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saggi

COSA FARE PER ESSERE INFELICI? Adriana Pedicini presenta Biagio O. Severini

13 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #filosofia, #psicologia, #biagio osvaldo severini

Paul Watzlawick

Manuale per la ricerca dell’infelicità. Infelicità, mente e creatività. Rigidità mentale, caparbietà e coerenza. Il peso del passato. Autosuggestione. Tasse ed evasione fiscale. Effetto dopo sbornia. La felicità sta nella partenza, non nella meta. Il piacere umano è futuro. Le illusioni delle alternative e la pazzia. Il pessimismo moralistico. Comunicazione e infelicità: Amore e spontaneità. Schopenhauer, l’amore e la compassione. La sublimazione della libìdo. Donne facili, prostitute e omosex. La collusione. Il latin lover.

Professor Watzlawick, lei ha voluto sottolineare l’importanza della conoscenza delle istruzioni per rendersi infelici. Come se gli uomini avessero bisogno di un aiuto o di una consulenza psicologica per diventare degli esseri infelici, per vivere una vita all’insegna dell’infelicità. Già naturalmente noi uomini siamo infelici. Il nostro scopo, le nostre energie psichiche dovremmo utilizzarle, invece, per combattere l’infelicità, o per attenuarla e, quindi, migliorare il nostro modo di vivere, durante l’arco di tempo, più o meno lungo, che intercorre tra la nascita e la morte. Lei, invece, ci vuole fornire un manuale, del tipo di quelli scolastici, con i precetti da seguire per diventare bravi ricercatori delle occasioni più succulenti per riempirci di infelicità. Non è strana la sua tesi? Eppure, psicologi e psichiatri si affannano a farci arrivare pubblicazioni di ogni tipo per orientare il nostro comportamento verso la felicità.

Guardi che nel corso della vita effettivamente tutti possono essere infelici per disgrazie varie. Quello che va imparato è, invece, il rendersi infelici. Per rendersi infelici non basta una sventura personale. E’ necessario impegnarsi a fondo. Purtroppo, in questa direzione non ci aiuta la letteratura psicologica e psichiatrica, perché pochi autori e studiosi si sono dedicati a fornirci delle indicazioni o delle informazioni utili e pertinenti su tale questione. Questi autori, anche se pochi, sono eccellenti. Io voglio solo aggiungere una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità.

D’altra parte, l’infelicità ci è dolorosamente necessaria. L’infelicità, se ben si riflette, è la materia delle grandi creazioni artistiche. La letteratura mondiale si nutre di catastrofi, crimini, colpe, follie, tragedie, disgrazie. Si pensi all’ “Inferno” di Dante che è di gran lunga più geniale del suo “Paradiso”; al “Paradiso riconquistato” di Milton che è del tutto insipido nei confronti del “Paradiso perduto” ; del “Faust I” di Goethe che ci commuove fino alle lacrime, mentre il “Faust II” fa sbadigliare.

Mi scusi, ma per secoli ci hanno fatto credere che lo scopo della vita doveva essere la felicità. Certo, sotto specie diverse, di volta in volta la vita etica, la vita contemplativa, l’assenza di turbamenti e di passioni, la vita ultraterrena, il nirvana o altre cose simili. Ma sempre alla ricerca della felicità. Ora, ci domandiamo, a costo di sembrare ingenui, che cosa è la felicità?

Le rispondo subito che il concetto di felicità non è definibile. Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni sulla vita felice e così anche Agostino.

Quindi, l’uomo è condannato ad essere infelice, a non avere un attimo di respiro in questa infelicità quotidiana, predeterminata, definitiva?

A tal proposito voglio ricordare le parole tratte dai “Demoni” di Dostoevskij: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.

In sostanza, dobbiamo capire che “noi” siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura della nostra felicità.

Ma come si fa ad accusare l’uomo, gli uomini di essere gli autori della propria infelicità? Essa non dipende dal destino, da una forza superiore, misteriosa, imperscrutabile, o dalla convivenza con gli altri? Come facciamo a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?

La strada per l’infelicità ce la mostrano continuamente le massime del buon senso, della sensibilità popolare o, addirittura, ci viene indicata dall’istinto. D’altra parte, ricordiamoci che prima di tutto l’infelicità ce la possiamo creare nel chiuso della nostra mente.

Un esempio concreto?

Si pensi alla massima fondamentale della vita di ciascuno di noi: c’è un unico punto di vista valido e questo è il mio. Chi è convinto di ciò rimane fedele a se stesso, ai suoi principi e non è disposto a nessun compromesso; rifiuta continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso; il duro e puro in questo senso rifiuta anche un consiglio che oggettivamente sarebbe vantaggioso per lui. Egli, in nome di una coerenza eroica, rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione, in quanto raccomandazione fatta a se stesso. Chi agisce alla luce di questa convinzione, conclude che il mondo sta andando in rovina.

In questo caso che fare?

Tenere presente l’aurea massima degli antichi romani: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” , il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.

Mi permetta di aggiungere che la coerenza come fedeltà ad una teoria o una visione del mondo non deve trasformarsi in cocciutaggine, caparbietà, cecità mentale fino alla negazione di qualsiasi evidenza. Ma bisogna essere capaci di valutare razionalmente sia gli obiettivi, sia i mezzi, sia i principi alla luce del nuovo, se il nuovo è più consono alla vita socio-ambientale.

Certo.

Si dice che il fluire del tempo effettivamente guarisce le ferite psichiche, lenisce il dolore per la perdita di una persona cara, per l’abbandono di un’ innamorata o di un innamorato, perché subentra l’oblio che avvolge tutto il passato nella nebbia della dimenticanza. Eppure c’è chi si ostina a voler ricordare tutti gli avvenimenti più dolorosi degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, quasi a voler far rivivere le sofferenze, dimenticando di proposito qualche avvenimento bello.

Purtroppo, è così. C’è chi si ostina a ricordare la propria infanzia e pubertà con crudo realismo, come periodo dell’insicurezza, del dolore del mondo e dell’ansia per il futuro e non rimpiange di quei lunghi anni neppure un giorno di felicità.

Anche in amore l’aspirante all’infelicità per eccellenza non si convince e non si lascia convincere che in fondo quella relazione fosse da tempo mortalmente malata, anzi che troppo spesso si era chiesto in qual modo avesse potuto fuggire da quell’inferno. No, per lui la separazione non è il male peggiore. Allora si isola dalla vita sociale e aspetta al telefono che l’amata perduta gli comunichi il suo ritorno, cosa che non avverrà mai.

Questo guardare al passato, questo camminare con la testa rivolta all’indietro, ci impedisce, quindi, di dedicarci al presente e di constatare che, se ci soffermiamo sui particolari attuali, possiamo anche scorgere qualche occasionale non-infelicità. Ma questa probabilità deve essere assolutamente esclusa dalla mente del votato all’infelicità: il passato è sempre presente e condiziona giornalmente la sua vita! Non è così?

Sicuro. Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter forse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità...

Mi perdoni, se l’interrompo, ma teorie, tecniche e terapie psicologiche famose – si pensi alla psicoanalisi – sostengono che la personalità presente è frutto del vissuto, del passato di ognuno di noi.

Qualsiasi testo di psicologia ci dice, infatti, quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accaduta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà ( e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche.

A questo punto, le domando: se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria, si potrebbe non dico rompere, ma almeno scalfire questo legame con il passato e aprirsi al presente e al futuro?

La persona esperta di infelicità, in caso di una gioia non voluta e improvvisa, direbbe : “ora è troppo tardi, ora non la voglio più”, oppure renderebbe il passato responsabile anche del “bene”, a tutto vantaggio della presente infelicità.

Ricordo la frase pronunciata da un lavoratore del porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciarono questa città: “ Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!”

Oltre alla forza maggiore, esistono, quindi, anche adattamenti e comportamenti ai quali gli individui votati all’infelicità sono attaccati saldamente come la cozza allo scoglio. E questo è segno di rigidità mentale, di incapacità di flessibilità logica, di mancanza di ristrutturazione del campo visivo e di “insight”, di illuminazione geniale innovativa.

Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare gli adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Per cui si continua a utilizzare la stessa soluzione del passato, con il risultato di non trovare “ora” la via di uscita dalla situazione problematica, il che genera disagio.

Non si capisce che le situazioni mutano con il passare del tempo. Anzi, l’aspirante all’infelicità è convinto che esista un’unica soluzione e che questa, in quanto unica, non può mai essere messa in discussione.

Allora, ognuno di noi è autore della propria infelicità, e questa infelicità se la crea rifiutando l’evidenza della ragione e dell’esperienza, che gli farebbero trovare una luce di ottimismo nel mare magnum del pessimismo. E’ così che ci creiamo l’infelicità, con l’autosuggestione?

Prendiamo ad esempio, un innamorato che sia convinto di amare follemente una donna, ma che non abbia mai fatto capire a questa di ardere di passione per lei. Poi, all’improvviso chiede alla donna, inconsapevole, di sposarlo. La donna manifesta sorpresa, e quasi sconcerto. L’innamorato autosuggestionato, allora, di fronte a queste reazioni, conclude che aveva ragione lui, che aveva accordato la sua benevolenza a chi non se la meritava.

Altri esempi molto comuni. Ogni semaforo, in luoghi diversi, diventa rosso ogni volta che voi vi avvicinate. La fila che scegliete è sempre la più lunga. La ragione vi porterebbe a pensare che la frequenza con cui trovate il verde o il rosso è quasi la stessa. Ma voi, incalliti pessimisti, respingete questa probabilità. Vi convincete, invece, che oscure potenze superiori si accaniscono contro di voi. Questa consapevolezza vi rende possibili ulteriori, importanti scoperte, perché ora il vostro sguardo è pronto a cogliere connessioni sorprendenti, che sfuggono invece alle ottuse e inesperte intelligenze normali! Gli uomini comuni tendono a minimizzare le situazioni. Voi no, voi notate dappertutto le insolite e misteriose connessioni della vita quotidiana! E gli amici che si sforzano di dimostrarvi che non ogni cosa è dannosa per voi, ebbene questi amici sono ipocriti!

Ogni cittadino può riuscire, attraverso questo speciale “training” mentale, a crearsi una situazione penosa e soffrirne, senza sapere di esserne l’autore.

Come si può uscire da questa situazione?

Bisogna affrontare il problema non solo mentalmente, ma facendo ricorso anche alla verifica pratica.

Molti adottano un’altra soluzione: rifiutano o scansano una situazione temuta. Essi, ad esempio, fanno il calcolo dei rischi a cui si va incontro, compiendo una determinata azione, ed evitano quella o quelle azioni. Ma quante e quali sono le situazioni pericolose che si devono evitare o accettare? Andare in aereo? Andare in auto? Andare a piedi? Rimanere in casa? Non alzarsi dal letto? Non mangiare i cibi provenienti da terreni inquinati? Non mangiare cibi grassi? Ognuna di questi comportamenti presenta, però, dei rischi. Allora, che fare?

Bisogna abituarsi ad applicare il sano buon senso a un problema settoriale e accontentarci di successi parziali.

Se ho ben capito, significa evitare gli eccessi, ricorrendo a soluzioni razionali, come mangiare per nutrirsi, senza “abboffarsi”, rimpinzarsi (se si tratta di bulimia, allora è una situazione patologica), ma anche senza rifiutare del tutto il cibo (in tal caso si tratta di anoressia, altro aspetto patologico); o valutare, in generale, il rapporto costo-benefici di ogni azione. L’uso della ragione ci deve tenere anche lontani dall’astrologia. Ma quando l’oroscopo ci predice un incidente, un incontro amoroso, una vincita al lotto e l’evento si avvera, noi ci convinciamo che l’astrologia è credibile. Allora, la profezia che si avvera fa parte del mondo culturale dell’aspirante all’infelicità?

Le profezie che si realizzano da sé fanno parte anche del contesto sociale. Si pensi alla questione dell’aumento delle tasse. Quanto più in un paese vengono aumentate le tasse per compensare l’evasione fiscale dei contribuenti, ritenuti ovviamente disonesti, tanto più vengono indotti a questo reato anche i cittadini onesti e, quindi, aumenta l’evasione fiscale.

La mia personale opinione, a tal proposito, è che bisogna, di conseguenza, non aumentare le tasse dei contribuenti onesti, ma combattere l’evasione fiscale con mezzi efficienti e radicali. E si può fare. Il problema è che non lo si vuol fare politicamente.

Concordo pienamente!

Lei parla di un effetto “doposbornia”. Ci vuole chiarire il significato di questo fenomeno?

L’esperto in infelicità conosce bene l’effetto “doposbornia”. Ossia, lo scopo non ancora raggiunto è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Nella partenza sta la felicità, non nella meta. Ogni realtà annienta il sogno. Il “Seduttore” di Hermann Hesse dice: “Resisti, bella donna, rendi più severe le tue vesti! Incanta, tormenta, ma non concederti a me!” Anche la “vendetta è amara”, come scrive George Orwell. L’isola della felicità di Thomas More si chiama “Utopia” che, guarda caso, significa “in nessun luogo”.

A proposito di felicità che sta nell’attesa, mi permetta di ricordare il nostro grande Giacomo Leopardi che, nello “Zibaldone”, sostiene: “Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà”. Ed esprime poeticamente questa riflessione nel “Sabato del villaggio”(l’attesa del dì di festa). Fino ad ora, comunque, ci siamo occupati solo dell’infelicità autosufficiente. Vogliamo, ora, affrontarla anche nel campo dei rapporti sociali?

Bene. Diciamo subito che gli aspiranti all’infelicità usano la tecnica delle “illusioni delle alternative” per complicare i rapporti umani. Questo meccanismo consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra. Lo schema è questo: se egli fa A, avrebbe dovuto fare B; se fa B, avrebbe dovuto fare A. Regaliamo a nostro figlio due camicie sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardandolo con aria avvilita, diciamo:”L’altra non ti piace?”

E’ un meccanismo usato molto bene dai giovani nei confronti dei genitori!

Certo. Nel vago periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta, riesce loro facile esigere dai genitori quel riconoscimento e quelle libertà che spettano a un giovane. Ma quando si tratta di doveri sanno sempre nascondersi dietro il pretesto di essere giovani. E quando il padre o la madre ammettono a denti stretti che era meglio non avere figli, passano facilmente per dei genitori snaturati.

Negli istituti psichiatrici, ad esempio, si lascia libero il paziente di partecipare o no alle sedute di gruppo. Se rifiuta, è manifestazione di resistenza, come tale patologica. Se partecipa “spontaneamente” riconosce di essere ammalato e di aver bisogno della terapia. Inoltre, se chiede chiarimenti su quello che gli altri pensano della sua pazzia, gli viene risposto :“ Se tu non fossi pazzo, sapresti che cosa pensiamo”. Se mette in discussione la sua malattia, viene giudicato ancora più pazzo. Se accetta la sua condizione in silenzio, dimostra di essere pazzo e gli altri hanno ragione a definirlo tale.

Con questa tecnica non solo si dimostra la propria normalità, ma si spinge l’altro in una disperazione estrema.

Lei parla di una felicità con significato negativo. Ci vuole spiegare questo aspetto?

I sostenitori del pessimismo moralistico, appartenenti all’ordine dei puritani, sostengono:”Puoi fare quello che vuoi, basta che non sia piacevole.” Per loro, anche se un giorno scoppiasse la felicità nel mondo intero, ci sarebbe sempre da tener presente che “Cristo è morto sulla croce!”

Anche la comunicazione tra persone, siano pure intimamente in rapporto tra loro, può causare incomprensione e, quindi, infelicità. Tra marito e moglie, genitori e figli, innamorati, amici, parenti. Riprendendo riflessioni di Bertrand Russel e di Gregory Bateson, lei sottolinea che ogni comunicazione presenta sia un livello oggettivo che un livello relazionale. La proposizione “questa rosa è rossa” indica oggettività; “questa rosa è più rossa dell’altra” indica relazione. La moglie chiede al marito: “Ti piace questa minestra nuova preparata appositamente per te?”Il marito può rispondere “No” se la trova disgustosa (livello oggettivo); o rispondere “Sì”, per non offendere la moglie (livello relazionale). In quest’ultimo caso, però, il marito corre il rischio di vedersi preparare quella minestra per decenni. Come rispondere in questo caso, per salvare capra e cavoli?

I puristi della comunicazione sostengono che la risposta giusta dovrebbe essere:”La minestra non mi piace, ma ti sono molto grato per la fatica che hai fatto”. La moglie sarebbe contentissima? Provare per credere.

Un’altra difficoltà nella comunicazione è rappresentata dal paradosso dell’esortazione: “Sii spontaneo!”. Come giustamente fa notare anche lei, per la logica formale – di aristotelica memoria – costrizione e spontaneità si escludono: o si agisce spontaneamente di propria iniziativa, o si esegue un ordine. “A o è B o è non-B. Tertium non datur”.

Ma che ci importa della logica? Se posso scrivere “Sii spontaneo”, posso anche dirlo, che sia logico o no. Il problema nasce quando il destinatario dell’esortazione deve eseguire il comando. Compie l’azione, perché la desidera lui, o compie l’azione contro voglia, solo per accontentare l’esortatore? Lo stesso ragionamento vale per l’esortazione “Sii felice”, o per “Mi devi amare spontaneamente”, e per tante altre paradossali sofisticherie.

A proposito del sentimento dell’amore, a prima vista sembra una cosa semplice, facilmente comprensibile, dolce nei momenti di profonda intimità, quando non si ragiona, anzi non si parla, ma si agisce solo. Quando s’incomincia a ragionare e a parlare sul significato del rapporto, le cose si complicano, per via della comunicazione nel suo livello relazionale. Ossia, quando il partner si pone le domande “Perché mi ama?”, “Perché mi si dona?”, “Perché non chiede di sposarmi?” e simili , allora l’armonia dei corpi e degli spiriti incomincia ad incrinarsi, perché elementi razionali penetrano nell’unione psicofisica spontanea e la trasformano in relazione doverosa, in cui i partner devono assumersi responsabilità, impegni per il futuro, facendo progetti e programmando la vita. E si perde, quindi, la spontaneità dell’amore. Che fare?

In primo luogo, non cercate mai di sapere troppo dal partner sul perché vi ama, ma chiedetelo a voi stessi. Il partner potrebbe non saper rispondere o dirvi un motivo per voi insignificante; inoltre, egli avrà pure un secondo fine che certamente non rivelerà a voi.

C’è un aspetto particolare che voglio discutere con lei. Molti, o alcuni uomini – intendo maschi – hanno, avevano la concezione che la donna che si concede, proprio per questo, non merita più la loro stima.

E’ vero. Questa concezione, nobile soltanto in apparenza, è molto diffusa in un paese dell’Europa meridionale. L’innamorato disprezza la donna che gli si concede, perché una donna onorata non avrebbe fatto “questo”. In questo stesso paese esiste il detto secondo cui “tutte le donne sono puttane, tranne mia madre: lei è una santa”.

Questo per il figlio. Per amore di completezza, professore Watzlawick, ci sarebbe da aggiungere che il ruolo di fratello e di marito porta a precisare:”Tranne mia sorella e mia moglie!”

Ma c’è anche chi non ha nessuna stima di sé e si ritiene non degno di essere amato.

E’ questo il caso di chi non si ritiene meritevole di amore ed è portato a gettare discredito sulla persona che lo ama. Ella ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore: sarà masochista, sarà nevrotica, sarà morbosamente attratta per ciò che è abietto, sarà, insomma, una persona, di sicuro, patologicamente disturbata.

L’irriducibile sostenitore dell’infelicità troverà, dunque, di che alimentarsi in queste singolari e insolubili complicazioni dell’amore. Egli – come lei afferma - troverà aspetti miserevoli nel comportamento delle persone innamorate: “si dice innamorata di me, perché vuole che io la sposi!”; sia nell’amore in quanto tale. A proposito di quest’ultimo aspetto, mi permetta di ricordare la concezione pessimistica che dell’amore aveva Arthur Schopenhauer:“l’amore è nient’altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara…Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale…Se la passione del Petrarca ( per Laura) fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito…” Che cosa possiamo, dunque, consigliare a questo eroe dell’infelicità?

Egli dovrà innamorarsi disperatamente di una persona sposata, di un prete, di una stella del cinema o di una cantante d’opera. In questo modo viaggerà fiducioso e lieto, senza mai arrivare, e, inoltre, si risparmierà il disinganno nel dover constatare che l’altro è eventualmente del tutto disponibile a iniziare una relazione – cosa questa che gli farebbe perdere subito ogni attrattiva.

Lo stesso Schopenhauer, però, afferma che esiste un amore da elogiare ed è quello della pietà, della compassione. L’eros, essendo egoistico e interessato, è un falso amore; ogni puro e sincero amore è pietà, è agàpe, che è disinteressato. Anche lei afferma che l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e trova in se stesso la propria ricompensa. Che cosa può obiettare sulla nobiltà della compassione, dell’amore disinteressato per gli altri l’incallito votato all’infelicità?

La forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo. Egli pensa: “Mi comporto così perché voglio meritarmi il paradiso, perché voglio essere ammirato ed elogiato, per curare eventuali disinganni? E’ così semplice smascherare il marciume del mondo!

Certo che la letteratura psicoanalitica dà un notevole contributo al pessimista ad ogni costo, allorquando parla di “sublimazione della libìdo”. I casi li ricorda perfettamente lei: il ginecologo è un voyer; il chirurgo è un sadico mascherato; lo psichiatra vuol fare la parte di Dio; il coraggioso pompiere è in realtà un piromane represso; l’eroico soldato sfoga il suo inconscio impulso suicida, il suo istinto di morte; il poliziotto si occupa dei delitti degli altri per non diventare egli stesso un criminale; il famoso detective ha un malcelato atteggiamento paranoide. E si possono aggiungere i casi del figlio o della figlia che non si sposa per accudire la madre o il padre e che sotto l’amore filiale nasconde il complesso di Edipo o di Elettra, ossia l’amore inconscio per la madre o per il padre; o di chi si vota alla castità per il timore, sempre inconscio, di essere castrato; per l’ignoranza dell’anatomia e fisiologia femminile ( la convinzione della donna bambola, senza sesso) o di quella maschile ( la convinzione dell’uomo bambolotto, senza sesso); o per l’ossessione di commettere atti immondi.

Anche la persona soccorrevole può con il suo comportamento far naufragare un rapporto?

Certo. Immaginiamoci soltanto un rapporto a due fondato principalmente sull’aiuto che uno dei partner dà all’altro. Questo rapporto può fallire o riuscire (anche qui “tertium non datur”). Se fallisce, alla fine la delusione porterà il soccorritore ad abbandonare. Se riesce, il soccorritore abbandonerà lo stesso, perché non è più necessario il suo aiuto . Il rapporto comunque si spezzerà.

Mi pare che soprattutto nelle donne si riscontra questa tendenza a convertire i reietti in modelli di virtù!

Ci sono donne, infatti, che per potersi sacrificare hanno bisogno di uomini problematici e deboli: bevitori, criminali, giocatori. Per realizzare il loro potenziale di infelicità, esse si impegnano a fondo con amore e soccorrevolezza, incuranti dei comportamenti sempre uguali degli uomini. Per questo tipo di donna non va bene un uomo relativamente indipendente, perché egli non avrebbe bisogno di aiuto costante. Per lei non va bene il principio che una mano lava l’altra. L’uomo deve essere sempre debole e bisognoso di essere redento.

E, quindi, non si dovrà mai arrivare alla redenzione, altrimenti lo scopo finisce e il rapporto si rompe. Viaggiare, dunque, ma mai arrivare alla meta!

Lei afferma che nella teoria della comunicazione questo modello si chiama “collusione”. Ce ne vuole spiegare il significato?

Immaginiamoci una madre senza figlio, un medico senza ammalati, un capo senza Stato. Sarebbero soltanto ombre, uomini provvisori. Ognuno di noi ha un’immagine di se stesso e nel rapporto con il partner tendiamo a farci confermare e ratificare tale immagine. Solo attraverso quel partner che svolge nei nostri confronti un tale ruolo, noi siamo “veramente”; senza di lui siamo abbandonati ai nostri sogni, e i sogni, si sa, sono bolle di sapone.

Per semplificare, il masochista ha bisogno del sadico. Ma anche il giudice ha bisogno dei delinquenti, così come lo psichiatra ha bisogno dei pazzi, lo psicologo dei disturbati psichici, e così via.

E’ così. Anche l’altro partner si adatta al ruolo, proprio perché egli stesso per esistere “veramente” vuole svolgere quel ruolo. Ogni rapporto di collusione finisce immancabilmente nell’assurdità del “Sii spontaneo!”

Possiamo pensare al rapporto di un cliente con una prostituta!

Il cliente desidera naturalmente che la donna gli si dia non soltanto per i soldi, ma anche perché lo vuole “veramente”. La cortigiana di talento riesce benissimo a suscitare e a mantenere questa illusione. Praticanti dotate di meno abilità falliscono, perché portano il cliente al disinganno, al “doposbornia”. Anche nelle relazioni omosessuali esiste il pericolo del disinganno, perché il desiderio è quello di avere un rapporto con un uomo “vero”, ma purtroppo si constata che l’altro, a sua volta, è “soltanto” un omosessuale.

Il disinganno può verificarsi anche nel comportamento del “latin lover”?

Certo, se si pensa che i comportamenti delle donne in America latina, negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Europa sono diversi e sono cambiati nel corso dei decenni. Il “latin lover” che fosse convinto di ottenere sempre successo con lo stesso comportamento, si troverebbe ben presto a fare i conti con il disinganno, perché non troverebbe sempre la donna giusta pronta ad adattarsi alle sue esigenze.

Questa considerazione si può estendere anche al comportamento nostro nei confronti degli stranieri e degli stranieri nei confronti del paese ospitante. Nessuno può lasciarsi guidare dai pregiudizi, perché, se lo fa, cade in comportamenti insensati, stupidi.

Quasi tutti noi ci comportiamo, lasciandoci guidare dal presupposto che il nostro mondo “è” il vero mondo; insensati, falsi, illusori, stravaganti sono i mondi degli altri. Se siamo ostinatamente convinti che noi abbiamo ragione e gli altri sempre torto, le tensioni tra locali e stranieri non si attenueranno mai, anzi aumenteranno di intensità. Anche nel rapporto tra partner bisogna smettere di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non essere battuti. In questo modo si può vincere insieme e si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, che è la vita.

Come possiamo chiudere questa conversazione?

Con le stesse parole dell’inizio. Un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij dice: “Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Soltanto per questo…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”

Grazie per la cortesia.

Biagio Osvaldo Severini

( Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, Feltrinelli. Il professore è morto nel 2007 all’età di 85 anni)

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L'antico cimitero degli inglesi

8 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere

L’associazione Livorno delle Nazioni ha presentato il lavoro svolto per la conservazione del patrimonio culturale e monumentale della nostra città e, in particolare, la riscoperta e riqualificazione dell’antico cimitero degli inglesi in via Verdi. L’associazione è attualmente formata da 5 persone: Sarah Thompson, Matteo Giunti, Francesco Ceccarini, Lisa Lillie e Stefano Ceccarini. S’ispira alla Livorno delle Nazioni, comunità multietnica nata dalle leggi Livornine, promulgate dal Granduca Ferdinando I° a partire dal 1590. Per favorire l’economia e il ripopolamento di una zona malsana e malarica, si permise alle comunità ebraiche prima, e a tutte le altre poi, di stabilirsi in città. Lo scopo principale era attirare le ricche comunità sefardite. La Santa Inquisizione di Pisa, tuttavia, non era lontana e chi professava un’altra fede, anche se protetto da leggi speciali, doveva farlo con cautela e senza ostentazione. Erano proibiti i luoghi di culto non cattolici e anche i cimiteri. Prima della costruzione del cimitero, chi moriva straniero nella nostra terra finiva seppellito fuori le mura, insieme agli animali. Gli studi compiuti dall’Associazione hanno portato a nuove scoperte e a ribaltare molte teorie. La data scritta sul cartello in Via Verdi è sbagliata di almeno cento anni. Si è scoperto a Londra il testamento di un mercante inglese redatto nel 1643. Egli lascia 150 sterline per l’acquisto di un terreno di sepoltura per la nazione inglese a Livorno. Risale a tre anni dopo, 1646, la prima e più antica sepoltura, nell’angolo in alto a sinistra del cimitero, appartenente, guarda caso, a Daniel Oxenbridge, un amico di chi ha redatto il testamento. Quello di Via Verdi è il più antico cimitero inglese d’Italia, il più antico cimitero di Livorno e, addirittura, il più antico cimitero inglese del mediterraneo. Ha accolto 450 tombe dal 1646 al 1840 su mezzo ettaro di terreno. La sua importanza storica è notevolissima. Nel 1735, in una mappa, è già definito cimitero vecchio. L’autorizzazione ufficiale alle sepolture arrivò soltanto nel 1737, da allora, tutti coloro di religione non cattolica che si trovavano a morire nelle vicinanze venivano sotterrati qui, anche se non abitavano a Livorno. Era l’unico luogo in Italia in cui potevano essere interrati i protestanti di tutta l’Europa, ugonotti, valdesi, svedesi, svizzeri etc. L’ingresso principale è a U, prima della guerra c’erano un muretto basso e una cancellata ora distrutti. Nel periodo della sua costruzione il cimitero era vicino a postazioni militari e per questo motivo non poteva avere muri né monumenti troppo alti. Farsi una tomba nel cimitero inglese era costoso, almeno quanto il rimpatrio della salma, e solo i più abbienti potevano permetterselo. Principalmente si tratta di ricchi mercanti con le loro famiglie. Si è notato un raggruppamento di sepolture per corporazioni. La tomba più famosa e più visitata è quella dello scrittore scozzese Tobias Smollett, (1721- 1771) autore, fra l’altro, del famoso "The Expedition of Humphry Clinker". Smollett abitava a Montenero, morì nel 71, anche se sulla lapide è scritto erroneamente 73. La sua tomba non si differenzia da molte altre simili, ricorda un obelisco, secondo la moda dell’egittologia che imperversò dopo le spedizioni napoleoniche in Africa. Adesso è estremamente spoglia, sono state trafugate le parti in metallo, la sfera di marmo sulla sommità e le altre quattro sfere laterali. I turisti, anche quelli del settecento, spogliavano la tomba per portarsi a casa un pezzo di marmo come ricordo. È sepolto qui anche l’esploratore William Broughton, la sua tomba è stata ritrovata sopra un’altra. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il cimitero fu devastato dai bombardamenti. Due fotografie rinvenute a Londra lo dimostrano. Alla fine della guerra, le tombe bombardate furono malamente e frettolosamente ricomposte con pezzi dell’una aggregati all’altra ed è difficile ormai stabilire cosa appartiene a chi. Delle 130 tombe scomparse l’Associazione è riuscita fino a oggi a rintracciarne 30. Sono sepolti in questo cimitero molti appartenenti alla famiglia Lefroy, a partire dal nonno Antonio. I Lefroy sono noti perché ne parla Jane Austen che ha avuto uno sfortunato amore con uno dei discendenti. Troviamo anche: il barone Von Stosch, personaggio controverso, spia del governo inglese, amico dell’archeologo Winckelmann, che dette origine alla prima setta massonica del settecento; Francis Horner, parlamentare inglese amico di Ugo Foscolo; il padre di Vieusseux e un altro suo parente, Pietro Senn, fondatore della Camera di Commercio e della ferrovia Leopolda; John Wood, capitano del Peregrine, vascello protagonista della battaglia di Livorno del 1653, fra inglesi e olandesi; il tredicenne William Thompson, marinaio per il quale qualcuno ha voluto un destino diverso dalla sepoltura in mare; Louisa Pitt, amante di William Thompson Backford (1760 – 1844) autore del romanzo gotico Vathec; Mrs Mason, ovvero Margaret King, scrittrice e medico, pupilla di Mary Wollstonecraft, amica della di lei figlia Mary Shelley e del marito di quest’ultima Percy Bysshe Shelley, la quale aprì a Pisa un salotto frequentato dalle migliori menti dell’epoca. Un discorso a parte riguarda la tomba di William Magee Seton, marito di Elisabeth Seton, santa americana. Il parroco della parrocchia omonima è intervenuto nel 2004 con un escavatore in un terreno che non permette l’ingresso di tali mezzi - al punto che i volontari dell’associazione sono costretti a tagliare i rami pericolanti a mano. L’intervento di esumazione delle spoglie del marito di Elisabeth ha danneggiato gravemente la tomba. Da notare che William Seton era protestante e non cattolico. Il cimitero, come spiega Lisa Lillie, dottoranda all’università di Washington, non era pianificato perché le persone potessero passarvi del tempo, come nei grandi cimiteri di Pere Lachaise a Parigi o Highgate a Londra. Vi si notano tombe a prisma triangolare, di forma molto simile a quelle riscontrabili nei cimiteri ebraici in Olanda e nelle comunità sefardite, a conferma di un rapporto privilegiato fra la religione ebraica e quella protestante, entrambe basate sull’esegesi diretta dell’Antico Testamento. Le tombe dei cimiteri inglesi della Tunisia e della Grecia sono invece diverse. Oltre alla forma a prisma triangolare, si trovano anche lastre e monumenti misti a colonna, a obelisco e altri. I simboli iscritti sulle tombe diventano più complessi e più belli col procedere degli anni, man mano che dal seicento barocco si procede verso lo stile neoclassico della fine del settecento. Si hanno riferimenti alla dance macabre, secondo una moda venuta in auge dopo la peste del trecento, alla fenice, al melograno - collegato al mito di Persefone - all’ouroborus, il serpente che si mangia la coda, alle torce, alle mani intrecciate. L’Associazione ha operato il censimento e il mappaggio delle tombe, sia quelle in loco, sia quelle riscontrabili solo sui documenti, elaborando un database integrato con gli studi di tutta Europa e imperniato sulla pianta dell’architetto Soggi. I volontari si dedicano alla pulizia, al taglio dell’erba e alla raccolta dei rifiuti. Hanno cercato anche di proteggere il camposanto durante i lavori invasivi per la costruzione del parcheggio nell’area dell’ex cinema Odeon. Una collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, rappresentata dal professor Giacomo Lorenzini, ha prodotto nuove conoscenze sulla vegetazione presente, sfatando la leggenda della presenza del famoso olmo della Virginia che è, in realtà, un bagolaro. L’Associazione ha cominciato a occuparsi anche del nuovo cimitero inglese, del 1840, in via Pera, attualmente non visitabile perché pericolante.

With the Livornine laws, promulgated by Grand Duke Ferdinando I °, starting from 1590, to favor the economy and the repopulation of an unhealthy and malarial zone, the Jewish communities were allowed first, and then all the others, to settle in Livorno. The main purpose was to attract the rich Sephardic communities.

The Holy Inquisition of Pisa, however, was not far away, and those who professed another faith, even if protected by special laws, had to do so with caution and without ostentation. Non-Catholic places of worship and even cemeteries were prohibited. Before the construction of the English cemetery, those who died strangers in Italy ended up buried outside the walls, together with the animals.

The studies carried out by the Livorno delle Nazioni Association have led to new discoveries and to overturn many theories about the English cemetery in via Verdi. The date written on the sign is at least a hundred years wrong. The will of an English merchant drawn up in 1643 was discovered in London. He leaves £ 150 for the purchase of burial ground for the English nation in Livorno. The first and oldest burial in the upper left corner of the cemetery dates back to three years later, 1646, belonging, coincidentally, to Daniel Oxenbridge, a friend of those who drafted the will.

That in Via Verdi in Livorno is the oldest English cemetery in Italy, the oldest cemetery in Livorno and, even, the oldest English cemetery in the Mediterranean. It housed 450 tombs from 1646 to 1840 on half a hectare of land. Its historical importance is very remarkable. In 1735, on a map, it is already defined as an old cemetery. Official authorization for burials only came in 1737, since then, all those of non-Catholic religion who found themselves dying nearby were buried here, even if they did not live in Livorno. It was the only place in Italy where Protestants from all over Europe, Huguenots, Waldensians, Swedes, Swiss etc. could be buried.

The main entrance is U-shaped, before the war there was a low wall and a railing now destroyed. During its construction the cemetery was close to military posts and for this reason it could not have walls or too high monuments.

Making a grave in the English cemetery was as expensive as the repatriation of the body, and only the wealthiest could afford it. Mostly they are wealthy merchants with their families. A grouping of guild burials has been noted.

The most famous and most visited tomb is that of the Scottish writer Tobias Smollett, (1721-1771) author, among other things, of the famous The Expedition of Humphry Clinker. Smollett lived in Montenero, died in 71, even if it 73 is written incorrectly on the tombstone. His tomb does not differ from many other similar ones, recalls an obelisk, according to the fashion of Egyptology that raged after the Napoleonic expeditions to Africa. Now it is extremely bare, the metal parts, the marble sphere on the top and the other four lateral spheres have been stolen. Tourists, even those of the eighteenth century, stripped the tomb to take home a piece of marble as a souvenir.

The explorer William Broughton is also buried here, his grave was found on top of another. During the Second World War, in fact, the cemetery was devastated by bombing. Two photographs found in London prove this. At the end of the war, the bombed tombs were badly and hastily reassembled with pieces of one aggregated to the other and it is now difficult to establish what belongs to whom. Of the 130 missing tombs, the Association has managed to track down 30 to date.

Many members of the Lefroy family are buried in this cemetery, starting with grandfather Antonio. The Lefroys are known for talking about Jane Austen who had an unfortunate love affair with one of the descendants.

 

We also find:

 

Baron Von Stosch, a controversial figure, spy of the English government, friend of the archaeologist Winckelmann, who gave rise to the first Masonic sect of the eighteenth century;

Francis Horner, English parliamentarian friend of Ugo Foscolo;

Vieusseux's father and another relative, Pietro Senn, founder of the Chamber of Commerce and the Leopolda railway;

John Wood, captain of Peregrine, vessel protagonist of the battle of Livorno in 1653, between the English and the Dutch;

thirteen-year-old William Thompson, a sailor for whom someone wanted a different fate than burial at sea;

Louisa Pitt, lover of William Thompson Backford (1760 - 1844) author of the Gothic novel Vathec;

Mrs Mason, or Margaret King, writer and doctor, pupil of Mary Wollstonecraft, friend of her daughter Mary Shelley and of the husband of the latter, Percy Bysshe Shelley, who opened a lounge in Pisa frequented by the best minds of the time.

A separate discussion concerns the tomb of William Magee Seton, husband of Elisabeth Seton, an American saint. The parish priest of the homonymous parish intervened in 2004 with an excavator in a terrain that does not allow the entry of these vehicles - to the point that the association's volunteers are forced to cut the dangerous branches by hand. The exhumation of the remains of Elisabeth's husband seriously damaged the tomb. Note that William Seton was Protestant and non-Catholic.

The cemetery was not planned for people to spend time there, as in the large Pere Lachaise cemeteries in Paris or Highgate in London.

There are triangular prism tombs, very similar in shape to those found in Jewish cemeteries in Holland and in the Sephardic communities, confirming a privileged relationship between the Jewish and Protestant religions, both based on the direct exegesis of the Old Testament. The tombs of the English cemeteries of Tunisia and Greece are different. In addition to the triangular prism shape, there are also mixed tombstones and monuments in column, obelisk and others.

The symbols inscribed on the tombs become more complex and more beautiful as the years go by, as from the seventeenth century Baroque one proceeds towards the neoclassical style of the late eighteenth century. There are references to dance macabre, according to a fashion that became popular after the plague of the fourteenth century, to the phoenix, to the pomegranate - connected to the myth of Persephone - to ouroborus, the snake that eats its tail, torches, and entwined hands.

The Association carried out the census and mapping of the tombs, both on site and those found only on documents, developing an integrated database with studies from all over Europe and centered on the plan of the architect Soggi. Volunteers are dedicated to cleaning, cutting the grass and collecting waste. They also tried to protect the cemetery during the invasive works for the construction of the parking lot in the area of ​​the former Odeon cinema.

A collaboration with the Faculty of Agriculture of the University of Pisa, represented by Professor Giacomo Lorenzini, has produced new knowledge on the vegetation present, dispelling the legend of the presence of the famous Virginia elm which is, in reality, a hackberry.

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Il museo Fattori

6 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #luoghi da conoscere

Il museo Fattori

Entrando nella storica villa Mimbelli che ospita il Museo Fattori, ci vengono incontro gli affreschi di Annibale Gatti, la sala da fumo in stile moresco, la scala decorata con putti in ceramica invetriata. Attraversiamo poi le sale dove sono conservati i dipinti dei macchiaioli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e dei post macchiaioli, Giovanni Bartolena, Vittorio Matteo Corcos, Oscar Ghiglia, Ulivi Liegi, Guglielmo Micheli, Plinio Nomellini, Llewellyn Lloyd, Raffaello Gambogi etc.
Fra i macchiaioli, attivi dal 1855, e i post macchiaioli c’è un ventennio, che ha trasformato la forza delle pennellate di Fattori in manierismo sempre meno verista e più decadente.
La sala di Fattori è inconfondibile, ti devi sedere davanti ai grandi quadri di battaglie e paesaggi, con quella botta nello stomaco che dà l’arte vera e che non puoi descrivere con nessuna nota accademica.

Pennellate grosse, personaggi tozzi, pantaloni sformati dall’uso, buoi e pagliai, battaglie risorgimentali con cavalli impennati. Il rinnovamento verista è declinato in stile toscano, maremmano, in opposizione alle rovine romantiche, alle dame in pose languide, ai poeti pensosi. Le immagini sono contrasti di macchie di colore, ottenuti tramite la tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. Punti e linee sono eliminati perché non esistenti in natura e sostituiti da macchie di colore. Cronologicamente, i macchiaioli precedono gli Impressionisti francesi, e tendono alla riproduzione del presente, così com’è colto dall’occhio nell’immediato, senza sovrastrutture culturali, ma anche senza piena identificazione, piuttosto come testimonianza e commento.

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Il caffè Bardi

2 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #pittura

Il caffè Bardi

Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, nel quale Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.
Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.
Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.
Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.
Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.
Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d’ Annunzio quando si fermavano a Livorno.
Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.
Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.
Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.
E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.
E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma che non avrebbe mantenuto le promesse.
Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.

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Doris Duranti

31 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #cinema, #personaggi da conoscere

Doris Duranti

Doris Duranti (1917- 1995) al secolo Dora Durante, fu una delle prime dive del cinema italiano, attrice del filone dei “telefoni bianchi”, stagione cinematografica che va dal 1936 al 43, cosiddetto dalla presenza sul set di sofisticati telefoni bianchi, segno di benessere economico, a differenza dei più comuni telefoni neri. Ricorrenti in questi film erano gli accenni al divorzio, allora proibito, e all’adulterio, punibile col carcere. Fu anche denominato cinema déco per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamavano quello stile - insieme moderno, decorativo e kitsch - fatto di lacche, di legni intarsiati, di pelle di squalo o di zebra, di linee a zig zag, a V, a raggi. Nel cinema dei telefoni bianchi si rifletteva un’Italia entusiasta, rappresentata dallo stile architettonico razionalista, una società che voleva apparire benestante e urbanizzata, laddove, invece, era ancora rurale e affamata. L’ambientazione borghese richiamava le commedie statunitensi di Frank Capra.
Doris era bella di una bellezza aggressiva ed esotica - infatti, il ruolo che la fece conoscere fu quello di un’africana - si muoveva in modo elegante, era adatta a parti da femme fatale e peccatrice.
Nel film “Carmela”, tratto da un racconto di Edmondo de Amicis, si mostrò a seno nudo, dando scandalo, e anche il via alla famosa querelle con Clara Calamai, sua eterna rivale, che aveva fatto lo stesso ne “La cena della beffe”. Per tutta la vita, Doris ci tenne a dire che era stata ripresa in piedi, col seno naturalmente svettante e alto.
Proprio sul set di Carmela conobbe il gerarca Alessandro Pavolini, ministro della cultura, sposato con tre figli. Fu amore a prima vista, un amore prima osteggiato e poi approvato da Mussolini stesso. Alla caduta del regime, Pavolini, prima di essere ucciso, riuscì a farla fuggire in Svizzera, dove venne incarcerata e tentò il suicidio tagliandosi le vene. In seguito, sposò un poliziotto e con lui si trasferì in Sudamerica. Al ritorno in Italia, conobbe Mario Ferretti, famoso giornalista, ed emigrò con lui a Santo Domingo, dove aprì un ristorante e dove morì nel 1995.
Si ricordano, in particolare, i suoi ruoli in “Cavalleria rusticana”, tratto da una novella di Verga, “La contessa di Castiglione”, “Resurrezione”, trasposizione del romanzo di Tolstoj. Ha lavorato anche con i registi Alessandro Blasetti e Giuseppe Patroni Griffi.
“Calafuria”, del 1943, è ambientato nella nostra città ed è una delle sue più riuscite interpretazioni.
In vecchiaia, pubblicò un libro di memorie da cui il regista Alfredo Giannetti trasse il film televisivo: “Doris, una diva del regime.”

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L'industria del corallo a Livorno

27 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecento ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.
Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che, sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo, visitano le fabbriche.
Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.
Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.
Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.
Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.
Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi, che pescano in Algeria, di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.
Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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Il piroscafo Andrea Sgarallino

25 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più torn
ati”

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Palazzeschi e i Pancaldi

23 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Yorick

21 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti. Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo. Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera. Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post. Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti, ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy. I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne, che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie auspicando di maritarle e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo. “I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.

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Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

In the portrait of Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 - 1895), aka Yorick son of Yorick, (with a double tribute first to Shakespeare and then to Sterne), appears to us as a massive man, bundled up in a coat, with bushy mustache.

Born in Livorno, he was an enfant prodige, with an amazing memory, who at three years of age knew how to read and had enrolled in university at sixteen thanks to a Grand Ducal dispensation. Close to Ricasoli's liberal ideas, he participated in the Second War of Independence and was then particular secretary to Garibaldi, being injured in Milazzo.

An ironic nonsense writer, his most famous rhymes were "Words for music" of 1881, which ridiculed the melancholy of opera librettos.

Pure journalist, founder of Il Fanfulla, every day on the Nation he published an article, quite ponderous, called "Cronache dai Bagni", where he told, to those who could not enjoy the pleasures of seaside in Livorno, the life that took place in the bathhouses on the coast. His pieces had great success and  were also translated into English by the Morning Post.

Yorick described a city that changed its physiognomy in the summer and filled with a rowdy crowd. By now the rooms in the Baretti bathrooms were no more, now the Pancaldi, Palmieri, Lo Scoglio della Regina and other bathhouses had large open spaces, where visitors strolled and immersed themselves in the clear waters without more privacy.

Readers amused themselves with gossip, with the misadventures of the unfortunate Florentines who "lost their money in restaurants", with the British splashing and diving, with the French moving their arms wildly without taking a step forward into the water. They imagined the graces of the women, who got wet wearing large tunics and knickers at the ankle, however showing more and more skin than with the usual corsets and crinolines, turning on the male fantasy or revealing some flaws. The mothers flaunted their daughters hoping to marry them and the poor young men hoped for a dowry. Thalassotherapy was sought after as a cure, while the sun was banned and avoided at all costs.

"Our revered guests come here to bathe," says Yorick, "to dance, to walk and to talk ... all idle occupations."

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Lamartine a Livorno

19 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi, #ida verrei, #personaggi da conoscere

Lamartine a Livorno

Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi
che il giorno respira?”

Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.


“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del ven
to ».


Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.


Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it

Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione

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