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racconto

Natale a sorpresa

16 Dicembre 2019 , Scritto da Dario De Santis Con tag #dario de santis, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Dal diario del comandante
Ci siamo, oggi pomeriggio finalmente sarà il momento, Danilo detto Nilo e Dora hanno a disposizione la casa dei genitori di lui, i quali hanno deciso di passare un week-end sulla neve, l’ultima per quest’anno.
È il momento che i ragazzi aspettavano da due mesi, da quando lei ha capito che
A) lui è l’uomo della sua vita
B) non vuole raggiungere i diciott'anni con un pezzettino di carne superflua (se la sentissero parlare così i suoi, paladini di Comunione e Liberazione, le taglierebbero la lingua, come ai bei tempi della Santa Inquisizione).
Dora arriva in tarda mattinata a casa di Nilo vestita di molti strati di lino, cotone e jeans come se questi ultimi ostacoli potessero, nei suoi più intimi pensieri, ritardare il momento sacrificale.
Avevano deciso di aspettare con calma dopo pranzo, ma al primo bacio entrambi capiscono che quel momento non è più procrastinabile, iniziano a strapparsi i vestiti di dosso, toccando quei punti finora solo sognati...
... e qui intervengo io, ancora non avete capito chi sono? Il terzo incomodo, il mio compito è di allungarmi per facilitare il compito del mio socio di entrare nel corpo di lei.
Tutto tranquillo, eravamo già pronti prima che lei arrivasse, il pensiero del corpo di lei, acerbo ma già maturo, mi ha quasi fatto raggiungere molte volte il punto di non ritorno, avevamo dovuto pensare a una partita di pallone persa tre a zero, per uscire dal pericolo.
Finalmente posso sognare autonomamente attraverso il mio occhietto. Tolti gli slip la prima cosa che vedo è il viso di lei che guarda curiosamente la mia erezione, si allontana soddisfatta, si getta all’indietro sul letto e si toglie gli ultimi vestiti.
È goffa nello spogliarello, ma per questo ancora più sexy.
Che bella che è, anch’io vedo la passerotta per la prima volta senza il fermo immagine dei video su you tube.
In effetti anche Dora è ferma, si concede timidamente allo sguardo di noi due. Non riesce a guardare Nilo negli occhi, continua a studiarmi, come ipnotizzata.
Il momento è giunto, mi avvicino ed entriamo.
È tutto buio ma è come scivolare in Paradiso, un posto caldo ed invitante, supero gli ostacoli e...
CAVOLO, mi sono distratto, ho lanciato il carico troppo presto, non ero abituato a essere stretto in modo così bello, vedo i miei spermatozoi prendere di mira un bellissimo ovulo, circondandolo senza pietà, una battaglia persa... o vinta in partenza.
 
24 dicembre, ore 19
 
Nove mesi dopo, in casa dei genitori di Nilo, Diego e Maura, una coppia di quarantenni troppo giovani per aver fatto il ’68, diventati adulti con gli ideali derisi dai nuovi liberisti e cresciuti con la nostalgia del passato. Si erano ritrovati in una delle ultime sezioni del PCI, amore a prima vista con figlio annesso. Era stata dura,
ma ora vivevano felici, nostalgici e desiderosi di mettere ancora in pratica il loro passato di lotta, purtroppo, non per colpa loro, mai espresso pienamente.
«Maura ti avverto, non rinuncio alla carne, per la mia famiglia è sempre stato un vanto, un esigenza, volete che festeggi? Datemi una bistecca!»
«Diego, smettila, dall’odore dell’incenso in avvicinamento, i consuoceri stanno arrivando, spero che Nilo abbia già avvertito Dora, comunque per loro ho cucinato pesce».
«Cosa cambia? Sono cattolici, non serve farli contenti, pretenderebbero che anche noi facessimo le stesse cose che fanno loro».
«Speriamo che i ragazzi arrivino per primi, non sopporterei la tensione. Ricordati che ufficialmente Dora è al settimo mese, se sapessero che il bambinello sta arrivando ci sarebbero svenimenti, capirebbero che i ragazzi l’hanno fatto quando non erano ancora fidanzati».
«Vittoria si sciacquetterebbe con l’acqua santa e Giovanni si fustigherebbe come l’albino Silas del “Codice Da Vinci”! Quanta ipocrisia, che schifo!»
«Te lo dico per l’ultima volta, smettila!»
«Solo se fai un primo giro di bistecche per tutti, devono avere il diritto di rifiutare, ma non di cambiare la vita al prossimo!»

«Va bene»

 

24 dicembre, stessa ora, qualche chilometro di distanza

 

I nostri due ragazzi, imbottigliati nel traffico dell’ultima ora pensano con terrore all’incontro tra consuoceri, i quali per ora si sono visti solo al matrimonio in comune, osteggiato dai genitori di Dora, Vittoria e Giovanni, sessantenni ultrà di Militia Christi, che sono contrari a tutto lo stile di vita dei ragazzi e che cercano di mettere bocca su tutto, inutilmente.

«Lo sento, finirà male, perché gli abbiamo dato retta? Non può funzionare il diavolo e l’acquasanta!»

«L’importante è che non senti altro, il cucciolo è tranquillo?»

«Angosciato. Lo intuisco.»

«Digli di resistere, domani è un altro giorno»

«Perché non lo fai tu? Mi piaci tanto quando vai lì sotto e gli sussurri parole dolci».

«Smettila, è un mese che non lo facciamo, se proviamo a fare qualcosa, tu vomiti e io con l’affare in tensione ci sollevo i pesi!»

«Te lo taglio l’affare, è colpa sua se ci troviamo in questa situazione».

«Amore, era troppo tempo che ti desideravo».

«Cinque secondi! Neanche il tempo di dire “stai attento!” che già avevi combinato il guaio».

«Ma ora è tutto risolto, avremo un cucciolo bellissimo e…»

«… e una vita difficile»

 

 

24 dicembre, ore 23.59.50

 

Quasi mezzanotte, tutti i protagonisti si trovano in una sala d’attesa di una clinica privata gestita da suore, pretesa da Giovanni, mentre Dora al suo arrivo è stata caricata e portata direttamente in sala parto.

«Meno dieci… nove…»

«Ma sei scemo, non è Capodanno».

«È solo per far vedere ai consuoceri sniffa incenso, inginocchiati davanti alla Madonna dell’Ospedale, che anche noi festeggiamo».

«Dai papà, smettila, io me li dovrò subire tutta la vita e sta per nascere mio figlio».

«Per la gente del porto lo chiami Gesù Bambino?»

«Lo lasci in pace? È il giorno più importante della sua vita, faglielo godere senza macchie».

«Agli ordini, Maura… però non dimenticherò mai il momento dopo cena, quando Vittoria si è alzata dicendo “stasera nasce il bambinello” ed a Dora  si sono rotte le acque».

«Beh, ammetto che ripensandoci a mente fredda è stato esilarante, mi sono sentita la nonna dell’unto dal Signore, quindi la madre del triangolato».

«Smettetela entrambi, altrimenti mia suocera vi farà fare i gargarismi con l’acqua santa!»

«Ti hanno già chiesto perché sta nascendo in anticipo?»

«Perché è settimino!»

«E ci hanno creduto?»

«Sono cattolici, l’importante è che la forma prevalga sulla sostanza»

«Si stanno rialzando, a cuccia».

«Belle ginocchia callose da pretini, se provassi a rialzarmi io così, le rotule inizierebbero a rotulare per tutto il corridoio»

«Sssh! Arrivano!»

«Arriva anche il dottore!»

«Domanda retorica, siete voi i parenti di Dora?»

«Penso che sia l’unica a partorire stanotte, giusto?»

«Quest’anno sì»

«Anche nei 2015 anni passati?»

Il consuocero si gira stizzito

«Non è il caso di essere blasfemi».

Diego riceve su un polpaccio un calcio in mezza rovesciata che lo convince a non controbattere, mentre il dottore, per cambiare discorso, chiede: «Sapete? È nato esattamente a mezzanotte! Come lo chiamerete?»

Nilo alza la mano di corsa, prima che qualcuno metta bocca: «Magdalena, è un fiume della Colombia, è l’unico che abbiamo trovato degno di lei, che ha dei genitori con nomi di fiumi, visto che non la battezzeremo…»

Doppio mancamento, controllato con abilità.

«… la benediremo a Piazza Navona con l’acqua sorgiva della fontana del Bernini, quella dei quattro fiumi»

Per fortuna siamo in clinica, i nonni materni vengono subito presi e portati in rianimazione per finire questa piccola storia di Natale.

 

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I maglioni

15 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Quando ero bambino, precisamente a nove anni, ricordo che il giorno di Natale, mentre pranzavamo dai miei zii nella casa di campagna, mia nonna materna, anziché comprarmi dei completi invernali con tanto di scarpe come solitamente faceva ogni anno, mi regalò una serie di orrendi maglioni già detestati fin da subito.

La delusione fu evidente, tant'è che ripiegai con ruffianeria su mia nonna paterna, anch'essa invitata assieme a mio nonno, grazie ai tanti giocattoli e dolci ricevuti. La rivalità tra le due nonne era arcinota, quindi è facile immaginare.

La madre di mia madre ci restò male, e anche quest'ultima, che mi guardò visibilmente costernata. Entrambe mi chiesero di indossarne almeno uno, di quei non graditi capi, e di provarli dal primo fino all'ultimo. Erano tutti uguali, cambiava soltanto il colore, mentre, nonostante la misura risultasse giusta, non li avvertivo come i classici maglioni morbidi e comodi. Nossignore, praticamente pruriginosi e scomodi, tra l'altro non mi tenevano affatto al caldo.

Proposi con insolenza di darli in dono a uno dei miei cugini lì presenti.
«Ma ti stanno bene!» insistette mia madre. 
«Sti maglioni sono una merda!» dissi spudorato. «Minchia, con tutto che c'è il camino acceso, sento più freddo di prima e poi mi fanno grattare!»
Mio padre, non sopportando più quello show, si alzò di scatto dalla sedia per mollarmi un sonoro ceffone con l'approvazione della mamma, anche perché i miei genitori non tolleravano assolutamente le parolacce da parte del sottoscritto. Si creò un clima di disagio, interrotto da mia zia che, con un finto sorriso, portò in tavola un grosso panettone, di cui anticipatamente rifiutai una fetta ostentando un'aria da duro.

Mi sedetti sul divano come un cane bastonato, con addosso l'ultimo dei maglioni provati, precisamente quello di colore verde simil militare.

Alcune ore dopo la mia famiglia e i parenti lasciarono il salone per dirigersi in campagna per una passeggiata digestiva, mi impuntai per rimanere da solo, con le braccia conserte e battendo nervosamente i piedi.

Appena si allontanarono, innanzitutto, mi tolsi quella “cagata” di dosso per rimettermi frettolosamente ciò che avevo prima. Il focolare era semi spento (del resto non potevano di certo lasciarlo incustodito) e di conseguenza non emanava quasi nessun calore, così, sia perché desideravo riscaldarmi e sia per spregio, lanciai il maglioncinaccio verde, assieme a tutti gli altri, all'interno del camino. Si infiammarono senza troppa difficoltà, soprattutto dopo che ebbi aggiunto alcuni rami reperiti in una stanzetta apposita.
Il fuoco mi tenne finalmente caldo, sebbene non allo stesso modo delle mazzate del babbo, che pigliai successivamente, una volta scoperto il misfatto. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un Natale per sette fratelli

14 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Svegliarsi presto la mattina per andare a lavorare rappresentava la solita e inevitabile routine, ma quel giorno era Natale. I sette fratelli saltarono dai loro letti con gioia ancor prima che il sole apparisse all'orizzonte. Persino il fratello più brontolone, appariva di buon umore.
I sette fratelli si precipitarono a pian terreno per poi radunarsi mano nella mano attorno all'Albero di Natale. Fischiettarono e cantarono in attesa che lei arrivasse.
Mela e cannella si diffondevano nel salone mentre Biancaneve, affaccendata, stava preparando il pranzo natalizio e canticchiando:

– Specchio, specchio delle mie brame, dov'è il Natale più bello del Reame? –

 

 

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Oggi che giorno è per Mario?

14 Dicembre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 
 
 
Tre giorni di festa, Mario, un personaggio come tanti, una storia breve, la cronaca di una breve vacanza, le cose belle durano poco ma lasciano non solo un semplice ricordo, ma anche qualche motivo di speranza.
 
 
Oggi che giorno è?
 
Mah, forse un giorno come tanti altri. Tu che faresti al posto mio? Manca poco a Natale, mi daresti un consiglio al volo, magari solamente per scambiare quattro chiacchiere?
 
La calda atmosfera delle festività è nell'aria, gli addobbi colorati fanno a gara con il traffico, per favore passami il caffè prima che si freddi, prendine anche tu se vuoi... Eh già, non puoi, stai leggendomi, sarebbe bello ma facciamo che sia uguale.
 
Potrei andare ad acquistare regali fra gente che va e che viene? Durante questi giorni saranno tutti indaffarati negli ultimi preparativi, ormai sono abituato, lo so che non dovrei farci caso, ma vorrei tanto ricevere un sorriso, oppure un'infantile carezza, una carezza che, lo ammetto, un po' mi romperebbe le scatole, saprebbe di incolpevole pietismo, ma una dolce carezza, parlando insieme a me, sarebbe comunque una scintilla fra la brace spenta di un camino. Invece, fra i mille impegni quotidiani, c'è solo una telefonata sbrigativa e una visitina frettolosa, proprio come in quella pubblicità che anni fa consigliava di bere un amaro contro la frenesia dei tempi moderni. Un amaro, ma non era meglio un gelato?  E poi correre, correre per andare dove?
 
Però adesso non voglio annoiarti, ho avuto un'idea, hai presente quelle cose che ti ronzano in testa che non sai perché, ma le vedi così vere che hai l'impressione di toccarle con mano? Mi prenderò una vacanza durante le festività natalizie, ti andrebbe di passare qualche giorno con me? Sì, dico proprio a te che stai leggendo, hai altri programmi, oppure altri impegni? Prendila solo come un'idea che vola alta nel cielo sconfinato della fantasia, anche se non ci conosciamo vedrai che insieme ci troveremo bene, solo tre giorni, il 24, 25, 26 dicembre sarà la mia vacanza di Natale insieme a te.
 
 
La mattina del 24 Dicembre
 
E' la vigilia di Natale, vorrei uscire presto, forza, andiamo a piedi, tanto vado piano, eh già, sulla mia sedia a rotelle non posso certo correre... una sedia a rotelle? E' una lunga storia, credo che senza di lei mi sentirei perso, praticamente statico, non dovrai spingermi, faccio da solo, magari mentre ci incamminiamo parliamo un po'.
 
Ok, l'appuntamento è qui sotto, non servirà la sciarpa e il cappotto, ormai, a causa dei cambiamenti climatici, il freddo è meno intenso e poi camminando ci scalderemo... camminare?Ho detto una cosa stramba, magari potessi camminare! Non farci caso, era solo un desiderio inconscio, spero di non deluderti, vorrei davvero fosse una bella vacanza.
 
Farò con calma, il fatto di andare in vacanza farà apparire tutto sotto una luce diversa. Certo che è una bella cosa fare una vacanza, e poi a Natale, ne avevo quasi dimenticato la possibilità, eppure c'è tanta gente nel mondo che non va in vacanza, non hanno soldi né libertà, perciò, oggi, nonostante tutto, mi sento un privilegiato.
 
Dove andremo? Dai, sbrighiamoci, te lo dico dopo, mi fa piacere condividere con qualcuno quest'esperienza, ma tu potresti essere un uomo o una donna, e così, per non sbagliarmi, posso chiamarti "Cinquecento"? Cinquecento, facciamo un salto al bar? Bella quest'aria di festa, andiamo da quella parte, c'è un bar che conosco da tempo.
 
- Robertino, buongiorno, caffè e cornetti alla crema!-
 
Muovo insieme l'indice e il medio della mano, Robertino, il banchista del bar, è di un altra squadra.
 
-Robertìì, ieri avete preso due pallini eh!-
 
Sai, Cinquecento, il lunedì parliamo di calcio, puoi anche prenderci in giro, ma da tutti è definito lo sport più bello in assoluto, lo sapevi che, quando ci sono le partite dei campionati del mondo, si fermano perfino le guerre? "Mettete dei palloni nei vostri cannoni".
 
Ma oggi siamo in vacanza, sai dove ti porto? Non molto lontano da qua, eccolo là il Colosseo, secoli di pioggia, vento, il sole cocente delle estati romane sopra il sound ritmato delle vibrazioni dei passi di milioni di visitatori e della metropolitana, il traffico, lo smog, perfino qualche scossa di terremoto, eppure lui sta sempre lì, una storia millenaria per la gioia quotidiana dell'umanità.
 
Ora andiamocene, sopra quel rialzo, sulla destra, c'è una strada in salita, mettiamoci proprio in quel punto dove i turisti fanno le fotografie al Colosseo dall'alto, ma se i turisti fotografano il monumento, chi fotograferà i turisti? E' presto detto, noi, Cinquecento non preoccuparti, chiederemo noi alla gente se ha piacere di farsi fotografare da noi con lo sfondo del Colosseo... photo?? Te la faccio io? Vuoi? Molto bene, dite tutti insieme "formaggio", forza, un bel sorriso, stringetevi un po', bene, così, fatto, hello, good bye! Arrivederci Roma... la mattinata è trascorsa tra foto e risate, è stata una giornata originale ma decisamente simpatica e domani arriverà Natale.
Mi sembra che oggi sia stato un buon inizio per il nostro primo giorno di vacanza, non trovi? Credimi, da tempo non vedevo tanta gente, solo TV, giornali e quei quattro anziani obbligati a passare le giornate giocando a carte a un tavolo dove il più delle volte vince la rassegnazione.
Sai che ho avuto la sensazione che in molti non si siano accorti della mia sedia a rotelle? Eh già, perché mi guardavano negli occhi, mica guardavano le mie gambe. Cinquecento, è stato bello sentirsi utili, sentirsi dire "grazie", ricevere un sorriso, una pacca sulle spalle.
 
 
25 Dicembre, è Natale
 
Alla radio per magia sta passando You've got a friend, l'amicizia è un qualcosa che non può mancare, è il 25 dicembre, è Natale, e sarebbe bello che in questo momento tutto il mondo fosse felice. Purtroppo è impossibile, nonostante i nostri tentativi di credere alle favole, la vita è bella ma non per tutti, è l'eterna contraddizione della nostra esistenza. Forza, prepariamoci per un'altra avventura, prendiamo la metro, pensavo di scendere alla fermata Barberini.
 
Eccola la nostra fermata, dai scendiamo, ci dirigeremo verso Via Veneto, la strada della "Dolce vita", che è in salita, ma non preoccuparti, le mie ruote vanno da sole, spinte dalla felicità, guarda che belli gli addobbi natalizi fra gli alberi, con le vetrine brillanti, allestite per il periodo più bello, anche se gli anni '60 sono ormai passati, questa strada ha sempre un grande fascino, ti piace?
 
... Ma là in fondo, cosa vedi? A me sembra un gruppo di persone che si agitano, hanno dei cartelli in mano, stanno protestando, perché protestano il giorno di Natale? Avranno i loro buoni motivi, avviciniamoci, leggiamo che cosa c'è scritto sui loro cartelli. Free hugs? ... Abbracci gratis? Che significa? Tu che dici? Non avviciniamoci troppo, vediamo che fanno. I ragazzi con il cartello al collo abbracciano i passanti, sorridono, sembrano contenti, certo non capita spesso, però non capisco, ci saranno delle telecamere nascoste? Sarà un programma televisivo?
 
- Buon Natale, posso abbracciarti? 
 
Una ragazza, con un grande sorriso, si rivolge proprio a me, la guardo stupito, non riesco ancora a capire.
 
- Dai, Cinquecento, fatti abbracciare prima tu. 
 
Mi avvicino di più e non posso fare a meno di chiedere.
 
- E' gratis? Vuoi vendermi qualcosa?-
 
Non mi risponde, mi sorride ancora e non faccio in tempo a fare un'altra domanda che mi ha già abbracciato.
 
- Beh, allora Buon Natale! 
 
Ho provato una sensazione di fiducia, intorno a noi tutti sono allegri e non sembra una simpatica circostanza solo perché siamo a Natale.
 
- Scusa la domanda, ma perché lo fate?-
 
- Felice di conoscerti, sono Sandra, aspetta, ti presento anche gli altri: "Michelino, Saretta, Giorgia, Pippo e Paolo" 
 
- Piacere, sono Mario e questo è il mio amico d'avventura, Cinquecento. 
 
- Vedi, Mario, quest'abbraccio è solamente un gesto gentile disinteressato, è un qualcosa nato anni fa grazie a un ragazzo australiano, e da quel momento ci sono appuntamenti in tutto il mondo. E' un fenomeno spontaneo e naturale in un mondo violento, assurdo, incomprensibile, dobbiamo sforzarci di essere gentili uno con l'altro e un abbraccio è la cosa migliore, un gesto, appunto, semplicemente non violento. 
 
Comincio a capire, e chi meglio di me potrebbe comprenderlo?
 
- Sandra, non avresti mica un cartello con la scritta "free hugs" anche per me? Sono in vacanza e vorrei provare, Cinquecento dai, prova anche te. 
 
- Sì, eccolo, bene Mario, devi solo sorridere e vedrai che regalare un abbraccio sarà facile, tieni semplicemente le braccia aperte e vedrai che nessuno noterà la tua sedia a rotelle, li colpirai con il tuo sorriso, ok?-
 
- Sembra tutto un po' strano, ormai sono vecchio, queste sono cose per giovani, non sono sicuro di farcela, potrebbero guardarmi con diffidenza, ma in fondo è solo un gesto pacifico, va bene, forza, non pensiamoci troppo, diamoci da fare. 
 
I primi abbracci gratis sono timidi, leggermente impacciati, quasi grotteschi, è normale, ormai sono sempre più rari i momenti di cortesia e cordialità. Avete presente gli automobilisti fermi al semaforo rosso, oppure i visi tesi della gente mentre cammina quotidianamente per la strada? Tutti hanno comprensibilmente e a ragione tanti problemi reali, non  è facile essere felici e soddisfatti della propria vita, la cui asprezza a volte ci rende diversi da quello che siamo in realtà.
 
- Buon Natale, posso abbracciarti? 
 
Penserete che sembra tutto bello come in un film "Buon Natale!!" e poi "passata la festa gabbatu lu santu" ... è così che si dice, vero? Dopo le feste tutto tornerà come prima, messi da parte gli abbracci, i sorrisi, gli addobbi e i regali, ognuno tornerà a essere umanamente ed egoisticamente un'anonima parte del mondo, ma questa è anche una di quelle occasioni che non ti aspetti e che non conoscevi, magari può trasformarsi in energia positiva e l'energia positiva è contagiosa, così come un sorriso pieno di speranza e di fiducia, fiducia nel cuore di ognuno di noi che, sommata a tutto quello che c'è di buono nel resto del mondo, anche se siamo sconfitti e con il morale sotto i tacchi, riusciremo a... Cinquecento, riusciremo a superare la debolezza umana?
 
- Ragazzi, si è fatto tardi, ho una certa età e il mio giorno di vacanza sta per finire, sono un po stanco, vorrei rimanere ma, credetemi, devo andare, grazie a voi ho passato una bellissima giornata. 
 
- Mario, non preoccuparti, sarà per un'altra volta, se vuoi, scambiamoci i numeri di telefono, così possiamo rimanere in contatto, mica puoi dimenticarti di noi, eh! Avremo un appuntamento importante la prossima estate, non manca molto, si tratta della giornata internazionale degli abbracci gratis, dai ti aspettiamo. 
 
- Grazie, farò di tutto per esserci, fatemi dare l'ultimo abbraccio della giornata, wow!! 
 
Io e Cinquecento ci allontaniamo mestamente, però la giornata è stata veramente speciale! Ritorniamo alla base, ho il mio bonsai che mi aspetta, alcune piccole cure al piccolo albero e, come al termine di un'opera teatrale, calerà il sipario, sarà ora di andare a letto, domani sarà il mio ultimo giorno di vacanza.
 
 
26 Dicembre, Santo Stefano, e il telefono squilla sempre nei momenti meno opportuni.
 
E' il mio ultimo giorno di vacanza, è tutto ok, guardo con amore e simpatia il mio piccolo albero di Natale, non è un mega albero ma è pieno di colore e mi piace, sto ascoltando un po' di musica mentre prendo il caffè caldo come ogni mattina e... squilla il telefono!
 
- Papaàààààà... come vaaaaaàààà?
 
E' la voce stridula di mia figlia Eugenia.
 
- Papaààà, ma ieri dove sei stato, ti ho cercato ma non rispondevi!
 
- Figlia mia, va come sempre, da poveri vecchi, pure sto Natale è passato, forse ieri non ho sentito il telefono.
 
- Siamo in Toscana da amici, sai, Pierpaolo è tanto stanco, ci siamo presi qualche giorno di relax.
 
- Ah!
 
- Sai che regalo ti ho comprato per Natale?
 
- Non dirmelo.
 
- Un maglione grigio, bello, bello, bello!
 
- Fantastico, così me lo metto quando vado a ballare.
 
- E dai, papaaaàà, non scherzare, però te lo porto dopo la Befana, sai, Pier ha tanto bisogno di riposarsi.
 
- Ah.
 
- Mi raccomando: non prendere freddo e non affaticarti.
 
- Tranquilla, mi affatico freneticamente solo con i pulsanti della tastiera del telecomando della TV.
 
- E Bernardo ti è venuto a trovare?
 
- Ma che posso dirti, anche lui ha un sacco di problemi, lavora sempre, lo mandano in trasferta, va di qua e di là, tu lo sai con quella là... non preoccupatevi troppo, anche da solo sto benone, quando venite?
 
- Non lo so, poi ci aggiorniamo, adesso devo lasciarti, mi stanno chiamando per la passeggiata a piedi sul sentiero, ciao papiiii.
 
Clack, si chiude la linea.
 
- Aggiornarsi? Piuttosto, speriamo si dimentichi di portarmi quell'orrendo maglione grigio!
 
In fondo mi vogliono tutti bene ma adesso metto i problemi da parte e terminerò questa vacanza fantasticando ancora, è il bello della fantasia, immaginare qualcosa che, perché no, diventi realtà.
 
Oggi, Santo Stefano, Cinquecento, ti parlerò di una persona, Alessandro, per gli amici e la gente di tutti i giorni Alex.
 
Alex è un giovane un po' meno giovane di un giovane, è ostinato, tenace e testardamente "inarrendevole", ha da sempre praticato sport, indietro nel tempo è stato un campione di una disciplina non per cuori teneri, nella quale muscoli e mente sono tutt'uno con un mezzo meccanico fedele compagno di gara, ogni competizione  una lotta contro il tempo e le leggi della fisica, adesso lotta ancora, stavolta anche con la vita tutti i giorni, fa sport per donare sorrisi e speranze e, se gli chiedessi "Perché lo fai?", la sua risposta sarebbe sicuramente "Per dare una chance".
 
Sono convinto che non insegua la gloria, l'ambizione personale di battere record, oppure assaporare ancora la gioia del podio, lui lavora e si allena duramente per arrivare ai prossimi appuntamenti sui campi di gara e vincere per dare una chance a chi come lui è stato sfortunato e non ha avuto la possibilità di prendersi una rivincita sul destino. Alex sa che può farcela, deve farcela, non ha molto tempo, la carriera di un atleta è relativamente breve, in pochi anni darà una chance a tutti per tutta la vita, è questo quello che vuole e che lo spinge a essere ancora vitale. Non lo conosco ma sono sicuro che lui la pensi così, ha vinto grazie a se stesso.
 
"E' importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo"  Alex Zanardi.
 
Quando lo starter dà il via non importa in che posizione arriverà al traguardo, nella mente la gloria e i ricordi del passato lasciano il posto alla sua missione, ora è un'altra persona, rimanendo comunque la stessa di sempre e, in quel momento, in tutto il mondo tanta gente, vedendo le sue imprese, dal più giovane al più anziano, mollerà idealmente la sedia a rotelle e, dalle corsie degli ospedali o dovunque ci sia chi soffre, tutti lo spingeranno come il vento al traguardo. Una chance li aspetta, non importa in che posizione arriverà, tutti hanno già vinto: essere considerati esseri umani.
 
Ieri sera ho visto un film, non ricordo il titolo, parlava di sport, un protagonista, dopo un incidente d'auto, perde l'uso delle gambe, in una scena nella stanza d'ospedale, di fronte ai compagni di squadra che lo guardano avviliti perché mancherà nell'ultima partita decisiva di campionato, lo sfortunato atleta dice loro: "Sarò un invalido ma non sono ancora morto". Nessuno muore prima di essersi giocata l'ultima chance, questo Alex lo sa.
 
Siamo arrivati al termine del nostro tour, la vacanza di Natale ormai è passata ma continuerò a viaggiare con la fantasia, ho avuto splendidi compagni di avventura e Alex mi ha lasciato con un sorriso, una stretta di mano e una battuta spiritosa, anch'io rincorrerò un sogno per una chance e il tempo volerà, sicuramente sarà ancora una bella vacanza.
 
Dedicato ai tanti Mario e ad Alex Zanardi
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Babbo Natale e la sua provenienza

13 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Babbo Natale non conosceva la sua nazionalità. Una sera decise di scoprirla e chiese aiuto alla moglie e agli assistenti di Santa Claus Town.

La Signora Natale ipotizzava che il marito fosse della Groenlandia, abbandonato dalla balene su una banchisa del Polo Nord, mentre Joll, lo gnomo, affermava che il suo principale potesse essere di origine indiana, magari figlio di un qualche santone, oppure originario della Svizzera, per via che amava anche fin troppo la cioccolata e per l’immancabile puntualità (ad esempio con le consegne dei regali) di un orologio svizzero.
Babbo Natale non accettava nessuna di quelle ipotesi, e non appariva nemmeno tanto convinto di ciò che supponeva lui stesso, quindi, stanco di scervellarsi, si affidò ad un kit speciale, costruito appositamente da alcuni elfi scienziati, per stabilire finalmente le sue origini. Per i risultati passarono una quindicina di giorni non prima di un piccolo prelievo del sangue.
Giub, il folletto responsabile del laboratorio, gli lesse le pochissime parole del rapporto finale.
– Dice che sei grasso e felice – disse Giub – Possiamo tornare alla fabbricazione dei giocattoli? –
Babbo Natale sorrise, sospettava da sempre, e ora era convinto, di essere almeno un mezzo samoano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il mio Natale

13 Dicembre 2019 , Scritto da Lorena Giardino Con tag #lorena giardino, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Il mio Natale quest'anno è sfogliare con nostalgia un vecchio album di foto di famiglia. Immagini di noi, di tutti noi, in quell'abbraccio caldo e avvolgente che questi giorni di festa hanno sempre portato nei nostri cuori. Il mio Natale, quest'anno, sono gli occhi lucidi di mio padre, che vive la solitudine dei nuovi giorni lontano da lei: lei che ora si sveglia dai suoi sogni inquieti in un luogo diverso, lei che forse neanche lo sa il vuoto che si lascia dietro… lei che quando ci vede ora sorride confusa. Il mio Natale… il nostro Natale sono quei pensieri, quelle parole, che ognuno di noi sente riecheggiare dentro di sé, nei momenti in cui quel posto a tavola mancante sembra una porta aperta verso il ricordo di un altro tempo, un tempo di spensieratezza e di magia, un tempo che più non torna e il cui ricordo tinge le ore e i giorni con i colori della malinconia. Ed è guardare i volti dei miei bambini accesi di entusiasmo, mentre tutti insieme prepariamo l'albero, e, mentre li guardi, pensare a quando, bambina, osservavi estasiata tua madre e tuo padre compiere quegli stessi gesti che ora sono i tuoi. Il mio Natale quindi, quest'anno ha, sì, un sapore diverso. Ma tengo stretta al cuore questa malinconia… perché in fondo essa è figlia delle felicità vissute, e che per sempre ci resteranno dentro, colmando gli spazi vuoti e ricordandoci di vivere con pienezza ogni momento.

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Gli aiutanti di Babbo Natale

12 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

La verità è che gli elfi, gli gnomi e i folletti sono creature delle foreste, dei boschi e delle montagne, ragion per cui tenerli in "azione" al Polo Nord, fin dalla notte di Natale, ehm, dalla notte dei tempi, si rilevò una funzionale e astuta mossa da parte del capo borgo di Santa Claus Town.

Come fece e come fa? Semplice: con la deforestazione e la perdita dell'habitat naturale codesti esseri più o meno magici non avevano e non hanno posti dove andare ad abitare, e di conseguenza risultano convinti, per non dire costretti, a cimentarsi con il lavoro che ben sappiamo.

Benefici e diritti? Santo Stefano, che eufemismo!
Il Signor Natale offre vitto e alloggio alle già citate creature, però devono guadagnarsi il pane, pardon, la cioccolata, attraverso la fabbricazione di giocattoli, l’impaccamento o comunque tutte le necessarie operazioni di logistica per non parlare della corrispondenza.

Al contrario di quanto si possa credere, le letterine indirizzate, salvo qualche rara eccezione, non vengono prese in consegna e gestite dal diretto interessato. Quest’ultimo, al massimo, si occupa del “bestiame” e di accendere i tantissimi camini disseminati un po’ ovunque nel rifugio strutturato principalmente in blocchi di cemento di neve. Per i pasti e per le pulizie degli alloggi ci pensa la Signora Natale.
Da segnalare che l’omone grosso in rosso con la barba sa benissimo tenere tutti in riga o, per dirla in altri termini, con due piedi in un natalizio stivale, difatti, non ha affatto bisogno di guardie o recinzioni per sorvegliare il personale, del resto, un passo fuori dal gigantesco igloo e il congelarsi le chiappe è sicuro come le renne che stanno in cielo.
Quindi, in conclusione, non c'è da stupirsi se gli aiutanti di Babbo Natale appaiono sempre così allegri e soprattutto laboriosi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Libri sotto l'albero: David Marsili, "Sunset Ramadan"

12 Dicembre 2019 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto, #recensioni

 

 

 

 

David Marsili
Sunset Ramadan

GM.libri – www.gmlibri.itlibri@gmlibri.it
Pag. 130 – Euro 14

 

David Marsili è una vecchia conoscenza, perché con il mio Foglio Letterario ha pubblicato Viscere (2008), Uomo di tungsteno (2011) e Stagioni chimiche (2015). Trovate ancora tutto, su www.edizioniilfoglio.com, Amazon e IBS, ché i buoni libri non vanno mai fuori catalogo. David Marsili è uno che sa scrivere, un affabulatore nato, imbastisce una storia partendo da Lo straniero di Albert Camus, ti porta per mano nei peggiori bar, non di Caracas ma di Livorno, dove incontriamo i ladri gli assassini e i tipi strani …  tanto cari a De André, tra mercato del pesce, locali equivoci e serate alternative. Tu guarda come ti descrive Livorno (sono sensibile a queste cose, passo il tempo a raccontare Piombino): “Livorno è un buco, un pentagono schiacciato circondato da fossi verdi e salati, e una manciata di strade dove alla fine passano sempre le solite comparse”. Il mercato del pesce: “Dal mercato chiuso il pesce sovrastava tutto, ma le liliacee emanavano le loro molecole aggressive, lasciando ai pomodori solo un senso leggero di orti annaffiati”. Il mercato centrale, visto dagli occhi di un profugo africano: “Adesso è quasi arrivato. E il mercato centrale è un ambiente ancora più familiare. Lo sente dai rumori e dagli odori. Sembra di essere in Sicilia, o addirittura in Tunisia. Gli si illuminano gli occhi, quasi si sente a casa. Adesso l’immagine è la Kasbah, giù, a Mazara del Vallo”.

La vicenda si sviluppa attorno al Sunset cafè dove orbitano strani personaggi: una donna che legge Camus, ragazzi che bevono aperitivi (un rito dei vuoti anni 2000), giocatori di carte, un professore (sembra l’alter ego dell’autore), alcuni arabi che fanno il ramadan. E poi c’è un inquietante poliziotto che si fa chiamare Roi Falco, indagatore di incubi diurni e notturni, vagabondo con licenza di uccidere per le strade della città che fu di Modigliani. Marsili scrive un noir che strizza l’occhio al pulp, al tempo stesso racconta la provincia e le sue consuetudini, affronta con leggerezza problemi attuali, riflette su razzismo, terrorismo, naufragi di profughi e attentati dell’ISIS. L’autore usa molto bene gli strumenti della narrativa di genere, anche se rileviamo un eccesso di modernismo letterario. I capitoli si alternano tra numerosi salti temporali, la narrazione non è consequenziale, se il lettore non fa attenzione rischia di perdere il filo della storia. Forse è solo un mio problema, la critica importante e i lettori forti di noir diranno che l’opera è strutturata secondo le regole insegnate nelle migliori scuole di scrittura creativa. Purtroppo il vostro povero recensore non le ha mai frequentate. E non ha intenzione di rimediare proprio adesso.

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I fiocchi cadenti

8 Dicembre 2019 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Giorno dell'Immacolata: prima nevicata di Dicembre.

Carmine, assai malinconico, premette il naso, condensando col respiro i vetri della finestra, scorgendo il vialetto, le panchine e gli alberi completamente imbiancati. Amava moltissimo vivere in quel quartiere. 

"Domani uscirò per fare un pupazzo di neve" pensò afflitto. "Ma senza di lui non è la stessa cosa."

Avvolgendosi con cura nel piumone, si rannicchiò sul davanzale della finestra, per poi alzare lo sguardo verso un cielo piuttosto scuro e nuvoloso, finché la neve cominciò a scendere giù sempre più veloce. Si sentì particolarmente ispirato e pensò di esprimere un desiderio. Per un istante valutò che non ci fossero stelle cadenti, per poi realizzare che ciò non appariva così rilevante, in quanto anche un semplice fiocco di neve poteva essere magico come una stella. Chiuse gli occhi.

"Vorrei che il nonno facesse pace con papà e potesse passare il Natale qui da noi" desiderò con tutto il suo cuore.

Riaprì gli occhi e, fiducioso, continuò a guardare la nevicata.

 

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Click

3 Dicembre 2019 , Scritto da Costantino Delfo Con tag #costantino delfo, #racconto, #fantascienza

 

 

 

 

 

Viviamo solo nel presente… la memoria vacilla... ci affidiamo alla rete per ricordare... Come sarà il nostro futuro? La tecnologia offuscherà le nostre menti? Scorderemo tutto?


Stava volando sopra l’oceano azzurro con il suo deltaplano e sentiva l’aria fresca che gli scompigliava i capelli.. era successo cinque anni prima durante una vacanza in Kenya: riprovava la medesima sensazione di frizzante libertà di allora, ma non riuscì a finire il sogno. Improvvisamente comparve la sigla ‘File not found’ accompagnata da un acuto e continuo segnale acustico, poi la visione si oscurò e Fenton si svegliò con una sensazione di smarrimento. Non sapeva dove si trovava e nemmeno che ci faceva in quel letto di una stanza sconosciuta. Schiacciò ripetutamente il pulsante sottocutaneo sul palmo della mano, click, click, click.

Era un meccanismo ideato nei tempi antichi e molto utilizzato negli apparecchi: strumento di precisione indispensabile di cui era fornito ogni utensile, meccanismo, congegno, apparecchio, arnese, serviva ad attivare o a disattivare la macchina. Spesso sul pulsante era indicato il verso: ON-OFF. Solo le macchine ne erano fornite, gli umani non si spegnevano o accendevano con un click, ma ancora seguivano l’antico rito del sole e della luna. A quei tempi ognuno regolava il suo ciclo vitale a piacimento e si sarebbe potuto anche continuare così, ma le scoperte scientifiche nel campo della medicina e della scienza sbalordirono. Furono introdotti nuovi farmaci e droghe, che rivoluzionarono i vecchi concetti di veglia e sonno, e fu il caos. Moltitudini di umani dormivano, rubavano e uccidevano alla luce del sole e altre moltitudini continuavano a dormire, rubare e uccidere nelle tenebre della notte.

Nell’anno del Giubileo 2115, proclamato dal Papa illegittimo Pio XXV, fu Jeremy Theodore Furfiack a vincere il premio Nobel Unificato per la Chimica, la Fisica, la Medicina, la Pace, l’Economia e la Letteratura, con la sua ricerca intitolata Un click per tutti. Pubblicò anche un libro di 100.223 pagine che andò a ruba e di cui furono rifatte 3456 edizioni; dieci film furono tratti da quelle pagine, con attori e registi di successo, uno di questi film vinse l’Oscar e seguirono ben sei serie televisive con circa 50000 puntate ciascuna. La gente impazziva. Tutti volevano farsi impiantare il nuovo congegno. Si racconta che, ai tempi di Furfiack, i capi di stato di USA, CINA e RUSSIA si fossero riuniti a Kyoto per parlare del nuovo mondo: tutti discussero e alla fine prepararono una bozza di comunicato della conferenza tramite una delle maggiori agenzie di stampa mondiali, la ‘Incorporated Agency for Public Affairs and Worldwide Olympic Games. I.A.P.A. & W.O, che così recitava: ‘Vedremo’.

Quell’unica parola lasciò spazio a varie interpretazioni e ognuno la intese come meglio credette. Vi fu ancora qualche calamità o disgrazia, qualche sventura, qualche disastro o tragedia, flagello o cataclisma, ma furono poca cosa e il mondo andò avanti, addirittura migliorando, lo sostenevano statistiche e sondaggi. Così miliardi di umani si fecero impiantare il nuovo dispositivo: con un semplice click si potevano fare sonni tranquilli di otto ore, per poi riprendere l’attività al mattino con un altro click, freschi e riposati. Alcuni modelli fornivano, con un modesto supplemento di spesa, sogni piacevoli e garantiti, ripescati nella memoria del singolo individuo. Si poteva dire che l’umanità vivesse al comando di un click. La App dei sogni era sicura e garantita dal contratto, scritto fitto fitto (Times New Roman 4) e composto di 100 pagine.

Però bisognava andarci cauti, perché ciò avrebbe implicato l’intrusione da parte del Server Mondiale nella memoria di ogni individuo e sarebbe stato un sopruso alla privacy. Ci furono infatti molti ricorsi alla Corte Suprema. Ma quando, dopo altri trent’anni, il presidente mondiale Jim Rudolph Theodore Furfliack, nipote di quel Jeremy che vinse il Nobel, emanò il decreto favorevole alla liberalizzazione dei sogni, vi fu comunque un’incredibile corsa all’acquisto della App, ormai legittimata alla archiviazione dei sogni e della memoria di ciascun individuo. Inutile dire che John Sebastian Click e Muhamed Alì della Columbia University, ideatori dell’App, diventarono ricchissimi.

Quella mattina, Fenton non capiva che cosa gli fosse accaduto, né riconobbe la donna che gli dormiva accanto nel letto. Si alzò e camminò nel buio tastando il muro, trovò la porta, uscì nel corridoio e si avviò alla scoperta della sua casa. La tenue luce dell’alba penetrava l’ampio salone e Fenton, avvicinatosi alla finestra panoramica, osservò dall’alto dei trenta piani la via sconosciuta che vedeva là sotto, l’Hudson e gli alti grattaceli che non riconobbe, poi i quadri, i mobili e gli oggetti della stanza. Nulla, non ricordava nulla, se non che stava volando alto nel cielo con il suo deltaplano. «Buon giorno, ti sei svegliato presto, eh?» disse la donna, stiracchiando le braccia. Lui la guardò e tacque. Lei andò in cucina a preparare la colazione. “Chi sei?” pensò. La seguì e si sedette al tavolo mentre lei era indaffarata. Quando arrivarono in tavola il caffè, i toast e le uova, lui le chiese: «Chi sei»? «Dai, Fenton, non fare lo stupido di mattina presto» gli rispose Ann. Lui non disse niente, continuò a mangiare, scostando i lunghi capelli che gli scendevano sulle uova.

(L’aveva pescato a Las Vegas, dove lei si esibiva in uno di quei locali minori, come ballerina e, dopo una settimana di follie, si erano sposati ad Austin. Lui lavorava come freelancer e copywriter per un giornale locale, e con i pochi soldi che avevano si trasferirono a NY city. Lei diventò una top model: era bella e il suo corpo vendeva bene, viaggiava molto e in tutto il mondo. Lui invece era un tipo schivo, solitario, e a vederlo com’era conciato nessuno gli avrebbe dato credito: portava i capelli lunghi fin sulle spalle, ed erano di un colore mal definito a causa della tinta variabile fra il giallo, il verde e il marrone aveva uno sguardo sornione e un gran nasone, gli occhi erano due brillanti spilli azzurri sotto le sopracciglia chiare. Ma era un punk travestito, dietro le sembianze nascondeva un intuito veloce, sicuro di certezze a cui non era possibile rinunciare. Quando prendeva parola nelle riunioni mattutine della Agenzia pubblicitaria, di cui era il vice, convinceva sempre tutti.)

Ora doveva convincere se stesso che quello che gli stava accadendo non era reale. Pensò di chiedere ancora qualcosa alla sconosciuta che gli stava di fronte, ma non disse niente. Finché lei tornò più bella di prima, truccata e vestita: «Oggi faccio presto, torno per le cinque» disse, e lo baciò prima di andarsene. Fenton riprovò a schiacciare il pulsante, che però non faceva più click. Era consapevole del mondo che lo circondava, ma era totalmente incosciente di sé, non ricordava proprio nulla. Trovò il bagno, si guardò allo specchio senza riconoscersi. Fece la doccia, si vestì con dei jeans sgualciti e una camicia hawaiana dai mille colori che aveva trovato sulla sedia in camera da letto, poi uscì. Prese l’ascensore, che lo depositò nell’atrio. «Buongiorno, signor Fenton, le chiamo un taxi?» gli chiese il portiere. «No, grazie, faccio due passi» rispose Fenton, e si avviò alla porta, sempre più smarrito.

Raggiunse la clinica ‘Ferramenta’ per farsi aggiustare il pulsante. Dopo le analisi il dottore lo ricevette nel suo studio: «Senta Fenton, la situazione è complicata, non è mai accaduto prima: l’esplorazione ha confermato il mal funzionamento del meccanismo, tuttavia non abbiamo potuto risalire alla causa del danno. Potremmo sostituirlo con uno nuovo ultimo modello, ma in questo caso perderebbe tutti i dati in quanto l’estrazione dal suo attuale meccanismo è impossibile. Bisognerà sostituire tutto». «Tutto il mio cervello?» chiese Fenton. «Sì, certo! Come è possibile che lei non abbia mai fatto un back-up del suoi dati? È una routine fortemente raccomandata in tutti i manuali, lo sa vero?». «Sì certo, dottore, lei ha ragione. Me ne sono scordato».

Fenton accettò di cambiare cervello, ma non poté recuperare la sua identità. Ricordi non suoi gli comparivano nei sogni: non erano ricordi della sua vita passata quelli che sognava, ma quelli della vita degli altri, e così non riuscì mai più a ricostruire la sua identità. Viveva le vite altrui.

Quello di Fenton fu il primo incidente, in seguito miliardi di altri meccanismi si guastarono. Il governo mondiale fu costretto a staccare la spina con un semplice click e il mondo rimase al buio, senza una memoria di sé.

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