racconto
Natale a sorpresa

«Va bene»
24 dicembre, stessa ora, qualche chilometro di distanza
I nostri due ragazzi, imbottigliati nel traffico dell’ultima ora pensano con terrore all’incontro tra consuoceri, i quali per ora si sono visti solo al matrimonio in comune, osteggiato dai genitori di Dora, Vittoria e Giovanni, sessantenni ultrà di Militia Christi, che sono contrari a tutto lo stile di vita dei ragazzi e che cercano di mettere bocca su tutto, inutilmente.
«Lo sento, finirà male, perché gli abbiamo dato retta? Non può funzionare il diavolo e l’acquasanta!»
«L’importante è che non senti altro, il cucciolo è tranquillo?»
«Angosciato. Lo intuisco.»
«Digli di resistere, domani è un altro giorno»
«Perché non lo fai tu? Mi piaci tanto quando vai lì sotto e gli sussurri parole dolci».
«Smettila, è un mese che non lo facciamo, se proviamo a fare qualcosa, tu vomiti e io con l’affare in tensione ci sollevo i pesi!»
«Te lo taglio l’affare, è colpa sua se ci troviamo in questa situazione».
«Amore, era troppo tempo che ti desideravo».
«Cinque secondi! Neanche il tempo di dire “stai attento!” che già avevi combinato il guaio».
«Ma ora è tutto risolto, avremo un cucciolo bellissimo e…»
«… e una vita difficile»
24 dicembre, ore 23.59.50
Quasi mezzanotte, tutti i protagonisti si trovano in una sala d’attesa di una clinica privata gestita da suore, pretesa da Giovanni, mentre Dora al suo arrivo è stata caricata e portata direttamente in sala parto.
«Meno dieci… nove…»
«Ma sei scemo, non è Capodanno».
«È solo per far vedere ai consuoceri sniffa incenso, inginocchiati davanti alla Madonna dell’Ospedale, che anche noi festeggiamo».
«Dai papà, smettila, io me li dovrò subire tutta la vita e sta per nascere mio figlio».
«Per la gente del porto lo chiami Gesù Bambino?»
«Lo lasci in pace? È il giorno più importante della sua vita, faglielo godere senza macchie».
«Agli ordini, Maura… però non dimenticherò mai il momento dopo cena, quando Vittoria si è alzata dicendo “stasera nasce il bambinello” ed a Dora si sono rotte le acque».
«Beh, ammetto che ripensandoci a mente fredda è stato esilarante, mi sono sentita la nonna dell’unto dal Signore, quindi la madre del triangolato».
«Smettetela entrambi, altrimenti mia suocera vi farà fare i gargarismi con l’acqua santa!»
«Ti hanno già chiesto perché sta nascendo in anticipo?»
«Perché è settimino!»
«E ci hanno creduto?»
«Sono cattolici, l’importante è che la forma prevalga sulla sostanza»
«Si stanno rialzando, a cuccia».
«Belle ginocchia callose da pretini, se provassi a rialzarmi io così, le rotule inizierebbero a rotulare per tutto il corridoio»
«Sssh! Arrivano!»
«Arriva anche il dottore!»
«Domanda retorica, siete voi i parenti di Dora?»
«Penso che sia l’unica a partorire stanotte, giusto?»
«Quest’anno sì»
«Anche nei 2015 anni passati?»
Il consuocero si gira stizzito
«Non è il caso di essere blasfemi».
Diego riceve su un polpaccio un calcio in mezza rovesciata che lo convince a non controbattere, mentre il dottore, per cambiare discorso, chiede: «Sapete? È nato esattamente a mezzanotte! Come lo chiamerete?»
Nilo alza la mano di corsa, prima che qualcuno metta bocca: «Magdalena, è un fiume della Colombia, è l’unico che abbiamo trovato degno di lei, che ha dei genitori con nomi di fiumi, visto che non la battezzeremo…»
Doppio mancamento, controllato con abilità.
«… la benediremo a Piazza Navona con l’acqua sorgiva della fontana del Bernini, quella dei quattro fiumi»
Per fortuna siamo in clinica, i nonni materni vengono subito presi e portati in rianimazione per finire questa piccola storia di Natale.
I maglioni

Quando ero bambino, precisamente a nove anni, ricordo che il giorno di Natale, mentre pranzavamo dai miei zii nella casa di campagna, mia nonna materna, anziché comprarmi dei completi invernali con tanto di scarpe come solitamente faceva ogni anno, mi regalò una serie di orrendi maglioni già detestati fin da subito.
La delusione fu evidente, tant'è che ripiegai con ruffianeria su mia nonna paterna, anch'essa invitata assieme a mio nonno, grazie ai tanti giocattoli e dolci ricevuti. La rivalità tra le due nonne era arcinota, quindi è facile immaginare.
La madre di mia madre ci restò male, e anche quest'ultima, che mi guardò visibilmente costernata. Entrambe mi chiesero di indossarne almeno uno, di quei non graditi capi, e di provarli dal primo fino all'ultimo. Erano tutti uguali, cambiava soltanto il colore, mentre, nonostante la misura risultasse giusta, non li avvertivo come i classici maglioni morbidi e comodi. Nossignore, praticamente pruriginosi e scomodi, tra l'altro non mi tenevano affatto al caldo.
Proposi con insolenza di darli in dono a uno dei miei cugini lì presenti.
«Ma ti stanno bene!» insistette mia madre.
«Sti maglioni sono una merda!» dissi spudorato. «Minchia, con tutto che c'è il camino acceso, sento più freddo di prima e poi mi fanno grattare!»
Mio padre, non sopportando più quello show, si alzò di scatto dalla sedia per mollarmi un sonoro ceffone con l'approvazione della mamma, anche perché i miei genitori non tolleravano assolutamente le parolacce da parte del sottoscritto. Si creò un clima di disagio, interrotto da mia zia che, con un finto sorriso, portò in tavola un grosso panettone, di cui anticipatamente rifiutai una fetta ostentando un'aria da duro.
Mi sedetti sul divano come un cane bastonato, con addosso l'ultimo dei maglioni provati, precisamente quello di colore verde simil militare.
Alcune ore dopo la mia famiglia e i parenti lasciarono il salone per dirigersi in campagna per una passeggiata digestiva, mi impuntai per rimanere da solo, con le braccia conserte e battendo nervosamente i piedi.
Appena si allontanarono, innanzitutto, mi tolsi quella “cagata” di dosso per rimettermi frettolosamente ciò che avevo prima. Il focolare era semi spento (del resto non potevano di certo lasciarlo incustodito) e di conseguenza non emanava quasi nessun calore, così, sia perché desideravo riscaldarmi e sia per spregio, lanciai il maglioncinaccio verde, assieme a tutti gli altri, all'interno del camino. Si infiammarono senza troppa difficoltà, soprattutto dopo che ebbi aggiunto alcuni rami reperiti in una stanzetta apposita.
Il fuoco mi tenne finalmente caldo, sebbene non allo stesso modo delle mazzate del babbo, che pigliai successivamente, una volta scoperto il misfatto.
Un Natale per sette fratelli

Svegliarsi presto la mattina per andare a lavorare rappresentava la solita e inevitabile routine, ma quel giorno era Natale. I sette fratelli saltarono dai loro letti con gioia ancor prima che il sole apparisse all'orizzonte. Persino il fratello più brontolone, appariva di buon umore.
I sette fratelli si precipitarono a pian terreno per poi radunarsi mano nella mano attorno all'Albero di Natale. Fischiettarono e cantarono in attesa che lei arrivasse.
Mela e cannella si diffondevano nel salone mentre Biancaneve, affaccendata, stava preparando il pranzo natalizio e canticchiando:
– Specchio, specchio delle mie brame, dov'è il Natale più bello del Reame? –
Oggi che giorno è per Mario?

Babbo Natale e la sua provenienza

Babbo Natale non conosceva la sua nazionalità. Una sera decise di scoprirla e chiese aiuto alla moglie e agli assistenti di Santa Claus Town.
La Signora Natale ipotizzava che il marito fosse della Groenlandia, abbandonato dalla balene su una banchisa del Polo Nord, mentre Joll, lo gnomo, affermava che il suo principale potesse essere di origine indiana, magari figlio di un qualche santone, oppure originario della Svizzera, per via che amava anche fin troppo la cioccolata e per l’immancabile puntualità (ad esempio con le consegne dei regali) di un orologio svizzero.
Babbo Natale non accettava nessuna di quelle ipotesi, e non appariva nemmeno tanto convinto di ciò che supponeva lui stesso, quindi, stanco di scervellarsi, si affidò ad un kit speciale, costruito appositamente da alcuni elfi scienziati, per stabilire finalmente le sue origini. Per i risultati passarono una quindicina di giorni non prima di un piccolo prelievo del sangue.
Giub, il folletto responsabile del laboratorio, gli lesse le pochissime parole del rapporto finale.
– Dice che sei grasso e felice – disse Giub – Possiamo tornare alla fabbricazione dei giocattoli? –
Babbo Natale sorrise, sospettava da sempre, e ora era convinto, di essere almeno un mezzo samoano.
Il mio Natale

Il mio Natale quest'anno è sfogliare con nostalgia un vecchio album di foto di famiglia. Immagini di noi, di tutti noi, in quell'abbraccio caldo e avvolgente che questi giorni di festa hanno sempre portato nei nostri cuori. Il mio Natale, quest'anno, sono gli occhi lucidi di mio padre, che vive la solitudine dei nuovi giorni lontano da lei: lei che ora si sveglia dai suoi sogni inquieti in un luogo diverso, lei che forse neanche lo sa il vuoto che si lascia dietro… lei che quando ci vede ora sorride confusa. Il mio Natale… il nostro Natale sono quei pensieri, quelle parole, che ognuno di noi sente riecheggiare dentro di sé, nei momenti in cui quel posto a tavola mancante sembra una porta aperta verso il ricordo di un altro tempo, un tempo di spensieratezza e di magia, un tempo che più non torna e il cui ricordo tinge le ore e i giorni con i colori della malinconia. Ed è guardare i volti dei miei bambini accesi di entusiasmo, mentre tutti insieme prepariamo l'albero, e, mentre li guardi, pensare a quando, bambina, osservavi estasiata tua madre e tuo padre compiere quegli stessi gesti che ora sono i tuoi. Il mio Natale quindi, quest'anno ha, sì, un sapore diverso. Ma tengo stretta al cuore questa malinconia… perché in fondo essa è figlia delle felicità vissute, e che per sempre ci resteranno dentro, colmando gli spazi vuoti e ricordandoci di vivere con pienezza ogni momento.
Gli aiutanti di Babbo Natale

La verità è che gli elfi, gli gnomi e i folletti sono creature delle foreste, dei boschi e delle montagne, ragion per cui tenerli in "azione" al Polo Nord, fin dalla notte di Natale, ehm, dalla notte dei tempi, si rilevò una funzionale e astuta mossa da parte del capo borgo di Santa Claus Town.
Come fece e come fa? Semplice: con la deforestazione e la perdita dell'habitat naturale codesti esseri più o meno magici non avevano e non hanno posti dove andare ad abitare, e di conseguenza risultano convinti, per non dire costretti, a cimentarsi con il lavoro che ben sappiamo.
Benefici e diritti? Santo Stefano, che eufemismo!
Il Signor Natale offre vitto e alloggio alle già citate creature, però devono guadagnarsi il pane, pardon, la cioccolata, attraverso la fabbricazione di giocattoli, l’impaccamento o comunque tutte le necessarie operazioni di logistica per non parlare della corrispondenza.
Al contrario di quanto si possa credere, le letterine indirizzate, salvo qualche rara eccezione, non vengono prese in consegna e gestite dal diretto interessato. Quest’ultimo, al massimo, si occupa del “bestiame” e di accendere i tantissimi camini disseminati un po’ ovunque nel rifugio strutturato principalmente in blocchi di cemento di neve. Per i pasti e per le pulizie degli alloggi ci pensa la Signora Natale.
Da segnalare che l’omone grosso in rosso con la barba sa benissimo tenere tutti in riga o, per dirla in altri termini, con due piedi in un natalizio stivale, difatti, non ha affatto bisogno di guardie o recinzioni per sorvegliare il personale, del resto, un passo fuori dal gigantesco igloo e il congelarsi le chiappe è sicuro come le renne che stanno in cielo.
Quindi, in conclusione, non c'è da stupirsi se gli aiutanti di Babbo Natale appaiono sempre così allegri e soprattutto laboriosi.
Libri sotto l'albero: David Marsili, "Sunset Ramadan"

David Marsili
Sunset Ramadan
GM.libri – www.gmlibri.it – libri@gmlibri.it
Pag. 130 – Euro 14
David Marsili è una vecchia conoscenza, perché con il mio Foglio Letterario ha pubblicato Viscere (2008), Uomo di tungsteno (2011) e Stagioni chimiche (2015). Trovate ancora tutto, su www.edizioniilfoglio.com, Amazon e IBS, ché i buoni libri non vanno mai fuori catalogo. David Marsili è uno che sa scrivere, un affabulatore nato, imbastisce una storia partendo da Lo straniero di Albert Camus, ti porta per mano nei peggiori bar, non di Caracas ma di Livorno, dove incontriamo i ladri gli assassini e i tipi strani … tanto cari a De André, tra mercato del pesce, locali equivoci e serate alternative. Tu guarda come ti descrive Livorno (sono sensibile a queste cose, passo il tempo a raccontare Piombino): “Livorno è un buco, un pentagono schiacciato circondato da fossi verdi e salati, e una manciata di strade dove alla fine passano sempre le solite comparse”. Il mercato del pesce: “Dal mercato chiuso il pesce sovrastava tutto, ma le liliacee emanavano le loro molecole aggressive, lasciando ai pomodori solo un senso leggero di orti annaffiati”. Il mercato centrale, visto dagli occhi di un profugo africano: “Adesso è quasi arrivato. E il mercato centrale è un ambiente ancora più familiare. Lo sente dai rumori e dagli odori. Sembra di essere in Sicilia, o addirittura in Tunisia. Gli si illuminano gli occhi, quasi si sente a casa. Adesso l’immagine è la Kasbah, giù, a Mazara del Vallo”.
La vicenda si sviluppa attorno al Sunset cafè dove orbitano strani personaggi: una donna che legge Camus, ragazzi che bevono aperitivi (un rito dei vuoti anni 2000), giocatori di carte, un professore (sembra l’alter ego dell’autore), alcuni arabi che fanno il ramadan. E poi c’è un inquietante poliziotto che si fa chiamare Roi Falco, indagatore di incubi diurni e notturni, vagabondo con licenza di uccidere per le strade della città che fu di Modigliani. Marsili scrive un noir che strizza l’occhio al pulp, al tempo stesso racconta la provincia e le sue consuetudini, affronta con leggerezza problemi attuali, riflette su razzismo, terrorismo, naufragi di profughi e attentati dell’ISIS. L’autore usa molto bene gli strumenti della narrativa di genere, anche se rileviamo un eccesso di modernismo letterario. I capitoli si alternano tra numerosi salti temporali, la narrazione non è consequenziale, se il lettore non fa attenzione rischia di perdere il filo della storia. Forse è solo un mio problema, la critica importante e i lettori forti di noir diranno che l’opera è strutturata secondo le regole insegnate nelle migliori scuole di scrittura creativa. Purtroppo il vostro povero recensore non le ha mai frequentate. E non ha intenzione di rimediare proprio adesso.
I fiocchi cadenti

Giorno dell'Immacolata: prima nevicata di Dicembre.
Carmine, assai malinconico, premette il naso, condensando col respiro i vetri della finestra, scorgendo il vialetto, le panchine e gli alberi completamente imbiancati. Amava moltissimo vivere in quel quartiere.
"Domani uscirò per fare un pupazzo di neve" pensò afflitto. "Ma senza di lui non è la stessa cosa."
Avvolgendosi con cura nel piumone, si rannicchiò sul davanzale della finestra, per poi alzare lo sguardo verso un cielo piuttosto scuro e nuvoloso, finché la neve cominciò a scendere giù sempre più veloce. Si sentì particolarmente ispirato e pensò di esprimere un desiderio. Per un istante valutò che non ci fossero stelle cadenti, per poi realizzare che ciò non appariva così rilevante, in quanto anche un semplice fiocco di neve poteva essere magico come una stella. Chiuse gli occhi.
"Vorrei che il nonno facesse pace con papà e potesse passare il Natale qui da noi" desiderò con tutto il suo cuore.
Riaprì gli occhi e, fiducioso, continuò a guardare la nevicata.
Click

Viviamo solo nel presente… la memoria vacilla... ci affidiamo alla rete per ricordare... Come sarà il nostro futuro? La tecnologia offuscherà le nostre menti? Scorderemo tutto?
Stava volando sopra l’oceano azzurro con il suo deltaplano e sentiva l’aria fresca che gli scompigliava i capelli.. era successo cinque anni prima durante una vacanza in Kenya: riprovava la medesima sensazione di frizzante libertà di allora, ma non riuscì a finire il sogno. Improvvisamente comparve la sigla ‘File not found’ accompagnata da un acuto e continuo segnale acustico, poi la visione si oscurò e Fenton si svegliò con una sensazione di smarrimento. Non sapeva dove si trovava e nemmeno che ci faceva in quel letto di una stanza sconosciuta. Schiacciò ripetutamente il pulsante sottocutaneo sul palmo della mano, click, click, click.
Era un meccanismo ideato nei tempi antichi e molto utilizzato negli apparecchi: strumento di precisione indispensabile di cui era fornito ogni utensile, meccanismo, congegno, apparecchio, arnese, serviva ad attivare o a disattivare la macchina. Spesso sul pulsante era indicato il verso: ON-OFF. Solo le macchine ne erano fornite, gli umani non si spegnevano o accendevano con un click, ma ancora seguivano l’antico rito del sole e della luna. A quei tempi ognuno regolava il suo ciclo vitale a piacimento e si sarebbe potuto anche continuare così, ma le scoperte scientifiche nel campo della medicina e della scienza sbalordirono. Furono introdotti nuovi farmaci e droghe, che rivoluzionarono i vecchi concetti di veglia e sonno, e fu il caos. Moltitudini di umani dormivano, rubavano e uccidevano alla luce del sole e altre moltitudini continuavano a dormire, rubare e uccidere nelle tenebre della notte.
Nell’anno del Giubileo 2115, proclamato dal Papa illegittimo Pio XXV, fu Jeremy Theodore Furfiack a vincere il premio Nobel Unificato per la Chimica, la Fisica, la Medicina, la Pace, l’Economia e la Letteratura, con la sua ricerca intitolata Un click per tutti. Pubblicò anche un libro di 100.223 pagine che andò a ruba e di cui furono rifatte 3456 edizioni; dieci film furono tratti da quelle pagine, con attori e registi di successo, uno di questi film vinse l’Oscar e seguirono ben sei serie televisive con circa 50000 puntate ciascuna. La gente impazziva. Tutti volevano farsi impiantare il nuovo congegno. Si racconta che, ai tempi di Furfiack, i capi di stato di USA, CINA e RUSSIA si fossero riuniti a Kyoto per parlare del nuovo mondo: tutti discussero e alla fine prepararono una bozza di comunicato della conferenza tramite una delle maggiori agenzie di stampa mondiali, la ‘Incorporated Agency for Public Affairs and Worldwide Olympic Games. I.A.P.A. & W.O, che così recitava: ‘Vedremo’.
Quell’unica parola lasciò spazio a varie interpretazioni e ognuno la intese come meglio credette. Vi fu ancora qualche calamità o disgrazia, qualche sventura, qualche disastro o tragedia, flagello o cataclisma, ma furono poca cosa e il mondo andò avanti, addirittura migliorando, lo sostenevano statistiche e sondaggi. Così miliardi di umani si fecero impiantare il nuovo dispositivo: con un semplice click si potevano fare sonni tranquilli di otto ore, per poi riprendere l’attività al mattino con un altro click, freschi e riposati. Alcuni modelli fornivano, con un modesto supplemento di spesa, sogni piacevoli e garantiti, ripescati nella memoria del singolo individuo. Si poteva dire che l’umanità vivesse al comando di un click. La App dei sogni era sicura e garantita dal contratto, scritto fitto fitto (Times New Roman 4) e composto di 100 pagine.
Però bisognava andarci cauti, perché ciò avrebbe implicato l’intrusione da parte del Server Mondiale nella memoria di ogni individuo e sarebbe stato un sopruso alla privacy. Ci furono infatti molti ricorsi alla Corte Suprema. Ma quando, dopo altri trent’anni, il presidente mondiale Jim Rudolph Theodore Furfliack, nipote di quel Jeremy che vinse il Nobel, emanò il decreto favorevole alla liberalizzazione dei sogni, vi fu comunque un’incredibile corsa all’acquisto della App, ormai legittimata alla archiviazione dei sogni e della memoria di ciascun individuo. Inutile dire che John Sebastian Click e Muhamed Alì della Columbia University, ideatori dell’App, diventarono ricchissimi.
Quella mattina, Fenton non capiva che cosa gli fosse accaduto, né riconobbe la donna che gli dormiva accanto nel letto. Si alzò e camminò nel buio tastando il muro, trovò la porta, uscì nel corridoio e si avviò alla scoperta della sua casa. La tenue luce dell’alba penetrava l’ampio salone e Fenton, avvicinatosi alla finestra panoramica, osservò dall’alto dei trenta piani la via sconosciuta che vedeva là sotto, l’Hudson e gli alti grattaceli che non riconobbe, poi i quadri, i mobili e gli oggetti della stanza. Nulla, non ricordava nulla, se non che stava volando alto nel cielo con il suo deltaplano. «Buon giorno, ti sei svegliato presto, eh?» disse la donna, stiracchiando le braccia. Lui la guardò e tacque. Lei andò in cucina a preparare la colazione. “Chi sei?” pensò. La seguì e si sedette al tavolo mentre lei era indaffarata. Quando arrivarono in tavola il caffè, i toast e le uova, lui le chiese: «Chi sei»? «Dai, Fenton, non fare lo stupido di mattina presto» gli rispose Ann. Lui non disse niente, continuò a mangiare, scostando i lunghi capelli che gli scendevano sulle uova.
(L’aveva pescato a Las Vegas, dove lei si esibiva in uno di quei locali minori, come ballerina e, dopo una settimana di follie, si erano sposati ad Austin. Lui lavorava come freelancer e copywriter per un giornale locale, e con i pochi soldi che avevano si trasferirono a NY city. Lei diventò una top model: era bella e il suo corpo vendeva bene, viaggiava molto e in tutto il mondo. Lui invece era un tipo schivo, solitario, e a vederlo com’era conciato nessuno gli avrebbe dato credito: portava i capelli lunghi fin sulle spalle, ed erano di un colore mal definito a causa della tinta variabile fra il giallo, il verde e il marrone aveva uno sguardo sornione e un gran nasone, gli occhi erano due brillanti spilli azzurri sotto le sopracciglia chiare. Ma era un punk travestito, dietro le sembianze nascondeva un intuito veloce, sicuro di certezze a cui non era possibile rinunciare. Quando prendeva parola nelle riunioni mattutine della Agenzia pubblicitaria, di cui era il vice, convinceva sempre tutti.)
Ora doveva convincere se stesso che quello che gli stava accadendo non era reale. Pensò di chiedere ancora qualcosa alla sconosciuta che gli stava di fronte, ma non disse niente. Finché lei tornò più bella di prima, truccata e vestita: «Oggi faccio presto, torno per le cinque» disse, e lo baciò prima di andarsene. Fenton riprovò a schiacciare il pulsante, che però non faceva più click. Era consapevole del mondo che lo circondava, ma era totalmente incosciente di sé, non ricordava proprio nulla. Trovò il bagno, si guardò allo specchio senza riconoscersi. Fece la doccia, si vestì con dei jeans sgualciti e una camicia hawaiana dai mille colori che aveva trovato sulla sedia in camera da letto, poi uscì. Prese l’ascensore, che lo depositò nell’atrio. «Buongiorno, signor Fenton, le chiamo un taxi?» gli chiese il portiere. «No, grazie, faccio due passi» rispose Fenton, e si avviò alla porta, sempre più smarrito.
Raggiunse la clinica ‘Ferramenta’ per farsi aggiustare il pulsante. Dopo le analisi il dottore lo ricevette nel suo studio: «Senta Fenton, la situazione è complicata, non è mai accaduto prima: l’esplorazione ha confermato il mal funzionamento del meccanismo, tuttavia non abbiamo potuto risalire alla causa del danno. Potremmo sostituirlo con uno nuovo ultimo modello, ma in questo caso perderebbe tutti i dati in quanto l’estrazione dal suo attuale meccanismo è impossibile. Bisognerà sostituire tutto». «Tutto il mio cervello?» chiese Fenton. «Sì, certo! Come è possibile che lei non abbia mai fatto un back-up del suoi dati? È una routine fortemente raccomandata in tutti i manuali, lo sa vero?». «Sì certo, dottore, lei ha ragione. Me ne sono scordato».
Fenton accettò di cambiare cervello, ma non poté recuperare la sua identità. Ricordi non suoi gli comparivano nei sogni: non erano ricordi della sua vita passata quelli che sognava, ma quelli della vita degli altri, e così non riuscì mai più a ricostruire la sua identità. Viveva le vite altrui.
Quello di Fenton fu il primo incidente, in seguito miliardi di altri meccanismi si guastarono. Il governo mondiale fu costretto a staccare la spina con un semplice click e il mondo rimase al buio, senza una memoria di sé.
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