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gordiano lupi

A proposito di tutte queste signore (1964) di Ingmar Bergman

1 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

A proposito di tutte queste signore (1964) di Ingmar Bergman

A proposito di tutte queste signore (1964)
di Ingmar Bergman

Titolo Originale: För att inte tala om alla dessa kvinnor. Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Erland Josephson, Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren, Charles Redland, brani da Suite n. 3 in C maggiore, Suite n. 3 in D minore di J. S. Bach, Adelaide di L. V. Beethoven, La Belle Hélène di Offenbach, Thaïs di Massenet, Yes! We have no bananas di Frank Silver e Irving Cohen. Suono: P. O. Petersson, Evald Andersson. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: INDIEF. Riprese: 21 maggio - 24 luglio 1963 (giardini di Norviken, Båstad, studi Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 15 giugno 1964. Durata: 80’. Origine: Svezia, 1964.

Interpreti: Jarl Kulle (Cornelius), Bibi Andersson (Bumblebee, Chimera nella versione italiana), Harriet Andersson (Isolde), Eva Dahlbeck (Adelaide), Karin Kavli (madame Tussaud), Gertrud Frid (Traviata), Mona Malm (Cecilia), Barbro Hiort af Ornäs (Beatrice), Allan Edwall (Jillker), Georg Funkquist (Tristan), Carl Billquist (un giovane), Jan Blomberg (reporter della radio inglese), Göran Graffman (reporter della radio francese), Jan-Olof Strandberg (reporter della radio tedesca), Gösta Prüzelius (reporter della radio svedese), Ulf Johanson, Axel Düberg, Lars-Erik Liedholm (uomini in nero), Lars-Owe Carlberg (autista), Doris Funcke, Yvonne Igell.

A proposito di tutte queste signore è una commedia brillante fortemente voluta da Allan Ekelund per conto della Svensk Filmindustri, poco amata da Bergman che la considerava un film minore, un divertissement, scritto insieme a un attore storico come Erland Josephson (non impegnato nel cast). Niente a che vedere con opere drammatiche e intense del calibro di Luci d’inverno (1963) e Il silenzio (1963), di poco precedenti, né con il successivo Persona (1966), lavori più sentiti e spontanei, senza dubbio più urgenti da un punto di vista intellettuale e profondamente bergmaniani. Il regista scrive parole molto dure su Immagini (Garzanti, 1992) nei confronti della sua opera: “Si fece solo perché la Svensk Filmindustri aveva bisogno di guadagnare. Quel che diventò poi - ossia un film completamente artefatto - è un’altra storia”. Il direttore della fotografia, Sven Nykvist, si trovò per la prima volta a realizzare una pellicola a colori, lo fece con grande tecnica, usando da vero maestro l’Eastmancolor, ma sul lavoro nutriva le stesse perplessità del regista. A suo parere Bergman non lasciò niente al caso, realizzò un prodotto tecnicamente esemplare, persino troppo perfetto, ma privo di anima. “Mi dettero 6.000 metri di pellicola solo per fare delle prove. Seguimmo il manuale alla lettera. Fu il nostro errore più grande. Mago (1926 - 2008, con Bergman da Una vampata d’amore - 1953, fino a The Image Makers – 2000, nda) realizzò dei costumi eccellenti, le scenografie erano ottime, sfruttavano in pieno ogni possibilità data dal colore, l’ambientazione nella villa neoclassica priva di difetti, ma il film sembrava morto”, afferma Nykvist nel suo libro Nel rispetto della luce. Cinema e uomini (Lindau, 2000).

Forse Bergman e Nykvist sono troppo duri nel criticare un’opera che - pur restando minore nell’economia della produzione del maestro svedese - presenta elementi di sicuro interesse. Il film critica il rapporto dialettico tra critico e artista, ironizza in maniera efficace e usa un velenoso sarcasmo per demitizzare la figura del genio e per descrivere la macchietta del critico arrogante. La commedia è ambientata negli anni Venti. Cornelius (Kulle) è un critico che si reca alla villa neoclassica di madame Tussaud (Kavli), dove vive e lavora il grande violoncellista Felix (una sorta di Godot che non si vede mai in volto), contornato da tutte le sue donne. Il critico vorrebbe scrivere la biografia di un genio, ma in cambio dell’immortalità che la sua opera garantirà, vuole che il musicista esegua un’opera mediocre da lui composta (Sogno di pesce o Astrazione 14). Bergman ci presenta in maniera molto spiritosa e grottesca la moglie Adelaide (Dahlbeck), ma anche le cinque amanti: Chimera (Bibi Andersson), Isolde (Harriet Andersson), Traviata (Fridh), Cecilia (Malm) e Beatrice (Hiort). Il personaggio più caricaturale resta il critico Cornelius, pieno di boria e supponenza, ma sempre pronto a infilarsi nel letto delle amanti del maestro. Bravissimo Jarl Kulle a tratteggiare il suo carattere - quasi una macchietta - servendosi di tic e mossettine che fanno parte del suo patrimonio recitativo. Comicità slapstick, da cartone animato, ma anche citazioni dalle comiche del periodo muto a base di torte in faccia e di divertenti qui pro quo che vedono protagonista lo sciocco critico munito di una lunga penna d’oca e di un quaderno. Il nerbo del film sta tutto nelle disavventure fumettistiche del critico e in alcune parti da pochade costituite dagli incontri erotici con le amanti del violoncellista che vivono nella villa. Il critico scambia il maggiordomo per Felix, rischia di far cadere una statua, sfugge a un colpo di pistola sparato da una donna gelosa, fa esplodere fuochi d’artificio, si traveste da donna… insomma, ne combina di tutti i colori. Purtroppo il maestro muore proprio il giorno in cui Cornelius lo aveva convinto - nonostante la contrarietà della moglie - a suonare la sua pessima composizione. Il finale vede il critico in primo piano mentre illustra a tutti la sua opera biografica, ma il capitolo sulla vita intima del maestro è scomparso, perché la moglie l’ha trafugato. Il potere del critico d’inventare fenomeni - insieme al gruppo di donne rimaste vedove - resta immutato, perché Cornelius decide di occuparsi di un giovane violoncellista e di farlo diventare famoso. Divertente e originale l’ultima sequenza con Cornelius intento a scrivere la nuova biografia mentre dice, rivolto al pubblico: “Il film è finito”.

A proposito di tutte queste signore è un grande investimento per la Svensk Filmindustri, un milione e settecentomila corone svedesi, ripagato dal buon successo commerciale. Un film che ha come elemento portante la critica viscerale nei confronti dello strapotere dei critici, messi alla berlina utilizzando la macchietta ridicola e maligna di Cornelius. Satira e sarcasmo verso i critici che costruiscono il successo degli artisti, ma anche sberleffo contro il narcisismo e il profondo egoismo degli artisti. La vanità fa parte tanto del patrimonio negativo del critico quanto dell’artista, visto che quest’ultimo tenta di emularlo anche nel campo delle conquiste femminili oltre che in quello della musica. Straordinaria la fotografia a colori, ottimi i costumi, stupenda la location e la scenografia, divertenti le coreografie che intervallano la recitazione con gli attori che spesso sembrano impegnati in una grottesca commedia musicale. Bravissimi gli interpreti, istrionici al punto giusto, ma su tutti svetta il protagonista maschile, Jarl Kulle, sempre sulla scena con una caratterizzazione comica del personaggio ai limiti dell’eccesso. A tratti ricorda Groucho Marx, specie quando si aggira per le stanze con un sigaro cubano tra i denti, ma anche Ridolini, Stan Laurel e Oliver Hardy, quando mette in scena ridicoli inseguimenti con l’avversario di turno. Gustosi i riferimenti al cinema muto, con le scritte ironiche: “Ogni rassomiglianza tra questo film e il cosiddetto mondo reale è da considerarsi un fraintendimento”, “Questi fuochi non vanno interpretati simbolicamente”… Da citare alcune affermazioni sarcastiche come: “Un genio è chi riesce a far mutare opinione a un critico”. Una commedia brillante, a metà strada tra farsa e commedia sofisticata, molto teatrale, leggera, girata quasi tutta in interni, senza complicazioni narrative. Un lungo flashback è l’espediente utilizzato per raccontare gli ultimi quattro giorni di vita del violoncellista. Ottime diverse parti oniriche, girate in bianco e nero, ma anche con una fotografia che modifica il colore stemperandosi in toni sempre più soffusi. La censura non è sbizzarrita sul film perché il regista si è più volte autocensurato, per esempio inserendo un tango al posto di un rapporto sessuale, anche se - in una sequenza successiva - un seno nudo malandrino esce fuori da una vasca saponosa, ma forse il censore era distratto. Bergman non si smentisce e realizza una commedia di donne, gineceo di un protagonista grottesco e di un’entità incorporea, ma fa capire che ancora una volta è interessato a esplorare il pianeta femminile, mentre riserva agli uomini il giudizio peggiore. Un film formalmente perfetto ma senz’anima.

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Calcio e Acciaio

28 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Calcio e Acciaio

Gordiano Lupi - CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
Acar Edizioni – Euro 15 – Pagine 200 – Distribuzione Nazionale A
LI

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.

“Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

Dopo tanti anni Piombino era ancora una volta il centro del suo mondo. Lo Stadio Magona aveva preso il posto di San Siro, le duecento persone domenicali che seguivano la squadra locale erano il suo nuovo pubblico, anche se i dribbling si facevano sempre più rari e le azioni più lente. Giovanni si preparava con scrupolo alle gare, spingeva i giovani a dare il meglio, insegnava, come un allenatore in campo che dispensava anni di esperienza”.

“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.

“Canali di Marina dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne, la luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di Montale, io che recitavo La casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro battuto del Porticciolo e bagnava le mura del vecchio ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori, mentre in Cittadella mi fermavo a guardare il mare in attesa di un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie”.

“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con La Stampa di Torino. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz e Yoani Sánchez. Ha pubblicato molti libri monografici sul cinema italiano. Tra i suoi lavori: Cuba Magica conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Almeno il pane Fidel Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Mi Cuba (Mediane, 2008), FelliniA cinema greatmaster (Mediane, 2009), Una terribile eredità (Perdisa, 2009), Fidel Castro biografia non autorizzata (A.Car, 2011), Yoani Sánchez In attesa della primavera (Anordest, 2013). Tra i suoi ultimi progetti c’è una Storia del cinema horror italiano in cinque volumi. Cura la versione italiana del blog Generación Y della scrittrice cubana Yoani Sánchez e ha tradotto per Rizzoli il suo primo libro italiano: Cuba libre Vivere e scrivere all’Avana (2009). Ha tradotto – per Minimum Fax – La ninfa incostantedi Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

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Tulpa – Perdizioni mortali (2012) di Federico Zampaglione

25 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tulpa – Perdizioni mortali (2012)  di Federico Zampaglione

Tulpa – Perdizioni mortali (2012)

di Federico Zampaglione

Regia: Federico Zampaglione. Soggetto: Dardano Sacchetti. Sceneggiatura: Giacomo Gensini, Federico Zampaglione. Fotografia. Giuseppe Maio. Montaggio: Marco Spoletini. Effetti Speciali: Leonardo Cruciano (trucco), Bruno Albi Marini (visivi). Musiche: Fedrrico Zampaglione, Andrea Moscianese (The Alvarius). Edizioni Musicali Emergency - Music Italy Deriva. Costumi: Ginevra Polverelli. Arredamento: Giampietro Preziosa. Scenografie: Maria Luigia Battani. Suono in Presa Diretta: Adriano Di Lorenzo. Aiuto Regia: Leopoldo Pescatore. Produzione: Maria Grazia Cucinotta, Giovanni Emidi, Silvia Natili (Italian Dreams Factory). Coproduzione: Giulio Violati (Seven Dreams Productions). Casting/ Operatore alla Macchina. Federico Zampaglione. Location: Eur, Parco Divertimenti Roma 70, Belladonna Club, Libreria Il Seme SRL.

Interpreti: Claudia Gerini (Lisa), Michele Placido (Massimo Roccaforte), Michela Cescon (Giovanna), Nout Arquint (Kiran) Giulia Bertinelli (Paola), Laurence Belgrave (Gerald), Vincenzo Failla (uomo grasso), Ivan Franek (Stefan), Emanuela Di Bari (buttafuori), Simone Castani (corriere), Christiane Grasse (barbona), Chopin Yohann (Chopin), Pierpaolo Lovino (Max), Piero Maggio (Ivan), Giorgia Sinicorni (ragazza bondage), Cnusula Stafida (Giulia), Achille Sganga (suonatore), Barbara Lisa Silva (donna sogno), Ennio Tozzi (Terry), Federica Vincenti (Marla).

Tulpa - Perdizioni mortali (2012) è l’ultima opera di Federico Zampaglione, presentata al Frightfest di Londra, basata su un soggetto originale di Dardano Sacchetti e interpretata da una disinibita Claudia Gerini. Il film non ha niente a che vedere con il precedente Shadow, eccellente horror d’atmosfera. Tulpa è un thriller eccessivo, inquietante, ricco di suspense, estremo nelle sequenze erotiche, molto gore nei delitti, ben realizzato nelle parti di azione e per quel che concerne gli effetti speciali. Zampaglione cita a piene mani il cinema italiano del passato, soprattutto il giallo erotico, il thriller alla Dario Argento, Sergio Martino, Lucio Fulci e Mario Bava. Il killer indossa cappellaccio, impermeabile nero e impugna un coltello da macellaio, inoltre il regista lo inquadra spesso in soggettiva mostrando i delitti dal suo punto di vista. Tulpa è stato girato in digitale e recitato in lingua inglese per avere maggiori possibilità di distribuzione nei paesi anglofoni. Purtroppo il doppiaggio italiano non è esente da pecche. Gianmarco Tognazzi doveva far parte del cast, ma si è ritirato dal progetto ed è stato sostituito da Tozzi; le poche parti già girate dall’attore sono state sostituite con nuovo materiale.

Vediamo la trama. Lisa (Gerini) è una donna in carriera con un singolare hobby notturno che pratica al Tulpa, club privè dove tutto è permesso: sesso di gruppo, amori lesbici, rapporti sadomaso, bondage, un locale gestito da Kiran, figura misteriosa di santone buddista (Nout Arquint, il Caronte di Shadow). Lisa evade dal quotidiano di manager - braccio destro di un ingessato Michele Placido - e frequenta il locale dove sfoga una libido repressa. Un misterioso assassino vestito secondo la miglior tradizione del thriller italiano, uccide uno dopo l’altro i frequentatori del Tulpa che hanno avuto rapporti con la donna. Il club privè è un tempio del sesso dotato di regole ferree: i frequentatori non devono conoscersi, si trovano solo per condividere erotismo, portando all’ennesima potenza l’idea bertolucciana di Ultimo tango a Parigi. Claudia indaga sulle identità di alcuni per capire che cosa sta accadendo e chi può essere in pericolo, ma il killer potrebbe essere anche un rivale che lavora nella sua stessa azienda. Dieci piccoli indiani versione corretta al macabro, in fondo, perché i delitti sono terribili e ben riprodotti. Citiamo la ragazza legata a una giostra e sfregiata con il filo spinato, l’omicidio con la padella di olio bollente, l’uomo crocifisso e perforato a colpi di trapano, la vittima massacrata e divorata dai topi. Tulpa è un vero e proprio giallo estremo che si risolve solo alla fine, capace di inchiodare lo spettatore alla sedia per sapere chi sia l’assassino e quale molla lo spinga a uccidere in modo così efferato. Il killer è l’amica Giovanna (Cescon), folle innamorata di Lisa che non sopporta di vederla impegnata in giochi erotici al Tulpa. Il finale è ricco di suspense, converte il thriller in horror, perché a eliminare l’assassino è un demone liberato dalla sua stessa follia, l’ectoplasma del sacerdote del Tulpa che si materializza e uccide. Un buon lavoro, in definitiva, che gran parte della critica ha stroncato forse per eccesso di aspettative dopo aver visto un’opera originale come Shadow. Gli attori sono un po’ svogliati. Michele Placido pare chiedersi che cosa ci stia facendo lì in mezzo e anche Claudia Gerini - a parte le sequenze erotiche e le scene thriller - recita pessimi dialoghi. La parte thriller - horror è ottima, quel che manca è la cornice, il contenitore degli effetti speciali e degli efferati omicidi. Musica ottima, curata dal regista, cantante dei Tiro Mancino, e da Andrea Moscianese; bella fotografia romana, montaggio serrato, suspense a buoni livelli. Ottime parti oniriche di taglio horror, credibili le sequenze erotiche - pure le più estreme - con una Gerini mai così nuda e disinibita. Il rosso è il colore dominante di tutte le parti erotiche che abbondano in amori lesbici e rapporti a tre. Le soggettive ricordano il miglior Dario Argento, alcune sequenze fanno venire a mente opere come Thrauma e Profondo Rosso. Gli eccessi gore, soprattutto gli occhi estirpati e inquadrati in primo piano, le dita recise, i coltellacci che squartano le carni, ricordano analoghe sequenze girate da Lucio Fulci. Alcuni rimandi all’esoterismo caro al Dario Argento prima maniera sono indispensabili per comprendere il finale. Il tulpa sarebbe un’essenza liberata dal nostro karma, secondo il buddismo tibetano e in particolari situazioni potrebbe dare vita a demoni sanguinari.

Manlio Gomarasca su Nocturno (numero 120 - agosto 2012) scrive: “Zampaglione si dimostra pienamente a suo agio nel manovrare gli stilemi del genere e riesce nella difficile ricerca di equilibrio tra reale e surreale. Da profondo conoscitore del giallo all’italiana, dosa con sapienza e mestiere sangue, sesso ed erotismo. Il suo modello è Argento, ma alcune morti hanno il sapore sadico e assurdo del miglior Fulci (la mano di Sacchetti si sente)”. Possiamo soltanto condividere la corretta analisi del noto critico milanese. Zampaglione si conferma una promessa del nostro cinema di genere, non solo imitatore del passato, ma anche interprete moderno e pieno di ritmo di nuove storie macabre. Dardano Sacchetti, da noi avvicinato, ha detto: “Io mi sono limitato a vendere un soggetto che poi Zampaglione ha sceneggiato insieme a Gensini, lo sceneggiatore dei suoi film. La sceneggiatura ha un’impostazione leggermente diversa dal soggetto originale avendo sviluppato più il lato giallo (direi quasi classico) che il lato esoterico. Le scene di paura sono molto efficaci e ben girate. Gli attori sono bravi, l’ambientazione romana è molto suggestiva. Federico mi aveva già cercato un paio di anni fa per i diritti di un remake, che poi non si poteva fare in quanto i diritti sono pasticciati. Ci siamo trovati bene insieme, quindi lui mi ha chiesto un soggetto originale, Tulpa appunto”. Terminiamo con una stroncatura, contenuta nel Mereghetti 2014 (una stella): “Tra tediose efferatezze (evirazioni, sbranamenti, occhi cavati dal filo spinato) e morbosità oniriche fotografate come in un hard, Zampaglione continua a girare attorno al cinema di genere su cui si è formato il suo immaginario. Ma il giallo argentiano a cui stavolta s’ispira (riservando citazioni anche esplicite a Bava, Fulci e Martino) è basato su meccanismi così abusati che il responsabile della mattanza si intuisce troppo presto. E se tante sequenze sono girate con maldestro dilettantismo, pare provenire dal maestro Dario anche la capacità di tirare fuori il peggio da attori solitamente d’altro spessore”. Condividiamo soltanto la modesta interpretazione da parte degli attori, diretti svogliatamente, ma non tutto il resto. Tensione erotica e narrativa sono ai massimi livelli e la soluzione del giallo si scopre soltanto all’ultima sequenza.

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Persona (1966) di Ingmar Bergman

21 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Persona (1966)  di Ingmar Bergman

Persona (1966)

di Ingmar Bergman

Titolo Originale: Persona. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist. Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: Bibi Lindström. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh, Tina Johannsson. Musica: Lars Johan Werle, brani da Concerto per violino in E maggiore di Johann Sebastian Bach. Suono: P.O. Pettersson. Effetti Speciali: Evald Andersson. Produzione: Lars-Owe Carlberg per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana. INDIEF. Riprese: 19 luglio - 15 settembre (Isola di Fårö, Studi di Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 18 ottobre 1966. Durata. 84’. Bianco e Nero. Origine: Svezia, 1966.

Interpreti: Bibi Andersson (Alma), Liv Ullmann (Elisabeth Vogler), Margaretha Krook (la dottoressa), Gunnar Björnstrand (il signor Vogler), Jörgen Lindström (il bambino, figlio di Elisabeth).

Persona è un film complesso e originale dotato di una trama scarna e molta introspezione psicologica, interpretato da due attrici ben calate nei rispettivi ruoli che riescono a scavare a fondo nella personalità femminile, dando vita a un confronto che diventa compenetrazione di due anime. Bergman considera Persona - insieme a Sussurri e grida (1973) - uno dei suoi film più avanzati. Si tratta del primo dei quattro film che Bergman ha scritto nell’isolamento dell’Isola di Fårö, insieme a Vergogna, L’ora del lupo e Passione, dopo aver attraversato un lungo periodo di depressione. Bergman riflette sulla condizione dell’artista, quindi anche su se stesso, ricorrendo alle due figure femminili. Persona è il titolo originale svedese, con riferimento al termine latino dramatis persona: personaggio, interprete. La maschera viene indossata -pirandellianamente - da ogni persona vivente, il dualismo che Bergman affronta è quello che viviamo ogni giorno: essere o apparire. Il mutismo in cui si chiude l’attrice, che alla fine pronuncerà soltanto una parola (nulla) è una metafora dell’incomunicabilità umana, anche se Bergman sottolinea la necessità dell’altro per arrivare alla scoperta di noi stessi.

Alma (Andersson) è un’infermiera che deve occuparsi di Elisabeth Vogler (Ullmann), un’attrice di teatro che dopo aver sofferto un episodio di afasia durante un’interpretazione dell’Elettra si è chiusa in un mutismo ostinato e non vuole più uscirne. L’attrice rifiuta il suo mondo, la sua realtà, tutto le appare privo di senso, il confronto tra “quel che è per se stessa” e “quel che deve essere per gli altri” le pare insostenibile. L’infermiera, logorroica e appassionata del suo lavoro, prende a cuore il compito, anche se non si ritiene all’altezza, racconta tutta se stessa alla paziente che la sta a sentire, come se fosse un soggetto da studiare, sorridendo, senza pronunciare una sola parola. Una crisi improvvisa interrompe le confidenze quando l’infermiera scopre che l’attrice rivela per lettera le sue esternazioni alla direttrice della clinica. Le due entità finiscono per assorbirsi l’una nell’altra, in un rapporto che sembra amore ma a volte è odio, forse entrambi i sentimenti si fondono in un gioco di scambi e di sensazioni reciproche. Elisabeth assorbe nella sua personalità silenziosa l’io interiore di Alma e al tempo stesso l’infermiera finisce per condizionare la paziente con i suoi racconti. Bergman spiega bene questa situazione ricorrendo al trucco scenografico di raccontare le ultime fasi della storia da due prospettive diverse, inquadrando prima una protagonista poi l’altra, quindi fondendo le due immagini in un montaggio onirico che dà vita a una persona composta da due volti. Vediamo un rapporto coniugale fantastico tra Alma e il marito di Elisabeth, così come sarà l’infermiera a raccontare il difficile momento vissuto dall’attrice con un figlio non voluto che non le fa esprimere la sua personalità. L’immedesimazione fantastica e psicologica delle due personalità è completa.

L’incipit di Persona è complesso, forse datato, figlio d’una cultura psichedelica anni Sessanta, e di difficile spiegazione, ma è stato lo stesso Bergman ad affermare che ha voluto “mostrare la materia della pellicola” per far capire che non vuole limitarsi alla fiction ma intende “andare oltre i limiti della rappresentazione cinematografica”. Bergman risale alle origini del suo rapporto con il cinema attraverso un caleidoscopio di immagini che scorrono sullo schermo, una serie di inquadrature oniriche che non hanno una funzione narrativa ma vogliono soltanto stupire. Bergman racconta per immagini la storia del cinema con sequenza che scandalizzano (un pene eretto), sconvolgono (le stimmate), disturbano (un ragno) e rappresentano il movimento della pellicola. Il bambino che si sveglia in un ospedale dalle pareti bianche (forse un obitorio) potrebbe essere un’allusione al ricovero del regista, mentre gli squilli di sirena che si odono sono gli impegni teatrali che lo attendono e lo sollecitano. Il bambino accarezza un’immagine femminile costituita da due volti: è la materia stessa del film che sta per cominciare, una donna dalla doppia personalità, o meglio, due personalità di donna che si fondono in una. Bergman stesso - e parte della critica - hanno spiegato questa allusione femminile alla figura di “una madre assente, lontana, indecifrabile e irraggiungibile”. La madre bergmaniana.

Persona è uno dei film più teatrali di Bergman, fotografato in un nitido e spettrale bianco e nero - una scelta indovinata, visto il tema - da Sven Nykvist, sia negli interni ospedalieri e casalinghi (Studi di Råsunda, Stoccolma) che sull’Isola di Fårö (tra fiordi e spaccati marini), recitato da manuale da due attrici straordinarie. Liv Ullmann non dice una parola per tutto il film, soltanto un emblematico nulla nell’ultima sequenza, ma interpreta magistralmente un personaggio tormentato ricorrendo a sorrisi, sguardi languidi e gesti teatrali. Bibi Andersson è una logorroica infermiera, una persona comune che si immedesima nella vita della paziente e mette a nudo la sua anima raccontando i suoi amori e la sua esistenza. Molti i monologhi di stampo teatrale, anzi, direi che il film è scritto come un lungo monologo affidato alla recitazione verbale di Bibi Andersson e agli sguardi intensi di Liv Ullmannn. I movimenti di macchina sono minimi, lenti e compassati, molta camera fissa, tanti primissimi piani e piani sequenza, spesso vediamo l’attore che si rivolge alla macchina presa in una sorta di confessione. Il regista ritorna spesso sulle immagini oniriche iniziali interrompendo il film con filmati violenti della guerra in Vietnam e della Seconda Guerra Mondiale che sconvolgono lo spettatore, immedesimato nel dolore e nell’angoscia dell’attrice di fronte a simili spettacoli. La scelta del mutismo praticata dall’attrice è un sorta di riparo dalle intemperie della vita, l’apatia eletta a codice di esistenza, forse un elemento autobiografico che vuole indicare le crisi espressive e i momenti di depressione di cui Bergman ha sofferto. Le due donne si conoscono sempre di più fino a fondere le loro anime nelle rispettive esistenze, tra scenate di odio e sfoghi di rabbia, attenuate da momenti di tenerezza. Il testo è molto letterario (“Odori di sonno e di pianto”) e descrive bene l’esistenza di due donne chiuse nella solitudine in una casa di mare, il loro conflitto esistenziale vissuto in una dimensione onirica.

Persona è stato distribuito in Svezia il 18 ottobre 1966, senza alcun taglio, nonostante la materia trattata. In Italia venne vietato dalla Commissione di Primo Grado ai minori di anni diciotto (visto censura 9/12/966), proibizione ridotta dalla Commissione di Secondo Grado ai minori di anni quattordici (visto censura 17/1/1967), grazie ad alcuni tagli. Il monologo dell’infermiera che racconta il rapporto d’amore sulla spiaggia nella versione italiana non contiene nessuna espressione giudicata sconveniente, scompare ogni riferimento a sperma, seni, scroto, masturbazione, sedere, orgasmo, pube, fellatio, amplesso. La forza del linguaggio e della confessione erotica viene eliminata, così come tutta la materia a rischio è tagliata dall’edizione che circola in Italia, persino il pene eretto nelle sequenze oniriche iniziali. Resta il divieto ai minori di anni quattordici motivato dal tono angoscioso del film, controindicato per individui ancora in formazione. Persona uscì anche in Francia, sei mesi dopo rispetto al nostro paese, il 5 luglio 1967, distribuito in una versione edulcorata ma in maniera meno pesante rispetto a quella italiana. Negli Stati Uniti il dialogo dell’infermiera subì solo alcuni tagli.

Breve rassegna critica. Morandini (quattro stelle): “Due personaggi nella rarefatta cornice di una camera di ospedale e di una spiaggia deserta. Rapporto vampiresco tra un’attrice malata, murata in un mutismo ossessivo, e la sua infermiera che, paziente, aspetta. Stilisticamente è l’opera più sperimentale di Bergman i cui temi tipici (angoscia davanti alla violenza, egoismo, paura della morte e della procreazione) sono calati in un pessimismo radicale”. Mereghetti (tre stelle): “Qualche didascalismo di troppo e i collage di immagini e filmati scioccanti a inizio e metà film sono piuttosto datati, ma la regia di Bergman (coadiuvato dal mirabile bianco e nero di Sven Nykvist) è di una precisione chirurgica e le due attrici sono eccezionali”.

Gunnar Björnstrand, storico attore di Bergman che nel film interpreta il ruolo del marito di Elisabeth in una breve sequenza onirica, ha detto in un’intervista rilasciata alla Rai: “Conobbi Bergman in teatro quando entrambi eravamo molto poveri, recitavo Ibsen sotto la sua guida e lui non aveva soldi per pagarmi. Tra di noi non correva buon sangue. Poi lui si mise a fare film seri e io recitavo in commedie popolari, commerciali. Donne in attesa è il primo film che abbiamo fatto insieme, poi mi ha chiamato spesso e io ho sempre lavorato volentieri con lui. Il rapporto tra di noi è migliorato molto. Bergman è un grande regista, un vero psicologo dotato di intuito e immaginazione che sa creare un buon rapporto con gli attori e riesce a tirare fuori da loro il meglio che possono dare. Sulla scena c’è un clima di grande emozione che funge da stimolo per un attore, che a mio parere non deve essere il pappagallo del regista, ma aggiungere il suo contributo al film. Bergman pretende molto dagli attori, ma dopo aver lavorato con lui un attore non è più lo stesso, è migliorato. Definirei Bergman come una giornata d’aprile in Svezia: la mattina splende il sole e la sera arriva la grandine. Ma forse sono troppo duro. No, Bergman è una tersa giornata d’estate. Lui è un uomo eccezionale, nutre affetto per chi ha lavorato con lui e stringe un rapporto che va oltre il film. Liv Ullmann, storica attrice di Bergman, ha affermato: “Bergman è un uomo straordinario, gentile, intelligente, sensibile. Potrebbe fare qualunque altra cosa e la farebbe bene, ma ha scelto di fare il regista per far capire il senso della vita con il cinema”. Non è poco.

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Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

17 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""

Luciano Curreri
Quartiere non è un quar
tiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizio
ni.it

Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.

Gordiano Lupi

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Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

16 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Cinzia Demi, "Ero Maddalena"

Cinzia Demi

Ero Maddalena

Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70

Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.

Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).

Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.

Gordiano Lupi

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Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"

13 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15

Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!

Gordiano Lupi

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Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"

12 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172

Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.

In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.

Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi

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AA.VV. "Un giorno a Milano"

10 Febbraio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

AA.VV.  "Un giorno a Milano"

AA.VV.

Un giorno a Milano

Novecento Editore – www.novecentoeditore.it

Pag. 286 – Euro 9,90

Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.

Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.

Gordiano Lupi

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Gianni Canova e Duccio Tessari

30 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Gianni Canova e Duccio Tessari

Gianni Canova ne l’Enciclopedia del Cinema Garzanti scrive: “Duccio Tessari nella sua lunga carriera scrive e realizza film di genere diverso. Dopo aver lavorato solo come sceneggiatore, esordisce nel 1961 con un kolossal mitologico scritto insieme a Ennio De Concini, Arrivano i Titani, gustosa rivisitazione del peplum. La sua passione per il cinema di genere lo porta a misurarsi con il western, la commedia, il poliziesco, il melodramma, il thriller, il gangster, il musical, il film d’avventura e di guerra. Si muove a proprio agio quando racconta, non senza ironia, scazzottature e duelli del pistolero Ringo (Una pistola per Ringo e Il ritorno di Ringo, 1965) o descrive le indagini di Duca Lamberti nella detective story La morte risale a ieri sera,1970), dal romanzo di Giorgio Scerbanenco, ambientata in una Milano malinconica e brumosa. Il suo film più riuscito e intrigante è certo il noir Tony Arzenta (1973), in cui una sapiente narrazione, sostenuta da una regia intelligente e creativa, accompagna il protagonista Alain Delon in una disperata ricerca di vendetta”.

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