racconto
Il gigante di smeraldo e La Storia di Pyotr Arlanovich

Il Gigante di Smeraldo
Lentamente, gocce dalle vaste foglie tropicali convergevano.
Gradualmente, una forma da esse nutrita cresceva
- il gigante di smeraldo.
La Storia di Pyotr Arlanovich.
Nacque nella casa colonica dei nonni materni, nella stanza in cui si diceva avesse per una notte riposato il principe di Metis, sceso in Stivalonia per guidare le truppe gioviane sull'Altopiano delle Sette Supernova, durante la prima Guerra Astrale.
Visse qualche mese lì, poi un anno e mezzo nella casa dei nonni paterni. In seguito si trasferirono nella cittadina di Sciame d'Asteroidi, in via Matilda Maggio.
Era appassionato di allevamento di girini, a causa del quale il suo cane si suicidò gettandosi sotto ad una macchina, sentendosi trascurato.
Sviluppò un interesse per la scienza e per il conflitto con l'autorità paterna, che aveva cromosomi Imperialisti maligni nel sangue. A scuola era distratto, a parte momentanei sprazzi di lucidità in cui stupiva qualche insegnante con intuizioni risolutive sfuggite al docente stesso. Era anche esperto nell'infrangere sogni altrui, come dimostrò durante il Caso dei Triangoli d'Oro, in cui il club di giovani scienziati locali aveva stabilito che, per un mistero insondabile, sommando quattro particolari triangoli rettangoli per formare un parallelogrammo, si otteneva un'area maggiorata tale che stavano cominciando a sfregarsi le mani pensando di applicare il trucco a materiale aureo – ma lui dimostrò loro l'amara fallacia dei loro calcoli. O forse era unendo due triangoli e due trapezi. Ad ogni modo, non importa.
In età adulta la sua maggiore ambizione era subire un incidente sul lavoro, cosa verso cui si adoperava in tutti i modi, in ciò molto aiutato dagli incarichi commissionati dalla fabbrica che l'aveva assunto, la Cometh, sita a Sanobiwan, e dall'ambiente di lavoro da essa fornitogli.
Alcune notevoli esperienze furono: strisciare immerso in polvere di ferro lungo una trave sospesa a diversi metri dal pavimento, con fili scoperti fulminanti mezzo metro sopra di lui.
Poi c'erano vasche alte un metro, piene di acido, e lui e il suo compare dovevano tirare fili sopra di esse, appendendosi e appigliandosi ovunque possibile. Il mestiere era il suo pericolo.
In un'altra occasione lo misero per così dire in castigo per aver partecipato ad una vertenza sindacale. Per un periodo fu incaricato di fare i raggi X a delle tubature, come forma di controllo qualità, e per evitare le radiazioni dovevano attivare il macchinario e poi spostarsi celermente nella gabbia di piombo a ripararsi, con un contatore Geiger per controllare i livelli di radioattività. Poi sarebbe dovuto andare a lavorare nella nuova sede, la Second Cometh, appena costruita, ma si licenziò prima che accadesse. Poco prima avevano assunto un nuovo elettricista, per sostituire un altro sottrattosi allo sterminio, o forse a sua volta caduto e scioltosi in una vasca d'acido, e insieme lasciarono il lavoro e formarono una società. Ma non prima di aver passato una settimana in ospedale in seguito a un incidente - uno scoppio in faccia lavorando sulla linea, una pinza che si stava fondendo, diventando incandescente, a causa di un inappropriato contatto tra fasi. Il bagliore fu talmente forte che non vedeva più niente, e rimase accecato per un paio di giorni.
Gli infortuni erano pressoché quotidiani.
In una occasione morirono tre operai in un solo giorno, alla Happy Factory.
Pyotr, inoltre, preparò l'impianto elettrico per la sede dell'Istituto Sottocromosomico della Città di Ciubecca, con momenti di grande acrobazia circense, sospeso fuori dal quinto piano su una tavola appoggiata in un angolo tra un paio di davanzali perpendicolari.
Diventò quindi un Condivisionista Universale. Il proletariato galattico doveva ribellarsi all'oppressione della borghesia interstellare, quando i tempi sarebbero stati maturi e sarebbero caduti come frutti dall'albero della storia. Così aveva predetto il profeta scienziato Karl Mars, dal pianeta rosso.
Svariati anni dopo, il giorno prima che venisse spiaccicato qualche manifestante all'infame e infausto Summit del Grand Guignol 8, convegno tra i presidenti dei pianeti del sistema solare, cadde in bicicletta e traumatizzò le proprie chiapposità.
Si gonfiarono eminentemente. Fece cinque sedute in ospedale per drenare via il siero, il liquido che s'era formato tumefacendolo posteriormente. Nella sua mente, il personale ospedaliero pensava lui fosse un reduce del Grand Guignol 8, che, tornato a casa dopo il pestaggio, non si era recato nell'ospedale della città del vertice, per non essere piantonato dalle forze dell'ordine, le quali peraltro avrebbero senz'altro pensato, data la sua novella voluminosità, stesse nascondendo qualcosa nel didietro – una spranga quantistica, una catapulta molecolare, un fucile laser. Ma stiamo forse divagando con un aneddoto non particolarmente fondamentale.
Circondato da questo vociferare, nella fabbrica dove lavorava fu licenziato a causa di uno sciopero che gli avevano imputato, e lui se ne andò. Salvo poi ricordarsi, qualche tempo dopo, che in effetti non aveva organizzato alcuno sciopero - ma era timido e non aveva voglia di farlo presente alla direzione. Diventò quindi un Eroe della Classe Proletaria, nomina per la quale non gli veniva però corrisposto alcuno stipendio – la qual cosa non era molto auspicabile. Divenne dunque un artigiano elettronico iscritto regolarmente all'Associazione, cosa che gli drenava un po' tutto in tasse – la qual cosa non era molto anelabile.
Di conseguenza, s'inabissò nelle turpi profondità del lavoro grigiastro, per quanto fosse pseudo-illegale, e non fosse molto consigliabile. Era un vero criminale.
Ma ciò non era abbastanza sedizioso. Il suo progetto era demolire l'Impero. Il suo scopo era soppiantarlo e instaurare un governo Condivisionista – l'ideologia osteggiata a cui si attribuivano miliardi di miliardi di vittime, che si paragonava all'Impero del Male, e che altri, invece, vedevano come l'unica soluzione dall'oppressione di tutti gli imperi.
Continua...
Grumpama

Grumpama regnava sulla galassia.
Grumpama era diviso in due. Era un organismo con due facce, o con una faccia divisa in due, ma un unico cervello. Aveva un vestito a strisce rosse e blu, cosparso di hamburger d'oro. Era il presidente di Hamburgerlandia, a capo della Federazione dei Super Stati – dominatrice dell'Impero. La faccia destra era Grump, la faccia sinistra era Bombama. La faccia destra era cattiva, la faccia sinistra era buona. La faccia destra era conservatrice e tradizionalista, chiusa, proiettava uno sguardo arcigno. La faccia sinistra era progressista, liberale, aperta, indossava un sorriso accogliente. Si rivolgevano a due tipi di target diversi del mercato elettorale. Che venisse votato uno, o venisse votato l'altro, veniva sempre eletto lo stesso organismo, rappresentato da una faccia differente. Per quanto i nomi cambiassero, i finanziatori complessivamente coincidevano – e così i loro scopi.
Tra il buono e il cattivo, la principale divergenza era l'utilizzo del vocabolario, dell'arte oratoria, della grammatica. L'apparenza della decenza contro un crudo analfabetismo dal capello posticcio. Il secondo veniva accusato di razzismo, ma il primo aveva deportato duecento milioni di immigrati. Il secondo veniva considerato pericoloso, ma il primo aveva bombardato sette pianeti. Nel mettere in rilievo o nel sottocomunicare, i media interplanetari contribuivano a creare i loro personaggi.
Il buono e il cattivo. Il multiculturalista e il nazionalista.
Bushinton. Clintush. Bushama. Grumpama. Non faceva differenza.
Le politiche imperiali andavano avanti.
A sorpresa, era stato eletto Grump. La sua campagna, tra le altre cose, s'era basata sulla promessa di riduzione dello sforzo di conquista e distruzione, un tempo tema dei Democratici, sul risparmio a favore delle classi basse e della nazione, nonché sul descalare la tensione con la NovoVodka, un orso che aveva rialzato il muso dopo un lungo letargo, riconquistando la facoltà di ringhiare.
Aveva ringhiato, e stava ringhiando, contro l'avido approcciarsi del SuperHamburger e dei suoi SuperAmici, con il pretesto di abbattere un dittatore, su un pianeta nel sistema di Sirio, dove l'orso, a Tortosa, possedeva una base astronavale. Le fameliche mire erano state pressoché neutralizzate, con crescente accigliamento hamburgerstrisciato.
In precedenza, lo stato di Kievania aveva visto il proprio malcontento popolare sfruttato dalle forze della Lega per destituire il capo di governo filovodko, a cui era stato sostituito un pupazzo più consono alle politiche filoterrestri. Vittoria Nulla, assistente segretaria di stato superhamburgheriana, distribuiva biscottoni ai ribelli, inducendoli in tentazione, in ossequio all'ormai noto motto : “come to the Dark Side, we have cookies”. La penisola Taurica volle distaccarsi dalla Kievania e tornare verso la NovoVodka, a cui era etnicamente e culturalmente più affine. La NovoVodka difese la sua scelta. La Lega dei SuperStati stava sperimentando con fastidio diversi bastoni infilati tra le sue ruote dallo stesso dispettoso orso. Ma reagì. E con una serie di sanzioni fatali la spinse oltre i bordi della terra, inducendola a traslocare su Marte, insieme ad una quantità di altre nazioni poco gradite.
Ecco uno dei motivi per cui l'atteggiamento conciliante di Grump verso il rinnovato nemico sembrava scandaloso. Fu presto definito un tentativo di tradimento. La situazione non tardò ad estremizzarsi: ora la NovoVodka era accusata di ingerire nel processo democratico superhamburgheriano per favorire il candidato biondo posticcio, a sua volta imputato dai Paladini Democratici, insieme al suo entourage, di colludere e ricambiare segretamente.
La sua avversaria elettorale era Millie Tary Klingon. Una sorta di sociopatica afflitta da sporadici quanto inquietanti spasmi rivelatori che affioravano come una maschera contorta sul volto esasperato da espressioni eccessive, ghignanti, inquietanti. Durante un'intervista aveva riso istericamente parlando di un dittatore sodomizzato a morte con una spada laser dopo l'intervento imperiale – ferventemente favorito da lei, nel ruolo di Segretaria di Stato, presso la presidenza galattica di Bombama. Lì, proprio come in Uruk, la popolazione viveva meglio prima di essere salvata: persino un dittatore era preferibile alle liberazioni alla Terrestre, fondate su raggi al fosforo bianco, distruzione e caos. Nondimeno era considerata una Buona Democratica, perché rispettava i diritti di gay, donne, e minoranze - a parte, ovviamente, quelli dei gay, delle donne e delle minoranze che bombardava in altri pianeti.
Erano tutti certi venisse eletta. Rimasero di stucco quando non accadde. Crebbe il panico quando fu eletto il Cattivo Grump, che sembrava non voler andare più in guerra, ma che non rispettava i diritti di gay, donne e minoranze – a parte, ovviamente, di quelli che non avrebbe bombardato.
Si diffuse un'isteria tragicomica, un incendio su cui soffiavano i media, in maggioranza appartenenti all'area liberale. Il fascismo era arrivato. Si parlava di un aumento abnorme di casi di bullismo e violenza sui diversi. Ora i verdognoli sarebbero stati fucilati per le strade da poliziotti militarizzati. Ma, a ben pensarci, stava già accadendo da anni persino sotto Bombama, che, com'era noto ai più, era il primo presidente verdognolo. Il caso più menzionato riguardava una ragazza plutoniana che, in un campus, aveva subito l'assalto al proprio coprichele religioso, che le era stato strappato via, tra minacce e insulti. Qualche settimana dopo era indagata per falso e procurato allarme. Non era mai accaduto.
La cosa veramente tragica si verificò nei mesi seguenti: Grump – come previsto da molti – cominciò a rimangiarsi le promesse di cambiamento in politica estera. La tensione con la NovoVodka riprese. Ora spingeva per un'ulteriore militarizzazione, minacciava la NeoPersia, la Seul del Nord e chiunque gli capitasse a tiro, nei corridoi, nei bagni e per strada. Chiunque a parte la ASS, l'Agenzia Spionistica SuperHamburgheriana, principale fabbricatrice di pretesti per entrare in guerra – contro cui si era scagliato fino a dieci minuti prima di essere eletto. Una volta eletto andò da loro e disse: «Nessuno vi sosterrà quanto me. Vi sosterrò così tanto che finirete per implorarmi di smetterla di sostenervi».
Del resto, era solo l'altra faccia di Grumpama.
L'Impero continuava ancora.
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Miss Inoculo

Deia si chiuse in camerino e sedette davanti allo specchio. Si tolse il diadema e lo ripose, mentre il clamore e i lustrini cominciavano a sfumare dietro di lei, come nuvole sfilacciate nella sera. Guardò il proprio riflesso. Sfilò la fascia di Miss Inoculo e la gettò sul sofà. Vide la scritta CSK afflosciarsi, ondularsi, distorcersi – fino a rendere irriconoscibile l'acronimo. Le labbra le si incresparono lievemente, ma non si trasformarono in un sorriso. Il tempo passava, e lei non era soddisfatta. Era caduta dal cielo. Arrivata dai mari di Nettuno, passata attraverso le frontiere di Marte: con i suoi genitori si era imbarcata in una navicella clandestina irta di altri profughi della galassia, diretti verso il centro dell'Impero, la Terra, dove speravano in un'esistenza migliore, dove gli era stata promessa. Queste bagnarole dello spazio, però, non erano molto affidabili. E di certo non lo erano gli astroscafisti. Furono abbandonati nei cieli terrestri, su quella carcassa metallica levitante. Che prese fuoco. I passeggeri cominciarono a lanciarsi. Alcuni erano ormai in fiamme. Molti si schiantarono da altezze immani nell'oceano e affondarono. Molti non sapevano nuotare. Per altri l'acqua salata era corrosiva e letale. Per esempio per i Lumaconi di Fobos. La sua era una famiglia semi-ittica. Lei si salvò. Sua madre si gettò con lei in braccio, proteggendola con il corpo dall'immane tonfo. Ma poi sparì, priva di sensi. Suo padre bruciò in cielo, dopo averle portate fuori dalla stiva.
Lei fu presa in consegna da un orfanotrofio per extraterrestrocomunitari.
Pensò ai piccoli amici che aveva lasciato su Nettuno. Pensò a quelli morti durante la grande epidemia.
Ora, in quanto Miss Inoculo, avrebbe dovuto collaborare all'opera di diffusione, informazione e sensibilizzazione, per convincere i recalcitranti che ancora criticavano la legge di profilassi di massa obbligatoria, decisa dal centro dell'Impero. Proprio in quel momento, si udì echeggiare attraverso i corridoi, l'inno mondiale dell'Impero stesso, il Tema di Guerre Astrali – segno che le trasmissioni della rete globale per quella notte stavano finendo. Lei presto sarebbe partita per un tour nelle basi militari imperiali sparse per il globo e la galassia tutta. Erano state costruite dopo la sconfitta di Dark Vader, Adolf per gli amici, nella Seconda Guerra Intragalattica. Era stato Nuke Skywalker a fermarlo, insieme al suo drappello di audaci, il pilota del Millennium Bacon, lo scimmione, la principessa, il robot, il leone e lo spaventapasseri. Le loro imprese erano state poi celebrate in una serie di film di grande successo, solo fantasiosamente basate sui fatti. La sua figura adorata ovunque. Fu da allora che l'Impero del Male Assoluto di Adolf Vader fu pian piano sostituito da un nuovo Impero, quello del Bene.
Ma molti sostenevano che era diventato come il precedente. Ch'era stato compenetrato dal Lato Non Particolarmente Illuminato. E ora era ovunque.
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XXV Trofeo RiLL, il miglior racconto fantastico

Le iscrizioni al XXV Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico resteranno aperte sino al prossimo 15 aprile: visto l’alto numero di richieste ricevute, la scadenza originaria del concorso è stata prorogata.
C’è ancora tempo, quindi, per partecipare al concorso letterario organizzato dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare e che quest’anno giunge al prestigioso traguardo della venticinquesima edizione.
Il Trofeo RiLL è patrocinato dal festival internazionale Lucca Comics & Games.
Possono partecipare al concorso storie fantasy, horror, di fantascienza e, in generale, ogni racconto sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”.
Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali ed in lingua Italiana.
Da oltre un decennio i racconti partecipanti al Trofeo RiLL sono oltre 250 a edizione, scritti da autori residenti in Italia e all’estero (Australia, Brasile, Cina, Giappone, Svizzera, USA, oltre che paesi membri dell’Unione Europea). Nel 2018 i racconti ricevuti sono stati 348.
I migliori racconti del XXV Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori) nella prossima antologia del concorso (collana Mondi Incantati).
Inoltre, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato, sempre gratuitamente:
- in Irlanda, sulla rivista di letteratura fantastica Albedo One;
- in Spagna, su Visiones, l’antologia dell’AEFCFT (Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror);
- in Sud Africa, su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA (Science Fiction and Fantasy South Africa).
All’autore del racconto vincitore andrà, infine, un premio di 250 euro.
La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Ciascun racconto partecipante sarà valutato in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dell’autore), considerando in particolare l’originalità della storia e la qualità della scrittura.
La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2019.
Sono giurati del Trofeo RiLL, fra gli altri, gli scrittori Donato Altomare, Pierdomenico Baccalario, Mariangela Cerrino, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; il sociologo Luca Giuliano (Università “La Sapienza”, Roma); la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti.
Ogni partecipante al XXV Trofeo RiLL riceverà in omaggio una copia dell’antologia “ANA NEL CAMPO DEI MORTI e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Wild Boar, 2018; collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto vincitore del XXIV Trofeo RiLL, scritto dal vercellese Maurizio Ferrero.
Il volume contiene tredici storie: i migliori racconti del XXIV Trofeo RiLL e di SFIDA (altro concorso bandito da RiLL nel 2018) e i racconti vincitori di quattro premi letterari per storie fantastiche organizzati all’estero (in Inghilterra, Irlanda, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL è gemellato.
Tutte le antologie “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon e Delos Store, oltre che presso RiLL.
Nel Kindle Store di Amazon sono inoltre disponibili gli e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, sempre curata da RiLL e dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL.
La cerimonia di premiazione del XXV Trofeo RiLL si svolgerà nel novembre 2019, nell’ambito del festival internazionale Lucca Comics & Games.
Per maggiori informazioni sul XXV Trofeo RiLL si rimanda al bando di concorso (in attach) e al sito di RiLL, che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e la collana Mondi Incantati.
Per contattare lo staff di RiLL:
www.rill.it
trofeo@rill.it
Naufragi Galattici
Svoltò in vicolo Solo e confluì nella piazza, al centro della quale sorgeva una statua di Nuke Skywalker in posizione indomita, con la spada laser sguainata verso il cielo. Poggiava su un piedestallo a forma di fungo atomico. Alcuni giovani, ai margini, stavano tentando di dar fuoco a un cumulo di immigrati venusiani, marziani e nettuniani, mentre il poliziotto di ronda vigilava, pronto ad intervenire in caso di problemi. «Ragazzi, attenti a non scottarvi» lì ammonì severamente. Appena si girò, uno dei nettuniani, incastrato nell'intrico dei corpi, spacciò della Eccitatina allungandola con la proboscide ad un passante, un attimo prima di avvampare.
Le politiche sull'immigrazione dell'esecutivo di sinistra erano recentemente cambiate, con contentezza e confusione delle destre, le quali segretamente si chiedevano cosa dovevano fare ora che gli veniva scippato il cavallo di battaglia xenofobo – e proprio da coloro che usualmente essi criticavano per l'inclinazione alla tolleranza e all'accoglienza. Che fine aveva fatto il gioco delle parti? Era un po' come se a teatro Arlecchino avesse iniziato ad interpretare anche Pulcinella, pronunciando le sue battute oltre alle proprie. Il governo aveva infatti deciso che l'ingente flusso di profughi aveva raggiunto una quota annuale non più sostenibile, e le frontiere erano state chiuse, disinteressatamente consigliato dalla Confederazione Generale degli Sfruttatori (Confsfruttatori), che aveva stabilito che un milione e mezzo all'anno per dieci anni era un numero soddisfacente, oltre che caldeggiabile. Accordi eran quindi stati raggiunti con il governo mercuriano, e la questione era stata sistemata con la chiara vittoria dei diritti alieni: non sarebbero più piovuti corpi variopinti e variformi dalle nuvole, abbandonati dagli spazioscafisti su navicelle pericolanti, dotate di poco carburante, privi di bevande e cibo. E la Guardia Celeste Nazionale, e le Organizzazioni Non Governative di Salvataggio Spaziale – nel frattempo messe sotto processo - non avrebbero quindi dovuto salvarli. Ora, finalmente, una volta catturati presso le rampe di decollo attorno a cui si accalcavano, potevano morire di stenti e torture nelle gabbie radioattive mercuriane, in cui si desquamavano inesorabilmente fino a consumarsi. Almeno finché non ci sarebbe stato bisogno di altra potenziale manodopera da accumulare per rendere il mercato del lavoro ulteriormente flessibile: a cui conseguiva l'abbassamento dei salari, ma l'aumento della competitività sul mercato galattico – per il bene del pianeta tutto. Salariati esclusi, ovviamente.
Ciò offriva un ulteriore vantaggio: le classi subalterne se la sarebbero ulteriormente presa con gli extraterrestri invece che con chi sfruttava entrambi. La facilità con cui si poteva manovrare la torpida mente delle masse era stupefacente.
Entrò in un bar, e ordinò una bottiglia di ossigeno all'arancia. Un'orchestrina jazz di Saturno suonava utilizzando i propri nasi a trombetta come strumento a fiato. In un angolo, un tizio in gilet con uno scimmione litigava con degli alieni su un debito non pagato. Sovrastata dal brusio e dalle narici musicali, una tv ologrammatica trasmetteva le notizie, tra cui uno spezzone dell'incoronazione di Miss Inoculo. Una ragazza bionda a forma di pesce dalla cintola in giù. Quel volto cominciava ad essergli familiare. Dicevano che era stata pescata sulla costa di Manhattan, prima che New York divenisse una grande prigione intorno al 1997. Poteva mutare la propria metà inferiore da ittica a bipodale a piacimento, e stava intrattenendo la platea con qualche dimostrazione. Gli sembrava si annidasse della malinconia in quel sorriso. O stava solo proiettando la propria.
Ciò lo fece pensare a suo padre, Pyotr, e a com'era sparito. A come la propria generazione, e lui stesso in particolare, non fossero semplicemente all'altezza delle precedenti. A com'era inetto e inutile. A come Pyotr avrebbe chirurgicamente sezionato e dimostrato la realtà, come sapeva fare. A come gli avrebbe chiarito la questione extra-immigratoria. Ma un giorno, dopo pranzo, aveva annunciato una passeggiata digestiva, si era quindi teletrasportato in Canguronia via modem: il contratto flat per le chiamate internazionali lo rendeva conveniente. Aveva cominciato a salire il picco di Hanging Rock e all'improvviso, come i testimoni affermarono, svanì.
Uscì dal bar. Il viluppo di immigrati stava bruciacchiando pigramente. I ragazzi non avevano portato a termine l'operazione con efficacia, distratti sul loro browser oculare da un nuovo video su quanto fossero sporchi gli alieni, tanto da dimenticarsi di quelli davanti a loro. Altri erano corsi al negozio Fapple, dove era appena uscito un nuovo modello di DumbPhone, con una connessione diretta a tutte le nuove foto intime rubate alle celebrità. Prese svogliatamente un secchio, lo riempì alla fontana e lo buttò sugli alieni, slegandoli, per quanto con una vaga quanto inconsapevole aria di accondiscendente superiorità. Loro si sparpagliarono ovunque correndo, gettandosi nei cespugli o entrando nei tombini, come animaletti alti due metri – inseguiti dal poliziotto, che cambiava direzione ogni due o tre falcate, come se volesse prenderli tutti contemporaneamente.
Poi se ne tornò a casa.
A casa trovò la tazza rotta nel secchiaio. Si era sfregata così forte, con quello spazzolino, da incrinarsi e spezzarsi. La solita obsolescenza programmata, che del resto era gli era stato insegnato di apprezzare: occorreva comprare costantemente altra merce, per solidarietà al mercato. “Adotta anche tu un prodotto!” esclamava una delle pubblicità progresso governative. Ne ricordava un'altra ancora che cinguettava: “Il consumismo è cultura!”.
Il progresso aveva il suo prezzo, e bisognava pagarlo.
Continua...
Il Prezzo del Progresso è Giusto

Finalmente si rialzò. Si apprestò alla colazione. Versò il tè nella tazza autoriscaldante e lo mescolò con il cucchiaino laser. Le posate laser avevano un manico tradizionale dotato di pulsantini che ne variavano l'estremità a seconda della necessità, facendo apparire una forchetta, o un coltello o un cucchiaio. Alcuni modelli avanzati erano in grado di proiettare anche uno stuzzicadenti o uno spazzolino. Erano molto pratici, ma occorreva stare attenti a non lasciarli troppo a contatto con labbra, gengive o lingua, o si rischiava di danneggiarle. Inoltre, c'erano stati casi di malfunzionamento che, già in fase di sfregamento, avevano mutato il laser da spazzolino in coltello, causando conseguenze non particolarmente gradevoli. Ma era il prezzo che si doveva pagare per il progresso. La casa produttrice si chiamava Spoonwalker.
Con un battito di ciglia accese il notiziario tridimensionale oculare. A Washington stavano incoronando Miss Inoculo. Un nastro le si tendeva tra la spalla destra il fianco sinistro, in cui apparivano le lettere CSK, mentre il diadema postole sul capo vantava diverse piccole siringhe puntate verso l'alto.
Finì il tè e depose la tazza nel secchiaio. Il rubinetto spillò acqua e la tazza cominciò a lavarsi da sola, estraendo uno spazzolino e strofinandoselo. Uscì di casa, e salì su un marciapiede mobile, dotato di tre corsie di velocità, dove, benché spostandosi, stazionavano altri cittadini indaffarati a farsi portare da qualche parte, o impegnati in una salutare passeggiata in cui non facevano un passo.
Molti si raccoglievano presso dei lampioni, di cui osservavano il fascio di luce discendente, assorti. Attraverso il fascio ricevevano informazioni, assumevano visioni, si inoculavano sensazioni. Le assorbivano. Erano, del resto, alcune delle poche fonti di luce. Ve n'era solo di artificiale.
Da anni, ormai, il cielo era uno straccio infuligginito e scuro, che gravava su di loro, strizzandosi a volte di gocce nere.
Scese presso il centro.
Continua...
Spirali di Ameba - il letto sabbiamobile.

Si trovava a letto. Avvolto come in un bozzolo. Si sentiva indolenzito, sfinito, inerme. Inerme come un verme. Ogni tanto accadeva. Come un insetto nella tela del ragno, in attesa di essere mangiato. In attesa che il ragno venisse a mangiarlo. Potenziali obiettivi nell'alzarsi erano nebulosi, indecisi. L'obiettivo più potente era rimanere sotto le coperte, possibilmente perdere coscienza, scienza e conoscenza. E in effetti alla prova dei fatti non resistette, e, dopo un poco convinto deambulare tra alcune stanze indifferenti, si rifugiò con un gemito nella sua tana di stoffa. Non aveva alcuna particolare voglia di vivere. Forse nemmeno di morire. Ma dormire, dormire ancora sarebbe stato un ben lieto e ben accolto sollievo. Sognare cose sconclusionate e bislacche. Qualcosa senza discernibile senso, che riconfigurasse l'ordine delle cose in modo più interessante, e meno triste. Riformulasse le regole, fino ad annullarle. O annullasse le regole fino a riformularle.
Non c'era tristezza nel nonsenso. Farsi inghiottire.
A volte si faceva inghiottire dal letto. Alle elementari, quando sentiva che non era in grado d'andare a scuola, si faceva cadere pian piano nello spazio tra il giaciglio e il muro, sul pavimento nascosto. Quando chi era ancora in casa apriva la porta, e dava un'occhiata, per sincerarsi che fosse effettivamente uscito a fare il suo dovere, trovava un materasso vuoto, con coperte tirate verso lo spazio tra il letto e la parete. Ma nessuna traccia di lui. Era un tale sollievo sottrarsi al mondo. Era una tale angoscia sapere che durante la giornata sarebbe emerso l'inganno.
Il chino capo afflitto dalla colpa, le penombra dell'autoesilio nella stanza.
Un'ulteriore tecnica era quella di mimetizzarsi nelle pieghe delle coperte, fondersi con le forme dell'apparenza di un letto disfatto. A volte l'aveva anche attuato per scherzo, nel matrimoniale, spaventando la madre. Se rimaneva a casa, attorno alle 9:30 si sintonizzava sul canale 10, dove vi era una ricezione approssimativa della tv Hamburgheriana fruita dalle basi militari burgerstrisciate dei dintorni, per vedere il cartone di La tana del drago, e ascoltarne il fruscio crepitante in luogo dell'audio mancante, sulle immagini declinate in variazioni di grigio.
Gli era capitato una volta di prendersi in ritardo, correre verso la scuola, cadere per terra, sporcandosi i pantaloni, facendo cadere le chiavi – e nel rintracciarle, rientrare in casa e cambiarsi – aveva deciso che ormai s'era fatto troppo tardi. Accadde una seconda volta, e non sapeva nemmeno se si trattasse di qualcosa di genuino, o di organizzato, da lui stesso, a sua insaputa.
Alcuni animaletti uscirono da un buco nel muro e vennero ad annusarlo.
Quando alzò il capo, corsero via.
Continua...
La conchiglia del sole

Si ricordò dell'abbonamento. Si rese conto che aveva azionato la richiesta alla centrale fornitrice del servizio, il quale avrebbe potuto attivarsi da un momento all'altro. Guardò con ansia il prato, oltre la staccionata, preoccupato che qualcuno potesse rimanerne fuori – quando d'improvviso accadde, senza che avesse modo di verificare con accuratezza: la sua casa, il prato attorno ad essa, la staccionata, con lui su di essa, si chiusero in una sorta di campana di vetro e schizzarono vertiginosamente verso l'alto, sottraendogli per un momento il respiro, premendolo verso il suolo. Poi tutto si stabilizzò nuovamente, lasciandolo con un lieve ansimare.
Guardò l'orizzonte.
Stelle luccicanti, pianeti. Profondità abissali.
Roba del genere, insomma.
La casa stava galleggiando nello spazio, dentro ad una cupola trasparente da cui si poteva ammirare il cosmo, da dentro al quale lo si navigava.
Sua madre uscì di casa sorpresa:
«Cos'è successo?»
«Mi spiace, l'ho fatto partire. Non me n'ero accorto»
«Santo cielo, io dovrei andare a fare la spesa!” protestò contrariata – ma poi andò a prendere una sedia o una sdraio e si mise a prendere il sole. Cagnolo scodinzolò fuori dalla sua cuccia tutto contento. Gli piaceva lo spazio. Era probabilmente un lontano discendente di Laika - pensava lui – mentre l'erba verdeggiava, contrastando con il sobrio mantello di velluto spaziale bucherellato di stelle.
Laika suona alla balalajka un pezzo sulla perestrojka, mormorò mentalmente a sé stesso.
Sua nonna uscì di casa e stese un plaid. Stava organizzando un pic nic.
Non si può negare fosse un buon modo per staccarsi da tutto. C'era una tranquillità sovrannaturale.
La terra, il suo trambusto, il suo clamore, erano quietati, tacitati, silenziati.
Sibilavano lontani, diventati quasi immaginari – deprivati di consistenza urtante.
Ma laggiù la gente si stava certamente ancora dimenando e stava indubbiamente ancora urlando.
Stavano inoculando chiunque, per qualsiasi cosa. C'era chi protestava che gli Inoculi potevano aver effetti collaterali, dare reazioni avverse, non esser stati ben sperimentati. Nessun problema. Le grandi case farmaceutiche, commissionate dallo stato e da esso finanziate, avevan subito trovato la soluzione: un Inoculo contro gli Inoculi. Un Inoculo per prevenire reazioni da Inoculo.
Tutto sistemato. O forse no.
Una percentuale della popolazione ancora non era soddisfatta. Voleva vedere i dati, le carte, le sperimentazioni, i documenti. Gli eran stati forniti. Non eran sufficienti. Chi assicurava loro che non fossero stati alterati? Si era quindi mosso l'esimio professor Tronfio Pomposi, accompagnato dal luminare Boria Tracotanza (detto Tornaconto) – i quali, con grande tatto e capacità comunicativa, avevan fatto sapere al pubblico che il pubblico era composto da idioti ignoranti, mentalmente mentecatti, scientificamente subnormali, nonché etologicamente ovini, suini e bovini – e dovean quindi semplicemente tacere e dare retta a loro, alla comunità di esperti, ai Prestigiosi, ai Magnifici.
Da quel momento in poi, chiunque osasse insinuare un qualche dubbio, foss'anche solo sulle modalità di somministrazione, chiunque avesse ardito sollevare un solo sopracciglio alla parola “inoculazione”, sarebbe stato dichiarato Nemico della Salute Pubblica Numero Uno, e infilato in una poco agognata gogna.
Non voleva nemmeno tentare di immaginare cosa sarebbe successo a chi avesse sollevato DUE sopracciglia. Rifletteva sulla fortuna di chi era dotato di monociglio, ne sarebbe certo stato avvantaggiato – ammesso contassero queste obiezioni tecnicistiche.
Alcuni dottori eran stati radiati, e ad alcune radio era stato dato un dottorato, si eran laureate in medicina e ora, forti della nuova qualifica, non facevano che ripetere, ribadire, insistere un costante: “inoculatevi, inoculatevi, inoculatevi”.
Gli Illuminati e Convinti consideravano i reticenti con massimo sprezzo. Li additavano come criminali, assassini ed oscurantisti - lebbrosi eredi culturali del Medio Evo.
Dicevano che eran stati troppo ben abituati, viziati, dall'efficacia degli Inoculi, che aveva risparmiato loro di assistere a morti atroci – e ora, con la loro riluttanza, mettevano in pericolo queste conquiste esponendo i bambini a contagi, focolai, epidemie. Quegli altri ribattevano che dati i cospicui interessi pecuniari inerenti gli Inoculi e la comprovate corruzioni farmaceutiche adiacenti, non era possibile sapere con sicurezza, giacché i dati e gli studi potevan esser stati modificati ad hoc – e i danni sottomenzionati. Susy Testapiatta e Aldo Faccianatiche bruciavano lauree di medicina in strada. Il dibattito degenerò in scontri armati, raggi laser, sciabolate elettriche e parolacce sui social network. Lamiere contorte fumanti.
Si staccò da questi pensieri, ansiogeni e tristi. S'immerse nuovamente nello spazio profondo, perdendosi in una nebulosa.
Continua...
MA È UN UOMO?
Ma è un uomo? Molti se lo chiedevano, vedendola passare. Le sue forme opulente ricordavano un aspetto giunonico. Era una bella bionda, alta, ben fatta, dalle curve esuberanti, una donna matura, sui quarant’anni; il suo viso aveva tratti regolari e delicati con un naso aquilino e i grandi occhi neri, fortemente marcati dal rimmel, denotavano un temperamento focoso. Aveva un passo giovanile che indicava vigore e agilità insieme. Indossava dei jeans scoloriti, sgualciti o anche stracciati, alla moda, ma sempre molto attillati tanto che il suo culo prorompente sembrava voler lacerare il tessuto. Quella esuberante femminilità contrastava però con la sua voce cupa, baritonale e tuttavia attraente per una donna ma di più per un uomo, quale davvero lui era.
Io Gianni lo conoscevo bene, da bambini abitavamo nello stesso palazzo e spesso lui veniva a casa mia e io andavo a casa sua. Stessa scuola, io alla F, lui nella C. Poi, più avanti, si giocava insieme a calcetto e a tennis e vi assicuro che alle docce si vedeva bene che era un uomo. Poi negli anni di Università ci siamo persi e ieri, camminando in fretta a testa bassa, ci sono andato a sbattere. I nostri volti stavano quasi a scrosciarsi e stavo per dire: “mi scusi” ma quegli occhi anche se imbellettati erano a me ben noti e sono rimasto lì a fissarlo/a, imbambolato. “Ciao”, m’ha detto col suo vocione. “Ciao Gianni”, gli ho risposto e stavo per dargli una manata sul braccio, ma mi son trattenuto. Non sta bene dar sventole alle donne. Gli ho sorriso ma lui/lei sempre serio/a mi ha preso a braccetto e m’ha detto: “Vieni, andiamo al bar”. Non capita spesso d’andare per via abbracciato a una bionda come lei/lui che, per giunta, è un tuo amico d’infanzia. Ci siamo seduti in un angolino appartato e ci siamo guardati. Lei/lui aveva la stessa espressione contrita di allora, quando il preside della scuola ci sorprese a ‘giocare’ con Mara. Gianni cominciò così: “Lei odia gli uomini, ama le donne e io l’amo” m’ha detto. L’ho fissato con aria interrogativa. “Ama un’altra” ha continuato e aveva già gli occhi lucidi. Io, sempre zitto, non sapevo che dire. “Mi sono travestito per starle vicino, capisci?” Venne il cameriere: “Desiderano?” “Un whisky”, disse Gianni. “Due”, dissi io.
Illustrazione di Costantino Delfo
Dopo le 11

Era chiuso. Solo un foglietto, con su scritto ‘Dopo le 11’, animava il vetro della porta. Era scritto con un pennarello blu e una calligrafia incerta e tremolante. Le lettere e il numero stavano un poco inclinate, in un corsivo antico, come scrivono le persone anziane. Scocciata, mi avviai zoppicando per la via ma già, dopo pochi passi, mi sentivo ridicola per quella mia camminata sbilenca, parevo una ruota quadrata che sobbalzava su e giù per una discesa. Le tolsi, le scarpe, e affrettai i passi. Più avanti, all’angolo, c’era un bar dove avrei potuto sedermi e finalmente arrivai al tavolino e soprattutto alla sedia del bar. Maledette grate, trappole dove giusto un tacco di scarpa si può infilare e staccarsi. Guardai il mio piede e dalla borsetta tirai fuori la scarpa, che ormai sembrava una pantofola, e il tacco che avevo recuperato, strappandolo alla maledetta griglia di ferro che lo serrava. Tentai anche di riunirli, inutilmente. Avvilita, ripensai al negozio chiuso del calzolaio e a quel biglietto. Probabilmente l’aveva scritto lui. Il vecchio Gino era una vita che stava lì, in via Aporti, ad aggiustare e lucidare scarpe. Perché non scrivere chiaro ‘Apro dopo le 11’, invece solo quel ‘Dopo le 11’ che pareva non dire. Dopo che? 11 e cinque? 11 e trenta? Dopo… e poi quel numero 11, due asticelle uguali, tremolanti, sembrava stessero per cadere. Due numeri primi affiancati e allora perché non scrivere 22 o 33, gli anni di Cristo quando è morto? Mah, sarò matta. Sì, una matta senza tacco. «Un caffè», ho risposto al cameriere che mi aveva distratto con quella domanda: «Desidera?» Non desideravo un caffè ma, in certe occasioni, bisogna rispondere a tono. Io desideravo un’altra vita. Ancora con questa storia? Trentatré anni, come quelli di Cristo, quando è morto, ma potrebbero essere anche quarantaquattro, come i gatti o 11 ma dopo… fuori di testa, sarà il caldo. Segretaria di studi medici, di avvocati, di magazzini e altro. Nubile, single, mora, uno e settantatré. Ma soprattutto sola. Fidanzati alcuni, da dimenticare e… senza una scarpa, ora. «Ciao Marina», mi ha detto con voce incerta. Al momento non l’ho riconosciuto e l’ho fissato. Elegante, con la giacca blu e i capelli chiari come gli occhi. «Giorgio... » ha detto e io ho sorriso, ancora non ricordavo. Cinque anni erano passati come un vento e quel Giorgio era stata una nuvoletta volata via nei ricordi. Era stato a una festa che me l’avevano presentato, più visto. «Ciao», gli ho risposto, allargando il sorriso. «Che fai qui?» ha chiesto. «Scarpa rotta», e gli ho mostrato il piede nudo. Si sedette sulla sedia accanto e mi prese dalla mano il tacco. «Calzolaio», disse. «Dopo le 11», risposi. «Se vuoi ti accompagno, ho la macchina». Stavo per dire: ‘No grazie, è qui vicino’. Invece sorrisi e con un balzo lui era già per via. Prima il rumore scoppiettante, poi la cinquecento degli anni ‘80 con lui dentro che mi faceva cenno di salire. Era ormai fatta, lasciai due euro sul tavolino, raccolsi le scarpe ed entrai nel buco. «È l’Abarth», disse, quasi a scusarsi. «Dove andiamo?» chiese. «Ormai è tardi, se non ti spiace portami a casa che mi cambio le scarpe, sto in via Acquedotti, vicino all’ospedale vecchio». Teneva le marce alte per far meno rumore, ma scoppiettava come un vulcano e arrivammo sani e salvi. «Ti aspetto? » chiese. «No, grazie», e avrei voluto aggiungere: ‘per oggi, basta così’. Ma lui insisteva. Ci scambiammo il numero di cellulare. Infine disse: «Allora ti invito a cena, stasera». Stremata e senza avvenire ho detto di sì e lui: «Alle otto, ti faccio uno squillo». Non ce ne sarebbe stato bisogno, arrivò con un fragore infernale e io mi affacciai alla finestra gridando: «Arrivo!». «Ciao», disse sorridendo. «Ciao, risposi sorridendo», e poi zitti fino al ristorante che stava sul lungomare. Lui era vestito ancora con la giacca blu ma aveva messo un farfallino e io con la solita vestaglietta da sera coi fiori rossi e i tacchi alti, ma stavo attenta. ‘Il Gabbiano’, così si chiamava il ristorante e lui era davvero un gabbiano. Ogni tanto svolazzava fra i tavoli a cinguettare e non permetteva mai ai camerieri di servirmi, fu sempre lui a farlo. Era il capo, il proprietario. Scoppiettando, mi riaccompagnò a casa e mi baciò e anche io lo baciai, con passione. Ero felice. Il giorno dopo era domenica e Giorgio sarebbe passato dopo le 11 per andare insieme al mare. Stavo uscendo dal portone quando la Tina, la portinaia, mi salutò: «Buongiorno signorina». «Buongiorno, Tina», risposi. «Lo sa?», disse. «No, che cosa?» «Gino, il ciabattino, è morto. Lo conosceva, vero?» Rimasi impassibile. «Quando?» «Ieri, dopo le 11», rispose. Con fragore, Giorgio era arrivato. «Perché piangi?» mi chiese.
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