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saggi

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

7 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #saggi

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

di Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp. 172

€ 19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari propone in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

“Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversione di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli aveva un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Caravaggio ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

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La vita dopo la morte?

15 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

La vita dopo la morte?

Come abbiamo visto, in un modo o nell'altro si torna sempre al dilemma "vita dopo la morte sì, vita dopo la morte no". E l'anima, dunque, continua a vivere? E se continua a vivere, resta vagante in questa ipotetica altra dimensione, o si reincarna (o può reincarnarsi) in un altro corpo (contenitore mortale) per una nuova esistenza?
Questo è stata sempre - anche all'interno di molte religioni del mondo - la controversia tra i materialisti (che negano) e gli spiritualisti (che affermano).
Se poi andiamo ad analizzare il pensiero (non solo) degli scienziati e degli studiosi orientali, vediamo che "nella vita è implicita la morte e la reincarnazione dell'anima in un altro corpo".
Non solo; ma si pensa che ciò obbedisca a regole ben precise, a seconda del comportamento dell'esistenza precedente, la nuova vita si sarebbe reintrodotta in un essere (persona o animale) migliore o peggiore.
E così di morte in morte, fino alla purificazione finale.
Per contro, qui in occidente studiosi come i materialisti credono che con la morte della persona tutto muore, sia il corpo materiale che quello spirituale: l'anima, appunto.
L'argomento fu affrontato anche dallo studioso Allan Kardec, che, nelle sue più importanti pubblicazioni - Il libro dei medium, Il libro degli Spiriti, Le rivelazioni degli Spiriti - studiò e sviscerò il problema della sopravvivenza dell'anima, o meglio dello spirito, dimostrando - a suo modo - la persistenza degli spiriti in altra dimensione, dimensione dalla quale essi gli avrebbero addirittura dettato i suoi libri essendo ansiosi di comunicare con i viventi.
Allan Kardec si spense a Parigi alla ancor giovane età (ma non per l'epoca) di sessantaquattro anni, a seguito delle conseguenze di una emorragia cerebrale, e fu seppellito al cimitero monumentale Père Lachaise.
Credeva così tanto nella sopravvivenza dell'anima (e in qualche modo alla reincarnazione) che sulla tomba venne posta una lapide con su scritto:

Naitre, mourir, renaitre encore et progresser sans cesse,
telle est la L
oi.

Nascere morire rinascere ancora e progredire senza sosta,

questa è la legge.

Dunque anche lui pensava: morire e rinascere per migliorarsi…
Ricordiamo cosa scriveva in seguito ai molti messaggi che gli spiriti gli comunicavano:

"I morti non affondano nel nulla! Vivono in altre sfere del reale secondo i meriti acquisiti sulla terra e bruciano dal desiderio di contattare quanti sono rimasti dall’altra parte della porta".

Gli studiosi della reincarnazione la pensano in tutt'altra maniera, come abbiamo visto; l'anima (o lo spirito di Allan Kardec) non resta confinato nell'altra dimensione, pur con l'ansia di mettersi in contatto con i viventi, ma questo essenziale elemento torna a vivere nel corpo materiale di un nuovo soggetto.
Ora, per questi signori alcuni elementi della manifestazione del fenomeno costituiscono prove vere e proprie.
Intanto va considerato il fatto che, nella maggior parte dei casi, il soggetto reincarnato, ad un certo punto della sua vita odierna, comincia a parlare spontaneamente di altra vita o di altre vite precedenti. Poi, specialmente nel caso in cui venga sottoposto a ipnosi regressiva, a puro scopo terapeutico (per guarire ad esempio da una malattia: ansia, insonnia, abulia, paura, fobia, stress) egli dà spontaneamente notizie circa vecchie esistenze. Come quando una persona si sottopone a sedute di uno psicologo che va a indagare indietro nel tempo nella vita della persona.
E che avviene (o che può avvenire) allora?

a) Il soggetto riportato all'infanzia, e anche prima, prende a parlare in lingue che (anche per la sua poca età o per la sua poca o nulla istruzione, a volte) sono a lui sconosciute (lingue straniere, o lingue morte, addirittura).
b) Prende a raccontare (e di seduta in seduta aggiunge dettagli) di una vita già vissuta, con altri nomi e in altri luoghi. Controlli successivi con vari mezzi confermano ciò che egli sta narrando.
c) Quasi mai, conferma lo sperimentatore, a queste notizie mescola avvenimenti immaginari o falsi.
d) Talvolta parla di segni particolari che avrebbe avuto su di sé il soggetto dell'altra vita con cui egli si identifica (segni che - magari - i genitori attuali non hanno mai individuato sul corpo di questo loro figlio).

Molti sono gli studiosi che, inizialmente scettici sulla verità del fenomeno, alla fine della loro lunga esperienza sono stati costretti ad ammettere che sì, la reincarnazione può esistere
Ricordiamo tra di essi, il dottor Gerald Netherton, che ha utilizzato con successo il metodo dell'ipnosi regressiva su più di 8.000 pazienti. Egli ha più volte dichiarato che inizialmente era scettico ma, in seguito ai brillanti risultati della sua esperienza, si è convinto che la regressione di un soggetto a vite passate ha portato alla scoperta di cose impensate, nuove e antiche allo stesso tempo.
E che l'unica risposta logica alla domanda, "esiste la reincarnazione?" è questa: ciò che il soggetto dichiara E' ACCADUTO.
Un altro studioso, che ha usato nel corso della sua lunga carriera il metodo della ipnosi regressiva, è il dottor Peter Ramster. Studioso australiano, nato e vissuto a Sydney, ha dedicato la sua vita alla ricerca di vite precedenti, e tutti i suoi casi sono raccolti nel libro In search of past lives, pubblicato nell'anno 1990. Ha girato anche un film sulla reincarnazione che ha avuto molto successo in campo internazionale. Ma quello che gli ha dato più notorietà è stato un lungo documentario girato per la televisione, in cui ha messo sotto ipnosi ben quattro signore, australiane come lui. Dopo aver raccolto notizie strabilianti su vite da loro vissute in un tempo precedente, esse sono state accompagnate sui luoghi da loro indicati, e, punto per punto, sono stati riscontrati tutti gli elementi che hanno dato conferma di queste esistenze pregresse.
Una di esse era la signora Cynthia Henderson che, sottoposta al trattamento ipnotico, ha ricordato di essere vissuta al tempo della rivoluzione francese, quindi alla fine del settecento; in stato di sonno ipnotico la signora ha parlato correntemente in lingua francese (lingua che lei non conosceva), ed è stato accertato che nel suo modo di esprimersi usava perfettamente le inflessioni dialettali del tempo. Non solo, ma ha indicato luoghi, strade e piazze di alcune città di quel periodo, con i nomi che portavano al tempo della rivoluzione, nomi che oggi non erano più in uso, e che sono stati rintracciati solo dopo accurate ricerche, anche consultando antichissime carte geografiche.

RACCONTI DI AMICI

Laura Fontana è una giovane signora di Piombino, la quale mi ha raccontato una storia che riporto qui sotto.
E' il settembre dell'anno 1981; esattamente il giorno 19. Laura ha 20 anni ed è innamorata di un giovane, purtroppo già impegnato (era fidanzato, mi scrive, ma quando è iniziata tra noi io non lo sapevo, pensavo fosse libero). Erano solo due anni che andava avanti questa relazione e pochi sapevano di essa. Ma questo ai fini della storia non ha importanza.
Ed ecco cosa accadde; lascio a lei la descrizione.

"Il ragazzo di cui ero innamorata parte insieme ad un gruppo di amici per una spedizione di pesca subacquea a Montecristo, un'isoletta dell'arcipelago toscano. Esattamente allo Scoglio d'Africa, un punto che noi chiamavamo Africhella.
Erano tutti ragazzi molto esperti, che facevano spesso questo sport.
Fin qui niente di strano.Sarebbero rientrati la domenica sera, ma io il sabato mattina mi sveglio all'improvviso in lacrime. Avevo fatto un brutto sogno.
Erano le 9.00. Nel sogno c'ero anch'io sulla barca insieme a quei ragazzi, si tuffavano e riemergevano ora uno ora l'altro.
Ad un certo punto tutti erano riemersi e stavano decidendo di tornare a terra, quando "lui" manifesta il desiderio di fare un ultimo tuffo. E si getta in mare.
All'improvviso, non sapevo spiegarmi perché, percepii che aveva bisogno di aiuto; mi sporgo dall'imbarcazione, cerco faticosamente di allungare una mano nell'acqua, lui era là, mezzo sotto e mezzo visibile, ma con sgomento non riesco a prendere la sua mano.
Riaffonda, gli amici si tuffano in soccorso, ma di lì a poco riemergono con il corpo senza vita.
Sogno anche l'interminabile, per me doloroso, ritorno a terra, e poi anche il funerale. Mi sveglio dal sogno di soprassalto e scoppio a piangere, un pianto convulso, inarrestabile.
Mi vesto, sono quasi le 11.00, scendo in piazza in cerca di notizie, ma "sapevo", purtroppo, ne ero certa; quando vedo venirmi incontro un amico comune, dalla sua faccia ho conferma che non era stato solo un sogno. In pratica, sapevo cosa era accaduto senza che lui me lo raccontasse; non gli do neanche il tempo di parlare ed esclamo "So tutto". Lui, che non era andato con loro, era stato appena avvisato della disgrazia.
Ho scoperto che, mentre sognavo, il tutto si stava svolgendo in contemporanea,
con la sola differenza che io non ero fisicamente presente al fatto.
Questo episodio, comprensibilmente, mi ha segnato la vita.
E voglio dirti, Marcello, un'altra cosa, importante per me: a distanza di 20 anni ho fatto di nuovo lo stesso sogno e, quando mi sono svegliata, quella mattina, ho realizzato che era lo stesso giorno dello stesso mese in cui era accaduta la tragedia.
Questo è strano: è come se io non è che avessi solo previsto ma che lo avevo vissuto in prima persona stando sulla barca con i ragazzi, e vedevo lui che saliva e scendeva senza vita, e non riuscivo a prenderlo.
Partecipai alle esequie, ci siamo anche abbracciate, io e la sua fidanzata.
Sai una cosa? Mi confessò la fidanzata, "un giorno mi disse: se potessi scegliere una morte, v
orrei che la mia avvenisse in mare."
.

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La vestale Cossinia

4 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #luoghi da conoscere

La vestale Cossinia



Pubblicai sul mio foglio, qualche tempo fa, alcune immagini del castello di Tivoli, la Rocca Pia. Tra i tanti amici che videro le foto e la breve storia di essa, qualcuno mi chiese di far conoscere qualche altra cosa del mio paese. Mi ripromisi di parlare della vestale Cossinia, sconosciuta ai più, e forse anche a molti dei miei concittadini. Ecco, ve ne parlo adesso.
Partiamo dalla tomba. C'è un cimelio sulle rive del fiume Aniene, e precisamente sulla sponda destra, che viene fatto risalire al secolo II-III d.C. E' un semplice basamento su cinque gradini sul quale si erge questo cippo funerario. Dietro c'è un altro piedistallo, se così possiamo chiamarlo, questo è formato da soli tre gradini e pare che sotto di esso siano stati rinvenuti i resti della vestale Cossinia con a fianco una bambolina snodabile, in avorio. Il rinvenimento avvenne nell'anno 1929, durante lavori di potenziamento dell'argine che era sottoposto a continui franamenti della scarpata, impraticabile allora.
Qualche giorno fa ho deciso di andare a far visita al monumento e, per farlo, ho attraversato il Ponte della Pace che scavalca il fiume Aniene nei pressi dell'Ospedale. Passato il fiume, si sale per una stradina ammattonata fra alte canne di fiume sulla sinistra e piante sulla destra; qui a suo tempo l'amministrazione sistemò due o tre panchine in ferro (i sostegni laterali) e toghe di legno (a costituire la panchina) ma queste oggi, grazie al vandalismo di qualcuno, sono ridotte ai minimi termini, vale a dire ci sono solo i sostegni in ferro, ché le toghe sono state divelte e chissà che fine hanno fatto. Non è proprio un belvedere. Senza contare che le erbacce stanno invadendo il breve tratto di strada in salita e tra poco si dovrà tagliare con il machete se si vuole salire al piazzale della Stazione dei treni. Giunti qui sopra si deve camminare nel senso che va verso il centro, circa un centinaio di metri, per poi scendere per un'altra decina di metri e giungere al cippo.
Ho percorso questo breve tratto sotto un sole splendido ma il cuore mi si è ristretto nel constatare che anche qui - sul largo marciapiede che guarda il fiume - le quattro/cinque panchine di travertino sono state devastate, distrutte dallo scempio attuato da bipedi che nottetempo, dopo il lavoro eroico, hanno perfino imbrattato i pezzi rimasti, uno sconcio mostruoso, da me segnalato molto tempo fa a chi di dovere, ma da allora niente si è fatto. Il decoro della città, o meglio, di questo paesucolo (mi dispiace molto definirlo tale, ma purtroppo non è molto di più di questo, un paesucolo, per il menefreghismo e l'ignoranza di tutti) non importa a nessuno, tantomeno alle autorità costituite, amen. Voi - amici che mi leggete - cercate di gustarvi "solo" la storia del monumento, ché le mie lamentele sono rivolte ad altri, lo avrete capito; ma ho il dovere di farle.
Eccomi arrivato: il cancello è aperto ma se non lo fosse sarebbe la stessa cosa, ché di lato si può " trasire" e scendere senza colpo ferire. E allora scendo i cinque o sei larghissimi gradoni; ed ecco apparirmi il monumento funebre.
Le facce del monumento sono ignominiosamente scarabocchiate e deturpate da sedicenti scrittori della domenica con ghirigori illeggibili, a colori nero e rosso, di vernice o pennarello o chissà che cosa. Bravi ragazzi!!!! Tornate presto a finire il vostro lavoro letterario, anche sulla faccia che avete dimenticato di sporcare!!!
Veniamo al monumento: in un tondo fatto di foglie di quercia a rilievo, c'è scritto alla vergine vestale Cossinia e sotto c'è il nome di chi ha fatto la dedica: il parente o il padre: Lucio Cossinio Eletto. La facciata posteriore invece riporta:

"Qui giace e riposa la Vergine,
per mano del popolo trasportata,
poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta.
Luogo conce
sso per decreto del Senato".

Il tutto in latino, chiaramente.
Ecco la scritta come appare:

V(irgini) V(estali)
Cossiniae
L(uc
ii)f(iliae),

alla vergine vestale
Cossinia
,
figlia di Lucio

sotto c'è il nome del parente (il padre?) come detto: L. Cossinius Electus.

Nella faccia del retro appare questo scritto:

Undecies senis quod Vestae paruit annis,
hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.
L(ocus) d(atus) s(enatus)
c(onsu
lto)

che tradotto, alla lettera, significa:

dopo undici volte gli anni che ha svolto il servizio per la dea Vesta
qui sepolta, la vergine, dal popolo trasportata a mano, riposa.
luogo donato con senatoconsulto (decreto del se
nato)

Eccola dunque la storia di questa eroica fanciulla che dedicò tutta la vita a tenere acceso il fuoco della dea Vesta nel tempio a lei dedicato a Tivoli; tempio che si può vedere ancora in tutta la sua superba maestà ergersi su uno spuntone di roccia che dà su un immensa voragine di piante e di verde.
Dunque: Cossinia viene destinata - quando ha solo meno di una decina d'anni, forse sei o sette appena - a servire al tempio di Vesta a Tivoli. Come tutte le sue compagne svolge il suo servizio con competenza e dedizione.

Le vestali all'epoca si dovevano impegnare a non lasciare il compito sacerdotale se non al compimento dei trent'anni. Ma Cossinia, allo scadere del tempo, non abbandonò, continuò il suo impegno fino alla morte che avvenne alla bella età di 75 anni. E i versi incisi sul travertino del cippo dicono proprio questo: undecies senis anni, servì la dea per ben 66 anni. (Obbedi a Vesta undici volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio).
Restò a curare il fuoco sacro alla dea, che non si spegnesse mai. Quando morì, alla veneranda età di 75 anni, il populus tiburtinus volle tributarle onori grandissimi e indimenticabili. Una moltitudine di gente accompagnò la vergine vestale a riposare in pace sulla sponda del fiume Aniene. Qui fu sepolta e, davanti alla tomba, a perenne ricordo, fu elevato il cippo che vediamo.
Con essa, e accanto a essa, fu posta una bambolina dagli arti snodabili, fatta di avorio, con la quale Cossinia giocava da fanciulla, ma che non lasciò mai, andando contro la tradizione e l'usanza in auge a quei tempi. Infatti, era costume che le giovani potessero giocare con le proprie bamboline soltanto fino al momento di entrare a far parte di un'altra vita, quella coniugale e, al momento di sposarsi, i loro giocattoli, nel caso la bambola, venivano donati alla dea. La giovane sappiamo che non si sposò, dedicando la vita alla Dea Vesta e mantenne con sé la bambolina, il suo giocattolo preferito.
La bambolina di Cossinia è bellissima, longilinea, ha le giunture snodabili così che la bambina possa muoverle a piacimento, metterla seduta o farla camminare tenendola per le mani. Insomma, la pupa poteva assumere diverse posizioni. Aveva anche un corredo, come si usa ancora oggi, ad esempio con le famose Barbie, in un cofanetto c'erano gioielli, una collanina a maglia doppia e diversi braccialetti da indossare sia ai polsi che alle caviglie.
Il sito è stato rinvenuto come detto nel 1929 per porre riparo a smottamenti del terreno troppo vicino al fiume. E' stato risistemato nell'anno 1967 grazie all'intervento dell'Azienda di Cura e Turismo della città, che ha realizzato, per permettere di giungere a visitare il monumento, un'ampia scalinata d'accesso in ammattonato. C'era tutt'intorno anche una specie di giardino, ma oggi questo è ridotto a un insieme di erbacce che crescono per ogni dove, ostacolando perfino il passaggio per avvicinarsi al cippo funebre.
Grande è l'incuria, sia di quei pochi, pochissimi - io aggiungerei nulli, e credo di non sbagliare - visitatori che vanno laggiù, sia, soprattutto, delle autorità cittadine che nulla fanno per preservarlo e adeguatamente conservarlo. Purtroppo il sito è fuori mano rispetto al centro urbano, ma non si fa niente per pubblicizzarlo e far sì che i moltissimi visitatori che arrivano annualmente da tutto il mondo, oltre alle nostre ville, visitino anche questo.
Concludo il mio breve saggio con la speranza che le autorità possano "iniziare a vigilare", trovino la maniera, per la conservazione delle nostre - e sono tante - bellezze e antichità.
Mi vergogno un poco a dichiarare che da qualche tempo da noi imperano la barbarie e il vandalismo più duri, che - se non si interverrà presto e nel modo giusto - ridurranno in polvere anche le opere più grandi; si ricordi lo stato di Villa Gregoriana, un gioiello della natura, prima che la gestione fosse affidata al FAI, Fondo Ambiente Italiano, che tutela ben quarantamila metri quadrati di edifici e opere d'arte in tutta Italia, strappati al degrado nel pieno rispetto dell'arte e della natura.

marcello de santis

La vestale Cossinia
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Tornare a vivere?

2 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Sanctis Con tag #marcello de santis, #saggi

Tornare a vivere?

Talvolta la divulgazione di libri che trattano della reincarnazione ha portato ad atti sconsiderati da parte di alcune persone che, influenzate dalla possibilità di "tornare a vivere" in una nuova vita, hanno voluto provare.
E' il caso di quel tale

RICHARD SWINK

Un ragazzo di appena 19 anni che faceva il rivenditore di giornali; era l'anno 1956, il fatto avvenne in Oklahoma. Richard, avendo letto - appunto - una pubblicazione sulla reincarnazione, si sparò un colpo di pistola e ci rimise la pelle. Il giovane lasciò una lettera nella quale spiegava il suo gesto: voleva provare di persona se, quanto asserito in quelle teorie, rispondesse a verità.
Il libro, che l'aveva spinto a quell'insana decisione, è di un ipnotizzatore di nome Morey Bernstein, nel quale, da scrittore dilettante qual era, aveva descritto, tra l'altro, di un suo esperimento con un soggetto che, messo sotto ipnosi, era stato riportato in un tempo precedente a quello della sua attuale vita, facendo regredire la sua mente negli anni.
Chiaramente, il Bernstein non era uno studioso della materia né uno scienziato ma un artista - possiamo dire - da palcoscenico. Pure si era convinto - nonostante con le sue domande poste al soggetto in stato di sonnambulismo tentasse ad ogni modo di condurre lo stesso a dichiarazioni che potevano apparire come relative a fatti avvenuti in una esistenza precedente - si era convinto, dicevamo, che la reincarnazione esiste davvero, con assoluta sicurezza (ciò che non viene mai affermato dagli studiosi che con coscienza studiano il fenomeno).
Ma allora non si volle dare la colpa al Bernstein, perché, anche se il ragazzo avesse letto un altro trattato qualsiasi sul fenomeno, di tanti che ne erano in circolazione, avrebbe potuto commettere ugualmente il gesto fatale, tanto instabile probabilmente era la sua mente.
Per la cronaca, il soggetto sotto ipnosi regressiva nel libro era una donna di casa, americana, di nome Ruth Simmons; in realtà il suo vero nome era Virginia Tighe, e quello fittizio fu usato dal signor Bernstein quando scrisse il libro che riportava i suoi esperimenti.

VIRGINIA TIGHE

Si era nell'anno 1952 quando l'ipnotizzatore dilettante volle tentare un esperimento con una giovane donna di 29 anni, Virginia Tighe, appunto. L'ha fatta regredire fino alla sua infanzia, poi ha continuato, riportandola ancora più indietro nel tempo fino a farla scivolare in una esistenza precedente. La ragazza ha cominciato a parlare con la voce di una bambina, con un accento irlandese, e ha fatto dichiarazioni strabilianti. Le dichiarazioni sono state raccolte in più sedute ipnotiche. Narrava che: "era stata Bridey Murphy, e faceva la ragioniera, era nativa dell'Irlanda, ed era figlia di gente che coltivava la terra; la sua vita si era svolta nel secolo precedente". Dette anche una data precisa: era nata in un paesino vicino a Cork, in Irlanda, appunto nell'anno 1798; e indicò il giorno: 20 dicembre. La Tighe non era mai stata in Irlanda e non conosceva affatto quella nazione. Pure narrò nei dettagli come era vissuta, quali erano le sue mansioni all'interno della famiglia e dette notizie relative alla sua casa, ai suoi cari, alla campagna dove aveva vissuto.

Si fecero ricerche accurate, successivamente, e i fatti raccontati corrispondevano, anche se non completamente, a quelli reali.

Per tornare al Ian Stevenson, c'è da dire che molti sono stati nel mondo i suoi detrattori, moltissimi hanno messo in dubbio i suoi metodi e conseguentemente i suoi risultati; ma di più quelli che hanno dichiarato il suo lavoro svolto con coscienza e metodo il più scientifico che si potesse applicare al fenomeno.
Ricordiamo alcuni elementi basilari della sua ricerca:

a) il fenomeno si manifesta in bambini che fanno queste dichiarazioni quando sono in età dai due ai quattro anni.
b) essi smettono poco alla volta di raccontare e dimenticano alla età intorno ai sette anni.
c) nelle dichiarazioni nella maggior parte dei casi il bambino narra di essere morto per morte violenta o almeno non naturale.
d) ricordano perfettamente e raccontano il momento della morte con particolari che il più delle volte ai controlli risultano esatti.

Ricordiamo inoltre che il professore ha sempre parlato di possibilità di reincarnazione e questo perché non si può dimostrare che alla morte di un soggetto la sua anima torni ad occupare un nuovo corpo. Mancano la prove fisiche.
Vogliamo riportare anche una credenza o convinzione di alcuni studiosi orientali, ma ci limitiamo per ora solo a farvi conoscere questa nozione: esseri umani che muoiono e debbono ancora perfezionarsi, ritornano sotto nuove spoglie, ma non sempre dentro corpi di persone umane. A seconda del comportamento più o meno buono, o più o meno cattivo, tenuto nella vita che vanno a lasciare o hanno lasciato, possono prendere la forma di animali, e talvolta in specie meno evolute o addirittura in specie inferiori. E' la cosiddetta metempiscosi.
Abbiamo detto che l'unica prova obiettiva della reincarnazione avviene solo grazie alle dichiarazioni di soggetti sottoposti a ipnosi regressiva. Oppure alle dichiarazioni spontanee di soggetti che, senza alcun impulso esterno, cominciano a raccontare di esistenze precedenti.
Molti detrattori affermano che queste dichiarazioni possono spiegarsi solo con la possessione o con l'influenza spiritica. Ma tutt'e due le teorie concordano su un solo unico fatto: ambedue riportano ad una ipotesi molto veritiera sulla esistenza di una nuova vita dopo la morte.
Una psichiatra, che ha fatto della regressione ipnotica lo scopo delle sue ricerche, e di conseguenza si è trovata a studiare anche le forme della morte, le conseguenze della stessa e le possibilità di un ritorno in altra vita, è una dottoressa di origine svizzera, ma americana, morta alcuni anni or sono.
Si tratta di Elisabeth Kubler-Ross


Elisabeth Kubler-Ross 1926-2004

Nata a Zurigo, si è trasferita in USA nel 1958 col marito; qui ha svolto la sua attività presso l'Università della Virginia, dopo aver esercitato la sua professione di psichiatra in moltissimi ospedali. Ha al suo attivo una ventina di pubblicazioni scientifiche, la gran parte delle quali proprio sulla morte.
In un libro ha fatto interviste a persone in punto di morte (Interviste con i moribondi, New York, 2001: intervistò circa 200 malati in stato terminale) oltre che ricerche approfondite sulla morte e l'Aldilà (2002) e tanti studi eseguiti su bambini, proprio per verificare ipotesi di ritorno alla nuova vita. Purtroppo ha dovuto troncare le sue ricerche perché nel 1995 ha subito in ictus cerebrale che l'ha costretta su una sedia a rotelle.
Alla fine dei suoi lunghi studi e delle sue innumerevoli accurate ricerche, intervistata sull'argomento, ha concluso così:

"Oggi, sono certa che esista una vita dopo la morte.
E che la nostra morte fisica,
è solamente l'abbandono di questo corpo materiale
che per noi è solo un involucro temporaneo.
L'anima però, ne sono più che convinta,
continua a vivere su un pia
n
o diverso."

In seguito alle interviste con le persone in punto di morte, su cosa pensassero ci fosse dopo, se credevano in un aldilà, se avessero avuto sensazioni particolari sulla possibilità di una nuova vita, ecc, poté mettere a punto cinque fasi sulla morte, che riportiamo brevemente.

a) il paziente non vuole (prima) ammettere la sua malattia; (poi) non vuole ammettere, pure se è stato convinto di essere malato, la gravità della stessa; quindi allontana dalle sue convinzioni che dovrà morire.

b) il paziente prova una certa invidia per quelli che gli sono intorno, e sono sani. Per questa sua e loro situazione egli si arrabbia molto. E allora sente fino in fondo la sua sofferenza. Subentra il terrore di essere dimenticato dopo morto mentre la vita dei sani continua tra feste e cose allegre.

c) spera che i medici siano in grado di allontanare il dolore e con esso la fine imminente; o quanto meno vuole assumere con convinzione (e spera anche nel contributo di chi gli sta intorno costantemente, parenti, infermieri, medici) che i medici ritardino il più possibile la sua dipartita.

d) alla fine però la rabbia e la disperazione, ma non ancora la rassegnazione, la fanno da padrone. E subentra una depressione che si fa sempre più pesante.

e) e ai rifiuti sopra descritti subentra definitivamente la stanchezza e una sorte di accettazione del male e della fine imminente. Agogna il sonno, che lo estranei da tutto e da tutti, non vuole né vedere né sentire i parenti che lo circondano, e parlano e aspettano, senza sperare. Più facile è questo momento per le persone anziane, perché alla fine pensano che almeno ci saranno i figli a continuare per lui; più difficile e talvolta inaccettabile invece per i giovani.



Mi scrive un'amica di Facebook:

Ciao Marcello, quello che sto per dirti forse non è proprio inerente alla reincarnazione, ma è di certo un fatto strano.Ti prego: vorrei restare anonima.
Avevo avuto e avevo tuttora problemi pesanti con un familiare, un parente che abitava la mia casa, ossia la casa che io avevo ereditato dai miei genitori.
Una notte, durante il sonno, sento muovere il mio letto, e qualcuno che mi tocca i piedi per svegliarmi. Aprendo gli occhi ho visto la figura sfuocata di un uomo che mi diceva: vai a casa! Io mi sono seduta sulla sponda del letto ma ho avuto la sensazione che continuassi a dormire; eppure la vedevo, quella figura, non riuscivo ad individuare chi fosse; poi ho capito che era mio padre. E ho anche capito che desiderava che io mandassi via da casa quel nostro parente.
Mi sono svegliata, ero spaventata, ma ripensando all'accaduto mi sono detta: devo andarci, lui me lo ha chiesto; devo farlo per lui, per i miei genitori, che per averla, quella casa, hanno fatto enormi sacrifici. La persona che la abitava era un violento, e io avevo paura, molta, ma ho trovato il modo di fargli visita, e di invitarlo a lasciare l'abitazione e andarsene. Ciò che fece.
Dopo qualche giorno, parlandone con alcuni conoscenti, uno di loro mi disse: brava, sei stata fortunata, se non fossi intervenuta, fra qualche mese avresti perso la casa, perché chi la abitava, stava brigando per portartela via.
Devo dire grazie a pa
pà.
Grazie


Grazie a te cara amica, ecco, lo pubblico senza fare il tuo nome. Lo faccio perché potrebbe interessare.
Si parla spesso infatti di entità disincarnate che appaiono o si fanno sentire da parenti viventi, per comunicare, col silenzio, cioè con la sola presenza o con parole a volte a malapena percepite, qualcosa per il nostro bene. C'è che ci crede fermamente e chi invece è scettico su tali manifestazioni; ed è la sorte della nostra materia. Ma va riconosciuto che è qualche cosa che appassiona e lascia pensare.

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Il Futurismo e la poesia

27 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il Futurismo e  la poesia

La poesia futurista, se di poesia è lecito parlare, oltre a servirsi come già detto della forma libera, affronta gli argomenti più strani, se posti in relazione ai contenuti della poesia dell’800 e di certa poesia del primo novecento.
Nascono allora composizioni che si presentano con termini come (scusate l’elenco un po’ fastidioso) carrozze, pagnotte di sterco, verzure, dormiglioni, faccia marmifica, bocciuoli, famigliola, garofani, ruffiani, sconcezze, sputacchi, sbudellare, etc, oppure componimenti chiaramente artefatti, vorremmo aggiungere, fatti per stupire, con locuzioni del genere pettinare pensieri, bulinare il cervello, cantare l’epicinio; con definizioni tipo tiremolla d’allegria, altare cornuto dell’incudine, decapitazione del sole, ventarole di latta, pipe sornione.
Ecco come, in questa breve poesia, descrive le orchidee Corrado Govoni (e notate che Govoni fu un poeta futurista solo per alcuni tratti, noi infatti lo ricordiamo piuttosto come un crepuscolare influenzato dal Pascoli e D’Annunzio):

Ernie variopinte dei fiori/ semicupi delle farfalle/ spegnitoi
delle lucciole verdi/ aborti gialli degli incubi/ malattie veneree riprodotte
in cera/ vulve complicate ed oscene/ berretti da notte degli gnomi/
pitali delle silfidi/ fiori di stupro/ fiori di lupanare/ fiori omosessuali/
tavolozze dell’arco
baleno/ afrodisiaci peni rossi/
serviti sopra piatti di maiolica”.


Abbiamo detto più sopra: "se di poesia è lecito parlare", e il dubbio è nato (e resta) dopo la lettura di un bel mucchio di versi (abbiamo affrontato, per amore di informazione, poesie chilometriche di vari autori futuristi e, quando siamo giunti alla fine di ogni composizione, con tanta fatica e tanta tanta noia, ci siamo accorti di aver dimenticato nel frattempo il senso ed il contenuto “delle liste di cose elencate alla rinfusa”).
E’ necessario qualche esempio:

In sera di festa, la veglia era piena/ smagliante di luci e di gemme/
fiorita dai petali rossi e scarlatti/ di dolci sorrisi lunghissimi,/
fra muover di passi leggeri,/ di piccoli passi dorati/ strisciare d’inchini
profondi, lentissimi,/ frusciare di serici manti,/ di manti vermigli,
violetti,/ di manti bianchissimi,/ coperti di gemme fulgenti,/
cosparsi di perle finissime,/ goccianti di vivi diaman
ti,/
fluenti di trecce biondissime/…

Riportiamo adesso una decina di versi sempre di Palazzeschi, presi da La passeggiata, che si snodano sullo stesso tono per più di cento versi:

… orologeria di precisione./ 43./ Lotteria del milione./ Antica trattoria/
la pace,/ con giardino;/ mescita di vino./ Loffredo e Rondinella,/
primaria casa di stoffe,/ panni, lana e flanella./ Oggetti d’arte,/
antichità./ 26,/ 26 A./ Corso Napoleon
e Bonaparte,/ ecc…

Passiamo ad un’altra poesia, e vi prego se potete, arrivate fino in fondo:

… Or sibili e zirli, fra trilli e strilli acutissimi e fischi!/
All’ombra di tristi lentischi, li gnomi in arcione su grilli/
cavalcano./ Il Re, su la groppa si perde di un sorc
io
in gualdrappa/ turchina,/…

Leggiamo adesso qualcosa di Ardengo Soffici, altro munifico rappresentante del movimento, ma anche grande pittore e saggista e precisamente alcuni versi tratti da Atelier (non sappiamo dove cominciare, visto che non esiste punteggiatura, né consecutio… logica!).

Dai quattro punti del mondo/ addipano l’arcobaleno/
lasciate le cose gli uomini i paesi/ venite a me come semplici fanciulli/
posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici/ bottiglie di tutti
i liquori scritti sull’etichetta/ Sher Tyui Césa/ un f
ico dottato/ cocomeri
che marman la bocca/

E alcuni versi della poesia dall’argomento principe per i futuristi: Aeroplano: …

Frrrrr frrrrrfrrrrr affogo nel turchino ghimé/ mangio triangoli di turchino
di mammola/ fette d’azzurro/ ingollo bocks di turchino cobalto/
celeste di lapislazzuli/ celeste blu celeste chiaro celestino/
blu di pr
ussia celeste cupo celeste lumiera/

E, per finire, un ultimo esempio, tratto da Sobborgo di Luciano Folgore:

… Mezzodì. Pausa./ Riposo delle ciminiere./ Facce di nero all’aperto./
Fuliggine di mani./ Bocche spalancate:/ stridenti musiche di denti,/
e passanti radi/ nei vicoli
,/ e guadi d’orina./


Assistiamo inoltre alla esaltazione degli “automobili” degli aeroplani, delle ranocchie, dell’elettricità, della paglia, del caffè, etc…
Il fenomeno, però, pur presentando quasi sempre creazione scadenti sotto l’aspetto della “poesia”, fu senza dubbio importante per la spinta che portò a quel cambiamento, di cui si avvertiva il bisogno, in un’epoca in cui la staticità stava debilitando gli animi.
Il rinnovamento che il Futurismo propugnava forse ci voleva; ma non avrebbe dovuto essere portato alle estreme conseguenze formali e sostanziali di cui sopra, che generarono la morte della letteratura e dell’arte in generale.
Non vogliamo parlare qui delle conseguenze decisamente forti che il movimento ebbe negli altri campi della cultura, specie nelle arti figurative. Ma è doveroso accennare all’influenza rilevante che esercitarono in tutta l’Europa, il Marinetti e la sua avventura politico-letteraria.
La Russia, la Francia, la Germania subirono in maniera sensibilissima quella violenta scossa; in tutta Europa venivano pubblicati i manifesti futuristi lanciati da Marinetti e dai suoi adepti e seguaci; e si andò ancora oltre, con l’allestimento in diverse capitali europee di mostre di pittura, dove si potevano toccare i prodotti più veri ed immediati della idee scaturite dal movimento d’avanguardia ita
liano.


CONCLUSIONI

Giuseppe Prezzolini, contemporaneo di Marinetti, riteneva lo stesso: “uomo scarsamente colto, ma di una verbosità eccezionale”. Nel Futurismo, ebbe a dire, qualcosa di buono c’era; ma questo qualcosa non era “né nuovo né futurista, e consiste nell’anelito verso una arte moderna in Italia, quale l’Italia ancora non ha” . La voce, V, n.15, 10 aprile 1913. Continua l’articolo di Prezzolini: ”Alla domanda di un’arte moderna, le opere stesse dei futuristi non rispondono che imperfettamente, piene come sono di roba vecchia, di residui, di rimasticature, di zeppe d’annunziane, pascoliane, corazziniane, maeterlinckiane, decadenti, simboliste, wildiane, e anche classiciste e romantiche”. Forse Prezzolini esagera un poco, ma ci trova sostanzialmente d’accordo.

Parere non troppo dissimile fu quello di altri uomini di cultura del tempo, i quali riconobbero al buon Filippo Tommaso un’esuberanza che forse essi stessi avrebbero voluto avere.

Che il torto di Marinetti fosse quello di reputarsi un “maestro”, un “caposcuola”, come dubita lo stesso Lucini? In effetti, non ci fu una scuola di futurismo, quanto meno non se ne hanno i prodotti (in senso positivo). Per cui il nostro personaggio, che un po’ ironicamente nel titolo abbiamo definito un “regista” del movimento, possiamo definirlo come un uomo di buona volontà, che ebbe il coraggio di tentare, e di combattere per le sue idee, e al quale bisogna riconoscere il merito di aver dato una scossa indimenticabile (che contribuì in maniera determinante a “cambiare”) alla letteratura e all’arte di quel periodo. Tutto qui.
Intanto parallelamente al movimento, stavano mettendo le ali giovani di valore, quali Cardarelli, Montale, Ungaretti.

marcello de santis

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Le serate futuriste e Palazzeschi

25 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Le serate futuriste e Palazzeschi

Torniamo un attimo indietro, alla affermazione “il movimento contribuì al superamento del classicismo accademico e al rinnovamento dei mezzi espressivi”.
Sarà anche così, ma a noi, ad un esame accurato delle opere così concepite e create, non sembra proprio. Cosa è rimasto del futurismo oggi, a distanza di un centinaio di anni, che possa dirsi “far parte della letteratura italiana”? Nelle antologie scolastiche ad uso di qualsiasi tipo di istituto, oggi non c’è più notizia di tale movimento; in quelle dei mie tempi, al futurismo veniva riservata, sì e no, una mezza pagina, e solo a scopo di nozione, per non dire di curiosità. Più spesso, e talvolta in libri non propriamente scolastici, se ne parla come movimento più vicino alla politica e alla società del tempo, che non alla letteratura. Delle opere nate sotto l’egida di tale “iniziativa” non mi pare che se ne ricordino molte, se si esclude la sola che viene (veniva?) pubblicata sui libri di scuola, quella Fontana malata di Palazzeschi, dai rumori veramente “malati”:

- clof, clop, choch, / cloppete,/ cloffete/ clocchete/ chchch….
- /…. / e giù nel/ cortile/ la povera/ fontana/ malata, / che spasimo/
- sentirla/
tossire/…,

poesia che io stesso, in trasmissioni eseguite in radio libere e in spettacoli di poesia, ho proposto e riproposto al pubblico, solo ed esclusivamente per la musicalità che essa presenta, e per un omaggio al grande Palazzeschi, oltre all’originale recitativo da me composto, intitolato appunto “Il futurismo”, che presentai più volte al pubblico negli anni novanta insieme al mio gruppo appuntamento con la poesia.
Il resto, per parodiare allegramente il cantante autore Franco Califano, “tutto il resto è noia”!
Con l’adozione dei due princìpi suddetti, dunque – verso libero e paroliberismo – sorge spontanea la domanda: esiste la poesia? esiste il racconto? esistono il romanzo, la novella? esiste la “letteratura”?
O non si è provveduto a distruggere solamente, per lasciare libero spazio a “parole in libertà, usando la forma libera del verso”?

Non dimentichiamo, nel porre la domanda, che il Marinetti era un eccezionale declamatore, diremmo meglio un attore-istrione, che iniziò la sua attività, in teatro.
Nel 1900 decide di dedicarsi solo alla letteratura (aveva allora 26 anni) presentando “cosiddetti” spettacoli di poesia in Francia e in Italia, recitando e leggendo versi non solo di poeti italiani, ma anche e soprattutto di poeti francesi.
Fu così che il Marinetti prese (e riuscì) a diffondere, nel nostro paese (ed è uno dei pochi meriti che gli vanno riconosciuti), la poesia di Baudelaire, di Rimbaud, di Verlaine e di tutti quei poeti transalpini che andavano per la maggiore nella rive gauche de la Seine, in quella Parigi della fine ottocento.
Poi, dopo l’invenzione e la pubblicazione dei manifesti, mise in pratica il futurismo, con lettura e declamazione delle neonate opere, aiutato in ciò da alcuni o molti poeti e scrittori futuristi, appunto; e con loro venne a trovarsi anche il malcapitato Palazzeschi, che quasi sempre - avendo una voce esile e una poca o nulla faccia tosta, (ciò che era richiesto dalla bisogna) - doveva venire sostituito da altri compagni di avventura, o di sventura, quando non proprio da lui, il Filippo Tommaso, stante la gazzarra che gli spettatori mettevano “in scena” in platea, rispetto a quella che gli attori mettevano in scena sul palco, palco preso di mira da atroci invettive e lazzi e lancio di erbe e frutta. Erano queste le serate futuriste.

Quella del 12.1.1910 al Politeama Rossetti a Trieste. Palazzeschi si presenta, al suo turno, per declamare “la regola del Sole”. Sulla ribalta la sua poca voce viene soffocata quasi immediatamente dallo strepito incredibile e dagli schiamazzi di un pubblico incandescente.

E quella dell’ 8 marzo dello stesso anno al Politeama Chiarelli di Torino. Anche qui atmosfera surriscaldata. C’è da dire che i presenti sono più calmi che a Trieste. Ciò nonostante, Palazzeschi interrompe la sua lettura. Gli subentra Marinetti, la cui presenza sul palco genera quello che fino ad allora non è successo: urli e fischi sommergono ogni cosa.
Ultima ma non ultima, la serata del 20 aprile al Teatro Mercadante a Napoli. Ancora elettricità in sala. Al già sperimentato nelle sale nelle precedenti serate, si aggiungono gli ortaggi: patate, pomodori, frutta varia, dalla platea al palco; tutto in allegria.
Ecco: questo (anche questo) era il futurismo.
Come poteva Palazzeschi viverci a lungo? Resistere? Doveva durare poco. E fu così.
Finì in breve un altro periodo del suo vivere giocondo, di quella giocondità che le sue poesie avevano il dono (il pregio?) di generare; confessò a Giacinto Spagnoletti:

“allorquando ne volli far parte agli altri, tutti si misero a ridere,
ridere tanto da doversi reggere la pan
cia”. G. Spagnoletti, Palazzeschi, Longanesi, Milano, 1971, pag.68

Non poteva, questo nuovo modo di fare poesia (e prosa) che il Marinetti propugna a spada tratta, essere più utile, più aderente alla dizione in palcoscenico? Abbiamo provato anche noi a declamare a voce alta, davanti ad un microfono, alcune poesie dell’epoca futurista; e dobbiamo convenire che l’idea appena esposta potrebbe non essere completamente errata.
Fatto sta che Il Marinetti e i suoi amici futuristi “scrissero” secondo i nuovi canoni e, lasciatecelo dire, ne combinarono di tutti i colori. Non furono certo, Marinetti e gli altri, scrittori sprovveduti e mediocri, tutt’altro! Scrivevano bene, sapevano usare la penna; ma erano dei costruttori abilissimi e dei mestieranti convinti e capaci, che si attenevano strettamente alle regole dei manifesti.
Non erriamo se affermiamo che le cose migliori che “crearono” furono proprio “i manifesti”.

marcello de santis

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Il verso libero

23 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il verso libero

Nelle antologie scolastiche per licei e istituti superiori in genere, per rappresentare il Novecento letterario italiano si scriveva, almeno negli anni del mio ormai lontano liceo (perché non so se oggi nelle scuole si studi ancora poesia e futurismo) che “la letteratura del nuovo secolo si apre all’insegna della insoddisfazione e dell’irrequietezza”.
E questo per giustificare (e forse va bene così) la nascita di diversi movimenti, vedi: futurismo, crepuscolarismo, ermetismo, anche se per alcuni di questi non può parlarsi di vero e proprio movimento, formati, e diremmo meglio fondati, da gruppi di letterati o artisti (pittori, scultori, musicisti) tutti presi da anelito di rinnovamento, in antitesi ai vari decadentismo e simbolismo che non rispondevano più agli scopi della vita.
L’imperatore Gabriele D’annunzio, il focoso D’annunzio, canta la gloria militare, si ciba di rischio e di azione fremente, mostra una certa simpatia, anche se talvolta velata, per la violenza intesa in senso lato. Tutto questo – si commenta – è giustificato dal periodo in cui egli vive.

Già negli ultimi anni del secolo precedente, infatti, se andiamo a vedere nel sociale, ci sono movimenti di ribellione dei lavoratori, tendenti ad ottenere miglioramenti salariali e normativi; e non sempre l’autorità costituita interviene a proposito per portare o riportare la calma, per cui gli odi aumentano e gli scontenti si allargano. Allo sviluppo dell’industria fa riscontro una stasi delle misere condizioni dei braccianti e spesso un peggioramento delle stesse. I rincari dei generi di prima necessità rendono difficili le condizioni di vita. Nel periodo che ci riguarda (1900-1920), con Giolitti al governo, c’è qualche miglioramento, ma, ad un approfondito esame, è un miglioramento solo apparente, perché, con la crescita della coscienza della classe lavoratrice, crescono i fremiti di ribellione. La guerra di Libia (1911) e la forte emigrazione, in parte calmano, in parte eccitano, il popolo italiano.

Se sul piano politico e morale il giudizio sul futurismo italiano non può essere favorevole, bisogna però dire che nell’ambito letterario esso contribuì al superamento degli ultimi residui del sentimentalismo e del classicismo accademico; e stimolò il rinnovamento dei mezzi espressivi (A. Pasquali – M. Balestrieri – G. Terzuoli: La società e le Lettere. Edizioni Principato, Milano, 1981)

Il Futurismo, in effetti, nascendo e crescendo in mezzo alla “storia” cui abbiamo accennato, fu anche un movimento politico e morale (ma di quest’aspetto non parleremo nel presente saggio, perché l’argomento ci porterebbe troppo lontano; oltretutto richiede una trattazione a parte), per cui la prima affermazione (relativa alla politica e alla morale del futurismo.) l’accogliamo sic et simpliciter.
Cosa dire, invece, della seconda, che detta: … nell’ambito letterario esso contribuì… al rinnovamento dei mezzi espressivi? Ci torneremo sopra tra poco. Occupiamoci per adesso dell’aspetto propriamente letterario del futurismo. Se leggiamo le decine di manifesti pubblicati nel periodo storico del movimento, che copre appunto i primi quindici/venti anni dell’inizio del secolo, ci accorgiamo che le innovazioni, che lo stesso prevede e “ordina” ai seguaci, sono tantissime; accenneremo ad alcune (le più importanti) di esse, ché elencarle tutte richiederebbe troppo tempo e spazio.

Ecco le due novità basilari che il movimento propugna:

a) adozione del “verso libero”, all'inizio
b) adozione delle “parole in libertà”, in un secondo momento, quando si addiviene al rifiuto categorico del “verslibrisme” come “ormai sorpassato e non più rispondente” (F.T.Marinetti. Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà – 11 maggio 1913. “… il Verso libero dopo aver avuto mille ragioni di esistere, è ormai destinato a essere sostituito dalle parole in libertà”.)

Con il “verso libero” si intende dare un calcio al passato, creando qualcosa di diverso e di nuovo; ricordiamo, tra le altre, l’affermazione del Marinetti:

“Le forme prosodiche regolari devono essere escluse; lo scrittore futurista si servirà dunque, pel teatro, del verso libero; mobile orchestrazione di immagini e suoni…”.

Concetto che Marinetti rigetterà subito dopo, giustificando il rifiuto con il fatto che, purtroppo, nel verso libero non può esistere la sintassi e la grammatica, residuo di quel romanticismo che il Futurismo oppugna con tutte le sue forze.
Per cui lo troviamo ad addentrarsi nei meandri, invero contorti, delle parole in libertà, dove vanno ad imporsi altre regole; ricordiamo il bisogno di distruggere la sintassi, l’uso del verbo all’infinito, la necessità di abolire l’aggettivo e l’avverbio, e la punteggiatura.
E per ognuno di questi punti vengono dettate giustificazioni le più varie e le più strambe, che solo una mente fervida e superattiva come quella del nostro poteva immaginare.
Alla luce (o non sarebbe meglio dire “al buio”?) di quanto sopra, l’uomo di lettere si doveva ridurre a scrivere in questo modo:

“sole oro bilancia piatti piombo cielo seta calore imbottitura porpora azzurro torrefazione Sole=vulcano+3000 bandiere atmosfera precisione corrida furia chirurgia lampada raggi bisturi…”

Si noti che ho preso le poche righe di cui sopra, e non a caso, da quella che Marinetti chiama la sua “opera futurista… creata dal cervello” e che si affretta a precisare essere “un frammento fra i più significativi” (sic!).
Certo, secondo i canoni del suo “Manifesto tecnico della letteratura futurista” dell’11 maggio 1912, non poteva che essere così.


marcello de santis

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Il futurismo

21 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il futurismo

A trentacinque anni o poco più, Filippo Tommaso Marinetti ha concretizzato la sua idea di “arte nuova” della quale aveva esposto i canoni nel primo dei moltissimi manifesti sul futurismo, alcuni anni prima.

Il suo modo di vivere e concepire l’arte fu accolto immediatamente e seguito, al suo primo vagire, dagli operatori dei vari campi della cultura. Lo spunto per questa rivoluzione letteraria gli venne dalle pagine di Verso Libero di Gian Pietro Lucini, che mai pensava che sarebbe stato considerato il punto di partenza della nuova era culturale. Ma se il verso libero fu lo spunto, è chiaro però che i germi della “letteratura d’assalto” dovevano essere stati covati a lungo nell’animo di Marinetti.

Lucini stesso, sorpreso e stupito da tanto raccolto, ad un certo punto sente il bisogno di “dissociarsi” dal movimento, affermando a chiare note di non essere mai stato un futurista (è vero, infatti, che nell’antologia dei poeti futuristi, pubblicata dal Marinetti nel 1812, non figurano testi poetici di questo autore). Quasi si vergogna (se la parola non è troppo pesante) di essere “additato”e “segnato” come un futurista.
Ci domandiamo: se non ci fosse stata la sua innocente opera dal titolo Verso Libero ci sarebbe stato ugualmente il movimento rivoluzionario che ha improntato di sé quasi un quarto di secolo?
Forse sì; ma almeno in questo caso il malcapitato Gian Pietro non avrebbe avuto rimorsi di alcun genere!
Sia come sia, il Lucini, un anno dopo la pubblicazione dell’Antologia di cui sopra da parte del Marinetti, sente la necessità di proclamare la sua “innocenza”, la sua “estraneità” da sempre al Futurismo. Anzi, lo stesso accusa il Movimento di aver limitato la libertà dell’artista coi suoi mille divieti, e si oppone veementemente sia al modo con cui le nuove idee vengono applicate, sia allo scopo ultimo che il Futurismo intende perseguire.
Sentiamolo, Lucini:

Contrariamente alla leggenda… la mia vita ed opera… non fu mai futurista… No, io non fui mai futurista; ho sin dal bel principio sorpassato il Futurismo; vi darò sotto tal copia di documenti da convincervi come, non solo non abbia mai piegato alle sue dottrine, ma subito cortesemente, privatamente, con molta fermezza, oppugnate…”


La Voce, fondata nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, il quale ne fu anche il primo direttore, fu, tra le varie riviste del primo novecento, una delle più serie e valide per la capacità culturale dei collaboratori, che ne fecero una “voce europea”. Dopo Prezzolini fu diretta da Papini prima, da De Robertis poi, sotto il quale divenne solo ed esclusivamente una rivista letteraria.
Aggiunge ancora Lucini, in questo numero del 15 aprile del 1913:

Ho l’orgoglio di proclamare che, senza la conoscenza del mio “Verso Libero” non sarebbe stato possibile il “Futurismo”. Ma insisto col dire che il Verso Libero venne mal letto e mal compreso, sì che da quell’affrettata cognizione, in cervelli non assuefatti al lavoro filosofico o critico, sorse il “caos futuristico”.

Ma la personalità del Marinetti è tanto forte che le nuove idee attecchiscono immediatamente, come edera al muro, pur con i suoi difetti di base. Che non sono pochi. Difetti grossi, quelli del buon Filippo Tommaso, o se si vuole, quelli del Futurismo.
Il primo e più eclatante è stato il rinnegare, il rigettare come ininfluente, come non valida, tutta l’opera artistica del passato, senza pensare che un movimento letterario non può non tenere conto anche e soprattutto di ciò che è stato (in positivo e in negativo).

Guai a che ammira il passato! Affrettiamoci a rifare ogni cosa, Bisogna andare contro corrente!... Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! (sic!)… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?... Noi vogliamo distruggere i musei le biblioteche le accademie d’ogni specie…”

Affermazioni assurde, e non è chi non veda! Il seme messo sotto la neve cresce e con la bella stagione diventa pianta; perché ci sia la pianta, dunque, non può non esserci il seme. Ecco il grossolano errore del Futurismo. Poteva esserci Futurismo, con tutti i suoi “vietato questo”, “vietato quello”, se non ci fossero stati i “questo” e i “quello”? Poteva esserci quel rinnovamento letterario dai futuristi auspicato e fortemente voluto, con la contemporanea rottura totale con la cultura del passato?


marcello de santis

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L'industria del corallo a Livorno

24 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.

Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.

Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.

Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.

Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.

Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.

Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.

Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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Le grandi epidemie a Livorno

16 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Le grandi epidemie a Livorno

I casi di meningite su navi da crociera confermano che a Livorno il contagio è sempre arrivato dal mare. I lazzaretti erano luoghi deputati all’isolamento e cura dei malati ma anche alla quarantena delle merci. Nel corso dei secoli, l’Italia e l’Europa hanno conosciuto ricorrenti epidemie, favorite dalle carestie e dalla malnutrizione, e Livorno è stata spesso la porta d’ingresso dell’infezione.

La peste nera, che falcidiò l’Europa nel 1348, quella stessa che fa da cornice ai racconti del Decameron, è frutto di un’antica guerra batteriologica. In oriente, infatti, i popoli dell’Orda d’Oro, il regno turco - mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII - XVI, catapultarono mucche infette sui genovesi contro i quali erano in guerra. Tornati a casa, i genovesi sparsero la malattia. Livorno, insieme a Marsiglia, fu uno dei maggiori centri di diffusione.

L’altra grande epidemia di peste, di cui racconta il Manzoni ne I Promessi Sposi, infuriò in Europa attorno al 1630. Felice Casati, che organizzò il lazzaretto di Milano - ed è immortalato fra i personaggi del romanzo - morì proprio a Livorno. I padri barnabiti parteciparono all’opera di soccorso.

Fatale per la nostra città fu anche la febbre gialla del 1804. Nel porto attraccò il bastimento Anna Maria, partito da Veracruz e transitato da Cadice. La Spagna era considerata zona sicura e non furono prese precauzioni, ma l’intero equipaggio, affetto da febbre gialla (detta anche vomito nero) presto diffuse il morbo fra tutta la popolazione. La malattia fu passata sotto silenzio, per timore di dispiacere alle autorità e di danneggiare l’economia portuale, e così si estese sempre più. Venne chiamato, allora, il famoso epidemiologo Gaetano Polloni che riuscì a debellarla, dopo essersi ammalato egli stesso. Fu nominato perciò medico di Sanità del porto. Ordinò i suffumigi di cloro nei bastimenti e riorganizzò il sistema dei lazzaretti, introducendo misure sanitarie che protessero la città dal tifo e da ulteriori focolai di peste.

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