore nelle parole dette con urgenza, precisione e arguzia dai protagonisti che ci trasmettono il fascino di un mondo, un mondo che forse per alcuni aspetti è il nostro universo giornaliero, spazio scenico della vita quotidiana di tutti ovviamente trasfigurato attraverso l’arte.
I temi affrontati nella prima commedia sono quelli dell’amore, dei sentimenti autentici connessi con la prospettiva di un matrimonio per la ragazza Margherita che deve scegliere tra due pretendenti, tra un’unione basata sull’interesse e una fondata sull’amore e la sincerità.
Per quanto riguarda la sua scelta trova le influenze opposte tra loro del padre e della madre, in quanto il primo vorrebbe che la figlia sposasse un giovane buono, sincero e intelligente. mentre la seconda un nobile ricco.
In un contesto intenso e forte, a volte anche giocoso e grottesco e divertente, importante perché si tratta della felicità della protagonista per tutta la sua vita attraverso delle benedette nozze, si gioca la partita che nel lieto fine si realizza con la felicità di Margherita che sposa quello che sinceramente ama.
Non può essere non considerata l’ironia incontrovertibile, una vis comica, che anima l’eclettica scrittura di Nigro la cui cifra distintiva, anche nelle vesti di drammaturgo, ha un’espressività veramente unica.
Così leggiamo il monologo di Don Ferdinando, padre della ragazza che si deve sposare nella scena 4 della commedia Il padre sagace: «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello. Mia figlia non è una sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille per aver campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre. Tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!».
Toccanti le parole suddette dalle quali si evince la presenza di bontà e lungimiranza di una figura paterna che desidera veramente la felicità della figlia, convinto giustamente che la ricchezza e gli onori senza che Margherita provi un sentimento per chi li possiede sono controproducenti per la gioia.
È meglio che la figlia sia felice con chi veramente ama sfatando il luogo comune matrimonio-patrimonio, anche se nella vita reale che non è una messinscena né fantasia d’arte ragazze come Margherita, sono rarissime e questo fa parte della lezione della realtà.
Leggendo le tre commedie si ha l’impressione di averle sempre provate le emozioni che provano i personaggi immaginandoli in una recitazione, su uno spazio scenico e scenografico a tu per tu con gli spettatori nel loro incarnarsi negli attori.
Prevale nelle due prime commedie un’atmosfera briosa, giocosa anche se le situazioni descritte appartengono a fatti importanti e fondanti nella vita delle famiglie, mentre nella terza sceneggiatura tra gioie ma anche dolori vengono dette, rappresentate situazioni dell’universo docente-discente, un rapporto importante per i giovani nel sistema scolastico, quando la scuola stessa è un capitolo fondante per le loro esistenze strumento essenziale per andare avanti.
Anche se la vita stessa è tutta una recita (come ironicamente qualcuno afferma) le tre commedie che qui incontriamo nel leggerle con attenzione lanciano il messaggio per il lettore che è quello di vivere con ottimismo l’esistere anche in presenza di ostacoli e dolori che però tramite una metamorfosi attraverso l’intelligenza che è la capacità di risolvere i problemi, possono essere vinti e trasformarsi in gioie se, come asserivano anche i filosofi del pragmatismo americano, la vita è degna di essere vissuta e in prospettiva diacronica il bene vince il male secondo la visione cattolica.
Leggiamo in Noi studenti (Commedia drammatica in tre atti) le parole dello studente Alberto sul tema degli insegnanti nell’atto primo scena prima: «Sì, proprio loro. Credono di essere i nostri padroni. Non fanno che bersagliarci di domande alle quali a mio parere loro stessi difficilmente saprebbero rispondere. Rispondiamo come possiamo in rapporto alle nostre possibilità. Mai soddisfatti. Per loro non valiamo nulla! Eh, e invece loro valevano quando erano studenti! Il mondo è fatto così: quando un uomo che ne ha combinato di tutti i colori arriva alla fine della sua vita per molti diventa un buon uomo. Così molti “dotti” insegnanti: quando sono stati alunni erano i peggiori, ora invece spiattellano menzogne (con ironia): non siamo stati bocciati mai, eravamo sempre promossi con l’esenzione delle tasse, e cose simili. Le loro parole ci divertono al pari delle spacconate di un buffone!».
Trapelano dalle parole di Alberto astio e rabbia derivate dalla tracotanza e dalla presunta presuntuosità degli insegnanti menzogneri che paradossalmente quando erano alunni erano i peggiori.
Detto in altre parole dalla tragedia emerge anche il tema del potere dei docenti stessi che è anche economico, esercitato sugli allievi.
Infatti mentre i docenti sono pagati per la loro funzione non a caso, gli studenti al contrario devono pagare le tasse scolastiche.
Quindi rispetto a quanto suddetto la dialettica tra i due insiemi, fin dal tempo degli antichi, continua a ripetersi anche se comunque non mancano le eccezioni di docenti intelligenti e sensibili nel loro relazionarsi con i loro alunni in maniera paritaria ovviamente nel rimanere diversificati i ruoli delle due parti.
Raffaele Piazza
Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.
A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"
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Diario poetico di Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.
Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.
Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.
In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».
Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.
Enzo Concardi
Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.
Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Floriano Romboli (a cura di)
Diario poetico di Tommaso Tommasi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.
E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/ mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.
Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.
Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».
Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia): «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).
Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.
Enzo Concardi
Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.
Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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ANNA SCARPETTA
Chiaroscuri. Antologia poetica
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Pubblicata nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” di Guido Miano Editore, l’antologia poetica Chiaroscuri, costituita da una scelta delle poesie di Anna Scarpetta, è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali è introdotto da una prefazione a firma di un prestigioso critico letterario.
Il testo presenta una premessa dell’Editore illuminante ed esaustiva per comprendere il senso del lavoro composito e approfondito di letteratura comparata che prendiamo in considerazione in questa sede.
È scritto nella premessa che questa collana di libri non ambisce ad esaurire una rassegna della poesia italiana contemporanea, quanto piuttosto a indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale ci sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia.
In sintesi le poesie della Nostra preliminarmente sono state raccolte in tre insiemi, ognuno all’insegna di una tematica e poi ognuno dei tre critici, per uno dei singoli settori da analizzare, ha lavorato nel senso di trovare un poeta straniero che avesse un’affinità estetica e stilistica con la scrittura di Anna, sotto il denominatore di uno dei temi comuni; e poi i letterati hanno analizzato le affinità letterarie della Scarpetta con ogni poeta straniero e ovviamente anche le diversità nell’approccio alla materia trattata.
Il capitolo 1: Nei labirinti dell’amore in Anna Scarpetta Jacques Prevert si avvale di una prefazione di Gabriella Veschi.
Il capitolo 2: Le problematiche esistenziali: l’io e il mondo in Anna Scarpetta e in Charles Baudelaire è prefato da Floriano Romboli.
Il capitolo 3: Nei dintorni dell’anima e della coscienza in Anna Scarpetta e in Fernando Pessoa è introdotto da Floriano Romboli.
Nella prima sezione incontriamo il componimento Nel cuore di un amore espressione della cifra distintiva della poetica, del poiein della Scarpetta, che possiamo definire neo lirico tout-court e che presenta ascendenze neoromantiche.
Leggiamo la suddetta poesia che è connotata da un tu alla quale l’Autrice si rivolge e che presumibilmente è la persona amata: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/ musiche sublimi di note/ di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta/ che dal cielo scende rumorosa,/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore di un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa ovunque,/ la pioggia, che sembra musica intensa,/ proprio come i ricordi vivi/ accesi nella nostra pelle…».
In questo componimento che ha qualcosa di magico nella sua sospensione, si respira un’atmosfera di rêverie che si coniuga alla linearità dell’incanto, quando la pioggia sull’io-poetante e sulla sua amata accade e scende come benedizione e battesimo del loro felice sentimento e viene detto anche il tempo che, quasi personificato, se ne sta guardingo, a spiare le meraviglie intense.
Come mette in rilievo il prefatore nel paragonare lo stile e la forma e ovviamente anche i contenuti dell’esprimersi di Anna Scarpetta e di Prévert, in entrambi gli autori ricorre l’immagine della caduta, emblema della fragilità e della perdita, ma, mentre il fedele e silenzioso amore di Prévert mostra una rassegnata malinconia, che lo induce a sorridere ancora, Scarpetta intravede una rinascita e la luce solare diviene metafora della vita che torna a risplendere con rinnovata speranza in sintonia con il verso celebre di Virgilio «Omnia vincit amor».
Dal capitolo 2 leggiamo il componimento Solitudine antica: «Ho sempre sfuggito/ il tuo respiro nell’aria./ Eppure t’udivo accanto a me/ col volto malato di malinconia/ mia solitudine antica./ Seduta sul trono imperiale/ nel mezzo dell’universo reale/ ora ti vedo/ nel riso del giorno radioso/ coi tuoi mali così pallidi e veri,/ talora pungenti, per attirare pietà./ Ma sì, è così:/ tu attacchi il core del poeta/ per unire la tua voce alla sua/ e sentirti viva e compagna/ lungo la via di un sentiero lontano…».
Una forte sospensione intrisa di malia connota questa poesia nella quale il tu è la solitudine stessa, interlocutore che non risponde e che viene restituita con immagini magistrali e calzanti di grande effetto ed efficacia.
Nella sua essenza la poesia di Anna Scarpetta come emerge da questa antologia è in ogni sua singola epifania un esercizio di conoscenza su ogni aspetto esistenziale della vita stessa che diviene vita in versi.
Raffaele Piazza
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere, in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?
Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».
La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite.
Maria Rizzi
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
" Il teatro di Pietro Nigro"
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Teatro di Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2026
Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà autoritarie delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riguarda il tema del rapporto tra professori e studenti. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.
Il padre sagace
Una breve commedia brillante e leggera, scarna e semplice, scritta con dialoghi rapidi in cui i personaggi dimostrano di sapere bene ciò che vogliono. Il canovaccio è quello tradizionale della trama amorosa che vede intrecciarsi sentimenti e volontà, in un’epoca e in un contesto culturale in cui i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie dei giovani e delle giovinette. Marta, la madre di Margherita, promette in sposa a Don Carlo - barone di Montestellario - la figlia. Ma Don Ferdinando - il padre sagace - la pensa diversamente dalla moglie: lui crede nel primato dell’amore, lei vede solo ricchezze e titoli.
La vicenda si conclude come in tutte le fiabe: e vissero felici e contenti. Margherita sposerà Renato, il suo amore segreto, ed alla fine anche la madre Marta acconsentirà al matrimonio; Don Carlo si consolerà con Nicoletta, una ragazza appena conosciuta in casa di Don Ferdinando. L’unico infelice, per il momento, sarà Michele, l’amico intimo di Nicoletta, che si sente tradito dalla scelta di lei.
L’esito finale della commedia si basa sull’alleanza caratteriale e ideale fra padre e figlia, fra don Ferdinando e Margherita - contrariamente a tante altre opere simili - dove la parte del genitore autoritario e retrogrado spetta alla figura paterna. Basta sentire due monologhi di don Ferdinando per rendersene conto: «Sia ringraziato il cielo. Se n’è andata (la madre). Meno male che ci sono qua io. Sposare mia figlia a quell’idiota vanitoso (Don Carlo), sarebbe il colmo! Lei dovrà sposare un giovane che le voglia veramente bene e che la faccia felice. Ecco Margherita: ora sì che si può ragionare. Tutta suo padre, tutta suo padre!» (Scena II). «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello (Renato). Mia figlia non è una testa sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille (Don Carlo) per avere campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre, tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!». È evidente nella commedia la differenza di statura morale tra la coppia madre-pretendente e padre-figlia: due universi agli antipodi come valori, apertura d’animo e orientamenti di vita. Da una parte il vecchio mondo provinciale attaccato ai beni materiali che rappresenta il passato, dall’altra un respiro di modernità e di sentimenti autenticamente umani.
Il trionfo dell’amore
Commedia nella quale l’amore trionfa, grazie alla casualità del destino che interrompe il fidanzamento, combinato dalle famiglie, tra Alfonso ed Emma. La visita improvvisa ed imprevista dell’amico d’infanzia Teddy conduce i due giovani a scoprire che Emma e Teddy si amano da tempo, e che la freddezza di Alfonso nei confronti di Emma è causata dal fatto che anche Alfonso ha un altro amore, Edy, tuttavia rifiutato e respinto dai genitori. Svelata tale situazione alle rispettive famiglie, la ‘combine’ architettata fallisce e tutto si risolve con il trionfo del sentimento e del cuore, contro le imposizioni autoritarie di una mentalità meschina e retriva. E tutto avviene nell’ultima scena – la XI – dove i giovani rivelano ai genitori come stanno le cose: Alfonso (indicando i nuovi arrivati): «Guardi lei stessa». Elsa (vedendo la figlia accanto a Teddy): «E questo cosa significa?». Emma (sorridendo): «Significa che ho risolto il problema senza strilli e frizzi. (indicando Edy che si è avvicinata ad Alfonso) Questo spiega perché Alfonso era freddo con me. (Scherzando) Riservava tutto il suo calore a quella lì».
Elsa: (prendendo le parti della figlia e dando uno sguardo risentito ad Alfonso) «Un giovane falso e sleale». Bianca (agitata): «E no! Semmai è sua figlia falsa e sleale. Dice di aver risolto il problema senza strilli e frizzi. Ma se il problema era lei! Le chieda da quanto tempo se la intende con quel Teddy!». Alfonso (intervenendo tra sua madre e la signora Zanoli): «Basta! Vedete come si fa presto a cambiare opinione. (Alfonso sorridendo invita Edy, Emma e Teddy ad avvicinarsi, tra lo sbalordimento dei suoi genitori e quelli di Emma) Quando voi pensavate di imparentare le nostre famiglie, noi avevamo già fatto le nostre scelte. Ho dovuto far finta di accettare il vostro volere (rivolgendosi ai genitori). Mi sono arrovellato il cervello per venirne fuori. L’occasione si presentò quando mi accorsi del turbamento di Teddy incontrando Emma, e capii che si amavano. Decidemmo allora che era arrivato il momento di farvi comprendere come stavano le cose. Ora lasciate che i sentimenti facciano il loro corso e che l’amore trionfi».
Pur sviluppando la stessa tematica della commedia precedente, qui l’intreccio amoroso è forse lasciato troppo dipendere da incontri fortuiti, piuttosto che derivare da volontà precise dei personaggi, indebolendo così la loro determinazione ad esercitare il libero arbitrio.
Noi studenti
È un lavoro teatrale ambientato nel mondo scolastico, la cui trama viene costruita appositamente dall’autore con finalità didascaliche e sociali. Sono in gioco i ruoli di professori e studenti, l’autoritarismo degli uni e la ribellione degli altri; i concetti educativi e il senso di giustizia; gli errori commessi da entrambi e la capacità di riconoscerli, la quale infine conduce all’esito finale di perdono e riconciliazione. Il senso drammatico dell’opera è costituito soprattutto dalla morte della madre di Alberto - lo studente protagonista della storia. La signora Marmora, già ammalata di cuore, soccombe al dolore per l’espulsione dalla scuola di suo figlio, dopo un diverbio con il professore ‘Iosotutto’. I tre atti si concludono con la riammissione di Alberto che, pur addolorato per la grave perdita affettiva, vede tuttavia riconosciute le sue ragioni, grazie alle scuse chieste al professore, il quale a sua volta, dopo aver convinto il Preside e il Consiglio dei Docenti a riabilitare lo studente, diverrà più comprensivo e dialogante nei rapporti con gli studenti.
Questa commedia, delle tre di Pietro Nigro, è senz’altro la più attuale come tematiche e sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del protagonista, lo studente Alberto, che incarna istanze di giustizia, solidarietà ed affronta la realtà del dolore maturando uno spessore umano superiore a quello dei suoi compagni, come si evince da questo monologo: «Oh, destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce… O mia giovinezza, o primavera degli anni! Dov’è la luce che a te è riservata, dov’è l’eterno olezzante soffio impregnato d’un divino profumo d’ambrosia. (Con disperazione, mettendosi le mani sul viso) Dove!… Dove!… Che sarà di me. Potrò resistere a tanto male? Ma non devo abbandonarmi. Come farebbe mia madre, ammalata, senza un sostegno? Non voglio la sua morte! Povera mamma mia. Ricordo le parole del dottore: “La pongo nelle sue mani: il più saldo sostegno che le resta. A lei affido le chiavi della morte e della vita. Le sappia ben usare”».
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Araba fenice di Wanda Lombardi è un’antologia che raccoglie una settantina di composizioni tratte da nove opere pubblicate tra il 2001 e il 2024. La pubblicazione, proposta da Guido Miano Editore nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, è divisa in tre capitoli con altrettante introduzioni. Nel primo capitolo, Il bel tempo che fu, Enzo Concardi mette in relazione alcuni componimenti poetici di Wanda Lombardi con il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021); nel secondo, Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità, il paragone proposto da Raffaele Piazza è con il francese Paul Claudel (1868-1955); nel terzo è Michele Miano che affronta l’argomento Cognizione del dolore e desiderio di pace in Wanda Lombardi e nel poeta Premio Nobel cileno Pablo Neruda (1904-1973). Ma i paragoni si allargano ad altri nomi importanti, proposti dagli stessi prefatori: da Virgilio ad Ugo Foscolo fino a Giovanni Pascoli, da Francesco d’Assisi a David Maria Turoldo. E il tutto è appropriato, perché nella poesia di Wanda Lombardi ci sono molti elementi lirici che rimandano ai ‘classici’ italiani, ed insieme si trovano moti d’inquietudine dell’animo tipicamente contemporanei, come «Ideali smarriti in roveti spinosi/ senza altro lasciare/ della loro fuggevole esistenza/ che lacrime» (così termina Sogni nel vento); e non manca una forte dimensione religiosa capace di sostenere la fragilità umana (uno tra i tanti esempi sta in questi versi da Saper vivere: «…Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…»).
Paesaggi, monumenti, eventi, persone: c’è di tutto nella rievocazione poetica di Wanda Lombardi, che in questa raccolta offre esempi notevoli della sua arte, fine e delicata. Il linguaggio semplice è accompagnato qua e là da parole che sanno di antico, quasi a voler ricordare a chi legge la ricchezza del tempo passato, che la memoria vela di malinconia ma può restituire ancor vivo in un Silenzio amico (poesia che apre il secondo capitolo) e permette di superare l’incertezza del tempo presente: «…Aspra è la nuova realtà;/ è fiume impetuoso che travolge,/ è procedere guardinghi nella calca/ dell’odio sconosciuto,/ nella paura del presente,/ delle ore future…» (da Non scriverò…). Viviamo in un’epoca in cui «Certezze non più/ e nostalgia prende del mite passato./ Freddi rapporti tra le genti/ e dottrine di argilla/ contrastano la vita,/ di grigio velando il nostro avvenire» (finale di Mite passato); il nostro tempo si fa incontro a noi minaccioso, a volte con scene demoralizzanti: «…Ho visto innocenti dietro le sbarre,/ colpevoli in libertà,/ il dramma di ragazze molestate/ senza alcuna pietà…» (da I mali del mondo). Viviamo in Tempi assurdi (altra poesia del terzo capitolo).
La speranza, però, può ancora essere amica dell’umanità e riportare non solo la scrittrice, ma anche noi suoi lettori dal «penoso andare» dei giorni (così definito nella poesia Eterno) alla gioiosa e luminosa ricerca dell’Agognata pace («…L’umanità non di sangue/ è assetata, ma di pace, libertà,/ convivenza garbata») - tanto da poter quasi gridare al mondo, manifestando una potente resilienza: «Ma più fiera e forte araba fenice/ sempre dalle mie ceneri risorsi» (finale di Destino, poesia che dà il titolo alla raccolta). Allora ciò che ci sta intorno torna capace di sorprenderci, perché tutto è fatto di Piccole grandi cose (nel secondo capitolo) capaci di risvegliare la coscienza, anche nelle circostanze apparentemente meno favorevoli: «…Nella fragilità di una persona/ la sua sensibilità,/ la sua trasparente umanità» (da Fragilità).
Questo libro, da leggere con calma, fa emergere la grande sensibilità dell’Autrice, di cui lei è ben consapevole: «…Essa appartiene solo a me,/ non vacilla con gli anni/ e non invecchia;/ nessuno me la può sottrarre/ o modificare,/ né mai si perderà» (da Specchio). E ce ne fa dono, con semplicità. Grazie!
Marco Zelioli
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"
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Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
DOPO CENA
Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
CAPODANNO
Nel giro silenzioso
d'uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d'un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l'insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
SENZA SOFFI DI VENTO
Senza soffi di vento
l'emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
A MEZZOGIORNO
Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
MOTO DI ROTAZIONE
Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un'umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
Ilaria Vecchietti, "Anime predestinate, L'unicorno nero" vol 1
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Anime predestinate
L’unicorno nero
Ilaria Vecchietti
Amazon, 2025
pp 604
Parte come un urban fantasy adolescenziale, sulla scia ormai pluri-battuta di Twilight, con la protagonista Ileana in procinto di vivere il suo primo giorno di università, (di cui, però, nel corso di questo volume uno ꟷ perché di questo si tratta non dobbiamo dimenticarlo, del volume iniziale di una serie a venire ꟷ non si farà più menzione) e finisce per incupirsi sempre più.
L’ambientazione è Verona, fra strade buie, ritrovi dall’atmosfera dark e le pietre millenarie dell’Arena. La trama comprende arcane profezie, incantesimi e creature magiche di ogni genere. La fauna è quella classica, vampiri buoni e cattivi, licantropi, streghe, esseri mutanti, angeli caduti, tutti insieme nel calderone veronese che c’è ma resta sullo sfondo.
Per non svelare troppo, posso solo dire che in questo primo tomo si ha un ribaltamento di ciò che avviene di solito nei libri sui vampiri scritti dal 2005 in poi, ovvero la trasformazione da creatura sanguinaria in succhiasangue salottiero. Qui, almeno per il momento, avviene l’opposto.
La protagonista, Ileana, non è una Giulietta affacciata al balcone ma una creatura ben più minacciosa e potente, una vampira. E, tuttavia, anche lei innamorata. Guarda caso di un Montecchi. Di più, predestinata a reincontrare chi aveva già amato in passato e a ripercorrere gli stessi passi dolorosi.
Ileana è un essere centenario, forse si sarebbe dovuto acuire questa sua caratteristica, non solo raccontando pezzi di storia mondiale ma facendo sentire la profondità del tempo e la stratificazione culturale nell’anima del personaggio, nel suo modo di pensare e di esprimersi.
La famiglia di Ileana è simile alla famiglia Cullen in Twilight. Tutti vampiri civili, addomesticati. Qui, però, il senso morale, la lotta etica fra bene e male, è attenuato in favore di una gestualità ironica, come bere il sangue in tazze colorate e infantili. Niente a che vedere con la malinconica guerra interiore dei vampiri di Anne Rice.
L’antagonista, che deve esserci per contratto, è Samonio, imparentato col culto di Samain. Ileana deve lottare contro di lui, e contro i suoi accoliti, per salvare il mondo e il suo amato.
L’aiutante è Laura, la migliore amica umana (ma non troppo). Una strega inconsapevole che vedrà emergere il proprio potere quando sarà necessario. Il suo personaggio è quello più a tutto tondo, quello che suscita vero affetto ed empatia da parte della protagonista. Piuttosto indistinta, invece, è proprio la figura di Mirko, l’amato, il predestinato. Forse si sarebbe potuto approfondire lo spessore umano ed emotivo del personaggio maschile. Insomma, sembra che l’amicizia sia meno manierata e più spontanea dell'amore romantico.
Molto viene detto (e scritto sul diario di Ileana) dei sentimenti, ma poco viene effettivamente fatto sentire al lettore.
Lo stile è scorrevole, a tratti ridondante. Nell’insieme, un romanzo ponderoso che potrebbe essere snellito e sviscerato allo stesso tempo, dando la preferenza al mostrare più che al dire, al far esperire piuttosto che al ripetere.
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