Cormac McCarthy, "Cavalli selvaggi"
/image%2F0394939%2F20250207%2Fob_3318c5_9788806224028-0-0-536-0-75.jpg)
CAVALLI SELVAGGI
Cormac McCarthy
Cavalli selvaggi è un romanzo di Cormac McCarthy, pubblicato nel 1992; da esso fu tratto il film Passione ribelle con Matt Demon e Penelope Cruz nel 2000.
Il titolo è bello anche se nulla c'entra con quello originale, All the pretty Horses.
È ambientato tra il sud degli Stati Uniti e il Messico in un'epoca in cui in teoria il vecchio West dovrebbe essere terminato da qualche decennio, ma ne resta ancora l'atmosfera.
È un romanzo di formazione intensissimo che vede tre ragazzi finire appunto in Messico dove un tempo fuggivano i banditi e gli avventurieri. Il protagonista, John Grady, amante dei cavalli e dei ranch, sente di poter essere vivo solo in quella terra piena di contraddizioni; peraltro il libro si apre con il funerale del nonno del giovane e con la notizia che il ranch di famiglia sarà purtroppo venduto. Così vogliono i suoi genitori. Questa è una cesura fondamentale.
Il ragazzo, amareggiato, decide di mollare tutto e di partire con un amico andando oltre la frontiera dove incontrerà un altro giovane, dal passato misterioso e fonte di guai. Grady trova un Messico dai mille colori, un luogo magico dove si vedono persone di estrema generosità accanto a gente corrotta e vile, cittadine pericolose e povere accanto a luoghi dove la natura trionfa; l'autore regala passi caldi dove descrive con poesia feroce tramonti e notti accanto a un fuoco dove si mangia quello che si è cacciato.
Grady, appena sedicenne, come gli altri personaggi sembra adulto nel senso che affronta situazioni complicate con molto coraggio; si dimostra abile fino all'inverosimile con i cavalli. Sembra un vecchio cowboy con una sicurezza che talvolta arriva alla spavalderia. Ma con Cormac bisogna abituarsi ad adolescenti autonomi, pieni di forza, un po' disperati, indomiti, a volte pronti a fare discorsi "filosofici" sulla vita e la morte. Talvolta si trovano anche lunghi passi apparentemente slegati dalla vicenda principale, non sempre chiarissimi.
Il protagonista soffre e patisce, cerca vendetta in atmosfere che si fanno western, ha poca nostalgia di casa nonostante abbia pagato un bel dazio in termini di vicissitudini e peripezie.
Malgrado la forte violenza di tante situazioni, nel libro trova spazio il romanticismo di una storia d'amore, per quanto molto tormentata.
Alla fine il mondo di Grady è il Messico, guardato con sufficienza e disprezzo da molti americani; ma in quella terra piena di semplicità e arretratezza il mondo si è fermato e per chi quel mondo lo ama e detesta la modernità, è il posto dove viverci, pur senza trovare mai la felicità.
Luca Andrea Marino, "Ferite emozionali"
/image%2F0394939%2F20250204%2Fob_249868_foto-libro.jpg)
Ferite emozionali
Luca Andrea Marino
Eretica Edizioni, 2024
Ferite emozionali di Luca Andrea Marino (Eretica Edizioni, 2024 pp. 60 € 15.00) è un libro intensamente dominato da sensazioni e percezioni, promuove e sostiene la personale e accogliente corrispondenza con il mondo, l'attraente e appassionante conoscenza degli altri, lungo il cammino labirintico e disincantato della vita, nello spontaneo e persistente percorso di ogni inaspettato incantesimo nelle relazioni affettive. Luca Andrea Marino assegna al suo sentimento l'incisione inesorabile, applica la condanna del cuore nell'inevitabile dileguamento romantico, affronta le dolorose conseguenze dovute all'annientamento della mancanza d'affetto, gestisce le dinamiche psicologiche nell'esperimento sensitivo dell'esperienza e della direzione delle comprensioni, indica una linea di pensiero poetico, accosta lo sconcerto del vuoto esistenziale alla dispersione dell'impulso sensibile, tra commozione e distacco. I testi di Luca Andrea Marino si scontrano con la consapevolezza amara e toccante della realtà quotidiana, nelle occasioni di crescita interiore, nella rivelazione evocativa dei rimpianti, nella qualità disarmante e inafferrabile dei desideri, nella costante e risoluta necessità di colmare l'inconsistenza. Urtano nell'attrito delle tensioni affettive e nei contraccolpi del destino, ricadono sotto la risonanza della dimenticanza e dell'indifferenza emotiva, richiamano la memoria invisibile del dolore, diffondono l'eco profonda e significativa delle difficoltà, ricordano l'intensità della sofferenza, l'oscura complessità di accerchiare la fine di un legame e di inabissare l'impalpabile epilogo come un naufrago in cerca di salvataggio, nella sconfinata conquista della salvezza e dell'adesione alla vita. Le ferite emozionali che lacerano il vissuto di Luca Andrea Marino attraversano il luogo dell'anima, condensano l'urgenza di superare l'estraneità delle assenze, provocano l'esigenza di manifestare l'acuto presagio in intuizione sensoriale in cui l'osservazione di alcuni segni premonitori rivela profeticamente l'interruzione della coscienza, toccano l'incrostatura delle offese, stuzzicano i contrasti dello spirito indurito, rimarginano, nel coagulo, il tragitto di rinascita e di evoluzione. Il graffio del trauma (e non a caso nel termine greco la parola trauma coincide con ferita) irrompe l'immediatezza dell'impatto sconvolgente, segna l'isolamento spirituale dell'uomo, consente di recuperare la guarigione attraverso il superamento degli abbandoni e dei tradimenti, distinguere la vertigine della solitudine e affrontare l'avvolgimento delle illusioni, accostando l'ascolto con se stessi e con la propria resilienza, fortificando la fiducia e l'autostima, confrontando il coraggio contro le ostilità. La poesia di Luca Andrea Marino cristallizza l'essenza temporale dell'ispirazione soggettiva, scioglie e plasma il flusso di un'espressione universale, modella la reazione cicatrizzante dei ricordi. Luca Andrea Marino fa suo il compito nobile della poesia, di indagare le proprie inquietudini e accogliere la possibilità di nutrire la propria risorsa incisiva nella redenzione delle parole, nella forza di ridurre la sospensione di ogni pagina e lenire la superficie della saggezza, nell'inseguire l'impronta intima della corrispondenza per mezzo degli strumenti celebrativi degli scenari, dei suoni e dei colori che animano il suggestivo carattere dell'umanità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Dove ti porterai oggi
con le tue scarpe nuove
che fanno male alla strada
quando intralcia gli sguardi altrui?
E le tue timide mani
di cui ti affanni di dimenticarti
che splendono dentro,
lasciano cadere un fragile sorriso.
--------------------------------
Bisognoso di una febbre
che mi avvinghi a sé
e solleticandomi con dolore
vigili sul tepore della domenica
stridendo la sofferenza.
-------------------------------
Il paese non è qui
ma una tua civiltà
si è fatta strada senza scuse.
Ore come queste mi acclamano
ma senza fidarmi mostro il sospetto
per quello che è già trascorso.
-------------------------------
Non è oblio
se non si sa distinguerlo mentre osservo
il fondo del bicchiere
in cerca di una calma versata
che mi ristori
dalla voglia di punirmi.
Dalla tua piovono risate
a vanificare il tentativo
di crescere e maturare nella ragione
trasfigurandoti nell'offesa
con abile puntualità.
-----------------------------
Alla tua pace
invochi con libero scambio
la propria cura con la sorte.
Che lo sforzo non ti mortifichi
senza renderti sobria
dei tuoi anni.
--------------------------
Con una guerra
si snodano queste note
tenute dal filo spinato
e che vibrano senza fischiare
riverberi attorno al fuoco.
--------------------------
Assaporo il tuo verso
mentre mi reclami,
volgendoti a ricordarmi
quanta audacia serve la sorte
per esprimersi nelle sue forme.
----------------------------
Cerco la traduzione di chi
a mio parere,
possa svelarmi come vivere
prima ancora di sapere e di trascrivermi
lasciandomi scegliere il rimedio.
William Dalrymple, "Il ritorno di un re"
/image%2F0394939%2F20250203%2Fob_c94a7b_images-1.jpg)
Il ritorno di un re
William Dalrymple
Adelphi
Il ritorno di un re è un libro di William Dalrymple, edito da Adelphi.
La vicenda storica è molto articolata e si svolge tra India, retta allora dalla Compagnia delle Indie, Russia, Afghanistan e Persia. Ci troviamo quindi nella grande cintura tra Impero Russo e India Britannica e si vivono le grandi tensioni più o meno sotterranee tra Pietroburgo e Londra, con i timori inglesi di un'espansione ulteriore dell'influenza degli zar in particolare verso Kabul. Difficile non pensare alle tensioni che anche oggi restano forti in queste aree.
Chi ha letto Il Grande Gioco di Peter Hopkirk troverà atmosfere simili; spie, intrighi, regolamenti di conti, carrierismi esasperati e competizione sfrenata tra politici e diplomatici soprattutto inglesi. Ma soprattutto, rispetto al libro di Hopkirk qui ci sono sanguinosissime guerre e non solo per procura. Assistiamo all'invasione britannica dell'Afghanistan del 1839 dettata dalla volontà di imporre al paese un re filoinglese; questa grande e costosa invasione avviene in modo irragionevole. L'emiro afghano Dost Mohammed stava resistendo alle pressioni dei russi e intendeva avviare ottimi rapporti con gli inglesi, grazie al grande lavoro dell'ufficiale ed esploratore Burnes, molto apprezzato a Kabul. Ma la linea che passa è quella opposta; nonostante i rapporti di Burnes sottolineino il positivo atteggiamento di Dost verso l'Inghilterra, i suoi superiori in India si convincono che il sovrano stia per cedere ai russi e perciò convincono Londra che si deve agire in modo aggressivo. Viene imposto come sovrano il vecchio Shujah, un re cacciato molti anni prima e che viveva in esilio in India. È l'inizio del disastro. Un capo afghano disse ai generali inglesi: "Avete portato un esercito in Afghanistan, ma come lo farete uscire?".
Infatti, quando il nuovo re si dimostrerà un fantoccio in mano agli stranieri, non in grado di far rispettare le tradizioni e la religione, nascerà una aggressiva opposizione. Complice l'enorme superficialità dei comandi inglesi, inizia la catastrofe che avrà il suo acme lungo le vallate e i passi montani in cui le truppe soprattutto indiane tentano di ritirarsi. Ma questa è solo la prima parte dei fatti prima di una nuova invasione, condotta dalla cosiddetta Armata vendicatrice che compirà enormi stragi e distruzioni per reagire alle umiliazioni subite precedentemente. Nel complesso l'Afghanistan si rivela un paese non occupabile, diviso tra clan e faide, povero ma agevolato da una morfologia che rende quasi impossibile la sua duratura conquista. Eppure i vari statisti ancora una volta saranno sordi davanti alla lezione della storia. Sia nel 1979 da parte dei sovietici, che di recente, da parte statunitense intorno al 2001, saranno avviate lunghe guerre e invasioni del paese, destinate alla fine al fallimento.
Il libro è ricchissimo di personaggi, anche femminili, con sguardi che spaziano dall'India britannica, al Punjab, alla Russia. Indimenticabili soprattutto due figure romantiche in azione sui due fronti opposti, ma con molte similarità tra loro. C'è infatti il già citato Burnes, acuto conoscitore dell'Asia ma con pochi appoggi in alto e l'ufficiale zarista Jan Vitkevič; conoscitore di molte lingue e dialetti locali, aveva sposato la causa russa per uscire dalla difficile situazione legata alle condanne subite come insorto polacco. Ambedue saranno fra le innumerevoli vittime in questi anni tormentati.
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
/image%2F0394939%2F20250202%2Fob_8a97ef_rosetta-pietro-poesie-nascoste-nella.png)
Pietro Rosetta
Poesie nascoste nella dispensa
Guido Miano Editore, Milano 2024
La raccolta Poesie nascoste nella dispensa (Guido Miano Editore, Milano 2024) ci fa incontrare una delle tante figure di autore “prestato” alla poesia, ma proveniente da tutt’altro campo che quello letterario. Pietro Rosetta, infatti, è un Oftalmologo, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Eppure sembra un autore consumato, non certo un principiante. Lo testimonia anche il fatto che il suo esordio nella poesia risale al 1997.
Sotteso a tutta quest’opera c’è un amore che lacera e sembra far presentire una fine prossima, tanto che, ad un certo punto, l’Autore gli dedica quasi un epitaffio: “Qui giace il nostro amore/ a due passi da quelle onde agognate/ che lontane come non mai,/ ora, tormentano senza pace il silenzio dei nostri cuori”. Tuttavia tale amore, a tinte a volte drammatiche, non comporta alcuna solitudine, poiché tutti siamo “onde della stessa acqua”, come notato anche nella Prefazione di Enzo Concardi: “è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego” – e per questo l’itinerario dell’opera si riassume come un cammino “tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi”.
Fra tali apparenti opposti c’è il tempo della vita, che corre via e costringe il poeta ad esprimersi con pensieri concitati, come nella poesia (solo un asterisco come titolo, come molte altre) che inizia e finisce con le medesime parole “Il tempo è sbocciato”. Poesia da leggere tutta d’un fiato, perché è quasi senza punteggiatura tranne cinque virgole e il punto finale, ma il cui messaggio è semplice, comprensibile a tutti: è immagine del tempo che fugge - appunto. E il tempo della vita porta con sé tanto i ricordi (a volte sbiaditi, a volte fulgidi, a volte amari e a volte dolci) quanto gli incontri con persone sorprendenti, come la suora che nel poeta fa nascere interrogativi e così la tratteggia: “senza parlare preghi quel tuo/ Gesù che da sempre nascondi/ in cucina nella dispensa”; o come la “Maria, stanca Maria”, il cui sguardo basta a far intuire “del giorno in cui una nonna/ ti aveva spiegato il peso della vecchiaia”.
Quanto al modo di scrivere, uno stilema tipico di Pietro Rosetta, quasi insistente, è la ripetizione delle stesse parole o di un intero verso, a mo’ di ritornello d’una canzone: il che dà al lettore la sensazione di leggere delle nenie (come “I canti delle vedove”, “Questa notte”, “Quando la città è lontana”, “Centrato da non so quale grandine”, “Non so” – per fare solo alcuni esempi). Due volte, poi, una poesia inizia e conclude con le medesime parole (“Il tempo è sbocciato” e “Il tempo è maturo”). Però nessuna pesantezza grava sul fluire dei versi, che corrono via con semplicità e immediatezza, coinvolgendo il lettore, quasi costringendolo ad andare avanti. E così si arriva alla fine del libro senza accorgersene, con la voglia di leggere ancora, per scoprire quale mistero si celi dietro l’affascinante racconto poetico dell’Autore, il quale sembra quasi descriversi compiutamente in questi versi: “Rintanato nella caverna/ della mia vita/ mi riscaldo al fuoco dell’esperienza” – ma anche tenta la nostra curiosità di conoscere altri suoi “appunti dimenticati/ nella fretta del passaggio”.
Marco Zelioli
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)