Elena Ferrante, "L'amica geniale"
9 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

L’amica geniale
Elena Ferrante
Edizioni E/O, 2011
pp 327
18,00
Solitamente recensisco libri su richiesta di autori o case editrici e lascio in silenzio le mie letture personali. Ci sono testi però, i cosiddetti “casi editoriali”, che tutti tengono in mano sul treno o sotto l’ombrellone, e allora due parole te le strappano per forza. Così finalmente anch’io ho letto L’amica geniale, della fantomatica Elena Ferrante. Non so se comprerò gli altri volumi della saga e, se lo farò, sarà solo per la curiosità di vedere cosa accade, come procede la trama. Si badi bene, non è che il libro difetti in quanto a scrittura. È senz’altro un ottimo stile, quello della Ferrante, crudo e moderno, ma un prepotente effetto di straniamento impedisce qualsiasi empatia coi personaggi.
A me è sorto il dubbio che, più che raccontare la storia di Lenù e Lila, amiche napoletane una buona e una cattivella, si tratti di metanarrativa. Lenù, Elena, che, guarda caso, si chiama come l’autrice (o come lo pseudonimo con cui si firma l’autrice) è, a mio avviso, lo scrittore innamorato del suo personaggio, cioè Lila, di cui viviseziona sentimenti. Lo fa con morbosità tutta di maniera, mentre noi, indifferenti e solo lievemente incuriositi, restiamo a guardare.
Questo accade soprattutto nella prima metà del primo libro – l’unico da me affrontato per ora – e il meccanismo s’incrina un poco solo nel finale, con un minimo di spessore in più dato a Lenù, la voce narrante. Come afferma Jacopo Cirillo su Linkiesta: “È la dissoluzione del personaggio a discapito dell’insieme di discorsi che si fanno attorno a lui”. E queste due, Lenù e Lila, alla fine, stanno antipatiche a tutti.
Più che un’amica, Lila è “il Personaggio”, e mi pare inverosimile il suo giganteggiare nella mente e nella vita di Lenù fino al punto da oscurarne persino i fratelli, che non hanno nome né volto. Per Lenù Lila è tutto, è ciò che dà sapore alla vita nei vicoli del quartiere – mai nominato – di Napoli, è un’attrazione esagerata e forse omosessuale, è la spinta a compiere qualsiasi gesto e persino a farsi una cultura.
Lenù è brava a scuola e lo sarà sempre più, studia per primeggiare sull’amica in una gara mai cominciata davvero e mai finita, ma anche, sottilmente, perché pure Lila studi attraverso di lei, per interposta persona, perché entrambe siano l’amica geniale l’una dell’altra.
A questo punto della recensione correrebbe l’obbligo di dire che “il vero personaggio è Napoli”. Manco per niente, qui Napoli è astratta come freddi e astratti sono i personaggi, soprattutto quelli femminili, ma non si tratta neanche di “un luogo dell’anima”, altro cliché delle recensioni, perché, alla fine, certi vizi e certe abitudini napoletani in fin dei conti lo sono. Piuttosto direi che, come dei personaggi stessi, si tratta di un luogo di cui non frega niente a nessuno.
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