cinema
Marisa del Frate
Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.
Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...
Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...
Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...
Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'io...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...
I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.
marcello de santis
La tua estate con Adelphi
Rodolfo Sonego e Il racconto dei racconti
Se c’è una Casa Editrice che fa andare sul sicuro il lettore questa è Adelphi, vera e propria garanzia di qualità, dalla narrativa alla saggistica, con un catalogo che presenta proposte interessanti e un’accurata selezione di classici. Qualche nome: Norman Lewis, Georges Simenon, Lawrence Osborne, Orson Welles, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Abilio Estévez (I palazzi distanti è un capolavoro, ispirato a Lezama Lima e a Virgilio Piñera) e gli immancabili - complessi - lavori del direttore editoriale Roberto Calasso.
Adelphi è la dimostrazione vivente che la qualità (editoriale) paga, per questo se c’è una persona al mondo che invidio è proprio Calasso, che trasforma in oro quel che maneggia e sa scegliere il meglio della produzione mondiale. Mi piacerebbe vederlo all’opera con Heberto Padilla, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Il problema è contattarlo, perché il mio rapporto con Calasso non va oltre la relazione che si stringe tra lettore e autore. Un testo che andrebbe letto e studiato per far bene un mestiere che (da dilettante) tento di fare è L’impronta dell’editore (2013), conversazioni su libri e pubblicazioni, sempre targato Adelphi.
I miei consigli Adelphi per l’estate riguardano il cinema italiano che amo così tanto da passare il tempo compilando monografie - mai uscite per editori importanti -, recensioni e piccoli studi su personaggi minori del cinema bis. Adelphi pubblica un libro irrinunciabile di Tatti Sanguineti (peccato non abbia capito subito la grandezza di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma ha recitato da tempo un convinto mea culpa) intitolato Il cervello di Alberto Sordi - Rodolfo Sonego e il suo cinema (Pag. 590 - Euro 26). Il testo ha il merito di far parlare Sonego, grande sceneggiatore della commedia all’italiana, inventore del personaggio Sordi così come lo conosciamo, non la macchietta dei penosi birignao radiofonici, ma l’italiano medio pieno di difetti e contraddizioni. Un libro di cinema come non se ne leggono, nel senso che questo si legge con passione e trasporto, non è un mero esercizio di stile per addetti ai lavori, ma è scritto con linguaggio sobrio ed essenziale, come un romanzo d’altri tempi. Sanguineti aveva già pubblicato Il cinema secondo Sonego (Transeuropa, 2000), che per l’occasione amplia e rende definitivo, inserendo vita, opere, dichiarazioni, aneddoti e commenti critici su film importanti come Il vedovo, Il boom, L’avaro, Assolto per non aver commesso il fatto, La donna del fiume, In viaggio con papà, Un eroe dei nostro tempi, senza dimenticare pellicole meno note come Ida e i porci, Il disco volante, Io e Caterina, Marechiaro… Ci sono anche i film non realizzati e i non accreditati, così come non manca un breve manuale di sceneggiatura. Un libro utile che l’appassionato di cinema non deve perdere, per capire quanto l’Italia della commedia debba a un geniaccio come Sonego (1921 - 2000), uno che Sordi considerava imprescindibile. L’attore romano accettava un film a scatola chiusa se l’aveva scritto il collaboratore di una vita, incontrato per caso sul set de Il seduttore (1954). Gustosi anche i capitoletti iniziali dove Sanguineti cita le opinioni di Sonego su attori, produttori e sceneggiatori, realizzando una galleria di ritratti cinematografici.
A proposito di cinema è doveroso riscoprire Il racconto dei racconti di Giambattista Basile (1575 - 1632), ovvero Il trattenimento dei piccoli, tradotto dal napoletano da Ruggero Guarini. Adelphi non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere un’altra grande operazione culturale di taglio popolare. Matteo Garrone ha riportato d’attualità il libro sceneggiando da maestro quattro storie fantastiche, ma il lettore avido di suggestioni fiabesche dal tono fantasy ai limiti dell’horror, non devono mancare di approfondire la materia. La lingua usata per la traduzione non è facilissima, serve un minimo di cultura letteraria per apprezzare l’opera, ma dopo un poco di fatica se ne esce soddisfatti. Molto di più che dopo aver gustato l’opera omnia di Fabio Volo e l’intera serie del Bar Lume. Ve lo garantisco.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Visconti e Livorno
“Che tu sia benedetta per gli attimi di felicità che mi hai regalato”
Si conclude così “Le notti bianche” di Luchino Visconti, film del 1957, basato su un breve romanzo di Dostoevskij, sceneggiato da Suso Cecchi D’amico e ambientato, anziché a San Pietroburgo, a Livorno.
Mario/Marcello Mastroianni vaga per le strade del quartiere Venezia, fra vicoli e canali, dopo aver passato una giornata in compagnia della famiglia del capoufficio. S’imbatte in Natalia/Maria Shell, ragazza straniera, la aiuta in un momento di difficoltà e se ne innamora. Lei, però, aspetta lo straniero/Jean Marais, che ama.
Mario cerca d’impedire che Maria e lo straniero possano incontrarsi di nuovo ma il destino fa sì che ella ritrovi colui che ha sempre atteso e la breve stagione di speranza si conclude troppo presto.
L’intrico dei canali e dei ponticelli ha ispirato la produzione, ma via Grande, via della Madonna e parte del quartiere Venezia sono stati ricreati a Roma, negli studi di Cinecittà, poiché il regista desiderava che lo sfondo apparisse volutamente finto, quasi come una scenografia teatrale. Persino la nebbia non è stata prodotta con fumogeni ma con kilometri di tulle.
Il film è stato ideato a Castiglioncello, nella villa di Suso Cecchi d’Amico.
Dino Risi e Livorno
Nel 1962 usciva “Il sorpasso” di Dino Risi, road movie a metà fra commedia all’italiana e denuncia sociale.
Il nullafacente Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, scapestrato e smargiasso, trascina in un viaggio ferragostano senza meta, il mite e timido Roberto Mariani, Jean Louis Trintignant.
In viaggio verso nord, dopo essersi fermato a Castiglioncello, Cortona azzarda un sorpasso fatale nella famosa curva di Calafuria. Il buon Roberto Mariani resterà ucciso nell’incidente che ne consegue.
La storia è simbolica di una parte d’Italia gradassa e volgare che, nel pieno del boom economico, tenta di sopraffarne e contaminarne un’altra umile e onesta.
"Gli scacchi della vita" a Piombino
Sabato 11 Aprile 2015 - ore 17.00
Festa delle Arti
CENTRO GIOVANI DE ANDRE'
Viale della Resistenza, 4
PIOMBINO (LI)
Fabio Canessa e Gordiano Lupi
presentano il regista Stefano Simone
e il suo film
tratto da un racconto di Gordiano Lupi
INGRESSO LIBERO
Un evento da segnalare. Vedi allegati. Un lavoro ispirato a Bergman.
Un nostro libro è al PREMIO STREGA: 24:00 - Una commedia romantica sulla fine del mondo, scritto dal follonichese FEDERICO GUERRI.
E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis
Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):
... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).
Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.
Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.
Lo intervistano:
"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si stabilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo aereo per l'Europa...
Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.
marcello de santis
Ritorno a L'Avana (2014) di Laurent Cantet
Ritorno a L'Avana (2014)
di Laurent Cantet
Regia: Laurent Cantet. Soggetto: Leonardo Padura Fuentes. Sceneggiatura: Leonardo Padura Fuentes, Laurent Cantet. Fotografia: Diego Dussuel. Montaggio: Robin Campillo. Produzione: Borsalino Productions, Campagnie Cinématographique, La Maneki Films. Distribuzione Italiana: Lucky Reds. Durata: 90'. Genere: Drammatico. Interpreti: Jorge Perugorría, Isabel Santos, Fernando Hecevarria, Néstor Jímenez, Pedro Julio Díaz Ferran. Titolo Originale: Retour à Ithaque.
Un film irrisolto e poco coinvolgente si aggiudica il Premio delle Giornate degli Autori, al Festival di Venezia 2014. In compenso la critica italiana è compatta nel gridare al capolavoro, da Paolo D’Agostini su Repubblica ad Alessandra Levantesi su La Stampa, passando per Anna Maria Pasetti su Il Fatto Quotidiano. In breve la trama, perché non c’è molto da raccontare, vista la pochezza della storia e l’inesistenza di vero cinema, per la scelta registica di una messa in scena teatrale. L’azione si svolge sopra una terrazza che domina i tetti del lungomare avanero, tra condomini cadenti e uno splendido Malecón. Cinque amici si ritrovano per festeggiare il ritorno a casa di Armando, dopo 16 anni di esilio a Madrid. Molte parole e tanti ricordi, si parla di giovinezza, rimpianti, ideali perduti, si beve e si cena in compagnia, ma vengono fuori anche problemi personali e questioni del passato. Il film racconta una notte, dal tramonto all’alba, cercando di contenere in 90’ sogni e illusioni, speranze tradite, voglia di fuga e ansia di ritorno, paura di confessare le proprie idee, sensazione di aver creduto in un’idea impossibile.
Un film amaro che dice cose condivisibili, ma non lo fa nella maniera giusta, non ricorre al linguaggio cinematografico, visto solo da critiche partigiane che lo paragonano a Il grande freddo. La pellicola sembra un lavoro a tesi, programmatico, che suona falso a ogni fotogramma. Gli interpreti sono bravissimi - anche se il doppiaggio rovina l’immediatezza dello slang cubano - ma i dialoghi impostati, ridondanti e retorici gridano vendetta. Ritorno a L'Avana (migliore il titolo originale Ritorno a Itaca) non sembra scritto da una penna geniale come quella di Leonardo Padura Fuentes, forse il regista ha rovinato il soggetto in sede di sceneggiatura, ché dalla fiction teatrale non viene fuori neppure il vero animo cubano. Sembra un film scritto da uno straniero che conosce poco Cuba e che si è divertito a mettere in bocca ai cubani le proprie considerazioni sul fallimento degli ideali rivoluzionari. Il racconto delle cinque esistenze non coinvolge minimamente, sia la storia del pittore fallito che quella dello scrittore incapace di scrivere lontano da Cuba, come quella del funzionario che si è adattato al regime. Ancor meno interessanti le peripezie di un ingegnere costretto a costruire batterie per campare e di un medico che si è vista scappare tutti i figli all’estero. Poco realistica la voglia di tornare da parte di Armando, in un paese dal quale tutti fuggono, così come sono mal giustificati l’esilio madrileno e la scelta di non tornare quando la moglie era in fin di vita. Ritorno a L’Avana è un’occasione perduta per raccontare la disillusione rivoluzionaria ricorrendo a una storia, sfruttando il magnifico scenario naturale e facendo emergere i problemi dalle immagini. Cantet fa pessimo teatro, retorico e stucchevole, poco comprensibile per chi non conosce a fondo la realtà cubana, quasi irritante per chi la conosce bene o ne fa parte. Molti registi contemporanei cubani hanno girato opere migliori che non riescono a circolare in Europa, persino Juan de Los Muertos di Brugués (premio Goya) racconta la disillusione rivoluzionaria con gli strumenti del cinema di genere. Altri titoli interessanti: Conducta di Ernesto Daranas, Se vende di Jorge Perugorria, Habanastation di Ian Padron. Se la critica importante vi ha consigliato di vedere Ritorno a L’Avana, permettetemi di dissentire e di invitarvi a perdervelo, ché sono altre le opere fondamentali della cinematografia cubana. Tabío e Gutierrez Alea insegnano.
La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 di Abdellatif Kechiche
Regia: Abdellatif Kechiche. Soggetto: Julie Maroh (liberamente tratto dal romanzo a fumetti Il blu è un colore caldo). Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix. Fotografia: Sofia El Fani. Montaggio: Camille Toubkis, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Ghalya Lacroix, Sophie Brunet. Produttori: Olivier Thery Lapiney, Laurence Clerc. Produttori Esecutivi: Abdellatif Kechiche, Vincent Maraval, Brahim Chioua. Case di Produzione: Vertigo Films, Wild Bunch, Quat’sous Films, Alcatraz Films, Scope Pictures, France 2 Cinéma, RTBF. Paese di Produzione: Francia/ Belgio/ Spagna. Durata: 180’. Genere: Dramma erotico. Distribuzione (Italia): Lucky Red Distribuzione. Interpreti: Adèle Exarchopoulos (Adèle), Léa Seydoux (Emma), Salim Kechiouche (Samir), Aurélien Recoing (padre di Adèle), Catherine Salée (madre di Adèle), Benjamin Siksou (Antoine), Mona Walravens (Lise), Jeremie Laheurte (Thomas), Alma Jodorowsky (Béatrice), Sandor Funtek (Valentin). Premi: Palma d’Oro al Festival di Cannes (2013), al regista e alle due protagoniste. Premio Lumière (2014), miglior film, regista, attrice rivelazione Adèle Exarchopoulos, miglior attrice Léa Seydoux. Molte nomination in premi importanti.
Abdellatif Kechiche (Tunisi, 1960) - detto Abdel- è un regista tunisino naturalizzato francese ed è la dimostrazione vivente che la cultura araba rappresenta una ricchezza per la Francia. La vita di Adele - Capitoli 1 & 2 (La Vie d’Adèle - Chapitres 1 & 2), noto anche come Blue Is the Warmest Colour (Il blu è il colore più caldo) è il film che ne decreta il successo internazionale, perché si aggiudica la Palma d’Oro al Festival di Cannes. La pellicola è liberamente ispirata alla poetica graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh (edita in Italia da Rizzoli), che racconta una toccante storia di un amore omosessuale al femminile con un finale degno di un lacrima-movie ma senza gli eccessi erotici della versione cinematografica. L’autrice del romanzo a fumetti si è dissociata dal film e non ha partecipato alla sceneggiatura, colpevole di aver tradito il suo messaggio d’amore in favore di un’interpretazione voyeuristica e ai limiti del pornografico.
Adèle vive a Lille, frequenta il liceo classico, ama leggere e sogna di fare l’insegnante. L’incontro con una strana ragazza dai capelli blu che vede abbracciata a una donna modifica la sua vita e la conduce verso abissi di passione mai provati, al punto di lasciare il suo ragazzo e di gettarsi alla scoperta di un amore omosessuale. Il regista racconta con rapide pennellate la passione tra Adèle ed Emma, dai primi baci fino a un intenso rapporto erotico, ma anche con la condivisione di amicizie e momenti di vita. Emma è una pittrice che frequenta un circolo di amici colti con i quali Adèle si sente un po’ a disagio, ma posa per lei mei momenti liberi dal nuovo lavoro in una scuola materna. La storia si dipana descrivendo la crisi del rapporto, con Emma che comincia a vedere Lisa - un’amica omosessuale incinta - e Adèle che cede alla avances di un collega maschio. Una lite furibonda prelude a un mesto addio, con Adèle in lacrime che non vorrebbe perdere il suo amore ed Emma decisa a farla finita per sempre. Il film termina con le due ragazze che si ritrovano al tavolo di un bar, parlano di un amore finito e del tempo perduto, accettano il fatto compiuto e si lasciano da buone amiche, nonostante un velo di tristezza.
Il titolo del film fa presagire un sequel composto dai capitoli 3 e 4, anche perché il finale della storia è completamente diverso dal romanzo a fumetti, fino a quel punto tradito nella parte erotica ma non nel senso intrinseco del racconto. Abdellatif Kechiche segue la lezione di Lars Von Trier (Nymphomaniac) e narra con realismo poetico (una caratteristica del cinema francese) il rapporto omosessuale tra un’adolescente e una ragazza più adulta, la passione sfrenata che lega due persone fino a trasfigurarle in un solo corpo. Il senso delle intense sequenze erotiche - ai limiti del porno - sta proprio nella volontà di far capire fino a che punto le due ragazze diventano una cosa sola, una comunione totale di corpo e pensiero. La vita di Adèle è minimalismo allo stato puro, cinema realista raccontato con la macchina a mano e intensi primi piani, soggettive nervose, fotografia sporca, montaggio sincopato. Il regista opta per un fastidioso suono in presa diretta che spesso impedisce di seguire i dialoghi, ma è un effetto realistico voluto, forse è più importante non sentire le parole che apprezzare il dialogo fino in fondo. La macchina da presa segue i protagonisti, li pedina neorealisticamente nel quotidiano, indagando rapporti e relazioni, frasi innocue, gusti alimentari e vita familiare. Bravissime le due giovani protagoniste, mai in imbarazzo neppure nelle oltremodo realistiche sequenze erotiche. Meritata la Palma d’Oro a Cannes, così come sono meritati i complimenti per l’attrice rivelazione, la ventenne Adèle Exarchopoulos, che sprizza un fascino da lolita. Da vedere su Sky Cinema Cult prima possibile, visto che ormai alcuni canali satellitari di qualità hanno preso il posto delle sale nella diffusione del vero cinema.
Gli scacchi della vita (2014) di Stefano Simone
Regia: Stefano Simone. Soggetto: dall’omonimo racconto di Gordiano Lupi. Sceneggiatura: Francesco Massaccesi, Sebastiano Giuliano, Matteo Simone. Musiche: Luca Auriemma. Fotografia e Montaggio: Stefano Simone. Trucco/Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Durata: 86’. Genere: Drammatico. Formato: 16:9 widescreen (1.77:1). Audio: Stereo PCM. Origine: Italia. Anno: 2014. Produzione: Indiemovie. Interpreti: Michael Segal (Massimo adulto), Libero Troiano (Massimo giovane), Filippo Totaro (Giocatore di scacchi), Antonio Potito (Barbone), Gianni Lauriola (Magnaccia), Giulia Rita D’Onofrio (Madre di Massimo), Luigia Ilenia Ciociola (Fidanzata di Massimo), Michela Mastroluca (moglie di Massimo), Marco Di Bari, Matteo Perillo, Nicola Ciociola.
Stefano Simone è un regista pugliese che seguo da tempo e che rappresenta una voce interessante nel panorama del cinema indipendente italiano. La parola indipendente nel suo caso non è usata a sproposito, perché i budget su cui può contare sono davvero modesti, contrariamente ad altri casi di ricchi indipendenti.
Gli scacchi della vita è un lavoro più maturo e complesso dei precedenti, basato su un soggetto tratto da un mio vecchio racconto, rielaborato e rimpolpato in fase di sceneggiatura dai bravi Francesco Massaccesi, Sebastiano Giuliano e Matteo Simone, senza tradire il senso della storia. Simone affronta - forse per la prima volta - i sentieri impervi del cinema d’autore, cita Ingmar Bergman (Il settimo sigillo) e usa il genere per affermare concetti importanti come la scoperta di se stessi e il senso della vita, ma anche l’esperienza del dolore, il cambiamento, la solitudine e l’emarginazione. Nel precedente lungometraggio - Week-end tra amici - avevamo intuito certe potenzialità narrative, nascoste in una struttura da cinema di genere, un noir duro ai limiti dell’horror.
In breve la trama. Massimo è un architetto sposato con una scrittrice che viene ricoverato in ospedale dopo essere stato investito da un’auto; la moglie per intrattenerlo legge la bozza del suo nuovo romanzo: Gli scacchi della vita. Un flashback onirico conduce il protagonista in una dimensione soprannaturale dove un singolare personaggio lo invita a disputare una partita a scacchi che segue regole pericolose. Ogni volta che Massimo perde un pezzo è costretto a rivivere un episodio doloroso della sua vita. Partono nuovi flashback che riproducono immagini dell’adolescenza, un difficile rapporto con la madre prostituta, la morte del padre, il conseguimento della laurea, il lavoro, il suicidio materno, una fidanzata perduta, un magnaccia ucciso per disperazione, il connubio stretto con un vecchio barbone giocatore di scacchi. La partita finisce proprio al termine del dolore, quando il protagonista compie una catarsi totale rivivendo errori e momenti cupi della vita. Riconosce persino la madre, parla di un rapporto perduto, delle incomprensioni, come se si trovassero entrambi in uno straordinario aldilà. Al risveglio tutto sembra un sogno, ma forse non è così, perché un particolare - che non sveliamo - induce a formulare diverse ipotesi, in un finale girato con eccellenti tempi tecnici.
Gli scacchi della vita presenta spunti interessanti come stile di regia, singolari scelte di ripresa e sequenze in panoramica, campo lungo e primo piano, fotografia lucida e intensa, che cambia colorazione e sfumature. Perfetta la scelta degli ambienti degradati teatro dell’azione, tra mare e miseria, verrebbe da dire, in un crescendo pasoliniano. I due personaggi principali sono interpretati dagli ottimi Michael Segal e Filippo Totaro, ben calati nei rispettivi ruoli: intenso quello di Massimo, sopra le righe il giocatore di scacchi che riceve l’avversario in un capannone di periferia. Simone evita gli stereotipi e - pur citando Il settimo sigillo - non ambienta la scena della partita a scacchi con la morte su una scogliera in riva al mare, né in un paesaggio surreale o in un giardino, ai piedi di un albero (come nel mio racconto). Il personaggio del giocatore è straordinario, caratterizzato da una risata folle ed enigmatica, afferma di non essere Dio ma neppure il diavolo, e rifugge da ogni semplificazione. L’interpretazione teatrale ed eccessiva di Totaro è a dir poco perfetta, finisce il film e senti riecheggiare la sinistra risata, ricordi la risposta sibillina alla domanda di Massimo quando chiede dove sia finito: “Sei tra il nulla e l’addio”. Il film è strutturato in flashback sapientemente montati a incastro, quando si narra l’infanzia di Massimo cambia attore, ma la resa del personaggio non ne risente molto, perché Libero Troiano - il giovane interprete - è convincente ed espressivo. Molte riprese con la camera a mano conferiscono una sensazione di straniamento e raccontano più di tante parole i turbamenti adolescenziali del ragazzo, alle prese con vicissitudini dolorose. Rumori di fondo e suono in presa diretta fanno il resto, così come la colonna sonora di Luca Auriemma si conferma una scelta vincente. Musica ritmica, sonorità moderne, tamburi, breakdance, accompagnano le immagini e scandiscono lo scorrere del tempo. Troppo lunghe alcune parti composte da musica e immagini, che ripetono concetti già espressi e finiscono per apparire ridondanti. Al contrario, risultano interessanti le sequenze liriche girate sul lungomare di Manfredonia, introspettive al punto giusto, intense nel descrivere il tormento psicologico del ragazzo. L’incontro tra Massimo e il barbone è una felice scelta di sceneggiatura, anche perché gioca a scacchi come il personaggio incontrato nella realtà onirica. Viene da pensare che lo strano giocatore potrebbe essere una proiezione fantastica della mente sconvolta che ricorda l’adolescenza. Il film non è uniforme. Quando sono in primo piano i due personaggi principali che disputano la partita per la vita, presenta ritmo e fluidità recitativa. Purtroppo i personaggi femminili (moglie, madre del ragazzo e fidanzata) limitano la scorrevolezza della narrazione. Il personaggio del magnaccia è tratteggiato in maniera troppo monocorde, così come sono da rivedere alcuni dialoghi madre - figlio e la recitazione impostata di Giulia Rita D’Onofrio. In ogni caso la pellicola si fa guardare, girata a un ritmo sincopato, tra musica e azione, stringati dialoghi (a parte le sequenze con il giocatore di scacchi) e pochi tempi morti. Il finale lancia un messaggio cristiano: “La vita vale un po’ di dolore”, è importante giocare non tanto per vincere quanto per capire la necessità del dolore. Subito dopo vediamo un caleidoscopio di ricordi che scorrono all’indietro come una pellicola che si riavvolge su se stessa. Rivediamo madre e figlio di fronte, un dialogo tra una presenza surreale che proviene dal regno dei morti e un uomo distrutto dal ricordo del passato. Straordinario il finale che resta indelebile nella memoria per un ricercato effetto sorpresa.
Stefano Simone continua a far ben sperare, raccontando per immagini un noir di provincia, psicologico e introspettivo, dal taglio fantastico e soprannaturale. Riferimenti sicuri: Fernando di Leo, molti autori contemporanei di mafia-movie televisivi (Garrone, Sollima…), le periferie degradate di Pasolini, la lezione di Bergman, la fotografia fredda e asciutta di Friedkin, ma anche sentori surrealisti che citano Buñuel (L’angelo sterminatore). Gli scacchi della vita è un buon lavoro, sceneggiato e diretto con cura, che avrebbe potuto essere ottimo se tutti gli attori avessero fornito interpretazioni a livello di Segal e Totaro. Siamo curiosi di vedere Stefano Simone all’opera con un budget degno di questo nome. Gli scacchi della vita è prodotto con poco più di niente e da un punto di vista tecnico regge il confronto con lavori costati decine di migliaia di euro.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Massimo Moscati, "Breve storia del cinema"
Massimo Moscati
Breve Storia del Cinema
Bompiani - Pag. 480 - Euro 10
Un libro straordinario, scoperto per caso in una libreria di Livorno, acquistato come una folgorazione, scritto così bene che non riesco a staccarmene e vado pensando da giorni che andrebbe studiato, non soltanto letto. Un testo indispensabile per chi ama il cinema e vuole cominciare a capirlo, soprattutto perché non è scritto in critichese, lingua incomprensibile - molto vicino al politichese - di cui si nutrono tanti saccentoni di casa nostra. Scrivere di cinema non significa essere giocoforza astrusi e complessi, usare un italiano colto e forbito, cercare di non farsi capire se non da pochi eletti. Scrivere di cinema vuol dire raccontare la fabbrica dei sogni all'uomo della strada, al cittadino comune, al ragazzo che vuole avvicinarsi a un fenomeno culturale fruibile da tutti. Bravo Moscati - giornalista e sceneggiatore, autore tra l'altro di un manuale di sceneggiatura e di un dizionario dei film - che parte dagli albori del cinema, ci racconta Wells, Chaplin, Bergman, Wilder, la commedia all'italiana, il melodramma, la nouvelle vague, il surrealismo, il neorealismo, il realismo poetico francese, il cinema giapponese, cinese, sovietico, persino messicano e cubano, in una suggestiva carrellata di ricordi. Moscati compie un ben preciso percorso critico privo di omissioni, non trascura il gusto personale, racconta Hollywood, Cinecittà, il cinema indiano e palestinese, il periodo del muto, la comparsa del sonoro, il 3D e l'animazione, finisce per analizzare oltre mille film con passione e competenza. Un libro enciclopedico senza la pesantezza di un dizionario ma scritto con la leggerezza di un romanzo popolare, divulgativo e scientifico, di facile comprensione e al tempo stesso tecnico. Prima edizione 1999. Seconda edizione ottobre 2014. Costa soltanto dieci euro per quasi 500 pagine. Cosa aspettate a comprarlo?
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