saggi
E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis
Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):
... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).
Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.
Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.
Lo intervistano:
"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si stabilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo aereo per l'Europa...
Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.
marcello de santis
DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI
Il Dialogo d’Ercole e di Atlante apre la serie dei dialoghi delle Operette Morali; invece, il Dialogo di Timandro e di Eleandro nell’edizione del 1827 era posto come testo conclusivo dell’opera. Ambedue i testi risalgono al 1824.
Il primo dialogo vede come protagonisti Atlante e Ercole alle prese con il mondo; il grande eroe è stato mandato da Giove per alleviare per qualche momento la fatica di Atlante, stanco di reggere l’universo.
Ma a sorpresa il vecchio dio spiega che il mondo, chiamato “pallottola”, si è fatto leggero; gli pesa di più il mantello che usa per ripararsi dalla neve. Il termine leggero non è riferito solo al peso materiale, in quanto Leopardi considera la parola anche in senso morale. Gli uomini sono mediocri, senza slancio, meschini. Infatti, i due personaggi notano che il mondo si è fatto anche silenzioso. L’umanità è muta, non ha nulla da dire, non si segnala più per attività e forza. Sembra che si tratti di un peso morto; il mondo non dà segni di vita e può stare in una mano di Ercole che volentieri lo usa per giocare. L’eroe ricorda il coraggio e la grandezza degli uomini quando lui compì le grandi imprese; un tempo, l’umanità affrontava a corpo a corpo i leoni, ora solo le pulci. C’è quindi in questo dialogo l’idea che in passato vi era un’epoca d’oro, ora scomparsa; in altri momenti del pensiero leopardiano l’uomo invece viene visto come tristo e infelice in ogni epoca. Qui si parla di un sopraggiunto peggioramento ed è più viva la polemica del poeta verso gli italiani suoi contemporanei, ritenuti incapaci si scuotersi dal torpore morale in cui sono precipitati. Ci vorrebbe una scossa per provocare una reazione. Capita che il mondo sfugga di mano a Ercole e cada malamente. L’ammaccatura sul pianeta non determina reazione alcuna; sembra che gli abitanti continuino a dormire. La “pallottola” resta muta oltre che insignificante. Non c’è quindi speranza di abbracciare un nuovo corso per l’umanità, sembra dire sconsolato l’autore. Rimane, felicissima, una battuta finale, in cui si scomoda il poeta Orazio: “Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è mosso”.
Ma il dialogo è prevalentemente satirico e gustoso, tanto da stemperare la forza della conclusione pessimistica.
L’altro dialogo, più corposo, è tra Timandro (ossia colui che onora l’uomo) ed Eleandro (ossia colui che commisera l’uomo); il primo personaggio rinfaccia al poeta le accuse che all’epoca erano scagliate contro di lui dai suoi contemporanei, l’altro rappresenta invece il punto di vista dello scrittore recanatese.
Si contesta a Eleandro/Leopardi di scrivere libri pieni di pessimismo in un’epoca in cui si parla tanto di progresso; gli si rinfaccia di ricordare all’uomo la sua bassezza, quando l’uomo senz’altro un giorno diverrà perfetto. Il poeta nel replicare ha modo di esprimere il suo articolato pensiero.
Non crede nel progresso (“le magnifiche sorti e progressive”), ritiene che l’uomo sia sempre stato un essere sfortunato e condannato dalla natura a soffrire. In fondo, si può aggiungere, lui la pensa come Tucidide e Machiavelli; gli uomini non cambiano da un’epoca all’altra, sono sempre preda delle stesse passioni e delle stesse sofferenze. Leopardi non ha fede nel sopraggiungere della perfezione umana. Dice che non può che dire e scrivere quello che considera il vero, ossia parlare dell’infelicità umana; non potrebbe invece parlare di progresso dato che non vi crede. C’è un forte nihilismo; tutto è vano, anche la testimonianza del vero è inutile. L’arte stessa non serve; la filosofia, raccontando i mali dell’umanità, non la rende certo felice e perciò la conclusione è che è meglio non filosofare. Conoscere la verità della propria condizione non porta giovamento perché l’infelicità è un dato “necessario”, non eludibile. Il sapere conferma l’infelicità, perciò, meglio astenersi dagli sforzi intellettuali.
Si salvano solo i libri che fanno appello alla fantasia e all’immaginazione o che ricorrono al riso anziché al commiserare, poiché ciò allevia il dolore del vivere, distogliendo dalle pene che restano però reali e inevitabili.
Se tutto è vano, anche la poesia lo è dato che al massimo distrae dal costante soffrire. Allora, ci chiediamo, perché scrivere? Forse perché un’umanità matura merita di sentirsi dire la verità, per quanto dura e amara. Può capitare che si reagisca duramente verso chi dice la verità che in fondo pochi vogliono sentire. Qui sta l’eroismo senza tempo del grande recanatese che si staglia con forza, bevendo l’amaro calice della solitudine e dell’incomprensione dei suoi contemporanei. Quando Timandro gli rinfaccia di scrivere libri fuori moda che biasimano l’uomo, la risposta è ficcante: "Anche il mio cervello è fuori di moda".
FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI
Torna a proporci un suo pezzo Marcello de Santis
Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a propagandare il Futurismo, che poi si allargò a macchia d'olio fino a giungere anche nella lontana Russia, (Majakovski e altri).
Tra le tante novità pazze in poesia che portò la nuova visione della letteratura, introdotte, grazie all'intento - sbandierato in serate futuriste in varie città d'Italia - di distruggere la letteratura tradizionale ormai vecchia e decrepita, venne di moda anche scrivere dei versi (quartine in ottonari, per lo più) con l'ultima parola tronca.
Il 5 febbraio 1909 dunque, Marinetti, scrisse il testo del Manifesto del Futurismo; e lo pubblicò a Parigi nell'anno 1909, il 20 di febbraio su Le Figaro.
Idee innovative che cominciavano con il primo articolo
1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo,
l'abitudine all'energia e alla temerità.
e finiva con l'undicesimo ed ultimo
11- Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto,
il volo scivolante degli areoplani.
E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza
travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo
Ne accolse le idee e ne fece ampia propaganda la rivista Lacerba, che nacque a Fi-renze nel 1913 per opera di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, coadiuvati dal grande Aldo Palazzeschi. La rivista, che usciva ogni quindici giorni, divenne in questo modo la culla del Futurismo Italiano.
E' qui che nascono i primi versi maltusiani, nei quali pian piano non ci fu poeta e o scrittore che non si cimentasse.
Presero il nome di "maltusiani" derivando il vocabolo da Thomas Robert Malthus,un economista inglese poco conosciuto da noi, che nelle sue teorie sosteneva come necessaria la limitazione delle nascite, ma coll'astinenza sessuale.
All'epoca a questo fine era in voga il coitus interruptus, il più diffuso e conosciuto sistema anticoncezionale.
Le poesie di cui stiamo parlando nacquero spontaneamente derivando la non completezza dell'ultima parola dell'ultimo verso proprio da quel metodo.
E come l'uomo non conclude il rapporto sessuale tirandosi indietro al momento dell'orgasmo finale, allo stesso modo il poeta non conclude la poesia interrompendosi l'ultima parola.
La struttura è semplicissima: siamo di fronte a una quartina (cui ne segue un'altra) che sempre inizia con un nome, seguito da ... "è quella cosa", per spiegare poi nei tre versi rimanenti cos'è appunto quella cosa.
I due versi centrali, il secondo e il terzo, fanno rima tra di loro; il quarto ed ultimo finisce con una parola tronca; e quando questa non è una tronca è una parola accentata (blu, più, su, giù, ecc...).
Facendo degli esempi vedremo poi anche i temi delle quartine, che sono quasi sempre ironici, grotteschi, o riferiti a personaggi - politici e non - per prenderli in giro. E siccome fu il signor Malthus a propugnare l'interruzione del rapporto sessuale quando i partner erano giunti sul più bello, (per evitare una fecondazione indesiderata), vogliamo darvi un esempio di maltusiano in una delle tante quartine, in cui si definisce il verso che da lui prende il nome (e guarda caso proprio definendo il rapporto suddetto e l'organo relativo: il pungetto - pungolo; latino: stimulus):
Maltusiano è quella cosa
ch'ogni cosa agguanta e inguanta,
il pungetto bene impianta
ma si ferma sul più bel.
(da: Almanacco Purgativo, 1914)
E' giusto far risalire questa moda di poetare al sistema del coitus interruptus del dr Malthus; però non bisogna trascurare un fatto altrettanto importante: circa cento anni prima, si era nel 1834, un certo Ferdinando Ingarrica, che era un giudice del regno borbonico alla Gran Corte Criminale del Palazzo di Giustizia di Salerno, fece stampare a Napoli un bel pacchetto di anacreontiche in un libretto dal titolo: "Opuscolo che contiene la raccolta di cento anacreontiche su di talune scienze, belle arti, virtù, vizi, e diversi altri soggetti, composto per solo uso de' giovanetti".
Oltre che redigere testi di condanna per delinquenti destinati alla forca o ad altre pene, il giudice dunque era amante della poesia; in particolare di brevi poemetti didattici che facevano divertire il lettore per gli argomenti trattati; e che ebbero un gran successo in tutta Napoli.
Erano chiamati, questi versi, anacreontiche, dal nome del poeta greco Anacreonte, appunto, ed erano in voga già dalla metà del secolo XVIII; il divertimento, oltre che dall'argomento trattato, veniva anche dal modo in cui esso veniva esposto in poesia.
Sentite come il giudice descrive la Religione:
Religione tu a noi insegni
Come adorasi il Gran Dio;
Ah potessi ognora io
Colla faccia in terra star!
Chi seconda i tuoi precetti
Rasserena mente e core,
Vive ben; né mai timore
Della Morte debbe aver
Dal nome del suo autore queste brevi poesie a un certo punto vengono chiamate Ingarrichiane". Come possiamo vedere dall'esempio appena fatto, si tratta di brevi composizioni in versi ottonari, che destano una certa comicità; già queste presentano l'ultimo verso sincopato, tagliato, troncato.
Il libro si diffuse rapidamente per tutta Napoli e destò interesse e riprovazione allo stesso tempo, e commenti e pareri non sempre positivi; anzi ce ne furono di duri e durissimi; ciò nonostante tantissime furono le poesie scritte da autori che preferivano non firmarsi, per sottrarsi appunto agli eventuali biasimi.
Mi è facile pensare che stante gli argomenti a volte scabrosi e più spesso trattanti temi politici o sociali, per mettere più o meno alla berlina questo o quel personaggio, versi per natura sarcastici - mordaci, per usare un termine del tempo - mi piace pensare dicevo, che venissero declamati anche da attori comici sui palcoscenici dei cafè chantant.
Insomma la cosa fece scalpore anzichenò; alcune case editrici minori ci misero su il carico da undici, come si dice: si appropriarono del fenomeno culturale e del libro fecero copie non autorizzate. Ciò che causò la disapprovazione della Corte che si sentì oltraggiata, tanto che i famigliari del giudice per ovviare in qualche modo al diffondersi della pubblicazione tentarono di ritirare dalla circolazione più copie possibile dell'Opuscolo.
Leggiamo un'altra composizione
"L'ubriaco"
L'Ubriaco è l'uom schifoso
Che avvilisce la natura;
Tutto dì la sepoltura
Per Lui aperta se ne sta.
Il far' uso del liquore
Con dovuta temperanza
L'Estro sveglia, e con possanza
Spinge l'Uomo a poetar.
Ma la cosa non si arrestò; il fenomeno si sparse per tutto il Regno di Napoli, e molte persone le imparavano a memoria per declamarle ad ogni occasione. E non solo le anacreontiche del giudice ma anche quelle apocrife che venivano ugualmente stampate; erano talmente ben fatte da parere farina del sacco dell'Ingarrica.
Come tutte le cose passeggere anche l'Ingarrica con i suoi versi matti venne dimenticato; anche se negli anni futuri talvolta veniva ricordato per il fatto di non avere scritto solo scemenze, ma "di aver detto verità sacrosante in forma sciocca".
Ma ritorniamo ai versi maltusiani che la rivista Lacerba, diffuse, come detto, visto che a cimentarsi col metodo furono moltissimi autori e sostenitori e rappresentanti del Futurismo.
Lacerba, nata come detto nel 1913, ebbe breve durata, ché già nel 1915 terminò le pubblicazioni. I suoi rappresentanti, i futuristi, e i suoi direttori, Papini e Soffici, erano soliti trovarsi al Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, (insieme agli altri letterati che non condividevano le idee rivoluzionario del Futurismo), per declamare le loro opere e/o scambiarsi opinioni e/o preparare gli articoli da pubblicare e le serate da fare nei vari teatri della penisola. Non mancò per l'occasione una quartina sul famoso ritrovo per i letterati fiorentini, dove i futuristi erano i casinisti per eccellenza con le loro costanti escandescenze naturali:
Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi
se discuton non c'è cristi
non puoi più giocare a dam
Su Lacerba appaiono i primi versi maltusiani, che scrissero sia Giovanni Papini che Ardengo Soffici.
Questi, nella rubrica che teneva sulla rivista, proprio nel 1913 pubblicò per primo alcune poesie di Luciano Folgore.
Ecco una sua quartina che a qualcuno apparve blasfema.
Padreterno è quella cosa
Che ti veglia giorno e notte
Ma che poi se ne strafotte
Delle tue calamità.
(Luciano Folgore, 1913)
A questa ne seguirono altre; anche dei due direttori, che si decisero ad affrontare il fenomeno di petto; e fu proprio la rivista stessa a editare un Almanacco Purgativo con versi maltusiani. Fu scritto in occasione dell'esposizione di pittura futurista che si tenne a Firenze dal novembre 1913 al gennaio 1914. Costava cinquanta centesimi.
Sono andato a cercare un'antica mia copia dell'Almanacco, scartabellando tra i libri ben ordinati nelle varie scansie della mia libreria, lassù in alto, dove tengo i libri antichi e rari, ormai introvabili - gran parte sono opere degli autori di quell'ultimo quindicennio dell'ottocento e dei primi quindici anni del novecento- e alfine l'ho trovato.
Leggo nella prima di copertina: ... è uno di quei rari documenti che possono resti-tuire intatto il gusto, il sapore di un'epoca... Una pubblicazione scapigliata e burlesca, come la definisce Soffici, l'Almanacco è quindi il canto del cigno non solo di un gruppo d'avanguardia, ma di un'intera dimensione di vita che sarà di lì a poco sconvolta dalla guerra e mai più ricostituita.
L'ho riletto volentieri, ci sono voluti pochi minuti; e vi ho ritrovato ciò che avevo letto in gioventù: di tutto e di più; ma quello che a noi qui interessa sono le prime 60 pagine (il volumetto ne ha appena 150), in cui al centro di ogni pagina c'è stampigliato a grossi numeri e lettere il calendario di tutti i mesi, nella parte alta ci sono detti o frasi celebri di autori classici italiani e stranieri (Machiavelli, Leopardi, Balzac, Strindberg, Pascal, etc.) e in basso due per pagina affiancati maltusiani domenicali.
Ne riporto qualcuno;
nel mese di marzo
mezzogiorno è quella cosa
per cui sparasi il cannone,
tutti vanno a colazione
rimettendo l'oriol
nel mese di giugno
cimitero è quella cosa
dove stanno solo i morti
non si sono ancora accorti
che i lor cari stanno altrov
nel mese di ottobre
moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il frutto al femminil
L'ultima quartina maltusiana, che chiude questa breve raccolta in cui si sbeffeggia più di uno dei personaggio in voga allora, da Papini a Carrà a Prezzolini a Soffici, da Pratella a Russolo a D'Annunzio, è nella pagina del mese di dicembre, ed è dedicata al libro; eccola
almanacco è quella cosa
che si fa una volta all'anno
gli anni vengon gli anni vanno
ma ti resta l'almanacc
Ho chiuso con nostalgia questo volumetto che sa di antico, e che per un quarto d'ora mi ha riportato malinconicamente indietro negli anni, alla mia trentina, dico, quando ho cominciato a studiare a fondo quel periodo d'oro della nostra letteratura, compreso il bistrattato Futurismo, entrando in quel mondo sulla scia del grande poeta di Marradi, Dino Campana, coi suoi inimitabili e immortali Canti Orfici. Che ho amato come nessun'altra opera letteraria,
Ma bando alla melanconia, per dirla con un termine obsoleto o quasi, e torniamo a noi.
Uno degli autori futuristi che scrisse maltusiani più degli altri è Luciano Folgore
Luciano Folgore Roma 1888-1966. Pseudonimo dello scrittore Omero Vecchi, futurista, tra le sue opere Il canto dei motori, con la quale esordì nel 1912, ma si ricorda soprattutto per la sua vena satirica, per i suoi versi estrosi ed estemporanei e per i componimenti in quartine maltusiane
Molte delle quartine più sopra pubblicate sono le sue, ma qui ne vogliamo riportare un'altra molto bella e a doppio senso nemmeno troppo celato
l'obelisco è quella cosa
che si drizza sulle piazze
ne van matte le ragazze
perché duro e volto in su
Non mancarono, come già ai tempi del giudice di Salerno, Ferdinando Ingarrica, anche poeti da strapazzo, poeti dilettanti e non, che ne scrissero, e anche di belli; eccone uno di un anonimo molto simpatico:
La saliera è quella cosa
che ha la forma di un occhiale;
da una parte ci sta il sale
e dall’altra ci sta il pep.
Ettore Petrolini, Roma 1884-1936. L'attore romano partecipava spesso alle famose serate futuriste quando queste venivano organizzate nella capitale. Attore comico e drammaturgo e sceneggiatore; ma fu anche poeta e scrittore delle sue gag di avanspettacolo, e non mancò di scrivere versi maltusiani alla stregua dei futuristi. Ne scrisse molti nel suo Manuale dello chauffeur; mentre altri ne contiene l'altra sua opera Ti è piaciato?, in numero di ventisette, per l'esattezza; descrive tra i molti, ad es., la lingua l'amore il farmacista il cagnolino.
Leggete questo sulla moglie, una chicchera:
È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si chiama la metà.
Ce n'è uno nel quale si autodefinisce:
Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti offendi se ne freg
Ai giorni d'oggi la rivista Golem, quando era diretta da Stefano Battezzaghi (come ci informa Pier Paolo Rinaldi), ha riproposto diversi maltusiani parlando appunto di Ingarrica e dei Futuristi.
Versi maltusiani che si sono adeguati ai tempi moderni prendendo di mira personaggi attuali; e poteva mancare dunque il cavaliere per eccellenza?
Eccone uno il cui autore è l'autore de Il nome della Rosa.
Berlusconi è quella cosa
che ci dà TV ogni sera
poi per non patir galera
organizza Forzital.
(Umberto Eco)
Bene amici che mi leggete: ho detto tutto o quasi sull'argomento. Forse mi resta ancora una cosa, eccola.
Riporto le parole di una celebre canzone del 1918, Come pioveva, il cui autore è il celebre Michele Testa, in arte Armando Gill (Napoli 1877-1945) che ne scrisse anche la musica.
E come questa se ne contano a centinaia, a partire dagli anni cinquanta in avanti. Che cosa sono quelle parole tronche a fine quartina, se non residui o reminiscenze delle famose ingarrichiane o maltusiane?
C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati
non ricordo come fu.
Ma una sera c'incontrammo
per fatal combinazion,
perchè insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton.
Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.
marcello de santis
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17-12-2014 Pagina vista 229 FUTURISTI E VERSI MALTUSIANIdi marcello de santis Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a ...
http://www.technologeek.com/poetry/index.php?option=com_content&task=view&id=5889&Itemid=2
DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ
Il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez è stato composto nel 1824 e fa parte delle Operette Morali, il grande affresco filosofico in cui Giacomo Leopardi espresse il suo pensiero in forma discorsiva o dialogica.
Gutierrez accompagna il celebre navigatore nel viaggio alla ricerca delle Indie; una notte, la stanchezza per la finora frustrata attesa di arrivare alla terraferma fa sorgere questo dialogo. L’uomo chiede a Colombo se crede che lo scopo verrà raggiunto: “... se ancora hai così per sicuro come a principio di trovar paese in questa parte del mondo; o se dopo tanto tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitarne”.
La risposta accoglie alcuni dubbi: “... confesso che sono entrato un poco in forse”. Perciò, di primo acchito, sembra di leggere un testo dedicato alla vanità dell’agire umano; tanti calcoli, studi, progetti destinati ad approdi incerti, insicuri, contradditori o diversi da quanto ci si era prefissato. Il genovese passa in rassegna i segni che nel viaggio lo avevano fatto inutilmente sperare. Ora è giunto a pensare perfino che sia “ … vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovare terra di là dall’oceano”. La pratica, nota ancora, spesso discorda dalla speculazione e quindi ogni ipotesi potrebbe rivelarsi fondata o infondata. Si potrebbe trovare solo un immenso mare, oppure effettivamente la terra, o un elemento diverso da acqua e terra. Magari sarà un posto disabitato e inabitabile. Nonostante tanto sferragliare di cervelli, nulla si sa con certezza. Il sapere deve attendere il vaglio della realtà: “… veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono all’esperienza”. A questo punto Gutierrez, in modo misurato ma esplicito assesta una dura domanda diretta. Il navigatore sulla base di una semplice opinione speculativa, ha esposto la vita sua e degli altri? Una mera ipotesi, una labile congettura giustifica un viaggio così pericoloso? È la fase più drammatica del dialogo, quella in cui la debolezza della ragione umana viene smascherata pienamente e con essa una certa consapevole spavalderia dell’uomo che vuole comunque “andare a vedere”, rischiando col suo azzardo di trovare con lo smacco per le proprie teorie sbagliate anche la morte. Ma da qui in avanti il tono si apre alla speranza e a una certa fiducia, per quanto tutto il testo in generale si mantenga su un livello sobrio. Colombo ammette che c’è solo una congettura dietro al suo viaggio. Forse si arriverà alla terra tanto cercata, forse invece i calcoli si riveleranno errati. Ma già questo permette di fare passi avanti; il viaggio consente di rilevare gli errori negli scritti del passato e questo fa crescere tutta l’umanità. Il genovese all’inizio era parso come l’uomo che erra due volte, sia nel senso di viaggiare, sia in quello di sbagliare. Ora invece appare come un faro dell’umanità, conscio della limitatezza dei mezzi della scienza, ma pronto a cogliere nel calcolo smentito dall’esperienza un’occasione di crescita. Il viaggio di Colombo è il viaggio dell’uomo che procede per tentativi, fa tesoro degli errori, si muove con raziocinio e senza drammi, poiché fin dall’inizio non nega la propria fallibilità. Soprattutto, e questo appare il nucleo più leopardiano, il viaggiare permette di tenere lontana la noia che fa scoprire il vuoto del vivere. Cercare e arrischiare permettono di tenere cara la vita, facendo stimare cose altrimenti non tenute in debito conto come la vita stessa, la casa, la tranquillità. Quindi lo stimolo che viene da questo scritto è un invito all’azione, all’attività, all’avere obiettivi anche ambiziosi. Cosi la piaga della noia resta distante e cercando le grandi cose si apprezzano le piccole che stanno nella quotidianità. Se nel Dialogo tra un venditore d’almanacchi e di un passeggere si insisteva sul fatto che l’uomo pone il piacere sempre nell’avvenire, non avendone esperienza nel passato e nel presente e là questo era un disincantato prendere atto di come ci si voglia autoingannare nel pensare che la felicità (mai vissuta né ieri né oggi) sia sempre possibile in un domani (cui forse mai si giungerà), qui il testo offre, invece, puntelli di speranza e fiducia. Colombo tiene sempre lo sguardo alla natura e ne osserva attentamente le manifestazioni. Le nuvole, l’aria, il vento, gli uccelli, qualche ramicello nell’acqua lo inducono a un cauto ottimismo: “… tutti questi segni, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona”. Così termina il dialogo, con queste note di azzurro; i due personaggi non sono per niente spaventati dall’immensità dell’oceano, tanto che la loro apprensione si fa sempre più tenue. La natura qui non incute timore all’uomo, ma si offre docile alla sua osservazione. Le congetture di Colombo sono una teoria nel senso greco del termine, sono ossia un attento osservare, un ragionare tenendo gli occhi sul mondo circostante. Si potrebbe dire che il bellissimo dialogo in realtà è un “trialogo”. Tre sono infatti le voci; Gutierrez, Colombo e la natura stessa.
IERI COME OGGI La ferocia della guerra
Nel 415 a. Ch. Euripide, mentre infuriava in Grecia la guerra del Peloponneso, con lo spirito probabilmente turbato per la ferocia mostrata dai contendenti, presentava al pubblico ateniese la tragedia Le Troiane. Si tratta di un’appassionata denuncia degli orrori delle guerre, che sono rovina per i vinti ma anche causa di degradazione morale per i vincitori, facilmente trascinati ad abusare della vittoria. La vecchia regina Ecuba, davanti all’uccisione del piccolo Astianatte, precipitato dalle torri di Troia, dirà rivolta ai vincitori:
…Greci/che siete pieni di orgoglio per le fortunate/vostre imprese guerresche, certamente/ voi non potrete gloriarvi mai/d’essere saggi, se compite tali/inconsueti terribili delitti.
La madre Andromaca effonde dolorosi lamenti:
Andròmaca:
O carissimo, o tu sopra ogni cosa
adorato figliuolo, or la tua madre
misera lascerai, morrai per mano
dei tuoi nemici; e ucciso la grandezza
di tuo padre t'avrà: che agli altri suole
recar salute; e fu quel suo valore
per te retaggio inopportuno. O letto
mio sventurato, o nozze, o casa d'Ettore,
dove un giorno entrai sposa, e non perché
vittima un figlio procreassi ai Dànai,
ma un sovrano alla fertile Asia. O figlio,
tu piangi: intendi la sciagura tua?
Perchè t'afferri con le mani a me,
stringi le vesti mie, come uccelletto
ripari sotto l'ali mie? Dal suolo
Ettore fuor non balzerà, stringendo
la sua lancia tremenda, a tua salvezza,
non del padre i parenti, e non la forza
dei Frigi: un salto luttuoso, senza
pietà, col capo in giù, spiccar dovrai,
spirar l'alito estremo. O dilettissimo
tenero amplesso per la madre, o dolce
fragranza delle membra! Invano, dunque,
te nelle fasce il sen mio nutricò,
invano mi travagliai, mi macerai
nelle fatiche! Or, la tua madre abbraccia,
ché più non lo potrai, sèrrati a me
che t'ho concetto, al collo mio le braccia
serra, la bocca alla mia bocca stringi.
O inventori di pene orride, o Ellèni,
questo fanciullo, d'ogni colpa scevro,
perché mai l'uccidete?
La descrizione della crisi dei valori in guerra è così descritta dallo storico Tucidide nella sua opera.(libro III, 82-83)
Le interne scosse segnarono a fondo le città con le infinite tracce del tormento e del sangue, che sono state e saranno sempre la dolente e cupa eredità di quei moti (finché non si converta la natura umana), più o meno temperata o convulsa, svariante da caso a caso, in armonia con il fluire ininterrotto e cangiante delle occasioni particolari. Quando splende la pace e l'economia è florida, le città e i privati godono di più limpidi intelletti, poiché non sono ancora inchiodati a fronteggiare ristrettezze implacabili. La guerra invece, che strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità, è una maestra brutale e sa porre a modello, per orientare e accendere le passioni della folla, le circostanze del momento. Così non solo s'inaspriva lo strazio delle città sconvolte ma anche quelle in cui, per qualche motivo, esplodeva più tardi il seme della discordia, educate agli esempi del passato, si ingegnavano di spiegare all'eccesso il già sfrenato ventaglio d'originali e fantastici piani, per raffinare l'ingegnosa tecnica degli assalti a tradimento, per scoprire i più perfezionati e strani modelli di rappresaglia. L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. Sulla meditata rinuncia a uno di questi metodi s'addensava l'accusa d'essere un fattore d'eversione per il proprio partito, e il frutto dello spavento di fronte all'avversario. In una parola, anticipare il collega di parte in una triste impresa era alta lode come eccitarvelo, se non ne aveva ancora concepito il progetto. Perfino al vincolo del sangue si riconosceva minor vigore che a quello di parte, poiché questo concedeva più sconfinato agio ad un ardimento senz'altro sciolto dall'obbligo d'accampar pretesti. Giacché sodalizi di tale carattere non sorgono con filantropici intenti, nel rispetto dell'ordine legale, che anzi calpestano per dissetare l'immorale febbre di potere. E le affermazioni di lealtà scambievole non si radicavano nel benedetto terreno delle leggi rese sacre dalla volontà divina, ma nella complicità cosciente d'innumerevoli soprusi. Le proposte del partito avverso, pur quando apparivano immuni da obliqui scopi, venivano accolte, ma solo per premunirsi su concrete basi nell'eventualità che entrassero in vigore, non in ossequio a un senso di liberale fiducia. Era più gradito merito avere un'ingiuria da vendicare che non averne subita nessuna. Se mai si perveniva a un'intesa, fondata su giuramenti, il loro valore si esauriva in quell'istante, costituendo l'unica soluzione per una parte e l'avversaria, quando lo stato attuale dei loro rapporti era troppo scottante e pareva non consentire sbocchi: ma chi, in questa corsa di sfrontata audacia, sapeva cogliere primo l'attimo propizio, scorgendo l'avversario allo scoperto, con più vivo piacere lo trafiggeva, poiché ingannava la sua fiducia più che assalirlo con leale slancio. Esercizio che si basava su un calcolo di sicurezza, ornato e impreziosito dal decoro del futuro vanto d'ingegno, giacché si avrebbe atterrato il nemico con l'insidia. Infatti i più scelgono d'esser chiamati astute canaglie che valent'uomini scipiti: reputazione questa che induce alla vergogna, quella all'orgoglio. L'avidità di potere era l'origine di tante perversioni: per furore di guadagno o d'onori. Istinti da cui si sprigiona, al primo nascere delle lotte faziose, la vampa ardente della passione politica. Chi, infatti, nelle varie città, emergeva dai conflitti impugnando il potere sulle ali prestigiose di una qualifica politica del pari protetta da una nobile, seducente patina, sia che per interessi di partito, proclamasse la sua fede nella eguaglianza di tutti di fronte alle leggi che reggono la convivenza sociale, o nella necessità di restringere a pochi, i migliori, i più saggi, il governo dello stato, pretendeva sempre, a parole, di aspirare al pubblico bene come a un premio ambito, ma in realtà, senza esclusione di colpi, combatteva una lotta spietata per un personale dominio. Vi impiegavano intrepidi gli strumenti più sanguinosi, e replicavano con rappresaglie anche più orrende senza intravedere nell'ordine legale e nel beneficio dello stato un limite invalicabile. L'orizzonte delle atrocità s'ampliava ad abbracciar via via quanto potesse spegnere per un attimo la brama di ciascuno. Occupavano il posto di comando appoggiandosi a un illegale verdetto di condanna o a un atto violento: nessuna bassezza era loro d'ostacolo a soddisfare l'attacco improvviso e sconvolgente della loro frenesia: il potere! Nessun partito praticava la pietà religiosa.
La più amabile stima circondava colui al quale sorrideva la fortuna in qualche impresa funesta sorretta da una rete abile e splendente d'illusori discorsi. I cittadini che preferivano una posizione d'attesa e d'equilibrio si esponevano come bersagli a entrambe le parti: sia per l'acredine che suscitava il loro sottrarsi all'adesione e all'appoggio, sia per il geloso rancore acceso dalla loro neutralità.
Dunque, al seguito delle sommosse civili, l'immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s'estinse. Dilagò e s'impose nei personali rapporti, in profondo, un'abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d'adeguata difesa che concepire, sereno, d'aprir l'animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all'acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell'ansia d'esser trafitti prima d'avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all'azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero.
Nel mondo romano la pax era una pace imposta con la forza e volta al dominio e alla sottomissione di un popolo conquistato. I romani giustificano la loro spietatezza definendosi i “migliori” e in quanto tali a loro si devono sottomettere i popoli più deboli.
Tacito (57 d.C.-120 d.C.) fu un grande storico dell’età imperiale di Roma.
Nell’Agricola, opera dedicata, per l’appunto, al generale Giulio Agricola, impegnato sul fronte della Britannia, lo storico parla di Càlgaco, un capo che riuscì a riunire sotto il suo comando tutte le tribù della Caledonia (l’attuale Scozia). Prima di combattere Càlgaco cerca di infondere coraggio ai suoi uomini e pronuncia un discorso in cui propone due alternative: la libertà o la morte. I romani, infatti, sono visti come insaziabili dominatori. Significativa è la frase che Tacito fa pronunciare al capo caledone a proposito della pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, che vuol dire, "là dove fanno il deserto gli danno il nome di pace".
Questa frase è stata anche oggi utilizzata per definire la politica imperialista delle grandi potenze.
Già Sallustio (85 a.C. - 35 o 36 a.C.) prima di Tacito aveva scritto nelle Historiae "I romani fanno la guerra a tutti, ma sopratutto a quelli la cui disfatta promette spoglie opime: osando, ingannando, passando da una guerra all'altra si sono ingranditi".
Sono le parole che Sallustio fa pronunciare a Mitridate, re del Ponto, per convincere il re siriano Arsace ad un’alleanza.
Ma, sebbene a pronunciare quelle parole nelle Historiae sia Mitridate, a scriverele è pur sempre Sallustio il quale è cosciente della decadenza dei "boni mores" sostituiti ormai dalla "potentiae cupiditas" dei Romani.
Dunque tanto Sallustio quanto Tacito sembrano schierarsi contro la avida politica imperialistica di Roma. In realtà Tacito non fu un critico dell’Imperialismo romano sic et simpliciter.
Il suo merito principale fu quello di porsi dal punto di vista altrui, ossia dei nemici e degli sconfitti. Seppe cioè dar voce anche alla posizione non ufficiale. Gli storici più "pluralisti", almeno a partire da Sallustio, esplicitavano le denunce contro gli eccessi imperialistici della politica estera romana facendo pronunciare un discorso di accusa ad un nemico di Roma, riprendendo, in tal modo, un modello narrativo che risaliva alla storiografia greca. Lo stesso fa Tacito in più di un caso.
Tuttavia Tacito, pur sembrando condividere il punto di vista del nemico, non intende porre in discussione l'imperialismo romano, in quanto ritiene che l'ordine di Roma (la "pax romana") sia l'unica garanzia di sopravvivenza per tutti. Fa infatti pronunciare al generale Petilio Ceriale un’apologia dell'imperialismo romano. In conclusione, secondo Tacito, non è realistico prescindere dalla "pax romana" nonostante i suoi difetti. Il suo merito è stato comunque quello di metterli in luce dando voce alle vittime della missione universale di Roma.
Discorso di Calgaco
«Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile
situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi
vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché
per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non
c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi
incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta
gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri
compagni che si sono battuti prima d’ora con varia fortuna contro i Romani
avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili
di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche
vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli
occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo
e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e
dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e
l’ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli
e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la
sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre
alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se
il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente
possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e
miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero;
infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace.»
Effetti della guerra e della pace in Tibullo, un poeta romano del I secolo a.C
Liber I,10
Guerra e pace
Chi fu il primo ad inventare le terribili spade? quanto davvero ferino e ferreo egli fu! Da allora sono nate le stragi per il genere umano, da allora i combattimenti, ed è stata aperta una via più breve alla morte terribile. O forse quel miserevole non ebbe nessuna colpa: noi abbiamo volto a nostro male ciò che egli inventò contro le terribili bestie? Questo è colpa dell'oro che arricchisce, e non c'erano guerre quando una coppa di faggio stava davanti alla mensa, non c'erano rocche, né trincee, ed il pastore faceva sogni sicuro fra le pecore dai vari colori. allora sarei vissuto felicemente, non avrei conosciuto le tristi armi e non avrei udito il suono di tuba con il cuore in tumulto. ora sono spinto di forza alle guerre, e già forse un nemico porta le frecce destinate a piantarsi nel mio fianco. Lari patrii, salvatemi: voi stessi mi avete anche allevato, quando bambinello sgambettavo davanti ai vostri piedi. Non vergognatevi di essere fatti di legno antico: così abitaste la dimora del mio antico avo.
Allora tennero meglio fede, quando un dio di legno era in una piccola nicchia con modesto culto; quest'ultimo era pago sia che qualcuno gli avesse fatto offerte d'uva, sia che gli avesse posto sulla sacra chioma coroncine di spighe; e qualcuno di persona gli portava - esaudito nel voto - focacce: e dopo di lui veniva la piccola figlia portando come compagna un favo puro. E da me scacciate i dardi di bronzo. (per voi) ci sarà un maiale (tolto) dal ricolmo porcile come offerta rustica; io la seguirò con una veste pura, porterò un canestro cinto di mirto, anch'io col capo circondato di mirto. Così io possa piacervi, qualcun altro sia forte nelle armi ed abbatta i comandanti avversari con il favore di Marte, perché possa raccontarmi mentre bevo le sue imprese di soldato e dipingere con il vino l'accampamento sul tavolo. Quale pazzia è affrettare con le guerre la morte terribile? Incombe già e viene con piede silenzioso di nascosto. Laggiù non ci sono campi seminati e coltivazioni di vigne, ma Cerbero feroce e lo squallido nocchiero della palude Stigia; lì erra per le acque oscure una folla spettrale con le gote lacerate ed i capelli ustionati. Quanto piuttosto si deve lodare chi, dopo essersi procurata una prole, la lenta vecchiaia raggiunge nella propria casa! Egli stesso accompagna le sue pecore, ed il figlio gli agnelli, e la moglie prepara l'acqua calda per lui stanco. Così possa essere io! e mi sia concesso incanutire nel capo con i capelli bianchi, e da vecchio raccontare fatti del tempo antico. Nel frattempo la Pace renda fecondi i campi; la candida Pace per la prima volta condusse ad arare i buoi sotto i gioghi ricurvi; la Pace fece crescere le viti e ripose i succhi d'uva, affinché l'anfora del padre possa versare vino per il figlio; quando c'è pace la marra ed il bidente splendono, mentre la ruggine si impadronisce delle tristi armi del duro soldato nelle tenebre.
ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO
Ecco a voi un altro pezzo di Marcello De Santis, sulla figura dell'illustre umanista Aldo Manuzio
Anche quest'anno io e mia moglie ci siamo fatti una lunghissima vacanza al mare, grazie al cielo; tre giorni, giovedì pomeriggio, tutto venerdì, e sabato mattina fino alla dieci e mezzo.
Un ottobre stupendo: il mare di Sabaudia era tutto nostro, noi... solo noi... bellissimo...
... giovedì sulla tarda mattinata le dune verdi come non le avevamo mai viste, il mare azzurro con cavalloni spumeggianti di bianco; e laggiù il promontorio del Circeo che ci salutava e ci faceva compagnia...
... bene o male alcune ore di sole ce le siamo godute; e io ho perfino fatto il bagno, e nuotato tre volte.
Tra una nuvoletta e l'altra (sabato mattina essa nuvoletta dell'impiegato - o di Fantozzi, se volete - alle dieci e mezzo in punto ha coperto il sole; e si è fermata a lungo; -tutt'intorno sereno serenissimo e celeste-; ci ha detto: basta così, potete andare.. e noi abbiamo ubbidito.. ... del resto ci aspettavano amici a Frosinone con un invito a pranzo...)
Poi venerdì mattina (11 ottobre) corsa in macchina alla spiaggia; cielo coperto e non, mezzo e mezzo; be', andiamo a farci un giro, e così siamo andati a visitare l'abbazia di Valvisciolo, situata in collina tra Sermoneta e Norma (Latina); il nome dell'abbazia si deve alla valle dove un tempo crescevano le visciole, specie di ciliegie selvatiche; stupenda meravigliosa fantastica: stile romanico-cistercense, secolo XII, facciata integra, un capolavoro dell'arte antica, fondata pare dai greci e restaurata dai templari il secolo appresso.
Il rosone della facciata è la meraviglia delle meraviglie. L'interno a tre navate divise da colonne e pilastri è senza affreschi, nudo, così com'era agli inizi; a rispecchiare il modo di vivere dei cistercensi, che hanno curato sempre la spiritualità senza fronzoli e ammennicoli, e non l'estetica. Una cosa di indescrivibile bellezza e leggerezza è il chiostro retrostante.
Dopo la visita all'abbazia, siamo saliti - per una serie di curve e tornanti - al piccolo paese di Bassiano; e girando per le anguste vie del borgo antico ho notato sulle mura delle case attaccate delle piccole maioliche che riportano ognuna una poesia; ho chiesto, e mi è stato riferito che sono poesie di un concorso letterario tenutosi lassù qualche tempo addietro; una cosa bellissima. Il paesino è abbarbicato su una collina, tutto racchiuso nelle mura di cinta del castello, conservate meravigliosamente così come erano nel milleduecento; fatte innalzare dai Caetani quando la popolazione era costituita in prevalenza da contadini e pastori.
La storia narra che il castrum, all'inizio di proprietà della famiglia Annibaldi, successivamente passasse ai Caetani appunto, che lo tennero fino al millecinquecento.
Passeggiare per l'antico centro è stata una splendida avventura; nel piccolo corso principale con ai lati, a sinistra vicoli scuri che scendono sotto archi angusti che sfociano in splendide viste sul verde della valle sottostante, e a destra scalette ripide che uniscono un piano all'altro del paesino, o scalinate ampie e ariose che portano lassù, alle case alte, e alle chiese, attraverso acciottolati puliti e ben conservati; bellissimo.
Ci sono andato con uno scopo ben preciso: visitare la casa natale di Aldo Manuzio, che io credevo fosse adibita a piccolo museo dell'illustre umanista - ma che ho scoperto solo sul posto non essere visitabile. Addossata alla facciata dove nacque, una lapide ne ricorda la nascita con la data; tutta qui la grandezza dell'uomo di paese che ha dato lustro alla popolazione; che oggi - a distanza di quasi cinquecento anni - ne va fiera. Però ho potuto appagare ugualmente il mio desiderio visitando il piccolo museo a lui dedicato - museo detto delle scritture - sito proprio sotto la sede del comune. Qui in quattro o cinque stanze ognuna collegata all'altra da una porta, nello stile delle ville e dei castelli del cinquecento - una volta l'ambiente, ci narra la signora Rosaria, colta e gentile, (e simpatica, il che non guasta), era adibito a carcere - si può fare un breve e al contempo lungo interessantissimo viaggio: partendo dalle prime forme di scrittura (o tentativi di scrittura - orientali) giù giù fino al medioevo, e in particolare al tempo dell'invenzione della stampa e, attraverso la storia, fino ai giorni nostri, ai quaderni dei ragazzini, e ai libri moderni, per intenderci; qua e là delle presse antiche, dei torchi, e calamai vetusti con penne e stili e pagine manoscritte, e poi alcuni esemplari di macchine da scrivere, stupenda e affascinante una macchina orientale, mi pare cinese, senza i tasti caratteristici delle nostre ma con una tavola fornita di caratteri particolari, e quindi una macchina da scrivere anni sessanta, uguale, perfino dello stesso colore che a me studente regalò mio padre, una Olivetti portatile, con tanto di custodia con manico, lettera 22.
Tutte cose che mi hanno fatto "vedere" la figura di questo stampatore italiano nativo di Bassiano (1449-1515).
La storia ci parla di Aldo Manuzio come stampatore ed editore; lo dice veneziano - perché nella città della laguna stazionò a lungo, e là lavorò e fece la sua molta esperienza in fatto di stampa (dopo il Gutenberg, inventore dei caratteri mobili, è stato il primo a portarla in Italia); ma pochi sanno che il grande Manuzio è di Bassiano.
Qui nacque nell'anno 1449, per morire a Venezia, la sua seconda patria, nel 1515, alla età di 66 anni. In gioventù andò a studiare fuori del suo paese che non offriva molto in fatto di istruzione; fu dunque a Roma per apprendere la lingua ancora in vigore, il latino; poi andò al nord a completare i suoi studi classici (studiò il greco a Ferrara).
Ebbe, tra gli altri compagni di studio, il grande Pico; e fu con lui a Mirandola (si era nel 1482, Pico aveva 19 anni e Aldo ne aveva già 33 anni, quindi non era più giovanissimo); Pico, in riconoscenza di tutta la stima che aveva per lui, lo nominò istitutore dei suoi due nipoti, principi di Carpi, quando egli si trasferì a Firenze, (dove studiò lettere; a Bologna giovanissimo aveva affrontato il diritto canonico, ma non si era trovato bene in questa materia e allora aveva optato per gli studi umanistici.)
E ancora: gli mostrò tutta la sua grande amicizia finanziando gran parte delle spese che Aldo dovette sostenere per le sue prime stampe ufficiali (pare fossero dei volumi delle opere di Aristotele.)
Molte cose ce le ha illustrate la nostra guida, quella mattina al museo: la signora Rosaria, che ci ha intrattenuti piacevolmente, me e mia moglie, ad ascoltare la storia in breve del suo illustre concittadino; e ci ha illustrato tra le altre cose, i segni, le parole, i simboli e le brevi frasi incisi sulle pareti di una delle stanze, e i disegni sbiaditi ma ancora visibili, tracciati con arnesi magari di fortuna che i carcerati rinchiusi in quella cella intesero lasciare ai posteri come testimonianza del loro passaggio e soggiorno colà; e testimonianza oltretutto di forme di scrittura.
Ma poi, tornato a casa, mi sono andato a rileggere a fondo la storia di Manuzio, che conoscevo fin dai tempi del liceo, lontano ormai più di cinquant'anni, che il tempo aveva offuscato ma che avevo ancora dentro come residuo di informazione diventata col tempo cultura.
Ed eccomi qua a narrare anche a voi, sperando di farvi cosa gradita.
Scopo principale della grande passione dell'illustre bassianese, la letteratura classica: latina e greca. Che lo portò a decidere una cosa impensabile per i più a quel tempo: stampare le opere che fino ad allora si tramandavano solo con scrittura manuale; che, come si può ben comprendere, venivano divulgate in pochissime copie (costavano molto, se non troppo); ed erano riservate solo ai signori più facoltosi e al clero (e non poteva essere altrimenti se è vero che gli amanuensi potevano lavorare quasi esclusivamente all'interno delle abbazie e dei monasteri).
Decise così di mettere su una tipografia, per attuare questo suo proposito che dette frutti inimmaginabili; e che frutti!
Scelse lo stato della Serenissima; era l'anno 1490.
Manuzio ci visse a lungo; è a Venezia infatti che si portavano gli studiosi per accedere ai molti preziosi volumi delle varie biblioteche, ed era a Venezia che sbarcavano gli studiosi greci che fuggivano dalla loro patria e in particolare da Costantinopoli a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Oriente avvenuta del 1453.
Qui allacciò rapporti di amicizia (per interessi comuni) con letterati e scienziati di ogni nazione, ma anche con gli italiani, tra cui Pietro Bembo.
E così appena quattro anni dopo la sua venuta a Venezia, nel 1494 aprì la prima tipografia.
Le opere che uscivano dalle sue mani ebbero immediatamente un insperato? meglio un inaspettato successo, tanto che le edizioni della sua stamperia erano già riconoscibilissime tra le altre, e vennero indicate come "le dizioni aldine".
Nel 1505 sposò la signora Maria Torresano, la figlia di Andrea che era diventato suo socio nel lavoro. Maria gli dette figli, tra cui Paolo che seguì le orme dell'illustre padre.
Se in un primo tempo Aldo Manuzio tentò esclusivamente di stampare volumi di qualità altissima, e quindi destinati solo a casate nobili e signori facoltosi, non passò molto tempo che capì che la cultura doveva arrivare anche al popolo, fino ad allora escluso da qualsiasi possibilità di accedere ai libri.
E così nel 1500 si inventò una collana cui si poteva più facilmente accedere con volumetti che poteva acquistare anche la gente comune; avevano le dimensioni molto più piccole di quelle di quelli stampati fino allora (quelli che i bibliofili consideravano autentici tesori artistici); e il prezzo era di molto inferiore; bene o male alla portata se non di tutti, di molti; e per la prima volta usò - perché fosse facilmente leggibile - il carattere cui egli dette il nome di corsivo (o italico, perché introdotto per la prima volta in Italia da Aldo, appunto; o aldino, dal suo nome); carattere che aveva una leggera inclinazione a destra; ed era in ottavo, molto utile per le sue ridotte dimensioni; insomma col senno di oggi possiamo affermare che Aldo Manuzio inventò il libro tascabile.
Molte furono le opere che dette alle stampe, ben 130 edizioni in latino e in greco nei suoi lunghi venti anni di attività. Aristotele fu la prima, cui seguirono le opere di Tucidite, Sofocle, Euripide, e altri. Ma con l'inizio del nuovo secolo, il 1500, prese a stampare anche autori italiani.
E non poteva mancare l'opera per eccellenza: la Divina Commedia di Dante Alighieri, per la prima volta edita senza alcun commento, e in corsivo; siamo nel 1502; per la stampa il Manuzio si servì della collaborazione del grande umanista Pietro Bembo (che da allora fece usare il carattere che da lui prese il nome: il carattere Bembo).
Ma la meraviglia delle meraviglie uscì dalle sue mani tredici anni dopo; ancora la Commedia, ma stavolta - prima nel mondo - con illustrazioni.
Molto ci sarebbe ancora da dire intorno alla figura di questo umile/immenso uomo di Bassiano; ma lo scopo di questo mio modesto saggio è quello di far conoscere - a chi non lo avesse studiato a scuola - o far tornare alla mente - a chi nei lontani anni 50 ha fatto il liceo come me, un pezzo di storia che sui libri, ricordo, era considerata storia minore; e aveva poco spazio, quasi solo brevi righe per notizia; grande risalto si dava allora al Gutenberg e poco al Manuzio. Con questo mio scritto spero di avere invertito - anche se a distanza di più di cinquant'anni, la tendenza di allora, un po' superficiale.
Voglio chiudere ringraziando la signora Rosaria che, con le sue spiegazioni e illustrazioni quel fortunato per me venerdì 11 ottobre di quest'anno, mi ha riportato sui banchi di scuola guidandomi per mano dentro la vita di questo suo concittadino presente accanto a noi dentro quelle quattro o cinque stanze del piccolo museo delle scrittura..
marcello de santis
Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"
Domenico Vecchioni
La prima dinastia comunista della storia
La saga dei tre Kim
Grego&Greco Editori - Pag. 190 - Euro 12
Credo di aver letto quasi tutta la produzione saggistica di Domenico Vecchioni, sempre di alto livello, sia quando parla di spie internazionali che di sanguinari dittatori. Negli ultimi tempi noto un incremento qualitativo e quantitativo della sua opera come divulgatore storico che ha intrapreso al termine della carriera diplomatica. Lavori come Raul Castro, Pol Pot, Ana Belén Montes e adesso questa saga dei tre Kim sono dei veri capisaldi della letteratura biografica, indispensabili per lo studioso e per il semplice curioso del mondo circostante. La prima dinastia comunista della storia racconta il pericolo reale per il mondo rappresentato dalla Repubblica Popolare e Democratica di Corea, un comunismo singolare che non ha niente di marxista-leninista, se non la facciata, un po' come accade a Cuba, un sistema paradossale che è diventato una monarchia dai contorni teocratici. La famiglia Kim guida la Corea del Nord da circa settant'anni, dal Grande Leader (Kim I), al Caro Leader (Kim II) per finire con ilGrande Successore (Kim III), accomunati dalla volontà di difendere un potere assoluto che rende paranoici, colpevoli di aver trasformato in triste realtà il romanzo di Orwell: 1984. La dinastia Kim riscrive la storia, parla di difesa contro la sempre possibile invasione statunitense, alleva i figli nell'odio contro gli yankee, spende ogni risorsa in arsenali militari e nucleari, senza badare ai bisogni alimentari delle persone. Un simile regime fa marciare il popolo al passo d'oca, lo fa piangere a comando e sorridere per obbligo, non si vergogna di far morire di fame i poveri, ordina fucilazioni di massa per i dissidenti e dispone di giganteschi campi di concentramento dove rinchiude gli antisociali. Un simile regime è una potenza nucleare e un brivido di paura percorre le membra del lettore quando pensa che il folle Kim III potrebbe - soltanto per un capriccio - ordinare un'esplosione atomica. Noi che conosciamo abbastanza da vicino la dittatura cubana - la famiglia Castro governa dal 1959, i Kim dal 1945 - possiamo dire che i due regimi non sono neppure paragonabili. Tanto per fare un esempio, se a Pyongyang venisse fuori una blogger come Yoani Sanchez non solo non sarebbe libera di girare per il mondo criticando il suo governo, ma sarebbe stata da tempo internata in un campo di concentramento o - peggio - fucilata. Il governo coreano pratica l'eugenetica,nel senso che stermina tutta la famiglia del presunto dissidente, una volta accertato (con torture e metodi disumani) il tradimento, che consiste anche in un modesto scostamento dalla dottrina della famiglia Kim. Domenico Vecchioni scrive un ottimo testo, molto utile per che vuole avere una rapida panoramica di uno dei regimi più feroci dell'epoca contemporanea. Si legge come un romanzo, ma non come un romanzo di Veronesi, come un romanzo scritto bene.
Il passator cortese
“Romagna solatia,dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re della foresta”
Con questi notissimi versi, che concludono la poesia “Romagna”, Giovanni Pascoli, romagnolo verace, ha costruito, forse involontariamente, la leggenda del “Passator cortese”, il mito del brigante spietato e crudele con i ricchi ma altrettanto generoso con i poveri. Infatti è proprio a questa poesia e al poeta che la cantò che Stefano Pelloni, in arte Passatore, deve gran parte della sua notorietà, poiché queste rime sui banchi di scuola le abbiamo imparate tutti a menadito, magari abbiamo dimenticato chi fossero i Guidi e i Malatesta, ma le immagini del Passatore e della “azzurra vision di San Marino” difficilmente sono state cancellate dalla nostra memoria.
In Romagna il mito del passatore era ancora vivo quando Pascoli, da fanciullo, nelle lunghe serate invernali, seduto davanti al caminetto, avrà sentito gli anziani raccontarne le avventure, le sue clamorose imprese, i suoi delitti, le sue gesta, le sue astuzie e la sua generosità. Il Passatore fu un autentico protagonista del suo tempo, amato e odiato, rispettato e temuto, il suo cappellaccio, la sua barba nera e il micidiale schioppo ne fecero l'emblema della Romagna. C'è chi giura, ancora oggi, che fosse un ragazzo bello e affascinante, dallo sguardo accattivante e dai profondi occhi scuri.
Ma chi era veramente questo Passatore? Certamente per quanto riguarda il nord è stato il più noto brigante che abbia movimentato la cronaca di quel periodo, siamo a metà del 1800 quando raggiunse l'apice della notorietà .
È chiaro che se la gente ne parla ancora, se la sua immagine compare sull'etichetta di un vino pregiato, significa che le sue vicende hanno colpito la fantasia del popolo, ma in realtà Stefano Pelloni fu lui stesso un prepotente, che usava spesso l'arroganza, che compì crudeli vendette e che perseguì con feroce accanimento e freddezza le persone che gli si opponevano o cercavano di contrastarlo.
Non starò ad elencare tutte le rapine e le razzie che compì nel corso della sua carriera, furono molteplici e ne ricavò un bel bottino. Ad ogni impresa il maltolto veniva in parte diviso fra i briganti, una porzione era destinata ai fiancheggiatori, alle “coperture” o alle persone che avevano dato le “dritte” , e il resto veniva nascosto nel bosco, seppellito in punti precisi che conoscevano solo il Passatore e i suoi più fidati gregari.
A quei tempi la Romagna era ben lontana da quella che conosciamo oggi, fatta di spiagge di velluto e di estati spensierate, allora al mare non ci andava nessuno e l'acqua serviva soltanto a ricavare il sale dalle saline di Cervia o a sfamare qualche famiglia di pescatori. Molte zone in provincia di Ravenna erano ancora coperte da acquitrini malsani e la popolazione moriva di malaria. La romagna tutta era da circa tre secoli sotto il dominio dello stato pontificio, tolta la parentesi napoleonica, che non aveva di certo migliorato le condizioni della popolazione, le terre erano sempre state dominio dei Papi. Non esisteva libertà di stampa, né tanto meno di pensiero, nei paesi più piccoli erano i parroci a farla da padroni e la povera gente ravvisava nelle tirannie che subiva il rappresentante diretto del despota che stava a Roma. Si spiega anche con questo l'insorgenza di un forte sentimento anticlericale che ancora permane nella gente di romagna. In seguito, non a caso la Romagna divenne il primo focolaio dell'idea repubblicana, e sempre non a caso si tenne proprio a Rimini il secondo congresso degli anarchici italiani, nel maggio del 1872 durante il quale si mise in luce il giovane imolese Andrea Costa.
Stefano Pelloni dunque crebbe in un contesto di malcontento generale, era nato il 4 agosto del 1824 ultimo di dieci figli. Il padre possedeva un piccolo podere con casa e stalla e guadagnava benino avendo in concessione il diritto di traghettare su una zattera i passeggeri da una parte all'altra del fiume Lamone. Da questa attività, ereditata in famiglia da generazioni, derivò a Stefano Pelloni il nomignolo di Passatore, appellativo che era già del padre e che non lo abbandonò mai.
Fin da piccolo fu astuto e disubbidiente, un carattere inquieto. Dotato di un'agilità sorprendente, nelle liti fra compagni primeggiava sempre per forza o per astuzia. Non aveva paura di nessuno ed era anche capace di mentire al momento giusto. Il padre, disperato per i suoi comportamenti violenti, decise di allontanarlo da casa, per farlo studiare, ma senza successo alcuno.
Ancora giovanissimo, il Passatore si trovò coinvolto in quello che oggi verrebbe definito un “omicidio colposo”, pare che durante una rissa, scagliando una pietra verso il suo avversario, colpisse invece una donna incinta che, per conseguenza, prima perse il bambino e poi morì a causa di un'infezione. Accusato di omicidio e tratto in arresto fu condannato a tre anni di carcere. Evaso, si dette alla macchia e iniziò la sua carriera di brigante. Forse la realtà degli eventi che portò il Passatore in galera per la prima volta fu leggermente diversa, questa leggenda dell'omicidio involontario servì solo ad alimentarne il mito. In realtà di certo c'è che Stefano Pelloni aveva solo 15 anni quando iniziò a fare i conti con la giustizia pontificia e a 19 era già un brigante discretamente quotato. Successivamente fu arrestato ed evase diverse volte acquisendo sempre più fama e diventando il ricercato numero uno. In tutte le parrocchie fu diffusa una circolare che lo descriveva, una serie di dati che fanno sorridere se paragonati agli odierni identikit :
“Stefano Pelloni
nativo del Boncellino
domiciliato in Boncellino
surnomato Malandri o Passatore
condizione bracciante
statura giusta
anni 20
capelli neri
ciglia idem
occhi castani
fronte spaziosa
naso profilato
bocca giusta
colore pallido
viso oblungo
mento tondo
barba senza
corporatura giusta
segni particolare sguardo truce”
I simboli sono importanti, sintetizzano significati complessi che richiederebbero lunghe spiegazioni, sono rivelatori dell'animo di chi li elegge in propria rappresentanza ed è tristemente rivelatore per i romagnoli che essi si siano dati quale personaggio simbolo la figura di questo brigante, che nella realtà storica non fu nient'altro che un bandito feroce e inutilmente crudele. Un torbido figuro, sifilitico, privo di intelligenza e spessore storico, il quale rubava ai ricchi perchè rubare ai poveri equivaleva a “cercare il grasso nella cuccia del cane” (come si dice in Romagna) e che ai poveri non ha mai dato il becco di un quattrino se non per comprare la loro omertà. Ben sapendo che solo con le minacce non avrebbe ottenuto uguale fedeltà, rimborsava adeguatamente e abbondantemente chi lo proteggeva, in modo da attirare le “simpatie”di sempre nuovi contadini poveri disposti ad accoglierlo nelle loro case, a nasconderlo nei loro capanni. La sua generosità dunque era suggerita da un preciso interesse, così come per comprarne favori e complicità pagava le donne che lo seguivano e che servivano ad allietare lui e la sua banda.
In conclusione, il Passatore non fu veramente né “cortese”, né eroe, compì rapine in ogni paese della Romagna seminando terrore e lasciando morti sul suo cammino, se ne contano almeno una ventina a suo carico, ma sia ben chiaro che la sua avventura di politico non ebbe nulla, non si interessò di liberare la sua terra dall'oppressore ma semplicemente di arraffare quanto più possibile ai cittadini benestanti e solo per tornaconto personale.
Dopo che molta parte dei componenti la sua banda erano stati arrestati, per uno strano scherzo del destino, fu denunciato proprio da un pover'uomo, senza casa, preda delle peggiori tribolazioni e della miseria più nera, fu scovato nascosto in un capanno, ucciso dai gendarmi e portato in giro su un carretto a dimostrazione, per tutto il popolo, che la sua epopea era terminata: era il 23 marzo 1851.
Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.
TERRA MIA
All’alba
mi vesto del tuo odore
e mentre le stelle sfuggono al giorno
mi sveglio sotto la tua ombra
abbracciando il mistero del tuo calore.
Offrendomi alle tue mani
Cammino sui tuoi polmoni
Divoro il vento per volare nei tuoi occhi
A cantare il tuo dolce profumo di cachi.
All’alba
estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti
dall’albero magico, scolpisco la penna
per pitturare la tua anima
e la mia voce innocente intona i tuoi canti.
All’alba
Una voce ti diceva:
terra senza voci
voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie
melodie che non rimano con le parole
parole senza profumo,
questa terra non sa piantare le lettere,
parole stonate
suoni senza fiamme:
fiamma, fumo e solo tenebre.
Terra che non sa contare
conto che ripudia l’aritmetica
racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)
Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.
Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.
“I cuori, le mani, i piedi battono,
battano tutti i piedi, le mani, i cuori
il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,
parola partorita nel dolore
parola che si radica nel cemento del nostro essere,
parola esaltata dall’euforia,
parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,
parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,
parola che sorride:
negritudine.”
Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.
Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.
Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.
NON SONO POETA
Lascio presto in mattinata
la mia casa di paglia
i miei sandali, cuoio di capra
proseguo il vento, le corde invisibili
nei meandri delle sonorità plurali
canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.
Quando canto, è pane che offro
all’orecchio che mi ascolta
alla lingua che mi applaude e alle mani
che mi parlano e mi lodano.
Non sono poeta
il mio alessandrino è orfano di emistichi
la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi
oscure e curiose.
Non sono poeta
quando canto le mie parole penetrano i cuori,
indovino le parole nei cespugli
sorgenti dei miei fertili pensieri
che procurano latte e formaggio.
Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,
sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte
nelle tenebre delle parole
che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.
Non sono poeta,
lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)
Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.
LA MIA AFRICA
Mi sdraierò sul tuo petto
e nelle tue braccia fresche abbracciami,
mi darai il tuo pane e il tuo riso
basterà a me solamente la tua bellezza nera
quando a mezzogiorno
la luce brillante della tua pelle
coprirà la mia ansia
offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso
canto fresco;
luna dei miei sogni
cantami e coccola la mia anima.
Impediscimi tutto
il tuo vento del Sahara
la tua spiaggia morbida come fragola
impediscimi tutto
ma non i tamburi sulla chiara luna
quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,
illuminando i sorrisi spenti
nella caduta delle lingue deboli,
sarò la voce imprendibile
la bocca sonora di una terra
dove la speranza cade
come gradine.
Mi sdraierò sotto i tuoi piedi
non mi basterà il tuo sguardo;
alzami con le tue lunghe fresche braccia
ospitami nella tua tana, nido umido;
all’alba sorrideremo al mondo
perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)
L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.
La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.
Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.
RAMATA
Il tuo nome è linfa nutriente
i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi
il tuo corpo una vita
le tue strofe riempiono i calici
e inondano i laghi della bellezza
il tuo corpo svelto
è l’ospite delle mie notti,
la luna si nasconde
per offrirmi il calore della tua pelle
specchio della tua memoria,
riflesso della tua lingua.
Il tuo corpo è una sinfonia
una sillaba, una casa,
il tuo corpo è labbra
la forma della tua bocca un bacio
la tua fronte liscia e libera,
i tuoi denti bianchi
si nutrono del sorriso del sole
nella vela dei venti
e nella notte delle lune
la tua bocca è ode e lirica
le tue treccine, pittura e poesia
la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)
A MIA MADRE
Non ti ho perduta, ti sognavo
la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi
tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.
La tua saggezza è tramandata
sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.
Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida
frullando le spighe di miglio
sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.
Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi
sono cresciuto per salvarti dall’incubo.
Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto
sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.
Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene
avvicinati e non abbandonarmi
la vita ha spaccato il cordone ombelicale
ma il cuore è unito a te per sempre.
Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino
ascoltare la tua voce
fuggire dalle tue paure,
ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole
quando la luna si risveglia
la notte, quando le stelle ballano
ballerò sulla punta dei piedi
dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi
e ti ringrazierò di avermi partorito.
Ecco mia madre nel sogno
che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:
Figlio mio, adora tua madre e tuo padre
sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)
Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.
Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.
TAM-TAM
Le mani affogate nell’acqua salata
mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte
i suoni del vento, delle onde del mare,
medito sulla voce invisibile del cuore
accompagno la voce dei griot,
la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello
precipiti durante la morte del re
la nascita del bambino
e... lentamente la gioia del popolo.
Tam-tam
nella tua pelle di sale
m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa
aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle
nelle serate d’estate sotto la piena luna
voglio sentire il ricordo della notte stellata
alle grida mute delle iene e dei leopardi
il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”
la pianta che fiorisce
la montagna che crolla
la collina che si inchina
i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)
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Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/10/pillole-dautore-cheikh-tidiane-gaye.html
Hyperion Cantos parte 2
Nel primo articolo si era concluso il viaggio dei pellegrini e la bambina Aenea aveva attraversato l'ingresso della Sfinge per catapultarsi trecento anni più avanti, incontro al suo destino. Per quanto riguarda le opere di Keats, eravamo partiti da due opere molto tarde, Hyperion e La caduta di Hyperion. Vedremo qui come Keats arriva ai concetti espressi nei due poemi, il raggiungimento dei massimi livelli del suo pensiero e della produzione poetica e come tutto questo si intreccia con il destino di due amanti e con la salvezza dell'umanità.
Endymion
Keats tratta per la prima volta il mito di Endimione in un poema del 1816 dal titolo I stood tip-toe, un lavoro influenzato dalle idee e lo stile di William Wordsworth. Il poema racconta del matrimonio tra un mortale, Endimione, e la Dea della Luna, Cinzia.
Nel 1817 il mito viene ripreso e questa volta Keats si propone di scrivere un poema lungo quattromila versi, intitolato Endymion. La storia parte dagli stessi presupposti, un giovane, un pastore, si innamora della Dea della Luna e ne è ricambiato. Dopo una lunga serie di avventure, durante le quali la Dea è diventata un'irraggiungibile illusione, il protagonista si innamora di una ragazza umana e abbandona ogni velleità di raggiungere la Dea. Il poema si conclude quando la ragazza si rivela essere la sua amata Cinzia, e i due possono finalmente raggiungere il mondo divino.
Endymion è il primo lavoro in cui Keats esplicita uno dei principi base della sua filosofia, un tema ricorrente in tutte le sue opere maggiori: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore.
I canti di Hyperion parte III
Il terzo libro, Endymion, inizia tre secoli dopo il viaggio dei pellegrini alle Tombe del Tempo e la guerra tra Egemonia e Ouster. La bomba ai raggi della morte ha distrutto la sfera-dati e i teleporter, provocando la caduta del governo dell'Egemonia e notevoli disagi per tutti i pianeti a funzione burocratica e, in generale, non autosufficienti. Il potere si è riorganizzato in una nuova confederazione, la Pax, a capo della quale si trova la Chiesa Cattolica, guidata da papa Giulio XIV. Il potere della Chiesa, spirituale ma anche temporale, è basato sul sacramento della resurrezione: il crucimorfo, il parassita scoperto da Padre Durè e portato da Padre Lenar Hoyt in pellegrinaggio, è stato modificato: non causa più il degrado delle capacità mentali e sessuali ed è diventato il simbolo del nuovo Cattolicesimo. Secondo la nuova dottrina, predicata in ogni pianeta della vecchia Egemonia ancora abitabile, Dio ha donato il crucimorfo all'uomo, mantenendo la promessa di vita eterna fatta migliaia di anni prima. Chi ha ricevuto il sacramento, e porta il crucimorfo sul petto, al momento della morte può essere inserito in una speciale macchina in grado di riportare in vita la persona, ricostruendone la personalità, i ricordi, l'aspetto fisico e ogni altra caratteristica personale. Grazie al crucimorfo il papa è da circa tre secoli la stessa persona: Giulio XIV è padre Lenar Hoyt, giunto alla sua nona incarnazione e rielezione.
Raul Endymion è un nativo di Hyperion, pianeta periferico dove l'influenza della Pax non è fortissima, nato fra le tribù nomadi che ancora abitano le parti più remote del pianeta e poi spostatosi in città in cerca di lavoro. Il crucimorfo non è mai stato accettato fra queste tribù e Raul non fa eccezione. Al momento, è una guida per turisti ricchi interessati a esplorare le zone più selvagge del pianeta e andare a caccia. I problemi iniziano quando uccide un uomo, uno straniero ricco che ha messo in pericolo la vita della guida durante una battuta di caccia, e rischia di essere condannato alla vera morte, poiché l'assenza del crucimorfo rende impossibile una resurrezione. Viene salvato dal poeta Martin Sileno, uno dei leggendari pellegrini, che usa le sue ricchezze per corrompere le autorità e trarre in salvo Raul. Come ricompensa, il poeta gli chiede di svolgere alcuni compiti:
- Trovare prima della Pax e proteggere la bambina di nome Aenea, quando uscirà dalle Tombe del Tempo
- Trovare la Terra, mai distrutta secondo il poeta, e riportarla al suo posto
- Scoprire i piani del TecnoNucleo e impedire la loro realizzazione
- Chiedere agli Ouster di donare l'immortalità, quella vera, non il crucimorfo, per il poeta
- La distruzione della Pax e l'abbattimento del potere della Chiesa
- Impedire allo Shrike di nuocere a Aenea o distruggere la razza umana
Non avendo altra scelta, Raul accetta, e fugge dal pianeta insieme alla bambina con l'astronave messa a disposizione dal poeta. Il viaggio li condurrà attraverso molti pianeti, sfruttando la rete teleporter, riattivatasi misteriosamente per consentire solo il loro passaggio, seguendo il percorso dell'antico fiume Teti, una “via d'acqua” unita da una serie di teleporter che permetteva di attraversare diverse centinaia di pianeti della vecchia Egemonia. Per tutto il viaggio verranno inseguiti dalla Pax, capace di sviluppare un nuovo motore in grado di viaggiare a velocità superiori a quelle permesse dal motore Hawking e in grado di trasportare una nave in poche ore da una parte all'altra della federazione. Le velocità raggiunte da queste navi, dette Arcangelo, causano la morte dell'equipaggio, e solo chi è portatore del crucimorfo può utilizzarle, perché dotate al loro interno, come ogni nave della Pax con una sezione medica, dei macchinari per la resurrezione.
Su uno dei pianeti visitati la nave dei due giovani viene danneggiata e sono costretti ad abbandonarla per proseguire il viaggio, poiché il processo di autoriparazione sarà lungo diversi mesi. Dopo essere quasi sfuggiti alla morte su altri due pianeti, raggiungono la Terra attraverso un teleporter, dove Aenea sa di dover passare alcuni anni per completare la sua formazione e diventare Colei Che Insegna, titolo datole dal padre, il cìbrido Keats, e da lei sempre rifiutato.
Capacità Negativa
“All'improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.”
Colpito dal genio di Shakespeare, Keats tenta di spiegare cosa lo affascini tanto del lavoro del Bardo in una lettera del 1817 al fratello. È la prima volta che Keats usa l'espressione Capacità Negativa, ma questo concetto diventerà il simbolo del suo pensiero e sarà rispecchiato in tutte le sue opere successive.
Con Capacità Negativa Keats intende un particolare approccio, basato sull'accettazione della realtà, dei suoi conflitti e delle sue sofferenze, senza il desiderio di trovare una spiegazione logica o ascrivibile a verità, necessario alla produzione artistica di ogni poeta. La parola dubbio usata nella lettera rappresenta, per definizione, un conflitto fra elementi diversi, senza che uno di questi sia in grado di prevalere sugli altri. Secondo Keats per creare vera poesia è necessario rimanere in quello stato di dubbio, di conflitto, senza provare a spiegarlo. Una spiegazione sarebbe, infatti, un tentativo di imporre l'io del poeta, chiudendo la strada all'immaginazione e alla creatività.
In un'altra lettera Keats sostiene che:
“Il carattere poetico... non ha un io – è tutto e niente – non ha carattere e apprezza luce e ombra, vive con entusiasmo, sia esso gradevole o disgustoso, alto o basso, ricco o povero, sublime o volgare – prova lo stesso piacere nel creare uno Iago come una Imogene. Ciò che turba il filosofo virtuoso delizia il camaleontico Poeta... Un Poeta è la creatura meno poetica di tutte, perché non ha identità, si trova sempre all'interno di un qualche altro corpo.”
Da questi due passaggi si può dedurre che la Capacità Negativa, così come viene concepita da Keats, è una delle forme più estreme di empatia, poiché l'empatia è, per definizione, la capacità di comprendere e provare le idee e i sentimenti di un'altra persona. Ad ogni modo, Keats non applicava questo principio solo agli esseri umani ma a ogni esperienza mortale, perché solo accettando la mortalità, i suoi tempi e i suoi cicli di gioia e sofferenza, si può creare la sublime bellezza che è arte. E proprio la natura temporanea della bellezza, la consapevolezza di una sua inevitabile fine, è il motivo per cui è necessario viverla con tanto entusiasmo e trasporto.
Il concetto di Capacità Negativa è alla base delle sei grandi Odi del 1819, che, in un crescendo, porteranno Keats a raggiungere le più alte vette della sua produzione poetica in giovanissima età, poco tempo prima della sua morte.
Le Odi
Le odi rappresentano la forma più elevata di lirica poetica, e sono la forma di espressione poetica delle emozioni e dei sentimenti. La definizione stessa di ode si adatta con tale precisione al pensiero di Keats che non deve sorprendere se le sei odi del 1819, le prime cinque scritte tra aprile e maggio e l'ultima nel settembre dello stesso anno, sono considerate il punto più elevato della produzione del poeta. Le sei odi sono: On Indolence, To Psyche, To a Nightingale, On a Grecian Urn, On Melancholy, To Autumn. Tutte queste, a vari livelli, trattano i temi che sono sempre stati al centro del pensiero del poeta: la bellezza, la natura, l'eternità dell'arte in contrapposizione alla mortalità umana, il rapporto tra gioia e dolore, il ruolo del poeta e il potere dell'immaginazione.
On Indolence
Da un punto di vista dei contenuti è la prima delle odi, perché introduce tutti i temi e le immagini che saranno trattati in seguito, posti di fronte al poeta come tentazioni alle quali resistere. La storia è molto semplice: un giovane passa pigramente una calda mattina d'estate quando vede tre figure, Amore, Ambizione e Poesia, passare accanto a lui. Osservandole sente il desiderio di seguirle, ma resiste, vinto dalla pigrizia.
Il poeta sembra sostenere che uno stato di inattività e insensibilità è preferibile alla possibilità di abbandonarsi all'amore, all'ambizione e alla poesia. Amore e ambizione vengono rifiutate perché obbligherebbero il narratore a vivere la vita intensamente e accettare la sua inevitabile fine, quando lui preferisce rimanere immobile e ignorante. Per questo motivo Poesia è la più pericolosa delle tre, perché non è mortale, è la nemesi della pigrizia e richiederebbe una intensità delle esperienze e sensazioni ancora maggiore rispetto alle altre due figure. L'insistenza delle tre figure, le loro continue apparizioni, indicano che il poeta dovrà cedere alla tentazione delle tre, vivendo il dolore e la frustrazione della mortalità umana prima di raggiungere l'immortalità dell'arte.
Questa ode, per le immagini che evoca e il suo significato, può essere considerata una prefazione alle altre cinque odi, nelle quali il narratore abbandona il suo stato inerte ed esplora i temi dell'amore, dell'ambizione e dell'arte.
To Psyche
Keats riprende il mito di Psiche, la donna amata e abbandonata da Cupido e che, dopo una lunga serie di vicissitudini, si è riunita all'amato ed è stata ammessa in paradiso. Il poeta si trova a camminare in una foresta quando incontra i due amanti, colti in un momento di intimità, e ne descrive la scena evocando immagini e sensazioni volte a esaltare il desiderio e la tensione sessuale. Riflettendo su quello che la ninfa non ha mai avuto, ammessa in ritardo in paradiso, quando ormai l'epoca degli dei era finita, il poeta decide di costruire per lei un tempio in cui Psiche possa ricevere gli onori che merita.
Questa ode si ricollega a un concetto, espresso in una lettera del Maggio 1819 ma molto diffuso nella cerchia di poeti frequentata da Keats, in cui il poeta sostiene che il credo Cristiano in una ricompensa oltre la morte non può giustificare le sofferenze umane. Keats contrappone alla concezione Cristiana della vita come luogo di dolore (“vale of tears”) quella di luogo di crescita delle anime (“vale of soul-making”). Solo aprendosi alla natura, all'amore, alla sessualità e attraverso di questi sviluppare una consapevolezza di sé, il poeta si può elevare a livello del divino. La storia di Psiche, l'amore per Cupido, le difficoltà prima essere riunita all'amato e l'ascensione in paradiso diventano una rappresentazione mitica di questo concetto.
To a Nightingale
Il poeta parte da una situazione iniziale di insensibilità, da cui viene destato dal canto di un usignolo. Il risveglio però non rigenera il narratore, ma anzi lo conduce a una lunga riflessione sul potere dell'immaginazione umana. Quando il poeta cerca di seguire il canto, affidandosi all'arte e all'immaginazione si ritrova perso in un'oscurità di sensazioni che rimandano alla morte. L'usignolo, appartenente a un modo diverso e antico, è immortale e quindi non è affetto da questi rimandi, mentre il poeta tenta allo stesso tempo di trascendere la vita per poter creare l'arte e rimanere consapevole di sé. Quando il narratore comprende la natura immortale dell'usignolo e il suo lontano splendore, ritorna violentemente al presente e al proprio io, domandandosi se l'esperienza sia stata reale o meno, mentre l'uccello vola via.
Il messaggio che Keats vuole trasmettere è che, per quanto l'immaginazione, creando stabilità e bellezza, possa permettere all'individuo di provare le più elevate sensazioni, come il canto dell'usignolo, la dimensione temporale è imprescindibile. L'immaginazione tenta l'individuo con la bellezza creata, pur essendo impossibile per l'uomo provare altro che tempo e cambiamento. Se quindi la bellezza e l'arte hanno una funzione di riscatto dell'esperienza umana, questo è possibile solo attraverso una maggiore comprensione di noi stessi e dei paradossi della natura, e non in una realtà trascendente (come quella proposta dal Cristianesimo nell'idea di vita dopo la morte).
On a Grecian Urn
Gli stessi temi di To a Nightingale vengono ripresi qui da un punto di vista differente. In questo caso il poeta trova un'urna su cui si trova una narrazione per immagini, le scene rappresentano una danza e l'inseguimento di un gruppo di donne. Nonostante la rappresentazione suggerisca un movimento, il narratore sottolinea l'immobilità, spaziale e temporale, a cui sono costrette le figure, e quindi il paradosso di una rappresentazione umana in una condizione impossibile per l'uomo, che può esistere solo nel tempo e nel cambiamento. Le domande del poeta restano senza risposta, e anche quando egli prova a immaginare una realtà atemporale, trova una città vuota e silenziosa, priva di umanità. L'urna, attraverso le immagini e il fallimento dell'immaginazione nel trovare una dimensione umana alla rappresentazione, rivela l'impossibilità di una connessione tra natura umana e bellezza eterna.
On Melancholy
L'unica ode ad usare l'imperativo, è un invito all'azione, a non lasciarsi travolgere dalla tristezza, elencando nella prima parte una serie di azioni da evitare, e nella seconda e terza strofa suggerendo approcci alle situazioni che generano questo stato d'animo: pur consapevoli, della mortalità della bellezza e la gioia umana, è importante goderne finché è possibile invece di rifugiarsi in uno stato di depressione. Nell'ultima strofa il poeta spiega come la gioia sia tanto acuta e travolgente perché destinata a finire, come la bellezza sia più desiderabile perché destinata a sfiorire. È l'ultimo stadio dell'accettazione della condizione umana, la capacità di accettare la brevità della gioia e della bellezza mortale, di cercarla e amarla maggiormente per il periodo in cui è possibile viverla, prima dell'inevitabile trasformazione in dolore e sofferenza.
To Autumn
È l'ultima ode e, di fatto, l'ultima opera di Keats, dove riprende il tema di On Melancholy: il narratore descrive un paesaggio autunnale, ricco di vita e di frutti, lo contempla, pone domande ma sono il paesaggio, i suoni, gli odori e le attività di raccolta a fornire le risposte. Non c'è la fretta nell'ottenere le risposte presente in To a Nightingale, né la natura aliena dell'urna greca a rendere impossibile la comunicazione. Questa ode esprime un'accettazione dei processi naturali e posiziona l'esperienza umana all'interno dei cicli temporali della natura, rimette l'uomo all'interno dello spazio e del tempo che gli appartengono.
I canti di Hyperion parte IV
Stella Lucente
Dopo aver completato il periodo di formazione sulla Terra, Aenea inizia a vagare su vari pianeti, in incognito, entrando in contatto con molte persone che andranno a formare un primo circolo di seguaci, per quanto la giovane donna rifiuti di essere considerata una divinità o un profeta. Di pianeta in pianeta, le sue parole raggiungono migliaia di persone che rifiutano il controllo del TecnoNucleo e della Pax e, convinte dalle sue parole, scelgono di liberarsi per sempre del crucimorfo. Alcune persone la seguono nei suoi viaggi, fino a stabilirsi con lei su un pianeta alla periferia della Pax, culla del credo buddhista originale e residenza del Dalai Lama.
Qui diventerà la guida spirituale più importante, a cui persino il Dalai Lama bambino farà ufficiosamente riferimento. Qui aspetterà il ritorno di Raul, inviato a recuperare l'astronave, abbandonata su un pianeta sconosciuto e mezzo di trasporto fondamentale nei viaggi che ancora la aspettano. Per Aenea passeranno cinque anni prima del suo ritorno, il tempo di iniziare a diffondere in modo capillare il suo messaggio e di trasformarsi in una giovane donna. Qui Aenea e Raul iniziano a vivere la storia d'amore, emblema di un legame che è unione di sentimenti e fisicità in un estasi romantica e sublime. Aenea è la stella intorno a cui ruotano le speranze dell'umanità, in grado di fare luce su quest'epoca buia, il centro dei pensieri, dei sentimenti, dei desideri di Raul così come lui è per lei.
Il TecnoNucleo e la Pax
La Pax ha lanciato una crociata contro gli Ouster, a cui Aenea si è unita in quanto alleati naturali nella lotta contro il crucimorfo. Nei suoi discorsi Aenea spiega come il parassita sia un nuovo tentativo di continuare lo sfruttamento dei cervelli umani fallito in precedenza con la distruzione dei teleporter ordinata da Meina Gladstone. Attraverso il parassita il Nucleo può controllare l'essere umano, registrarne ogni sua azione, sfruttarne le energie, fare esperimenti di qualsiasi tipo. Il crucimorfo è lo strumento perfetto per schiavizzare l'essere umano, costruito con lo scopo di mimetizzarsi con il credo Cristiano, scudo ideale per chi, dopo gli eventi che hanno segnato la fine dell'Egemonia, ha tutto l'interesse ad agire nell'ombra.
Inoltre, il Nucleo sfrutta il Vuoto che Lega in modo distruttivo. Il Vuoto che Lega, o Spazio di Planck, è un luogo fisico, “un ambiente multidimensionale con realtà propria e con topografia propria”. I vari strumenti, considerati dall'uomo come grandi avanzamenti tecnologici, che permettevano spostamenti di dati, oggetti o persone a velocità superiori della luce, sono violazioni dello spazio di Planck. Il Nucleo, autore del progetto e della realizzazione del motore Hawking, sapeva che questa tecnologia era un fallito tentativo di creare una porta verso questo spazio. Aenea paragona il motore Hawking al tentativo di “muovere un vascello oceanico provocando una serie di esplosioni a poppa e cavalcando le onde d'urto”. Gli Astrotel, le comunicazioni istantanee tra pianeti attraverso il Vuoto che Lega, equivale a “comunicare da un capo all'altro di un continente per mezzo di terremoti artificiali”, né sono mai esistiti migliaia di portali teleporter, ma solo uno, simile al “raggio di una torcia fatto lampeggiare qua e là rapidamente in una stanza chiusa”.
Il Vuoto che Lega rappresenta lo spazio ideale per il TecnoNucleo, che non avrebbe più avuto bisogno di esseri umani e strumenti fisici per viaggiare, ma durante le prime caute esplorazioni scoprì la presenza di altre creature, entità aliene, incomprensibili, pericolose. Furono queste entità a salvare la Terra dalla sua distruzione progettata dal Nucleo. Questo evento spaventò definitivamente le IA, che compresero come queste entità fossero in grado di manipolare tempo e spazio a loro piacimento e disponessero di risorse di energia inimmaginabili. Questa scoperta costrinse il Nucleo a tornare alla propria origine di parassita e continuare a sopravvivere sfruttando gli esseri umani. Da qui, la necessità dei teleporter prima e del crucimorfo poi: il Nucleo ha bisogno di una specie umana statica e docile per potersene cibare.
Per questo gli Ouster rappresentano una minaccia: questo gruppo discende dai primi coloni, inviati in crio fuga negli anni precedenti l'incidente che causerà l'apparente distruzione della Terra. Giunti ai limiti delle loro risorse, avendo fallito nella loro missione di trovare nuovi pianeti abitabili, posti di fronte alla scelta di morire o modificare i propri corpi utilizzando un misto di ingegneria genetica e nanotecnologie, hanno scelto quest'ultima. Non hanno trovato pianeti adatti alla vita umana, quindi hanno modificato l'uomo per adattarsi ai pianeti. Per lo stesso motivo, Aenea è una minaccia. Non si tratta solo della distruzione dei crucimorfi.
Il Vuoto che Lega
“In un tempo che fu c'era il Vuoto. E il Vuoto era al di là del tempo. In senso proprio, il Vuoto era un orfano di tempo, un orfano di spazio.
Ma il Vuoto non era di tempo, non era di spazio e certamente non era di Dio. Neppure il Vuoto che Lega è Dio. In verità, il Vuoto si sviluppò molto dopo che tempo e spazio picchettarono i confini dell'universo; ma, non legato al tempo, non imbrigliato nello spazio, il Vuoto che Lega è filtrato all'indietro e in avanti da una parte all'altra del continuum fino all'esplosione primordiale e al piagnucolio finale.
Il Vuoto che Lega è una cosa dotata di mente. Proviene da cose dotate di mente, molte delle quali furono a loro volta create da cose dotate di mente.
Il Vuoto che Lega è cucito di materia quantica, intrecciato di spazio di Planck, di tempo di Planck, si trova sotto e intorno lo spaziotempo come l'involucro di una coperta trapunta è intorno e sotto l'imbottitura di ovatta. Il Vuoto che Lega non è né mistico né metafisico, sgorga dalle leggi fisiche dell'universo e risponde a quelle stesse leggi, ma è un prodotto di quell'universo in evoluzione. Il Vuoto è strutturato da pensiero e sentimento, un prodotto della consapevolezza di sé dell'universo. E non semplicemente di pensiero e sentimento umani: il Vuoto che Lega è composto di centomila specie senzienti in miliardi di anni di tempo. È l'unica costante nell'evoluzione dell'universo, l'unico terreno comune per le specie che si svilupperanno, cresceranno, fioriranno, appassiranno e moriranno, milioni di anni e centinaia di di milioni di anni luce una dall'altra.”
Quale sia la forza legante e la porta d'ingresso al Vuoto che Lega fu intuito da Sol alla fine del secondo libro: l'amore. Nonostante questo, non riuscì ad accedervi perché, lui come molti altri, non era dotato della “capacità sensoriale di vedere chiaramente il Vuoto che Lega”. Aenea sostiene che molte persone, quelle dotate di “cuore e mente aperti” hanno colto immagini del Vuoto. Questo perché “come lo zen non è una religione ma è religione, il Vuoto che Lega non è uno stato della mente, ma è stato di mente. Il Vuoto è tutta probabilità come onde stazionarie, interagisce con quel fronte d'onda stazionario che è la mente e la personalità umane. Il Vuoto che Lega è toccato da tutti noi che hanno pianto di felicità, che hanno detto addio a un amante, che si sono esaltati nell'orgasmo, che sono stati sulla tomba di una persona amata, che hanno visto il proprio figlio aprire gli occhi per la prima volta”.
L'uomo
È questo il centro del pensiero di Aenea, il virus di cui lei è fisicamente portatrice: nel suo corpo esistono disposizioni uniche di DNA e agenti virali nanotecnologici, bevendo anche una sola goccia del suo sangue l'essere umano ne è infetto e diventa a sua volta portatore. Nel giro di poche ore questi agenti generano il cambiamento, provocano l'avvizzimento e la perdita del crucimorfo e spingono l'uomo verso una nuova fase evolutiva, provocando una frattura netta con il passato. Per quanto questo processo venga definito “comunione”, e del resto il gesto stesso richiama il rito Cristiano, si notano due differenze: primo, questa scelta garantisce una vita mortale attraverso l'abbandono del parassita, al contrario del rito Cristiano; secondo, nel momento in cui si accetta la “comunione” si è portatori del cambiamento e si può usare il proprio sangue per “comunicare” altre persone. L'uomo viene riportato alla sua natura, riposizionato all'interno del ciclo naturale di vita e morte, gioia e perdita di cui è parte, al contrario dell'abominio del crucimorfo, e viene spinto verso il cambiamento, verso una nuova evoluzione, impossibile da prevedere.
Attraverso questo processo il Vuoto che Lega ritorna centrale alla vita umana e grazie al Vuoto è possibile rimanere in contatto con altre forme di vita, umane e non, ed è possibile viaggiare fisicamente nell'universo, ascoltando le voci e la musica della vita, entrando nello Spazio di Planck, e uscendone in un altro luogo. L'unica restrizione a questo principio è che il viaggiatore deve già avere un'esperienza diretta della destinazione, o deve essere guidato da qualcuno che la possiede. Infatti, se l'amore è parte della materia dell'universo, è l'empatia a rendere possibile lo spostamento, ma l'empatia verso qualcosa di sconosciuto è impossibile.
Conclusione
Aenea si eleva al di sopra degli altri esseri umani per le sue conoscenze e per la sua natura messianica, ma nonostante tutto è un essere umano, è carne e sangue. Keats ha spesso definito il poeta come un mortale capace di avvicinarsi al divino. In questo caso, il poeta insegna agli altri uomini come abbracciare la realtà mortale, trascendere le sofferenze e comprendere la materia dell'universo per accedere al Vuoto che Lega. E proprio Raul è metafora di questo passaggio, lui che meglio degli altri conosce la natura umana di Aenea, non riesce per molto tempo a capire quale sia il messaggio. Sarà uno degli ultimi a bere il sangue di Aenea, e solo alla fine, quando tutto sembra perduto, riesce a mettere in pratica i suoi insegnamenti, primo uomo a entrare nel Vuoto che Lega e a spostarsi nello spazio attraverso di esso, lui proveniente da una tribù di pastori.
Keats chiamerebbe Capacità Negativa l'abilità necessaria all'uomo per accedere allo spazio di Planck, perché è lo stesso principio teorizzato dal poeta a permetterlo. Il Vuoto è formato dai pensieri e sentimenti di ogni specie esistente nell'universo, entrarvi significa abbandonare il proprio io e sentire, percepire i pensieri e i sentimenti di tutte quelle specie. Alcuni, quelli proveniente da umani o specie simili, saranno facilmente interpretabili, altri meno, ma solo attraverso questo legame empatico è possibile viaggiare attraverso il Vuoto senza causare i danni che le rozze tecnologie del Nucleo provocavano.
Epilogo
Ho speso molte parole per arrivare a questo punto e ho appena scalfito la superficie dei Canti e delle produzione poetica di Keats. Non una parola sullo stile, sui personaggi, sulla diversità dei mondi, sui viaggi nello spazio e nel tempo, sui paradossi, sul pensiero politico di Keats, sulla metrica, sui versi. Lo spazio è finito molte righe fa, e forse anche il vostro tempo e la vostra pazienza. Quale sia il destino di Aenea e Raul, come vivranno e come si concluderà il loro viaggio e la loro storia lo lascio scoprire a voi.
Una bel racconto è una gioia per sempre:
la sua bellezza aumenta; mai nel nulla
si perderà, sempre per noi sarà
rifugio quieto, e sonno pieno di sogni
dolci, e tranquillo respiro, e salvezza.
But when the melancholy fit shall fall Sudden from heaven like a weeping cloud, That fosters the droop-headed flowers all, And hides the green hill in an April shroud; Or on the rainbow of the salt sand-wave, Or on the wealth of globed peonies; Or if thy mistress some rich anger shows, Emprison her soft hand, and let her rave, And feed deep, deep upon her peerless eyes.
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