gordiano lupi
Sacha Naspini, "Le case del malcontento"

Sacha Naspini
Le case del malcontento
Edizioni e/o
Pag. 460
Euro 18,50
Parlare di Sacha Naspini è per me facile e complesso, al tempo stesso. Facile perché conosco la sua scrittura da sempre: ero nella giuria di un premio locale quando ho apprezzato uno dei suoi primi racconti e lui non aveva ancora pubblicato niente, sono stato tra i primi a leggere L'ingrato, che ho promosso da editore insieme a I sassi, due delle sue novelle migliori, del respiro adeguato per essere apprezzati in pochi giorni di lettura. Complesso perché in parte considero Naspini una mia scoperta - pure se lui è autorizzato a replicare come Franco Franchi, quando gli chiedevano se l’avesse scoperto Mattòli o Modugno: “Mi ha scoperto soltanto la levatrice!”. Rischio di non essere obiettivo, quindi, ma penso di riuscire a superare questo empasse facendovi assaggiare un breve passaggio della sua scrittura:
“La Maremma ha questo di tremendo: all’inizio si presenta con il muso bello, per entrarti nelle grazie. Poi non ti lascia più, mostrandosi per la belva che è. Un giorno ti accorgi che la provincia ti si è ficcata nelle vene e allora tenti subito un passo d’impulso per scrollartela di dosso. Ma ormai ti hanno legato le stringhe. Quel che ne ricavi è solo una botta di bazza sul sasso della chiesina, tanto per cominciare”.
Oppure:
“Ogni angolo di Maremma è fatto così. Ti urla nel corpo, nel brutto e nel bello. La gente di questa regione ha la pelle dura, specie dal didentro, dove a volte si ispessisce come la cotenna delle bestie. Anch’io vengo da quello stampo”.
E infine:
“Casa vostra sa di brodo e legno ammuffito. Ma c’è anche un aroma di fondo che fa pensare al piscio di gatto, eppure in giro non ce n’è mezzo”.
Sarà perché anch'io son di Maremma, ove uccello che ci va perde la penna, sarà perché certi racconti che profumano di Cassola e Bianciardi passando per Tozzi e Cavoli, ma persino per Vergari e Zannoner, mi entusiasmano e mi commuovono, mi fanno riscoprire le mie radici, ma penso davvero che la vera letteratura di Naspini stia proprio da queste parti. Le sue cose migliori hanno il sapore del pane scuro maremmano, soffrono il sudore dei minatori di Ribolla e le lacrime delle madri che attendono i figli di ritorno dai campi funestati dalla malaria. Ecco perché ritengo, per esempio, Il gran diavolo solo un buon esercizio di artigianato narrativo, ché Naspini è uno sceneggiatore nato, tu gli dai in mano una storia e lui sa scrivere di tutto, mentre Le case del malcontento è letteratura pura. Tutto nasce da L'ingrato (Il Foglio, 2006), con il personaggio del maestro Calamo e la riuscita ambientazione nel paesino immaginario con il coro delle pettegole e delle malelingue, una sorta di breve anteprima del grande romanzo corale prodotto oggi, che contiene tutto l’immaginario narrativo di Naspini. L’autore dà voce alla Maremma ricorrendo a una serie di personaggi che vivono in un paese di fantasia, tra Follonica, Roccastrada, Roselle e Montemassi, insomma un borgo collinare del grossetano, che non esiste ma che potrebbe esistere, visto che rappresenta molti luoghi reali. E i personaggi raccontano in prima persona le loro esistenze, siano il medico, lo scemo del paese, il maestro, la prostituta, una vedova, un contadino... Un esile collante lega le varie storie, ma il protagonista è corale, ogni personaggio è il simbolo di un fallimento, di una sconfitta, di una piaga tutta maremmana. Non ha molta importanza la trama e lo sviluppo finale degli eventi, il colpo di scena - che pure troverete - la parte nera e truce, quel che conta sono le vite narrate, come in una raccolta di racconti maremmani di cassoliana memoria. Un Ferrovia locale contemporaneo, una Vita agra ancor più agra di quella bianciardiana, un podere di Tozzi dipinto a tinte fosche e senza speranza. Naspini va oltre il già detto, s’inventa un linguaggio vero, preso dalla realtà contadina e maremmana, si ispira ai classici ma confeziona un genere nuovo, una novella nera che pesca nell’immaginario delle storie di paese e delle esistenze più grame e derelitte. Ci ha confidato l’autore: “Ho voluto utilizzare il meccanismo narrativo del piccolo che racconta il grande: a Le Case ci sono tante sfumature dell’animale uomo sul pianeta Terra. Le Case è una sorta di istinto collettivo dove sono messe in scena le luci e le ombre dell’essere umano, giocando con tante zone grigie”. Credo che Naspini sia perfettamente riuscito nell'intento, confezionando un romanzo potente e disperato, ricco di personaggi maledetti che ricordano i protagonisti malandati delle canzoni di De André (Non al denaro non all'amore né al cielo) e le lapidi poetiche di Spoon River. Le case del malcontento sono una Spoon River maremmana, un microcosmo complesso di vite e di emozioni, che riassume - superandolo e perfezionandolo - tutto il passato narrativo di Naspini, non solo L’ingrato ma anche I sassi (uno dei personaggi è nato nello stesso paese della protagonista femminile) e I Cariolanti (San Bastiano, il dottore che sega la gamba alla madre…). Le case del malcontento è un romanzo che vedrei bene candidato al Premio Strega, anche per dare un segnale nuovo: tornare a leggere letteratura, che spesso - come il buon vino - è più facile trovare nelle botti dei piccoli e medi editori, ancora profumate di rovere e di sentori boschivi.
Gordiano Lupi
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Neil Gaiman, "Coraline"

Coraline
Neil Gaiman
Adattato e ilustrato da P. Craig Russell
NPE - Euro 12 – pag. 186
Avevamo già visto il film Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick, candidato all’Oscar come miglior pellicola di animazione, basato sul romanzo di Neil Gaiman, quindi conoscevamo la storia che in parte si discostava dal testo narrativo, arricchendolo di personaggi e situazioni. La versione a fumetti non aggiunge novità sensibili, toglie il bambino amico e conserva il gatto nero, ma la vicenda è identica, con una ragazzina intraprendente e sognatrice come Coraline, costretta a vivere in una villa solitaria, soprattutto a fare i conti con i demoni della sua mente - reali o immaginari non è dato sapere - e con genitori alternativi che vivono in una dimensione parallela, oltre una porta magica. Una storia fantastica, a tinte horror, una fiaba nera dove la strega della situazione sfoggia bottoni al posto degli occhi e chi viene catturato si trova a subire identica terribile operazione oculistica. Un fumetto (un film, un romanzo) strano, bizzarro, spaventoso, ma forse il linguaggio del graphic novel stempera la parte horror che nel cartone animato in 3 D era più evidente. I disegni di Craig Russell sono molto classici, come sono classiche sceneggiatura e suddivisione in vignette; suggestivo il colore di Lovern Kindzierski, con un sottofondo rosso porpora dal taglio horror. Storia ben tradotta per NPE da Annunziata Ugas e Smoky Man. Edizione in carta lucida, formato libretto tascabile, molto curata, prezzo economico, considerato che il pocket è tutto a colori, inoltre va pagato un traduttore e i diritti di acquisizione non devono essere stati uno scherzo. NPE è un piccolo grande editore che sta facendo cose buone nel campo del fumetto, tra ben ponderate ristampe di classici italiani e azzeccate novità internazionali. Forse un recupero fumettistico manca all’appello nel quadro editoriale: la produzione Bianconi degli anni Sessanta, primo tra tutti il Braccio di Ferro di Sangalli, un tempo tradotto in tutta Europa. Noi la buttiamo lì come idea. Hai visto mai?
Lexy Mako, "Eight 89 Nine"

Lexy Mako
Eight 89 Nine
Kasaobake – Pag. 150 - Euro 7,90
www.kasaobake.it – info@kasaaobake.it
La cultura giapponese e manga ha conquistato a tal punto l’immaginario dei nostri giovani che promettenti disegnatori s’inventano serial manga ambientati in Giappone, così ben disegnati - a imitazione degli originali - da sembrare veri fumetti del Sol Levante. Tsuburaya e Toriyama si prendono per mano, guardando Tanizaki e Shinka, in questo fumetto scritto e disegnato da una fantasiosa artista italiana che si firma con il nickname made in japan di Lexy Mako. Il fumetto racconta la storia di un disegno che prende vita grazie a un personaggio chiamato Il Disegnatore, un folle individuo che non vuole conquistare il mondo come i cattivi di una volta, il suo scopo è molto più limitato: diventare famoso disegnando fumetti sempre più coinvolgenti e affascinanti. Per far questo ha bisogno di Eight Nine, futura mascotte del sito internet che pubblicherà i disegni, ma deus ex machina di una storia che si sviluppa secondo la miglior tradizione dei manga e degli anime, tra misteriose apparizioni, fantastiche presenze orrorifiche e un inquietante passato dei personaggi. Non siamo che al primo volume di una serie che si presenta abbastanza complessa e che non mancherà di fornire colpi di scena. Lo stile è classico - per quanto può esserlo un manga - disposizione delle vignette stile Marvel anni Settanta con la tavola divisa in 6 - 7 riquadri, a volte persino 9, con rare splash pages (paginoni giganti, iniziali). Bianco e nero con chiari scuri, figure femminili molto ben tratteggiate, personaggi curati e ben delineati nel carattere. Per quanto posso intendermi di fumetto (soprattutto manga) apprezzo una storia avvincente, ricca di colpi di scena che fa venire voglia di proseguire nella lettura. Editore piccolo, ma specializzato nel genere - www.kasaobake.it - che crede nelle giovani promesse del fumetto italiano. Ordinatelo in fumetteria, o sul sito della casa editrice, dotato di un magazzino telematico molto ben fornito. Ne vale la pena.
Gordiano Lupi
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Mario Bonanno, "Ho sognato di vivere"

Ho sognato di vivere
Mario Bonanno
Variazioni sul tema del tempo in Roberto Vecchioni
Stampa Alternativa, 2017 - Grande Concerto
Pag.100 - Euro 14 - Carta patinata/ Foto a colori
Credo di aver letto quasi tutti i libri di Mario Bonanno, che seguo dai tempi in cui dirigeva una bella rivista musicale edita da Bastogi, dedicata alla musica italiana e soprattutto ai cantautori, ma non a musicisti stile Pino Daniele e Claudio Baglioni... solo a cantautori impegnati, i cui testi sono molto vicini alla poesia. Al tempo stesso, ascolto Roberto Vecchioni dal 1970, ho visto il mio primo concerto del professore, a Firenze, al teatro tenda di Lungarno Moro, nel 1985. Fu una cosa stupenda. Ricordo ancora quando prima di cantare Improvviso paese disse che quella canzone la conosceva soltanto lui e che la metteva in scaletta per pochi intimi. La mia ragazza del tempo mi prese per pazzo quando ripresi parola per parola, con le lacrime agli occhi, la musica del cantautore milanese e andai avanti con E’ vero Fulvio/ dimmi che è vero/ quante hai saputo/ prenderne in giro... . Ecco, tutto questo per avvisare che Ho sognato di vivere non è il solito librettino che vi racconta quattro fesserie su Vecchioni, un po' di pettegolezzi, le vicissitudini affettive legate alla singola canzone e l'esegesi della scrittura. No davvero. Questo libro di Bonanno è un saggio profondo e meditato sulla musica di Vecchioni, parte dell'idea che di poesia si tratta - aiutata dalla sonorità delle note - e come tale la spiega, ricorrendo alla filosofia di Bergson e alla letteratura di Borges, alla poesia di Rimbaud e Verlaine, abbandonandosi a meditazioni sul tema del tempo, della morte, della religione e della vita, analizzando parole e rime. Vecchioni è cultura postmoderna in tutti sensi, capace di parlare in una stessa canzone di Carl Barks e Moravia, di Paperino e di Ulisse, dell’Atalanta e del senso della vita. Molte citazioni dai testi - anche i meno noti - di Vecchioni, ti fanno venire voglia di andare a riascoltare l'intera produzione, ma troviamo anche documentate appendici dove leggiamo l'interpretazione autentica del professore che approfondisce le sue stesse parole. Un libro dedicato a chi conosce a fondo l'opera di Roberto Vecchioni, uno dei nostri cantautori più interessanti, un intellettuale - autore di romanzi profondi e di racconti intensi - a tutto tondo, che non presenterà mai il Festival di Sanremo (per fortuna!) ma che (in compenso) l'ha vinto. Non con la sua canzone più bella, che per me resta L'uomo che si gioca il cielo a dadi. Dedicata a tutti i padri del mondo. Il libro costa 14 euro, prezzo poco accessibile per un libro di 100 pagine, ma è in carta patinata e ci sono dieci pagine di foto a colori. Se amate Vecchioni vale la pena, date retta…
Gordiano Lupi
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Radioblog: "Calcio e acciaio" di Gordiano Lupi

Le bocche di leone farcite di burro, panna e alchermes, il pane cotto a legna, i semi di zucca del cinema Sempione e un bambino ormai cresciuto immerso tra i ricordi della sua infanzia che oggi non hanno più lo stesso sapore. Lo scenario è Piombino che, a dispetto del titolo, non si può dimenticare.
Iniziate anche voi con questo piccolo estratto ad assaggiare la storia di Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino di Gordiano Lupi - ACAR edizioni.
Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com
Musica: www.bensound.com
Domenico Vecchioni, "Saddam Hussein"

Domenico Vecchioni
Saddam Hussein
Sangue e terrore a Bagdad
Greco&Greco, 2017 – Euro 12 – Pag. 170
La collana Ingrandimenti di Greco&Greco (www.grecoegrecoeditori.it) si arricchisce di un nuovo titolo divulgativo che appassionerà i numerosi cultori della storia contemporanea. Domenico Vecchioni aggiunge un tassello importante alla sua personalissima storia dei dittatori - che ha scandagliato in lungo e in largo -, un’agile monografia generata dalla costola del recente Tiranni e Dittatori e 20 destini straordinari del XX secolo.
Meglio uccidere un innocente che correre rischi, è la frase inquietante del monarca iracheno che apre il libro come una sorta di monito, come un’epigrafe scritta con il sangue. Una frase che racchiude il carattere deciso e spietato del Rais di Bagdad, aggressore del Kuwait, indomito avversario degli Stati Uniti, quindi leader sconfitto, trascinato nella polvere, annichilito e distrutto. Un potere assoluto, quello di Saddam, che lo poneva al di sopra della legge, in una posizione quasi divina, di sopraffazione nei confronti di un popolo che rappresentava un’immensa riserva di vite umane da sacrificare sull’altare della sua assurda follia. Saddam non era il solo elemento crudele della famiglia, pure i suoi figli Uday e Quassay si sono macchiati di orribili nefandezze, diventando tra gli uomini più odiati del paese per le gesta efferate che hanno caratterizzato la loro esistenza. Il saggio di Vecchioni - scritto in modo semplice e popolare - segue la lezione di Montanelli e Gervaso, si legge come un romanzo, cerca di far conoscere senza sfoggiare inutile erudizione, racconta un percorso politico fatto di violenza e di repressione, condotto con un pizzico di follia, variabile costante in ogni dittatore. Tra le pagine del libro il lettore troverà Saddam uomo, amante, padre, figlio, capo clan, che da potente dittatore esorcizzerà il ricordo della miseria accumulando ricchezze e territori. Vecchioni racconta la megalomania di un tiranno, il suo potere assoluto, spiega il motivo per cui si è trovato a capo di una nazione potente e fa capire tutti i retroscena della disfatta. Un testo utile per apprezzare un passaggio decisivo della nostra storia contemporanea, un nuovo importante tassello storico scritto da un ex ambasciatore che qualche dittatore l’ha conosciuto molto da vicino.
Gordiano Lupi
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Zerocalcare, "Macerie prime"

Zerocalcare
Macerie prime
Bao Publishing, 2017 - Euro 17 – Pag. 190
Ho già parlato del fenomeno Zerocalcare, che va ben oltre il mondo del fumetto, nato dal frequentatissimo blog zerocalcare.it, passato su carta con una serie di libri che hanno decretato la fortuna di Bao Publishing e il successo dell’autore. Sto parlando de La profezia dell’armadillo (uscito anche in un’inedita artist-edition), Un polpo alla gola, Ogni maledetto lunedì, Dodici, Dimentica il mio nome, L’elenco telefonico degli accolli, Kobane Calling e adesso questo Macerie prime, che promette una seconda parte in uscita a maggio 2018. Zerocalcare è nato ad Arezzo nel 1983 e ha pubblicato tutti questi libri dal 2012 a oggi, trovando il tempo di essere candidato al Premio Strega con Dimentica il mio nome, per fortuna senza vincerlo. Ho già ammorbato abbastanza i miei venticinque lettori con tutti i dubbi che mi assalgono quando vedo un fumetto candidato al Premio Strega, ragion per cui vi risparmierò il pippone sulla diversità dei linguaggi tra arte grafica e letteratura. Resta il fatto che Zerocalcare non è Gipi (altro fumettista stregato), perché la sua opera è complessa e articolata, racconta una vita, un mondo giovanile visto dall’interno, narra l’adolescenza e la difficoltà di crescere, parla di amicizia, amore, borgate, droga, politica, difesa dei diritti umani, bullismo, oppressi che si ribellano e un sacco di altre cose, tutto con grande leggerezza. Leggete Zerocalcare e vi sembrerà di assistere a un film di Nanni Moretti, versione giovanile, magari il Moretti di Ecce Bombo e Io sono un autarchico. Zerocalcare compone arte letteraria e grafica raccontandoci gli affari suoi, ma lo fa talmente bene che diventano pure nostri, anzi di tutte le persone che ci circondano. L’intera vita di Zerocalcare si trasforma in opera d’arte, i suoi dubbi sono i nostri dubbi, la sua incapacità di comprendere gli altri e di essere sempre come ti vorrebbero, è la nostra stessa incapacità. Straordinaria ed esemplificativa la parabola del vecchio e del bambino che compiono un viaggio insieme al mulo: qualunque cosa faccia il padrone del mulo, ci sarà sempre chi avrà qualcosa da dire, sia che resti a piedi il bambino, il vecchio, oppure entrambi. Affrontare la vita secondo le proprie idee, non curandosi del giudizio degli altri, è la sola possibile soluzione. Zerocalcare compie forse un passo indietro, dopo lo straordinario Kobane calling, libro inarrivabile per la grandezza della storia e per la profondità dell’esperienza, ma torna con diligenza ai suoi personaggi, al suo piccolo mondo di Rebibbia, dove qualcuno si sposa, altri attendono un figlio e lui cerca di svicolare da impegni che non vorrebbe prendere, ma ogni tanto resta coinvolto in serate che gli procurano soltanto guai. Zerocalcare racconta la vita, il quotidiano, estrapola la materia letteraria dalle cose che gli accadono, giorno dopo giorno, drammatizzandole con umorismo e ironia. Le sue storie ricordano i migliori momenti della commedia all’italiana, ci fanno capire come siamo diventati, ci spingono a ridere dei nostri stessi difetti. Non credo di bestemmiare se affermo che Zerocalcare è letteratura italiana contemporanea. E della migliore.
Gordiano Lupi
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Le pubblicazioni di Rill - Riflessi di Luce Lunare AAVV - Davanti allo specchio Davide Camparsi - Tra cielo e terra

La memoria, come dice Proust, è un cassetto strano, è selettiva, conserva e ripropone solo quello che le fa piacere, a volte persino confonde date, persone ed eventi. Tutto segno del tempo che passa e noi lì a ricercare quelle madeleines del tempo passato che non torna, ma che pure è stato il tempo migliore della nostra vita. Ecco, tra gli incontri più belli che ho fatto nella mia vita c'è stato quello con i ragazzi - ormai cresciuti! - del Gruppo Rill, una conoscenza casuale, dovuta alla mia partecipazione al concorso per racconti fantastici, che celebra in questo periodo i 25 anni. Dopo quel racconto sono entrato a far parte della giuria, insieme a un sacco di nomi importanti, io, piccolo scrittore di provincia, con la esse minuscola, che quasi non si vede. Tra quei giurati mi fa piacere ricordare il grande Franco Cuomo, che non è più con noi, ma restano i suoi libri. Alberto Panicucci è il motore di Rill, infaticabile organizzatore di concorsi ed eventi, con il suo gruppo ha mandato avanti per anni una bella manifestazione ad Anagni, dove conobbi un altro compagno di viaggio che non è più con noi, il grande Luciano Comida. Ah, cominciano davvero a essere troppi gli amici scomparsi e non è un buon segno...
Dovevamo parlare di libri, che forse è meglio. Rill non è un editore, ma ogni anno pubblica un volume antologico con i vincitori del concorso, curato da Edoardo Cicchinelli e Francesco Ruffino, oltre al solito Panicucci. Il volume del 2017 è intitolato Davanti allo specchio, fa parte della collana Mondi Incantati, ed è stato presentato alla Fiera del Fumetto di Lucca, che ormai tutti chiamano Lucca Comics & Games Heroes. Nel volume troverete alcune perle del fantastico underground (ché in Italia il fantastico è solo underground! Chi lo pubblica?): Davanti allo specchio di Valentino Poppi, il vincitore del concorso che dà il titolo al libro, Quando gli animali parlavano di Davide Camparsi (autore straordinario), Questione di previdenza di Nicola Catellani, Il dolore del pianto di Nicola Filippi, A casa del Diavolo di Laura Silvestri, L'amico speciale di Giorgia Cappelletti. Completano il libro alcune opere internazionali, tratte dai gemellaggi del Trofeo Rill: Una strizzatina d'occhio e un sorriso di Gary Kuyper (Sud Africa), Fujino, Takane e Kanoko di Maria Antonia Martì Escayol (Spagna), La Morrigan di Stewart Horn (Regno Unito), Qualcosa di davvero orribile di Xanthe Knox (Australia), Per l'amor del Cielo di Robert O' Rourke (Irlanda). Infine troviamo le opere de La sfida, concorso parallelo al Rill, con lavori di Francesco Nucera, Alain Voudì, Giorgia Cappelletti ed Emiliano Angelini. Davvero un bel libro, al quale ognuno di voi lettori amanti del fantastico potete provare a partecipare, proponendo le vostre opere per il Rill 2018. Un autore molto valido scoperto dal Trofeo Rill è senz'altro Davide Camparsi, che esce con una pregevole antologia di racconti intitolata Tra cielo e terra, che raccoglie le cose migliori dell'autore veronese, nato nel 1970, in tema di narrativa fantastica breve. Camparsi ha vinto un sacco di premi, pure io sono rimasto incantato dalla sua prosa e da una fervida fantasia, che si ispira ai classici del fantastico, tanto da pubblicare un suo romanzo breve (Tre di nessuno, 2017) con Il Foglio Letterario. Tra cielo e terra si compone di dieci racconti nei quali il fantastico si confonde con il reale, quasi un real maravilloso, da lezione latinoamericana, ma anche un neorealismo magico alla Zavattini. Ricordo – per completezza di informazione – che Camparsi ha una pubblicazioni edita da Delos Digital: L’Angelo dell’Autunno (romanzo fantasy) e una da Dbooks.it: Di Carne, Acciaio e Dei (racconti di fantascienza). Bravo Camparsi, che meriterebbe un grande editore (esistono ancora?) e bravi i ragazzi (cresciuti) di Rill, che oltre tutto vendono i loro libri - eleganti, coloratissimi e ben stampati - a soli dieci euro. In tempi di crisi è un incentivo anche questo...
Gordiano Lupi
Enzo Palladini, "Dimmi chi era Recoba"

Enzo Palladini
Dimmi chi era Recoba
Edizioni Incontropiede, 2017
– Euro 14,50 – pag. 130
Edizioni Incontropiede ha un catalogo straordinario di opere sul calcio, unico editore in Italia a pubblicare libri sullo sport più popolare del mondo, siano romanzi, raccolte di racconti o biografie narrative. Adesso esce in libreria - ma cercatelo su Internet ché per i piccoli editori spesso la libreria resta un sogno - Dimmi chi era Recoba di Enzo Palladini, giornalista del Corriere dello Sport e dal 2002 di Premium Sport, che ha già pubblicato un’interessante guida calcistica di Lisbona e altri volumi a tema football. Il testo è introdotto da Massimo Paganin che ricorda le giocate del compagno di squadra paragonandole ai guizzi di un genio incompreso e ai movimenti di una Play Station. Recoba era genio e sregolatezza, come ogni campione, dotato di tecnica sopraffina rendeva grande la sua Inter quando era in forma e aveva voglia di giocare, la faceva precipitare nel baratro quando attraversava un periodo nero. Gli allenamenti non erano la sua passione, da buon latinoamericano preferiva il palleggio, lasciando la parte atletica ai portatori d’acqua, ma era un uruguagio e quindi lottava senza protestare per i falli subiti, anzi, se poteva, reagiva. La sua fortuna è stata quella di aver giocato in tempi che potevano prescindere dalla parte atletica, ché nel calcio di oggi sarebbe impossibile. Chino - questo il suo nomignolo, pronunciato Cino, alla spagnola - è entrato nella leggenda calcistica, come i Beatles in quella musicale, sembra ammiccare il titolo ispirato a una stupenda canzone degli Stadio. I problemi del calciatore sudamericano si chiamano squalifiche, infortuni, incomprensioni con allenatori, ma resterà in eterno un gioiello di casa Moratti. Il Presidente interista era il suo primo tifoso, sempre pronto a difenderlo, nonostante il sovrappeso, la poca forma fisica e la nomea ormai acquisita di fancazzista. Recoba e i suoi gol da centrocampo hanno segnato un’epoca, sono stati i primi anni Duemila nerazzurri, come il suo modo di mangiare assurdo, da campione che ignora le regole dietetiche ed è pronto a tutto, persino a falsificare un passaporto. La leyenda nacional si conclude il 31 marzo del 2016, al Parque Central di Montevideo, lo stadio del Nacional, nel corso di una serata di calcio, follia e spettacolo. Proprio come era Recoba. Enzo Palladini ricorda con passione e competenza la vita e le gesta del campione uruguagio, la sua esistenza scellerata, in agili capitoli che sembrano tanti racconti calcistici, aggiungendo tracce in appendice su Paco Casal (il procuratore del Chino), appunti sugli uruguagi in Italia e annotazioni sentimentali sul cuore del campione. Postfazione di Arcadio Ghiggia, per concludere che se il Chino si fosse allenato davvero, come dovrebbero fare i calciatori veri, avrebbe frequentato l’Olimpo del calcio per molti anni. Non l’ha fatto, anche perché se l’avesse fatto non sarebbe stato Recoba. Un libro da leggere, se amate del calcio, ancor più se - come me - siete interisti da tre generazioni.
Gordiano Lupi
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Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo, "Uomo Faber"

Uomo Faber
Fabrizio Calzia - Ivo Milazzo
DeAgostini, 2017
Euro 19,90 – Pag. 112
Formato 210 X300, cartonato a colori
http://www.edizioninpe.it/product/uomo-faber/
Un libro che non mi potevo perdere. Fabrizio De André è stato il mito della mia adolescenza da umile figlio di operai, scoperto quasi per caso nel salotto buono di un amico ricco che ascoltava Lucio Battisti. Ricordo ancora le sue parole, mentre scorrevano le note di Non al denaro, non all’amore né al cielo - album stupendo ispirato dalla lettura dell’Antologia di Spoon River di Edgard Lee Master -, parole indimenticabili, per quanto erano intrise di scarsa cultura letteraria: “Questo disco è troppo triste. Me l’hanno regalato. Lo tengo solo perché magari a qualcuno piace!”. Erano i tempi che s’invitavano gli amici a sentire lo stereo, erano i tempi che si facevano le feste danzanti in casa con le ragazzine e i compleanni senza affittare le sale. Erano i tempi in cui il massimo della musica melodica era Modugno, tanto tanto Morandi e Battisti, i vecchi ascoltavano ancora Claudio Villa. Grande rispetto, per carità. Ma quel disco emanava una potenza inarrivabile, era lontano anni luce dalla musica che si ascoltava in Italia nel 1975. Fu così che conobbi De André e la mia vita non fu più la stessa. Non sto esagerando, ché ancora oggi mi trovo a scrivere e a citare brani di sue canzoni accanto a frasi di Marcel Proust e di Cesare Pavese. Non c’è differenza, a mio parere. Non al denaro, non all’amore né al cielo fu il primo incontro tra me e il grande genovese cantore di Via del campo, subito dopo arrivarono La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Valzer per un amore, La città vecchia, Delitto di paese… e tutti gli altri. Ricordo d’un tratto mio padre: “Questo ce l’ha con tutti”. Era vero, papà, ce l’aveva con tutti, ce l’aveva con la vita, ce l’aveva con noi stessi, perché come Pasolini sapeva quel che saremmo diventati. Era un veggente, come tutti i poeti veri, fatti della stessa sostanza delle loro parole, come chi prova a vivere come le cose che dice. E poi hai dovuto cambiare opinione anche tu, prima di morire, pure se c’è voluto Andrea e quel sognante ritmo latino che tanto ti piaceva. Grande Fabrizio De André, quanto ci manchi, anche se ci sono rimaste le tue musiche, i tuoi testi intensi, i libri che scrivono a raffica sulla tua vita e sulle tue opere. Ecco, tra tutti i libri che ho letto su De André credo che Uomo Faber sia quello che al cantautore genovese sarebbe piaciuto di più, perché non segue una consequenzialità logica, ma è onirico e fantastico, proprio come la sua musica. Testi ispirati di Càlzia che si rifanno al repertorio artistico di De André ripercorrendo fasi della sua vita, inserendo incontri, brani di canzoni, personaggi, episodi tristi e felici. Il rapporto padre - figlio (costante della vita di De André) è sviscerato fino in fondo, in versione figlio e in versione genitore, con tutte le difficoltà che lo caratterizzano. Si finisce per capirci solo quando non ci siamo più, solo quando siamo morti, sembra dire l’autore. Ivo Milazzo - tra l’altro creatore di Ken Parker - mette al servizio del racconto tutta la sua arte grafica, a base di acquerelli pittorici e di suggestivi bianco e nero che raccontano il passato. Nicola Pesce è un editore che se non ci fosse andrebbe inventato, perché pubblica piccoli capolavori, veri e proprio gioielli della poesia a fumetti, ma anche saggistica alternativa straordinaria. Basta sfogliare il suo catalogo: Storia del metal a fumetti, Storia del rock a fumetti, Jacovitti Proibito Kamasultra, Diabolik - I Numeri 1, un sacco di classici italiani dimenticati, ma anche giovani autori da scoprire (Agata Matteucci, su tutti e le sue leggende metropolitane). Uomo Faber è una delle cose più emozionanti che mi sia capitato di leggere in questi ultimi tempi, tra i volumi a fumetti che affollano la mia biblioteca, ma non solo, ché fumetti come questo sono arte, poesia, letteratura. Non perdetelo, se amate De André.
Gordiano Lupi
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