saggi
Adriana Pedicini EROS NELLA SENSIBILITÀ DEI POETI GRECI E LATINI
Tracciare un iter ideale della evoluzione di EROS attraverso i maggiori poeti latini e greci è un tentativo di per sé destinato a non concludersi. Basti ricordare quanto sostiene Platone sulla impossibilità di definire Eros: eros dolceamaro, eros dominatore nato dalle origini del caos, eros demiurgo, eros paredro di Afrodite; tuttavia, pur nella molteplicità e varietà di forme della figura che per i Greci incarna la forza dell’amore, si riflette la sua posizione centrale in una cultura e in un sistema di pensiero e di sentimento profondamente segnati dall’attrattiva amorosa.
È da notare, però, se applichiamo un’analisi semantica al termine in questione nei diversi contesti in cui esso è usato fin da Omero, che il termine eros esprime un concetto che solo parzialmente coincide con ciò che noi intendiamo per amore.
Nei primi testi classici, infatti, eros designa il desiderio di gloria o di potere politico, quando non indichi (confondendosi con “imeros”) il rimpianto (es. di Achille nei confronti dell’amico morto Patroclo); tuttavia nella maggioranza dei casi eros sta ad indicare il desiderio dell’amato/a.
E già attraverso Omero possiamo delineare una vera e propria fisiologia dell’amore secondo i Greci.
Eros in effetti vi è descritto come una forza esterna che afferra colui che prova desiderio. Questa forza agisce sull’organo che per i Greci è la sede dei sentimenti: il petto; inonda il cuore, per sottometterlo, e provoca nella persona che ne è colpita uno stato che trova espressione nel verbo éramai “desiderare”,”amare”. Questo stato di desiderio è collegato a un’altra persona, ossia a quella che l’ha suscitato.
Usando la terminologia contemporanea, si potrebbe dire che la persona amata è al tempo stesso l’origine e la meta della forza che si qualifica come desiderio in colui che ama e lo fa tendere verso di essa.
In questo gioco di sollecitazioni dell’amante ad opera della persona amata, lo sguardo assume un ruolo essenziale; è il veicolo della potenza dell’eros. E viene a determinarsi come un flusso che emana dall’oggetto amato per invadere l’amante e quindi rifluire in parte sul primo. E’ così che l’anima dell’amato è investita a sua volta dalla potenza dell’eros; è così che l’eròmenos (l’amato) brucia anche lui dal desiderio del suo erastès (amante) e che, riflettendone i sentimenti, è preso da “antèros”, l’amore ricambiato.
Questa rappresentazione della potenza oggettiva dell’ eros che invade l’uomo o la donna per stregarli, si ritrova in tutta la letteratura greca da Omero agli epigrammi dell’Antologia Palatina.
Quali sono le manifestazioni dell’eros?
Nella poesia lirica arcaica: eros riscalda il cuore, gli si avviluppa, brucia l’anima, scioglie le membra, scuote l’amante come un vento montano, strema, stronca, soggioga, abbatte.
Eros, di nuovo, colui che scioglie le membra, mi agita (Saffo 130 V.)
Eros come tagliatore d’alberi/ mi colpì con una grande scure/ e mi riversò alla deriva/ d’un torrente invernale (Anacreonte fr. 45 D)
Mi invase il cuore tanto desiderio d’amore/ che una fitta nebbia m’offusca gli occhi/ strappandomi dal petto la tenera anima. (Archiloco fr. 112 D.)
A questi modi di agire sono associate le qualità corrispondenti: dolcezza, dolcezza e amarezza insieme, sfrontatezza, insolenza ecc.;
Eros ora per volere di Cipride/ dolce stillando mi scalda il cuore (Alcmane fr. 101 D).
Dolce, d’estate, alla sete la neve, a chi naviga dolce,/ come inverno dilegua, la Ghirlanda./* Molto più dolce s’è una la coltre che cela gli amanti/ se Cipride la celebrano entrambi. (Asclepiade A.P. V, 169)
*costellazione delle Pleiadi
Nulla è più dolce di amore, ogni altro diletto vien dopo/ di lui; dalla mia bocca io sputo pure il miele. (Nosside A.P. V, 170)
Eros, infine, agisce come una belva a cui non si sfugge: è amèchanos.
Invincibile fiera dolceamara (Saffo fr. 131 V.)
Ma il desiderio non raggiunge solo la sede dei sentimenti: invade l’intera persona. Col suo fascino può arrivare a impadronirsi dell’intelletto stesso; nella misura in cui vi riesce provoca in colui o colei che ha invaso uno stato di vera e propria manìa, di delirio e invasamento.
Ed Eros mi ha sconvolto la mente/ Come un vento che si abbatte sul monte contro le querce (Saffo fr. 50 D)
Amo di nuovo, non amo/ e folle sono, non folle (Anacreonte fr. 79 D)
In epoca alessandrina, perfino Polifemo, il Ciclope dell’Odissea, l’orco antropofago, vinto da eros, diventa lo spasimante di Galatea.
Mi sono innamorato di te o fanciulla, allorché dapprima venisti con mia madre,….Cessare, dopo che ti ho visto anche in seguito, non posso più da allora…(Teocrito XI)
Agli attacchi dell’eros non è dunque possibile resistere. È Deianira nelle Trachinie di Sofocle ad avvertircene:
chi affronta il desiderio come un lottatore, è fuori di senno
e, riprendendo nell’Antigone la metafora agonistica, Sofocle aggiunge
eros nella lotta invincibile
I suoi attributi, i suoi modi di agire, la possibilità di impegnare con lui un vero e proprio combattimento, fanno del desiderio, come è inteso dai Greci, un’entità assolutamente antropomorfa.
Porta l’acqua ragazzo, porta il vino/ e ghirlande portaci di fiori/ orsù portate, ché voglio/ con Eros fare a pugni (Anacreonte fr. 27 D)
Di qui la tendenza a scrivere il suo nome come un antroponimo; cosa che per gli antichi significa non solo ravvisarvi un tiranno implacabile e un dominatore di uomini, ma estenderne il potere anche sugli dei.
a me piace cantare il molle Eros/ di ghirlande fiorito ricolmo/ egli è signore degli dei/ egli doma i mortali (Anacreonte fr.28 D)
Eros così è lui stesso una divinità, complementare ad Afrodite: Afrodite presiede all’ unione ma nulla essa è senza la forza che attira l’uno verso l’altra i suoi protagonisti.
Nuovamente Eros/ di sotto alle palpebre languido/ mi guarda coi suoi occhi di mare:/ con oscure dolcezze/ mi spinge nelle reti di Cipride/ inestricabili./ Ora io trepido quando si avvicina,/ come cavallo che uso alle vittorie,/ a tarda giovinezza, contro voglia/ tra carri veloci torna a gara. (Ibico fr. 7 D)
Adriana Pedicini
Mary Shelley, "Frankenstein"

C’è una storia d’amore che lega un poeta e una scrittrice entrambi inglesi: Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) e Mary Shelley (1797 – 1851)
Mary è figlia della femminista Mary Wollstonecraft, ed è cresciuta secondo i libertari principi dell’ideologia materna, Percy è sposato con Harriet, dalla quale ha dei bambini che gli verranno poi sottratti. Quando s’incontrano, Mary ha diciassette anni, s’innamorano, fuggono insieme e riescono a sposarsi solo dopo l’improvvisa vedovanza di lui. Mettono al mondo molti figli di cui solo pochi sopravvivono ai genitori. Trovano rifugio alle loro peregrinazioni in Italia, dove Percy muore tragicamente in barca a largo di Lerici. Lo bruciano sulla spiaggia di Viareggio, in puro stile romantico, lei torna in patria giurando che curerà le edizioni delle opere del marito e porterà il suo nome fino alla fine dei suoi giorni.
Lui è uno degli esponenti di spicco fra i Lake Poets, insieme a Wordsworth, Keats, Coleridge. Scrive “Ode to a Skylark” e la tragedia “the Cenci”, ma quella che lascia un graffio, una zampata, un’orma nell’argilla dell’immaginario collettivo e nella storia del fantastico è lei, Mary.
La sorellastra di Mary, Claire Clairmont, diventa l’amante di Lord Byron, il quale comincia a bazzicare la casa degli Shelley, villa Diodati sul lago di Ginevra, insieme ad un altro amico, John Polidori. Piove, le serate sono tediose e fredde, la compagnia passa il tempo leggendo novelle tedesche di fantasmi. Viene lanciata l’’idea di una gara a chi scrive la storia gotica più spaventosa ed intrigante. Nascono così “Il Vampiro” di Polidori, ispirato alla figura di Byron e primo esempio di succhia sangue raffinato e malinconico, e “Frankenstein” di Mary Shelley.
Sul principio lei non ha idee, ogni mattina si alza e dice che non le è venuto in mente nessun soggetto da cui trarre una trama interessante, mentre tutti gli altri già scrivono. Sente però gli uomini che discutono di principio della vita, di darwinismo, di galvanismo. Poi, una notte, ha un incubo, vede un essere terrificante, assemblato da uno studente che gli sta inginocchiato accanto. Si sveglia sconvolta, capisce che, se riuscirà a trasfondere sulla carta lo stesso spavento che ha provato nel sogno, creerà qualcosa di potente.
Ed è così, infatti. A soli diciannove anni, nel 1817, Mary dà vita ad una creatura che resterà nel mito collettivo: il mostro senza nome plasmato dallo scienziato Victor Frankenstein. Il romanzo esce in forma epistolare e anonima e solo in un secondo tempo si scoprirà che l’autore non è Percy Bysshe Shelley ma la sua giovane moglie. Sarà un successo, al pari del più tardo “Dracula” di Bram Stoker (1897).
Il personaggio di Victor s’ispira a Percy Bysshe, ha, come lui, amore per la scienza, passione e anima spirituale. L’orgoglio lo spinge ad atteggiarsi a creatore, a voler superare la natura dando origine ad un essere più forte, più sano, più intelligente e longevo del normale. Accadrà l’opposto: dai pezzi di cadavere cuciti insieme e rianimati tramite la corrente elettrica (che allora doveva apparire come qualcosa di fantascientifico e magico insieme) esce una creatura orribile, dall’aspetto spaventoso e dai modi animaleschi, incapace di trattenere gli impulsi omicidi. Ossessionato dalla sete di conoscenza, Victor si è spinto oltre il lecito e la natura si è ribellata, l’uomo non può competere con Dio, non può infrangere le leggi dell’ universo, pena la morte, la distruzione.
A unire ancora una volta Mary e suo marito è il sottotitolo del romanzo, “The Modern Prometheus”. Nel 1820 Percy scriverà, infatti, “Il Prometheus Unbound”. È interessante vedere come entrambi i coniugi si siano ispirati alla stessa figura ma usando aspetti diversi del mito. In Mary, Prometeo non si limita a rubare il fuoco per donarlo all’umanità ma lo usa per plasmare l’argilla e modellare l’uomo stesso. In entrambi i casi Prometeo è un simbolo di ribellione, di rivolta contro la volontà divina con tutte le conseguenze che ne derivano.
L’atmosfera del romanzo risente del romanticismo dei versi di Coleridge, in particolare “The Ballad of the Ancient Mariner”. Nella cornice fantastica del gotico si concretano angosce metafisiche e anticipazioni scientifiche distopiche, come quelle in seguito sviluppate da Wells nei suoi romanzi. (“The Time Machine” è del 1895)
Di là dalle implicazioni etiche, tuttavia, il testo ci colpisce per il profondo romanticismo della figura del mostro, che tutti tendiamo a chiamare Frankenstein, scambiandolo per il suo artefice.
Il mostro ha un’evoluzione: osserva gli esseri umani, impara da loro a parlare, legge Milton e il diario di Victor Frankenstein. Apprende la lingua, i sentimenti, le aspirazioni degli uomini, desidera frequentarli, conoscerli, aiutarli, farsi benvolere. Ma il suo aspetto lo condanna: tutti lo rifiutano, tutti fuggono atterriti davanti a lui, i suoi gesti gentili sono scambiati per aggressioni. Il dolore lo schiaccia, fa esplodere la rabbia ed egli ricomincia a uccidere, diventa completamente ciò che tutti credono sia. Solo e dannato vaga per il mondo, “Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded.”
La figura ha una grande valenza romantica, avvolta com’è nella sua immensa solitudine, ispira orrore e compassione insieme, perché capiamo che la sua cattiveria deriva dal dolore e dai rifiuti subiti. Chiede, infatti, al suo creatore di fargli una sposa, una femmina della sua razza. Victor Frankenstein si mette all’opera, ma poi ci ripensa, non volendo produrre una genia di obbrobri. Quando il mostro lo scopre, il dispiacere lo sopraffa e per vendicarsi gli uccide l’amata moglie Elisabeth.
Proprio leggendo il diario del dottor Frankenstein, l’infelice essere scoprirà quanto il suo creatore sia deluso di lui, quanto lo disprezzi e lo abbia voluto diverso. Come un figlio non amato dal padre, si sente ferito, solo e disperato.
Ci sarà poi lo scontro finale, con la creatura che ucciderà il creatore (come nelle ultime scene di “Excalibur”, il film di John Boorman, dove Re Artù e il figlio Mordred - nato dall’incesto con Morgana - si ammazzano a vicenda.) È l’eterno mito del Doppelgänger, l’alter ego maligno che incarna ed esterna tutto ciò che di oscuro e cattivo si cela nella nostra anima, è Mr Hyde per dr Jekyll, è Gollum per Frodo, è Voldemort per Harry Potter.
Ma quanto dolore, quanto rimpianto nella creatura che distrugge il suo creatore. Ci viene in mente il primo “Star Trek” (di Robert Wise, 1979) dove l'antica sonda Voyager 6, partita centinaia di anni prima dalla Terra, cerca disperatamente di riunirsi all’umanità che l’ha costruita.
Lo stesso desiderio di unità, di riappacificazione con il padre/creatore, e, insieme, di cupio dissolvi, si ha nel romanzo della Shelley.
“He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness.”
Da non dimenticare, il bel film che, nel 1994, Kenneth Branagh ha tratto dal romanzo, se possibile addirittura migliorandone e portandone a compimento la trama. Il mostro miserevole vi è interpretato da Robert de Niro, Elisabeth Lavenza è Helena Bonhan Carter e Victor Frankenstein lo stesso Branagh. Si ricorda, infine, anche la riuscitissima parodia girata da Mel Brooks: “Frankenstein Junior”.
There is a love story between a British poet and writer: Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822) and Mary Shelley (1797 - 1851)
Mary is the daughter of the feminist Mary Wollstonecraft, grown according to the libertarian principles of maternal ideology, Percy is married to Harriet, from whom he has children who will then be stolen from him. When they meet, Mary is seventeen, they fall in love, they run away together and manage to get married only after his sudden widowhood. They bring many children into the world of which only a few survive their parents. They find refuge to their wanderings in Italy, where Percy tragically dies on a boat off Lerici. They burn him on the beach of Viareggio, in pure romantic style, she returns home by swearing that she will take care of the editions of her husband's works and will bear her name until the end of her days.
He is one of the leading exponents of the Lake Poets, along with Wordsworth, Keats, Coleridge. He writes "Ode to a Skylark" and the tragedy "the Cenci", but the one that leaves a scratch, a paw, a footprint in the clay of the collective imagination and in the history of the fantastic is her, Mary.
Mary's half-sister, Claire Clairmont, becomes the lover of Lord Byron, who begins to hang out at the Shelley house, Diodati villa on Lake Geneva, together with another friend, John Polidori. It's raining, the evenings are tedious and cold, the company spends time reading German ghost stories. The idea of a competition is launched for those who write the most frightening and intriguing Gothic story. Thus were born Polidori's "The Vampire", inspired by the figure of Byron and the first example of a refined and melancholy blood sucker, and "Frankenstein" by Mary Shelley.
At the beginning she has no ideas, every morning she gets up and says that no subject has come to mind from which to draw an interesting plot, while everyone else is already writing. But she hears men discussing the principle of life, Darwinism, galvanism. Then, one night, she has a nightmare, she sees a terrifying being, assembled by a student who is kneeling beside him. She wakes up shocked, realizes that if she manages to spread the same fright she felt in the dream on paper, she will create something powerful.
And so it is. At only nineteen years old, in 1817, Mary gives life to a creature that will remain in the collective myth: the nameless monster shaped by the scientist Victor Frankenstein. The novel comes out in epistolary and anonymous form and only later it will be discovered that the author is not Percy Bysshe Shelley but his young wife. It will be a success, like Bram Stoker's later "Dracula" (1897).
Victor's character is inspired by Percy Bysshe, he has, like him, love for science, passion and spiritual soul. Pride pushes him to act as a creator, to want to go beyond nature giving rise to a stronger, healthier, more intelligent and long-lived being than normal. The opposite will happen: from the pieces of corpses sewn together and revived by electric current (which then had to appear as something sci-fi and magical together) comes a horrible creature, with a scary look and animalistic ways, unable to hold back the murderous impulses. Obsessed with the thirst for knowledge, Victor goes beyond the law and nature rebels, man cannot compete with God, he cannot break the laws of the universe, under penalty of death, destruction.
To unite once again Mary and her husband is the subtitle of the novel, "The Modern Prometheus". In 1820 Percy wrote, in fact, "The Prometheus Unbound". It is interesting to see how both spouses were inspired by the same figure but using different aspects of the myth. In Mary, Prometheus does not just steal the fire to give it to humanity but uses it to shape the clay and shape the man himself. In both cases Prometheus is a symbol of rebellion, of revolt against the divine will with all the consequences that derive from it.
The atmosphere of the novel is influenced by the romanticism of Coleridge's lines, in particular "The Ballad of the Ancient Mariner". In the fantastic frame of the Gothic, metaphysical anxieties and dystopian scientific advances materialize, such as those later developed by Wells in his novels. ("The Time Machine" is from 1895)
Beyond the ethical implications, however, the text strikes us for the profound romanticism of the figure of the monster, which we all tend to call Frankenstein, mistaking it for its author.
The monster has an evolution: he observes humans, learns from them to speak, reads Milton and the diary of Victor Frankenstein. He learns the language, the feelings, the aspirations of men, he wants to be in conctact with them, get to know them, help them, be liked. But his appearance condemns him: everyone refuses him, everyone runs away terrified in front of him, his gentle gestures are mistaken for aggression.
Pain crushes him, detonates anger and he begins to kill again, it completely becomes what everyone believes it is. Alone and damned wanders the world, "Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded."
The figure has a great romantic value, wrapped as it is in its immense solitude, it inspires horror and compassion together, because we understand that its wickedness derives from the pain and the waste suffered. In fact, he asks his creator to make him a bride, a female of his race. Victor Frankenstein gets to work, but then he thinks about it again, not wanting to produce a genius of shadowy men. When the monster discovers it, sorrow overwhelms him and in revenge kills his beloved wife Elisabeth.
Just by reading Dr. Frankenstein's diary, the unhappy being will discover how disappointed his creator is with him, how much he despises him and wanted him different. Like a son not loved by his father, he feels hurt, lonely and desperate.
Then there will be the final confrontation, with the creature that will kill the creator (as in the last scenes of "Excalibur", the film by John Boorman, where King Arthur and his son Mordred - born from the incest with Morgana - kill each other. ) It is the eternal myth of the Doppelgänger, the evil alter ego that embodies and external all that dark and evil is hidden in our soul, it is Mr Hyde for dr Jekyll, it is Gollum for Frodo, it is Voldemort for Harry Potter.
But how much pain, how much regret in the creature that destroys its creator. We are reminded of the first "Star Trek" (by Robert Wise, 1979) where the ancient Voyager 6 spacecraft, which left hundreds of years earlier from Earth, desperately tries to reunite with the humanity that built it.
The same desire for unity, for reconciliation with the father / creator, and, at the same time, for cupio dissolve, occurs in Shelley's novel.
"He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness. "
Not to forget, the beautiful film that, in 1994, Kenneth Branagh took from the novel, if possible even improving and completing the plot. The miserable monster is played by Robert de Niro, Elisabeth Lavenza is Helena Bonhan Carter and Victor Frankenstein himself Branagh. Finally, we also remember the very successful parody filmed by Mel Brooks: "Frankenstein Junior".
Collodi a Livorno
È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.
Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.
Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.
Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.
Le descrizioni che ci riguardano non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:
"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"
che le persone:
"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"
/http%3A%2F%2Fbadge.facebook.com%2Fbadge%2F384585178266231.2181.584874240.png)
Patrizia Poli presenta: Carlo Collodi a Livorno
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/carlo-collodi.htm
Un duello del duce
Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.
Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.
La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.
Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.
La polizia li sorprende.
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Pagine di Storia: il Duce a Livorno per sfidare in duello Francesco Ceccotti
http://www.livornomagazine.it/Livorno-storia/storia-rosso-e-nero-POLI-duce-duello-a-livorno.htm
Ranieri de Calzabigi

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa. Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie. Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato . A Parigi scrisse la “Lulliade”, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese. La “Lulliade” allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re. Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. “Orfeo ed Euridice”, “Alceste” e “Paride ed Elena” Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia. Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.
Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 - 1795) was born in Livorno, where he probably studied, specializing in Pisa.
With the name of Liburno Drepanio he was a member of the Etruscan Academy of Cortona and Arcadia. He served in a ministry in Naples, where he was involved in a poisoning process, that is, murder by means of poison. For this reason he left Naples to go to Paris where he met Giacomo Casanova, of whom he became a friend and who helped him to refine his amatory arts. He introduced to the court of the king of France a game already practiced in Genoa and Livorno where, in 1749, under the lodges of the Customs, the first extraction had taken place. Calzabigi perfected the lotto game and sold it to the king of France to have him fill the state coffers.
In Paris he wrote the "Lulliade", a heroicomic poem, parody of the career of Jean Baptiste Lully, that is to say the Florentine Gianbattista Lulli, dancer and composer of the Sun King, collaborator of Molière, master of the French melodrama, later naturalized French.
The "Lulliade" alludes to the Querelle des Bouffons, the war of the buffoons, that is, the controversy between the freshness of Pergolesi's music and the artificiality of Lully. This controversy divided Paris into two and set the encyclopedists against the king's supporters.
In 1755 Calzabigi published a reprint of the work of his friend Pietro Metastasio. From France he moved on to Vienna, where he met C.W.Gluck - an opera worker, exponent of classicism, inspirer of Salieri and Mozart - for whom he wrote the most important librettos. "Orpheus and Eurydice", "Alceste" and "Paride and Elena".
Calzabigi stands as an innovator, both he and Metastasio can be traced back to the same cultural root, classicism, first Arcadian and then Enlightenment, which submits music to poetry.
After Vienna, Calzabigi went again to Naples, where he ended his life.
Luigi Pirandello ed il Cinema Muto
Versione originale, completa della Tesina Saggio per il XXXXVIII Convegno Internazionale, avente come tema: "Quel che il Cinema deve a Pirandello"
Digressioni, Considerazioni, Appunti, Teorie Pratiche
“Da sempre l'uomo cerca di riprodurre la realtà che lo circonda” dall’Albero della Vita di Gustav Klimt (realizzato tra il 1905 e il 1909) al Paesaggio Estivo di Kandinskij (realizzato nel 1909), come se fosse radicata nell'Uomo la voglia di esprimersi fin dalle epoche più ancestrali, come possono largamente dimostrare i graffiti degli uomini delle caverne.
In questa breve tesi cercherò di riprendere le affermazioni pubbliche del grande Pirandello, autore degno di esser chiamato filosofo e grande pensatore, polimorfo, che garantisce ancor' oggi stimoli alla società che si crede civile o civilizzata.
La Cinematografia per lui era muta espressione d'immagini e linguaggio d' apparenze e diventava irreparabilmente una copia fotografata e meccanica del Teatro, come un po' stava diventando tutto in quei decenni di forti cambiamenti politici e sociali.
Può darsi che l'uomo nato dal Kaos stesse cercando nuovi orizzonti espressivi come forse stava facendo il cretino con dei Lampi d’imbecillità (così l'Ideatore del Futurismo, Marinetti, chiamava D'Annunzio).
Negli anni che precedono il Primo Conflitto Mondiale, l'Industria Cinematografica Italiana si orienta verso la trasposizione filmica di romanzi storici, conquistando un successo passeggero a livello internazionale anche se non sempre con risultati felici sotto il profilo prettamente artistico.
Spicca nel panorama Italiano dell'epoca il film “Cabiria” del regista nato a Montechiaro d'Asti , Pastrone, pubblicato nel 1914, preceduto in linea cronologica dal grande film “Quo Vadis ?” diretto da Enrico Guazzoni e fatto uscire nelle sale nel 1912.
Per lo scrittore di Girgenti il male principale era aggiungere vocalità alle immagini, anche quando il progresso tecnico fosse riuscito ad eliminare o in qualche modo arginare una voce sguaiata o comunque non umana, non originale.
In fondo Pirandello voleva forse diventare il portatore di una forma d'espressione umana, umanizzante e iniziatrice, con la grande voglia di fare teatro, un teatro adatto a tutti e profondo come purtroppo lo sono poche personalità, come fossero gli aghi nel pagliaio per trovarle.
Forse il sottotitolo avrebbe potuto dare più significato ed importanza scenica ed artistica a delle immagini, come accadeva in film illustri e degni di grande apprezzamento su vasta scala come: “Metropolis” diretto dall'Austriaco Fritz Lang e pubblicato nel 1927, oppure “Tempi Moderni” e “Il Grande Dittatore” diretti prodotti e interpretati dal maestro d'Espressione e d'ingegnosità colorata (nonostante il bianco e nero dell'Epoca) Charlie Chaplin , pubblicati, il primo nel '36 e il secondo nel '40.
All' inizio del '900 il continente Europeo si trovava nella “Belle Époque” cioè un periodo di apparente benessere(basti vedere l’Esposizione Universale di Parigi del 1900) che era destinato a cessare (come sempre accade) allo scoppio di una guerra mietitrice di vittime allo sbaraglio e infantile, come è stato il primo conflitto mondiale.
Thomas Edison nel 1889 realizzò una macchina da visione e una cinepresa, quest'ultima destinata a lavorare su una serie di fotografie.
Ai fratelli Lumière va riconosciuto il grande merito di aver dato l'impulso iniziale.
Nel 1900 il cinematografo si diffuse in terra Europea e poi nel resto del Mondo.
Già dai primi grandi successi del cinema Muto, fu chiaro che la produzione di film poteva essere un affare per pochi, tale da giustificare lo sperpero di forti somme per operette mediocri e scialbe come gli Ideatori.
Il processo si alimentò da solo e cercò di inglobare più letterati e filosofi possibili (ne è un esempio Gabriele D'Annunzio) che potevano essere ricompensati agevolmente ed in questo contesto storico si trova la critica di Pirandello ai produttori e non al cinema.
Vorremmo porre una linea ragionevole ai pensieri di un autore complesso nei suoi disagi di vita vissuta o forse vorremmo dare pieghe carine?
L'Interesse critico e creativamente artistico di Pirandello verso il nuovo “sole” che possa incarnare l'arte, non procede su posizioni definitive, delineando in modo positivo un' Evoluzione di pensiero.
Si dichiara più volte ostile al nuovo mezzo tecnologico ma in realtà intrattiene con esso uno “Show Artistico” continuativo e persistente e diviene un teorico del Cinema, l'astro nascente, parlando delle possibilità espressive che gli riconoscerà nel '32,dicendo: “Credo che il cinema, più completamente di qualsiasi altro mezzo di espressione artistica, possa darci la visione del pensiero: il Sogno, il Ricordo, la Allucinazione, la Follia, lo Sdoppiamento della personalità”.
Belle parole, che però vanno ad urtare con un'altra sua dichiarazione, questa volta sul Corriere della Sera e ben tre anni prima, nel '29: "Con la parola impressa meccanicamente nel film, la cinematografia, che è muta espressione di immagini e linguaggio di apparenze, viene a distruggere irreparabilmente se stessa per diventare appunto una copia fotografata e meccanica del teatro".
Sullo stesso articolo del Corriere della Sera, intitolato "Se il Film Parlante Abolirà il Teatro" parlerà dell'importante funzione che ha la voce, perché essa è soltanto del corpo vivo che la emette e non di immagini vuote senza Vitalità.
Pirandello in questo articolo (reperibile sul Web) difende con ogni arma il suo amore per il Teatro che lo porta istintivamente a difendere il teatro stesso e tutte le sue dinamiche.
Rivendica il dono del silenzio: "Quel silenzio è stato rotto. Non si rifà più. Bisognerà dare adesso a ogni costo una voce alla cinematografia.
È un vano persistere e un cieco affondarsi nel suo errore iniziale il cercar questa voce nella Letteratura."
Penso che Pirandello volesse riempirsi l'anima di quella azzurrità artistica offertagli dalla sua passione per il campo teatrale, che gli consente di ubriacarsi già a metà della spettacolo all'età di venti anni.
Una società che cambia non può produrre in modo automatico ed autonomo domani la stessa arte di ieri. Deve cambiare modo di fare Arte perché è cambiato il modo con il quale la società percepisce l'espressione artistica. Quando non è proprio questa a cambiare la società. Una società senza passato non ha le fondamenta per una cultura solida e stabile, ed è questo il pensiero Pirandelliano (o simil-Pirandelliano) che ci interessa veramente ed in modo compiuto, nulla più nulla meno.
Forse: "In Europa la vita seguitano a farla i morti, schiacciando quella dei vivi col peso della storia, delle tradizioni e dei costumi." come colonne di marmo che soppiantano civiltà unicellulari.
Pirandello definisce l'abolizione del teatro un 'eresia ed ha ragione, non soltanto per me, ma anche per i tanti cervelli stimolati a cui piace uno spettacolo teatrale ed hanno intenzione di pagare un biglietto per ricevere altri ori.
Nessun Cinema soppiantò il Teatro. Nessun Cinema soppianterà il Teatro.
"Le forme, finché restano vive, cioè finché dura in esse il movimento vitale, sono una conquista dello spirito. Abbatterle, vive, per il gusto di sostituir loro altre forme nuove, è un delitto, è sopprimere un’espressione dello spirito. Certe forme originarie e quasi naturali, con cui lo spirito si esprime, non sono sopprimibili". Così dice Pirandello ed io continuerei scrivendo intere pagine, interi cartelloni e dandogli indubbiamente ragione.
Il teatro non sarà soppiantato da altre forme, ma forse verrà modificato da esse o dovrà adattarsi alla loro presenza nella vita di ogni giorno e può darsi che confrontandosi con ciò che è fuori di se ci possa essere un' evoluzione.
Lo scrittore siciliano fa tanti viaggi ed entra a contatto con l'ambiente Statunitense, del quale coglie la frustrante verità di non possedere un Passato e quindi una Storia. Tutto, lì, sembra più veloce e lanciato verso il futuro, come se avessero la fretta di farsi un passato e non di costruirselo.
Pirandello critica le parole di Americani interessati al mercato florido della cinematografia, prevedono la sostituzione del teatro col cinema, cosa assolutamente assurda ; e mentre la vita teatrale seduta alla finestra guarda la sera invadere il viale, Luigi Pirandello propone una soluzione a dir poco fantasiosa e commestibile, ovvero la Cinemelografia, linguaggio visibile della Musica, qualunque Musica. Una Cinematografia immersa nella musica che parla a tutti senza parole. In Merito a questo ci sono due esempi, provenienti da film diretti da un mago del Cinema come Stanley Kubrick: "2001 Odissea nello Spazio" del '68 e "Shining" del 1980.
Penso che l'Autore possegga l'importantissima funzione di "Creatore di un nuovo Mondo" e lascia la facoltà di come, perché e quando esplorarlo al lettore che è capace di comprendere i messaggi di chi ha "fabbricato" su un terreno inizialmente disagevole e imperituro.
Tempo fa, ho pubblicato sulla mia pagina di Facebook, l'idea di relazione che do a due elementi che potrebbero apparire differenti, ovvero Musica e Geometria. Una bella frase che però non inquadra veramente il mio campo di investigazione e studio assiduo, mi viene in soccorso dal film "La Musica nel Cuore" che dice: “La Musica è intorno a Noi, non bisogna fare altro che ascoltare."
Questo però non spiega l'importanza che do all'arte, al mio concetto di arte e all'interrelazione che c'è tra Musica, Spettacolo, Cultura, Arte, Vitalità di Pensiero.
L'Arte è come il famoso dipinto di Monet "Impressione. Levar del Sole" del 1872 o come "Il Giorno" del 1900 di Ferdinand Hodler.
Certo, ci sarebbe anche "L'Origine del Mondo" di Gustave Courbet , ma forse è meglio non discuterne, restando in una tiepida ipocrisia, percorsa da un latte pieno di errori e di bugiardi.
Bisogna coltivare il terreno arso dell'Arte, facendolo diventare simbolo e parte integrante dell'educazione socialmente umana, che vieta un'omologazione alla stile "gregge di pecore".
Il nuovo Seme può giungere dalla passione ardente di uomini che sono dinnanzi agli altri anni luce, che possono esplorare la località blu cobalto dell'Immaginazione e della fantasia immensa come lo spirito umano.
Personalmente ho formulato una teoria o comunque un pensiero valido su Cinema e Spettacolo in generale.
Il Cinema è un fenomeno contemporaneo, diffusosi secondo molti , nel '900, uno dei primi cineasti della storia, Akira Kurosawa , disse che il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.
Credo che questa definizione colga il senso della grande mole di film che è stata prodotta, della dinamicità di questo grande mercato e delle idee che circolano in esso, realizzabili tramite tecniche, tecnologie e dinamiche sempre nuove o sperimentali.
Un'Altra chiave d'interpretazione legata al successo di questo movimento detto Cinema è la facilità con la quale è possibile interfacciarsi con lo show, perché la gente a volte è come un gregge ed ha l'esigenza inconscia di essere trasportata su nuovi Universi poco esplorati fino a quel momento, come se fosse all'interno di un disco volante in viaggio verso una nuova Via Lattea, dominata da lupi, vampiri e ciclopi , palme arancioni e mari incontaminati.
Nel concetto di Cinema Contemporaneo è compreso anche il Cinema Spazzatura (TRASH SYSTEM) , sistema squallido, fatto e sostenuto da cervelli non pensanti, funzionari di basso spessore emozionale e un pubblico che fa parte di un pianeta desertico e senza coscienza.
C'è differenza ormai nel parlare di Cinema e Mercato del Cinema legato soprattutto alla Produzione, un fattore che non è correlabile all'Arte che infatti ha un estremo bisogno di Qualità e non di Quantità.
Gli elementi ricollegabili al Trash System sono:
- L'Abbassamento della Soglia Culturale del Pubblico
- Il Momento Drammatico dell'Economia Statunitense e poi di quella Globale
- Dal secondo elemento nasce la necessità di Rifiutare a prescindere qualsiasi forma di Melanconia, Malinconia o Pensiero (interpretato come logorio mentale per certi figuri)
- L'Omologazione che non crea Soggettività, quest'ultimo un elemento che certamente favorisce la Produzione di Pensiero
- L'Incognita World Wide Web (il WWW) che rende parte del Mondo Industrializzato, una rete a Contenuti Liberi (ancora per pochi anni azzarderei)
- Il Quasi Totale Abbandono delle Biblioteche e delle Librerie da parte delle nuove Generazioni, che optano per mezzi più tecnologici
- Gli Interessi da parte dei Vertici di questo Sistema, di ricalcare la voglia lagunare del pubblico pagante
- La Volontà di accettare qualsiasi piatto mediocre nel buio della Sala
- L'Opinione Collettiva gestita direttamente dai Mezzi di Comunicazione di massa e chi non è gestito è Miracolato
Quando parlo di Idea, intendo qualcosa che ha natura diveniente ed ha in sé forza Realizzatrice, in grado di costruire nuovi Spazi.
Nessuno potrebbe permettersi di imporre un biglietto per guardare il mare o per annusare i fiori che sono nel Giardino del Mondo.
L'Arte ha bisogno di un'autonomia poetica, di un linguaggio universale di rischiaramento interiore e afferrabile dalla gente comune. Perché in proposito non creare Accademie d'Arte, intesa però a tutto tondo, capaci di riformulare il sentimento sociale in merito al settore artistico, che non deve essere trattato come ambito a parte dal Mondo, ma come il ramo dell'albero che è nella coscienza, che fornisce e produce ossigeno per un mondo irrespirabile e fortemente basso.
Qualche strano personaggio vorrebbe bruciare quell'arcipelago d'Arte che è presente nel Mondo Odierno e vorrebbe tagliare la carta dell'aurea poesia, per chissà quale assurdo motivo. Mi viene in mente la frase di Heine, uno scrittore ottocentesco: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.”
L'Arte è libero pensiero come un gabbiano che vola alto nel Cielo; è libera Espressione come una foglia che ondeggia quando arriva il vento.
Nell'Arte nessuno è riserva di Nessuno, come può accadere in certe attività sportive e può significare anche sentire il dolore dell'Artista, le sue Aspirazioni, le sue Motivazioni, l'aridità che percepisce attorno a sé, i suoi desideri, i suoi mondi Ideali, i suoi Castelli di certezze e i roboanti dubbi.
L'Arte come forma e Forza d'Espressione ti trasporta su nuove costellazioni, fatte da emozioni, paure, sofferenze, mezze felicità e gioie passeggere. Su queste costellazioni il vero benessere lo trova l'appagamento, l'Amore per tutti, l'estraniamento dai Babbi Natale dell'Uomo e dai fumi incestuosi.
Secondo me l'Arte può garantirti una cura suprema al Mondo, diventato piccola scatola di plastica dove operare come schiavi e l'attività nuova rappresenta una goccia nell'Oceano più immenso. L'Arte non concepisce Muri di Berlino o barriere insormontabili, ma una Bellezza assaporabile da ogni coscienza, da ogni agglomerato umano, umanoide oppure antropomorficamente umano (…); una passione rinnovabile riposta nei meandri di ognuno di Noi, che non ostenta a farsi sentire, come il violino suonato dalle biancastre mani di una bionda donna seduta in mezzo ad una stanza vuota ed insonorizzata, bisogna abbattere quel muro e non avere paura della fame, della miseria, ma partecipare alla vita della nuova costellazione, popolata da muse incantatrici e cuori infranti che abitano giganteschi Canyon di umanità e muta roccia, in cui il Fuoco della passione è divenuto un incendio che sopravvive all'Acqua Santa dell'amore, della quale pochi conoscono la vera sorgente.
Facciamo sì che le cose ci portino altrove, per sentirsi avvolti dal profumo dei limoni.
Il Caos di questo Mondo sconvolge l'Arte, come una conchiglia schiacciata dallo stivale di un pescatore all'alba, ad apre una smisurata voragine, nella quale le vocali e tutte le altre lettere non sopravvivono alla nebbia tenebrosa che vi dimora.
La Definizione di teatro che risulta da un noto dizionario è “Edificio destinato ai pubblici spettacoli” cosa molto distaccata dalla vera importanza che per me ricopre nelle Arti.
Lo Spettacolo Teatrale è per me qualcosa di irripetibile e grandioso come il coniglio che esce dal cilindro di un abile mago. Se una scena è stata fatta, è impossibile ritrovare per una seconda volta, gli stessi gesti degli attori e le battute, il modo in cui parleranno i personaggi messi in scena, cambierà, come cambieranno le nostre emozioni, le considerazioni finali, il modo con il quale osserveremo certe azioni. Io ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Prof. Di Lettere, per andare a vedere al Teatro Greco di Siracusa, “Andromaca” una bellissima tragedia del prolifico Euripide e ne sono rimasto incantato, non solo dell'Opera, ma anche dell'ambiente del quale ero circondato, della gente che fissava il palcoscenico (ormai rimodernato), del sole che stava tramontando, delle reazioni del pubblico allo Spettacolo teatrale, del pathos impresso nella Scena.
Il Teatro non è vuota teatralità e neanche una teca in cui riporre tutto ciò che si vuole, anche la sporcizia triste di questo mondo e i sistemi parassitari, ma è una valigia con la quale è possibile viaggiare senza carta d'identità o passaporto, è ambiente sublime e carico di pathos ed interiorità di valore. Si può piangere, si può sorridere, si può pensare, si può vivere e ci si può alzare ed abbandonare lo Spettacolo, per raggiungerne un altro, molto più esteso.
“Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro” sempre se la nostra esistenza ha significato nel suo instancabile esistere, ma per adesso chiedo agli asini di volare!
Democrazia
Non Forma di Stato, né Forma di Governo.
Le colonne, ma al tempo stesso, le fondamenta di una Democrazia sono: la Libertà, l'Uguaglianza, la Felicità, l'Informazione, il Diritto di Scelta, il Dissenso.
Queste non sono parole buttate al vento, ma ognuna ha un peso.
La Democrazia, per quanto possa essere sognata o agognata, non esiste, non è esistita e forse mai esisterà.
Viviamo dentro case che si trovano dentro Regimi. E dire "Regime" a vent'anni mi costa tanto.
Quest'ultimi in un lontano passato hanno ricevuto un'onda Democratizzante (nulla di ché), che ha portato anche al suffragio universale. Ma il vero Cambiamento non è aumentare la massa di persone inconsapevoli (ma al tempo stesso inconsapevolmente valida e creativa) di scegliere un candidato... Il Cambiamento parte dalle persone. Chi rappresenta le Istituzioni, avrà dalla propria parte tanti Difensori, tra i quali tanti Mass-Media. Tutto questo va a comporre un apparato, un Sistema che ha, tra gli obiettivi principali, il compito di Mantenere uno Status-quo, una condizione socialmente valida e tranquilla.
Spiego il concetto di "onda Democratizzante". Si ha presente quando un fenomeno sociale "influenza" territori dai quali non ha preso il via? L'espressione sottolinea questa situazione. Ecco perchè un po' tutti, seppur vagamente, sappiamo cos'è la Democrazia e quali caratteristiche potrebbe avere, ma le stesse non le ritroviamo nella realtà. Paradosso?
Il nuovo cimitero ebraico
Il cimitero ebraico di Via Mei, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto all'altro in via Ippolito Nievo (che conserva solo salme dell'ottocento e giace in stato di decadenza) poiché è stato aperto nel 1900. È di grande valore storico, vi sono state ricoverate le lapidi e i cenotafi (non i resti) dei primissimi cimiteri della comunità ebraica, addirittura risalenti al seicento ormai demoliti.
Con le leggi Livornine del 1593 la comunità ebraica divenne sempre più numerosa in città e richiese terreni di sepoltura più ampi. La legge giudaica vuole che il corpo sia interrato, non chiuso in colombari o loculi dove si ha una decomposizione innaturale, e mai spostato dal luogo d'inumazione originaria. Ciò comporta l'ampliarsi a dismisura dei camposanti. Il primo cimitero si trovava nei pressi della spiaggia della Bassata, il secondo vicino alla Fortezza Vecchia, il terzo in via Ippolito Nievo e l'ultimo, quello di cui vi parliamo, in Via Mei.
Costruito su disegno dell'architetto Alberto Adriano Padova, ha all'ingresso, accanto al cancello in ferro battuto, una fonte in marmo e pietra serena con un'immagine che ricorda un pozzo. Essa porta la data 1901, anno successivo all'apertura del sepolcreto. L'acqua serviva per lavarsi all'uscita poiché attraversare un cimitero era considerato impuro.
In un angolo scopriamo blocchi di marmo accatastati alla rinfusa. Sono stati rinvenuti durante la demolizione di alcune case popolari in una zona periferica della città. Pare siano appartenuti a un camposanto smantellato dopo le leggi razziali.
Il cimitero si presenta ampio, ben curato, gradevole, ricco di vegetazione dal valore simbolico come ulivo e bosso. Le tombe non hanno fotografia poiché il culto delle immagini è considerato idolatria e non si usano fiori come offerte bensì sassi. Alcune lapidi hanno degli incavi appositi dove inserire le pietre. Le tombe sono di diversa natura, dalle più semplici, alle cappelle di famiglia con motivi neogotici, colonne a tortiglione o marmo bicolore.
Come abbiamo detto, qui sono conservate le lapidi più antiche, a forma di prisma triangolare, simili a quelle contemporanee dell'antico cimitero degli inglesi. Le decorazioni più arcaiche sono di natura pagana e laica: falene, faci, uccelli, serpenti che si mordono la coda, simboli massonici. I sacerdoti hanno scolpite sulle lapidi mani benedicenti con le dita aperte. Durante la vita, i sacerdoti ebraici non possono entrare nel cimitero, considerato, come abbiamo detto, luogo impuro.
Le tombe più moderne mostrano una progressiva riscoperta della religione e dell'ortodossia, con un abbondare di stelle di Davide e di menorah, i candelabri a sette braccia che in origine proteggevano, nel tempio di Salomone, il sancta sanctorum dove era conservata l'Arca dell'Alleanza.
Gli ebrei livornesi sono principalmente di origine sefardita, anticamente parlavano un dialetto ebraico portoghese, il bagitto, che ha influenzato nettamente il vernacolo nostrano con parole in uso ancora oggi come sciagattare e bobo.
I nomi sulle lapidi ricordano molte delle più illustri famiglie del commercio livornese, dai Corcos, agli Attias, ai Chayes, famosi per la lavorazione del corallo. Troviamo alcuni eroi delle guerre d'indipendenza, un librettista della Cavalleria Rusticana, la poetessa Angelica Palli, ed è sepolta qui la famiglia dell'ebreo livornese più famoso al mondo, Amedeo Modigliani, ricordato solo con una lapide poiché le sue spoglie si trovano nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi
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La Lapide alla Memoria (clicca per ingrandire) Le tombe di Cave e Bondi La tomba di Leonardo Lusena Il cimitero ebraico di Via Mei, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto ...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-percorsi-sapori/nuovo-cimitero-ebraico.htm
L'Antico Egitto a Livorno
"Tu squarciasti il velo mistico
che nascose al Nilo in riva
del saper la luce viva"
(Angelica Palli)
Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.
La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.
Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.
Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.
Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.
Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.
A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.
Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.
Riferimenti
Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-storia%2Ffoto%2FJean-Francois_Champollion.jpg)
L'Antico Egitto e Livorno "Tu squarciasti il velo mistico che nascose al Nilo in riva del saper la luce viva" (Angelica Palli) Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti ...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-storia/2013-05-12-POLI-antico-egitto-e-livorno.htm
Il cimitero dei Lupi
Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale ed industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme "I Sepolcri", insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.
È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.
Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.
A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).
La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.
Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.
C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.
Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.
Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull' altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.
Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.
Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.
Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.
Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.
Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.
L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.
A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto.
Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.
Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".
Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.
Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.
Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista ma benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita
"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".
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I fratelli Sgarallino e Bartelloni (clicca) L'edizione straordinaria del quotidiano dell'epoca Sulle lapidi simbologie più frequenti: la Croce la falce e il martello la Stella di David Chiedendoci...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-percorsi-sapori/cimitero-dei-lupi.htm
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