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saggi

Giovanni Guareschi

17 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Giovanni Guareschi

La poesia bisogna sentirla, non capirla.” (Guareschi da “Diario Clandestino” pag.35)

Ho una “passione” segreta per Giovannino Guareschi scaturita inizialmente dai film tratti dalle sue opere, in particolare dalla saga “Peppone e Don Camillo”, poi dalla lettura dei suoi libri e non solo. A poco a poco ho apprezzato l’uomo che faceva satira politica, a cui alcune “denunce” sono costate il carcere e non sotto il regime fascista ma proprio nei primi anni dell’Italia democratica .

Guareschi sapeva colpire a destra e a sinistra con i suoi articoli pungenti nel “Bertoldo” prima, nel “Candido” poi, e con i suoi molteplici racconti. Non temette infatti le grane che gli vennero dal dire apertamente verità scomode: le polemiche con il presidente Einaudi per una vignetta sul “Candido” gli costarono nove mesi di carcere che si andarono ad aggiungere agli altri dodici, comminatigli per la pubblicazione delle lettere autografate da De Gasperi in cui lo stesso avrebbe chiesto agli inglesi un’azione di bombardamento allo scopo di eccitare gli animi alla rivolta contro i nazi-fascisti. Pena scontata con testardaggine e senza volersi abbassare a chiedere la grazia, in 13 mesi e 9 giorni, cioè fino al raggiungimento degli sconti previsti per buona condotta.

Nelle storie che raccontava Guareschi c’è un realismo tangibile, selezionato dalla vita di tutti i giorni dei paesi emiliani del dopoguerra, nei quali sapeva vedere e descrivere le sfumature dei gesti e dei pensieri di un popolo diviso fra comunisti inneggianti la rivoluzione e democristiani attaccati alla tonaca e al campanile. Storie viste, forse, con un po’ troppa giuliva illusione di un mondo sempre buono e disposto alla comprensione. Vicende umane narrate come lo scorrere del grande Fiume che costeggia i paesi della bassa e placido e indifferente porta tutto verso il mare e che, spesso, per l’imprevedibilità della vita, diventava lui stesso protagonista.

Guareschi non fu solo Peppone e Don Camillo: nel 1963 realizzò un cortometraggio dal titolo “La rabbia” curato insieme a Pier Paolo Pasolini, il nobile intento era quello di commentare fatti di cronaca con ottiche diverse da destra e da sinistra, ma il lavoro ebbe scarso successo e poca risonanza. Qualche anno orsono ricomparve, restaurato a un Festival del cinema, magicamente solo nella parte riguardante il regista, i commenti “scomodi” di Guareschi erano stati tagliati. Ancora, dopo tanto tempo, risulta difficile accettare la sua voce “fuori dal coro”. I suoi articoli gli avevano attribuito l’etichetta di fascista, io non so se lo fosse, di certo era un uomo scomodo, capace di assumersi personalmente la responsabilità dei propri gesti e delle proprie parole, capace di andare sempre contro corrente, di analizzare e giudicare qualunque atteggiamento o azione che si rivolgesse contro “la persona” da qualunque parte venisse. Maggiormente se la prese con gli appartenenti al partito comunista, è vero, coniando anche un termine polemico per definirne gli aderenti: i “trinariciuti.” Cioè persone con tre narici, non umani nemmeno nei caratteri somatici, cercando così di ridicolizzare chi segue solo le direttive del partito senza usare il cervello. Criticava questo modo di “non essere” così come era stato ostile nei suo diari al regime tedesco che lo aveva internato dopo il 1943. Non dimentichiamo infatti che Guareschi è stato in un lager nazista per quasi due anni. Arrivato a Czestochowa, sotto gli occhi delle guardie un bambino gli offrì una mela su cui Guareschi vide il segno dei dentini e pensò al figlio lontano. Scrisse in seguito “Lo zaino non mi pesa più, mi sento fortissimo. Lo debbo rivedere, il mio bambino: il primo dovere di un padre è quello di non lasciare orfani i suoi figli. Lo rivedrò. Non muoio neanche se mi ammazzano!”. (da “Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia” pubblicata postuma a cura dei figli nel ’93).

E non morì, soprattutto non morì il suo animo ribelle, conservò vivo lo spirito d’osservazione e l’occhio critico dimostrandolo ampiamente nel dopoguerra. Andrea Baroni che, alternandosi al colonnello Bernacca, ci ha raccontato per tanti anni le previsioni del tempo, lo ricorda come compagno di internamento. Racconta che ricevevano acqua calda al mattino. Poi una sbobba di rape (la domenica fiocchi d’avena) 5 patate lesse e un pezzo di pane. Il cibo era scarso, ma in due anni, con precisione tedesca, non è mai saltata una razione. In quanto ufficiali che si erano rifiutati di collaborare, Hitler li definiva traditori e internati militari, non prigionieri, così la Croce Rossa non poteva intervenire sui termini della prigionia, ma di contro non erano costretti a lavori forzati, avevano molto tempo libero e, per non oziare, il grande Guareschi pensò di tenere occupati i prigionieri. Racconta Baroni: “A Sandbostel: Giovanni Guareschi baracca 29, Andrea Baroni baracca 28. Era bravissimo, faceva teatro con i prigionieri. Un giorno lo fermo: “Potrei recitare anche io?”. Mi guarda: “Con questa voce dove vuoi andare? Non ci sono gli altoparlanti a teatro!”

Nonostante il grande successo di pubblico, gli intellettuali radical chic e la critica lo snobbarono, sottolineando il suo linguaggio semplice, le sue storie troppo “naif”. Solo una rivisitazione “postuma” lo ha ampiamente rivalutato. Guareschi non era un semplice umorista, ma un uomo che aveva saputo affrontare disagi, tradimenti, (non ultima l’infondata attribuzione al servizio della CIA) e riusciva a portare nei suoi racconti le vicende umane che lo avevano segnato profondamente. La rivista “LIFE” lo definì "il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa". Basti ricordare per esempio il manifesto elettorale che diceva “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” (Manifesto elettorale 1948, da Mondo Candido 1946-1948, a cura di C. e A. Guareschi) Indro Montanelli che ne fu amico personale ebbe a dire : "C'è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell'Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo".

Guareschi era nato a Fontanelle di Roccabianca il 1º maggio 1908, giornalista, scrittore, umorista, disegnatore, vignettista ha pubblicato 20 milioni di copie in 80 lingue con oltre 100 milioni di lettori in tutto il mondo, eppure fu circondato da tanta solitudine culturale e istituzionale al momento della sua morte, avvenuta a Cervia dove si trovava con la figlia e il nipote nell’estate del 1968. Pochissime le personalità che si recarono al paese per le esequie. Enzo Ferrari fu uno dei pochi illustri ai funerali, a fargli apprezzare l’opera di Guareschi era stato proprio il figlio Dino,scomparso già da una decina d’ anni, ma per il quale portò a vita il segno del lutto sul viso.

Anche Giovannino Guareschi oramai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.”

Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma terminò con queste amare parole il suo articolo il giorno dopo i funerali. Spero serviranno queste poche righe a far conoscere, soprattutto ai più giovani che avranno la pazienza di leggere, un bravo scrittore che seppe trasfondere tanta umanità nei suoi libri, un uomo caparbio che pagò sempre in prima persona le sue scelte, affrontando grandi battaglie e senza mai ricavarne un soldo bucato, in un tempo in cui in Italia ci si occupava di politica per passione e non per denaro e ci si animava al punto da avere il coraggio di difendere e propagandare le proprie idee.

L’Unità ebbe a scrivere il giorno successivo alla sua morte che era morto uno scrittore che non era mai nato. Io rispondo oggi con un motto che fu di Guareschi nel Candido “Contrordine Compagni “

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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

24 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

Forte Verle, Pasubio, Monte Cimone, Hermada, Piave. In questi luoghi Fritz Weber, tenente d’artiglieria, ha svolto il suo servizio nella Grande Guerra, accumulando un’esperienza ricca e drammatica, riportata in questo diario che ci permette di conoscere anche il punto di vista di un soldato asburgico. Ogni fase del conflitto è descritta nella sua crudezza. Forte Verle subisce il duro bombardamento italiano all’apertura delle ostilità nel maggio del 1915; strutture che crollano, aria irrespirabile, orecchie che sanguinano sono la realtà di una fortezza assediata. I rinforzi permettono di resistere e di passare al contrattacco. Solo poche settimane prima il confronto sembrava nettamente impari e la situazione dei difensori quasi disperata. La fanteria italiana viene massacrata.

Sul Pasubio il pericolo maggiore è rappresentato dalle valanghe, spesso provocate dai due eserciti; sul Monte Cimone il diarista partecipa alla guerra di mine. Il fronte peggiore e più ingordo di sangue è quello dell’Isonzo; il reparto di Weber deve difendere l’Hermada. Attacchi, contrattacchi, lotte selvagge corpo a corpo, uso dei lanciafiamme mettono a dura prova i soldati dei due schieramenti, accomunati dalle medesime sofferenze. Dopo lo sfondamento di Caporetto, il giovane tenente può aggirarsi nelle postazioni italiane come in una nuova Pompei. Sgomento, osserva centinaia di corpi immobilizzati per sempre dal gas impiegato dai tedeschi. L’offensiva aveva richiesto complessi preparativi, dettagliatamente descritti; le operazioni necessarie si erano svolte in un clima di esplicita fiducia, nella convinzione di riuscire a piegare l’Italia. Ma dopo i primi nettissimi successi, l’avanzata viene, come noto, arrestata sul Piave; ricominciano la guerra di logoramento e la vita di trincea. Lo scoramento tra gli uomini è grande, rileva l’ufficiale. Le privazioni mese dopo mese si fanno enormi; quando nel giugno del 1918 viene organizzata una nuova offensiva, Weber nota come il morale dei soldati resti basso. Stavolta non c’è l’aiuto dei tedeschi, il piano non prevede una direzione d’attacco specifica e i mezzi a disposizione sono carenti. L’obiettivo sembra solo quello di strappare un po’ di risorse all’avversario, non quello di metterlo in ginocchio definitivamente. Viste le premesse, il fallimento che ne segue appare inevitabile. La fiducia nei generali cala ancora; si sono persi uomini e materiali inutilmente, mentre il nemico cresce in organizzazione e forza. Weber compie un viaggio nelle retrovie alla ricerca di cibo per il suo reparto e ha modo di vedere come il collasso del grande impero multietnico sia vicino, dato che i soldati delle varie nazionalità sono sul punto di scontrarsi tra loro. Con il successo italiano di Vittorio Veneto, inizia la drammatica ritirata. Lo sbandamento è generale. L’autorità degli ufficiali spesso non viene riconosciuta dai subordinati. Weber tra mille difficoltà conduce il suo reparto a Vienna, compiendo fino all’ultimo il proprio dovere. Lo sfascio della monarchia danubiana è comunque un nuovo inizio per molti soldati dei popoli che la componevano; invece, per la parte austriaca dell’impero, si manifesta in modo drammatico la perdita di certezze e valori che davano significato alla vita di ogni giorno. Militare di grande tempra, severo ma umanamente molto sensibile, l’autore di questo diario ha sempre rispettato l’avversario, elogiandolo apertamente: “Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili”.

Proprio un soldato italiano, professore a Bologna, prigioniero subito dopo Caporetto, dirà al diarista parole profetiche sull’andamento del conflitto, alludendo all’intervento americano e al suo decisivo peso economico che infatti favorirà ampiamente la vittoria dell’Intesa.

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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

20 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp 172

19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
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IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

17 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

Marcello De Santis, sempre puntuale e preciso nei dettagli e nelle notizie, con il suo saggio, questo mese, ci racconta la storia del varietà e del suo capostipite Ettore Petrolini, considerato il principe dell'avanspettacolo... (Franca Poli)

Partiamo dalla fine.
L'attore, per una grave forma di angina pectoris, è costretto, a malincuore, a lasciare il teatro. E' l'anno 1935, alla fine di giugno; Petrolini muore a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e del suo successo. Stava male da tempo; i medici venivano spesso al suo capezzale e visitarlo. Un giorno, quello che lo aveva appena visitato gli disse che lo trovava senz'altro meglio; e Petrolini, col suo sorriso eternamente canzonatorio, fece forse la sua ultima battuta: meno male, dotto', così moro guarito. E forse ci sarebbe stata bene anche una delle sue frasi celebri, che pronunciava con nonchalance sui palcoscenici di tutto il mondo:
L'uomo e' un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.

Poi però venne il prete, stava proprio male, sarebbe morto di lì a poco. Venne dunque il prete per dargli l'estrema unzione con l'olio santo in mano; Petrolini lo vide entrare ed avvicinarsi al suo letto; fece l'ultima battuta della sua vita:adesso sì che sono fritto!
Uomo di teatro, ma di quel teatro diciamo così di seconda categoria, meglio definito come teatro di varietà, o meglio teatro di avanspettacolo che dal varierà era appunto derivato. Ma perché questo termine: avanspettacolo? Ce lo siamo mai chiesto?
E sì che tutti quelli della mia età sono stati spettatori di queste rappresentazioni allegre e spensierate sui palcoscenici dei teatri anche dei piccoli paesi, in quegli anni dell'immediato dopoguerra, dove si faticava a riemergere e a ricostruire - oltre che sulle macerie delle bombe - anche sulle anime dei padri e delle madri vittime della guerra; spettacoli in cui un capo-compagnia detto capocomico allestiva serate teatrali con balletti di procaci (e non sempre, talvolta vere e proprie "buzzicone" - grassone - come si dice a Roma) ragazze appena appena scollacciate, schetch o scenette messe nelle mani o nella faccia di un qualche comico agli inizi (o alla fine) della carriera, talvolta aiutato dalla famosa "spalla", qualche cantante ancora dilettante alla ricerca di una gloria che per qualcuno sarebbe arrivata (ma per tanti no); e con qualche ragazza acerba pure se ben tornita di cui qualcuna sarebbe poi diventata attrice e (qualcuna) anche grande attrice. Insieme ad essi una decina di orchestrali più o meno all'altezza della situazione, ma che per tirare avanti avrebbero venduto l'anima al diavolo; del resto i capocomici non erano sempre esigentissimi; e debbo dire, neppure gli spettatori lo erano.
E i giovanotti accorrevano in massa, per vedere da vicino, talvolta con le braccia appoggiate sulle tavole della passerella (i più fortunati), le mani allungate a cercare di toccare almeno i piedi delle ballerine poco-vestite. Ma c'erano anche i "signori bene" che deploravano i costumi scollacciati delle attricette di varietà.

Nella mia città, allora ancora paese, che le bombe avevano devastato in maniera atroce, c'erano tre sale cinematografiche.
Il cine centrale, ricavato da un locale che presentava un ambiente molto molto alto, in cui a una platea circolare facevano corona due gallerie; e quante volte da ragazzini ci siamo andati, e tutti di corsa a cercare un posto qualsiasi nella seconda galleria (che era una novità un po' per tutti, anche per i grandi; ma in effetti scomodissima ché si vedeva male, molto male.)
Sapete, c'era allora un sacerdote cui noi - bambini - abbiamo voluto tutti bene, si chiamava don Amato, che ci chiamava a messa la domenica, alle nove e mezza, la messa dei ragazzini, e poi con cinque lire a testa ci portava a questo "cine centrale", così si chiamava (ricordo sempre l'inaugurazione con una fila per quattro lunga tutto il corso, con un film con Tyron Power: Il canale di Suez): don Amato ci portava a vedere Stallio e Ollio, Zorro, oppure Tarzan o Gianni e Pinotto, oppure gli indiani con i cow boy.
Poi c'era il Cinema Giuseppetti, sulla strada che portava a casa mia.
E ultimo, un cinema all'aperto, l'Arena Italia, gestita dal papà di un mio caro compagno di scuola di quando andavamo alle medie e poi al liceo; poi diventato uno dei pochi amici che mi sono rimasti, dopo più di cinquant'anni); l'unico che portava a Tivoli l'avanspettacolo; d'estate, con 25 lire, cinema e varietà.
Due spettacoli al giorno. Mio padre quando poteva ci portava tutta la famiglia, all' Arena Italia, d'estate.
L'abbinamento cinema-varietà derivava direttamente da una abitudine degli anni 20/30 del 1900, quando, con l'affermarsi del cinema nacquero come funghi le sale cinematografiche più o meno grandi (quelle piccole e piccolissime venivano chiamate pidocchietti, ricordate? e qui poi col tempo passavano solo film in terza e quarta visione); gli impresari e i titolari di dette sale pensarono bene di presentare degli spettacoli di teatro, l'avanspettacolo, appunto, tra una proiezione e l'altra, per attirare più spettatori possibile.

Non vidi mai recitare Ettore Petrolini, ché il grande comico romano, quando io vidi la luce nel 1939, ci aveva lasciato già da tre anni. Vidi però altri grandi attori di palcoscenico cosiddetto leggero; e con me bambino, sette otto anni, i miei genitori e una platea sempre piena, quando la gente non stava anche in piedi, e sì che l'Arena Italia aveva una capienza eccezionale con la platea di circa tre/quattrocento posti; e una gradinate a semicerchio amplissima, molto più capiente della platea, che saliva fin lassù... La domenica poi c'era costantemente il tutto esaurito nei due spettacoli, uno pomeridiano (per pomeridiano si intendeva il primo, che cominciava per questione di luce (essendo all'aperto), alle sei e mezza o giù di lì); e l'altro serale.
Vidi senz'altro i fratelli De Vico; e Derio Pino e Grazia Cori; Vici de Rol; Nino Lembo; forse Trottolino (al secolo Vico D'Ambrosio)...
ei cantanti non ricordo molto, assistetti anni dopo a esibizioni di Claudio Villa, Giorgio Consolini e Luciano Tajoli e altri; mi sembra venissero con le ultime compagnie di avanspettacolo. Più tardi negli anni questo genere di spettacolo vide protagonisti personaggi che divennero poi grandi grandissimi attori, parliamo di Macario, Nino Taranto, Renato Rascel il piccoletto, Walter Chiari, Aldo Fabrizi e Totò, e tanti altri.Ma vennero dopo; prima di loro, il principe dell'avanspettacolo era Ettore Petrolini, considerato da molti il caposcuola della generazione dei comici.

Vennero poi: la rivista, più articolata e più curata anche nei particolari, più elegante, per dire così; e quindi la commedia musicale; da lì al teatro di prosa, e ancora al cinema il passo fu breve; e tutte queste ultime forme di spettacolo debbono qualcosa a quella primitiva forma, e a chi per primo lo ha preso e condotto per mano: Ettore Petrolini.

Nacque a Roma da una famiglia popolare, suo padre faceva il fabbro; suo nonnoSalvatore il falegname, con la bottega in Via Giulia, un quartiere al centro di quella Roma che ospitava solo popolino, non certo nobili e ricchi. Proprio nella bottega del nonno Ettore cominciò a improvvisare le sue scenette comiche.
Ettore se ne andava in giro come tutti i ragazzi ed era attirato dai teatrini del tempo, che erano allestiti con tavole sistemate alla bell'e meglio su assi di sostegno dentro dei baracconi semoventi; e qui fu subito preso dalla voglia di fare teatro, di calcare quelle tavole sconnesse e pure tanto desiderate; palchi improvvisati con rappresentazioni improvvisate, farse e scenette a braccio, senza una trama precisa; lasciata all'estro di chi si esibiva. Salì sul palco e si provò. Andò bene, anche perché la sua mimica facciale era speciale. Aveva trovato la sua strada; da allora prese anche a scrivere le cose che doveva recitare, fu così che divenne oltre che attore anche autore dei testi, scrittore e sceneggiatore delle sue cose.

Mussolini gli volle dare un tangibile riconoscimento per la sua arte popolare e gli fece conferire una medaglia. Lui se la spillò al petto e facendo il verso alla celebre frase del dittatore (me ne frego!) esclamò: e io me ne fregio!
Non era un ragazzo quieto e tranquillo, tutt'altro, il suo carattere ribelle costrinse la madre a ritirarlo dalla scuola; la strada lo portò a farsi due anni di riformatorio, aveva 13 anni, e quando uscì, a 15, prese il coraggio (che non gli mancava di certo) a quattro mani e se ne andò di casa, deciso a farsi una vita sul palcoscenico.
Ormai giovane com'era stava entrando nel giro e cominciava a conoscere. Fu così che si presentò a un agente teatrale, Giulio Fabi, ... che mi giudicò uno scemo e mi disse: - Portami quattro scudi... e ti mando subito nella compagnia di Angelo Tabanelli (detto il Panzone) che agisce a Campagnano (presso Roma). Mamma me ne vado a fare teatro, mi servono quattro scudi. La madre gli dette i soldi e un bacio in fronte. Partì, raggiunse in diligenza il paese nell'alto Lazio e raggiunse la compagnia. Fece il suo debutto con un incidente, mise un piede su una tavola traballante e cadde e si lussò un piede. Ma la gente rise a crepapelle e chiese il bis. Mi accorsi che ero veramente votato all'arte comica...

(dal suo libro Modestia a parte, uscito nel 1932).

Si era esibito già sui modesti palcoscenici dei teatrini di Trastevere tutti locali di terz'ordine; faceva il macchiettista, e strappava applausi; quindi acquisì una certa esperienza; era l'anno 1900. La gioia più grande in queste sue prime esibizioni l'ebbe al Gambrinus (usava un nome d'arte Ettore Loris); era questo una birreria di Roma che accoglieva le compagnie di poco più che guitti. Si esibì al fianco della stella della compagnia, la chanteuse Diana Paoli, ebbe un grande successo, oscurando persino l'attrice. Il direttore del locale, il signor Stern, lo insignì di una medaglia. Ricorda Petrolini:
... una medaglietta con su scritto:«La direzione della birreria Gambrinus a Petrolini». Sì, Petrolini. Perché al Gambrinus volli debuttare con il mio vero nome. Gongolavo dalla gioia. E in casa, presso la mia famiglia, facevo compassione a tutti!

La sua vita è stata piena fin dall'inizio della carriera; raccontarla tutta richiederebbe spazio e tempo; non è questo il nostro scopo, il saggio deve essere breve e dunque ci atterremo al nostro scopo, pur evidenziando le cose essenziali e importanti. Gli inizi furono avventurosi anzichenò, racconta infatti nel suo libro Un po' per celia, un po' per non morire che vide la luce nel 1936 (nello stesso anno sarebbe morto): ... in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente), ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno "sminfarolo" al pianoforte. Simpatico questo attributo del pianista: sminfarolo, che nel dialetto romanesco di allora stava a indicare uno strimpellatore di un qualsivoglia strumento, che suona ad orecchio.
Grande Petrolini! Che nel 1907, a 23 anni va in America Latina, dove raggiunge la fama che lo seguirà al ritorno a Roma. Lavora ancora con la compagna Ines Colapietro che aveva conosciuto quattro anni prima a Roma e che diventerà anche sua compagna di vita.

La sua fama vola e il suo nome comincia a essere noto, inventa diversi personaggi che colloca in sketch che prendono in giro anche gente che non poteva essere toccata dalla sua satira pungente. Nasce il personaggio di Gastone dove ridicolizza un viveur che si spandeva in Italia grazie alla verve e alla estetica troppo carica del vate Gabriele D'Annunzio; nascono i salamini, nasce Nerone (nel 1918) satira pesante che sotto le spoglie degli antichi romani, in effetti aveva come bersaglio, nemmeno troppo velato, il fascismo di Mussolini.
Intanto anche il cinema si era accorto di questo personaggio la cui mimica inconfondibile lo aveva levato ai punti più alti del teatro. Girò così diversi film, negli anni venti, muti per l'occasione, dove mise in mostra tutto il suo modo di parlare senza parlare grazie alla grande arte della mimica facciale e corporale; e grazie anche alle mille espressioni che era capace di tirare fuori e plasmare colla sua faccia.
Ma la sua vita era il teatro: Ritornò al cinema dieci anni dopo, con altri due film, stavolta col sonoro, uno dei due era quel Nerone che aveva portato fino ad allora sulle scene.

Intanto la sua attività non era solo recitativa, ma scriveva anche le opere che rappresentava (Chicchignola, per il teatro e il cinema) e tutta una serie di macchiette che va da Nerone, come detto, a Gastone, da Fortunello a Giggi er Bullo. E poi cominciava a cantare quella bislacca canzone, dopo essersi presentato alla sua maniera come un signore chic, un po' decadente e un po' demodé (la commedia fu presentata a Bologna per la prima volta nell'anno 1928).
Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "varieté" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins", conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.

Gastone, son del cinema il padrone,
Gastone / Gastone.
Gastone, ho le donne a profusione / e ne faccio collezione,
Gastone / Gastone.

Sono sempre ricercato / per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato / perché porto bene il fracch
e.
Con la riga al pantalone…
Gastone, / Gastone.

E andava avanti così per due atti con battute e frasi celebri.

... E' una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà
... Quante invenzioni ho fatto io!
Discendo da una schiatta di inventori, di creatori, di deformatori…

... Mio padre, per esempio, ha inventato la macchina per tagliare il burro
...Mia madre? Anche lei una grande inventrice: anzitutto ha inventato me.
Poi aveva il senso dell'economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone… per risparmiare il gas…
... A me, m'ha rovinato la guerra, se non c'era la guerra a quest'ora stavo a Londra.
Dovevo andare a Londra a musicare l'orario delle ferrovie.
Perché io sono molto ricercato… ricercato n
el parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla questura…

... Che ve ne pare? Che bel talento.
Ma io non ci tengo né ci tes
i mai.

Petrolini è un artista a tutto tondo, ed è molto amato dal suo pubblico; è tanto popolare che persino il regime fascista in qualche modo teme di rimproverargli qualcosa, per le sue parodie e sui suoi sberleffi nemmeno troppo velati sul regime. E' il periodo d'oro di Marinetti e dei Futuristi.

L'attore sbeffeggia anche loro, e fa il verso ai loro versi maltusiani, (versi che si rifacevano alle teorie di Thomas Malthus, economista inglese, teorico del coitus interruptus per la limitazione delle nascite; avevano dunque la caratteristica di troncare l'ultima parola dell'ultimo verso).
Per tornare un attimo alla presa in giro del regime fascista, ricordiamo questo:

Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti,
i più bischeri e birbanti
vann
o pure al minister.

In uno di questi, l'attore definisce se stesso così: ricordate?

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti
offendi se ne freg.

Quando sul palcoscenico recitava le sua filastrocche senza senso, piene zeppe di rime, assonanze e quant'altro, la gente andava in visibilio, e scrosciavano applausi a scena aperta. Ecco un'altra definizione del suo personaggio:

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle do
nnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto "per inesistenza del reato".
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor,
i lacci delle scarpe, l'osso buco e la carta moschicida.
Sono omerico, isterico, ge
nerico, chimerico.

Grande Petrolini.
Era solito ricordare le sue uscite sul palcoscenico, davanti a un pubblico che
magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch'er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore...
A cinquantadue anni se ne andava.

Voglio chiudere questo breve saggio con un suo esilarante poemetto dal titolo La canzone delle cose morte, poco conosciuto, almeno per chi non è addentro alle sue cose, che ci mostra un Petrolini anche poeta di vaglia. E' una chicca, un poco lunga, ma scorre da sé e tutta d'un fiato; fantastica!

"Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo: "Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini." Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura."

Bello è d'intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.

E qualcosa s'en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.

Tanto gentile e tant'onesta pare
la donna mia, mentr'ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.

Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l'anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.

Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.

Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E' commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.

E' rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.

A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?

E quest'amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.

Presso la culla
in dolce atto d'amore.
A l'ombra dei cipressi
e dentro l'urne.

Se mi scappa, chi mai l'afferrerà?
Amor che null'amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia

floscia, s'inguscia, nella grascia, ambascia,
all'uscio dell'angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.

Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra

dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l'onda.

Ancora sul letto di morte ebbe a dire, atteggiando la sua faccia a uno che per l'occasione è molto dispiaciuto (e gli riusciva benissimo):
Che vergogna morire a cinquant'anni!"

marcello de santis

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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

19 Maggio 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis, #musica

Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

di Marcello de Santis

Edith Piaf, Parigi 1915 - Grasse 1963

L'oiseau de Paris, l'uccellino, il passerotto di Parigi quella sera si esibiva in uno dei tanti cabaret che avevano reso caratteristica e famosa la città della Senna, era al Club des Cinq, il Club dei Cinque, a Montmartre. Tra gli avventori, seduto a un tavolo d'angolo, c'era un bel ragazzo, conobbe il suo nome quando ebbero modo di si avvicinarsi: Marcel.

Glielo presentarono, o si presentò lui stesso con la simpatica faccia tosta, non sappiamo bene, e parlarono, là per là la cosa finì lì; almeno per quella sera; in cui lei piccolina ma elegante nel suo solito amatissimo abito nero e lui molto apparente nel suo vestito stretto a mettere in mostra la sua figura di atleta. Quando si rividero in America di lì a qualche tempo, s'innamorarono. Il passerotto di Parigi aveva poco più di trent'anni; era il 1948.

Ma come erano diversi, come lontane le loro personalità, il loro carattere, lei riservata e minuta, Edith Piaf, il cui nome cominciava a risplendere nei cieli della canzone francese; lui un giovane pugile già con una certa fama, Marcel Cerdan. Marcel era sposato, sua moglie Marinette gli aveva dato tre figli; ma al cuore non si comanda; fu un amore grande, ma tragico.

Marcel, campione algerino di pugilato, nato nel 1916, morì giovanissimo nel 1949 alla età di 33 anni in un incidente aereo; campione di Francia, campione d'Europa, Ebbe diversi record di vittorie consecutive sul ring, la più clamorosa fu di ben 47. Lo chiamavano il bombardiere marocchino per la sua esplosiva potenza.

Da campione d'Europa porta a termine 23 vittorie di fila, interrotte non per supremazia dell'avversario, ma per una ingiusta squalifica dell'arbitro. Poi riprese e ne fece altre 37 consecutive, un vero fenomeno del ring. C'è la guerra, parte come tanti giovani, e va a vincere anche il campionato inter-alleato dei pesi medi.

21 settembre 1948: conquista il titolo di campione del mondo, l'anno dopo a giugno viene sconfitto nella difesa del titolo da quel grande che fu Jack la Motta, il toro del Bronx.

E' il suo ultimo incontro, ché il 27 ottobre, muore.

Cerdan aveva preso un aereo della Air France, rotta Parigi-New York, per raggiungere il suo passerotto che si esibiva là. L'aereo si schianta nella notte dal 27 al 28, contro una montagna dell'isola di São Miguel nell'arcipelago delle Azzorre.

L'uccellino di Parigi che pareva tremare nelle ali ad ogni apparizione sulla scena, con quello sguardo smarrito, eternamente sofferente, non aveva ancora finito di soffrire, non era nemmeno alla metà dei dolori che avrebbero costellato la sua vita donna e di artista.

Marcel non sapeva i dolori della sua amata, sapeva solo il suo improvviso amore per quell'esserino fragile e indifeso con una voce meravigliosa ma già piena di destino. Marcel, che era nato ad Algeri e che si portava appresso tutta la sua miseria, ma anche - come si disse di un grande di spagna - Garçia Lorca, "si portava la morte addosso"; con una faccia che già mostrava i pugni che aveva preso, e la rabbia di chi ne avrebbe ancora dati tanti per la conquista della gloria che non arrivò.

In una Parigi dove gli esistenzialisti dovevano ancora arrivare, Edith Piaf fu acclamata come l'antesignana di questi nuovi artisti, come Juliette Greco e Jean Paul Sartre, e in qualche maniera Jacques Prévert. Venne a scompigliare le carte di una Parigi intellettuale o che a tale si atteggiava, dove i parigini impazzivano o quanto meno si lasciavano irretire dal gonnellino di banane della dea nera che scuoteva ancheggiando sul palcoscenico mentre cantava, quella Josephine Baker che, scuotendo voluttuosamente il corpo d'avorio e il seno nudo, cantava J'ai deux amour:

J'ai deux amours

mon pays e Paris

(io ho due amori, il mio paese e Parigi).

Edith fu naturalizzata francese e si esibì alle Folies Bergères alla fine degli anni venti del novecento.

Raggiunge un successo incredibile con la canzoneJ'ai deux amours che compose per lei Vincent Scott.

Questa minutissima giovane cantante dal viso triste, nasce a Parigi in una fredda giornata di dicembre del 1915, nel quartiere popolare di Menilmontand, con il nome di Edith Giovanna Gassion. Era destino che da grande dovesse fare la cantante, era scritto, come si direbbe oggi, nel suo DNA. Infatti già all'età di sette anni cominciò a cantare con la sua voce già forte e decisa, per la strada; dove i suoi genitori si esibivano per tirare avanti la carretta. Il padre Louis Alphonse faceva il contorsionista, l'acrobata anche, pensate, e la mamma Annette - che era italiana di origine, era toscana di Livorno, girava con il marito e tratteneva la gente cantando. Il suo nome d'arte era Line Marsal, era dedita all'alcol, e - racconta la storia - talvolta per arrotondare il misero ricavato della loro povera arte, si prostituisse.

Erano artisti, si fa per dire, artisti di strada, anche perché erano tanto poveri che non avevano neppure una casa fissa; forse un ricovero ce l'avevano, alla via Bellavilla, rue de Belleville; qui nacque Edith, questa la storia, ma c'è anche una leggenda da tenere presente: leggenda che ci racconta che la bimba nacque "davanti al numero 27 di quella via", sul marciapiede, e nell'occasione la mamma fu aiutata da un flic, un poliziotto di quartiere che svolgeva là il suo servizio, anche se il certificato di nascita indica il vicino ospedale. I signori Gassion erano poverissimi; non potevano permettersi di allevare un figlio; il signor Louis Alphonse dovette partire per la guerra, e allora dovettero, per forza di cose, affidare la neonata alla nonna di lei, alla signora Acha, che faceva l'ammaestratrice di pulci; che non si curò minimamente della ragazzetta. Fortunatamente restò da lei solo per poco più di un anno, ché - sempre secondo la leggenda, la nutriva con biberon pieno non di latte ma di vino; "il vino uccide i microbi" si giustificò quando gliela tolsero definitivamente. Ma il padre la tolse dalla padella per calarla sulla brace, come dice un vecchio detto; di ritorno dalla guerra la tolse alla signora Acha e la portò da sua madre Louise, che - udite udite - faceva la tenutaria di un bordello, in una paesino del nord della Normandia; la signora Louise, grazie al cielo, in qualche maniera si prese cura della bambinae la portò con sé e con sua madre ad esibirsi in strada. E - narra la storia - la gente si fermava e donava l'obolo che lei passava a pietire allungando la mano che stringeva un cappello - perché apprezzava più la voce di quella ragazzina, più che le piroette e lo spettacolo dei due artisti; uno scricciolo da niente, e tale sarebbe rimasta anche col passare degli anni.

Adesso Edith è una cantante famosa, la più famosa di Francia; e anche la più amata. Adesso può nutrirsi come si deve, eppure quando sgrana lo sguardo cantando davanti al suo pubblico invisibile seduto in platea all'oscuro, mentre la luce della ribalta è tutta per lei, pare tornare a guardare il film della sua vita, di quand'era bambina... a quando doveva ingoiare - e non le piaceva - il vino di nonna Acha, ma anche il buon latte delle mucche della Normandia di nonna Louise (e allora un breve sorriso le illuminava il viso emaciato).

Allora si chiamava Edith Gassion, oggi il suo nome era Edith Piaf. Piaf... che nel dialetto (argot) parigino voleva dire passerotto. Era piccola piccola, stava in una mano, pensate non raggiungeva il metro e mezzo (per l'esattezza appena 1.47).

Con tanta mestizia si diceva, guardando le foto che le scattavano tutti mentre si esibiva, mentre passeggiava, in ogni momento di questa sua nuova realtà: "io son l'oiseau de Paris", sono il passerotto di Parigi; e il nomignolo se lo portava appresso come la sua ombra, come il suo eterno dolore, come il suo destino. Anche in America dove la chiamavano little sparrow, piccolo passero, ché quello appariva anche agli occhi degli americani, un uccellino dalla voce dolce e amara, piena di ricordo e nostalgia, piena di tutto.

Ma non riusciva ad essere felice, nonostante tutto.

Non lo sappiamo, è vero; ma come non pensare che quando lo spettacolo della sua vita terminava, quando si ritirava per riposare nelle sue camere d'albergo, stremata dalla fatica che la scena comportava, la mente le tornasse eternamente alla sua infanzia!

Quante disavventure, mamma mia! Proviamo ad elencarle, sperando di non dimenticarne nessuna: quando a cinque anni di età stava da nonna Louise fu colpita da una fastidiosa cheratide che la rese cieca per qualche tempo, se ne presero cura le prostitute della casa di appuntamenti. Poi incidenti di macchina vari, l'ultimo insieme a Georges Moustaki le devastò il volto; una malattia al fegato molto grave che la porterà a stare a lungo in coma a rischio della vita; e alcuni interventi chirurgici, ricordiamo quello dell'anno 1960, durante un concerto al Walford Astoria di New York, Edith perde i sensi, cade sul palco perdendo sangue dalla bocca; ha un male allo stomaco, viene nuovamente operata; e nuova operazione, stavolta in Francia, a causa di un altro collasso durante un concerto a Stoccolma. Ultimo ma non ultimo un tentativo di suicidio.

Fu sulla strada insieme alla sorellastra Simone, fino a 15 anni, tra esibizioni nei caffè, nelle strade di Parigi, nei campi di militari; e negli infimi alberghetti dove dormivano. Intanto la voce si era affinata, e cominciava e vedersi quello che poi diverrà nel tempo il suo inimitabile stile canoro.

Un tale Louis Dupont la mette incinta, nasce un figlio che lei abbandona e che morirà di meningite a pochi mesi. Siamo alla fine della sua vita di strada, grazie al cielo.

E grazie a un altro Louis, il signor Leplée, che diventa Edith Piaf. Siamo nell'anno 1935, Edith ha 20 anni.

Leplée gestisce un locale alla moda, e la nota esibirsi in un angolo di strada a Pigalle, quartiere poco raccomandato frequentato dalla malavita parigina, e le fa firmare un contratto per il suo cabaret. Le cambia nome, diventa La Mome Piaf (stesso significato: piccolo uccellino), le dà nuovi rudimenti di canto, di movimenti sulla scena, di abbigliamento (abito nero, che porterà per sempre), Piaf comincia la sua nuova vita.

Con lo sguardo al passato, quando sotto la luce della scena scrutava il vuoto davanti a sé, a cercare i sogni non realizzati, gli incubi ricorrenti, gli amori tempestosi e sfortunati; a mettere insieme ricordi svaniti che si mescolavano a invenzioni della sua fantasia.

La morte di Marcel Cerdan - scandaloso per l'epoca, essendo lui sposato con figli - fu il colpo finale alla sua fragilità; il senso di colpa per averlo chiamato lei a raggiungerla in America dove era per lavoro, e lei a consigliargli quell'aereo che si schiantò addosso a un monte delle isole Azorre, la portò a bere dissolutamente, cade in depressione, si droga ogni volta che ne sente il bisogno, quasi sempre, fa un uso scellerato di morfina.

Ricordiamolo, era il 1949.

Il 28 ottobre, a New York, il giorno dopo l'incidente l'oiseau de Paris, il little sparrow Americano, dedica al suo uomo che non c'è più la più bella e la più triste canzone del suo repertorio; l'Hymne a l'amour; col suo abito nero, curva più che mai sul suo eterno dolore, lo sguardo sempre là nel vuoto dei sogni e dei ricordi.

Non vogliamo qui parlare dello sviluppo della sua carriera, che molto ci sarebbe da dire; degli incontri con artisti famosi accenneremo appena; il primo fu Charles Trenet, poi ancora Maurice Chevalier, e Gilbert Becaud. E che dire dei suoi amori, tutti senza fortuna? Uno breve brevissimo, con l'attore Paul Meurisse, che le aprì la porta del cinema; il giornalista Henry Contet, finito quasi prima di nascere; nel 1944 si lega a Ives Montand, è lei che lo lancia e lo fa diventare famoso, ma poi finisce come doveva finire.

I successi seguono ai successi, è la volta de La vie en rose, che per lei non è mai stata di colore rosa, tutt'altro.

Quand il me prend dans ses bras

Il me parle tout bas

Je vois la vie en rose

Il me dit des mots d’amour

Des mots de tous les jours

Et ça me fait quelque chose

Quando mi prende fra le sue braccia, / egli mi parla sottovoce, / desidero una vita in rosa.... / Mi dice parole d'amore, / parole di tutti i giorni, / e, ciò, mi fa un certo non so che....

Marcel è morto da due anni, l'artista intreccia una relazione con Charles Aznavour, ma sarà una amicizia affettuosa da parte di tutt'e due. Altro incidente d'auto, tutt'e due rischiano la vita. Sposa Jacques Pills, cantante, che la lascerà per i suoi eccessi di alcol e droghe che le procureranno una forma molto accentuata di delirium tremens per la quale malattia viene ricoverata a lungo in Ospedale. Continuano i successi, nascono tra le altre canzoni Les amants d'un jour, Gli amanti di un giorno, Mon Manège À Moi che noi conosciamo meglio con il titolo Tu me fais tourner la tête, Tu mi fai girare la testa; e poi "Milord", scritta dal suo nuovo amore George Moustaki.

Charles Dumont cantautore francese, scrive per lei l'ultima canzone importante della sua vita; "Non, Je Ne Regrette Rien", la canzone che sarà e resterà per sempre il simbolo della sua vita.

Le resterà poco da vivere, Edith Piaf è stanca, malata, fisicamente malmessa, una grave forma di artrite deformante l'ha rattrappita tutta, e che le procura sofferenze indicibili.

Cade in coma, una anomala forma di "pace" cui la cantante ha sempre anelato e che adesso ha - seppure malamente - raggiunto.

Voglio qui postare una breve recente poesia di un mio amico poeta, Franco Conti, che ha voluto ricordare la grande piccola cantante così:

EDITH PIAF

(L'existentialisme dans la musique:

Vivre la vie avec passion)

E via

dispiega ancora al vento

il tuo canto infinito

piccolo uccello

dalla grande anima,

hai vissuto una breve stagione

ai confini dell'esistenza

la somma di mille vite

nell'intenso abbandono alla passione.

Penso a te

come a un bianco gabbiano

che solca i mari d'inverno

riscaldato dal sole dell'anima.

Te ne sei andata

dopo un breve volo

con le ali bruciate

dalle intense emozioni

ma la tua voce

canta ancora nel tempo,

canta ancora di una vita in rosa

sotto il cielo di Parigi

e sotto i cieli

dove vivono uomini

che sanno vivere, amare, soffrire.

Oh oui, la tua voce

chante encore et pour tojours

l'ymne à l'amour...

...NOUVEAU EXISTENTIALISME

Nouveau existentialisme

signifie vivre la vie avec passion:

dans l'amour que c'est l'expression de l'ame,

dans l'espace du temps et du monds possibles,

dans le souffle doux des reves qui font susurrer une chanson d'amour...

Franco Conti

(da 'Metamorfosi del divenire: Poetiche di vita' - Cap. IV - Musica: Il canto del-l'anima - pag.92 - Editrice Montedit, 2011)

***

Due suoi amici Simon Berteaut, e il suo recente marito Théo Satrapo, che aveva la metà dei suoi anni, la portano nella villa di Simone sulla Costa Azzurra; qui soffre per mesi, atrocemente; qui muore l'11 ottobre dell'anno 1963; non aveva ancora cinquant'anni. Muore dopo che per una vita intera erano falliti i suoi tentativi di mentire a se stessa per cambiare - nella fantasia - in belle le cose brutte che avevano costellato la sua ingrata esistenza.

Non! Rien de rien

Non! Je ne regrette rien

Ni le bien qu'on m'a fait ni le mal

Tout ça m'est bien égal!

No! Niente di niente / No! Non rimpiango niente

Né il bene che mi hanno fatto né il male / Mi va tutto bene ugualmente!

marcello de santis

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Non si vive di solo vino

17 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Non si vive di solo vino

In un precedente pezzo ho parlato di vino, precisando che l’argomento mi appassiona e che mi piace gustarlo, ora vorrei aggiungere che c’è un altro alimento per il quale sento uguale trasporto e passione. Amo la terra e i suoi prodotti più semplici: pane e vino che sono alla base di tutte le culture antiche. Si sente spesso paragonare una persona buona a un pezzo di pane, questo perché non c’è cibo più importante e fondamentale per una corretta e sana alimentazione. Il profumo del pane appena sfornato mi ispira il ricordo delle bionde spighe mature che a giugno nei campi si piegano sotto il peso dei chicchi, e attiva in me tutti i sensi: mi stimola la vista con il suo colore dorato, l’olfatto col quel profumo unico e inconfondibile, il tatto sfiorandone la crosta ruvida, l’udito quando toccandolo sento il suo “croccante” rumore sotto le dita e, naturalmente, il gusto con il suo sapore che sazia e non stanca. Pane e olio, pane e pomodoro, pane in una bella ciotola di latte fresco, conoscete qualcosa di meglio, di più genuino? Il pane è un cibo antichissimo e la conoscenza casuale di questo alimento risale addirittura al paleolitico, quando si pressavano i chicchi schiacciandoli tra due pietre e la farina così ottenuta veniva mescolata con acqua per formare una poltiglia che si mangiava cruda fino a quando un giorno per caso ne cadde un poco su una pietra rovente e l’uomo, (o forse meglio la donna chissà?) si accorse che il cibo “cotto” cambiava completamente sapore. Gli Egiziani perfezionarono l’alimento con la scoperta della fermentazione e per loro il pane divenne simbolo di ricchezza. Anche i Greci furono bravi panettieri e seppero migliorarlo aggiungendo altri prodotti semplici della terra quali latte, olio, miele, olive e erbe aromatiche, come si fa ancora oggi. Il pane non mancava mai sulla tavola degli antichi Romani. Prima veniva preparato nelle case, mentre in seguito allestirono dei veri e propri forni pubblici, dando inizio alla produzione del pane artigianale. Un’arte sviluppata e promossa perché alla base delle campagne militari dell’antica Roma, in quanto ai legionari veniva data come razione giornaliera pane e formaggio che poteva essere consumata anche durante la marcia. La storia del pane si perde dunque nella notte dei tempi, sempre presente nella corretta alimentazione di tutti i popoli fino ad arrivare ai giorni nostri . Lo conosciamo sotto varie forme, usiamo diversi nomi a seconda delle località in cui viviamo e diventa rosetta nel Lazio o coppia nel ferrarese e ancora piadina in Romagna, pane d’Altamura in Puglia, pane carasau in Sardegna, e si potrebbe continuare l’elenco perché se ne conoscono oltre 200 tipi in tutta Italia.

Concluderò questa amena dissertazione con un breve accenno storico ricordando il famoso agronomo Nazareno Strampelli, marchigiano nato in provincia di Macerata nel 1866 e morto a Roma nel 1942, che fu uno dei più importanti esperti italiani di genetica agricola del suo tempo. I suoi sforzi lo condussero alla realizzazione di decine di varietà differenti di frumento, che egli denominò "Sementi Elette” alcune delle quali ancora coltivate, che consentirono, in Italia e nei paesi che le impiegarono, importanti aumenti nella produzione media per ettaro, con conseguenti benefici sulla disponibilità alimentare delle popolazioni. Contribuì coi suoi studi e le sue sperimentazioni alla riuscita della “battaglia del grano” quando nel 1925 Mussolini decise di promuovere l’autosufficienza nella produzione di tale prezioso cereale e fu nominato membro del Comitato permanente del grano. Mussolini si rivolse a tutti gli accademici per avere un riscontro sulla situazione effettiva nel territorio nazionale, e furono incrementati i finanziamenti per aumentare il numero di addetti alle ”cattedre ambulanti” soprattutto al sud, affidando loro il compito di istituire campi dimostrativi di almeno un ettaro in ogni comune. Lo scopo era quello di aumentare la propaganda e la sperimentazione agraria. Ulteriori finanziamenti vennero poi concessi alle regie stazioni agrarie ed ai vari istituti agrari, e in ogni provincia venne istituita una commissione per la propaganda granaria. Vennero assunti anche importanti provvedimenti per il credito agrario, ai fini di incoraggiare dissodamenti, soprattutto per le aree a coltura estensiva del sud e per quelle appena bonificate delle grandi paludi. Infine un altro decreto introdusse i concorsi a premi tra gli agricoltori per la produzione frumentaria. Soltanto sei anni più tardi, l'Italia riuscì ad eliminare un deficit sulla bilancia commerciale di 5 miliardi di lire e a soddisfare quasi pienamente il suo fabbisogno interno di frumento, inferiore solo di poco alle aspettative perché nel frattempo era aumentata la popolazione. Nello stesso anno l’Italia raggiunse anche un primato internazionale: superò per la produzione di frumento per ettaro gli Stai Uniti che avevano un record fino ad allora considerato ineguagliabile. Nelle scuole per educare i piccoli all’amore verso il grano, si studiava la poesia scritta dallo stesso Mussolini nel 1925: Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della Patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio alla fatica umana.

Non si vive di solo vino
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Le favole cubane di Josè Martì

7 Maggio 2014 , Scritto da driana PediciniA Con tag #recensioni, #adriana pedicini, #gordiano lupi, #fantasy, #saggi

Josè Martì

Fiabe cubane

Ediz. Il Foglio

Narrativa cubana

Traduzione a cura di Gordiano Lupi.

 

“Sono tutte fiabe popolari che a Cuba vengono lette ai bambini. Non esiste persona che non conosca queste storie, raccolte da Herminio Almendros (1898-1974), un editore-scrittore-pedagogo ispano-cubano, noto per aver pubblicato Habia una vez (C’era una volta), il più noto libro di fiabe cubano. Almendros fondò l’Editorial Juvenil, prestigioso antecedente della Editorial Gente Nueva”.G.L.

Le origini della favola si perdono in un lontanissimo passato. Essa trae ragion di essere in quella cultura popolare e politicamente subalterna che nel rapporto conflittuale con i potenti esprime in modo semplice ed immediato le ingiustizie che quotidianamente deve subire.

Tra gli espedienti più comuni utilizzati dai compositori di favole vi è il ricorso a protagonisti tratti dal mondo animale, il che permette di osservare in un modo immediato comportamenti trasferibili al mondo umano. La chiarezza ed immediatezza del linguaggio fiabesco permette di recepire immediatamente la morale di ogni favola, sviluppando un dibattito sui temi evidenziati e su particolari vizi e difetti dell'animo umano sempre in dissidio tra bene e male, tra onestà e disonestà, tra arroganza ed umiltà ecc.

La favola, in quanto racconto fittizio che raffigura la verità in modo metaforico, coinvolge l'attenzione dei bambini e dei ragazzi su molti aspetti della vita, su lati del comportamento umano che, oltre che essere guidati da superiori ideali e valori etici, hanno bisogno di essere chiariti ed interpretati anche da schegge di buon senso, di terrena saggezza, di piccoli ammonimenti che, proprio perché più leggeri, più facilmente si insinuano nell'animo e spingono alla riflessione. E’ solo partendo dall’ osservazione dei comportamenti dei personaggi favolistici e dalla riflessione sui propri che fin dall’età infantile è possibile stimolare l’affettività, il rispetto, l’accettazione dell’altro da sé.

I temi della favola sono diversi e variegati: fatti della vita degli dei o di esseri superiori, degli animali, degli uomini colti nella loro quotidianità; i protagonisti sono spesso animali dotati di intelligenza e di parola umane, ma non mancano anche soggetti della natura inanimata.

Accanto agli animali è presente in questo mondo favolistico una umanità miserevole, colta nei suoi aspetti più dimessi, nella dura realtà del lavoro quotidiano: contadini, pescatori, pastori, rassegnati di fronte alle asperità del vivere, incapaci di trovare scampo ai soprusi della ingiustizia sociale. Ad essi dunque dà voce la favola, che dissimula nella sua contenuta polemica e nel travestimento metaforico dei suoi personaggi "la protesta degli umili" e la disincantata rassegnazione delle classi subalterne.

 

La gallina d’oro

Il mondo si divide in due parti: i lavoratori onesti e gli approfittatori. La vita però non è destinata a diventare un peso per alcuni e un trastullo per altri. Sicché prima o poi chi non si adopera per lavorare non avrà la giusta ricompensa.

 

La piccola rana verde e l’oca.

La favola riprende un motivo caro a Esopo ed è rivolto a tutti coloro che sono agitati da ambizioni sfrenate causate dall’invidia. La natura ha segnato per ciascuno dei limiti e andare oltre porta alla rovina.

 

La margherita bianca

Narra della gioia di vivere, del tripudio all’arrivo della primavera in tutto il suo splendore e della felicità dei bambini all’unisono con la bellezza di fiori e di piccoli animali.

 

La cucarachita Martina.

L’incontentabilità porta fuori strada. La sorte che sembrava la migliore si rivelerà essere la peggiore, per la disobbedienza del topolino alle esortazioni di Martina.

 

Come accadde che il topolino Péres resuscitò.

Talvolta i miracoli accadono davvero, ma non bisogna aspettarseli dall’alto. Bisogna imparare la legge della condivisione sia nel dolore che nella gioia. Tutti i personaggi animati e inanimati hanno condiviso con un segno concreto il dolore di Martina, e, trovata la soluzione, tutti sono stati ampiamente ripagati dalla gioia dell’avvenuta guarigione, gioia che non è stata divisa, bensì moltiplicata e concessa a ognuno, come ricompensa della partecipazione fattiva all’evento.

 

Riccioli d’oro e i tre orsi.

Insegna che la gioia si trova nelle piccole cose

 

Pulcino Pino

Stare in guardia dagli astuti. Non sempre le compagnie sono buone e i consigli disinteressati

 

La gallina Rabona.

Chi non si accontenta del suo perde anche quello che ha. Mai agire in modo disonesto per appropriarsi di quello che non è nostro. Chi la fa l’aspetti!

 

Il gallo al matrimonio.

La cortesia va sempre coltivata, anche quando ci sembra fuori luogo. Non possiamo noi essere giudici degli altri. Pertanto bisogna essere disponibili alla solidarietà

 

Mezzopulcino.

L’egoismo non porta bene. Aiutare gli altri diventa un’occasione per migliorarsi. Rimanere sordi alle richieste di aiuto non consente di averne quando se ne ha bisogno e spesso con l’egoismo siamo proprio noi a metterci in situazioni incredibili e assurde.

 

Non mancano nella prima sezione della raccolta Filastrocche che ammaliano con la rima baciata e con immagini delicate dai protagonisti topici delle fiabe con protagonisti umani (il cavaliere, la gitana) o con animali come in Cucù e nel piccolo raffinato componimento cantilenante La lumaca

Più complessa la struttura e più ricco lo stile nelle Fiabe per Ragazzi.

In “Una monella di nome Nenè” il leitmotiv dell’amore paterno e filiale s’intrecciano con la descrizione della bellezza, del metafisico, della speranza in una vita migliore, e per colorare la tristezza di sottofondo causata da una grave assenza il narratore ricorre all’utilizzo di descrizioni intimistiche delicate, di metafore cariche di significato, di analogie di profondo sentimentalismo.

E poi c’è la vita, quella da scoprire attraverso l’esperienza. E l’esperienza ha i suoi tempi, le sue tappe. La protagonista, come ogni giovane e fertile mente, è assalita dall’ansia di scoprire subito tutto quello che c’è nel libro proibito, un gran librone carico di anni e pesante di vita vissuta che il papà le impedisce di leggere. Lo afferra una notte di nascosto e vi trova la vita nei suoi aspetti fulgidi e strani, proprio come il gigante monocolo dipinto nel libro, fin troppo vicino al ciclope di omerica memoria. Diversi uomini, di varie razze, tentano di risalire faticosamente la lunga barba dell’omone. Fin troppo chiara la durezza della vita per tutti, a qualunque razza si appartenga! Infine l’imponderabile, l’inaspettato, l’uomo nero ignudo, che rappresenta il superamento del limite, l’ubbidienza tradita e forse l’incognita che ci attende quando si devia dalla retta via, una sorta di peccato originale che già inficiò l’umanità di Adamo.

Travolta dal fascino dei colori con cui sono raffigurati nelle pagine seguenti numerosi animali, la protagonista si lascia andare al trafugamento dei fogli e, quasi estraniata, non si accorge del monito del papà sopraggiunto all’improvviso che l’osserva con sguardo accigliato.

La conclusione infine restituisce una bambina provata dal rimorso.

Bebè e il signor Don Pomposo” dichiara che la genuinità di sentimenti positivi appartiene all’infanzia. In un mondo in cui ad alcuni per sorte tocca una vita grama, al contrario di altri più fortunati che ottengono facilmente tutto, spesso gli adulti sono inadeguati a stabilire l’equilibrio e in una falsa torre di bontà dispensano doni a chi non ne avrebbe bisogno, trascurando di guardare oltre. Allora ci pensano i piccoli che in una sorta di slancio naturale mettono in pratica azioni di generosità a favore dei più deboli, soprattutto se bambini come loro.

Anche nella fiaba poetica “Le scarpette rosa”, ricca di descrizioni paesaggistiche e di dettagli personali, sorprende che l’iniziativa dell’atto generoso sia intrapresa da una bambina che rinuncia volentieri alle sue scarpine rosa, a cui tanto la sua mamma teneva, perché un'amichetta molto povera possa indossarle per giocare. Torna a casa a capo chino la bimba, timorosa per le conseguenze della disobbedienza, per giusta causa diremmo! Infatti non solo non verrà sgridata, ma addirittura la mamma l’esorta a far dono alla bimba povera di tante altre cose ancora.

Un quadro vero e proprio, una filigrana preziosa, un lavoro di cesello e ricamo è la fiaba “La bambola nera”. Minuscole pennellate di colore, lampi di luce che danno il senso pieno della descrizione attenta e meticolosa. Tutto è bello, raffinato, curato, le cose come i sentimenti, ma la crepa buia c’è perfino in questo mondo dorato. È ancora una volta la sensibilità della protagonista, una bimba di 8 anni, che in tanta festa per il suo compleanno, non riesce a godere pienamente della gioia dell’evento e dei regali ricevuti. Solo a sera, nel suo letto, ritrova la felicità abbracciando la bambola nera, il suo gioco preferito, da tutti trascurato perché considerato brutto e malconcio. Ancora una volta vien fuori l’amore per gli emarginati, così spontaneo in chi non è stato ancora “diseducato” dalle convenzioni sociali.

Il gambero incantato”. Molto frequente è il tema della incontentabilità umana, e molto fortunato nella tradizione favolistica. Attraverso una serie di episodi narrati con garbo e con dovizia di particolari, l’Autore sottolinea come il parossistico desiderio di possesso, di ricchezza e infine di mutare la propria condizione, alla fine porti alla rovina. Il non rispettare la misura è un grave danno. Ma la favola contiene anche un altro messaggio: il non darla vinta agli sregolati, fronteggiare la loro insaziabilità a qualunque costo, pena la rovina personale. Proprio come ci suggerisce il finale.

Un monito valido da sempre soprattutto nell’educazione dei figli. E’ facile constatare come i giovani di oggi abbiano desiderio, anche in fatto di morale, di punti di riferimento sicuri che con sofferenza talvolta cercano in comportamenti poco coerenti del tessuto familiare e sociale; e che spesso il loro recalcitrare di fronte a consigli e ammonimenti severi è solo un modo per mettere alla prova non tanto se stessi, quanto gli adulti (genitori ed educatori). Un obiettivo, questo, che pare felicemente raggiunto nelle fiabe dell’Autore cubano.

C’è da chiedersi perché le fiabe incontrino in genere tanto favore e perché questo genere letterario sia pratico laddove si cerchi il profumo della libertà.

Sicuramente la narrativa, specie quella di veloce sforzo creativo, di più immediato impatto, come il racconto o la favola, è stato sempre il genere trainante, prodromico alle forme più ampie come il romanzo. Inoltre quando le convenzioni sociali, le limitate libertà impediscono l’autentica estrinsecazione del pensiero, questo si fa scudo della metafora con cui critica la realtà e gli aspetti aberranti di essa, nascondendosi in un generale moralismo che non sempre coglie le peculiarità di una situazione, di un paese, di un popolo. Oppure si corre il rischio che il senso inebriante delle conquiste poco mature “accentui il divario tra l'ideale dei padri e la meschinità del presente, la religiosità e il misticismo un tempo tabù, la solitudine senza prospettive”.

Allora interviene la satira, o con atteggiamento molto più dolce e bonario, ancora una volta la favola.

E sicuramente un ruolo importante nel loro contesto hanno rivestito anche le fiabe di Josè Martì.

Un’ultima nota per evidenziare gli ottimi disegni di Roberta Guardascione e la traduzione straordinariamente ricca di pathos di Gordiano Lupi.

 

Adriana Pedicini

 

Josè Martì (1853 – 1895), considerato l’eroe dell’indipendenza

cubana, morì combattendo contro i colonizzatori

spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore

della poetica modernista (di lui si ricordano

soprattutto i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne

estrapolato il testo canzone Guantanamera). Non fu

solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la

celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico

e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana

passa attraverso l’insegnamento capillare della

sua opera. Nené traviesa è una fiaba pubblicata per la

prima volta sulla rivista La Edad de Oro.

Le favole cubane di Josè Martì
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In giro per l’Italia: i vini di Romagna

27 Aprile 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #saggi

In giro per l’Italia: i vini di Romagna

Foto e testo di Franca Poli

Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:

"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"

E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.

Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.

Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!

Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.

L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.

In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”

Franca Poli

In giro per l’Italia: i vini di Romagna
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