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cinema

"L'uomo di Neve"

25 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #cinema

 

 

 

 

L'uomo di neve

Tomas Alfredson, 2017

 

Trarre un film da un libro di un autore che vende milioni di copie in tutto il mondo pensando che automaticamente sia un bel film è come pensare di diventare gnocca semplicemente indossando un abito da pret-á-porter. Non funziona. Al netto della solita premessa dei linguaggi differenti utilizzati da cinema e letteratura e anzi, proprio per quello, un regista dovrebbe capire cosa funziona su carta di quella storia, e cosa su celluloide. Nesbø è un gran prestigiatore, infila personaggi, sottotrame spesso incompiute da continuare nel romanzo successivo, cadaveri da morte truculenta, sesso esplicito e quasi mai romantico, spostando l'attenzione e i sospetti da uno all'altro, in modo che anche il lettore più scafato e gradasso alzi le mani in segno di resa al momento fatidico del disvelamento. In questo film, fatto di un cast tutto americano e europeo, abbiamo solo un guazzabuglio di attori bravi ma prigionieri di una sceneggiatura e di dialoghi al limite del ridicolo che gestiscono come possono. Il protagonista Hole si dovrebbe capire che è un alcolista cronico da due svenimenti sulla neve e dal fatto che indossi per tutto il film un parka più economico di quello che ho preso io da Zara, visto che beve a stento un goccio durante tutto il film. La Gainsbourg con l'età ha perso il morso inverso e per tutto il film è costretta a queste faccine tra disperazione e stupore che non le rendono giustizia. Val Kilmer se non avessi letto il suo nome nei titoli di testa mai lo avrei associato alla faccia vistosamente deformata da una plastica chirurgica finita male per eccesso di botox o cortisone. J. K. Simmons ha una parte piccolissima e vergognosamente non approfondita per la sua bravura. Il regista butta tutto nella trama senza un minimo di spessore, delitti collegati a pene di segugio, colpevoli che hanno ammazzato in mezza Norvegia non si sa bene né come né quando, tutto resta appiccicato alla bell'e meglio. Oslo, che fa sui 650.000 abitanti e che è una capitale che non offre poi tante attrazioni da visitare, pare scintillante quanto Manhattan, inoltre sembra che tutti i norvegesi per andare a casa o a fare la spesa usino la spettacolare strada atlantica, come dire, piazziamo scenari da cartolina gratuiti così non si accorgono che il film fa acqua (anzi, neve) da tutte le parti. Pietoso il finale con Hole ferito in maglione sulla neve che psicanalizza in 10 secondi 10 il colpevole, il quale muore nella maniera più idiota e scontata che si potesse immaginare. E c'è di peggio: dal finale si teme un sequel. Prepariamoci.

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Fueco e Cirasi

22 Ottobre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #cinema


 

 

 

 

 

Si tiene, lunedì 23 ottobre – a entrata gratuita fino a esaurimento posti - presso il Cinema Eden di Prato (via Cairoli, 22/24) a partire dalle ore 19:00, la presentazione, con doppia proiezione (ore 19:00 e ore 21:00), in anteprima italiana del cortometraggio “Fuecu e Cirasi”, scritto e diretto dal regista pugliese Romeo Conte e interpretato da Nicola Nocella - fresco vincitore del Premio Boccalino d'Oro come Miglior Attore al Festival di Locarno - oltre che da Giorgio Colangeli e Valentina Corti. Il regista e i tre protagonisti saranno presenti all'evento - che avrà un drink di benvenuto per il pubblico - accompagnati dai giovani attori Vittorio SalonnaSamuele Leo e Monica Negro, oltre al co-sceneggiatore e montatore Valentino Conte. Tra gli altri protagonisti del film, Paolo De Vita, Teodosio Barresi, Chiara Torelli, Rosario Altavilla, Maria Conte, Pino Capone, Altea Chionna, Vito Bianchi, Francesco Minisgallo e, al suo debutto, Francesco Iaccarino. Il corto, tratto da una storia vera, è prodotto da Coar Cooperativa Artisti S.C.R.L. e da Events Production, si avvale delle musiche originali di Mimmo Epifani ed è stato girato nell'Alto Salento pugliese. Fuecu e Cirasi racconta del ritorno al proprio paese di origine di Giacinto, intenzionato a incontrare la famiglia della fidanzata Lena. I luoghi e l’incontro con il padre di lei riporteranno alla mente suo fratello Mino e un tragico evento accaduto tanti anni prima. Giacinto troverà le risposte a tanti anni di dolore e pareggerà i conti.

Questo corto – dichiara il regista Romeo Conte – adatta al cinema una storia vera di quarant'anni fa e percorre i luoghi e la terra della mia infanzia. “Fuecu” (fuoco) è lo stato d’animo tipico adolescenziale, la cui fiamma rimane sempre accesa anche quando diventiamo adulti. La metafora delle “Cirasi” (ciliegie) ricorda il frutto che matura in un preciso periodo dell’anno e che, gustandolo, ci fa assaporare quel successo che spesso tarda ad arrivare. Ho girato pensando a un western: una storia all’italiana, ma universale allo stesso tempo, dove tutti gli elementi si completano tra di loro”. 

IL REGISTA – ROMEO CONTE 

Nel 1997 debutta con la regia cinematografica con il cortometraggio “La crepa”, con cui partecipa alla 54° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, al Festival di Amsterdam e al Festival di Cannes nel 1998. Prosegue nella regia con “Via col Vento” (Premio Qualità del Ministero per i Beni e le Attività Culturali), “Il Calabrone” e “Tarantrance”. Nel 2010 realizza “I castelli dell’alto salento-Terra di Brindisi” e “Alla corte di Federico II di Svevia, castelli di Puglia”. Nel 2016 scrive e dirige il suo quinto cortometraggio, “Fuecu e Cirasi”. Numerosi sono inoltre i documentari realizzati e diretti, tra cui: A dream in Wakayama, La strada dellʼOro, Lu rusciu de lu mare, Zibello, Tartufo dʼAlba, Parmigiano Reggiano, Il fiume della speranza, Latiano Terra di Pietra, Il Viandante del Nord, Merletti di Pellestrina. Realizza spot pubblicitari per marche quali Euphidra, Prolife, Omega3, Fope Gioielli, La Perla, Stefano Ricci, Deha Veneto Banca. Già coordinatore del Master Regia e organizzazione eventi del Polimoda di Firenze, ha insegnato presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e l’Università di Bologna L.U.N.A.
 

Per prenotazioni e informazioni
Events Production di Romeo Conte

Via Francesco Ferrucci, 69 – PRATO
tel. 0574 1940224

Fueco e Cirasi
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Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, 

18 Ottobre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi

 

 

 

 

Sarà presentato giovedì 19 ottobre 2017 alle ore 21:00 alla Sala cinema del Palazzo delle Esposizioni di Roma (entrata dalla scalinata di via Milano, 9a) - a ingresso gratuito fino a esaurimento posti - il documentario autoprodotto Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, opera prima diretta da Francesco Chiatante, che sarà presente alla proiezione con il giornalista Luca RaffaelliLa proiezione di Animeland apre la rassegna Anime dedicata ai capolavori del cinema d'animazione giapponese che vedrà proiettati al Palazzo delle Esposizioni, fino al 5 novembre, film quali Nausicaa nella valle del vento, Akira, Ghost in the shell e La città incantata.
Il documentario, in tour in Italia e nel mondo dal novembre 2015, è reduce dalle due proiezioni al Montevideo Comics, in Uruguayrese possibili grazie al prezioso aiuto dell'Istituto Italiano di Cultura di Montevideo. Animeland è un vero proprio viaggio tra cartoni animati giapponesi e non, manga, anime e cosplay, attraverso ricordi, aneddoti e sogni di personaggi degli ambiti più disparati il cui immaginario e la cui vita sono stati influenzati da fumetti e cartoni animati. Da Heidi a Goldrake, da Jeeg Robot Dragonball Naruto, passando per Holly e Benji, L’incantevole Creamy e Ken il guerriero, dalla fine degli anni Settanta è iniziata in Italia una vera e propria invasione “animata” giapponese. Più che un film è un “documento” che intende ricostruire e ripercorrere tutto quello che erano e sono poi diventati manga, anime e cosplay in Italia, segnando l’intero immaginario ‘pop’ delle generazioni degli ultimi quarant’anni con robot, maghette e orfanelli!

Il documentario, presentato in anteprima mondiale al Roma Fiction Fest 2015, è ideato e interamente realizzato in low budget dal regista pugliese Francesco Chiatante, che ne ha curato anche montaggio, fotografia e post produzione. 
"Ho sempre sognato - sottolinea il regista - di raccontare i mondi di manga, anime e cosplay a modo mio. E quale idea migliore del farlo coinvolgendo tutti i miei "miti", creando un film da tutti i loro racconti? Con Animeland ho trovato il modo di poter contribuire a questi immaginari fantastici che hanno influenzato i ragazzi, per generazioni, da fine anni '70 ad oggi!".

IL REGISTA
Francesco Chiatante nasce a Taranto nel 1981, videomaker di cortometraggi, documentari, backstage e video. Studia all'Accademia di Belle Arti di Macerata “Teoria e Tecnica della Comunicazione Visiva Multimediale” e si specializza in “Arti Visive – Scenografia”. Approda a Roma nel 2007 per un Master in Effetti Speciali per il cinema. Negli ultimi anni ha lavorato per post-produzioni di film e fiction, collaborato come operatore video e montatore per una serie di progetti documentaristici prodotti e diretti da Franco Zeffirelli, diretto l'episodio 'Iride' del film indipendente a capitoli 'Amores' (Italia, 2013) e realizzato backstage dei film diretti da Ivano De Matteo 'Gli equilibristi' e 'I nostri ragazzi' (vincitore del Premio Miglior Backstage 2015 - Festival del Cinema Città di Spello) e della serie TV RAI ‘Il sistema’ diretta da Carmine Elia. Animeland - Racconti tra Manga, Anime e Cosplay, del 2015, è il suo esordio nel lungometraggio. Nel 2017 realizza il backstage del lungometraggio ‘Chi m'ha visto’, di Alessandro Pondi, con Beppe Fiorello e Pierfrancesco Favino, in questi giorni nelle sale.

Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay, 
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True story, il film con James Franco e Jonah Hill

13 Ottobre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #cinema

 

 

 

 

 

True story è un film del 2015. Siamo nella sede del New York Times e Michael Finkel è un giovane giornalista da urlo. Ha già totalizzato numerose prime pagine, e il suo nome è associato a professionalità, serietà e correttezza. Fino a oggi, almeno. Ha scritto un pezzo ambientato in Africa, un pezzo sulle pessime condizioni di lavoro nelle piantagioni; un articolo forte, quindi, che vuole muovere le coscienze. Ma ha dimenticato una cosa fondamentale: la verità. Non ha verificato le fonti apposta o per sbaglio? Comunque arriva prontamente una segnalazione in redazione. Viene – con tono grave – chiamato in sala riunioni e gli viene chiesto il motivo di quell’errore. Lui balbetta, tenta di spiegare ma non riesce. Si capisce una cosa: abbagliato dal potenziale successo di un articolo così succoso, be’, ha glissato sui dati reali. Il New York Times non è Il giornaletto di nonna Papera e a lui viene dato un gran calcio nel sedere. Poco male, giusto? È troppo sicuro di sé, troppo saccente. Non puoi dare tutto così per scontato. Comunque, il nostro Michael (Jonah Hill) abbandona il suo ufficio. Tipica scenetta da film americano: prende una scatola con i suoi averi recuperati dalla scrivania e si avvia verso l’uscita. Fine. Che poi, il Times è una miniera d’oro per chi vuole fare quel mestiere, quindi ben si può immaginare il suo stato d’animo. Abbattuto e amareggiato, torna a casa. Una bellissima moglie lo aspetta. Nel frattempo, chiama per qualche altro impiego. Deluso, scopre che nessuno lo vuole. Fino a che gli fanno una telefonata: un killer ha fatto il suo nome. Christian Longo ha ucciso sua moglie e i suoi figli piccoli, poi è scappato. Durante la sua latitanza, ha detto di essere Michael Finkel. Il giornalista non se lo fa ripetere due volte. Ha un’altra possibilità!

Christian Longo è il tipico bello tenebroso (James Franco, bello come il sole, ci incanta dalla tv facendoci dimenticare il ruolo che deve ricoprire), completamente opposto a Michael – classico topo di biblioteca assetato di successo.

Inizia così un lungo periodo di colloqui, di lettere. Una corrispondenza fitta, quella di Christian e Michael. Segreti, rivelazioni.

Hai ucciso o non hai ucciso la tua famiglia, Christian?

Un po’ lento nella narrazione – ebbene sì, mi sono addormentata per cinque minuti, e questo nonostante James Franco – ma valido. Alla fine poi lascia un velo di inquietudine.  

La cosa assurda, che poi lascia a bocca aperta, è il fatto che sia una storia vera – benché un po’ romanzata.

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Bellissima Brigitte

29 Settembre 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #cinema

 

 

 

 

 

Non si dichiarano gli anni delle signore, Brigitte è sempre giovane nell'immaginario collettivo, è sempre quella della foto: bellissima, sensuale, selvatica, ironica e sfuggente.
Le sue labbra hanno disegnato le forme di un'epoca e il suo corpo ha fatto sognare intere generazioni. È curioso come di lei, passata alla storia, non si ricordino pellicole memorabili, BB ha recitato con una naturalezza disarmante, ha interpretato se stessa e questo forse è il segreto che la fa ricordare come persona ben oltre i film in cui ha recitato. La Bardot però non era solo bellissima, è una donna con grande personalità e soprattutto è intelligente e l'intelligenza è una dote che rende una donna estremamente sensuale. Negli anni la Francia ha scoperto che l'attrice, nonostante il successo, nonostante la vita in Costa Azzurra, non era una bambola di vetro e ha dovuto fare i conti con il suo impegno, la sua coerenza, le sue idee. La Bardot ha abbandonato la carriera senza remore e ha scelto la strada più difficile fregandosene delle conseguenze.
Nelle sue dichiarazioni, sempre controcorrente, ha criticato aspramente “la gauche al caviale”, ha sparato a zero sul sessantotto definendolo “uno sconquasso porno-politico” e nel 2001 la sua “lettera aperta alla mia Francia persa”, le è costata una condanna. Non contenta del muro che le hanno eretto contro, ha scritto un libro attirando la definitiva vendetta dei democratici politically correct. Nel suo libro si scagliava contro il pericolo di un'invasione islamica e per qualche parola di troppo è stata processata e condannata una seconda volta dalla giustizia francese, perché si sa che le idee vanno bene tutte, ma solo se sono allineate. Ecco le sue parole "Sono contro l'islamizzazione della Francia. Quest'obbedienza obbligatoria e questa sottomissione mi disgustano". E ancora: "Non abbiamo più il diritto di essere scandalizzati quando clandestini o mendicanti danno l'assalto alle nostre chiese per trasformarle in porcile umano, defecando dietro l'altare, pisciando contro le colonne, diffondendo i loro odori nauseabondi sotto le volte sacre del coro". Oppure: "Eccoci costretti a far venir fuori una dignità politicamente corretta nel mischiarci, nel mescolare i nostri geni, nel cancellare le nostre radici e lasciare così incrociare per sempre le nostre discendenze da predominanze laiche o religiose fanaticamente emerse dai nostri antagonismi più viscerali".
“Frasi che trasudano intolleranza” secondo il procuratore della Repubblica di Parigi, che chiese la condanna e definì il suo scritto un "grido di odio", stigmatizzando il carattere violentemente anti-musulmano del libro. 
Brigitte non si è mai fermata e ha continuato a battersi a dire la sua, famose le battaglie animaliste contro la macellazione ebraica e quella islamica. Tutti errori imperdonabili per la società moderna che ci vuole tolleranti, accoglienti e pecoroni.
Ma l'errore più grosso la Bardot lo ha fatto quando ha scelto di invecchiare. Esattamente, ha deciso semplicemente di invecchiare naturalmente senza ricorrere a lifting, chirurgia plastica, sempre controcorrente in un mondo, soprattutto quello del jet set, dove la caccia contro le rughe e le altimetrie delle tette o del sedere è sfrenata. E mentre intorno si vedono facce di plastica, tutte uguali, che puzzano di morte, lei si è lasciata scorrere il tempo addosso e ne è uscita più bella che mai. Una bellezza che racconta la sua storia in ogni ruga di espressione in ogni piega del suo intramontabile sorriso. 
Dalla sua autobiografia scelgo di raccontare un episodio molto simpatico che a mio avviso la identifica completamente.
Ancora in carriera, attrice di successo, vestita di tutto punto, tacchi a spillo e occhiali scuri, si trovò un giorno a visitare un canile. Vide ammassati dentro le gabbie anguste cani sporchi e gatti dal pelo arruffato che la guardavano come solo gli animali sanno fare. Non seppe resistere, non aveva idea di come fare, ma aveva deciso che là dentro non doveva rimanere neanche un prigioniero. Irruente, decisa come suo solito, li caricò tutti sulla sua Rolls Royce, davanti dietro nel bagagliaio e mentre i cani abbaiavano, in una tremenda baraonda, e i gatti le saltavano in testa, la videro allontanarsi ridendo a tutta velocità verso Parigi.
Brigitte donna vera, simbolo di libertà, di trasgressione e tradizione.

 

“.....Senza di te quella bottiglia è sempre troppo vuota al mio funerale canterai “plaisir d'amour” sarà come rinascere, come ammirarti in tv poi butteremo dalla torre chi vuoi tu! Si dice che gli occhi siano lo specchio dell'anima a me poco importa, la tua bocca già svela la tua divinità” ( da Armilustri Absinthium)

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Giovanni Modica, "Dario Argento e Profondo rosso"

25 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

 

Giovanni Modica

Dario Argento e Profondo Rosso

Profondo Rosso. 2017 – Pag. 384 – Euro 24,90

 

Profondo rosso (1975) è il film più importante di Dario Argento, il suo lavoro indimenticabile che ne decreta il successo imperituro. Non siamo ancora nell’horror puro, ma in una cornice gialla classica, contaminata da penetranti elementi macabri. La parte orrorifica prende il sopravvento sin dalle prime sequenze in un teatro, che vedono la sensitiva Helga Ullman (Macha Meril) avvertire la presenza in sala di un omicida e quindi finire massacrata nel camerino. Marcus Daly, un pianista inglese (David Hemmings) indaga insieme alla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) ed entrambi vengono coinvolti in una spirale interminabile di omicidi. Profondo rosso è un film talmente noto che pare inutile raccontare la trama, anche perché sono stati scritti saggi ponderosi e approfonditi sulla pellicola. Giovanni Modica, invece, con la collaborazione di Luigi Cozzi, non solo non lo reputa inutile, ma dedica al film ben 384 pagine, facendo scomparire il vostro modesto saggista che nella sua sintetica storia del cinema horror italiano ha scritto sul film in questione soltanto una pagina e mezza. In questo libro edito dal negozio di Dario Argento, diretto da Luigi Cozzi - una vita dedicata alla celebrazione di un Maestro che purtroppo non è più così grande - troverete pane per i vostri denti, appagherete ogni curiosità e sazierete la vostra fame di curiosità cinefile. Io posso solo dire che Profondo rosso fa da spartiacque tra il thriller puro e l’horror, segnando la nuova strada di Dario Argento, sempre più in preda a una fantasia macabra e visionaria. L’elemento paranormale è presente, così come incontriamo ambientazioni gotiche e momenti surreali scanditi da apparizioni di pupazzi meccanici. L’estetica dell’omicidio viene perfezionata secondo la lezione di Mario Bava, ma sarà presa a modello anche da autori statunitensi come John Carpenter e Rick Rosenthal nella saga Halloween (1978 - 81). Il merito della sceneggiatura ricca di suspense va diviso tra il regista e Bernardino Zapponi, che inseriscono in una storia gialla elementi macabri e momenti di puro terrore. Funziona tutto, persino la colonna sonora dei Goblin che ha fatto epoca, ma - se vogliamo trovare un difetto - non sono il massimo certi dialoghi impostati e alcuni personaggi monodimensionali. Ottimi i due protagonisti, bene Clara Calamai, Eros Pagni e Gabriele Lavia, che regalano caratterizzazioni memorabili. Un finale a sorpresa mostra il killer riflesso nello specchio del corridoio come se fosse un orribile dipinto, un grande colpo di genio, intriso di fantasia surrealista. Profondo rosso è stato uno dei film più amati degli anni Settanta e il suo successo è ancora ammantato da un alone di leggenda. Giovanni Modica si fa introdurre da Fabio Giovannini, un argentofilo della prima ora, mentre lascia la parola al Maestro in un capitolo finale, inserendo un’intervista datata 2002 che Argento aveva concesso a Federico Patrizi. Capitolo dopo capitolo viviseziona il film, dalla scheda tecnica alla scenografia, passando per trama, genesi, soggetto, sceneggiatura, ispirazioni letterarie, attori, locations, fotografia, montaggio, vecchie recensioni, considerazioni critiche, film e autori che si sono ispirati ad Argento. Invano il vostro povero recensore ha cercato il suo nome tra chi si è occupato di horror italiano e nella fattispecie di Dario Argento. Non l’ha trovato. Peccato di presunzione, certo, ma in fondo gli autori citati in bibliografia sono talmente grandi che il mio piccolo nome di provincia avrebbe stonato. Profondo rosso è un testo fondamentale per capire il cinema  del Maestro dell’horror italiano, un libro che un amante della sintesi e dello stile divulgativo come me non avrebbe neppure concepito di scrivere. Perfetto, invece, per chi non si accontenta. Una cosa da stigmatizzare - comune a tutti i libri della Profondo Rosso - è il prezzo civetta: 24,90. Mica poco in questi tempi di crisi…

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Fiumicino film festival

20 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cinema, #eventi

 

 

 

 

 

FIUMICINO FILM FESTIVAL

prima edizione

Fiumicino (Roma) – 22, 23 e 24 settembre 2017

 

Lungometraggi, documentari, cortometraggi e letture dedicati al tema del viaggio.

Premio Traiano a Valeria Golino, Alessio Boni e Susanna Nicchiarelli

INGRESSO GRATUITO FINO A ESAURIMENTO POSTI

 

Si tiene a Fiumicino (Roma), il 22, 23 e 24 settembre 2017 la prima edizione del Fiumicino Film Festival, kermesse dedicata ai film di viaggio con la direzione del produttore Giampietro Preziosa e la direzione artistica del regista Marco Simon Puccioni. Il festival, a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, si svolgerà presso UCI Cinemas Parco Leonardo e un battello che percorrerà il fiume Tevere, partendo dalla Darsena di Fiumicino, proiettando i cortometraggi, con soste nel porto di Traiano. Numerosissimi gli ospiti del festival, tra questi Valeria Golino, Alessio Boni, Isabella Ragonese, Susanna Nicchiarelli, Fabio Mollo, Bruno Colella, Bianca Nappi, Marco Amenta, Antonio Martino, Marina Rocco, Paola Minaccioni, Pino Calabrese, Maria Rosaria Russo, Claudia Potenza, Francesco Montanari, Antonietta De Lillo, Laura Luchetti, Daniele Vicari, Gianfranco Pannone. Saranno presentate pellicole italiane e internazionali - lungometraggi di finzione e documentari e una sezione dedicata ai cortometraggi, con il tema del viaggio nelle sue diverse declinazioni. Ogni proiezione sarà seguita da un dibattito con i registi e gli attori della pellicola. Il programma completo al link ufficiale www.fiumicinofilmfestival.org Al viaggio saranno anche dedicate le letture di poesie scritte da Nichi Vendola e interpretate da attori quali Claudia Potenza, Marina Rocco, Pino Calabrese, Francesco Maccarinelli e Paola Minaccioni. Verranno quindi assegnati tre Premio Traiano all'attrice e regista Valeria Golino, alla regista Susanna Nicchiarelli e all'attore Alessio Boni.

Tra i lungometraggi presentati, fresco del premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, Nico, 1988, di Susanna Nicchiarelli, quindi My Italy, di Bruno Colella e Il Padre d'Italia, di Fabio Mollo, interpretato da Isabella Ragonese. Quindi il divertente road-movie Ovunque tu sarai, del regista Roberto Capucci, che sarà presentato anche alla presenza degli attori Francesco Apolloni e Francesco Montanari. Quindi la commedia di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi e il delicato Taranta on the road, di Salvatore Allocca, con Bianca Nappi, che racconta l'incontro tra due giovani profughi e un gruppo di musicisti salentini in tournée. Nutrita anche la schiera di lungometraggi stranieri in concorso, dal drammatico nippo-francese La nuit ou j'ai nagè, diretto a quattro mani da Damien Manivel e Kohei Igarashi al britannico The Journey – Il viaggio, di Nick Hamm, la straordinaria storia di un viaggio di due leader nord-irlandesi. Direttamente dalla Mostra di Venezia arriva quindi l'iraniano Disappeareance, di Ali Asgari: in una fredda notte d'inverno a Teheran, due giovani amanti si ritrovano ad affrontare un serio problema...

Tra i documentari, la Libia raccontata in The black sheep, di Antonio Martino, quindi Magic Island, di Marco Amenta e Portami Via, di Maria Cosentino. Quindi la storia di Dario e Maury, che da vent’anni animano il litorale di Ostia con le loro performance, in Il principe di Ostia Bronx, di Raffaele Passerini. Tra i cortometraggi presentati, Bagni, realizzato da Laura Luchetti in stop motion, che ha raccolto premi in tutto il mondo, ma anche Terra Promessa, di Francesco Colangelo, La viaggiatrice, di Davide Vigore e Uomo in mare, di Emanuele Palamara, interpretato da Marco D'Amore.

La giuria dei lungometraggi, con la presidenza del regista Daniele Vicari, è composta dalla distributrice Lucy De Crescenzo e dall'attore Francesco Montanari. La giuria dei documentari, con la presidenza della regista Antonietta De Lillo, è composta dal giornalista Boris Sollazzo e dal documentarista Gianfranco Pannone. La giuria dei cortometraggi è invece composta dall'attrice Claudia Potenza, dal casting director Pino Pellegrino e dal regista Adriano Giotti. Le tre giurie assegneranno i premi per: Miglior Attore; Miglior Attrice; Miglior Film; Miglior Documentario; Miglior Corto e Nuovo Orizzonte (al regista emergente, opera prima o seconda). Selezionatori per la sezione lungometraggi, Marco Simon Puccioni, Laura Delli Colli e Angela Prudenzi. Per la sezione documentari, selezionatori sono Lorenzo Hendel, Simone Catania e Paolo Ferrari. Per la sezione cortometraggi, selezionatori sono Giampietro Preziosa, Francesca Portalupi Antonio De Palo. Molto rilevante per il festival la collaborazione con la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di Roma: il regista Marco Simon Puccioni ha selezionato, tra le sceneggiature dedicate al viaggio e proposte dagli studenti della scuola, quella di Giulia Lapenna, dal titolo “Eau a la bouche”. Da questa sarà realizzato un corto che verrà girato nei tre giorni precedenti al festival e proiettato durante la serata finale del festival.

Altra chiave del festival, la gastronomia: durante le tre serate, infatti, verranno offerti, all’interno del pittoresco allestimento nel battello, aperitivi sfiziosi per tutto il pubblico, durante la presentazione dei cortometraggi. Le cene, a numero chiuso, vedranno protagonisti dell’iniziativa due illustri chef stellati: Marco Martini, stella Michelin del “The Corner” di Roma e Gianfranco Pascucci, del ristorante di pesce “Il Porticciolo”, proprio di Fiumicino.

Terra di viaggi e sinonimo di 'incontro' da sempre, e seppur di costituzione piuttosto recente, Fiumicino è un Comune dotato di una storia molto antica. Nel suo territorio si trovano infatti i resti dell’antico porto romano di Traiano, principale porta d’ingresso di merci e persone nella Capitale dell’Impero Romano. Inoltre, la città di Fiumicino è sede del principale aeroporto intercontinentale italiano. Fiumicino Film Festival nasce dall'idea del sindaco Esterino Montino, di Giampietro Preziosa e di Marco Simon Puccioni e si basa sull'idea del viaggio proprio perché Fiumicino è un comune fortemente associato a questo immaginario.

Grazie a questo importante appuntamento che chiuderà la ricca estate culturale fiumicinese apriamo sempre di più la nostra Città a turisti, visitatori, amanti del cinema e della gastronomia – sottolinea il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino.Quando, insieme a Giampietro Preziosa e Marco Puccioni, ci siamo incontrati per ideare il Fiumicino Film Festival abbiamo scelto il tema del viaggio come protagonista di documentari, cortometraggi e film. Mi auguro che questo viaggio di fine estate alla scoperta di grandi registi, sceneggiatori e attori, rappresenti anche una grande occasione per tutti coloro che vorranno venirci a trovare per scoprire alcune delle location più suggestive di Fiumicino, un luogo – conclude Montino carico di fascino e attrattive”.

Il festival si avvale del riconoscimento della Direzione Generale Cinema MIBACT ed è realizzato con il patrocinio di Roma Lazio Film Commission. Realizzato con il sostegno di Città di Fiumicino, Fiumicino Tributi, UCI Cinemas Parco Leonardo, ADR Aeroporti di Roma, Scuola d'Arte Cinematografica Gian Maria Volontè. Sponsor tecnici: Parco Leonardo, Inthelfilm, LSG Sky Chefs, Cantstop Lab. Media partner: Idea Radio, Rb Casting, Radio Fred, Radio Maxel.

 

Per maggiori informazioni
Fiumicino Film Festival


www.fiumicinofilmfestival.org
www.facebook.com/fiumicinofilmfestival/

 

Fiumicino film festivalFiumicino film festival
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I’M Infinita come lo spazio di Anne-Riitta Ciccone

10 Settembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

 

Regia: Anne-Riitta Ciccone. Soggetto: Anne-Riitta Ciccone (romanzo I’M Infinita come lo spazio - Edizioni Il Foglio, 2017). Sceneggiatura: Anne-Riitta Ciccone, Lorenzo D’Amico De Carvalho. Direttore della Fotografia: Pasquale Mari. Scenografia: Maurizio Sabatini. Effetti visivi, 3D stereoscopico: David Bush. Costumi: Andrea Sorrentino. Montaggio: Andrea Maguolo. Musiche originali: Peter Spilles, con le canzoni dei Project Pitchfork. Produzione: Italia - visto censura dicembre 2016. Case di Produzione: A.T.C. ADRIANA TRINCEA CINEMA con RAI CINEMA E PAYPERMOON ITALIA. Prodotto da: Francesco Torelli. Con il supporto di: Trentino Film Commission e Regione Lazio. Distribuzione: Koch Media. Interpreti principali: Barbora Bobulova, Mathilde Bunduschuh, Guglielmo Scilla, Julia Jentsch, Piotr Adamczyk. Distribuito da Koch Media (Italia) e da Rai Com (estero).

 

Il fatto di essere l’editore del romanzo non mi impedirà di scrivere tutto il bene possibile di un film italiano non convenzionale e dotato di un respiro internazionale. Al diavolo le questioni di opportunità e la correttezza formale! I’M - Infinita come lo spazio è un film costato anni di lavoro - e si vede! - che consacra Anne-Riitta Ciccone nell’olimpo dei migliori giovani registi italiani. Non dobbiamo limitarci a presentarlo come un fantasy in Tre D, perché è troppo riduttivo; il film usa gli effetti speciali per condurci alla scoperta della psiche della protagonista, accompagnandoci nei meandri del suo cervello, nei suoi pensieri cupi di adolescente insicura. I’M è un film sul bullismo, sulla crescita, sulla necessità di vivere secondo i propri sogni, senza tradirli mai e senza attendersi niente dagli altri, perché - come dice in una sequenza cruciale una straordinaria Bobulova: “Al mondo non gliene importa un cazzo di te! Tira fuori le palle e lotta per affermare i tuoi sogni!”. Il 3 D si scatena quando la protagonista sogna di far precipitare in una feritoia del terreno i compagni bulli, ma anche in una rappresentazione da fiaba dark di Alice nel paese delle meraviglie, per non dimenticare la trasfigurazione della preside in perfida strega. Da notare le apparizioni del fantastico Papà Zucca, padre immaginario di Jessica, che la ragazza ha visto una sola volta, ad Halloween, e quindi continua a rappresentarlo nella sua mente mentre indossa una gigantesca maschera da zucca. Il film è girato in Alto Adige, tra le nevi di un ambiente surreale, di un non luogo imprecisato, perché non è importante. Potrebbe essere un’altra dimensione, un altro pianeta, il nostro stesso mondo, non è importante… La regista racconta i rapporti difficili di un’adolescente che sogna di diventare una disegnatrice di fumetti, in lotta con il mondo circostante, dai compagni di classe alla madre, passando per la sorellina e i professori. Unica confidente la rockstar fallita (Bobulova) che dispensa buoni consigli ma al tempo stesso è alcolizzata, depressa e costretta a fare un lavoro che odia. Un film sceneggiato senza punti morti, ben fotografato, interpretato alla perfezione dalla giovanissima Mathilde Bunduschuh e dalla più esperta Barbora Bobulova (mai così convincente). Colonna sonora di Peter Spilles, perfetta per accompagnare una simile storia, mixata con le canzoni dei Project Pitchfork, che pervade di musica rock, ai limiti del punk, tutta la pellicola. Finale a sorpresa, che non anticipo, ispirato a un fatto realmente accaduto in Finlandia. Poetico e suggestivo il sottofinale, tra le montagne altoatesine, che spero obbligherà anche il più incolto dei pubblici a seguire i titoli di coda. Presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori. In uscita il 16 novembre, speriamo in molte sale, perché la novità di una pellicola italiana impegnata e al tempo stesso spettacolare lo merita. Intanto leggetevi il romanzo…

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lup
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Paolo Ghezzi, "Pupi Avati - Sotto le stelle di un film"

23 Agosto 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghezzi
Pupi Avati - Sotto le stelle di un film
Il Margine, 2008 – Euro 16 – Pag. 180
www.il-margine.it – editrice@il-margine.it

 

Il Margine è un editore di Trento che fa bene il suo mestiere, non abdicando al ruolo culturale e pubblicando piccoli libri agili e utili di saggistica popolare e divulgativa. Pupi Avati - Sotto le stelle di un film è una sorta di libro - confessione che Paolo Ghezzi raccoglie dialogando di cinema con i fratelli Avati,  dalle prime incerte prove dei tempi di Thomas e Balsamus, fino a Gli amici del Bar Margherita, al tempo ancora in lavorazione. Il libro ha avuto ben due edizioni: agosto e novembre 2008, ed è ancora molto attuale e interessante, nonostante lo stesso Avati abbia voluto scrivere in tempi più recenti una corposa autobiografia (La grande invenzione, euro 18 - Rizzoli 2013, dal 2014 anche in economica BUR).

Pupi Avati (Bologna, 3 novembre 1938), figlio di un antiquario bolognese e fratello del produttore Antonio, si chiamerebbe Giuseppe ma da sempre porta quel nomignolo affettuoso che - da buon bugiardo - ha tentato di spiegare in modi diversi. Il suo sogno sarebbe quello di diventare jazzista, ma Lucio Dalla fa naufragare le speranze del futuro regista, depresso dalla bravura come clarinettista dell’amico, che entra a far parte della stesa band. Pupi abbandona sconfortato, ma il ricordo del jazz, torna spesso sotto forma di cinema e di miniserie televisive, a dimostrazione che un grande amore non si scorda mai. Nella vita di Pupi Avati c’è anche un lavoro come rappresentante Findus, ma di indimenticabile resta il cinema, un amore eterno, la passione per Fellini e la visione di un capolavoro come 8 ½  che indicano la strada da percorrere. I primi due film sono Balsamus, l’uomo di Satana (1968) e Thomas (Gli indemoniati) (1969), due lavori grotteschi finanziati da un misterioso imprenditore, il cui nome viene rivelato soltanto dopo la morte. Avati scrive anche la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pierpaolo Pasolini, per la quale viene pagato ma non accreditato. Cifra stilistica dei primi lavori sono - per dirla con Roberto Poppi - grottesco ridanciano, esagerazione goliardica, voler a tutti i costi sorprendere con storie inusuali, fantastiche, strampalate. Prime commedie in carriera che lasciano il segno: La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1974) e Bordella (1975). Due film che anticipano tre lavori importanti come La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti… tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1978). Il vero capolavoro giovanile è La casa dalle finestre che ridono, horror padano di una sorprendente originalità, scritto dal fratello Antonio e interpretato da un ispirato Lino Capolicchio. Pupi Avati è un regista del tutto fuori dalle regole, unico nel senso più alto del termine, non definibile né inquadrabile in un genere, centra l’obiettivo sia come autore di commedie che come autore di film fantastici, intimisti, storici, grotteschi, biografici e parodistici. Il suo cinema parla per lui, sembra realizzato da una squadra di registi, tanta è la varietà di idee che costella sua carriera. Tratto unitario è lo stile. Un film di Pupi Avati si riconosce tra mille. Ed è questo che qualifica un autore. Ben vengano libri come Sotto le stelle di un film che ci portano a conoscere un nostro grande cineasta negli anfratti più reconditi della sua intimità.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

 

 

 

 

 

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Il grande Lebowski

19 Agosto 2017 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #cinema

 

 

 

 

 

Questo articolo  è stato scritto da Guido Mina di Sospiro, pubblicato sul sito newyorkese Disinformation, e tradotto da Umberto Bieco

 

 

Più che un film Il grande Lebowski è il tipo di miracolo che, più raramente che occasionalmente, scivola attraverso le crepe dell'ingranaggio hollywoodiano. Questo perché il film precedente dei fratelli Coen, Fargo, guadagnò 7 nomination agli Oscar, e ne vinse due, per la miglior sceneggiatura originale e per la miglior attrice protagonista, Frances McDormand, tra l'altro moglie di Joel Coen. Quindi, sostenuti da un accresciuto prestigio, i fratelli Coen si imbarcarono nel loro successivo progetto, Il grande Lebowski, in cui il ruolo principale del Drugo è sublimemente interpretato da Jeff Bridges. Il Drugo, tra l'altro, fu ispirato da un uomo reale, Jeff Dowd, un addetto alle relazioni stampa che aiutò i fratelli Coen a lanciare Blood Simple (Sangue facile, 1984), il loro primo film.

 

Nel Drugo troviamo l'archetipo dello slacker, lo scansafatiche, secondo la definizione del dizionario, un giovane istruito che è antimaterialista, senza scopo, apatico, e che normalmente lavora in impieghi senza futuro. Infatti, il Drugo non sembra lavorare affatto. Gioca a bowling, però, e con passione.

 

Dopo il clamore suscitato da Fargo i critici si aspettavano, fatemi indovinare, un'altra dose di violenza esplicita sullo schermo, con persone che si fanno male tra i loro in modi inventivi (una cippatrice, ricordate?). Questo, secondo la visione del mondo esoterica che i mainstream media ci fanno digerire, è la via per gli Oscar e la fama: basti pensare a Il padrino 1 e 2, o a praticamente qualsiasi cosa di Tarantino, o allo stesso Fargo. Invece i fratelli Coen ci offrirono qualcosa che, nel 1998, lasciò la maggior parte dei critici perplessi. Che diamine avevano appena guardato?

 

Per trovare un senso al film, alcuni di loro tirarono in ballo Raymond Chandler, uno dei fondatori della scuola hard-boil della narrativa investigativa. In particolare, trovarono riferimenti a Il grande sonno, il primo romanzo di Chandler (1939), che fu adattato per lo schermo nel 1946 nell'eponimo film noir diretto da Howard Hawks. Ci sono senz'altro similarità. Più di tutte, entrambe le storie hanno un intreccio labirintico. Joel Coen ha detto “è una trama disperatamente complessa e in definitiva priva di importanza”. Ed ecco perché a molti critici è sfuggito il punto. Si sono persi nelle tortuosità della trama, che è più o meno risolta alla fine, se a qualcuno interessa seguirla.

Ma la trama era, di fatto, una parodia del genere. E non potrebbe essere altrimenti, in quanto il Drugo non è Philip Marlowe. Di nuovo, ci sono somiglianze superficiali: sono entrambi spiritosi e bevitori, ma questo è quanto. Il Drugo è uno stoner, un cannato, qualcuno che semplicemente non potrebbe appartenere all'universo di Marlowe. E soprattutto, il Drugo realizza una dimensione esoterica che è completamente mancante nel lavoro e nei personaggi di Chandler.

 

Citando Chandler: “Quando riguardo le mie storie sarebbe assurdo se non desiderassi che fossero state migliori. Ma se fossero state molto meglio non sarebbero state pubblicate. Se la formula fosse stata appena meno rigida, sarebbe sopravvissuta più scrittura di quel periodo. Alcuni di noi hanno provato piuttosto intensamente ad evadere dalla formula, ma usualmente venivano presi e rispediti indietro. Eccedere i limiti di una formula senza distruggerla è il sogno di ogni scrittore da rivista che non sia uno scribacchino senza speranza”.

Dopo il successo di critica e di pubblico di Fargo, i fratelli Coen si trovarono nell'invidiabile posizione di fare quel che più piaceva loro. E produssero un film che si sottrae a tutti i generi sfidandoli ed è assolutamente apprezzabile su molti livelli. Ad ogni modo, si aspettavano una ricezione ben migliore. Da allora Il grande Lebowski è diventato un cult movie, ed è chiaramente entrato in sintonia fin dall'inizio con le persone stanche delle minestre riscaldate hollywoodiane, persone che hanno trovato il Drugo e le sue bizzarrie se non altro rinfrescanti.

Il Drugo sembra propenso solo a giocare a bowling. Sorseggia dei White Russian il più frequentemente possibile e sembra sempre esserci un po' di erba a portata di mano. Dà molto valore al suo tappeto, su cui qualcuno minge. Infatti, il pisciare sul suo tappeto che “dà davvero un tono alla stanza” può essere visto come l'origine di tutti i mali. Quando riesce a prendere un nuovo tappeto dal Lebowski milionario, il Drugo viene mostrato steso su di esso, intento ad ascoltare con il suo Walkman registrazioni ambientali di una sala da bowling, e sembra sereno come un serafino.

Più avanti nel film, dopo che Drugo ha aiutato la figlia del milionario - Maude – a concepire (recitata molto bene da Julianne Moore), sentiamo il Drugo dirle che in gioventù ha contribuito a redigere la Dichiarazione di Port Huron che fondò il comitato Studenti per una Società Democratica, ed era un componente dei Sette di Seattle. Citando uno dei passaggi della Dichiarazione: “L'umanità ha disperatamente bisogno di una leaderhisp visionaria e rivoluzionaria per rispondere ai suoi enormi e profondamente radicati problemi, ma l'America langue in uno stallo nazionale, i suoi obiettivi sono ambigui e dettati dalla tradizione quando dovrebbero essere freschi e di vasta portata, la sua democrazia apatica e manipolata quando dovrebbe essere dinamica e partecipativa.”

Il film si apre con il Presidente George H. W. Bush in TV che si riferisce all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq con un “questa aggressione non durerà!”. Sembra incredibilmente retorico e falso. Infatti, alcuni giorni dopo, il Drugo usa la stessa dichiarazione per chiedere al Lebowski milionario di pulirgli il tappeto. Dopotutto, hanno orinato su di esso per un caso di scambio d'identità, scambiando il Drugo per il milionario. A questa ragionevole richiesta il milionario risponde con uno sbarramento di insulti pieni d'odio ai quali il Drugo risponde: “fanculo”.

In questa semplice asserzione vi è molto della prospettiva mentale ed emozionale del Drugo. Sono andati i giorni giovanili in cui scriveva urgentemente di una “leadership visionaria e rivoluzionaria”. C'è qualcuno come George H. W. Bush al timone, andiamo! Per cui, cosa può fare un uomo? Questo, sospetto, è quello che il film chiede. Il Drugo, un pacifista dichiarato, subisce la tortura dell'acqua nel suo stesso bagno, viene preso a pugni in faccia, pesantemente insultato sia dal milionario che dal capo della polizia di Malibu, viene schernito da un altro poliziotto, gli viene mentito, è sedotto da Maude che, forse con lungimiranza, vuole il suo seme, e ovviamente i suoi geni, per il suo bambino, ma certamente non un padre/marito. Non è tutto. La sua casa viene violata in diverse occasioni, e i nichilisti tedeschi minacciano il Drugo gettando un furetto (“Bella marmotta” esclama quando la vede la prima volta) nella vasca in cui sta facendo il bagno.

Quando Jesus, il giocatore di bowling pedofilo, gli dice: “Vedo che vi siete fatti strada fino alle semifinali. Dios mio, amico. Liam e io vi fotteremo per bene”, il Drugo risponde “Sì, beh, questa è solo, sai, tipo, la tua opinione, amico”.

La sua macchina scassata passa attraverso incidenti e disavventure di tutti i tipi finché viene finalmente incendiata. Non intasca nessuno dei compensi promessi dal milionario. E in aggiunta a quanto elencato tollera, per tutto il film e presumibilmente per il resto della sua vita, il suo amico di bowling, Walter, un veterano del Vietnam con problemi di gestione della rabbia, per usare un eufemismo. È la definitiva ironia: il vecchio hippy che fa coppia con un reduce che, come modus operandi nella vita civile, conserva un atteggiamento altamente belligerante.

 

E nonostante ciò, niente sembra coinvolgere il Drugo. Sì, si arrabbia (al punto che Walter gli dice: “Dai, stai facendo molto poco il Drugo, sei molto non Drugo”), impreca costantemente, e ribatte a Walter e a molte altre persone irragionevoli che sembrano stargli intorno come zanzare, ma presto si mescerà un altro White Russian, o si farà una fumata, o si rilasserà in un bagno caldo. Occasionalmente ripiega sui gentili movimenti del Tai Chi per tenere lo stress a bada. Come un mistico, si concentra sul disegno più grande. Ancora meglio, come un vero mistico, non si concentra affatto.

 

Molto si è detto del Drughismo, una filosofia di vita ispirata dal Drugo. Ma non c'è niente di nuovo in questo, in quanto sembra appartenere al grande flusso di Philosophia Perennis che, giù per i millenni, ha prodotto concetti marcatamente similari anche se espressi in modi differenti e da differenti culture ed epoche. E infatti i proponenti del Drughismo citano Lao Tzu, Epicuro, Eraclito, il Budda, e il Gesù Cristo pre-ecclesiastico come esempi di antichi profeti Drughisti.

 

Quel che nel Drugo è sublime è che non predica affatto. Ci ha provato in gioventù, e ora ovviamente vede la cosa come una follia giovanile. In qualche modo sopravvive con molti pochi soldi e trova il materialismo una bestia strana. Il “cinese” che originariamente piscia sul suo tappeto; il milionario; i Nichilisti tedeschi; il produttore di film porno; i teppisti assortiti – sono tutti materialisti molto attaccati alla ricchezza e intenzionati ad utilizzare la violenza per salvaguardarla o accrescerla. A causa di un caso di omonimia, egli è improvvisamente circondato da questo tipo di gente come se fosse entrato in un manicomio. Ma almeno è chiaro a lui e allo spettatore percettivo che sono tutti lunatici.

 

Il livello di aggressività, e latente o esplicita violenza, che rileva attorno a sé stesso è scioccante.

Dopo che ha fatto l'amore con Maude, le dice: “È un caso complicato, Maude. Un sacco di input, un sacco di output. Fortunatamente, mi sono attenuto ad un rigoroso, uhm, regime di droga per mantenere la mia mente, sai, agile”. Ciò è rivelatore. Il mondo attorno a lui è talmente andato a p......e di recente, che si è sentito forzato ad attenersi ad un “piuttosto rigido regime di droghe”. Normalmente, si ha la sensazione che le sue lunghe serate spese a giocare a bowling e un atteggiamento generalmente rilassato dovrebbe togliere la maggior parte dello stress. Ma lo stress, di recente, è stato enorme. Eppure, egli mantiene miracolosamente la sua pace mentale.

 

C'è qualcosa di trascendentale in questo: il Drugo si solleva al di sopra di tutte le circostanze. È arrabbiato per l'intero film, che non è affatto la sua natura, e i fratelli Coen meritano ulteriori lodi per una simile intelligente idea: estrapolare il Drugo dal suo abituale milieu e gettarlo in un circo pieno di ostili lunatici che vogliono qualcosa da lui e lo insulteranno, minacceranno e picchieranno per ottenerlo.

Siamo a milioni di miglia di distanza dal claustrofobico mondo di Raymond Chandler. Per essere onesti, egli scrisse i proprio romanzi all'apice del modernismo, un periodo teo-eccentrico e molto poco giudizioso nella storia della cultura occidentale in cui il mondo fu ridotto solamente alla percezione sensoriale e ad obiettivi materialistici.

Lao Tzu è un saggio della Cina antica e una figura chiave del Taoismo. Se egli sia effettivamente vissuto o sia una figura leggendaria rimane da stabilire, ma è considerato l'autore del Tao Te Ching, un libro fondamentale sia nel Taoismo filosofico che nella religione cinese. In esso, si trova l'asserzione: “bandisci la saggezza, scarta la conoscenze, / e il popolo ne profitterà cento volte”. Escludendo Platone e tutte le scuole neoplatoniche, così è come “l'amore di Sofia”, o della saggezza, la filo-sofia nell'Occidente è degenerata nell' “amore del sofismo” - precisamente il tipo di “saggezza” e “conoscenza” che Lao Tzu ci invita a scartare. Infatti, il Nichilismo, così presente nel film attraverso le azioni dei Nichilisti tedeschi,  probabilmente ridicolizza ciò a cui il mondo occidentale è malaccortamente arrivato dopo millenni di filosofia digressiva andata a male.

Il Drugo svetta sopra una tale incompleta e distorta Weltanschauung. E questo è quello che i critici mainstream inizialmente non sono riusciti a comprendere. Vedendo come il film raggiugeva il cult status e diventava, in effetti, popolare, sono ritornati ad esaminarlo, e hanno tardivamente scodellato recensioni favorevoli – dieci anni o più dopo la sua uscita originaria, alcuni di loro de facto ritrattando pubblicamente. Il fatto è che i critici mainstream hanno la pancia piena del canone Artistotelico/Euclideo/Cartesiano/Newtoniano/Darwiniano che ci hanno somministrato a scuola. Allora, se perseguono un'istruzione superiore, gli vengono servite ulteriori dosi dello stesso canone, di cui la storia del cinema è a sua volta pervasa. Cogliere le implicazioni de Il grande Lebowski era oltre le loro capacità, e infatti la maggior parte di loro non le ha colte. Ma fece vibrare le corde giuste di molti di noi, che vi sono ritornati ripetutamente, e l'hanno fatto conoscere agli amici. Fa un ottimo punteggio anche dal punto di vista della riguardabilità.

All'inizio si prova, invano, a concentrarsi sulla trama. Ma il film è anche molto divertente. Ci sono inoltre numerose gemme nei dialoghi: “[Walter] dì che quel che ti pare sulla dottrina del Nazionalsocialismo, Drugo, ma almeno ha un ethos” “[Walter] E inoltre, Drugo, “cinese” non è la, uh, terminologia preferibile... Asiatico-Americano. Per favore.” “[La moglie da esibire del milionario] A Dieter non importa nulla. È un nichilista” “[Drugo] Dev'essere estenuante”.

La fotografia e le sequenze oniriche sono clamorose, e la musica, un accompagmento perfetto, grazie anche a T-Bone Burnett, che è accreditato come archivista musicale. The Man In Me di Bob Dylan risuona ripetutamente ed è perfetta: “L'uomo in me compirebbe qualsiasi compito / e come ricompensa, chiederebbe poco / Ci vuole una donna come te / per arrivare all'uomo in me”. Naturalmente ciò potrebbe esser visto come un commento ironico sulla scelta di Maude. Ma infatti, nonostante le sue osservazioni denigratorie dopo aver fatto l'amore con il Drugo (“Vedi, Jeffrey, non voglio un partner. Infatti non voglio che il padre sia qualcuno che io debba vedere socialmente, o qualcuno che io voglia cresca il bambino stesso”) lei ha scelto il Drugo, tra tutti, nella moltitudine di potenziali donatori di seme. E ciò dev'essere perché egli è talmente disarmante che lei ha deciso, su due piedi, parlandogli nel proprio atelier, che lui era quello da cui voleva avere un bambino. Quindi qualcuno, in questo mondo materiale, comprende le potenzialità e le qualità del Drugo.

Infine, la recitazione è ispirata, soprattutto quella di Jeff Bridges e John Goodman, rispettivamente nei ruoli del Drugo e di Walter.

Il film finisce con la morte di Donny, il terzo componente della loro squadra di bowling, un uomo mite interpretato da Steve Buscemi (all'opposto del suo personaggio in Fargo) che è costantemente e sgarbatamente zittito da Walter. Ma nonostante Walter brandisca una pistola e persino un Uzi, e nonostante l'utilizzo da parte dei Nichilisti, stupefacentemente, di una sciabola, non c'è morte violenta nel film (evidentemente con disappunto dei critici mainstream): Donny muore di infarto. E il riversare delle sue ceneri da parte di Walter è ancora un'altra “pagliacciata”, come il Drugo la chiama, dato che le ceneri non finiscono nell'Oceano Pacifico, come voluto, ma, portate dal vento, principalmente in faccia del Drugo stesso.

Alla fine del film il narratore, un cowboy con un forte accento strascicato del sud interpretato da Sam Elliot, incontra di nuovo Drugo alla solita sala da bowling. L'intera avventura, o disavventura, sembra ora, è stato un caso di molto rumore per nulla, con due maggiori eccezioni: la morte di Donny, tragicamente, e la notizia che “c'è un piccolo Lebowski in arrivo”. Il Drugo non sa nemmeno questo, e probabilmente non gli sarà mai detto, e nemmeno lui indagherà: ormai conosciamo il personaggio abbastanza bene. Ma è di nuovo di buon umore,  si prepara per le finali del torneo di bowling, sereno e sorridente. Quella è la natura del Drugo. Il narratore dice: “Prendila comoda, Drugo – so che lo farai”. E il Drugo replica: “Sì, amico. Bè, lo sai, il Drugo sopporta”.

E questo è quanto: il Drugo sopporta. Alla faccia dell'avversità e della virulenza dell'intero mondo il Drugo, tra tutta la gente, è equilibrato, tollerante e coerentemente non-violento. Non colpisce mai di ritorno; il concetto di vendetta non sembra abitare la sua mente. Come se non bastasse, egli sembra implicitamente essere indulgente con un sacco di gente ultra-aggressiva, là fuori, che si comporterà come una massa di ostili lunatici. “E' bello sapere che è là fuori, il Drugo, a prendersela comoda per tutti noi peccatori” - alla fine commenta il narratore dopo che il Drugo se n'è andato.

Ci sono molti pacifisti nel mondo – fino a che la loro pazienza viene severamente messa alla prova, o i loro diritti palesemente usurpati. Ci sono anche persone persuase che la pace è il naturale stato dell'umanità. È una bella idea che sfortunatamente non corrisponde alla realtà. Anche il Buddismo concede “il male minore” per evitare “un male maggiore”. La storia è una tragica litania di aggressioni arbitrarie e invasioni. La pace sembra essere l'eccezione, la guerra la regola.

L'antico drammaturgo romano Plauto sintetizza la natura umana con “homo homini lupus” - l'uomo è lupo per l'altro uomo. Troppi esseri su questo pianeta prosperano sulla morte di altri, dai microbi ai predatori. Presumere che l'umanità è una fratellanza di, diciamo, angeli, è malaccorto. Anche gli alberi si uccidono l'un l'altro in una sorta di guerra chimica chiamata allelopatia.

In gioventù, il Drugo ha provato a cambiare il mondo, con un manifesto, nientemeno, occupando Berkeley e così via. Alla fine ha capito che era senza speranza. Ma ciò non l'ha fatto diventare un rancoroso, arrabbiato o vendicativo. E nemmeno è un esempio, come vorrebbe il cliché. Lui non fa, lui è. Anche quando provocato, non fa male a nessuno. Gli importa poco del denaro ed è, essenzialmente, un sensibile, onesto uomo con il tipo di pazienza e tolleranza che appartiene agli spiritualmente dotati. Egli non predica; ora nella saggezza della sua maturità, non lo farebbe mai; egli semplicemente sopporta. Con più persone come lui, il mondo migliorerebbe marcatamente.

 

 

 

 

 

 

More than a movie The Big Lebowski is the kind of miracle that, more rarely than occasionally, slips through the cracks of the Hollywood machinery. That’s because the Coen Brothers’ previous film, Fargo, earned seven Academy Nominations and won two, for best original screenplay and best actress in a leading role, Frances McDormand, incidentally Joel Coen’s wife. So, with a lot more clout behind them, the Coen Brothers embarked on their next project, The Big Lebowski, in which the leading role of the Dude is sublimely played by Jeff Bridges. The Dude, by the way, was inspired by a real man, Jeff Dowd, a publicist who helped the Coen Brothers in launching Blood Simple, their first film.

In the Dude we find the archetype of the slacker, i.e, according to the definition in the dictionary,  an educated young person who is antimaterialistic, purposeless, apathetic, and usually works in a dead-end job. In fact, the Dude doesn’t seem to work at all. He does bowl, though, and with a passion.

 

After the clamor over Fargo critics expected, let me guess, some more graphic violence on the screen, with people harming each other in inventive ways (a wood chipper, anyone?). That, according to the exoteric worldview we are made to digest by mainstream media, is the way to Oscars and fame: think of The Godfather I and II, or just about anything by Tarantino, or Fargo itself. Instead the Coen Brothers gave us an offering that, back in 1998, left the majority of the critics perplexed. What on earth had they just watched?

To make some sense out of the film, some of them brought Raymond Chandler into the picture, one of the founders of the hard-boiled school of detective fiction. In particular, they found references to The Big Sleep, Chandler’s first novel (1939), which was adapted for the screen in 1946 in the eponymous film noir directed by Howard Hawks. Indeed there are similarities. Most of all, each film is loaded with a labyrinthine storyline. Joel Coen said that “it’s a hopelessly complex plot that is ultimately unimportant.” And here is where many critics missed the point. They got lost in the convolutions of the plot, which is more or less resolved at the end if one really cares to follow it. But the plot was, in fact, a parody of the genre. And it couldn’t be otherwise, as the Dude is no Philip Marlowe. Again, there are some superficial resemblances: they’re both wisecracking and hard-drinking, but that’s about it. The Dude is a stoner, something that simply could never belong in Marlowe’s universe. And above all, the Dude brings forth an esoteric dimension that is completely lacking in Chandler’s work and characters.

Quoting Chandler: “As I look back on my stories it would be absurd if I did not wish they had been better. But if they had been much better they would not have been published. If the formula had been a little less rigid, more of the writing of that time might have survived. Some of us tried pretty hard to break out of the formula, but we usually got caught and sent back. To exceed the limits of a formula without destroying it is the dream of every magazine writer who is not a hopeless hack.”

After the critical and popular success of Fargo, the Coen Brothers found themselves in the enviable position of being able to do as they pleased. And they produced a film that defies all genres and is thoroughly enjoyable on many levels. They did, however, expect a much better reception. The Big Lebowski has since become a cult movie, and obviously it resonated from the very start with people who are tired of formulaic Hollywood concoctions and found the Dude and his antics if nothing else refreshing.

The Dude seems to be very keen only on bowling. He sips White Russians as often as he can and there always seems to be a little pot at reach. He makes much of his rug, which is “micturated upon.” In fact, the peeing on his rug “that tied the room together” could be seen as the source of all evils. When he manages to get a new rug from the millionaire Lebowski, the Dude is shown lying on it, listening in his Walkman’s headset to sounds recorded in a bowling alley, and looks as serene as a seraph.

Later on in the film, after the Dude has helped the millionaire’s daughter — Maude — to conceive (she is played very well by Julianne Moore), we hear the Dude tell her that in his younger years he contributed to drafting the Port Huron Statement that founded Students for a Democratic Society, and was a member of the Seattle Seven. Quoting one of the Statement’s passages: “Mankind desperately needs visionary and revolutionary leadership to respond to its enormous and deeply-entrenched problems, but America rests in national stalemate, her goals ambiguous and tradition-bound when they should be new and far-reaching, her democracy apathetic and manipulated when it should be dynamic and participative.”

The film opens with President George H. W. Bush on TV addressing Iraq’s invasion of Kuwait with, “This aggression will not stand!” It looks incredibly rhetorical and phony. In fact, a few days later, the Dude uses the same statement so as to plead with the millionaire Lebowski for him to have the rug cleaned up. After all, they peed on it because of a case of mistaken identity, taking the Dude for the millionaire. At this reasonable request the millionaire responds with a barrage of hateful insults, to which the Dude replies, “Fuck it.”

In this simple assertion lies much of the Dude’s mental and emotional outlook. Gone are the youthful days in which he would urgently write of “visionary and revolutionary leadership.” There’s somebody like George H. W. Bush at the helm, come on! So, what can a man do? That, I suspect, is what the film asks. The Dude, a self-confessed pacifist, is water-boarded in his own toilet, punched in the face, heavily insulted by both the millionaire and the head of the Malibu Police, mocked by another policeman, lied to, seduced by Maude who, perhaps long-sightedly, wants his semen, and obviously his genes, for her baby, but certainly not a father/husband.

That’s not all. His house in broken into various times, and the German nihilists threaten the Dude by throwing a ferret (“Nice marmot,” he exclaims when he first sees it) in the tub in which he’s taking a bath. When Jesus, the bowling pedophile, tells him: “I see you rolled your way into the semis. Dios mio, man. Liam and me, we’re gonna fuck you up.” The Dude replies, “Yeah well, that’s just, ya know, like, your opinion, man.”

His beat-up car goes through all sorts of accidents and misadventures until it’s finally set aflame. He pockets none of the rewards promised by the millionaire. And in addition to all of the above he puts up, for the whole film and presumably for the rest of his life, with his bowling buddy Walter, a Vietnam veteran with an anger-management problem, to put it mildly. It’s the ultimate irony: the former hippy paired up with the war veteran who, as a modus operandi in civilian life, retains a highly belligerent attitude.

 


And yet, nothing seems to phase the Dude. Yes, he gets angry (to the point that Walter tells him: “Come on. You’re being very unDude.”), swears constantly, and talks back to Walter and many other unreasonable people who seem to surround him like mosquitoes, but soon he will be stirring himself another White Russian, or will have a smoke, or relax in a warm bath. Occasionally he resorts to the gentle movements of Tai chi to keep stress at bay. Like a mystic, he focuses on the big picture. Better yet, like a true mystic, he doesn’t focus at all.

Much has been made of Dudeism, a philosophy of life inspired by the Dude. But there’s nothing new in this, as he seems to belong in the great stream of Philosophia Perennis which, down the millennia, has produced strikingly similar concepts even if expressed in different ways and from different cultures and ages. And in fact the proponents of Dudeism cite Lao Tzu, Epicurus, Heraclitus, the Buddha, and the pre-ecclesiastical Jesus Christ as examples of ancient Dudeist prophets.

What is sublime about the Dude is that he won’t preach at all. He tried that in his youth, and now obviously sees it as youthful folly. Somehow he gets by with very little money and finds materialism an inherently strange beast. The “Chinaman” who originally pees on his rug; the millionaire; the German Nihilists; the porno film producer; the sundry thugs — all are materialists very attached to wealth and willing to employ violence so as to safeguard it or increase it. Because of a case of homonymy, he is suddenly surrounded by such people as if he’d walked into an asylum. But at least it’s clear to him and to the perceptive viewer that they are the lunatics.

The level of aggressiveness and latent or explicit violence he registers around himself is appalling. After he’s made love to Maude, he tells her, “It’s a complicated case, Maude. Lotta ins, lotta outs. Fortunately I’ve been adhering to a pretty strict, uh, drug regimen to keep my mind, you know, limber.” That is telling. The world around him has gotten so f….d up lately, he’s found himself forced to adhere to a “pretty strict drug regimen.” Normally, one gets the feeling that his long evenings spent bowling and a general relaxed attitude would take much of the load off. But the load, lately, has been enormous. Yet, he miraculously maintains his peace of mind.

There is something transcendental about this: the Dude rises above all circumstances. He spends the whole movie angry, which is not his nature at all, and the Coen Brothers deserve further praise for such a clever idea: to extrapolate the Dude from his habitual milieu and toss him into a circus full of hostile lunatics who want something from him and will insult him, threaten him and beat him to get it.

We are a million miles away from the claustrophobic world of Raymond Chandler. In fairness, he wrote his novels at the height of modernism, a very injudicious and theo-eccentric period in the history of western culture in which the world was reduced solely to sensory perception and materialistic pursuits.

Lao Tzu is a sage of ancient China and a key figure in Taoism. Whether he actually lived or is a legendary figure remains to be established, but he’s considered to be the author of the Tao Te Ching, a fundamental book both in philosophical Taoism and Chinese religion. In it, one finds the assertion: “Banish wisdom, discard knowledge, / and the people shall profit a hundredfold.” Excluding Plato and all Neoplatonic schools, this is how from “love of Sophia,” or of wisdom, philo-sophy in the West has degenerated into “love of sophistry” — precisely the type of “wisdom” and “knowledge” that Lao Tzu urges us to discard. In fact, Nihilism, so very present in the film through the actions of the German Nihilists, is lampooned probably as what the western world has misguidedly arrived at after millennia of discursive philosophy gone awry.

The Dude towers above such a warped and incomplete Weltanschauung. And that is what mainstream critics initially failed to realize. As the movie has grown in cult status and become, in effect, popular, they’ve gone back to it, and belatedly dished out favorable reviews — ten or more years after its original release, some of them de facto recanting publicly. The fact is, mainstream critics are fed the Aristotelian / Euclidean / Cartesian / Newtonian / Darwinian canon we were all fed at school. Then, if they pursue higher education, they’re fed more doses of the same canon, of which the history of cinema is also imbued. To grasp the implications of The Big Lebowsky was beyond them, and in fact for the most part they did not. But it struck a chord with many of us, who have gone back to it time and again, and turned on friends to it. It scores very highly from a standpoint of rewatchability, too.

At first one tries, in vain, to focus on the plot. But the film is also very funny. Then there are many gems in the dialogue: “[Walter] Say what you like about the tenets of National Socialism, Dude, at least it’s an ethos.” “[Walter] And also, Dude, Chinaman is not the preferred, uh, nomenclature… Asian-American. Please.” “[Millionaire’s trophy wife] Dieter doesn’t care about anything. He’s a nihilist. “[Dude] That must be exhausting.”

The photography and dream sequences are stunning, and the music, a perfect accompaniment, also thanks to T-Bone Burnett, who is credited as musical archivist. Bob Dylan’s The Man in Me is heard repeatedly, and is ideal: “The man in me will do nearly any task / As for compensation, there’s a little he will ask / Take a woman like you / To get through to the man in me.” Of course this could be seen as an ironic comment on Maude’s choice. But in fact, despite her disparaging remarks after she’s made love to the Dude (“Look, Jeffrey, I don’t want a partner. In fact I don’t want the father to be someone I have to see socially, or who I’ll have any interest in rearing the child himself”) she has picked the Dude, of all people, out of the multitude of potential sperm donors. And that must be because he is so disarming that she’s decided at once, upon talking to him in her atelier, that he is the one who will give her a child. So somebody in this material world does realize the qualities and potentialities of the Dude.

Finally, the acting is inspired, especially from Jeff Bridges and John Goodman respectively as the Dude and Walter.

The film ends with the death of Donny, the third member on their bowling team, a meek man played by Steve Buscemi (as opposed to his character in Fargo) who is constantly and rudely silenced by Walter. But despite Walter’s brandishing of a handgun and even of an Uzi, and despite the Nihilists’ resorting to, astonishingly, a saber, there is no violent death in the movie (evidently to the chagrin of mainstream critics): Donny dies of a heart attack. And the disposing of his ashes by Walter is yet another “travesty,” as the Dude calls it since the ashes end up not in the Pacific Ocean, as intended, but, carried by the wind, mainly on the Dude himself.

At the very end of the film the narrator, a cowboy with a strong southern drawl played by Sam Elliot, meets the Dude again at the usual bowling alley. The whole adventure, or misadventure, it now seems, has been a case of much ado about nothing, with two major exceptions: Donny’s death, tragically, and the news that “there’s a little Lebowski on the way.” The Dude doesn’t even know this, and probably will never be told, nor will he ever inquire: by now, we know the character well enough. But he’s back in fine spirits, preparing for the bowling tournament finals, serene and smiling. That is the true nature of the Dude. The narrator says: “Take it easy, Dude — I know that you will.” And the Dude replies, “Yeah, man. Well, you know, the Dude abides.”

And that is that: the Dude abides. In the face of adversity and the virulence of the whole world the Dude, of all people, is level-headed, tolerant, and consistently non-violent. He never punches back; the concept of revenge doesn’t seem to inhabit his mind. What is more, he seems implicitly to make allowances for a lot of overaggressive people, out there, who will act like very hostile lunatics. “It’s good knowin’ he’s out there, the Dude, takin’ her easy for all us sinners,” finally comments the narrator after the Dude has left.

There are many pacifists in the world — until their patience is severely tested, or their rights blatantly usurped. There are also people persuaded that peace is the natural state for mankind. It’s a beautiful idea that unfortunately doesn’t correspond to reality. Even Buddhism allows for “the lesser evil” to avert “a greater evil.” History reads like a tragic litany of wanton aggression and invasion. Peace seems to be the exception, war the rule.

The ancient Roman playwright Plautus summarized human nature with “Homo homini lupus” — man wolf to the man. Too many beings on this planet thrive on the death of others, from microbes to predators. To presume that mankind is a brotherhood of, say, angels, is misguided. Even trees kill one another in a type of chemical warfare called allelopathy.

In his youth, the Dude tried to change the world, with a manifesto, no less, occupying Berkley, and so on. Eventually he realized that it was hopeless. But that didn’t make him become bitter, or angry, or revengeful. Nor does he lead by example, as the cliché would go. He doesn’t do, he is. Even when provoked, he harms no one. He cares little about money and is, in essence, a sensible, honest man with the kind of patience and tolerance that belongs to the spiritually gifted. He doesn’t preach; now in the wisdom of his maturity, he never would; he just abides. With more people like him, the world would improve markedly.

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