giuseppe scilipoti
Archor
«Rientrare nelle celle!» risuonò la voce monocorde dagli altoparlanti di Archor, il penitenziario di New Baltic.
William Joseph Blasko, il direttore della prigione, affacciandosi dalla finestra del suo ufficio, si focalizzò sui prigionieri che prendevano posizione davanti alle porte d'ingresso.
«L'ora d'aria è il momento propizio per eventuali fuggiaschi» pensò l'austero dirigente. «Le nuove misure di sicurezza dovrebbero scoraggiare persino i più temerari.»
Le telecamere a circuito chiuso e le speciali serrature elettroniche avevano quasi azzerato il budget del carcere. C'erano state critiche sulla recinzione elettrificata e sulle torrette laser, per non parlare dei droni dotati di mitragliatrici. Tuttavia, per Blasko, risultavano soldi ben spesi, in quanto alcuni mesi prima, cinque agenti, erano riusciti a fuggire, per di più travestendosi da detenuti.
Il vulcano
Impossibile dimenticare lo sgradito regalo natalizio che fece il vulcano a noi poveri abitanti di Aci Torre, una cittadina ai piedi dell'Etna.
Tutto cominciò da una colonna di fumo densissima che si innalzava verso il cielo, finché una sfrigolante lava rosso-arancio iniziò a fuoriuscire dalla sommità di Mungibeddu, tanto da associarla a quella dell'inferno dantesco.
All'improvviso, in un misto di stupore e di tensione, un’angosciante nube di colore ardesia imprigionò sia me che i miei compaesani. Il peggio doveva ancora venire, poiché seguì il terremoto, accompagnato da una devastante eruzione vulcanica ove fiumi di lava incandescente scivolarono rapidamente.
Ci fu un parapiglia inaudito, la gente urlante scappò a destra e a manca, chi addirittura nel fuggi fuggi generale venne travolto dalle automobili o dalle moto impazzite.
Mi misi a correre a perdifiato, in qualche modo dovevo mettermi in salvo, anche a costo di sputare sangue e... cenere. Alle mie spalle, i vari fluidi magmatici si addentrarono irreversibilmente nell'inerme città, sciogliendo nel loro percorso qualsiasi cosa, tra cui case, lampioni, cassonetti e monumenti. Fondamentalmente la lava aveva guadagnato “terreno” sia in lunghezza che in larghezza, difatti lo spietato vulcano ebbe il predominio assoluto coinvolgendo persino le località limitrofe.
Nelle vicinanze di un ponte, caddi stremato e persi completamente i sensi. Credevo che per me fosse finita, invece, con grande sorpresa mi risvegliai al Policlinico. Nel frattempo un medico e un infermiere monitoravano i miei parametri.
Mi spiegarono che ero riuscito a sopravvivere in quanto una pattuglia della polizia municipale, composta da un uomo e una donna, in extremis, mi aveva caricato di fretta e furia nella sua auto di servizio in direzione Messina. Mi commuovo a pensare che quei due angeli in divisa hanno cambiato le sorti di una vita umana. La mia.
Da anni, vivo a Copenaghen, a più di duemilacinquecento chilometri di distanza dalla Sicilia, una regione da sempre a rischio di fenomeni tellurici. Sono felicemente sposato con Anne e ho due figli, Erik e Susanne.
Qui non c’è nessun vulcano da temere.
Nota dell'autore: Aci Torre è un'immaginaria cittadina situata alle pendici dell'Etna, mentre Mungibeddu è uno dei sinonimi dialettali che identificano il vulcano in questione.
Il primo e il secondo
Io e Antonello, il mio collega, saranno già tre settimane che per la pausa pranzo andiamo a mangiare Da Alfio, una trattoria che dista un centinaio di metri di distanza dall’ufficio in cui lavoriamo. Oltre una questione di praticità, bisogna ammettere che il cibo risulta veramente ottimo.
Oggi, essendo martedì, il locale fa uno sconto del 10% sui primi piatti e il 20% sulla prima coppia di clienti ad entrare. Bene, siamo i primi, allora sotto con i primi!
Una volta che il cameriere ci fa accomodare in uno dei tavoli liberi, il mio collega opta per degli spaghetti al pomodoro e due fettine di lacerto di vitello, mentre il sottoscritto per un piatto di ravioli di carne in brodo.
«Ho notato che tutte le volte ti fermi al primo, inoltre prendi sempre pasta ripiena. Ravioli, raviolini, agnolotti, tortellini…» osserva Antonello, per di più abbozzando un sorrisetto.
Faccio spallucce, non sopporto la gente che analizza ciò che mangio.
«Comunque, per quel che mi riguarda, sia al primo che al secondo non ci rinuncio» seguita a dire.
«Idem!»
«Ma quando mai!» mi corregge agitando la mano a carciofo dal basso in alto.
«Ti sbagli!» replico sornione.
«In che senso?»
«Analizziamo ad esempio i ravioli che ho appena ordinato: esternamente sono costituiti di pasta, quindi rappresentano il primo, mentre la carne che si trova all’interno si configura come secondo» gli spiego simpaticamente.
Nel frattempo, sulla faccia del mio collega leggo dello stupore.
«Primo e secondo insieme, per non parlare che al momento del conto pago meno di te» aggiungo.
«Non si può certo negare che hai la risposta pronta!» esclama Antonello e si lascia andare a una risata.
«Ridi, ridi che mamma ha fatto… i ravioli» concludo, schioccando le dita.
#immaginieparole : Il guardiano del faro
Elia, il guardiano, adorava i profumi e i suoni del mare, in particolar modo i cavalloni selvaggi che si schiantavano sugli scogli sotto al faro nei giorni e nelle notti di burrasca. Chi l'avrebbe mai detto che da lui avrei ereditato tali sensazioni ed emozioni estatiche?
Sembra ieri. Il risveglio in una piccola stanza dalle pareti ammuffite, il letto duro come la banchina di un porto e i raggi del sole che filtravano dalla suggestiva finestra che dava sul Golfo di Genova. Io che mi inoltravo, scalzo, in direzione della cucina, noncurante del pavimento mal ridotto e di alcune schegge di legno che andavano a conficcarsi nella pianta dei piedi.
Mi comparve davanti Elia, appoggiato a uno sgangherato e rumoroso frigorifero, a fumarsi la pipa con espressione malinconica. Dopo una frugale colazione, andammo in spiaggia per ammirare le magnifiche onde che si infrangevano delicatamente sulle rocce che circondavano la struttura. Elia, le mani nodose, il viso solcato dalle rughe e la lunga barba bianca davano l'idea un uomo provato. Non mi degnava di uno sguardo. Sospettai che quella specie di eremitaggio gli avesse fatto dimenticare come guardare una persona negli occhi.
«È necessario che tu e i riflettori siate in simbiosi per far da guida ai naviganti» mi disse improvvisamente, indicando con l'indice la lanterna posta in alto.
Successivamente mi spiegò le mansioni da svolgere, per poi effettuare una serie di esempi pratici. Imparai in fretta, grazie a una dote innata per la manualità risalente ai tempi dell'orfanotrofio. Qualora ci fossero stati problemi di natura tecnica, mi sarei avvalso di un manuale o, nei casi peggiori, avrei potuto utilizzare il telefono per chiedere assistenza a chi di dovere. Riguardo la paga e gli approvvigionamenti, in quel periodo venivano garantiti mensilmente dalla marina mercantile.
L'ormai ex guardiano mi consegnò le chiavi e ci salutammo senza che gli chiedessi dove fosse diretto. Dalla porta d'ingresso lo osservai percorrere lentamente una stradina sterrata, portando con sé una logora valigia. Restai da solo, i gabbiani in volo che garrivano sembravano darmi il loro benvenuto. Rientrai.
In cucina, nell'accendere il fornellino a gas, desideroso di una cioccolata calda, pronosticai che le stagioni invernali sarebbero state un problema a causa del gelo. E difatti non mi sbagliai.
In quel primo giorno di lavoro feci il secondo "trekking" sulla torre, ove le scale in ferro risalivano a spirale lungo i muri, immaginando la fatica del povero Elia per tutte quelle volte che si era dovuto cimentare nelle "arrampicate."
Una volta raggiunta la cima, mi prodigai scrupolosamente per pulire i pannelli in vetro, lucidare l'obiettivo, sistemare gli stoppini e riempire d'olio una moltitudine di lampade, assieme ad altre incombenze che diventarono consueta routine giornaliera.
***
Anni dopo, in un tetro pomeriggio di novembre prossimo alla tempesta, da una finestrella della struttura notai una figura femminile che s'incamminava a passo spedito verso il bordo della scogliera. Dapprima trovai strano che, con l’imminente scatenarsi della tormenta, quella donna avesse deciso di dirigersi proprio lì, finché realizzai quali fossero le sue reali intenzioni. Corsi e la raggiunsi per invitarla a ritornare indietro. Inizialmente rimase zitta, poi parlammo un po', la sua voce sofferta mi colpì profondamente.
Improvvisamente sciolse il nastro che le legava la coda. I suoi lunghi, ondulati capelli castani caddero a cascata e furono rapidamente sferzati dal minaccioso vento carico di pioggia. Era bella, decisamente bella, i lineamenti delicati enfatizzavano il chiarore della carnagione, per non parlare del suo lungo vestito azzurro che fluttuava come quello di un angelo.
«Mi manca mio marito!» esclamò portandosi la mano alla bocca per soffocare un singulto. Infine si girò di spalle chiaramente intenzionata ad attuare l’insano gesto. Il suo amato probabilmente era un marinaio o un pescatore. E lei lo stava per raggiungere, il mare le avrebbe fatto da ponte per il cielo.
La vidi gettarsi. Non potei fare nulla.
***
Sono passati circa trent'anni, costellati da episodi belli e meno belli. Stamattina vengo a sapere che presto sarò sollevato dal mio incarico. In buona sostanza la tecnologia cartografica e altri strumenti di navigazione installati nei mezzi marittimi non giustificano più il mio operato come, naturalmente, l’utilizzo dell'emettitore di segnali luminosi della struttura.
Dovrei essere rabbuiato, deluso… invece no, da quanto ho appreso dalla raccomandata che mi è stata fatta pervenire dal postino, il faro avrà un nuovo contratto di locazione. Il Comune di Genova prevede di trasformarlo in un luogo di interesse turistico e di consentire al pubblico visite panoramiche, oltretutto mi è stato chiesto di rimanere in qualità di custode. Accolgo con entusiasmo la proposta, per di più sarò lieto di condividere le mie storie con i visitatori, tranne un drammatico e triste episodio. Io, Tancredi Diotallevi, ho ancora vivido il ricordo di quella apollinea donna che mi pesa sul cuore.
Immagine di Walter Fest, racconto di Giuseppe Scilipoti
Il galeone sommerso
Una grossa medusa si diresse lungo il ponte principale, i suoi tentacoli lenti e sinuosi le davano la possibilità di destreggiarsi con facilità all'interno del relitto di un galeone dalle dimensioni imponenti. Tra le alghe e il legno marcio, la luce verdastra del celenterato sembrava una lanterna.
Si introdusse per le scale, per poi gradualmente giungere nella stiva, portando riverbero su uno scheletro dalla sbrindellata uniforme blu, indossata da colui che funse da comandante. Nell'ossuta mano stringeva un'antica pistola ad avancarica utilizzata secoli addietro per porre fine alla sua vita.
La fluorescente medusa proseguì in direzione di una spartana cabina avente una brandaccia, un tavolo e uno sgabello, seduto sul quale stava un solitario fantasma assorto nel dolore della sconfitta.
Stranito
Filippo si svegliò di soprassalto, quasi cadendo dalla poltrona.
«Che ci faccio qui?» si chiese osservando la stanza con un'aria stranita. «Devo andare a scuola, i miei alunni mi aspettano» pensò, corrugando la fronte e mettendo le mani sui braccioli per alzarsi.
«Tesoro, rimani lì!» esclamò all'improvviso una rassicurante voce femminile.
La mano sinistra di Filippo andò istintivamente alla tasca destra della camicia per prendere un paio di occhiali. Una volta indossati, fissò con attenzione una donna dai corti capelli bianchi che, nel frattempo, appoggiava la colazione su un vassoio, sopra il tavolino davanti alla poltrona sulla quale stava seduto.
«Mi piace così, caldo» sospirò Filippo, sorseggiando una tazza di latte.
«Lo so!»
«Ci conosciamo?»
«Certo che sì, sono Ada, tua moglie.»
«Tu non sei mia moglie!»
«Invece sì, siamo sposati da cinquant'anni» continuò ad insistere la consorte, mantenendo un dolce approccio.
«Tu non sei mia moglie, però sei brava e gentile come a lei» le disse quell'uomo canuto accennando un sorriso e accarezzandole un polso.
Filippo riprese a bere il suo latte fumante mentre le lacrime di Ada scorrevano lungo le guance, lacrime d'amore e di dolore.
Trentatré anni
E siamo a trentatré! Ma guarda te!
Adesso come adesso, mi balza subito alla mente un bellissimo film americano sulla boxe, ma soprattutto una significativa e acuta linea di dialogo formulata da un manager. Costui, rivolgendosi a un pugile, gli dice testuali e seguenti parole: «Lascia che ti spieghi una cosa, la boxe è lo sport dove chi picchia di più vince, però questo vale solo fino ai trent'anni. Dopo diventa lo sport dove vince chi le prende meno.»
Da tali frasi posso prendere degli spunti da cui trarne un mio parallelismo esistenziale, del resto, come canta Gino Paoli, "La vita è un ring" .
Allora, pur ritenendomi una persona combattiva, sempre in posizione di guardia tra jab, diretti e quant'altro, in determinate situazioni non mi sono mai preso il lusso di dare testate. In verità, nel pugilato le capocciate non risultano contemplate, tuttavia bisogna constatare che la vita non è certo indice di sportività, quindi vedrò di usare anche... la testa. In ogni caso, continuerò a stringere i pugni quanto i denti, e se qualche volta dovessi finire al tappeto, perlomeno avrò la consolazione di ricevere il premio dell'evoluzione nonché la soddisfazione di non aver gettato la spugna.
E adesso fate largo, sto salendo nuovamente sul ring, da oggi rientro nei pesi massimi interiori.
La campana è suonata trentatré volte: sotto a chi tocca!
Nota dell'autore: anni fa, questo componimento, esattamente il 15/05/2017 giorno del mio compleanno, nasceva originariamente come post su Facebook. Dal momento che l'avevo salvato, tra modifiche e correzioni sono riuscito a realizzare un racconto introspettivo il cui contenuto è valevole anche adesso che di anni ne ho fatti trentanove e che naturalmente varrà per il resto della mia vita.
Dumitru, il vampiro
In una coltre di fumo azzurrognolo, apparve nella mia camera da letto, proprio mentre l'orologio a pendolo appeso sul muro nel salone della reggia rintoccava la mezzanotte. Il suo nome era Dumitru.
Quell'uomo – se così si poteva dire – dall'età indefinibile aveva i capelli corti e neri come il pelo di una pantera, dalle labbra cremisi appena socchiuse s'intravedevano lunghi canini perlacei, per non parlare della carnagione pallida come se la pelle non fosse mai stata esposta al sole. Inoltre, indossava un abito nero con un gilet rosso che gli conferiva un look alquanto sofisticato.
Lo sguardo di quella misteriosa figura rifulgeva di una luce arcana particolarmente invitante, al punto di provare un'attrazione indescrivibile. Nel frattempo, una moltitudine di pipistrelli stridenti svolazzavano in cerchio ravvivando le centinaia di fiammelle che danzavano sul pavimento. Tutto ciò sembrava una sorta di rituale.
«Ti concederò l'immortalità, ma in cambio dovrai diventare la mia donna» disse con voce vibrante.
Acconsentii con un cenno del capo e allargai le braccia, ormai mi aveva fatta sua. Grazie alle sue proverbiali abilità oscure, piombò con velocità e stupefacente grazia sul letto a baldacchino per mordermi, tenendomi saldamente per i fianchi. Avvertii un male lancinante che poi si tramutò in un piacere estremo e uno stato di estasi senza precedenti, suggellando così la nostra imperitura unione improntata alla fedeltà. Da quel preciso istante, lo seguii in ogni dove, attraverso notturni "mordi e fuggi" che sapevano di sangue e adrenalina.
Due secoli dopo, Dumitru, sentendosi braccato dalla Confraternita Desmodus, fece sì che fungessi da esca inconsapevole, lasciandomi da sola in uno dei vicoli bui di Bratislavia.
Quel tradimento mi spezzò il cuore, ma il dolore non era assolutamente paragonabile al paletto di frassino che mi venne conficcato da un cacciatore di vampiri.
Il compleanno di Celestino
«Oggi Celestino compie un anno!» mi disse gioiosamente Elisa una mattina, tenendo il gattino in braccio e sbaciucchiandogli la testa. Accarezzai teneramente quel batuffolo dagli occhi azzurri e dal pelo bianco che, per tutta risposta, mi fece le fusa, strusciando il musino tra le mie dita. Era un amore, sebbene particolarmente vivace e spericolato.
«Peppe, cosa possiamo regalare al "nordico"?» mi chiese candidamente la mia sorellina, chiamando il festeggiato con un nomignolo.
«Non so, magari una ciotola, altrimenti un gomitolo di lana» risposi banalmente.
«No, lui ha già queste cose!»
«Che ne dici di un giocattolino?»
«Mi è venuta un'idea: a 'sto monellaccio regaleremo un piccolo paracadute.»
«Un piccolo paracadute?»
«Sì, sai perché? Così le prossime volte che salirà sul tetto oppure su un albero, metti che come al suo solito non riuscirà a scendere, gli basterà saltare.»
Altezza
«Il problema è che preferisco i ragazzi alti, da un metro e ottanta centimetri in poi. Tu non superi il metro e settanta. Peccato, sai? Sei un bel ragazzo e sei pure simpatico» mi disse Veronica, una ragazza che avevo conosciuto settimane prima, in una sera d'estate, tramite amici. Questi ultimi, pur restando nei paraggi, ci lasciarono da soli sul lungomare poiché intuirono un evidente interesse da parte mia.
«Un metro e settantuno!» precisai con un finto sorriso, oltretutto consapevole di non poter combinare nulla solo perché mancavano all'appello nove centimetri del cazzo.
«Non sei alto! Scusa, eh!» replicò la "geometra", per di più muovendo una mano in verticale a mo' di righello, dandomi così il colpo di grazia.
«Misura questo, eh!» stavo per esclamare con il proposito di farle un gestaccio, ma per fortuna mi trattenni.
Improvvisamente quella picciotta milazzese mi apparve antipatica e indelicata. Non mi rimaneva altro che calare il sipario.
«L'importante non è essere alti, ma essere all'altezza» conclusi deglutendo, poi dignitosamente alzai i tacchi e impettito m'incamminai in direzione della comitiva.
Dalla mia espressione intrisa di mestizia, gli amici, immaginando l'esito l'infruttuoso, si dimostrarono molto solidali, specie Franco che mi offrii una pacca sulla spalle e un paio di birre.
Avevo vent'anni.
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