INTRODUZIONE ALLA VITA MEDIOCRE di Arturo Stanghellini (1887 – 1948)
6 Giugno 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

Prima pubblicazione 1920
Si tratta di un memoriale di guerra scritto dall’ufficiale pistoiese Arturo Stanghellini che nella vita civile era un insegnante. È una raccolta di episodi che visse sul Carso e sugli altipiani, narrati con stile curato e atteggiamento riflessivo; non manca nel complesso un tono fortemente elegiaco, improntato a esprimere l’atmosfera luttuosa di una guerra dove molti cari amici dell’autore muoiono. Certi passi possono risultare piuttosto pesanti, anche se proprio la sua prosa dolente fotografa bene l’idea di sconsacrazione del territorio nazionale, invaso dopo il tracollo di Caporetto; a fatica lo stesso Stanghellini evita la cattura, registrando con mestizia la vergogna di uno sbandamento generale, ma anche la fermezza di alcune personalità che arginarono in parte il disastro.
In qualche caso, ma raramente, emerge una triste ironia, come quando il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, interviene per ricompensare il reparto distintosi sul Monte Pecinka; a quel nome pronunciato durante la cerimonia, i soldati hanno un sussulto poiché non sapevano come si chiamasse il luogo dove si erano duramente battuti per tanto tempo. Bisogna scrivere il nome a casa, commenta qualcuno. È quindi una guerra anonima, senza luoghi e nomi noti, non si sa dove si combatte e forse nemmeno il perché.
Ma il dato saliente che spiega il titolo, è che per Stanghellini la guerra è tragedia ma è anche “vita vera” cui non può che seguire la “vita mediocre”.
Restiamo comunque lontani da ogni esaltazione vitalistica di tipo dannunziano. Nella trincea nascono amicizie, solidarietà, rapporti chiari, proprio sotto la spada di Damocle della morte: “E si pensa che la vita più forte era vicino a quella calda morte sanguinante”.
Nella pace vigono invece la mediocrità, la meschinità, la doppiezza. Quando nel novembre 1918 si conquista la vittoria, il reparto del giovane ufficiale non può sfilare nei paesi appena liberati dagli austriaci e gli viene preferito uno squadrone di cavalleria, ben più presentabile. Arturo non protesta; è la pace e quindi l’ingiustizia, commenta con rassegnazione. La stessa vittoria viene timidamente festeggiata dai suoi compagni perché il ricordo dei caduti è troppo fresco. Finita la guerra, non restano da vivere che le “ore piccine” della vita. Il lato più alto di essa è già stato speso. Inoltre, i reduci parlano solo a se stessi; come i vecchi garibaldini che sfilavano nelle ricorrenze e non capivano, secondo il memorialista, di essere inutili frammenti del passato, così i reduci non hanno nulla da dire ai più giovani o a chi la guerra non l’ha fatta. Ognuno ha avuto la sua vita, i suoi ricordi, le sue tensioni, ma il tempo invecchia presto tutto e quindi il proprio vissuto resta un patrimonio limitato a una generazione.
È un pessimismo in contrasto con la professione di Stanghellini che fu insegnante e che quindi dovette parlare alle nuove generazioni. L’autore sembra non credere nel valore del racconto di certe grandi esperienze e alla valenza didattica della testimonianza; eppure, l’aver scritto il memoriale va comunque in senso opposto rispetto al suo pessimismo. Può aver influito sulla sua visione il senso del dramma vissuto, quasi incomunicabile ai giovani per l’unicità del tributo di sangue versato. Ma il valore della sua testimonianza scritta rimane e ci parla ancora, anche dopo cento anni da quei fatti.
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