Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

cinema

In risu Veritas: dieci dei più divertenti film americani, più tre stranieri altrettanto divertenti

13 Agosto 2017 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cinema

 

 

 

 

Questo saggio è stato scritto da Guido Mina di Sospiro, originariamente pubblicato su Disinformation, alternative views website di New York City, e tradotto da Patrizia Poli

 

 

In Riflessioni sulla morte di Mishima, Henry Miller, dopo aver cantato le lodi, sia dell’autore giapponese che mise fine alla sua vita con un suicidio rituale tramite seppuku (taglio dell’addome), sia di ciò che è giapponese in generale, notò: “La sua completa serietà, mi sembra, gli ha remato contro.” In se stessa, l’osservazione suona come uno scherzo. Mishima, davvero tremendamente serio su tutto, avrebbe disapprovato con veemenza. Anche nella nostra società industriale si è alzato il ciglio contro l’umorismo per secoli, in realtà millenni.    

Platone censurò il divertimento della commedia nel Philebus come una forma di disprezzo. “In generale”, scrisse, “il ridicolo è un tipo di male, specificatamente un vizio”. Nella Retorica, Aristotele affermò che l’arguzia è educata insolenza, mentre ne L’etica nicomachea ammonì:  “La maggior parte della gente ama il divertimento e lo scherzo più di quanto dovrebbe… uno scherzo è una sorta di presa in giro, e i legislatori proibiscono alcuni tipi di prese in giro – forse avrebbero dovuto proibire alcuni tipi  di scherzi.” 

Va da sé che anche i primi pensatori cristiani siano stati contrari all’umorismo e alla risata, una tendenza, questa, che continuò attraverso tutto il Medioevo. Più avanti, i Puritani, tipicamente, incoraggiarono i fedeli a vivere vite sobrie e serie, mentre Hobbes e Cartesio diedero voce alle loro restrizioni. Nel 1900 il filosofo Henry Bergson pubblicò “Il riso”, una raccolta di tre saggi che per la prima volta si occupò dell’ilarità causata dal comico. Ma lo sforzo di Bergson rimase l’eccezione: fino ad oggi la tragedia è presa sul serio mentre si ride della commedia, sia letteralmente che figurativamente. Quando si parla di film, rimane inconcepibile per l’Accademia Cinematografica scegliere una commedia come miglior film o miglior sceneggiatura originale. E, tuttavia, far ridere la gente è infinitamente più difficile che farla piangere. 

Tra gli altri, un orientale molto perspicace, Gautama Buddha, secoli fa notò che “la vita è sofferenza”, e mise in cima alle sue nobili verità questa intuizione di portata mondiale. Infatti, le religioni più seguite sulla terra, che annoverano bilioni di persone – quella di Abramo, l’Induismo e il Buddismo – hanno tutte prodotto le loro prescrizioni per un diligente evitamento di vita. Si può argomentare che attraverso di esse la religiosità della vita sia stata soppiantata dalla religiosità del distacco dalla vita. Con queste premesse sempre più il riso può essere visto come un disordine cosmico. Sì, riconosce colui che ride, c’è sofferenza, e perdita, e tristezza,  e io rido ciò nonostante. È il nostro umano e, insieme, non umano, modo di dire: Sai cosa? Sono pienamente cosciente del memento mori, infatti ci vivo insieme tutti i giorni, e rido lo stesso! 

Qui di seguito dieci film americani, così come tre stranieri, che a mio avviso esprimono il meglio di ciò che l’umanità può raggiungere quando si tratta di sconvolgere il cosmo e con esso la logica. La tragedia ci circonda; la commedia non tanto. Perciò, troviamo la commedia e ridiamo. Ho fatto uno sforzo consapevole per fare un elenco di film che sono divertenti dall’inizio alla fine, e non solo in parte, e che si possono rivedere più di una volta.

Due notevoli film parzialmente divertenti che non fanno parte di questa lista sono Bringing up Baby, il classico del 1938, perché perde mordente dopo i primi due terzi e degenera in una farsa non divertente, e The Birdcage (1996), il remake del film franco italiano del 1978 La Cage aux Folles, che fa ridere solo in una scena particolarmente protratta, la cena col senatore in visita e sua moglie. Almeno un film con Laurel e Hardy farebbe parte di questa lista, ad esempio Swiss Miss (1938), meno l’inizio da operetta, scegliendo la versione italiana. Infatti, molti film di Laurel e Hardy furono doppiati in italiano da Alberto Sordi, lui stesso un comico di genio, che usò per entrambi gli attori un tono diverso e un forte accento inglese, che contribuì non poco alle loro comiche. Nell’originale, le loro voci non aggiungevano nulla alla comicità.

In ordine cronologico:

Duck soup, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933). Straordinariamente divertente e perfetto sotto molti punti di vista. L’aggettivo “zani”, così spesso utilizzato in riferimento ai fratelli Marx, deriva da Zani, la forma veneziana per Gianni, Giovanni, usata nella commedia dell’arte come nome comune per vari servitori che si comportano da pagliacci. E, davvero, ciascuno dei divertenti fratelli (Zeppo fu considerato all’inizio come l’uomo giusto ma alla fine eliminato) poteva essere una maschera della commedia dell’arte; Groucho con i suoi giochi di parole e la sua veloce parlantina, il pseudo italiano Chico, o Chiccolini, con il suo surreale buon senso e accento esagerato, e, migliore di tutti, il muto, malandrino, sabotante e sempre arrapato Harpo. Se i personaggi che circondano i tre fratelli appaiono legnosi e innaturali è perché lo sono: il film è, inter multa alia, una rappresentazione del milieu diplomatico che, nonostante la sua aria civilizzata e le buone maniere, non ha impedito all’Europa e al mondo di immergersi nella prima guerra mondiale, appena diciotto anni prima, e non ha fatto niente, diciassette anni dopo, per impedire al mondo di cadere nella seconda guerra mondiale. Sulla pomposità che circonda questo mondo, i fratelli Marx hanno sempre prosperato, stabilendosi rapidamente come incarnazioni di pura irriverenza su schermo. La povera Margaret Dumont, incessantemente bersaglio degli scherzi di Groucho, fa la parte di Gloria Teasdale, un vedova facoltosa che si accolla il bilancio della Repubblica di Freedonia. È matronale e pomposa, e Groucho la demolisce  ogni volta che apre bocca.

L’anarchia presente nei migliori film dei fratelli Marx era il nocciolo della commedia dell’arte, in cui molti attori parlavano, o, piuttosto, gridavano, simultaneamente, e il canovaccio era un mezzo d’improvvisazione. Duck Soup è un tesoro di anarchia, zaninità, irriverenza, satira, comicità – e rimane un capolavoro da quando è stato realizzato tanti anni fa.

Ovviamente ci sono molti film divertenti negli anni successivi, non solo dei fratelli Marx. Ma, come ho detto, sto facendo una lista di film completamente divertenti, non solo in parte. Per la prossima voce, devo fare un salto in avanti di più di quaranta anni.

Young Frankenstein, Frankenstei junior (1974). Entriamo qui, grazie al genio di Mel Brooks e Gene Wilder, nel regno del postmodernismo, avanti di un buon decennio. Come parodia del classico film horror, il film fu girato in bianco e nero e con le stesse tecniche narrative e di editing degli anni trenta. Vi pare un po’ troppo intellettuale? Niente affatto. Il film è divertentissimo e, per la verità, alcune frasi sono diventate famose. Marty Feldman è divertente in modo eccentrico nel ruolo di Igor, e  lo stesso dicasi per Teri Garr (ve la ricordate nello show di David Letterman? Mostrò spesso in quel contesto la sua vena comica e in questo film mostra un grande talento). Gene Wilder recita come se fosse posseduto, e l’intera opera è da sbellicarsi dal ridere, insieme parodia e omaggio dell’era cinematografica pre moderna

 

National lampoon’s vacation (1983) (Vacation) Il patriarca Clark Griswold, un Chevy Chase al suo meglio, decide di trascorrere più tempo con la moglie e i due figli, e s’imbarca con una grossa station wagon in un viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti, da Chicago al parco di Divertimenti Walley World di Los Angeles. Il viaggio dovrebbe stabilire legami ed essere basato sulla qualità del tempo trascorso insieme, ma si trasforma nella saga della sfiga. Tra le altre cose i Griswold uccidono accidentalmente un cane, legano la zia morta sul tetto della macchina, tanto per intenderci, mentre il patriarca è spesso tentato da una voluttuosa bionda che guida una Ferrari. Qua e là sono accennati alcuni dei conflitti sperimentati dai giovani genitori, e il tutto colpisce ancora di più per la leggerezza con cui il tema è trattato. Ad esempio, il fastidioso sospetto che il padre possa essere più interessato a cacciare belle ragazze piuttosto che a passare del tempo di qualità con i figli; che la vita familiare sia, in effetti, soffocante; che sua moglie sia bella, sì, ma l’uomo sia anche poligamo per natura… Alla fine, Walley Wolrld diventa, più che una destinazione, una fissazione. Al termine i Griswold raggiungeranno la meta, anche se persino questo si trasformerà in un anti-climax. Durante il viaggio, lo spettatore non farà che ridere.  

 

This is Spinal Tap (1984) è il documentario parodia di Rob Reiner, scritto insieme a Christopher Guest, Michael Mc Kean e Harry Shearer che vi recitò anche, rispettivamente, come Nigel Tufnel, David St. Hubbins e Derek Smalls. Spinal Tap, una band britannica che è stata attiva per diciassette anni con molti alti e bassi, arriva negli Stati Uniti per un tour che deve promuovere l’ultimo album, Smell the Glove. Rob Reiner fa la parte di Marty Di Bergi, un regista che sta girando un documentario su questo particolare tour, che passerà dal male al peggio fino alla catastrofe. Sebbene tutto sia inventato, l’effetto generale è estremamente realistico. In verità il film è un compendio di molti tropi classici del rock’n’roll: la fidanzata impicciona che minaccia l’unità della band, il promotore odioso,  il manager indaffarato e viscido, le due righe di recensione dell’album, la rissa nello studio, la pietra di Stonehenge (e similari) come meccanismo di palcoscenico, i cambiamenti di nome della band, il batterista scomparso, la perdita di direzione musicale che vira verso il jazz, la presenza nello show “Dove sono finiti?” in radio o televisione, senza menzionare il leggendario amplificatore che arriva a 11. 

Quando ho recensito il film per la prima volta, circa trenta anni fa, trovai una analogia con Don Chisciotte. I membri della Spinal Tap sono presentati come cretini assoluti, ed è normale ridere di loro dall’inizio alla fine, come se fossero i Tre Marmittoni armati di strumenti musicali. Ma i loro peccati sono così veniali che è difficile rimproverar loro qualcosa. Infatti ridiamo di loro e, tuttavia, siamo dalla loro parte, e ci sentiamo sollevati dall’improbabile lieto fine del film. Secoli prima, Cervantes ottenne lo stesso risultato con Don Chisciotte: ridiamo dello stupido e dei suoi errori ma, allo stesso tempo, siamo in ansia per lui. Cervantes scrisse una parodia del mondo cavalleresco – riuscì trionfalmente nell’intento – e, tuttavia, lo immortalò. Rob Reiner e i suoi co-sceneggiatori vollero filmare una parodia del rock’n’roll – anche loro vi riuscirono – e tuttavia lo resero immortale.

 

Lost in America (1985) (Pubblicitario offresi) Due yuppi, David (Albert Brooks ) e Linda (Julie Hagerty, di Airplane!) lasciano il loro posto di lavoro (in realtà David viene licenziato mentre sta aspettando una promozione e covando il sogno del suo feticcio, una BMW nuova fiammante con interni in pelle). Dopo aver venduto tutto quello che possiedono, si mettono in viaggio in una casa viaggiante, dopo che Easy Rider è diventato il loro nuovo feticcio, o, almeno, quello di lui. Decidono di fare tutto ciò che hanno sognato  in gioventù, come, “dobbiamo andare dagli Indiani!”. Presto la loro nuova vita prende, però, una brutta piega. A Las Vegas, all’insaputa del marito, Linda si gioca tutto il loro gruzzolo. David è sconvolto, ma se ne esce con un piano. S’incontra col direttore del Casinò, che si muove e parla come lo stereotipo del mafioso, e gli illustra “il più coraggioso esperimento pubblicitario, ovvero: ci ridai indietro i soldi.” È una di tante scene brillanti. Ne nascono molte complicazioni comiche. Albert Brooks non è mai stato così ispirato, sia come regista che come attore. Il film è un resoconto perfetto, non solo degli anni ottanta, ma anche del genere umano. Ed è divertente dall’inizio alla fine.

 

The Big Lebowski (1998) Non è un segreto che questo sia in assoluto il mio film preferito, non solo una semplice commedia. Sul seguente sito ho pubblicato due saggi su di esso

http://disinfo.com/2014/04/esoteric-take-big-lebowski/

http://disinfo.com/2014/04/importance-living-lin-yutang-meets-dude-esoteric-take-big-lebowski-part-2/

l’ultima parte è stata successivamente pubblicata nel libro: http://dudeism.com/lebowski-101/

Fiumi d’inchiostro sono stati versati su questo film, e a ragione. Da una prospettiva strettamente comica si può candidare come uno dei più divertenti di sempre. L’interazione fra il Drugo e il suo frenetico amico Walter è una delle migliori mai realizzate sullo schermo. Abbondano le situazioni assurde, e questo è senz’altro il capolavoro dei fratelli Cohen. Il fatto che il loro film precedente, Fargo, sia stato ricoperto di premi in tutto il mondo e che Il grande Lebowski sia stato considerato manchevole da molti critici quando uscì, rinforza quello che dicevo all’inizio: Fargo abbonda in omicidi e sangue, perciò merita l’attenzione della critica in quanto tragedia, specialmente in un paese pervaso dalla cultura delle armi. L’infinitamente più sofisticato Grande Lebowski è liquidabile come roba leggera e da ridere. A dire il vero, alcuni di tali critici hanno cambiato la loro opinione da allora; a prescindere da cosa pensano, il film è diventato un cult, a cui è dedicato anche un festival annuale, il Lebowski Fest. Questo è un film veramente imperdibile. L’ho visto e rivisto molte volte, anche in un angolo remoto dell’Islanda, con i sottotitoli in islandese: i locali non sapevano niente del film, ma ben presto hanno cominciato a ridere senza mai smettere.

 

Napoleon dynamite (2004) Jon Herder impersona Seth, “superstraordinario nerd”, nel trattato di Jared e Jerusha Hess sulla goffaggine, alienazione e disfunzionalità adolescenziale. Sebbene a basso costo e indipendente, il film evita l’atmosfera trita piena di angoscia di molti film indipendenti e ci consegna un ritratto di surreale anormalità nel reame del normale. Un sedicenne che va alla scuola superiore odiando ogni minuto della propria vita in un ambiente molto surreale. A volte l’Idaho ci appare come la luna, e il contesto domestico in cui si Seth muove è ugualmente bizzarro – la nonna che guida il quad, il memorabile zio Rico, l’inquietante fratello che si collega on line con LaFawnduh, che viene a trovarlo da Detroit. Il riso nasce da Seth e dalle situazioni bizzarre in cui egli si trova. Un piccolo capolavoro comico. Ah, non sorprende che il critico Rogert Ebert abbia dato al film una stella e mezzo.     

 

Nacho Libre (2006). Il film successivo a Napoleon Dynamite, di Jared e Jerusha Hess, è un altro gioiello. Il film è ispirato a Frate Tormenta, un prete messicano che, per più di due decenni, combatté come wrestler per mantenere un orfanotrofio. Vi recita Jeff Black in quello che ritengo il suo miglior momento, nel ruolo di un frate che cucina per i suoi compagni e per gli orfani. La sua recitazione è così pomposa, così sopra le righe, che ricorda Oliver Hardy al massimo dell’istrionismo. La sua spalla Esqueleto (che significa “scheletro” ed è recitata dall’effettivamente scheletrico Héctor Jiménez) a volte gli ruba la scena con frasi assurde come, “Non so perché mi devi sempre giudicare perché credo solo nella scienza”. Il film è un pastiche riuscitissimo di lotta libera, kitsch voluto, catechismo, frammenti di spagnolo e d’inglese con forte accento spagnolo, e ha l’aspetto di un film italiano o spagnolo di serie B degli anni sessanta. Alcuni critici lo hanno ritenuto offensivo per come tratta il cattolicesimo, i messicani, gli ultimi e persino gli orfani, quando Esqueleto afferma: “Sono stufo di sentir parlare dei tuoi stupidi orfani; io odio gli orfani!” Ma la commedia trascende tali restrizioni, o, in effetti, prospera su di esse, come ampiamente dimostrato dalla prossima voce.

 

Borat: cultural Learnings of america for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan (2006) Borat - Studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan. Col personaggio di Ali G, Sacha Baron Cohen aveva fornito più di un indicazione del suo talento comico. Ma è col personaggio di Borat Sagdiyev che la sua comicità diventa genio. Borat: Cultural Lernins etc è un finto documentario su Borat, un giornalista kazako che giunge negli States pieno di  entusiasmo, ignoranza e anche pregiudizi, e non risparmia nessuna delle tre categorie quando si tratta di americani reali.

Lo stratagemma permette a Sacha Baron Cohen di incorrere in ogni possibile passo falso, dallo sciovinismo al razzismo, al sessismo e via discorrendo. Lo spettatore storce il naso a molte delle battute e, tuttavia, non può far a meno di ridere. L’idea che costituisce il nocciolo del film è brillante quanto quella su cui si basa This is Spinal Tap. Il prodotto di Rob Reiner è confezionato meglio, la sceneggiatura più consistente, e non ci sono scene volgari (che non sono per forza divertenti solo perché volgari). Borat: cultural Learnins non solo esplora la landa proibitissima del molto politicamente scorretto, ma, allo stesso tempo, del basso livello. Ciò detto, Sacha Baron Cohen è un genio comico, e, se il film è carente nella struttura, fa però ammenda con una performance più che memorabile, addirittura archetipica. Uno dei film più divertenti di tutti i tempi, comprese le scene tagliate.    

 

Casa de mi Padre (2012) Ecco un’altra stranezza, l’invenzione del regista Matt Piedmont e dello sceneggiatore Andrew Steele. Will Ferrel impersona Armando Alvarez, un ranchero lento di comprendonio. Il ranch di suo padre è minacciato da un locale narcotrafficante e lui deve salvarlo. Will Farrel recita tutto il tempo in spagnolo, il che è già divertente di per sé. Il film, imbevuto dello stile ultra drammatico delle telenovelas, combina una serie di situazioni assurde, e presenta almeno un esempio di autentico humor nero. Conoscere bene lo spagnolo è un prerequisito per godere Casa de mi padre. Nel tal caso, il film risulterà estremamente divertente, tenuto su da un altro genio comico, Will Farrel, che, dovendo recitare in spagnolo, ha accettato una bella sfida e ci ha consegnato una performance trionfale. 

 

Aggiungerei alcuni film in lingua straniera.

 

Lo spagnolo: Torrente 2: Misión en Marbella (2001), la seconda parte della saga di Torrente, che è iniziata con Torrente, el brazo tonto de la ley (1998), il primo di quattro film. All’epoca questo è stato il film di maggior incasso nella storia del cinema spagnolo. Torrente è un ex poliziotto di Madrid, rozzo, pigro, completamente disonesto, sessista, libidinoso, razzista e di destra. Ben prima di Borat, abbiamo un personaggio che sembra prosperare su tutto ciò che è, sia politicamente scorretto, sia illegale, illecito, imbarazzante e terribile. In qualche modo, tuttavia, in lui c’è una vena comica e le sue disavventure ci fanno ridere. Ho visto per la prima volta questo film anni fa al Miami International film Festival, in lingua originale spagnola, e gli spettatori ridevano così forte che era impossibile sentire tutte le battute.

 

L’italiano Fantozzi (1975), primo di molti altri della saga. Fantozzi è l’archetipo dell’impiegato servile, frustrato, perennemente sfigato e sfruttato, che manca di coscienza di classe e lavora per una ditta molto grande, impersonale e alienante. Allo stesso tempo, è meschino ogni volta che può. Ad esempio, trova che sua figlia sia tremendamente brutta e sbava per una collega, che neppure si accorge di lui se non quando ha bisogno di un favore sul lavoro. Enormemente popolare in Italia, il personaggio di Fantozzi è diventato un archetipo, e l’aggettivo fantozziano è usato per descrivere una situazione in cui  potrebbe ritrovarsi Fantozzi. Paolo Villaggio, che ha scritto i libri su cui si basano questo film e i successivi, e che impersona Fantozzi, era un comico di rilevanza mondiale.

 

Da ultimo, il francese Les Visiteurs (1993) (I Visitatori) rifatto negli Stati Uniti, e puntualmente rovinato, col titolo Just Visiting (2001), il primo di una trilogia con parte finale nel 2016. Questa è l’ultima variazione sul tema del pesce fuor d’acqua. Per colpa di un incantesimo, un cavaliere del dodicesimo secolo e il suo scudiero viaggiano nel tempo e finiscono alla termine del ventesimo secolo. Volenti o nolenti devono confrontarsi col mondo moderno. Ogni situazione è divertente, fino a  sconfinare nella farsa. Jean Reno impersona il cavaliere impassibile, e vengono alla ribalta le considerevoli differenze fra come la società era considerata nel Medio Evo e com’è considerata oggi. I sottotitoli della versione originale francese sono sorprendentemente controrivoluzionari (essendo la Francia il luogo di nascita della famosa, o infame, Rivoluzione), mentre il remake americano è in favore dell’emancipazione e della democrazia, per la gioia dello scudiero. Questo è stato il film numero uno al box office in Francia nel 1993

 

In Reflections on the Death of Mishima, Henry Miller, after singing the praises of both the Japanese author who put an end to his life with a ritual suicide by seppuku (abdomen-cutting) and nipponica in general, noticed: “His utter seriousness, it seems to me, stood in Mishima’s way.” In itself, the observation sounds like a joke. Mihisma, dead serious (indeed) about everything, would have disapproved vehemently. Humor has been frowned upon for centuries, in fact millennia, in our own western tradition, too.

Plato censored the enjoyment of comedy in Philebus as a form of scorn. “Taken generally,” he wrote, “the ridiculous is a certain kind of evil, specifically a vice.” In Rhetoric, Aristotle stated that wit was educated insolence, while in the Nicomachean Ethics he admonished: “Most people enjoy amusement and jesting more than they should … a jest is a kind of mockery, and lawgivers forbid some kinds of mockery—perhaps they ought to have forbidden some kinds of jesting.”

Needless to say, early Christian thinkers objected to humor and laughter, too, a trend that continued through the Middle Ages. Later, the Puritans typically encouraged the faithful lo live sober, serious lives, while Hobbes and Descartes chimed in with their own strictures. In 1900 the French philosopher Henry Bergson published Laughter, a collection of three essays that, for the first time, concerned itself with the laughter caused by the comic. But Bergson’s effort remains the exception: to this day, tragedy is taken seriously; comedy, is laughed at, both literally and figuratively. When it comes to movies, it remains inconceivable for the Academy of Motion Picture Arts and Sciences to choose a comedy as Best Picture, or as Best Original Screenplay. And yet, making people laugh is infinitely more difficult than making them cry.

Among others, a very perspicacious Asian, Gautama Buddha, noticed centuries ago that “life is suffering,” and listed such an earth-shaking intuition as the first of his noble truths. In fact, the most followed religions on earth, which cumulatively number billions of people — the Abrahamic ones, Hinduism and Buddhism — all have produced their own prescription for diligent life-avoidance. It could be argued that through them the religiosity of life was supplanted by the religiosity of detachment from life. Given such premises, all the more can laughter be seen as a form of cosmic upset. Yes, acknowledges the one who’s laughing, there is suffering, and loss, and sadness, and I laugh, nevertheless. It’s our at once human and superhuman way of saying, Guess what? I’m fully aware of the memento mori, in fact I live with it every day, and I’m still laughing!

There follow ten American movies as well as three foreign ones that in my view express the best of what humans can achieve when it comes to upsetting the cosmos, and logics with it. Tragedy surrounds us; comedy, not so much. Therefore, let’s find comedy, and laugh. I have made a conscious effort to list movies that are funny throughout, and not just in part, and that are highly rewatchable.

Two notable partially funny movies that do not make this list are Bringing Up Baby, the 1938 classic, because it loses steam after its first two thirds and degenerates into an unfunny farce; and, The Birdcage (1996), the remake of the 1978 Franco-Italian La Cage aux Folles, which is laugh-out-lout funny only in a particular albeit protracted scene, the dinner with the visiting senator and his wife. Also, at least one movie with Laurel and Hardy would make this list, for example, Swiss Miss (1938) minus the operetta outbreaks, if I chose its Italian edition. In fact, many Laurel and Hardy movies were dubbed in Italian by Alberto Sordi, himself a comic of genius, who used for either actor a different pitch and a strong English accent, which contributed very much to their slapstick. In the original, their voices and lines do not add to the hilarity.

In chronological order:

Duck Soup (1933). Uproariously entertaining and perfect in many ways. The adjective “zany”, so often utilized in reference to the Marx Brothers, comes from Zani, the Venetian form of Gianni, “John”, used in the commedia dell’arte as a stock name for sundry servants acting as clowns. And indeed, each of the funny brothers (Zeppo was cast at first as the straight man, and eventually dumped altogether) could be a mask from the commedia dell’arte: the punny, fast-speaking and ever-deriding Groucho; the pseudo-Italian Chico, or Chiccolini, with his surreal common sense and exaggerated accent; and, best of all, the mute, mischievous, quirky, sabotaging, and ever-horny Harpo. If the characters surrounding the three brothers appear wooden and stilted it’s because they were: the film is, inter multa alia, a spot-on depiction of the diplomatic milieu that, despite its civilized airs and good manners, had not prevented Europe and the world from engaging in WW I just eighteen years before, and would do nothing, seven years on, to prevent the world from plunging into WW II. The pompousness all around is just what the Marx Brothers ever thrived on, quickly establishing themselves as onscreen incarnations of sheer irreverence. The poor Margaret Dumont, unfailingly the butt of Groucho’s jokes, plays Mrs. Gloria Teasdale, a very wealthy widow who underwrites the budget of the Republic of Freedonia. She is as matronly and pompous as it gets, and Groucho gingerly demolishes her every time she opens her mouth. The anarchy inherent in the best of the Marx Brothers’ movies was at the core of the commedia dell’arte, in whose plays many actors would speak, or rather shout, simultaneously, and in which the script was a vehicle for improvising. Duck Soup is a treasure-trove of anarchy, zaniness, irreverence, satire, slapstick—and remains a masterpiece so many years since it was made.

Of course, there are many funny movies in the following years, not only by the Marx Brothers, but by many others. But as mentioned, I’m intent on making a list of consistently funny films, not just in part. For the next entry, I find that I need to skip forward by over forty years, with:

Young Frankenstein (1974). We enter here, thanks to the genius of Mel Brooks and Gene Wilder, into the realm of post-modernism, ahead of a good decade. As a parody of the classic horror film genre, the film was shot in black and white and with the same narrative and editing techniques employed in 1930s. Sounds intellectual and a bit on the dry side? Not at all. The film is memorably funny, and indeed some of its lines have become famous. Marty Feldman is eccentrically funny as Igor, and so is Teri Garr (do you remember her when she used to be a staple on the Late Night with David Letterman? She often displayed in that context her comic talent, and it is very noticeable in this film). Gene Wilder acts like a man possessed, and the entire work is a riotously funny pastiche, at once spoof and homage to the pre-modern era of film-making.

National Lampoon’s Vacation (1983) Suburban patriarch Clark Griswold, a Chevy Chase his best, decides to spend more time with his wife and two children, and embarks, in a beat-up, out-sized station wagon, on a cross-country trip from Chicago to the Los Angeles amusement park Walley World. The trip should all be about bonding and quality time, but it turns into a mishap fest. Inter alia, the Griswolds inadvertently kill a dog, tie the deceased aunt on the roof of the car, you get the picture, while the patriarch is recurrently tantalized by a gorgeous blonde driving by in a Ferrari. Some of the conflicts young parents experience are hinted at in passing, and all the more strikingly because of such a light-handed treatment: the father’s nagging suspicion, for example, that he may be more interested in chasing beautiful girls than in spending quality time with his children; that married life is, in fact, constrictive; that his wife may be beautiful but man is naturally polygamous… Eventually, Walley World becomes, rather than a destination, a fixation. The Griswolds will reach it, at long last, even though that too will turn out to be an anti-climax. On the way there, the watcher will be laughing all along.

This is Spinal Tap (1984) is Rob Reiner “mockumentary”, co-written with Christopher Guest, Michael McKean and Harry Shearer who also starred in it respectively as Nigel Tufnel, David St. Hubbins and Derek Smalls. Spinal Tap, a British band that has been active for seventeen years with many ups and down, come to the States on tour to promote their latest album, Smell the Glove. Rob Reiner appears as Marty Di Bergi, a film director who is shooting a documentary about this particular tour, which will go from bad to worse to catastrophic. Although everything is fictitious, the overall effect is extremely realistic. Indeed, the film is a compendium of many classic tropes of rock’n’roll: the meddling girlfriend who threatens the band’s unity; the obnoxious promoter; the overworked, slimy manager; the two-word album review; the in-studio fight; the Stonehenge (and similar) stage prop; the band name changes; the disappearing drummer; losing musical direction and turning to jazz; being on the “Where Are They Now?” radio or TV show; not to mention the legendary amplifier that goes to eleven.

When I first reviewed the film, about thirty years ago, I found it analogous to Don Quixote, of all things. The members of Spinal Tap are presented as immense fools, and it’s only human to laugh at them, from the very start to the end, as if they were the Three Stooges with musical instruments. But their trespasses are so benign that it is hard to hold anything against them. In fact, we laugh at them, and yet we feel for them, and are relieved by the film’s improbable happy ending. Centuries before, Cervantes accomplished the same with his Don Quixote: we laugh at the fool and at his foolish trespasses while at the same time we feel for him. Cervantes set out to write a parody of chivalry—he succeeded triumphantly, and yet immortalized it. Rob Reiner, and his co-writers, set out to film a parody of rock’n’roll—they too succeeded triumphantly, and yet immortalized it.

Lost in America (1985) Two yuppies, David (Albert Brooks) and Linda (Julie Hagerty, of Airplane! fame), drop out of the rat race (or rather, David is fired when he was, in fact, expecting a promotion and kept coveting his fetish, a brand new BMW with leather interiors). After selling everything they own, they hit the road in a motor home, Easy Rider having quickly become their new fetish, or at least his, bent on doing everything they dreamed of in their youth, such as, “We have to touch indians!” Soon enough their new life goes south: in Las Vegas, unbeknownst to her husband, Linda gambles away their entire “nest egg”. David is devastated, but quickly comes up with a plan. He meets with the casino’s director, who looks and speaks like a stereotypical Mafioso, and illustrates to him “the boldest experiment in advertising history: you give us our money back.” It’s one of many brilliant scenes. Many comical complications ensue. Albert Brooks would never be this inspired again, both as a director and as an actor. The film is a tremendously accomplished commentary not just on the 1980s, but on human nature in general. And it’s funny throughout.

The Big Lebowski (1998) It’s no secret that this is my all-time favorite film, not just comedy. On this website I’ve published two essays about it:

http://disinfo.com/2014/04/esoteric-take-big-lebowski/

http://disinfo.com/2014/04/importance-living-lin-yutang-meets-dude-esoteric-take-big-lebowski-part-2/

with the latter being published later in the book:http://dudeism.com/lebowski-101/

 

Rivers of ink have been spent on this film, and with good reason. From a strictly comical perspective, it may also qualify as one of the funniest of all times. The interaction between the Dude and his manic friend Walter is one of the best ever realized on screen, and many other minor characters are very funny. Absurdist situations abound, and this is the Cohen Brothers’ masterpiece. The fact that their previous Fargo would be covered in awards from the world over and The Big Lebowski considered a miss by most critics when it was first released corroborates what I write in the introduction:Fargo showcases various murders and plenty of blood, so it’s deserving of critical attention as a tragedy, particularly in a country in which the gun culture is all-pervading; the infinitely more sophisticated The Big Lebowskiis light fare, comical, and dismissible. At least some of such critics have changed their mind since; regardless of what they opine, the film has become yet another cult classic, spawning even an annual festival, the Lebowski Fest. This is the one, truly unmissable film. I’ve watched many, many times, once I in a remote corner of Iceland with subtitles in Icelandic; the natives knew nothing about the film, but soon enough they began to laugh—and never stopped

Napoleon Dynamite (2004) Jon Herder stars as Seth, “super nerd extraordinaire” in Jared and Jerusha Hess’s treatise on teenage awkwardness, alienation and dysfunctionality. Though as low-budget and independent as it gets, the film eschews the trite angst-ridden atmosphere of most indies and delivers a portrayal of surreal abnormality within the realm of the normal: a 16-year-old who goes to high school hating just about every minute of his life in a very surreal setting, Idaho looking at times like the moon, and in an equally bizarre domestic context—his quad-bike-riding grandmother; his memorable Uncle Rico; his weird brother who hooks up on line with LaFawnduh, who comes to visit him from Detroit. Laughter is born out of Seth’s deadpan one-liners and out of the bizarre situations in which he finds himself. A small comic masterpiece. Oh, not surprisingly the late critic Roger Ebert gave the film one-and-a-half stars.

Nacho Libre (2006) Jared and Jerusha Hess’s follow-up to Napoleon Dynamite is another gem. The film is inspired by Fray Tormenta (Frair Storm), a Mexican priest who, for over two decades, competed as a wrestler in order to support an orphanage. It stars Jeff Black in what I deem his best moment, as a low-ranking friar in charge of cooking for his fellow friars and orphaned children. His acting is so pompous, so over the top, it is reminiscent of Oliver Hardy at his most histrionic. His foil Esqueleto (which means “skeleton” and is played by the indeed skeletal Héctor Jiménez) at times steals the spotlight with some absurd lines such as, “I don’t know why you always have to be judging me because I only believe in science.” The film is a supremely reussi pastiche of lucha libre, deliberate kitsch, catechism, bits of Spanish and bits of English with a strong Spanish accent, and the overall look of a Spanish or Italian B movie from the 1960s. Some critics found it offensive for its treatment of Catholicism, Mexicans, midgets and even orphans, when Esqueleto states, “I’m sick of hearing about your stupid orphans; I hate orphans!” But comedy transcends such strictures, or in fact thrives on them, as amply demonstrated by the next entry.

 

 

Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan (2006) With the character of Ali G, Sacha Baron Cohen had given more than hints of his comic talent. But it is with the character of Borat Sagdiyev that his comicality turned into genius. Borat: Cultural Learnings etc. is a mockumentary about Borat, a Kazakh journalist who comes to the States with a great deal of enthusiasm, ignorance, and prejudices alike, and is not shy about any of the three categories when dealing with real-life Americans.

The stratagem allows Sacha Baron Cohen to engage in every possible faux pas, from chauvinism to racism, to sexism and on and on. The viewer cringes at most of his jokes, and yet laughing is inevitable. The idea at the core of the film is as clever as the one at the core of This is Spinal Tap. Rob Reiner’s offering is put together better, the writing is more consistent, and there are no gross-out scenes (which aren’t necessarily funny just because they’re gross). Borat: Cultural Learnings doesn’t only explore the very forbidden land of the extremely politically incorrect, but at the same time of the very lowbrow. Having said that, Sacha Baron Cohen is a comic genius, and what the film may lack in structure it makes up for with a more than memorable, indeed archetypal performance. One of the funniest films of all times, including its outtakes.

 

Casa de mi Padre (2012) Here is another oddity, the brainchild of director Matt Piedmont and screenwriter Andrew Steele. Will Ferrell stars as Armando Álvarez, a slow-on-the-uptake ranchero from Mexico. His father’s ranch is being threatened by a local drug lord and he must save it. Will Ferrell acts for the entire time in Spanish, which is hilarious in itself. The film, awash in the ultra-dramatic style typical of telenovelas, teams with absurd situations, and presents at least one instance of truly extreme black humor. Fluency in Spanish may be a prerequisite in order to enjoyCasa de mi Padre. In which case, it comes off an incredibly funny film held together by another comic genius, Will Farrell, who, by having to act in Spanish, took on quite a challenge and delivered a triumphantly comical performance.

I would add a few foreign-language films.

The Spanish Torrente 2: Misión en Marbella (2001), the second installment of the Torrente saga, which began with Torrente, el brazo tonto de la ley (1998), first of four. At the time, this was the highest-grossing movie in the history of Spanish cinema. Torrente is an ex-cop from Madrid, rude, lazy, thoroughly dishonest, sexist, lecherous, racist, right-wing. Well before Borat, we have a lead who seems to thrive on everything that is either politically incorrect, or illegal, illicit, highly cringe-inducing, and just awful. Somehow, however, there is a comic streak in him, and his mishaps make us laugh. I watched this film for the first time years ago at the Miami International Film Festival in the original Spanish, and viewers were laughing so uproariously, it was impossible to hear all the jokes.

The Italian Fantozzi (1975), first of many in the saga. Fantozzi is the archetype of the extremely sycophantic, totally frustrated, perennially-out-of-luck and overexploited clerk lacking in class consciousness and working for a very large, impersonal and alienating company. At the same, he is shown to be mean-spirited, whenever he can; he finds his daughter, for example, unbearably ugly and lusts after a female colleague, who hardly realizes he exits except for when she needs a favor at work. Hugely popular in Italy, the character Fantozzi has become archetypal, and the adjective “fantozziano” is used to describe a situation in which Fantozzi may find himself. Paolo Villaggio, who wrote the books on which this and the subsequent installments are based and also stars as Fantozzi, is a world-class comic.

Lastly, the French Les Visiteurs (1993) [remade in the States, and punctually ruined, as Just Visiting (2001)], the first in a trilogy, with the latest installment to be released in 2016. This is the ultimate variation on the fish-out-of-water theme: thanks to a wizard’s magical spell, a 12th-century knight and his squire travel in time to the end of the 20th century and, willy-nilly, have to confront the modern world. Every situation is hilarious, often trespassing into the farcical. Jean Reno plays the knight with a straight face, and the considerable differences in how society was conceived in the Middle Ages and now come to the fore. The subtext of the original French version is strikingly counterrevolutionary (France being the birthplace of the famous, or infamous, Revolution), while the American remake is in favor of emancipation and democracy, for the squire’s joy. This was the number 1 box office movie in France in 1993.

Mostra altro
Pubblicità

CIRCEO FILM ARTE CULTURA

9 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi

 

 

 

 

 

CIRCEO FILM ARTE CULTURA
San Felice Circeo (LT) – 23/26 agosto 2017

 

Proiezioni di lungometraggi, corti sul mare, incontri pubblici con personaggi del mondo del cinema, cultura, musica, sport, moda e la presenza, tra gli altri, di Ambra Angiolini, Alessio Boni, Maria Grazia Cucinotta, Marco Giallini, Ricky Memphis, Primo Reggiani, Anna Foglietta, Lillo Petrolo, Ninni Bruschetta ed Enrico Brignano.

 

INGRESSO GRATUITO FINO A ESAURIMENTO POSTI

 

 

Si tiene a San Felice Circeo (Latina) dal 23 al 26 agosto 2017 il Circeo Film Arte Cultura, kermesse culturale promossa dal Comune di San Felice Circeo, in due location prestigiose e suggestive, Piazza Luigi Lanzuisi e, per gli eventi speciali, Vigna la Corte. La rassegna – a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - è realizzata in collaborazione con l’associazione culturale Four Events, il coordinamento artistico di Francesca Piggianelli e la direzione artistica del regista Paolo Genovese. Conduttrici della rassegna Tosca D’Aquino, Matilde Brandi e Flora Canto.

Tra gli artisti attesi – del mondo del cinema, della cultura, dello sport, della musica e della moda - oltre al regista e “padrone di casa” Paolo Genovese, Ambra Angiolini, Enrico Brignano, Alessio Boni, Maria Grazia Cucinotta, Marco Giallini, Marco Belardi, Anna Foglietta, Ricky Memphis, Francesco Apolloni, Roberto Capucci, Ninni Bruschetta, Primo Reggiani, Francesco Montanari, Lillo Petrolo, Enrique del Pozo e tanti altri.

Sarà una vera e propria Festa del Cinema – dichiarano gli organizzatori dove i colori dell'arte si andranno a mescolare alle emozioni dei film. Verranno omaggiate le eccellenze del mondo del cinema con produttori, registi, attori e sceneggiatori. Un grande evento e una vetrina per raccontare i film e i loro protagonisti con i quali condivideremo degli incontri e dei dibattiti per entrare nel vivo delle diverse maestranze”. La rassegna è patrocinata da: Mibact – Direzione Generale Cinema; Regione Lazio; Comune di San Felice Circeo; Roma Lazio Commission.

 

 

Per maggiori informazioni
Associazione culturale Four Events - Presidente Elisabetta Napolitano
fourartevents@gmail.com
Mostra altro

The Founder [2016, John Lee Hancock]

3 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Founder ci mostra la nascita dell'impero di McDonald's da un semplice chiosco gestito da due  fratelli, fondato sull'innovazione tecnica e la velocità nonché su valori familistici e qualitativi – fino a diventare uno squalo capitalistico guidato dall'ingorda megalomania di un commerciante ossessionato dal successo, Ray Kroc interpretato da Michael Keaton, che ne comprende le potenzialità e decide di diffonderlo in tutta la nazione, a costo di tradire e distruggere i sani principi di partenza che avevano ispirato gli umili fratelli.

 

Se quindi nella prima parte il film sembra la solita celebrazione mitologica del successo in America, basato su perserveranza, dedizione, determinazione e duro lavoro, nonché da magici momenti di ispirazione commerciale – ovvero uno spot di McDonald's e della sua genuinità – la frizione con la visione originaria dei fratelli crea una crepa che si allarga progressivamente in una voragine di bramosia che inghiotte quella stessa visione, la mastica, la sminuzza, ne succhia e assorbe le capacità di profitto e la risputa fuori, o la espelle – macerata, distrutta.

 

Kroc concepisce la catena di McDonald's come un ulteriore simbolo americano, associandolo alla bandiera a stelle e strisce, e alle croci delle chiese – bandiere e croci che sventolano e svettano in ogni cittadina – così come dovranno fare i suoi archi dorati: l'America e il capitalismo cannibale diventano quindi un'unica realtà, sovrapponibile – McDonald's è l'America, e l'America è McDonald's: la corruzione del profitto sui principi.

 

Così come, volendo utilizzare Michael Keaton come tramite, la croce è la copertura di crimini in Spotlight, film premio Oscar 2016 che illustra la scoperta giornalistica degli abusi sui bambini nelle chiese americane. Così come, nel film della propaganda reale, la bandiera è di volta in volta tronfio e retorico simbolo di libertà e democrazia dietro cui si espleta un espansionismo imperialistico imperniato sul bullismo internazionale a base attribuzioni di colpe mai provate e conseguenti bombardamenti.

 

Quel che mostra il film è in realtà il soppiantare della piccola impresa da parte dell'accentramento del capitale, che tutto fagocita e divora gonfiandosi in entità sempre più grandi – fino al formarsi di mastodonti planetari che superano i confini, le multinazionali: in questa crescita qualsiasi ostacolo si pari davanti al profitto, che sia pratico o morale, viene ignorato, attaccato, distrutto, truffato o semplicemente comprato.

 

Ciò detto, il solito impareggiabile professionismo hollywoodiano, macchina da guerra dell'intrattenimento, rende il film ritmato, spiritoso e guardabile – ma si distingue per il suo scrostare l'arco dorato della parabola del successo, rendendo chiaro che il più famoso degli hamburger non è nient'altro che un boccone amaro [oltre che avvelenato]. Suggerisco di sputarlo.

E di integrare la visione con Fast Food Nation di Richard Linklater.

Mostra altro

Spiderman - homecoming

25 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

 

Sono una fan dei fumetti Marvel e l'Uomo Ragno l'ho conosciuto proprio con gli albi degli anni '60, il cui spirito ho poi piacevolmente ritrovato nei film di Sam Raimi. Ma squadra che invecchia, pur vincente, si cambia, e Spiderman non fa eccezione all'operazione di "ringiovanimento" dei granitici miti di noi 40-50enni che sono a quanto pare gli unici veri eroi che resistono alla corrosione dei decenni che passano (Alien, Star Wars, Star Trek, Predator e Terminator addirittura!), visto che quelli dei millennials evaporano con grande facilità. Ma bisogna farli digerire ad una popolazione di adolescenti e ventenni che, secondo Hollywood, non sono forse in grado di apprezzare troppa tensione morale, troppi conflitti psicologici che erano la cifra stilistica dei personaggi inventati da Stan Lee: "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è un messaggio che in questo film passa in maniera molto sfumata e da un personaggio da cui non ci si aspetterebbe, il Tony Stark che con il padre ha avuto un rapporto conflittuale e cerca di fare meglio come "padre spirituale" del giovane Peter Parker. L'adolescente Tom Holland, che aveva dato buona prova di sè in "The impossible" salvando la madre da uno tsunam,i torna con il faccino smarrito da quindicenne preso solo dai problemi dei suoi coetanei: prima cotta, primo ballo, lezioni. Nessun senso di colpa per avere cagionato indirettamente la morte dello zio, nessuna responsabilità verso la zia, del resto zia May ha perso le sembianze da Nonna Papera antropomorfa con crocchia argentea sul capo per essere sostituita da una Marisa Tomei inguainata in pantaloni attillatissimi e canotte che la rendono una vedova molto allegra e certamente più capace di badare a se stessa di Peter. La prima metà del film passa così con una superficialità imbarazzante tra dialoghi cacofonici infarciti da "fico" e "zio" che in un contesto scolastico statunitense mi fa rabbrividire, tanto che viene da chiedersi se non siamo finiti in un mondo parallelo con un altro Peter Parker che NON si umilia per quel giornalaccio da quattro soldi pur di sostentare la zia, che non si rende conto di quanto la vita sia complicata ancora di più dai suoi poteri, che addirittura gode di poteri ipertecnologici forniti dalla Stark&co anche se questo, pur trovandolo subito irritante, trova una sua ragion d'essere in seguito. Il boato di sdegno giunge a metà della pellicola quando Peter con la sua stupidità mette a repentaglio la vita di un intero traghetto carico di passeggeri per sventare un passaggio di armi da fuoco, cosa che lo Spiderman di Lee mai avrebbe fatto, tanto che mi ha lasciato l'amaro in bocca vedere lo zio Stan partecipare ad un simpatico cameo a mo' di timbro apposto a certificazione della qualità del "nostro amichevole spiderman di quartiere". Poi nella seconda metà tutto cambia. La mia teoria è che la prima parte è lo zucchero con cui si è dovuta farcire la pillola di un personaggio molto più complesso e combattuto per farla andare giù agli spettatori più giovani. Dal flop del traghetto il film prende un'impennata che per mezz'ora vale da sola la visione. Finalmente tutta la tensione morale che conoscevamo in Peter emerge insieme a quella del cattivo di grande caratura interpretato da un Michael Keaton che si mangia tutto il resto del cast a colazione (escluso Downey Jr ma lui recita sopra le righe e non fa testo). Il conflitto riflette la situazione già vista in passato con altri personaggi e il colpo di scena arriva inaspettatamente dopo un anticlimax gestito bene e si intravede solo due secondi prima che accada, il tempo che passa tra il suono di un campanello e l'apertura di un uscio. Finalmente ritroviamo Spiderman con tutti i suoi dubbi e le sue domande a cui non è possibile dare una riposta netta e un cattivo che è solo confuso e arrabbiato ma che conosce il codice d'onore. A tale proposito vi avverto: non alzatevi dopo la sequenza a cartone animato. L'ultimo inaspettato colpo di scena arriva lì ed è un piccolo colpo al cuore che fa venire la pelle d'oca. In sintesi: prodotto confezionato per piacere soprattutto ai più giovani che solo nella seconda parte ricalca il vero spirito del fumetto.

Mostra altro
Pubblicità

THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE

21 Luglio 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema, #fantascienza

 

 

 

Regia di Matt Reeves

Premetto che sono alquanto allergica alle trilogie soprattutto se me le diluiscono in 6 anni perché tendo a dimenticare gli episodi precedenti. A costo di attirarmi pomodori marci e altre amenità, inoltre, ritengo il film del '68 con Charlton Heston tutto fuorché un capolavoro, più nel dettaglio la trovo una bellissima idea distopica messa giù in maniera imbarazzante (un esempio su tutti: prendi una navicella, atterri su un altro pianeta e trovi scimmie che parlano inglese perfettamente come te e non ti viene un dubbio? No, dico, passi il confine col Messico e non capisci nulla più quando la gente apre bocca ma su un altro pianeta parlano la lingua di Shakespeare, cioè, un astronauta qualche domandina dovrebbe porsela, ma vabbè, diciamo che occorre sospensione dell'incredulità). Veniamo però al terzo e ultimo capitolo della saga che ho visto recentemente. Non ci metterei la mano sul fuoco per i vaghi ricordi che ho degli altri due ma direi che qui l'approfondimento psicologico ha avuto la meglio sull'intreccio. La guerra più che tra due popoli è tra due capi: Cesare e il Colonnello. I due però superano la visione manichea di buono e cattivo offrendo personaggi spigolosi, pieni di contraddizioni, difetti, personaggi confusi, che cedono troppo all'emotività (Cesare) o alla razionalità (Colonnello). Ognuno di loro ha la sua personale idea di come salvare il proprio popolo e vincere la guerra e, ovviamente, entrambe si riveleranno assai difettose. Ho apprezzato l'introduzione nella sceneggiatura di uno snodo che finalmente risolve una domanda lasciata in sospeso dal primo film con Heston (che cronologicamente segue) ovvero: perché i primati parlano ma gli umani no?!?!! Grazie a questa idea si spiega l'anomalia del film del '68. Apprezzabile anche l'idea di introdurre Nova, una bambina che fa da ponte tra le due specie ma che purtroppo resta lettera morta non essendo questa figura presente nel fim originale. Mi lascia perplessa l'omaggio evidentissimo all'altro Colonnello di coppoliana memoria, Kurtz, tanto che, se mai avessimo dubbi sulla citazione, ci viene suggerito con il gioco di parole "ape - pocalypse now" scritto in un tunnel. Sarà pure che nei decenni ormai è diventato un archetipo ma mi sembra che venga citato un po’ troppo negli ultimi tempi e non sempre a proposito.

Sottotracce: evidente quella ecologica, palesemente enunciata da Harrelson, della Natura che si rivolta all'uomo che cerca di dominarla. Meno evidente quella politica (sempre che non me la sia sognata) del "non vi combattiamo per odio ma perché siete più numerosi e intelligenti e se vi lasciamo ci sopraffate". In ogni caso la fine è nota per cui se davvero quest’ultima è presente è il regista non la vede bene per gli americani e l'Occidente in genere.

In complesso fantascienza buona con spunti etici ma sono altri quelli che mi fanno impazzire.

Mostra altro

The Kentucky Fried Movie [1977], l'assurdità della realtà cinetelevisiva

17 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #cinema

 

 

 

 

 

The Kentucky Fried Movie, entrato nelle sale americane nel 1977, ma in quelle italiane solo nel 1985,  fu l'assurda occasione del demente incontro tra i fratelli Zucker, sceneggiatori, e John Landis, regista, i primi in seguito noti, in particolare, per L'aereo più pazzo del mondo [Airplane!, 1980] e La pallottola spuntata [The Naked Gun, 1988], il secondo, tra gli altri, per The Blues Brothers [1980] e Una poltrona per due [Trading Places, 1983] – e coerentemente con queste retrospettive premesse, il risultato è uno scatenato e sregolato folleggiare comico.

Il contenuto è strutturato vagamente come un episodio del Monty Python's Flying Circus, una serie di sketch e gag non particolarmente legati tra di loro, che in questo caso assume i contorni di uno spaccato caricaturale altamente condensato della cultura pop cinetelevisiva americana di fine anni settanta.

Abbiamo quindi parodie di pubblicità, di generici programmi televisivi, interviste, tg, annunci, documentari nonché trailer di film in uscita, che testimoniano l'esplosione dei limiti censorei, avvenuta in quel decennio, nel ritrarre sesso e violenza, nonché il divenire fenomeno di massa del porno, con riferimenti a Gola profonda [Deep Throat, 1972] e Oltre la porta verde [Behind the Green Door, 1972], o l'ossessione per i disastri e le celebrità, sviluppatesi nel sottogenere del disaster movie affollato di star, qui riassunto nella pubblicità di un inventato That's Armageddon!  con relativi cammeo, come quello di Donald Sutherland nel ruolo del cameriere pasticcione. Il segmento più lungo però è dedicato ad una vera e propria parodia, evidentemente piuttoso affettuosa, del filone orientaleggiante sulle arti marziali che impazzava grazie a Bruce Lee, magari con qualche spruzzata di James Bond – ma con un finale alquanto inaspettato.

Nondimeno, in mezzo al divertito riflesso dell'idiozia pop dell'epoca, si insinuano inquietudini più profonde:  in uno spot viene reclamizzato un gioco da tavolo per famiglie in cui si deve coprire l'omicidio del presidente, effettuato da un proprio team di killer, e far digerire al pubblico una versione ufficiale – finta pubblicità che in pochi secondi veicola accuratamente il sempre più largo scetticismo che si era diffuso, negli anni, in relazione all'assassinio di John Kennedy, scetticismo ulteriormente facilitato dalla crescente sfiducia nelle istituzioni, in virtù della sempre più chiare bugie belliche sul Vietnam, e del verminaio di corruzione esumato e tracciato fino alla Casa Bianca stessa: e, del resto, un anno prima del film, aveva aperto i lavori la House of Selected Committee on Assassinations, organismo investigativo ufficiale di reinvestigazione degli omicidi di Kennedy e Martin Luther King  – Comitato che, pur continuando a negare un'articolata cospirazione, concesse, due anni dopo l'uscita del Kentucky Fried Movie, che vi fosse un'alta probabilità che il 22 novembre del 1963, a Dallas, Oswald non fosse stato il solo a sparare.

 

Nuovo dai Barker brothers, un gioco per tutta la famiglia!

“Farla Franca”. Il tuo team ha appena assassinato il presidente.

Riuscirai a “Farla Franca”?

Tira il dado e scoprilo!

Grande! Hai trovato un capro espiatorio. Tira di nuovo.

Carta bonus.

Fai uccidere il tuo capro espiatorio da Jack Ruby.

Bella mossa, perché i morti non parlano.

Oh no! Abraham Zapruder ha filmato l'assassinio.

Brutto colpo. Ma tocca di nuovo a te

e hai un colpo di fortuna,

ventidue testimoni oculari

muoiono di cause non naturali.

Il tuo avversario trema di nuovo.

Oh, oh, attenzione! “Life” compra il filmato di Zapruder

ma TU compri “Life” e mostri i fotogrammi

nell'ordine sbagliato.

Ce l'hai quasi fatta. Ora devi far girare la lancetta dell'opinione pubblica.

Ce l'hai fatta! Il pubblico ci crede.

L'hai “Fatta Franca”!

Ordinabile dai Barker brothers.

Mostra altro

Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987

11 Luglio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

Nel mio ennesimo tentativo di farmi risucchiare nuovamente negli anni '80, quando tutti eravamo felici, ho guardato altri due capolavori cinematografici del 1987, in occasione del loro tondo trentesimo compleanno.

 

Mannequin

Andrew McCarthy, il bel faccino già incontrato nella recensione del drammatico Less Than Zero, è un vetrinista di crescente successo e fama – del resto quale lavoro più prestigioso e ambito del vetrinista vi è al mondo? E il segreto del suo successo è nientemeno che una musa e questa musa è nientemento che UN MANICHINO e questo manichino, quando lui è nottetempo ad allestire i Grandi Magazzini, SI TRASFORMA IN UNA BIONDA E DILETTEVOLE FANCIULLA [Kim Cattrall che, da vecchia gallina che fa buon brodo, è stata poi tra le quattro protagoniste della serie Sex and the City] e, come se non bastasse, questi due TROMBANO – ma c'è il cattivo di turno che complica le cose, incarnato dal perfido e infìdo James Spader, anche lui già incontrato parlando di Less Than Zero, coadiuvato dal guardiano-mastino dei Grandi Magazzini, ovvero una delle facce più turpi presenti nell'infinita sequela di Scuole di Polizia [Police Academy], e insomma, un film imperniato su un'idea talmente cretina che persino io non sono riuscito a finirlo.

 

The Pick-up Artist [titolo italiano: "Ehi... Ci stai?"]

 

Questo è l'altro film dell'87 che vede Robert Downey protagonista, oltre ad – ANCORA – Less Than Zero, e anche qui è un vero mattatore, tanto da renderlo - nella sua insulsaggine - quasi guardabile, in congiunzione con il buon ritmo e la non sciatta regia. Interpreta un giovane insegnante di ginnastica, un “artista del rimorchio” squattrinato che vive con sua nonna, e con in realtà un assai basso tasso di successo sessuale, nonostante sia chiaro quale sia il suo primo pensiero ogni mattina – tanto da provare, fin da appena alzato, facce, toni di voce e frasi davanti allo specchio, per poi implementarli compulsivamnte non-stop appena messo piede in strada. La sua fondamentale pick up line è “Ti hanno mai detto che hai il viso di un Botticelli e il corpo di un Degas?”. Finché non trova una ragazza che rimane effettivamente colpita: ha giusto in mano un libro su Botticelli. E' una rossa dal viso pallido e le labbra carnose: una anafettiva giocatrice d'azzardo indebitata con la mafia [volto fresco dell'epoca, Molly Ringwald]. Lui è completamente conquistato. In fondo è sempre stato “un blue boy, in cerca d'amor” come nella canzone che continua a cantare. E' una commedia sentimentale, e il secondo aspetto è ovviamente il più deleterio, obiettivamente idiotico – il resto non è terribile, come già scritto, Downey Jr con la sua logorrea sfacciata e stralunata regge parte del film, e tre comprimari di megalusso rendono interessanti anche i personaggi minori: il padre della Ringwald è il costantemente sbronzo Dennis Hopper, un innocuo omino con lo sguardo spiritato del cattivo di Blue Velvet, poi vi è la tipica accogliente affabilità di Danny Aiello, amico barista del protagonista, nonché Harvey Keitel, malvagissimo recupero crediti della mafia dell'azzardo.

Vale la pena? No, ovviamente.

Due Mediocri Commedie Sentimentali Americane del 1987
Mostra altro

Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]

30 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

Vieniamo introdotti nel luccicante mondo yuppie dei diplomati dei quartieri alti di Beverly Hills, tra superville, megapiscine, iperfeste, fantabolidi e paparini paperoni – nonché nelle vicende di due amici e un'amica, che si triangolano, si perdono, si ritrovano, si riscuotono, e altri intrecci del genere.

Uno è il laureando ed equilibrato Andrew McCarthy, faccina idolatrata da un po' di ragazzine dell'epoca, che nello stesso anno appare anche nella blandissima commedia romantica low fantasy Mannequin con Kim Cattrall, poi famosa come bionda semi-ninfomane nella serie Sex and the City, la ragazza è Jami Gertz, altro giovane faccino noto del tempo, che nel film non prosegue gli studi per diventare modellina, e per fare l'indecisa tra Andrew e il carismatico e beffardo Robert Downey Jr., impegnato a calarsi più droga possibile, e a calarsi un po' troppo nella parte, giacché, notoriamente, nel decennio successivo diventerà noto più per i problemi di tossicodipendenza e giustizia che per la carriera, che poi comunque recupererà vendendosi al mercato dei blockbuster cretini dei supereroi, diventando la megastar che è ora.

Ma qui era ancora decisamente un attore, non solo una personalità carismatica che indossa un'armatura d'acciaio in mezzo a un tripudio di fastidiosi effetti speciali. Il modo in cui interpreta il personaggio e il progressivo passaggio da cool in control a rottame alla deriva privo di dignità nella sua caduta progressiva nel vortice della droga, e di come procurarsela, raggiunge picchi raccapriccianti e tutta la cartapesta yuppie, tutta la assordante vacuità di quell'ambiente, viene imbrattata dal vomito febbricitante dell'astinenza quando i soldi finiscono – una vita fatta di meri tintinnìi e luccichìi, in cui in definitiva, come dice la canzone di Elvis Costello da cui è tratto il titolo, everything means less than zero.

Ed è anche il titolo del romanzo che ispira il film, di Bret Easton Ellis, chiaramente - così leggo - più brutale e ambiguo del film, che, come se non bastasse, è stato ulteriormente commercializzato anche rispetto a quanto concepito dal regista Marek Kanievska [assoldato per il suo lavoro su Another Country del 1984], arginato dalla produzione.

Con McCarthy e Downey, completa il trio di attori in forma James Spader, viscido spacciatore privo di scrupoli, una torva sanguisuga dandy, che convince Downey all'ignominia, pur di continuare il flusso di droga nonostante il debito accumulatosi. McCarthy, nel ruolo del tizio con la testa sulle spalle, decide di salvare l'amico, trascinato da un legame radicato nell'infanzia, aiutato dalla Gertz, in realtà anch'essa con un “problema” - del resto, sempre nel 1987, era protagonista femminile di The Lost Boys, in cui il vampirismo diventava metafora di tossicodipendenza adolescenziale: ma in questo film, nel suo ambiente ricco e chic, non è una epidemia – è un'usanza, una pratica, una cultura – cristalizzata dall'immagine di una ragazza che scherza con le amiche sul proprio naso sanguinante durante una festa: e non si tratta di ordinaria epistassi.

In definitiva, il film fa un discreto lavoro nell'evidenziare quando la droga e l'esser drogati faccia defecare l'indefecabile e vomitare l'invomitabile, e di certo ci rende partecipi di quanto sia difficile la vita dei poveri ragazzetti delle classi alte. È proprio dura essere ricchi, siamo fortunati noi che non lo siamo.

Less Than Zero [titolo italiano: Al di là ogni limite]
Mostra altro
Pubblicità

Karawanfest

6 Giugno 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema

 

 

KARAWANFEST - 6 / 11 GIUGNO 2017

 

AL VIA A ROMA A INGRESSO GRATUITO LA SESTA EDIZIONE DEL FESTIVAL CHE TRATTA I TEMI DELLA CONVIVENZA CON LE COMMEDIE

IN UN’INEDITA VESTE OPENAIR,

TRA I CORTILI DI TOR PIGNATTARA E PIGNETO

 

6 giorni di cinema e incontri dedicati al tema: Illuminando le paure

6 cortili · 8 film · 2 anteprime italiane · 1 anteprima europea

ospiti Pegah Ferydoni e Arifur Rahman

 

Dal 6 all’11 giugno torna a Roma KarawanFest, il primo e unico evento cinematografico che - a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - tratta i temi della convivenza e dell’incontro tra culture in tono programmaticamente non drammatico, puntando a ribaltare stereotipi e cliché e proponendo visioni non convenzionali.

Per la sua sesta edizione Karawan torna alle origini nomadi, migrando di sera in sera nei cortili di Tor Pignattara e del Pigneto, e illuminando con la luce del grande cinema le paure e le diffidenze, per favorire momenti di incontro proprio nei cortili, luoghi naturali dello scambio e della condivisione. Nato a Tor Pignattara nel 2012, il progetto mette il cinema al centro di un percorso di coesione sociale e reciproca conoscenza, per riappropriarsi di spazi comuni nel segno della condivisione e dell’arricchimento culturale.

Dal 6 all’11 giugno, Karawan presenterà, ogni sera in un cortile diverso, commedie,racconti di formazione e documentari brillanti, con un’attenzione sempre particolare rivolta alle nuove generazioni di autori e registi emergenti. 8 film rappresentativi delle comunità più numerose del territorio, tutti in lingua originale con sottotitoli in Italiano, molti dei quali in anteprima. Film da tutto il mondo, che raccontano storie di paure superate, rovesciate, cancellate attraverso piccoli grandi atti di coraggio e apertura. Che non sono atti eroici o gesta esemplari, ma creazioni, scoperte, dialoghi, scommesse, amori. Gesti semplici, che ogni giorno si osservano nelle strade dei nostri quartieri, e che sono rievocate nei film in programma, nei laboratori, nelle storie che saranno raccontate al festival. Insieme.

Ogni film sarà introdotto da incursioni e performance artistiche per avvicinare il pubblico alla cultura delle comunità presenti, a cura di Asinitas Onlus, partner del progetto, che presenterà anche racconti provenienti da diverse tradizioni culturali con Narramondi: un gruppo misto di giovani donne cantastorie italiane e straniere.

Un’altra importante novità del 2017 è il gemellaggio con l’analoga manifestazione milanese Cinema di Ringhiera, ideata e diretta da Antonio Augugliaro, co-regista di Io sto con la sposa e realizzata dall’associazione Nuovo Armenia. Entrambe le manifestazioni sono sostenute dal MiBACT con il contributo di MigrArti II edizione 2017, e condividono oltre alle tematiche, la natura itinerante nei cortili dei palazzi, a stretto contatto con le comunità e la cittadinanza. Anche il tema sarà comune:illuminando le paure. Con la luce del cinema, della cultura, dell’incontro, della condivisione. Questo gemellaggio, insieme alla collaborazione con Yalla Shebab Film Festival di Lecce, ha l’obiettivo di costituire un network su scala nazionale per lo scambio e la circuitazione dei film selezionati, e creare una tessitura che unisca le realtà in un racconto corale, radicato nel locale ma che assume contestualmente anche una dimensione nazionale.

Si parte martedì 6 giugno, dal cortile della Biblioteca Goffredo Mameli al Pigneto dove verrà proiettato in anteprima europea, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata del Bangladesh, Kingdom of Clay Subjects, la folgorante opera prima del giovane regista bengalese Bijon. Nel segno di Satyajit Ray e Vittorio De Sica, il film è un’ode al diritto al sogno e al futuro, alla conoscenza come forma di libertà. Sarà presente per incontrare il pubblico il creative producer del film, Arifur Rahman. Abbiamo scelto di partire dal Bangladesh con un’opera così potente per dare voce ai talenti artistici e alla ricchezza culturale del paese da cui proviene la più grande comunità bengalese d’Europa, quella di Tor Pignattara.

Proprio per guardare alle comunità e al territorio con uno spirito europeo, Karawan in collaborazione con il Goethe-Institut Rom e il Forum Austriaco di Cultura per il secondo anno propone il progetto Making Heimat, per contribuire a illuminare di nuovi significati i concetti di identità e cittadinanza, a partire dall’intraducibile parola tedesca Heimat, e sollecitare l’opinione pubblica su quanto i confini possano essere spostati per includere e non per escludere. Con il Forum Austriaco verrà presentato il docufilm KINDERS, scelto per la consueta matinée che Karawan dedica alle scuole del territorio. In collaborazione con il Goethe-Institut Rom verrà presentato martedì 7 giugno 300 Worte Deutsch (300 parole in tedesco), frizzante commedia turco-tedesca sull’Islamofobia, in cui un corso accelerato di tedesco per far ottenere la cittadinanza a un gruppo di giovani turche, diventa anche l’occasione della presa di coscienza come donne. Sarà presente l’attrice protagonista Pegah Ferydoni, star di Donne senza uominiKebab for Breakfast, che incontrerà il pubblico e le donne della scuola di italiano per donne straniere del Centro Interculturale Miguelim, con le quali condivideremo prima della proiezione anche il momento dell’Iftar, il pasto serale che spezza il digiuno del Ramadan.

Il 10 giugno Karawan Fest accoglie a Roma gli amici di Cinema di Ringhiera, che presenteranno il docufilm Patience, patience… Tu iras au paradis in vista dello “scambio” che avverrà il 24 giugno, quando Karawan porterà a Milano il documentario Luoghi comuni di Angelo Loy, prodotto da Asinitas. Infine, domenica 11 giugno gran finale in salsa carioca a Largo Raffaele Pettazzoni, adiacente il parco Giordano Sangalli: una festa dedicata all’unione di popoli e culture nel segno di sport e cinema. Verranno proiettati due film legati al mondo del calcio, dove il campo diventa luogo di socialità e spazio pubblico di condivisione. Per l’occasione saranno coinvolte associazioni della rete G2 che operano per la promozione dei diritti delle seconde generazioni e per portare un nuovo concetto di cittadinanza.

KarawanFest 2017 aderisce ai festeggiamenti per i 90 anni di Tor Pignattara e alla campagna per il riconoscimento del quartiere come nuovo rione di Roma.


Per maggiori informazioni
www.karawanfest.it

info@karawanfest.it

Mostra altro

La donna esplosiva [Weird Science, 1985]

2 Giugno 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco, #cinema

 

 

La donna esplosiva, in originale Weird Science, è una tipica delizia adolescenziale Anni Ottanta accompagnata da un insulso motivetto sintetico.

Due ragazzini socialmente inetti realizzano un tipico sogno della loro età e del loro tempo: la materializzazione di un perfetto e disponibile esemplare del genere femminile attraverso un home computer, direttamente nella loro cameretta.

Ma l'unica esperienza diretta che ottengono è fare una doccia con lei totalmente nuda, mentre loro indossano dei blue jeans. Sono troppo timidi persino per sfruttare la loro stessa creazione, programmata per essere al loro completo servizio (per quanto uno dei ragazzini riesca ad ottenere una sessione di baci – pur senza, per così dire, tecniche francesi).

Ad ogni modo, Lisa, questo il nome della donna artificiale interpretata dalla conturbante Kelly Lebrock, è una sorta di "Mary Poppins con le tette", completa di accento British, e il suo ruolo, nel prosieguo della storia, cambia da oggetto del desiderio dei due nerd a guida che li aiuterà a superare le loro paure, ansietà, codardia, goffaggine, vergogna e quant'altro - mettendoli in situazioni da cui non potranno ritrarsi, e, persino, vedendosela direttamente con i loro genitori, fratelli, amici e persecutori.

Ovviamente, vivendo in America, la liberazione dalla loro condizione sociale verrà sancita dall'utilizzo di un revolver, del resto anche efficace simbolo fallico, per espellere alcuni teppisti impegnati a rovinare un party a casa di uno dei ragazzi.

Quindi, la missione di Lisa è finita, e, proprio come Mary Poppins, ora può andarsene, essendo i protagonisti riusciti a farsi accettare dai loro pari, e avendo loro finalmente conquistato l'attenzione delle ragazze che anelavano: due noiose, schifiltose e banali tizie che a malapena conoscevano.

Avrebbero dovuto concentrarsi su Kelly Lebrock.

In sintesi, un film imperdibile per chi vorrebbe una macchina del tempo per tornare negli anni ottanta, nonché per coloro che stanno ancora tentando di evocare la donna perfetta attraverso un computer.

E non sono mai stati tanti come ora.

 

 

 

Weird Science [1985]

Weird Science is a typical Eighties' teenage delight accompanied by a silly synth-pop tune.

Two socially inept teenagers fulfill a typical dream of their age and time, the materialization of a perfect and available specimen of the female genre through a home computer, directly in their bedroom.

But the only direct experience that they get is a shower with her, she totally naked and they wearing blue jeans. They're too shy even to use their own creation, programmed to be at their own complete service.

[ though one of the guys manages to obtain a kissing session - lips only]

Anyway, Lisa, that's the artificial woman's name, played by the perturbing Kelly Lebrock, is a sort of "Mary Poppins with breast", complete with British accent, and her role changes, from being the object of the two nerd's desire to be the guide that will lead them to overcome their fears, anxities, cowardice, clumsiness, awkwardness, submission, and whatever, by putting them in situations they can't back out of, and even dealing directly with their parents, brothers, friends, and persecutors.

Living in America, the deliverance from their social condition will be sealed by using a revolver, after all also an effective phallic symbol, to expel some thugs ruining a party at one of the guys' house.

So, Lisa's mission is complete, and, just like Mary Poppins, now she can leave, having the main characters been accepted by their peers, and having they finally conquered the attention of the girls they longed for: two boring, fastidious and banal individuals that they barely knew.

They should have sticked to Kelly Lebrock.

All in all, a must see for those who long for a time machine to go back to the Eighties, and for those still trying to summon the perfect woman through a computer.

And there have never been so many.

 

La donna esplosiva [Weird Science, 1985]
Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 > >>