cinema
Femminilità (in)corporea (2013) di Roger A. Fratter
Femminilità (in)corporea (2013)
di Roger A. Fratter
Sottotitolo: Preferisco suoni lontani. Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter, Lauro Certaldo. Montaggio: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali: Beat Records (Roma). Brani Musicali: Dammi Tempo, Capitan Coraggio di Michael Vegini; pezzi al piano di Alessandro Fabiani; Touch Me di Malinowska, Puglisi, Toso, interpretrato da Monique. Dipinti: Oliviero Passera. Direttore di Produzione: Lauro Certaldo. Produzione e Distribuzione: Beat Records Company. Durata: 90’. Genere: Introspettivo. Interpreti: Roger A. Fratter (Raffaele), Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta), Giulia Marzulli (Gianna), Anthony Paul (Enzo), Valerio Ragazzini (Vanni), Matteo Maffeis (Michele), Rachel Rose Wood, Pietro Mosca (Saggezza).
Roger A. Fratter è un regista indipendente controtendenza. Abbiamo cominciato ad apprezzare la sua opera con Sete da vampira (1998), Anabolyzer (2000), Abraxas (2001), Flesh Evil (2002), Innamorata della morte (2004), quando erano tempi magri per il cinema horror nostrano. Adesso che molti indipendenti sono tornati a fare cinema di genere lui si dedica a pellicole introspettive, commedie erotiche e cinema d’autore. Due film interessanti come Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) - una sorta di personale Otto e mezzo - e Tutte le donne di un uomo da nulla (2010) - storia di un nullafacente mantenuto da una moglie ricca - anticipano il sofferto e introspettivo Femminilità incorporea, che presenta il suggestivo sottotitolo Preferisco suoni lontani.
Vediamo la trama. Raffaele, scrittore insoddisfatto della vita materiale e sentimentale che conduce, decide di scappare da moglie, figlia e amante per ricercare il suo mondo interiore, la donna ideale e il senso vero dell’esistenza. Raffaele acquista un quadro che raffigura una figura femminile, sparisce dalla realtà, vive in un mondo onirico dove tutto è possibile e le regole della realtà non esistono. “Quando il nostro microcosmo comincia a diventare incerto è in quel momento che udiamo una voce chiamarci da lontano”, dice il regista nella didascalia iniziale. Il protagonista precipita in un abisso di incomunicabilità, perdendo ogni riferimento con la realtà dopo la rottura di un duplice rapporto con moglie e amante. Scappa dalle sue donne, persino dalla figlia (complice della fuga), si libera da ogni vincolo, anche del suo editore, per intraprendere un viaggio mistico alla ricerca di se stesso e di un donna ideale che è destinato a non trovare.
Il film è girato in una Bergamo luminosa e spettrale, raffigurata da tersi cieli invernali e cupe giornate cosparse di nuvole intrise di pioggia. La pellicola gode di una fotografia solare, lucida, colorata, ed è girata con movimenti di macchina decisi, soggettive intense, piani sequenza introspettivi. Il messaggio subliminale fa capire che l’arte è sempre una via d’uscita, perché trasforma la realtà, contribuisce a far accettare il mondo interiore, riveste una funzione terapeutica, aiuta a capire se stessi. Il regista calca la mano sul cinema surreale per dimostrare la relatività dell’esistenza e il diverso modo di vedere le cose. Un filmino amatoriale (girato con tecnica da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato) cambia il contenuto alla seconda visione: prima mostra una famiglia felice, subito dopo la cruda realtà dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Il ritorno del marito, infine, non sappiamo quanto sia reale o quanto una costruzione fantastica della moglie, mentre il regista ci fa capire che l’uomo si è perduto dentro un quadro, cercando una donna che forse non troverà mai. Femminilità (in)corporea insiste molto sulle sequenze erotiche, mai così audaci, intense e credibili in un film di Fratter. Il discorso più importante del regista segue la tematica pirandelliana de Il fu Mattia Pascal, tra soggettive nervose e lunghi piani sequenza: la fuga di un uomo dalle donne della sua vita, ma soprattutto da se stesso, alla ricerca di qualcosa che non troverà. “Le due metà non si uniranno mai perfettamente”, dice la didascalia finale, subito dopo i titoli di coda. La donna perfetta non esiste, resterà un sogno impalpabile di un uomo in fuga. Roger Fratter gira con eleganza e sapienza tecnica un film difficile, ben recitato da lui stesso (nei panni del protagonista) e dalle tre donne Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta) e Giulia Marzulli (Gianna). Da recuperare nei circuiti Home Video, perché non è un prodotto destinato al cinema.
Nynphomaniac previsione
Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell’ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier.
Il piano è quello di sottrarci per un pomeriggio alle assedianti incombenze genitoriali e spararci questo filmone (nel senso della durata) che arriva in Italia col crisma dell’opera porno-filosofica (?!). Ovviamente l’attuazione del nostro progetto sta richiedendo una dose di pianificazione, coraggio e spregiudicatezza che manco Clint Eastwood in “Fuga da Alcatraz”… (sembra che non sia MAI il momento giusto per prendersi una pausa dai figli!)
Quindi, aspettando di uscire a riveder le stelle, mi sono sbirciata un po’ di critiche e recensioni varie pubblicate in rete sulla pollastrella (?) più controversa del momento. Qualcuno potrebbe obiettare che la Joe del filmazzo in questione abbia poco a che spartire con le pollastrelle dei nostri libri preferiti, e invece no, o almeno così credo io.
Fatta la tara del salto di linguaggio (tra letteratura e cinema), del modo di raccontare la storia, nel senso della sensibilità e della tecnica dell’autore, quelli che rimangono sono sempre gli stessi interrogativi sulla femminilità, sull’amore, sulla vita e bla bla bla… Per questo ho deciso di parlare del film ancor prima di averlo visto.
La narrazione procede all’indietro: la protagonista, Joe, dopo una vita impegnata a sperimentare ogni sorta di trasgressioni sessuali, si trova a raccontarle, seduta su un divano a mo’ di seduta psicoterapica, ad un uomo dai buoni sentimenti, un po’ in là con gli anni, e “verginello” di corpo e di spirito, che l’ha trovata sanguinante in un vicolo e l’ha portata a casa sua per meglio soccorrerla.
Dalle immagini viste in anteprima e dalla pubblicità un po’ denigratoria sentita in giro parrebbe quasi che il film debba attirare in sala torme di pervertiti con la fantozziana lingua di fuori e le mani impegnate a ravanare … altro che i pop corn!
La mia impressione “prefilm” invece è del tutto diversa.
Premetto che solitamente alla visione di immagini hot, la mia parte maschile esce prepotentemente per “darsi da fare” con quella femminile, per cui si può dire che io risulti parecchio “impressionabile” da questo punto di vista, ma quello che desidero fare oggi è suggerirvi che la Joe di Lars Von Trier non sia poi troppo diversa dalle nostre beniamine…
Non so se riuscirò a convincervi, perché quella “impressionabile” sono io, ma almeno ci provo.
In effetti l’idea che mi sono fatta (ovviamente a ragione e film non veduti) è che le immagini di questo film, per quanto sopra le righe, finiscano per raccontarci un’altra delle storie a cui siamo tanto affezionate…
Be’, forse sto azzardando una connessione un po’ acrobatica, ma credo che la distanza tra questi, che appaiono come due universi narrativi davvero inconciliabili, sia esagerata dal linguaggio cinematografico, potente e spaventoso.
Mentre, quando leggiamo, si crea più facilmente una naturale familiarità con le immagini che creiamo noi nella nostra testa… no?
In realtà, a me la cara Joe sembra proprio una pollastra da manuale, anzichenò.
Intanto la tipa non si è fatta mancare una madre gelida e anaffettiva che durante la sua infanzia non l’ha mai degnata di attenzione alcuna per cui, seguendo lo sbarellato istinto di sopravvivenza tipico dell’età adolescenziale, si ritrova a compensare col sesso compulsivo il senso di inadeguatezza che accusa nei confronti del suo stesso essere al mondo. (Melissa P.?)
Parafrasando gli Elio e le storie tese, potremmo dire che la tipa si cura col pene che le toglie le pene, o, più seriosamente, potremmo fare riferimento a una sorta di affidamento carnale che compensa la mancanza di quello affettivo.
Insomma, si inocula (ha ha!!!) massicce dosi di piacere sessuale per lenire il dolore celato, inconfessato dell’anima… (quanto bene le avrebbe fatto “una botta” a Bridget Jones, fin dall’inizio!)
Esiste uno studio (esiste seeempre uno studio) sul fatto che nelle donne, durante l’orgasmo, si attiva la parte del cervello che controlla la predisposizione alla lotta o alla fuga.
Non può essere che in Joe la ricerca dell’orgasmo corrisponda direttamente alla sua lotta contro le insicurezze e alla sua perenne fuga da dolorose, indicibili verità su se stessa?
Ok, basta. Penso sia il caso di andarlo a vedere quanto prima ‘sto film perché sto cominciando a sproloquiare.
Io, durante l’orgasmo, lotto solo con mio marito, nel senso che lo prendo a pugni e lui incassa, poi fuggo in bagno: un’incipriata al naso e poi a nanna…
…Finché i figli dormono ancora.
Le italiane lo fanno? ...meglio?
Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell'ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier. Il piano è quello di ...
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Batton Story - Le impiegate stradali (1976) di Mario Landi
Batton Story - Le impiegate stradali (1976)
di Mario Landi
Trash fin dal titolo questa commedia sexy di Mario Landi, che comincia come uno scolastico, prosegue come un mondo movie all'interno della prostituzione, per finire in pochade alla Feydeau con tanto di bagarre. La pellicola - modesta e girata con poco brio - presenta anche momenti da blando prison movie, o meglio da women in prison, durante il soggiorno in guardina delle prostitute che devono vedersela con perquisizioni eseguite da secondine lesbiche. Tutto è lasciato all'intuizione del pubblico, comunque. Batton Story è una commedia (meglio dire farsa) sexy molto casta, sceneggiata con poche idee e con ancor meno scene di nudo. Femi Benussi stupisce tutti perché è vestita per l'intera pellicola, nei panni di una professoressa che si prende a cuore i problemi delle prostitute e vuol fondare un sindacato a tutela dei loro diritti. La Benussi si presenta come professoressa perbenista che intrattiene gli scolari su quanto sia disdicevole esercitare il mestiere più vecchio del mondo. Cambia idea quando viene arrestata per sbaglio durante una retata di lucciole e deve passare una notte in guardina con le compagne di sventura. A quel punto decide di mettersi alla guida di una lotta grottesca contro i papponi, stringendo una forte amicizia con Marisa Merlini - la veterana del gruppo - e Mariangela Giordano, la più nuda delle prostitute. Toni Ucci è il capo dei magnaccia, il suo personaggio si caratterizza per l'impotenza, perché non riesce a congiungersi carnalmente con la Giordano neppure recitando, travestito da Sandokan, Antonio, Tarzan e altri personaggi famosi. La Benussi ha un fidanzato (Gianni Dei) figlio di un ministro potente (Cajafa) e punta su di lui per rivendicare diritti e regole a favore delle protette. Una delle sequenze più trash vede una riunione di battone che brandiscono cartelli con sopra scritto: "Puttane di tutto il mondo, unitevi!", "Papponi go home", "Basta pappare, papponi!"... infine chiedono un referendum per abolire i protettori. Pure la riunione sindacale dei papponi non è meno ridicola, divisi come sono tra meridionali (vorrebbero fare un cappottino di cemento alle battone) e veneti (propongono la serrata del sesso). Lo scontro tra puttane e papponi giunge a vie di fatto, con sganassoni mollati a tempo di tango, secondo regole da farsa western, e alla fine sono i papponi ad avere la peggio. Landi cita Roma a mano armata di Umberto Lenzi, nei flani che campeggiano in una manifesto murale, non sappiamo quanto volutamente. Il film vorrebbe essere un'accusa al perbenismo borghese, ma è troppo fiacco per lasciare il segno, tra liti artefatte e dialoghi posticci che vedono protagonista la coppia Benussi - Dei. La parte finale a casa del ministro è da farsa sexy, grottesca e carente di tempi comici, infarcita di battute qualunquiste sul governo e sulla politica italiana. Spunta fuori anche un arabo che risolverà i problemi del governo solo se potrà disporre di duemila puttane italiane ogni anno. Film di fantapolitica, se si vuole, perché le ultime sequenze presentano un telegiornale dove si dichiara abolita la Legge Merlin e legalizzate le prostitute come "impiegate del sesso", alle dipendenze dello stato. Mario Landi è uno dei rari casi di regista che ha dato il meglio di sé in televisione. Batton Story segna il punto più basso della della sua mediocre produzione.
Gordiano Lupi
Porca vacca (1982) di Pasquale Festa Campanile
Porca vacca (1982)
di Pasquale Festa Campanile
Pasquale Festa Campanile è uno dei nostri registi meno considerati dalla critica contemporanea e attende ancora la giusta rivalutazione. Scrittore prestato al cinema, racconta le sue storie con garbo e umorismo, costruendo commedie sofisticate, interpretate da attori popolari. Porca vacca porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un'interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l'attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l'Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d'amore e d'amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l'ultima guerra d'indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all'ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell'arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all'autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all'italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: "Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta", "Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore...". Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassi, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: "Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due". Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora - dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L'arrotino - composta niente meno che da Riz Ortolani.
Roberto Poppi e Duccio Tessari
Abbiamo avvicinato Roberto Poppi che ci ha fornito un importante contributo, utile a definire un regista dalle mille sfaccettature come Duccio Tessari.
“Amedeo Tessari, per tutti Duccio, nasce con un dono prezioso: ha nel dna l’ironia, privilegio di pochi eletti. Se ha in mano un giocattolo lo smonta e poi lo rimonta a sua immagine e somiglianza. Non ci mette molto a tirar fuori da anima e corpo ciò che gli sta stretto e che deve esplodere. Il tempo di imparare il mestiere calpestando set con maestri lontani anni luce dalla sua poetica, da Gallone a Cottafavi, Bonnard e Malasomma. Quando gli dicono: ecco questo film è tutto tuo, lui che conosce il peplum più delle sue tasche, si diverte come un bambino a girare Arrivano i titani, una baracconata goliardica e geniale che irride con appassionata dolcezza e malcelato amore tutte le fatiche di cento Ercole e Maciste passate e future. Nel 1964 avventurieri senza nome sbucano dal nulla cavalcando ronzini e mettendo zizzania fra i Baxter e i Rojo e il Nostro ci va a nozze. Fra i cento che millantano una collaborazione a Per un pugno di dollari c’è anche lui (che non millanta) e possiamo scommettere un anno di vita che quanto c’è d’ironico e grottesco nel film di Leone è farina del suo sacco. Col western decide di giocarci con leggerezza, non cerca leonate o corbucciate, né tanto meno le implicazioni politiche che verranno. Con i suoi Ringo scomoda anche Omero, ma dandogli un’amichevole pacca sulla spalla. Come per dirgli: si fa per ridere, non te la prendere. Qualche anno dopo scrittura un pugile (Nino Benvenuti) e gli fa fare il protagonista, sempre di un western: se volete capire capitelo, sembra dire. E strizza l’occhio al pubblico. Tessari vive in un periodo in cui nel nostro cinema proliferano i generi, dallo 007 al fantasy al poliziesco. Spocchiosi colleghi che nulla sanno fare se non copiare e produrre sbadigli sono messi all’angolo dal nostro Regista. Il cinema deve essere divertimento, io mi diverto e faccio divertire voi. Il più bell’esempio di sfottò è Kiss kiss.. Bang bang. Nel 1967, sempre per la serie so io come farvi sorridere, s’inventa con Per amore... per magia la più strampalata versione della “Lampada di Aladino” esistente, un simil musical che coinvolge personaggi come Franco Cristaldi, Alberto Cavallone (sì, proprio lui, il re “maledetto” della futura trasgressione in pellicola), Franco Migliacci, Gianni Morandi, Mischa Auer, Sandra Milo, Mina e Paolo Poli! Tessari non si ferma lì. Ha l’ardire di stravolgere un giallo di Felisatti e Pittorru (La madama) e farne una commedia goliardica, anche un po’ becera e inventarsi un Christian De Sica, simpatico cialtrone, mettendogli addosso panni di cui non si libererà più. Intendiamoci però: Tessari non era soltanto il dissacratore, il demolitore dei generi, lo smontatore di giocattoli a suo uso e consumo e quello di spettatori smaliziati. Sapeva anche stare nel giardino delle regole senza calpestare i fiori, recitando alla perfezione rosari imposti o comunque accettati. Sapeva raccontare con la maestria del nonno che vuol far contento il nipotino prima di dormire. Capace di affrontare il cinema con la professionalità di pochi, Tessari non era soltanto quello di Meglio vedova ma anche di Quella piccola differenza. Non era soltanto quello di Zorro ma anche di Una farfalla con le ali insanguinate, Non era soltanto quello di Viva la muerte... tua (titolo programmatico) ma anche di Tony Arzenta e L’uomo senza memoria. Sapeva aprire tutte le porte Duccio Tessari - perché aveva in tasca un enorme mazzo di chiavi e qualche magico passe-partout - anche quelle che fanno entrare nella storia del cinema, senza fare anticamera”.
Giampiero Brunetta e Duccio Tessari
La Storia del Cinema Italiano di Giampiero Brunetta prende in considerazione il lavoro di Tessari con riferimento al peplum e al western all’italiana. Il film mitologico rappresenta un momento di evasione, di fuga dalla realtà.
“Le immagini del passato, delle mitiche origini diventano il luogo ideale, di evasione fantastica e liberazione dal quotidiano per uno spettatore non ancora entrato nella società dei consumi, che si riconosce nei valori di una società patriarcale da cui si sta separando per sempre”. Brunetta afferma che “i film di Freda, Tessari, Cottafavi, Leone, Francisci sono i frammenti di un cantare in cui, partendo verso un nuovo mondo industriale, un’intera civiltà si congeda dal passato restituendogli il volto più nobile”. I film mitologici affermano la loro fiducia antropocentrica, in un momento storico che vede perdere importanza alla figura individuale.
Il passaggio dal peplum al western, con le pistole all’amatriciana, è segnato dal successo di Per un pugno di dollari. I riferimenti dei nostri autori sono alti, perché “Leone e Tessari guardano ai temi omerici e della tragedia oltre che ai modelli narrativi di film giapponesi (come I sette samuraio La sfida del samurai di Kurosawa)”. Brunetta si sforza di definire lo spaghetti - western come un genere a se stante dal western americano, perché ai nostri autori non interessano i motivi biblici della frontiera. “Il racconto è spogliato dall’aura mitica e il contesto si occupa di riprodurre il presente”.
Brunetta definisce Sergio Leone un vero e proprio caposcuola, capace di rovesciare valori fondanti, moltiplicando le fasi di tensione e scomponendo la struttura, usando molti primi piani e mettendo al centro di tutto il punto di vista del personaggio. Ironia e scelta antirealistica sono alla base del western italiano, due elementi che ritroviamo anche in Tessari e Corbucci, giudicati come gli allievi più interessanti del maestro.
“Il western italiano non è interessato al tema del viaggio e alle motivazioni ideali, spesso l’eroe uccide senza giustificazione ed è privo di scrupoli. La tensione narrativa è forte, le carneficine spettacolari, le emozioni continue. Il western all’italiana si distende solo nelle cavalcate, il duello apre e chiude il racconto, le armi assumono un valore totemico. Lo stile, il ritmo narrativo sono opposti al modo di girare nordamericano: si alternano visioni di grandi totali a una serie frantumata di primissimi piani e dettagli, i tempi sono dilatati e i dialoghi subordinati al linguaggio del contesto. La morte non è mai rappresentata in maniera tragica ma spettacolare, riducendo il suo valore di momento estremo”.
Brunetta esprime alcune considerazioni condivisibili sul ruolo del western nella società dei consumi: “Se il film mitologico è il corrispettivo mitico di una società agricola a struttura patriarcale, il western si presenta come un genere perfettamente omologo a una società in cui l’aumento dei consumi, la maggiore circolazione del denaro, la progressiva industrializzazione dissolvono, in un attimo, miti e valori finora rimasti immutati”. Non solo: “Il western diventa un mezzo privilegiato che respira il clima politico studentesco e si presenta come un manuale di guerriglia per il consumo di massa. Tra i primi film di Leone e Tessari e quelli di Sollima e Damiani esiste una fase di apertura in tutte le direzioni: il genere diventa una legione straniera che accoglie i reduci e i fuggiaschi da qualsiasi territorio vicino e lontano, i diseredati del neorealismo, i mercenari e i registi di ventura…”. Brunetta afferma che il western di Leone Tessari è sempre temprato dall’ironia, mai eccessivamente violento e sadico, componenti che si accentueranno con Questi, Bava e Freda. In compenso, lo spaghetti - western di Tessari anticipa in qualche modo, con le sue componenti comiche, l’arrivo di Enzo Barboni (E.B. Cloucher) con il suo Lo chiamavano Trinità (1970) che porta nel western chiare componenti eroicomiche.
Il cinema cubano diventa politico
Conducta di Ernesto Daranas affronta problemi reali con passione e coraggio
Non accetto più articoli impostati su luoghi comuni, della serie: "A Cuba non sta cambiando niente", "Tutto va avanti come prima". Forse non sta cambiando il cubano medio (ma l'italiano medio non è migliore), interessato al benessere materiale e incurante di fronte alla richiesta di diritti umani, ma il mondo culturale cubano è in fermento e approfitta di inediti spazi di libertà. Prendiamo il cinema. Da la sala Chaplin dell'Avana - la più importante, non una sala di terza visione, né un cinema provinciale - ha proiettato Conducta, ultimo lavoro del regista cubano Ernesto Daranas. Il film è stato in programmazione anche nel centrale e conosciuto cinema Yara (il vecchio Radiocentro che Cabrera infante cita ne La ninfa incostante). Daranas l'abbiamo apprezzato nella pellicola d'esordio - purtroppo inedita in Italia, ma visibile in rete per chi mastica un po' di spagnolo - con il notevole Los dioses rotos. Ne parleremo in seguito, magari con un scheda particolareggiata per regista e film, ché lo meritano. Si tratta di un lavoro intenso e realista che racconta il mondo della prostituzione e lo sfruttamento dei prosseneti come modo per sopravvivere nella Cuba attuale. Mica male come trasgressione. Adesso Daranas compie un ulteriore passo avanti e alza il livello della critica sociale. Conducta affronta i problema dei giovani che crescono in una società che garantisce un sistema scolastico gratuito ma al tempo stesso inefficiente. Il film racconta la storia di un "ragazzo problematico" e di una vecchia maestra - interpretata da Alina Rodríguez - che crede nella sua professione e la difende come una missione. Sono molti i momenti interessanti e squisitamente politici della pellicola. A un certo punto la maestra afferma: "Chi dirige il paese è da troppo tempo al potere". Nessuno ha censurato il passaggio. Reporter indipendenti sostengono che il pubblico in sala applaude non appena termina la battuta. Non è importante stabilire se sia vero, forse si tratta solo di leggende metropolitane, visto il coraggio dimostrato dalla maggior parte dei cubani residenti sull'Isola, dal nostro punto di vista è importante soprattutto la libera circolazione di un film piuttosto critico con il regime. Daranas inserisce persino la figura di un prigioniero politico, ed è la prima volta in un film cubano prodotto da ICAIC (ente pubblico che indirizza e promuove la cultura), quando la maestra dice che il padre di uno dei suoi ragazzi è "in carcere per problemi politici". Il padre del ragazzo compare in un momento successivo del film, ma non è mai demonizzato come controrivoluzionario. Darans affronta il tema dell'apartheid legalizzato all'Avana, dove i cubani nati a Oriente sono relegati nei quartieri più poveri e marginali della capitale. Il regista analizza con dovizia di particolari la dura realtà della sopravvivenza nelle zone povere dell'Avana, ma anche l'incapacità di chi governa di trovare soluzioni efficaci ai problemi esistenziali. Gli interpreti del film - a parte la maestra - sono ragazzi presi dalla strada, privi di esperienza cinematografica, che interpretano loro stessi, all'interno della realtà sociale che vivono. Un esperimento neorealista, per non dire
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