giuseppe scilipoti
Old
Attimi di smarrimento.
Mi trovo seduto su una strana sedia, in un grande salone. Non sono da solo, mi tengono compagnia altre persone, la maggior parte in età avanzata, tra l'altro da qui scorgo un corridoio pieno di gente affaccendata. Sembra di essere all'ospedale, ma non è un ospedale e nel contempo sembra di essere in una casa, ma non è la mia casa.
Addosso ho una calda coperta e, nel cercare di sistemarla meglio, mi casca sul pavimento. Non posso raccoglierla, me lo impedisce una fascia fastidiosa che mi lega a questa carretta con le ruote.
Qualcuno mi sposta in bagno. Osservo uno specchio.
Attimi di smarrimento.
Non riesco a ricordare chi è la persona che ho davanti, nonostante abbia un qualcosa di familiare. È così vecchio, ha i capelli bianchi, il viso rugoso e le mani nodose. Provo a parlargli. Purtroppo non mi è possibile, ho perso la capacità di esprimermi.
Lascio perdere.
Noto una ragazza vestita di viola che sta preparando degli asciugamani. Mi sorride.
«Amore, adesso ci facciamo una doccia!» mi dice. È bellissima, non vedo l'ora di lavarmi con lei.
Attimi di smarrimento.
Ehi, perché sono tutto bagnato? Evidentemente ha piovuto ed ero senza ombrello.
Attimi di smarrimento.
Chi mi ha messo a letto? Una fanciulla col camice color lillà mi raddrizza il cuscino e mi sistema il lenzuolo. Le sue carezze e le sue parole suonano gentili. Figlia mia, se potessi, ti racconterei una favola.
Attimi di smarrimento.
Un tizio dall'espressione bieca afferma a quella signorina che risulto pazzo e rincoglionito, per di più con prepotenza mi ficca in bocca un cucchiaio di sciroppo amarissimo.
Protesto gorgogliando, mio fratello è proprio un maleducato. Nel frattempo quei due si bisticciano come bambini. Che buffi!
Rido.
Attimi di smarrimento.
Ai lati del letto, quattro cancelli mi fanno sentire come se fossi un prigioniero. Cerco di spingerne uno con quel po' di energia che ho.
Piango.
«Tesoro, stai buono. Le sbarre servono per non farti cascare a terra» mi spiega un angelo meraviglioso dal completino viola, dandomi un bacetto.
Rido.
Attimi di smarrimento.
Le luci si spengono.
Che è 'sto buio?
Ho paura.
Piango.
Mi scappa la pipì.
Piango.
L'asino e il cavallo
Un cavallo e un asino, amici per la pelle, entrambi avvocati, si incontrano all'esterno del tribunale.
***
Asino - Iho Iho! Perché quel muso lungo?
Cavallo - Iiih, tra breve ci sarà la sentenza di un cliente recidivo. Non posso certo dire di essere a cavallo.
Asino - Cosa ha fatto 'sto pecorone?
Cavallo - È stato accusato nuovamente di spaccio d'erba. Gliene hanno trovata tre kg, tutta in un fascio. Sostiene che non gli appartiene e che è oggetto di ritorsione da parte di qualcuno che vuole fargliela pagare.
Asino - Non per sminuire l'inchiesta sulla quale stai lavorando, ma il mio caso è ancora più complicato del tuo visto che si parla di omicidi. Non è la solita storia di corna. I cani poliziotto hanno scovato... un macello.
Cavallo - Ah già, mi avevi accennato di Lo Bue.
Asino - È chiaramente un capro espiatorio. Dovrò mettercela tutta per dimostrare che Lo Bue non farebbe male nemmeno a una di quelle mosche che gli ronzano intorno.
Cavallo - A volte mi viene naturale credere di aver sbagliato a studiare Gregge.
Asino - Ma che gatto dici? Proprio tu che all'Orson Welles University hai pigliato 110 e bove.
Cavallo - Sì, però temo che uscire fuori dal recinto non sia stata una buona idea.
Asino - Il problema è che non sempre si vincono le cause. Sai, stanotte ho lavorato come un mulo albanese...
Cavallo - Bah, meglio se mi do all'ippica!
Asino - Capra! Non dire cosi!
Cavallo - Non posso mica mettermi a pecora. Stavolta a quel maiale di Pig lo condannano e lo portano all'Asinara. Il giudice Agnello si incornerà, ne sono sicuro.
Asino - Non hai nessuna provola per caciottarlo?
Cavallo - Forse non hai capito: Pig è nello sterco!
Asino - Esponi a briglia sciolta e a quel montone di Agnello stagli alle costolette.
Cavallo - Merda di vacca baldracca, s'è fatta ora, devo entrare in tribunale.
Asino - In bocca al lupo!
Cavallo - Crepi!
I tre spadaccini
A Tokyo, in onore di Tedo Naspadata, il più grande maestro di Kendō di tutti i tempi, dopo la sua morte, la Word Sword istituí un torneo per stabilire il miglior spadaccino del mondo. I duecento partecipanti provenivano da ogni dove e praticavano le maggiori discipline concernenti l'utilizzo dell'arma bianca.
Al Melosucho Tanavota Arena i finalisti furono i seguenti tre: una schermitrice italiana, un discendente della dinastia mongola Yuan e un ninja proveniente da un villaggio ai piedi del monte Fuji.
L'ultima prova prevedeva di uccidere al volo e in un sol colpo una zanzara tigre della Malesia all'interno di una struttura di forma cubica dalle medie dimensioni e in plexiglass trasparente.
In quell'ambiente singolare di due metri e mezzo in altezza, vi erano collocate varie telecamere sofisticate che sarebbero servite per proiettare le immagini sul maxischermo o in TV, cosicché il pubblico, sia del palasport sia da casa, potesse seguire la finale.
La competizione ebbe inizio. Dall'esterno il giudice di gara aprì un mini vasetto in vetro e lo appoggiò dentro una fessura di quella piattaforma in rivestimento metacrilato, per liberare una ronzosa malesiana destinata alla prima partecipante.
Il fendente dell'atleta tricolore, una volta estratta la spada, andò a segno. Lo zoom di una telecamera non lasciava dubbi: l'insetto dalle bianche striature era morto stecchito sul pavimento traslucido, e da ciò seguì un sonoro applauso da parte di venticinquemila persone.
Arrivò il turno del yuanita e relativa tigrettina volante, il primo, con la propria sciabola e con altrettanta abilità, riuscì ad annientare quest'ultima, addirittura tagliandola in due, guadagnandosi quindi un battimano scrosciante dagli spalti.
Sì giunse all'ultima gara: ninja vs zanzara tigre della Malesia.
Il misterioso individuo, vestito completamente in nero, sfoderò in modo fulmineo la lunga katana dalla punta affilata e l'affondò velocemente. Mezzo secondo dopo, l'insetto continuò a svolazzare tranquillamente per poi posarsi sulla faccia quadrata in alto della piattaforma. Una pioggia di fischi travolse il ninjutsu che nel frattempo rimase freddo e impassibile.
«L'ho evirata!» esclamò, sicuro di sé, davanti alle telecamere.
Improvvisamente da sopra, la zanzara tigrata, iniziò roteare verso il basso, fino ad atterrare esamine sulla pavimentazione incolore.
Il boato dei presenti si unì ai novantadue minuti di applausi. E fu così che il ninja venne decretato il vincitore, ricevendo la premiazione del Samurai d'Argento dal mitico Tony Brando.
Nota dell'autore: il racconto presenta tre omaggi cinematografici. Due di essi sono anche letterari.
Harry Macdonald
Negli anni '40 del Novecento, un benestante centenario scozzese di nome Harry Macdonald viveva in solitudine in un piccolo dongione. Da tempo si dedicava appassionatamente a suonare il violino durante le ore notturne, ma, non essendo portato, il continuo strimpellare procurava fastidio all'intero e vicinissimo villaggio di campagna. La gente, non riuscendo a dormire, si lamentava vivacemente, tra l'altro era impossibilitata a parlargli faccia a faccia poiché non apriva a nessuno. Dal momento che il "violinista" usciva raramente dalla dimora, per i beni di prima necessità si serviva di un garzone che lavorava in un emporio, situato in una cittadina poco distante.
Dato che l'insopportabile situazione andava avanti da settimane, una mattina il sindaco, tramite il postino, gli spedì una missiva dove erano trascritte le proteste collettive dei villici con l'invito a smetterla.
«Suono quando e quanto vogliooooooooooo!» gridò il vecchio da una feritoia della struttura, riducendo in coriandoli quella che poco prima era una lettera.
La sera stessa un nugolo di abitanti incazzati come iene andò all'assalto della torre, sfondando facilmente il portone. Non toccarono Harry nemmeno con un dito, tuttavia gli distrussero il violino senza pietà.
Il vecchio protestò rabbioso e decise di vendicarsi. Innanzitutto, assunse una squadra di valenti operai di Edimburgo, pagandoli in anticipo per dei lavori particolari. Successivamente, dal solito emporio si fece consegnare viveri a lunga conservazione, ritenendoli sufficienti per circa sei anni, in quanto non sarebbe mai più uscito dalla torre, consapevole di non avere molto da vivere, data l'età.
Passarono dieci mesi, l'anzianissimo scotsman, attraverso una finestra, si mise a suonare una cornamusa. Per di più il dongione presentava la seguente novità: un'invalicabile e gigantesco fossato circolare colmo d'acqua in cui nuotavano una miriade di piranha, i quali furono importati dal Brasile ma comprati a Glasgow in un negozio di animali abusivo, sempre e comunque usufruendo della consegna a domicilio. Mister Macdonald come pensava di mantenere in vita i sanguinari pesci sudamericani? Semplicemente nutrendoli una volta a settimana con della carne in blocchi di medie dimensioni, conservata dentro una cella frigorifera.
Harry sorrise, e suonò nuovamente lo strumento più forte, sempre più forte, per farsi “sentire.”
I frollinacci
5 Settembre 1995. Il giorno, il mese e l’anno in cui è nata Elisa, la mia sorellina. A poche settimane dalla sua nascita, in puro spirito meridionale, i parenti e gli amici gradualmente venivano a casa nostra per farci visita. C'era chi portava in dono dei giocattoli, chi dei vestiti per la bebè, chi delle buste contenenti una o più banconote e chi dei dolci.
Erano giorni di festa, in soggiorno si trovavano vassoi di paste di vario tipo accompagnati da tantissimi confetti rosa. Ghiotto com'ero, ne divoravo in grandi quantità, e a darmi manforte l’altrettanto golosa Cettina, "la mia sorella più media," per dirla alla Nino Frassica, un undicenne e una novenne complici, una sorta di Bonnie & Clyde con quell'intrufolarci di nascosto nel salone con l'intento di arraffare, visto che i nostri genitori ci proibivano di toccare i dolciumi destinati agli ospiti.
A farci visita per ultimi furono due lontani parenti anziani, che a tutela della privacy, chiameremo Salvatore detto Turi e Ada, da sempre bollati come i più tirchi del mondo. Quel pomeriggio notammo che Ada teneva in mano una busta di colore giallo sulla quale era disegnato Topolino e Pluto, tant'è vero che sia io che i miei familiari ipotizzammo un bel regalo per Elisa, ad esempio un completino. Invece si trattava di un maxi pacco di biscotti, precisamente la versione economica dei GranTurchese, di quelli che nei supermercati a quei tempi costavano al massimo quattromila lire. Alla vista di quei frollini, restammo negativamente sorpresi, cercando comunque di non far trasparire la delusione.
«Per i ragazzi!» disse Turi, indicando me e Cettina.
«Magari, se li fai sciogliere nel latte caldo del biberon, vanno bene anche per la picciridda» aggiunse candidamente la moglie, rivolgendosi a mia madre.
Dopo che Crick e Crock se ne andarono, dal momento che era presente pure mia nonna materna, quest'ultima si lasciò andare a una serie di commenti indirizzati ai due taccagni, sostenendo che avevano fatto una figura di merda.
Ad ogni modo, essendo ora di merenda, decisi di dissigillare quel grosso involucro trasparente e di sgranocchiare tre o quattro frollini, ma, ahimè, nella premura, lo aprii malamente, lacerandolo quasi per metà. Cettina non ne volle mangiare, affermando che quei biscotti le ricordavano gli ospedali e gli ospizi.
Mi sedetti sul divano del salone, constatando di come quei “gratati” di sottomarca erano troppo duri al punto che si potevano usare come cric per sollevare un auto per il cambio di un pneumatico. Nel frattempo, nella stessa stanza, Elisa dormiva come un angioletto nel passeggino, tra l’altro vicinissimo alla nonna che in un angolo se ne stava seduta ad osservarla dolcemente.
Stavo per dirigermi in cucina con l’intento di prendere una molletta per chiudere nel migliore dei modi quel paccone di frollinacci e riporlo sopra la mensola, quando mi sentii chiamare a bassa voce dalla nonna, che mi chiedeva stranamente di darle qualche biscotto, considerando che circa un quarto d’ora prima li aveva maledetti. Non l’avesse mai fatto, oltretutto commisi l’imprudenza di passarle la danneggiata confezione di frollini da sopra il corpicino di Elisa.
All'improvviso… swoash! La confezione si ruppe e l’innocente fagottino venne interamente travolto da un ammasso di biscotti i quali sembravano le macerie di un'abitazione terremotata.
La nonna, come un provetto vigile del fuoco, tempestivamente prese la lattante in braccio “evacuandola” dalla carrozzina e scrollandole velocemente quei cosini forellati, per di più mettendole un dico in bocca per assicurarsi l’assenza di frammenti. Povera Elisuccina, diventò tutta rossa in viso per poi piangere disperata.
Mamma, papà e Cettina accorsero subito immaginando che fosse successo qualcosa di serio. Naturalmente fui rimproverato, venendo paragonato a Gian Burrasca, tra l’altro all'insegna della sceneggiata napoletana da parte della “salvatrice.”
La piccina, una volta tranquillizzata, fu adagiata nella culla, poiché si doveva ripulire scrupolosamente il passeggino.
«Ah, i biscuttazzi di Adazza! (Ah, i biscottacci di Adaccia!)» esclamò borbottando la nonna, mentre gettava quei cacchio di frollini nella pattumiera.
L'impervio sentiero
Uno stralunghissimo e tortuoso sentiero in salita, chiamato Purgatorio, conduceva in Paradiso.
La via era piena di sassi, di rovi spinosi ma soprattutto di chiodi, o, più precisamente, di Sacri Chiodi, in riferimento alla crocifissione di Gesù. A parte l'esenzione per i bambini e gli adolescenti, le anime dei defunti essendo completamente svestite, per ovvi motivi dovevano percorrere il passaggio senza calzature. Impossibile immaginare con quanto dolore si arrivasse a destinazione, considerando poi che l'estenuante camminata durava in media un secolo. Finché, Dio, mosso dalla compassione e dalla misericordia, diede l'incarico ai suoi angeli migliori di costruire uno spaziosissimo e veloce ascensore, il quale sarebbe stato operativo una volta al giorno, sette giorni su sei.
La questione sembrava risolta, purtroppo, invece, l'impianto si rilevò un autentico fallimento. In primo luogo, nonostante la considerevole ampiezza della cabina, un numero eccessivo di anime tendevano ad ammassarsi, tra spintoni e imprecazioni con bestemmie annesse. Perlomeno nessuno si lasciava andare a flatulenze, tuttavia avvenivano episodi di molestie, tra palpatine e... plop plop.
In secondo luogo la stragrande maggioranza di coloro che da sotto attendeva il ritorno dell'ascensore vuoto, mostrava atteggiamenti spazientiti, per non parlare delle infuocate agitazioni.
Com'era prevedibile, Dio s'incazzò di brutto e, stanco di quel pandemonio, disattivò l'immeritato mezzo di trasporto, ripristinando così il sentiero malagevole.
Tutto tornò come prima, con la sola differenza che all'inizio del percorso fece piazzare un chilometrico palo scalettato per chi si voleva cimentare ad arrampicarsi per raggiungere il Paradiso più velocemente. Peccato che quella sorta di sostegno risultava esageratamente unto di vasellina, tra l'altro con un beffardo cartello piantato per terra con su scritto in aramaico: “E adesso pigliatevela nel culo!”
Dalla finestra
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In una fredda e ventosa mattina, un uomo, sospirando malinconicamente, si mise a scrutare fuori dalla finestra.
Quando il vento si placò, apparve un sole potente quanto fulgido che irradiò il giardino, rendendo l'esterno suggestivo e incantevole. Caterina era lì che passeggiava in quella paradisiaca area verde a godersi la piacevolissima giornata.
«Diego!» lo chiamò lei con dolcezza, allungando la mano per invitarlo a uscire e a raggiungerla.
La sfolgorante mattinata durò poco poiché iniziò a piovere copiosamente. Caterina, incurante, si mise a ballare leggiadra come una farfalla.
«Dai, vieni. Cosa stai aspettando?» lo esortò ancora con un maggiore coinvolgimento.
Diego sorrise, ma una dolorosa fitta al cuore e il gomito dolorante incatenato a un anello di metallo attaccato al muro, lo ripiombarono nell'amara realtà.
In un rapido flashback rivisse nuovamente gli eventi di quella tragica domenica: il rifiuto di Caterina, la cocente delusione, un grosso sasso con il quale le aveva fracassato la testa, il cui sangue colava lungo la camicetta viola, e il cadavere adagiato tra i fiori del parchetto della sfarzosa hacienda.
In una gelida e ventosa mattina, un uomo, sospirando malinconicamente, si mise a scrutare fuori dalla finestra sbarrata di una squallida cella sudamericana.
The Legionary
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Verso la fine di marzo del 2021, dopo sei mesi in lista di attesa, mi chiamarono dall'ospedale Papardo di Messina per operarmi di settoturbinoplastica, un'operazione finalizzata al riallineamento del setto nasale, alla correzione dei turbinati e l’asporto dei polipi, un trattamento chirurgico necessario per una corretta respirazione. L'intervento venne gestito da un chirurgo dall'indubbia professionalità e da un'equipe preparata; tuttavia, l’anestesia totale praticamente mi sfibrò.
Dormii moltissimo, malgrado qualche difficoltà, poiché le cavità nasali risultavano ostruite dalle medicazioni, per non parlare dei frequenti mal di testa. Gli infermieri e gli O.S.S. si presero cura di me in maniera attenta mostrando cortesia ed empatia, peraltro mi si offrii l'occasione per comprendere cosa si prova a essere un assistito, visto che da anni a livello professionale esercito in qualità di Operatore Socio Sanitario.
In quella settimana di degenza, a causa delle restrizioni legate alla pandemia causata dal Covid-19, l'accesso ai visitatori era stato sospeso, pertanto mi dovetti accontentare di utilizzare il cellulare, sia per le chiamate che per la messaggistica. Ricevetti l'affetto, la solidarietà e il sostegno da parte della mia fidanzata, della mia famiglia, dei parenti, dei colleghi e di Enrico, il mio migliore amico.
A Enrico, oltre le dovute risposte e le considerazioni riguardanti l'intervento, in forma esclusiva inviai un selfie in cui giacevo sul letto tenendo il pollice rivolto verso l'alto. Avevo l’espressione stravolta, il naso gonfio come quello di un orco e gli occhi comatosi. Nell'autoscatto allegai la seguente frase: --- Non sono allettante, tutt'al più allettato. ---
Il mio carissimo amico, tramite WhatsApp, riempì il display del mio dispositivo di faccine sghignazzanti, per poi scrivermi che in realtà si dispiaceva di sapermi in quello stato, tra l'altro esternando ammirazione, dal momento che ero riuscito ad affrontare l'operazione con uno spirito battagliero, conservando al contempo il proverbiale humour.
L'indomani, Enrico mi comunicò che mi aveva dedicato un brevissimo racconto, intitolato The Legionary, e che desiderava inviarmelo in formato DOCX sul mio Android nel primo pomeriggio. Appena mi fece pervenire il file, lo aprii e lo lessi con estrema attenzione, trovandomi impossibilitato a descrivere le sensazioni ricavate.
Ad Enrico mostrai stupore, gratitudine e stima. Mi rispose che mi considerava un legionario di quelli tosti, oltretutto traendone uno spunto per ricollegarsi ad altre mie schiaccianti vittorie, inerenti difficili vicissitudini e svariate tribolazioni.
Successivamente gli mandai un messaggio audio con voce roca, in quanto mi sentivo debilitato.
--- E pensare che mi sono sempre identificato in un Cavaliere.
Aspé, non intendo dire un Cavaliere della Tavola Rotonda, ma bensì un Cavaliere della Tavola da Pranzo. ---
Cari lettori, ho deciso di includere The Legionary in questa pubblicazione avendo avuto il permesso di Enrico, grande autore e grande amico.
***
The Legionary
Stava disteso a terra, logorato nel corpo a causa della pesante armatura e il volto ricoperto di fango. Lo scontro era stato duro, l'alluvione aveva sconvolto i piani operativi causando tantissime perdite tra gli assedianti e gli assediati. Nonostante le estenuanti difficoltà, Flavio Giuseppe partecipò all'assedio di Varanga con fierezza e determinazione. Fu proprio grazie a lui che l'ariete riuscì ad abbattere le robuste porte della fortezza. Col cammino spianato, penetrò ed espugnò la piazzaforte nemica, fino a issare alto nel cielo lo stendardo raffigurante un'aquila d'argento.
«È fatta!» pensò, chiudendo gli occhi con un sorriso soddisfatto.
In futuro, molte altre battaglie lo avrebbero atteso. Ma per il legionario, era il momento di riposare.
Lo specchio della bisnonna
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Da bambino, ogniqualvolta andavo a trovare mia bisnonna materna, provavo un senso di angoscia, in quanto ritenevo che nella sua abitazione dimorassero gli spettri. Alcune stanze in particolare avevano il potere di esercitarmi una suggestione brividosa.
Ricordo perfettamente ancora oggi la sua ombrosa camera da letto dall'arredamento in vecchio stile, tra cui un’antica toletta in mogano dal grande e terrificante specchio. Malgrado ciò, qualche volta mi prodigavo a specchiarmi e a fare le linguacce oppure a imitare le mosse dei Power Rangers, i quali rappresentavano i miei idoli d'infanzia.
Nel tardo pomeriggio di un giorno d'estate accadde un episodio degno di nota.
«Se fissi a lungo lo specchio, potrai vedere un fantasma» mi disse la bisnonna, entrando di soppiatto nella camera da letto tanto da farmi trasalire.
«Come c'è finito?» le chiesi intimorito.
«Sai, siccome l'altra notte non mi lasciava dormire, dopo averlo sgridato, si è rifugiato lì dentro.»
Uscii, correndo fuori da quella stanza e, con un'espressione spaventata, lo raccontai ai miei famigliari che in quel momento erano in soggiorno seduti su un logoro divano in pelle. I miei genitori ridacchiarono mentre Concettina, mia sorella minore, rabbrividì strabuzzando gli occhi.
In serata, appena rincasati, provai a chiamare il 555-2368, il numero dei Ghostbusters. Ci rimasi male, poiché i vari "tu-tu-tu” suggerivano che non mi avrebbe mai risposto nessuno.
L'archeologo
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Che scoperta sensazionale!
E pensare che per giorni interi abbiamo inutilmente scavato in tantissimi punti del deserto di Nubia, mentre in realtà, per accedere a questa fantomatica struttura architettonica, bisogna entrare in una grotta ben nascosta situata in una zona limitrofa di Khartum.
Quando farò ritorno negli Stati Uniti dimostrerò al rettore dell'Archaeological Institute of America di Boston, e ad altre esimie personalità, che il tempio di Mubri IV non è una leggenda, ponendo così fine alle loro irritanti canzonature.
Non posso che definire questo sito archeologico il più importante della mia carriera, sebbene dentro di me porterò dolorosi segni di mestizia, per via dei miei colleghi che non ce l'hanno fatta, vittime delle trappole, geniali e diaboliche, accuratamente predisposte dagli antichi nubiani. Sono l'unico sopravvissuto, sperando poi che i letali marchingegni siano finiti.
Accendo la torcia fissata sul caschetto e guardo attorno, trasecolato, la grande area appena rinvenuta. Le decine e decine di colonne sorreggono archi piuttosto imponenti, per non parlare delle statue raffiguranti guardie armate di lance che risultano di indicibile bellezza. Oltretutto il tempio è caratterizzato da una luce soffusa arancione, la quale sembra avere origine dalle decorative pareti misteriosamente fluorescenti, che mettono in risalto un sarcofago in quarzite posto al centro.
Mi avvicino lentamente, molto emozionato, finalmente posso analizzare quella che ritengo la tomba con il corpo imbalsamato del faraone. Bontà divina, il sepolcro è vuoto e per di più con il coperchio sul pavimento. E la mummia? Vi è di certo una spiegazione.
All'improvviso avverto un gemito rabbioso, al punto di rimanere paralizzato dal terrore. La sento vicinissima, il fiato fetido di una figura sinistra e minacciosa mi riempie i polmoni e nel contempo una mano fasciata e bisunta mi si posa su una spalla.
Ah, ecco dove era finita!
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