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Arte al bar: ULISSE SARTINI "Papa Francesco"

Buon anno a tutti i lettori della signoradeifiltri, è iniziato un nuovo anno con tante speranze, fra i mille colori dei brindisi e dei fuochi artificiali; le solite speranze che magari prima o poi si materializzeranno perché è proprio questo il bello della vita, la soddisfazione di vedere realizzati i desideri tanto sperati.
Oggi al bar siamo pochi aficionados, dietro al banco bar c'è Peppino il pensionato che sostituisce Gianni, il nostro amico ha lavorato insieme a suo cugino Nino come barman in una discoteca la notte di S.Silvestro e adesso si sono presi qualche giorno di vacanza, sembra che siano andati a fare il giro di Roma in bicicletta perché, come Roma non si è fatta in un giorno, per visitarla tutta ci vuole almeno una settimana, e così per ora il re del caffè sarà Peppino, non abbiate paura ha lavorato una vita sulle navi da crociera e ne sa più di Carlo in Francia.
Molto bene, allora, volete sapere di quale artista parleremo oggi? Oggi vedremo l'arte espressa nella sua immagine più classica; quante volte vi ho descritto opere fuori dall'ordinario non eseguite sul cavalletto, senza tavolozza e fuori dalle botteghe d'arte? Bene, invece, questa di oggi è quella tradizionale e l'artista è un grande appassionato e successore dell'arte del '500, sia per tecnica che per modalità pittorica.
Ma oggi voglio fare un cambiamento di programma, inizierò descrivendovi la sua opera e poi parleremo dell'uomo artista. L'artista è Ulisse Sartini e la sua opera è il ritratto di Papa Francesco.
Ho scelto questa opera per una motivazione ben precisa; il mondo ha sempre più bisogno di pace, che non vuol dire solo il rifiuto della guerra ma, inconfutabilmente, tutti hanno sempre più bisogno di pace sul lavoro, in famiglia, a scuola, nelle strade, nei rapporti con il prossimo, con gli animali, con l'ambiente. Perfino nel mondo dello sport, dello spettacolo e della cultura c'è bisogno di pace e Papa Francesco, anche per chi non crede o appartiene ad altre religioni, è una figura che ispira la pace e, se i suoi occhi sono lo specchio dell'anima, non possiamo fare altro che prenderlo ad esempio e ascoltare le sue parole con convinzione; senza una stasi di pace c'è il nulla e l'umanità è destinata a fare una brutta fine, questo è purtroppo innegabile.
L'opera di Ulisse Sartini è un olio su tela tonda, diametro 140 circa, del 2013, fa parte della collezione della Fabbrica di S.Pietro ed è stato il lavoro preparatorio al mosaico esposto insieme a tutti gli altri papi a S.Paolo fuori le mura.
Sul fondo sfumato color ocra spicca bonariamente la sua figura vestita nell'abito papale, che sembra apparire con la fantasia una corazza contro ogni futura avversità, le spalle sono forti a sostenere il peso delle questioni mondiali; lo sguardo è sereno ma consapevole della responsabilità che gli è stata concessa, Papa Francesco sa che che lo aspetta un duro lavoro.
Ulisse Sartini, maestro del ritratto, ha saputo entrare nella sua coscienza e, con il suo talento, lo ha riprodotto nella sua vera essenza, un buon padre per tutti.
In questi casi potrebbe esserci il rischio che l'artista sia portato, grazie alla sua perizia tecnica, ad esaltare il personaggio, invece Ulisse Sartini ha dipinto Papa Francesco semplicemente come uno di noi, come Peppino con le sue rughe, come Giovanna che ride poco ma dentro di sé ha un universo di emozioni, come Francesca la stilista che è un po' timida, come Tonino il tassista con la sua simpatia contagiosa; insomma, Papa Francesco, dipinto dalla sapienza artistica di Ulisse Sartini, è il Papa giusto arrivato al momento giusto, perché siamo diretti verso un punto di non ritorno ma amore, fiducia, conditi di sano ottimismo, possono fare tanto. L'arte in tutte le sue espressioni è il linguaggio che unisce i cuori e le menti; Ulisse Sartini è uno dei tanti, un esercito di artisti armati di talento nati per farci voler bene alla vita. L'arte è per tutti, deve esserlo per tutti, anche per gente semplice come noi in questo bar che a volte non la capiamo, ci rimane difficile entrarne in contatto perché distratti dalla baraonda quotidiana ma per fortuna i tempi sono cambiati, adesso con un click possiamo aprire le porte del mondo, l'arte sarà la scaletta che ci porterà ad essere migliori.
Ulisse Sartini è nato a Ziano Piacentino il 30 Maggio del 1943, giovanissimo, con ancora nell'aria la tristezza e la desolazione della guerra terminata da pochi anni, si trasferisce a Milano, ove studia l'arte, l'unico modo per volare con la fantasia sopra le macerie lasciate dal dramma bellico, e non è un caso che sia da subito attratto come una calamita dal Rinascimento, il periodo storico così ricco di grande tecnica e di considerazione per l'essere umano.
Ulisse Sartini ha per natura tutto quello che serve per essere un artista, deve solo lavorare e, quando lo si fa con passione, tutto diventa più facile. Ha una grande sensibilità interiore che lo guida e lo indirizza verso il suo modo di essere artista, studiare, pertanto, e rappresentare il mistero dell'infinito. Diventerà un maestro del ritratto, uno dei migliori, riconosciuto internazionalmente e, al momento, è uno dei più grandi ancora viventi.
Realizzando un ritratto l'artista legge i cuori degli esseri umani, la sua tecnica artigianale è il lavoro dell'uomo in fusione con la materia, grazie alla fantasia propria di ogni artista che con ogni opera entra in contatto con tutto ciò che c'è di più profondo. Ogni essere umano detiene le sorti dell'umanità e Ulisse Sartini sa, come i grandi artisti del '500, interpretare la natura umana con una tecnica che, per bravura, si avvicina alla fotografia. Ma Ulisse non vuole essere una primadonna della tecnica, non vuole stupire, non vuole mettersi in competizione con una fotocamera, vuole solo essere se stesso, la sua pittura è umana, fatta da un uomo, giorni di lavoro impastando i colori con amore, isolandosi con la sua anima e con i soggetti raffiguranti, vuole solo sentirsi un essere umano parte di questo sconfinato microcosmo.
Amici lettori, con questo grande artista vi salutiamo, vi auguriamo ancora un buon 2019, e vi aspettiamo sempre qui al bar per parlare ancora di arte, tanti colori e tanta fantasia per quest'anno che è appena iniziato.
Arte al bar: YVES KLEIN "Anthropometries"

Amici lettori della signoradeifiltri, Natale è passato ma nel nostro bar l'albero sarà ancora in bella mostra fino alla Befana, dopo S.Silvestro, la notte dei cin cin, del cotechino e lenticchie, e dei sogni ben auguranti sotto le stelle.
Oggi ho per voi la prima opera del nuovo anno e vi presenterò ancora un artista insolito, ancora un artista senza cavalletto e tavolozza, senza il tetto dello studio sopra la testa, e i pantaloni sporchi di colore, anzi, se proprio si è sporcato, lo ha fatto con un solo colore. Sto parlando di Yves Klein.
- Walter, questo Klein dove lo hai pescato?
- Giovanna, ancora per una casualità, proprio qualche giorno fa vidi una sua foto in un articolo di un vecchio magazine che non ricordo di cosa parlava, ma sotto la sua foto c'era scritto "Yves Klein pittore monocromo". A parte questo, il particolare che mi aveva incuriosito è stata la sua faccia da ragazzo, con gli occhi grandi da Pierino la peste, e la bombetta in testa alla Chaplin. Allora ho fatto una rapida ricerca e ho scoperto un artista fuori dall'ordinario.
Yves Klein (Nizza, 28 aprile 1928 – Parigi, 6 giugno 1962)
Procreato da entrambi i genitori pittori, l'arte divenne, per questo artista francese, un argomento di routine, eppure i suoi studi furono indirizzati altrove. Sopratutto attratto dall'Oriente e dalla pratica dello judo, sport di concentrazione, una disciplina fatta di filosofia, in equilibrio fra spirito e forza fisica, uno sport così lontano da quello più amato dai francesi dell'epoca, la bicicletta, cosa che la diceva lunga sulla personalità già ben definita del giovane.
Yves Klein iniziò a dipingere quasi per forza d'inerzia ma tappa obbligata per ogni adolescente fu farlo fuori dagli schemi. Dal 1948 al 1952 lui, ventenne con alle spalle il dramma della guerra, affamato di libertà e fantasia, iniziò a viaggiare, Italia, Inghilterra, Spagna, Giappone, ogni luogo una spremuta di apprendimento, sopratutto in Italia, dove, grazie a Giotto, scoprirà l'attrazione verso il monocromatismo, che diventerà per lui quasi un'ossessione creativa, la sperimentazione dell'utilizzo di un solo tono di colore, dove tuffarci dentro corpo e anima, talmente convinto da estraniarsi dalle critiche ricevute.
Ma sull'onda folle della magia artistica degli anni '50/'60, Yves Klein andò avanti per la sua strada, finché, a metà del 1960, inventò il suo colore perfetto, brevettato da lui, "international Klein blue". Il periodo "blue" era il suo linguaggio artistico prioritario, un eccezionale blu, blu come il cielo, come il mare, un qualcosa per andare oltre le forme e farsi attrarre dalla magia del colore, ne bastava uno solo e per lui era speciale.
Come tutte le cose belle, la sua arte, fra pittura, fotografia e contaminazione di tecniche, terminò presto perché, dopo soli 34 anni di vita, a causa di un infarto, partì per l'ultimo viaggio. In appena sette anni di attività lasciò oltre mille opere e una traccia profonda nel mondo dell'arte. Le sue sperimentazioni sarebbero diventate leggenda.
- Secondo me era un po' pazzo. (Giovanna.)
- Ma come si fa a chiamarla arte? Chiamatela come volete ma non capisco dove sia la vera arte. (Franco il gelataio.)
- Io dico che a scuola non glielo hanno insegnato. ( Peppino il pensionato.)
- Che cosa?
- A disegnare, ma scusa, secondo te Michelangelo, Raffaello e Leonardo erano stupidi a non usare un colore solo e a realizzare opere piene di forme e di tinte? (Peppino il pensionato.)
- E vabbè, però mica tutti parlano la stessa lingua, c'è chi parla inglese, francese, spagnolo, portoghese, arabo e cinese. (Roberta la scrittrice)
- E' giusto, noi per esempio non parliamo in romanesco. (Tonino il tassista)
- E allora? (Giovanna.)
- E allora ogni artista, fa l'arte che gli pare... Raccontaci un po' di quell'opera che vorresti descriverci... (Mimmo il giornalista.)
- Sarà un piacere, in pratica si tratta di una modella completamente nuda che, ricoperta su tutto il corpo del colore blu, doveva rotolarsi sul fondale bianco e lasciare la propria impronta, non più l'artista con in mano un pennello - uno strumento ritenuto da Klein, in questo caso, superfluo - ma un vero corpo umano a contatto e in fusione con la materia, un'azione che metteva in armonia l'essere umano con la natura artistica creando un'opera unica. Solitamente le opere si guardano ma non si toccano, in quel caso il corpo diventava la stessa opera d'arte e l'impronta lasciata ne era la traccia. Nell'azione artistica opera e fruitore dell'arte sono una cosa sola.
- Ma era tutta nuda? Però, bella questa idea! (Saverio il gommista.)
- E dai, pensi sempre a una cosa sola! Non devi pensare alla nudità come la intendi tu ma all'essere umano, in questa caso una donna, parte artistica dell'universo.
- Ma quella là, mica si può esporre con un chiodino alla parete! (Giovanna.)
- Però puoi sempre riconoscere l'originalità e poi considerare il fatto che l'arte ha tanti linguaggi quanti la fantasia di un artista possa inventarne, inoltre l'arte è un vero atto di fede verso la vita... uhhhh... a proposito di fede, sapete che quest'artista, in apparenza pazzo e ipereclettico, nella sua intima essenza deteneva anche una forma di rispetto verso la religione?
- Perché, prima di dipingere pregava? (Don Alfonso.)
- No, ma una volta, grazie a una casualità, si scoprì che nel 1958 Klein offrì in omaggio al santuario di Santa Rita da Cascia un suo monocromo blu, per poi fare ritorno al santuario della Santa nel 1961, questa volta portando in regalo un cofanetto in plexiglass, contenente, divisi in tre parti uguali, dei pigmenti rosa, blu e foglia d'oro, insieme a una preghiera scritta su sette foglietti di suo pugno, rivolgendosi con devozione alla Santa. Tutto ciò venne scoperto nel corso di lavori di ristrutturazione nel 1979 dagli artisti che dovevano restaurare la cupola affrescata da Luigi Montanarini. Chiesero alle suore se avessero dei pigmenti e della foglia d'oro per fare delle prove e, quando una monaca portò loro la scatolina dell'artista francese, scoprirono con grande stupore chi fosse stato l'autore dell'omaggio alla Santa.
Yves Klein non era solo un classico artista genio e sregolatezza creativa ma anche ricercatore di un legame con l'assoluto, e la fede che cosa non è se non un atto di amore? L'arte non è vi è uguale? Che cosa è l'arte? La realizzazione manuale di un'opera, studiata, immaginata, trascritta con grande amore, amore per la vita, sulla quale si possono avere dubbi e pareri contrastanti, ma rimane sempre il fatto che è l'amore che debba segnare tutta la nostra esistenza.
Nel bar tutti sono rimasti in silenzio, forse nessuno se lo aspettava. Nell'immaginario collettivo, un artista è visto come un visionario dal talento innato ma forse in realtà pare che sia invece vera la definizione di Madre Teresa di Calcutta che afferma che siamo tutti delle matite, delle piccole matite nelle mani di Dio.
Amici lettori della signoradeifiltri, vi lascio con questo articolo dedicato all'arte, il nuovo anno è iniziato ed io, insieme ai miei personaggi, alla redazione del blog più ganzo cultural del web, auguriamo a tutti voi un sereno, uno splendido, uno strepitoso anno.
Arte al bar: HULA "What if you fly " project
Gentilissimi lettori della signoradeifiltri, oggi ho le mani così fredde che non riesco a scrivere, eh già, perché ho proprio il "viziaccio" di scrivere a mano, con la classica penna sul classico pezzo di carta bianca e...
- Ti ci vorrebbe un cioccolato caldo.
- Gianni, buona idea, è il primo cioccolato caldo della stagione, a quanto pare il freddo è arrivato.
- Arriva subito.
- Il grande freddo?
- No, il cioccolato caldo.
Me le invento tutte per ritornare bambino, solo il pensiero infantile del dolce ti fa scaldare il cuore e la mente, beh, poi per le mani ci penserà il cioccolato caldo in tazza del mio amico Gianni.
Molto bene amici lettori del blog più cioccolatoso del web, per rimanere in tema temperatura glaciale (poi vi dirò perché) oggi vi presenterò l'opera di un giovane artista fuori dall'ordinario, un artista che lavora per la quasi totalità del suo tempo all'aperto senza cavalletto, fuori dalle pareti di uno studio e senza alcuni tradizionali strumenti e modalità operative classiche di ogni artista. Sto parlando di Sean Yoro in arte Hula.
- Ah! E chi sarebbe questo Hula?
- Giovanna, è un giovane artista hawaiano.
- E dove lo hai pescato?
- Tempo fa vidi un documentario dedicato al suo lavoro, e mi colpì.
- Che ha di speciale?
- Molte delle sue opere le dipinge sull'acqua.
- Ma è un po' pazzo oppure è un marinaio?
- No, è un normalissimo giovane, una persona molto pacifica e solare.
- Si sapeva che gli artisti erano un po' svalvolati.
- Ora ti spiego.
Sean Yoro, in arte Hula, è un artista hawaiano nato nel 1989 sull'isola di Oahu. Come tutti i ragazzi del luogo ama passare il tempo in mare con il surf, fare acrobazie sulle onde è per lui facile come bere un bicchiere d'acqua. Poi, crescendo, inizia ad appassionarsi all'arte e, vista la sua giovane età, si interessa maggiormente ai graffiti e al tatoo. Quindi, a 20 anni si iscrive a un corso di disegno presso il Windward Community College di Oahu, ma per un giovane la città di New York è il sogno, e la base migliore dove poter fare una veloce esperienza costruttiva, quindi si trasferisce a Brooklyn e inizia a lavorare con il nome d'arte "Hula".
New York è una metropoli molto differente rispetto al suo luogo di provenienza, New York è un moderno concentrato di frenetica umanità, ben lontana dai quattro elementi naturali, acqua, fuoco, aria e terra presenti alle Hawaii, e Hula non può far a meno di esprimere la sua arte con il cuore e la mente legati alle sue origini, quindi alternerà la pittura espressa in maniera tradizionale a quella sperimentale e più spontanea per lui, iniziando a dipingere come un street artist ma, nel suo caso, seduto a pelo d'acqua su una tavola da surf, raffigurando bellissimi volti di donna su vecchi muri di fabbricati in disuso, imbarcazioni arrugginite, una serie di elementi semi sommersi in mare.
La sua bravura oltre che artistica è anche tecnica perché deve lavorare tenendosi in equilibrio, cosa che gli riesce bene grazie alle sue qualità fisiche e alla forte sensibilità che lo fa essere in perfetta fusione e armonia fra la sua anima e il suo background. La perfetta realizzazione del suo messaggio avviene quando le sue immagini dipinte si rispecchiano sull'acqua, venendosi a creare quelle giuste relazioni fra l'umano e la natura che dovrebbero rappresentare lo spirito vitale della nostra esistenza, purtroppo troppe volte disatteso dalla sconsideratezza delle azioni dell'uomo.
In breve tempo le opere di Hula, pur non essendo esposte in gallerie, grazie al web hanno fatto il giro del mondo, meritando grande attenzione e interesse verso il suo lavoro. L'originalità di Hula è unica e strepitosa, ed ora, pur essendo rimasto un giovane ancora genuino nei modi, è a tutti gli effetti una star dell'arte
- Ciao, Aristide dove vai, non vuoi vedere l'opera di questo artista?
- No, mi dispiace, vado di corsa, devo andare a lavorare a Cinecittà, farò la comparsa in un film ambientato nell'antica Roma.
- Mi raccomando, ricordati di toglierti l'orologio, non fare come è successo a Spartacus di Stanley Kubrick.
- E pure di spegnere il telefonino (Giovanna.)
- E non mangiarti anche il cestino del tuo vicino (Gianni.)
- E vabbè, però se non mangio recito male. (Aristide.)
- Ma se fai la comparsa (Tonino il tassista.)
- Appunto, devo mangiare di più (Aristide.)
- Sarà in interno o in esterno? (Tonino.)
- Esterno, ricostruzione del tempio di Apollo (Aristide.)
- Dove i Romani giocavano a palla! (Giovanna.)
- E che ne so? Io ho paura che farà freddo!
- La vuoi una fiaschetta con la grappa? (Gianni)
- Eh, magari!
- E se poi si ubriaca? (Giovanna.)
- E vabbè, tanto devo lavorare alla scena di gruppo dei gladiatori devoti al deus ex machina.
- E chi è ? (Tonino.)
- Boh?...Vado altrimenti il capogruppo si incazza! (Aristide.)
- Povero Aristide, oggi prenderà molto freddo! (Giovanna.)
Mai come il nostro artista di oggi.
L'opera che vi descriverò, il nostro artista hawaiano l'ha realizzata al circolo polare artico canadese, in un progetto chiamato "What if you fly". Adesso alzi la mano chi fra di voi conosce Iqaluit, capitale del Nunavut, in Canada. Ebbene da quelle parti, a quanto pare, a causa dell'ormai acclarato cambiamento climatico, i ghiacciai si stanno sciogliendo e, logicamente, l'acqua che sale mette in pericolo le popolazioni. Dato che sono lontani, all'estremità del pianeta, non partecipano ai talk show e non hanno una nazionale di calcio ai mondiali, di tutta sta faccenda il mondo ignora quasi l'esistenza, naturalmente gli indigeni Inuit che abitano quelle parti sono invece molto preoccupati.
Hula, fedele al suo impegno ecologista, è così partito con entusiasmo per realizzare questo nuovo progetto, i colori che ha utilizzato non sono tossici e sono composti da pigmenti naturali. Prima di mettersi al lavoro ha parlato con la gente del luogo, per prendere ispirazione, e poi, con un coraggio da leone, ha iniziato a scegliere le lastre di ghiaccio che, sciogliendosi, si stavano staccando, poi, a bordo della sua tavola da surf ha iniziato a dipingere, ben sapendo che la sua opera dopo poco si sarebbe sciolta per trasformarsi in normalissima acqua gelata che, seguendo il corso delle correnti, sarebbe diventata oceano. Ma era proprio questo l'obiettivo del messaggio di Hula, il bellissimo volto raffigurato a simboleggiare la natura che, a causa della nostra stupidità sciogliendosi insieme al ghiaccio, perdiamo con essa simbolicamente anche la nostra stessa esistenza. Questo è il messaggio universale che Hula, attraverso la sua arte, ha voluto dare nella speranza che l'umanità possa porre rimedio prima della catastrofe.
Hula, grazie al suo talento, ha attirato in breve tempo l'attenzione e la sensibilità sulla problematica dell'aumento della temperatura, che sta causando lo scioglimento dei ghiacciai, compromettendo il clima con gravissimi danni a tutto il pianeta.
Quando ho realizzato il mio scarabocchio in omaggio a Hula, mi è successa una cosa strana. Ero quasi al termine della mia opera, e mi ero accorto che avevo raffigurato le lastre di ghiaccio in secondo piano con una tonalità troppo scura, quindi sono andato con una veloce pennellata di bianco per schiarirle e, quando poi la tinta si è asciugata, con mia grande sorpresa ho scoperto che inconsapevolmente avevo raffigurato un qualcosa somigliante al muso di un orso che si erge dall'acqua, ma io non volevo assolutamente farlo, volevo solo schiarire la parte e basta, si è trattato di una coincidenza ma in fondo il mio errore rappresentava una verità, perché, idealmente, successivamente vi ho visto un orso che, a causa del ghiaccio che si scioglie, perderà il suo habitat. La mia è troppa fantasia? Chissà?
- Gianni, ma che cos'è quella?
- E' un mega spumante, vogliamo brindare e festeggiare le prossime festività Natalizie?
Nel giro di un colpo di saetta, tutta la gente del bar corre a prendere i calici.
- Gianni, hai ragione, un bel brindisi per augurare, da parte della redazione della signoradeifiltri, da Patrizia Poli, da me e da tutti i miei personaggi, delle bellissime, serene e divertenti festività natalizie. Cin cin per tutti i nostri lettori e Buon Natale!!
- Aristide, che ti è successo? Come mai sei ritornato?
- Ho sbagliato giorno, dovevo andare domani, oggi in teatro girano un film comico, un po' romantico, un po' surrealista, a lieto fine, con tutti attori ultra novantenni che nel finale ballano il tango.
- Prendi un calice che è meglio!
Amici lettori, ancora tantissimi auguri da parte nostra... ci rivedremo presto, forse la fantasia non andrà in vacanza a Natale
25 DICEMBRE 1914 LA PARTITA DELLA PACE... PERCHE' NO?
Il calcio, lo sport più amato a livello planetario, una semplice palla che rotola, undici assatanati a prenderla a calci, sugli spalti tifosi intensamente appassionati, toccategli tutto ma non la propria squadra del cuore.
E degli addetti ai lavori che dire? Un esercito di giornalisti, opinionisti, tecnici, consulenti, manager, economisti, oltre svariate figure che non immaginereste mai possano esistere. Mi riferisco al mondo professionistico, perché a livello dilettantistico e giovanile è tutta un altra storia ma, in ogni caso, per questa enorme massa di cuori e anime, il football rimane una stratosferica, immensa e iperbolica passione, che qualche volta va al di là della ragionevolezza.
Qualcuno è naturalmente contrario, altri nauseati, schifati, refrattari, totalmente disinteressati e lontani anni luce dai milioni di allenatori, già siamo tutti allenatori e grandi esperti di tecnica e tattica, con il culmine dell'esaltazione in occasione dei campionati mondiali di questa pratica sportiva.
Vi ho sconvolto? Siete rimasti a bocca aperta? Eppure ho detto cose ovvie, ma c'è una cosa che forse non sapete e che magari vi farà cambiare opinione su quale sia la reale filosofia di questa semplice palla che rotola.
Nel 1914, il 25 dicembre del 1914, è successo un episodio da favola, il giorno di Natale, quel giorno di Natale del 1914, il gioco del calcio fece fermare e dimenticare la guerra.
Nelle trincee delle Fiandre due eserciti, quello inglese e quello tedesco, erano infilati, brutti, sporchi e cattivi, in quelle ghiacciate strisce, scavate nella terra per parare pallottole e granate nemiche. Tirare fuori il naso da quelle buche era estremamente rischioso, la guerra è fatta di schioppettate mortali, mica di complimenti smielati, ma quel giorno successe l'impensabile, l'impossibile, anzi no, mi piace definirla come una magia, breve ma pur sempre una vera magia, perché, nel silenzio della drammatica contesa belligerante, qualcuno iniziò a intonare canti di Natale, sembra abbiano cominciato i tedeschi, e la terra di nessuno, quel pezzo di terra neutrale che divideva le paure in divise avverse, era sgombra dai cadaveri degli ultimi assalti.
Un brillio quasi irreale dalle candele accese dai fanti germani illuminò la momentanea tregua, mentre continuavano a cantare arie musicali di Natale. Gli inglesi, come ipnotizzati, si alzarono scuotendo la paura da dentro le ossa e iniziarono anche loro a cantare la stessa melodia "Stille nacht", allora, quasi ad esorcizzare le proprie paure, stabili compagne di trincea, cominciarono tutti a gridare l'un con l'altro di fermarsi anche solo per un attimo dallo scannarsi come macellai, proprio quel giorno, il giorno di Natale del 1914.
Con una forza uscita da chissà dove, i soldati di entrambe le bandiere lasciarono le trincee, incontrandosi disarmati a metà strada, si abbracciarono fra loro scambiando le poche cose che avevano: sigarette, fotografie, perfino bottoni, cose semplici. Come gesto di distensione, anche del whisky e rum, anche solo un goccio per ridere, fare quello che quasi avevano dimenticato, ridere. Poi qualcuno dalla trincea lanciò una palla fatta di stracci, tutti si fermarono, la guardarono e in un attimo, "magic moment", decisero di sognare. Sembra che un tedesco, forse il più ubriaco, tirò il primo calcio, quello di inizio, e fu allora che cominciò la leggenda, il football aveva unito le genti e fermato la guerra. Senza regole, senza le linee di bordo campo fatte con il gesso, senza maglie colorate, senza pubblico sugli spalti, c'era solo uno sponsor: "la pace". Continuarono a giocare divertendosi fino a che non giunse la notte, una stretta di mano, una pacca sulle spalle e poi ognuno ritornò nel proprio fronte. La cosa non piacque ai superiori perché, logicamente, questa magia avrebbe intaccato il morale e aperto uno spiraglio di luce nelle menti dei soldati, quindi evitarono e impedirono il ripetersi di queste occasioni.
Ma oramai la leggenda era nata, nel corso degli anni, in tempi moderni, sembra che, durante lo svolgersi delle finali, i combattimenti si siano fermati davanti alla tv a colori. Questo non è neanche un brodino caldo di fronte alla tragedia della guerra ma nel Natale del 1914 questo episodio ha comunque dimostrato che, anche grazie ad una semplice palla che rotola, gli uomini possono fermare la propria pazzia distruttiva.
Arte al bar: MARGARET KEANE "Daddy's girl"
Lettori della signoradeifiltri, eccoci ritornati a voi per questo nuovo appuntamento, siamo arrivati a Dicembre, l'ultimo mese dell'anno, freddo per la temperatura ma caldo per la gioia e l'attesa delle festività natalizie. Qui al bar nell'aria già si sente l'aroma, sono arrivati panettoni profumati e dolci vari di tutti i gusti, la gente sembra calma e rilassata, è il lato positivo di queste feste che stanno per arrivare, siamo tutti più buoni... buoni e un po' stressati negli ultimi minuti di shopping. Nella fretta per l'ultimo acquisto speriamo di non dimenticare nessuno.
Gianni, aiutato da suo cugino Nino, sta iniziando a preparare l'albero, hanno deciso di decorarlo tutto in rosso, così come per tutto il resto del locale, che sarà addobbato con le tonalità del colore delle fragole e delle ciliegie, perché dicono che sarà di buon augurio e poi perché, perché... ha detto ci farà una sorpresa.
Ultimamente vi ho parlato di artisti che hanno superato abbondantemente gli anta ma è stato solo per una casualità, li scelgo lasciandomi guidare dal mio sesto senso. Di sicuro gli artisti più in là con gli anni hanno un certo non so che, sembrano quasi immortali, oppure, anche andando avanti con gli anni, sembrano non invecchiare mai. L'artista di oggi è una donna, un'artista speciale.
Francesca entra trafelata nel bar.
- Ciao a tutti (Francesca la stilista.)
- Ciao, Francesca, sei caduta dal letto?
- Beh, in un certo senso sì, sono venuta a salutarvi perché parto.
- Ah, e dove vai?
- Vado in America, ho il volo alle 15,00.
- Beata te!
- Veramente, non vado a fare Natale in America ma solo un giro per vedere se trovo delle opportunità di lavoro per me, ci provo adesso che sono ancora giovane.
- A New York nevica da matti, a Los Angeles il fuoco ha fatto un casino, in Alaska perfino un terremoto.(Giovanna.)
- Tranquilla, l'America è molto grande e poi do solo un occhiata e ritorno.
- Giocati bene le tue carte, sei brava avrai successo.
- Ti ringrazio, adesso devo andare.
- Scrivici una cartolina. (Bice e Alice.)
- Siete rimaste alla preistoria!!... E' da un pezzo che non si scrive più a mano, ma solo chat, link, sms, WhatsApp, fra un po' neanche più con questi, il futuro sarà come per la fantascienza.
- Che peccato! Ah, ma io la lista della spesa me la scrivo ancora a mano, eh! Mi ricordo tutte le tabelline a memoria, e voi? (Bice e Alice.)
Hanno tutti lasciato le povere Bice e Alice a commentare da sole mentre salutiamo Francesca, le auguriamo buona fortuna, chissà perché il giardino del vicino è sempre più verde, o forse perché da altre parti sono più organizzati. Ma va là, è meglio che mi fermo qui, il discorso è complicato, speriamo che Francesca faccia una buona esperienza, ora per lei inizia una nuova storia, così come per la nostra artista di oggi, Margaret Keane, che storia la sua! Ma non vi parlerò delle sue vicende private, che hanno un po' dell'incredibile, fortunatamente a lieto fine, ma vorrei parlarvi della Margaret artista, una grande artista celebre per le sue opere dagli occhi grandi.
Peggy Doris Hawkins, conosciuta al grande pubblico come Margaret Keane, (Nashville, 15 settembre 1927), è una pittrice statunitense.
Non possiamo fare a meno di descriverla come l'artista che ha realizzato una grande quantità di opere dedicate a bambini, animali, donne di un triste romanticismo dagli occhi grandi e scuri. Sono maggiormente i primi piani a occupare la totalità dello spazio sulla tela, in un simbolico abbraccio verso l'osservatore.
Ma perché occhi grandi e scuri? Avete presente un faro nella notte? Ecco, secondo me negli occhi grandi c'è l'oscurità della notte, buia ma densa di atmosfera, nel buio della notte l'aria è più pulita e il silenzio diventa come una musica per l'anima. Gli occhi grandi di Margaret Keane sono dei fari nella notte che illuminano le nostre anime e, nella profondità dello sguardo, c'è un universo di emozioni e voglia di parlare. Idealmente i soggetti ritratti vogliono parlare con l'osservatore, occhi grandi che emanano tristezza ma consapevoli che a breve il sorriso tornerà e le lacrime si asciugheranno. Occhi grandi che trasmettono malinconia ma anche la speranza di donare, attraverso la bellezza dell'arte, una ventata di ottimismo.
La vita molte volte ci riserva situazioni difficili ma poi basta, per esempio, un bel colore per farci tornare il buon umore. Dal punto di vista tecnico, lo stacco cromatico fra i colori pastello dei soggetti ritratti e lo scuro degli occhi crea un equilibrio che dona armonia. La mano dell'artista ha una movenza felpata senza sbavature o segni graffianti. I toni utilizzati dall'americana sono caldi e l'eleganza del fine tratto scioglie i sentimenti di chi ne viene attratto.
I critici molte volte hanno sottovalutato l'opera di Margaret Keane, ai loro occhi troppo facile e ingenua, ma il pubblico le ha sempre riconosciuto i giusti meriti, perché la sua arte era prima di tutto poesia, e di questo la gente di tutto il mondo ha bisogno, di poesia e di amore per la vita, e, come il vino buono è nelle botti piccole, così la poetica arte di Margaret è negli occhi grandi.
"Se le sue opere non fossero di buon livello, non piacerebbero a così tante persone."
Andy Warhol
- Io ho visto la sua storia in un film e mi sono commossa. (Giovanna.)
- Sì, anch'io. ( Roberta.)
- Credo che la nostra artista non possa cancellare il passato ma ormai è una storia tutta alle sue spalle e quello che conta è il presente, una giovincella di 91 anni che ancora dipinge felice, felice come questa ragazzina sulla giostra che assomiglia a mia nipote.
Quest'opera è realizzata ad olio e foglia d'oro su tela, nel formato 120x90 circa, nel 1986. Rappresenta una bambina in sella a un cavallo bianco bardato a festa, in primo piano su una giostra, capelli e criniere al vento. La ragazzina si tiene forte all'asta nel giro vorticoso della fantasia, dove la starà portando? Al galoppo su una prateria verso la libertà, la giostra non ha un recinto, una staccionata, ma gira liberamente e il vento mosso alimenta l'immaginazione, che volere di più?
E' solo una giostra ma chiunque la guardi non può che sorridere e ritornare bambino, che dire poi dei colori brillanti e della musica che in pittura non può sentirsi ma farti sognare con la mente? Questo è il potere dell'arte, nei colori e nelle forme di un artista avere la possibilità di vedere l'infinito, tornare indietro nel tempo, oppure valicare i confini del futuro. In quest'opera di Margaret Keane, dietro di lei c'è un cavallo libero e sta aspettando che qualcuno salga, chi vuole venire?
Allora, chi vuole salire sulla giostra di Margaret Keane?... Uelà, ma non c'è nessuno, mi hanno lasciato solo perché tutti sono andati ad aiutare Gianni e Nino per gli addobbi di Natale... però questo rosso mi sembra troppo, se almeno avessero messo un po' di giallo. Ora ci penso io, la prossima puntata non porterò un artista ma due e scatenerò una baraonda di colori, lettori tenetevi pronti perché in questo blog non solo vi travolgerò di colore ma vi farò sognare. Ci vediamo prossimamente.
Arte al bar: GIAN LORENZO BERNINI "David"
Amici lettori della signoradeifiltri, bentornati per questa nuova puntata dedicata all'arte.
A quanto pare, finita la pioggia, ora ci aspetta il freddo e noi passeremo dalle bibite fredde al cioccolato caldo, un po' di dolcezza ci piace, ci fa ritornare bambini, e bambino vuol dire non pensare e non aver paura dei pericoli, vuol dire essere scavezzacolli e, sopratutto, sappiamo che i più giovani non amano dare ascolto ai consigli dei più grandi. Però da giovani molte volte si sbaglia, qualche volta ci si azzecca proprio perché l'audacia giovanile ti porta a rischiare senza riflettere, arrivando dove altri più razionali esitano, chissà, forse per il noto David contro il gigante Golia è stata la stessa cosa.
- E allora? (Gianni.)
- E allora va a finire che il giovane David ha sconfitto Golia senza la spada ma con una bella sassata, scagliata dalla sua fionda sulla testa del gigante.
- Parliamo dei tempi antichi, magari adesso si facessero le guerre con la mazzafionda! (Michele il tappezziere.)
- Lo so io quello che ci vorrebbe per risolvere le guerre... una bella partita a scopetta o a briscola! (Don Alfonso.)
- Ma no! Ognuno a casa sua, si lavora, ci si diverte e gli scambi commerciali si fanno in natura senza soldi, io do il petrolio a te e tu dai l'acqua a me, io ti do i pomodori e tu mi dai lo Champagne, io ti faccio fotografare il Colosseo e tu mi dai un po' di grano. (Mimmo il giornalista.)
- Ma come? Hai detto senza soldi! (Tonino il tassista.)
- Ma no! il grano che si mangia, eh!... Va bene, allora com'è andata la storia di David con la caramella Golia? (Mimmo.)
- E' finita che Gian Lorenzo Bernini realizzò una bellissima scultura, dove il ragazzo scapigliato è pronto nel lancio della pietra fatale, i suoi muscoli sono tesi ma non impauriti, le guance trattengono il fiato, lo sguardo infuriato non ammette nessuna pausa, è l'azione che sta per avvenire come il gancio improvviso e fulmineo del pugile sul ring. Golia, centrato in pieno, cade a terra come un sacco di patate, il ragazzino ha sconfitto il gigante che adesso non ride più.
- Dalla faccia il ragazzo sembra molto incazzato. (Gianni il barista.)
- Sì, certo, anche perché Golia lo aveva provocato di brutto, erano 40 giorni che cercava uno sfidante che non si mostrava per paura. Eh già, provateci voi a farvi menare da un colosso tutta forza e violenza, infatti Golia urlava per la vallata la sua prepotenza e, quando gli apparve il giovane David, lo prese in giro ridicolizzandolo senza però fare i conti con il coraggio e la sfrontatezza del ragazzo, che rifiutò spada e corazza per una fionda più leggera, veloce e letale.
La genialità dell'artista è stata nel fatto che non ha cercato di scolpire l'eroe bello e vincente ma ribelle e coraggioso, dinamico e sfrontato.
La statua del David, realizzata fra il 1623 e il 1624 da Gian Lorenzo Bernini, è di marmo ed è alta circa 1.70, è esposta a Roma alla galleria Borghese.
L'artista aveva solo 25 anni ma già con una grande esperienza alle spalle, napoletano di nascita (Napoli, 7 dicembre 1598 – Roma, 28 novembre 1680) si trasferì giovanissimo a Roma insieme alla famiglia, figlio di Pietro Bernini, uno scultore toscano abbastanza noto, che a Roma fece vivere al giovane, già predisposto all'arte per natura, la vita da cantiere, nel quale collaboravano, lavorando gomito a gomito, pittori, scultori, decoratori e le varie maestranze guidate da architetti, in un perfetto gioco di squadra, dove l'aria che si respirava era quella artistica e artigianale fra estro, tecnica e conoscenza dei materiali utilizzati per la realizzazione di importanti opere d'arte.
Gian Lorenzo Bernini, scultore, pittore, architetto, scenografo, commediografo, urbanista, grazie alla figura del padre entrò rapidamente negli ambienti romani più importanti, dove gli veniva commissionata - a lui, artista alla moda del tempo - una grande mole di lavoro, ricevendone enorme importanza e prestigio. Era un "raccomandato" ma di grande merito e valore, Roma senza di lui non sarebbe stata la stessa e il suo potere artistico nella città eterna cresceva di opera in opera, ma si sa che a volte il grande successo personale genera qualche invidia e gelosia e per il nostro artista arrivò un periodo difficile, perché, con la morte del suo mecenate, i suoi avversari di campo cercarono di metterlo in cattiva luce ma, grazie a Piazza Navona e alla sua fontana dei 4 fiumi, la carriera del grande artista riprese il volo, inoltre provate a pensare a Piazza S.Pietro senza l'abbraccio del colonnato che vuoto avrebbe.
Bernini sessantaseienne, all'apice del successo, si trasferì in Francia, richiesto dal re ma solo per il tempo di presentare dei progetti che non verranno realizzati, pertanto ritornò quasi subito a Roma per l'ultimo giro di giostra, la realizzazione delle 10 statue degli angeli collocate su ponte S.Angelo, un altro grande segno del passaggio di questo straordinario artista nella città di Roma.
Ormai anziano, una paralisi al braccio gli diede il colpo di grazia e, come per la mancanza di voce per un cantante oppure delle gambe per Leo Messi, Bernini, senza la manualità, si sentì perso, mantenendo, nonostante tutto, il suo carattere scherzoso e ironico. Nel 1680 venne sepolto a Roma nella basilica di S.Maria Maggiore, ormai la sua città sarebbe stata realmente eterna anche grazie alle sue opere.
- Certo che questo tipo è stato un grande lavoratore, eh! (Michele.)
- Beh sì, l'arte era la sua vita e in fondo era l'unica cosa che aveva fatto da sempre sin da bambino, forse non avrebbe saputo fare altro, l'arte aveva segnato il suo destino, nato da un artista, morto come un grande artista.
- Io dico che non desiderava fare altro, anzi si divertiva a fare il suo lavoro. (Mimmo.)
- Beh, adesso che facciamo? (Tonino.)
- Andate anche voi, tutti a lavorare! (Gianni.)
- Ci vorrebbe un mecenate. (Mimmo.)
- A me basterebbe una bella vincita alla lotteria. (Michele.)
Signore e signori del blog che vi fa sognare ad occhi aperti, mentre auguriamo a Michele di trovare il suo mecenate della lotteria, vi salutiamo e vi ringraziamo, torneremo la prossima volta con l'opera di una artista dagli occhi grandi.
Arte al bar: JACOVITTI "Cocco Bill"

"Ho inventato anche delle espressioni similonomatopeiche diverse da quelle delle strisce americane: gulp, sob, sdeng. Per uno schiaffone io metto: Schiaffffon. Oppure: Cazzotttton."
Benito Jacovitti
Bentornati amici lettori, il colore di stagione è il grigio, piove a dirotto, ma per fortuna la natura ci offre una vasta gamma di tonalità rallegranti, amici lettori della signoradeifiltri, mica penserete che vi lasciamo al buio, eh! Oggi voglio farvi divertire e parleremo di un artista che non aveva le phisique du role, è stato per tutta la sua carriera un giocherellone, però artista vero, un istrione della fantasia ma genio della matita. Non appariva come un autentico artista perché, secondo il luogo comune e la credenza popolare, appartenente a quella categoria sottovalutata, quella dei fumettisti - poiché maggiormente apprezzata dai più giovani e lontana dai riflettori delle luci della ribalta artistica - per poi in realtà scoprire che la loro bravura poteva anche essere superiore a quella degli artisti di grido e di fama. Magari le avessero avute alcuni di loro le mani di certi disegnatori di fumetto, ma non solo la mano, come non parlare di quella dote che faceva dei disegnatori di fumetti degli eclettici autori di storie e personaggi che sono rimasti nella memoria degli appassionati di tutto il mondo?
Un disegnatore di fumetti è tecnicamente un vero artista che, con le proprie opere, ha il "difetto" di farci sognare e divertire, già perché, a quanto pare, bisogna sognare solo quando si è ragazzini, dopo nisba, si entra nel mondo dei grandi, diventa difficile godere della fantasia, e la sua arte diventa simpaticamente nostalgica.
Lo so, la sto facendo lunga, Giovanna mi guarda, fra un attimo si farà sentire, Gianni ormai è abituato all'arte, per farlo entrare in atmosfera gli ho prestato un Alan Ford, voi non potete vederlo ma dietro la cassa sta ridendo come un matto, ok, signore e signori, oggi parleremo di Jacovitti.
"Mi costruivo da solo i giocattoli. Con le forbici, l'ago e il filo costruivo dei pupazzi di stoffa. Facevo i trenini, le casette, le automobiline." — Benito Jacovitti
Benito Franco Giuseppe Jacovitti, per tutti semplicemente Jacovitti (Termoli, 9 marzo 1923 – Roma, 3 dicembre 1997), uno dei più importanti fumettisti italiani. Attratto sin da bambino dal mondo dei fumetti giocoforza, perché negli anni '30 un ragazzino mica aveva tutto il ben di Dio che hanno le attuali e recenti generazioni, a quei tempi bisognava lavorare di fantasia e il nostro artista era ben dotato sia di ironia sia di un bel tratto di disegno rapido e caratteristico del fumetto.
Da giovane, magro, esile come un grissino, anzi, come una lisca di pesce che sarà la sua firma, ma da artista dell'illustrazione, un Big Jim dell'ironia e della battuta disegnata a matita.
Ma voi avete mai visto un disegnatore di quella pasta disegnare? Beh, non sapete che vi siete persi, ora, oggi, anno 2018, tutta la magia di un'immagine è in un click, ma ai suoi tempi un fumettista temperava le matite con un temperino, un disegnatore era un fulmine spassoso dal tratto rapido, matita e china, dita sporche di inchiostro e di grafite, una mente creativa che rideva, il fumettista non ride con la bocca ma con la mente dentro il proprio io.
La mente di un disegnatore di fumetti ride per far ridere e sognare i lettori, nel suo caso, grazie a una fantasia che oggi chiameremo demenziale, realizzava quello che allora sembrava impensabile, non vi stupite, sto saltando la sua biografia, Jacovitti è stato un eccezionale interprete della immaginazione e della satira: salami, pettini, chiodi, vermoni, ossa ficcate a terra, piedi con i piedi, salami con i piedi, tutte cose che non c'entravano assolutamente nulla con il fumetto e con le storie dei suoi personaggi, Dio solo sa che infinito elenco di roba inventava il nostro artista, la sua mente gioiosamente ribelle inventava tutta roba stramba con balloon o senza balloon, tutta roba che però faceva ridere. Perché ridere? Ma perché erano cose assurde, quella pazza genialità che stimolava così tanto la fantasia e il divertimento del lettore.
Ma non erano solo queste le cose che facevano impazzire i lettori, ora provate ad immaginare le pagine dei suoi fumetti totalmente diverse nell'impostazione grafica rispetto alla consuetudine, le strisce e le vignette completamente fuori sincro, per usare un termine cinematografico, personaggi e storie che sviluppavano verso l'alto della pagina, figure in primo piano che non ci azzeccavano niente con la classica metodologia fumettistica, ma che erano un grande segnale di originalità, scaturita dalla visione umoristica e geniale di un grande artista.
- Mio padre aveva il suo diario (Katia la cassiera del supermercato.)
- Il diario Vitt?
- Sì, ma non ricorda più dove lo ha messo.
- E' normale, lo avrà dimenticato quando è partito soldato ma, sicuramente, se lo sentite ridere di notte è perché se lo sta sognando!
Il diario Vitt ebbe un grande successo giovanile per gli studenti fra gli anni '70 e '80 e divenne così popolare da spingere altre case editrici a seguire le sue orme realizzando articoli inavvicinabili nella fantasia ma simili nel concetto. Jacovitti, oltre che lavorare come illustratore, ha lanciato i suoi personaggi in numerose campagne pubblicitarie passate sull'indimenticabile Carosello.
- Ora proverò a farvi sognare il Far West con il suo personaggio forse più celebre, Cocco Bill, che esordì il 28 Marzo del 1957 su un supplemento settimanale del giornale "Il Giorno". Era un cowboy strampalato dalla faccia da buono al servizio della giustizia, sempre pronto alla caccia e alla lotta contro i cattivi, in sella al suo cavallo Trottalemme. Cocco Bill non beve whisky ma camomilla, vuole fare il duro in perfetto stile yankee ma è un timidone perché Osusanna ailoviù spasima per lui che invece la ignora, la sua pistola spara come una bacchetta magica e sempre per magia trasforma la violenza del suo selvaggio West in divertimento..."Mondo pistola!"
"Qualcuno brontolò perché, per esempio nelle storie western, c'era qualche ammazzamento. Ma sarà violenza quella in cui il morto fa un paio di capriole, entra nella cassa e cammina per il cimitero con mani e piedi che gli escono dai legni?"
(Benito Jacovitti, in un'intervista al Corriere della Sera del 22 novembre 1992)
- Ahahahahahah... E' Gianni che sta ancora ridendo con Alan Ford fra le mani... - Ahahahah... a questi nun je ne va bene una! (Gianni.)
- Oh, ma che si ride delle sventure altrui? (Peppino il pensionato.)
- Ma no, pirla! E' solo un fumetto! (Giovanna la Milanese.)
-Ma perché, non ci siamo tutti messi a ridere quando Gianni ha lavato per sbaglio il pavimento con la Coca Cola e friggeva tutto?(Mario il benzinaio.)
- Facciamo così, adesso al posto del caffè servo a tutti della camomilla!(Gianni.)
- Ma dai, non prendertela, la vita è tutto un fumetto! (Monica la parrucchiera.)
Amici lettori della signoradeifiltri, ci dispiace, voi non potete sentirli, stanno tutti ridendo crepapelle, ebbene sì, la vita è tutto un fumetto e andrebbe affrontata con maggiore ironia, e noi cerchiamo, con le nostre chiacchierate artistiche, anche di colorarla. Ora vi ringraziamo e vi salutiamo, vi aspettiamo al prossimo artista, un grande artista, faremo un bel salto nel passato.
Arte al bar: LUCIANO VENTRONE "Il giorno che afferrai la luce"
Gentilissimi lettori, e così abbiamo messo alle spalle anche il caldo Ottobre, adesso tirate fuori ombrelli e abbigliamento pesante, siamo a Novembre e noi del bar più artistico che ci sia, noi cari amici del blog che vediamo il sole anche sotto zero, proveremo oggi a scaldarci con i colori di un grande artista, un vero maestro dell'iperrealismo, eccomi qua con il mio caffè profumato fra le mani, per parlarvi di Luciano Ventrone. Mi è stato suggerito da Tonino il garagista, me ne parlò con grande entusiasmo e sono sicuro che ora anche voi ne rimarrete affascinati, l'opera che andrò a descrivere sarà Il giorno che afferrai la luce, un olio su tela di lino 90x60 del 1977.
Luciano Ventrone, romano del 1942, nato nel corso degli anni belligeranti nei quali non era facile essere bambini, eppure, a sei anni la casualità di una semplice scatola di colori gli aprì le porte della fantasia, indirizzandolo verso uno sconfinato orizzonte, alleviandogli, per lui solo un bambino, il distacco dagli affetti più cari e dalle proprie abitudini. Era solo un bambino che veniva da un paese lontano, ma, in quel momento, una scatola di colori era il suo mondo, un nuovo linguaggio più forte dell'uso della parola, una voglia di intensa espressività insita nella natura di ogni artista.
Passano i giorni, i mesi, gli anni, quel bambino diviene un ragazzo che, con passione e tenacia, studia e lavora per essere se stesso, un faticoso lavoro per diventare un bravo artista, l'artista vero che, grazie ad alcune coincidenze che ne guideranno il percorso, ha poi realizzato quello che la sua natura gli aveva donato.
Mi piace pensare a Luciano Ventrone come ad un predestinato ma anche come ad un infaticabile artigiano dell'arte, per nulla genio e sregolatezza ma solo la cura certosina della filosofia del lavoro a fari spenti, deve parlare per lui solo la luce irradiata dalle sue tele di lino.
Ho scelto quest'opera, Il giorno che afferrai la luce perché quella mano mi ha fatto venire in mente un accostamento impossibile; spalancherete gli occhi ma, ve lo giuro, non è colpa mia, mica posso spegnere la fantasia e l'immaginazione con un click, e io la mano di Luciano Ventrone l'ho interpretata proprio così, ebbene sì, in essa ho visto la Creazione di Michelangelo.
- Ma sei matto? - Gianni il barista mi dice impietosamente allibito! - E' solo una bella lampadina stretta in una mano, adesso chiamo la neuro!!!
- Amico mio, passami una bomba al cioccolato che ora ti spiego. La vedi quella torsione della mano? Riesci a vedere la delicata carezza a contatto con la rotondità e la trasparenza del vetro della lampadina? E poi la luce... Dio creò la luce, lo so che può sembrarti un accostamento surrealista.
Che cos'era la vita dell'uomo prima della scoperta dell'energia elettrica? Le strade come erano illuminate? La nuova luce cambiò il corso dell'umanità e, nella creazione di Michelangelo dal contatto fra le mani nasce la vita, e io nella mano dipinta di Luciano Ventrone, nelle pieghe della pelle talmente vere da sembrare quasi di toccarle, vedo tutta la calma apparente da vero artigiano al lavoro nell'atto di plasmare il colore vivo, acceso dal nero di fondo che spinge la mano verso l'immensità del cielo blu, riflesso all'orizzonte attraverso la trasparenza vitrea.
Un colore vivo come la nostra esistenza, perfino quel filino nero sotto l'unghia del dito mignolo sa di umanità, ma Luciano Ventrone ha voluto dirci di più, che motivo aveva per ritrarre una semplice mano con una lampadina? Perché l'ha scelta? Dimostrare la sua bravura? Pavoneggiarsi davanti al nostro stupore? No, glielo ho letto nel suo sguardo, nella luce dei suoi occhi che parlano con il cuore aperto senza la presunzione dell'ambizione. Attraverso le sue mani solo arte, un linguaggio per aprire le menti, per non dare fumo agli occhi. Una tecnica sopraffina e perfezionista per mettere in relazione uomo e materia.
L'artista non cerca un confronto con la fotografia ma, con i colori dati ad arte, vuole rappresentare la sua vera essenza, uomo e natura come un tutt'uno per rallentare il ritmo della vita, per farci entrare a fondo nella materia e permetterci di capire il senso di rispetto verso tutto quello che ci circonda, ogni cosa, anche la più piccola, è di inestimabile valore e noi non possiamo essere i dominatori, gli assoluti padroni che, per il solito nostro egoismo, dissipano la propria stessa vita e le sorti del nostro mondo.
Luciano Ventrone riproduce la bellezza per farci vedere quello che troppe volte ci sfugge, la natura ogni tanto ce lo ricorda, noi, scellerati, senza fermarci, rivolti solo agli interessi di predominio, la stiamo distruggendo e, se alziamo gli occhi al cielo - e potessimo farlo con un telescopio potentissimo - non vedremo mai un pianeta come la nostra terra, dobbiamo amarla questa fantastica terra sulla quale ogni cosa è vera poesia.
Nel bar sono rimasti tutti in silenzio, solo il soffio del vapore della macchina del caffè fa ciùfffffff, Gianni, ridendo, me ne porge un altro. - Walter, prendilo che ti fa bene. Mi guarda serio, forse anche gli altri non hanno capito bene la mia teoria e voi?
- Quasi, quasi vi manderei a vivere su Marte, vedo due ragazzi che si tengono per mano, mi fanno segno di "No" con un sorriso d'oro che dice tutto.
- Però i colori sono belli, lo vedete che Dio esiste? (Don Alfonso.)
- Io ho da consegnare la posta mica posso andare su Marte! (Sara la postina.)
- E se quel Luciano Ventrone fosse un marziano? (Nando l'elettricista.)
- Ma che dici? I marziani mica sono così bravi!!!( Monica la parrucchiera.)
- Ma stavo scherzando, ma vi pare che un giorno andremo su a vivere su Marte?
- Chissà? (Dalia.)
Anche per oggi è venuto il momento di salutarvi e, per non pensare a come sarebbe la vita su Marte, Gianni, metteresti per noi Yellow submarine dei Beatles ?
- Sì, buona idea... pensa se pure questa musica piacesse ai marziani! (Gianni.)
Gianni... sorvoliamo... Amici della signoradeifiltri, noi che coloriamo la nostra vita qui sulla terra salendo su un fantastico sottomarino giallo immersi in un mondo di fantasia, vi aspettiamo al prossimo appuntamento per vedere nuovi colori con un altro grande artista e, statene certi, con lui ci divertiremo.
Arte al bar: CHRISTO "The floating piers"
- Gianni, ma quella che sento è Walk on the wild side?
-Sì.
- Walk, camminare... ma sai che, oltre a essere un bellissimo pezzo musicale, trovo che camminare sia proprio in relazione con la prossima opera?
- Perché, quale è?
- Aspetta che mi rivolgo anche ai nostri amici lettori del blog culturalmente extraterrestre, signore e signori, oggi andremo sul lago d'Iseo.
Gianni ha lo sguardo perplesso, Nando l'elettricista ha spento la luce, Francesca la stilista è scappata di corsa dimenticando su uno sgabello del bar le sue nuove t-shirt, Giovanna, come al suo solito, sbuffa.
- Dai, che ne dici?
- Ma di che cosa?
- Del lago d'Iseo, l'opera di Christo, cammineremo sull'acqua!
- Ma che sei pazzo? Non farti sentire da Giovanna e da don Alfonso!
- Ma mica vi porto in chiesa, che hai capito? Si tratta di un'opera d'arte.
- E che c'entra camminare sull'acqua?
- Vi descriverò un'opera d'arte unica, strepitosa e sensazionale!! The Floating piers, un'opera ideata e progettata dall'artista bulgaro Christo, un lavoro allestito in Italia nell'estate del 2016. Si è trattato di un'istallazione composta da 200.000 cubi di polietilene, tenuta da 200 ancore, e ricoperta da 70.000 mq di tessuto color giallo dalia, per una lunghezza di 3 Km, larga 16 mt, una passerella posta sul lago d'Iseo che ha sfiorato l'immaginario collegando la costa bresciana con l'isola di S.Paolo e Monte Isola.
L'opera è stata visitata da oltre un milione di visitatori, che hanno potuto letteralmente camminare sull'acqua a contatto con una incredibile opera d'arte, il tutto idealmente a rappresentare i quattro elementi naturali, aria, acqua, terra e fuoco... il fuoco inteso come creatività immedesimata nel giallo dalia dell'opera.
Ora vorrei parlarvi un po' della storia di questo artista, ma non saprei da dove cominciare perché la sua vita è follemente intensa e piena di dati, progetti realizzati o ancora in attesa di essere messi in opera in ogni parte del mondo. Di lui sono stati scritti fiumi di parole. La sua è stata definita land art, una espressività svolta in spazi aperti, a contatto con l'umanità intera e con la natura, composta non da una, ma da cento, centomila e ancora più e più persone.
Questo artista bulgaro è uno ma è come se fossero due perché ha sempre lavorato - senza lasciarsi mai come un solo corpo con due anime - insieme alla moglie Jeanne-Claude, entrambi nati lo stesso giorno dello stesso anno, 13 giugno 1935, lui in Bulgaria, lei in Marocco, infatti, nei casi delle tante opere pubbliche i lavori sono stati firmati dalla coppia. Dopo la scomparsa della moglie nel 2009, Christo ha continuato a lavorare come se fossero ancora uniti nell'arte e nella vita.
Le opere installate sono state colossali e gigantesche nelle dimensioni, impossibili da pensare, al limite del visionario ma così tanto vicine all'essere umano da poterle toccare con mano e vederle con gli occhi di un bambino.
- E questa me la chiami arte? (Peppino 'o pensionato.)
- Peppino, aspetta, prima di giudicare aspetta che ti parli.
Intanto Giovanna la milanese mastica il sigaro cubano spento fra le labbra, poi se lo toglie e... - Uelà, c'ero pure io negli anni '70 a vedere a Roma Porta Pinciana tutta incartata da questo artista pazzoide, e vi dico che proprio non la capisco stà cagat...
- Aaaahhhhh, dai Giovanna, l'arte ha sempre bisogno di nuove forme espressive e se invece l'artista con The floating piers avesse voluto tracciare un nuovo percorso diretto verso un futuro nel quale l'arte non ha limiti e confini? Riflettiamoci, potrebbe essere una buona chiave di lettura, io dico che, da un lato Christo è geniale, sotto un altro punto di vista comprensibilmente può lasciare alcuni interrogativi. Se l'arte è una emanazione della natura e quindi scaturisce dalla fantasia, dalla gestualità e dal talento dell'artista, allora è arte, se l'arte è un linguaggio regolato anche dal buon gusto allora è arte, se arte vuol dire libertà di espressione, allora questa opera lunga quattro Km, di colore giallo dalia, è arte.
Il rovescio della medaglia per un artista è il rischio che, di fronte ad un'opera simile, non ne venga capito il significato o non si trovi il consenso da parte del pubblico, questo rischio è molto alto ma un grande numero di persone, nell'estate del 2016, ha camminato fra gioia e curiosità su questa pazza linea giallo dalia, sapendo di aver respirato il fascino dell'arte e di essere entrati nella storia. Qualcuno potrebbe definirlo uno show mascherato da opera d'arte, secondo me in fondo è solo un'opera d'arte.
- Giallo dalia... Oh, come me! Che onore! (Dalia.)
- Beh, sì, un colore particolare che rendeva tutto il paesaggio molto spettacolare.
- Ecco, lo vedi che quello ha voluto fare uno show? ( Paolo l'assicuratore.)
- Però, se ci pensi bene, ora stiamo vivendo nel periodo storico dove tutto è look, immagine, tutto è condivisione social, questa appunto la possiamo considerare una grande opera "social".
- La teoria della tua filosofia? Arte per tutti?
- Sì, credo proprio di sì, oltre un milione di persone hanno toccato con mano The floating piers, senza poi considerare coloro che non hanno potuto recarsi sul lago d'Iseo e hanno fatto salire il numero delle persone che si sono interessate all'evento, quindi un altissimo numero di persone in tutto il mondo sono state coinvolte in una azione artistica, ricevendo in cambio la conferma, la certezza che l'arte esiste anche in altre forme e può essere bella, può far bene al nostro animo e non bisogna per forza recarsi in un museo oppure in una galleria, sopratutto non bisogna essere esperti o collezionisti, studiosi o addetti ai lavori, anzi, più siete profani e più sarete in grado di godervi un'opera perché liberi da condizionamenti, sarete naturali e spontanei nel giudizio e poi, in ultima analisi, l'arte può essere dovunque, anche qui, nel nostro bar come il bonsai, il nostro wish tree pieno di desideri, l'arte può essere quella di strada, arte può essere i colori dell'arcobaleno, tutti abbiamo bisogno dell'arte. Non serve fare distinzioni fra un linguaggio e un altro, fra una tecnica e un'altra, l'arte va goduta, vissuta.
Senza dubbio qualcuno preferisce l'arte che possa essere compresa razionalmente a prima vista, oppure che abbia basi classiche, storiche, consolidate, ci può stare, ognuno è libero di interpretare a proprio modo, ma rimane il fatto che qualsiasi forma espressiva fa bene allo spirito ed è un bene per tutta l'umanità, anche se non sapete quando è nato Picasso, oppure dove ha vissuto Mondrian, non importa, ammirate qualsiasi opera d'arte con interesse e dopo di sicuro vi sentirete migliori.
- Io vedo questa striscia giallo dalia e penso a prosciutto e melone (Saverio il gommista.)
- A me ricorda il colore dei capelli che si è fatta per sbaglio mia nonna (Roberta la scrittrice.)
- Qualcuno ha visto dove ho lasciato le mie t-shirt? (Francesca.)
- Sì, Gianni le ha prestate a Paolo e Diego per metterle sui manichini che avevano freddo (Peppino.)
- Non ci posso credere!
- Ma no, scherzavo... eccole là...
- Ma dopo, con questa, come la chiami tu, opera d'arte, che ci hanno fatto? E' rimasta sul lago? (Peppino.)
- No, è stata smontata e poi riciclata.
- Peccato, poteva essere utile (Peppino.)
- Sì, ma con il tempo si sarebbe usurata e avrebbe perso il senso originario, la cosa migliore è stata che milioni di persone conserveranno nella loro memoria un incredibile ricordo colorato che li ha fatti passeggiare nel macrocosmo con la fantasia, e poi, dopo la realizzazione di The floating piers ora la gente sa che c'è arte anche fuori dai musei e dai libri di storia, l'arte può essere passato, presente e futuro e può essere disponibile per tutti.
- Allora arte per tutti?
- Sì, certo.
- Bello quell'ombrellone a forma di nuvola.
- L'ho pensato così per farvi toccare il cielo con un dito.
- E' di qualcuno la macchina rossa con le sfumature arancioni, il tettino giallo e i copertoni bianchi in doppia fila?
- Eccomi, vengo subito... amici lettori della signoradeifiltri... me ne ero dimenticato... vado a spostarla ma ritornerò... Di chi parleremo la prossima volta? Per la gioia di Nando l'elettricista vi farò luce con una lampadina speciale...
"Io, Christo, faccio e distruggo opere milionarie ma non cercate simboli: godetevi il paesaggio."
Christo
Arte al bar: DAVID HOCKNEY "A bigger interior with blue terrace and garden"
Amici lettori del blog dove la luce della cultura è sempre accesa, tenetevi forte, oggi parleremo di arte, ma voglio ancora fare uno strappo alla regola, descriverò un'opera artistica ma, davanti a quell'opera, metterò un giovane anziano, che c'è di strano? Vi sembra tutto un po' confusionario? In questo caso considererò opera d'arte l'artista stesso che l'ha realizzata, e sapete perché lo faccio? Per darvi un esempio, un buon esempio, lo faccio per tutti quegli anziani che sono avviliti, vinti dalla vita, le spalle curve, lo sguardo spento, qualcuno spinto su una sedia a rotelle da chi parla un'altra lingua, stanchi e desiderosi ormai di percorrere alla svelta quel viale del tramonto, l'ultimo per tutti loro. E... se, invece, il tramonto potesse essere più colorato, più vivace, più allegro?
Ecco, signore e signori, sto per presentarvi David Hockney, un giovane di 81 anni, mi piaceva il suo sorriso, il suo sguardo mica arreso, chissà che stava pensando in quel momento, con la sua opera alle spalle, di fronte alla macchinetta fotografica del fotografo: "Ehi, sbrigati, devo andare a prendere un dolcetto al rinfresco, ragazzo, ma tu non hai la gola secca?"... Sì, credo che questo fosse proprio quello che stava pensando in posa di fronte al fotografo.
Voi direte che non tutti hanno la sua fortuna e lo stesso destino, ora non voglio parlarvi di quello che gli ha riservato la sua lunga vita, David Hockney è un artista britannico del 1937, da sempre, sin da ragazzino, pittore, disegnatore, illustratore, incisore, fotografo, scenografo e chissà quale altra tecnica e linguaggio espressivo ha sperimentato... Fermi tutti... ha anche disegnato con l' i-phone e l'i-pad... e, anche se per lui il tempo è passato - a causa dell'età cala la vista, i movimenti rallentano, la forza si affievolisce, l'udito si "attappa", l'equilibrio statico è provvisorio - per lui, questo giovane di 81 anni dall'eterno sorriso, non si è mai esaurita l'energia vitale.
Ecco, io considero David Hockney una vera opera d'arte della natura, il nostro giovane anziano è ancora curioso, entusiasta, cammina reggendosi con un bastone, lo stesso per tutti quelli della sua età, eppure, quando inizia a lavorare, lo molla a terra e con la fantasia inizia a volare. Non so se lo avete notato, ma per tutti gli artisti che finora vi ho descritto, questa è una caratteristica analoga, e allora perché non dimenticare per un momento gli acciacchi e divertirsi con l'immaginazione? David Hockney è oltre 60 anni che lo fa, anzi di più, ora è come lo vedete, sicuramente penserete ad un vecchio signore arzillo, direte perché ancora non si sia stancato di fare le stesse cose? Ma no, avete capito male, lui non fa mai le stesse cose, le vive sempre e solamente in una maniera diversa. Ogni volta che si è tuffato, per farvi un esempio, nelle sue famose piscine (ha realizzato molte opere con protagonista la piscina e la trasparenza dell'acqua) tutte quelle volte sott'acqua vedeva qualcosa di nuovo, anzi, lo cercava con tutta la forza della sua fantasia. Fatelo anche voi, non abbiate paura, tuffatevi nell'armonia della sua arte, potrete vedere i suoi colori, ridere, gioire, sentirvi finalmente felici. Certo che la realtà è un'altra cosa, ma i colori della fantasia sono veri, naturali, guardatevi intorno, i rossi dei fiori, il blu del cielo, il verde dei prati, dovete solo mollare la tristezza dentro di voi, la rabbia, l'egoismo umano che ci siamo costruiti, sconfitta dopo sconfitta. David Hockney non è un eterno ragazzino, è un artista vero, ma la sua visione della vita potrebbe essere uguale alla nostra, la felicità di fronte all'allegria di un colore luminoso è uguale alla nostra, una forma infantile ci riporta indietro nel tempo, tutti allo stesso modo, a quando eravamo bambini, ed è incontrovertibile che tutti lo siamo stati. Sembra un po' irrealizzabile vero?
Ora lasciatemi saltare la sua biografia, fin dai suoi inizi sarebbe una interminabile storia di successi e di lavori realizzati con le tecniche più svariate, vi citerò solo in breve chi è David Hockney.
E' nato a Bradford, in Inghilterra, il 9 luglio 1937. In un piccolo museo della sua città, il ragazzino ha mosso i primi passi nel mondo dei colori, poi, una riproduzione di un opera di Cezanne, una di quelle stampe che sanno di antico ma che per lui appariva come la cosa più bella del mondo, gli confermò il suo amore per l'arte, sapeva già quale sarebbe stato il suo destino, l'essere un artista di professione. Poi arrivò la conoscenza dei pittori italiani, insieme a tutta l'arte del resto del mondo, poi la scuola d'arte, poi la Royal college of art. Crescendo, la sicurezza dei propri mezzi, insieme alla sua passione, lo rendono un ribelle, un po' pazzo, quasi eccentrico, da disegnarsi un suo personale diploma al posto della classica tesi scritta, ma come avrebbe potuto fermare la tempesta creativa dentro di lui?
- Uelà, scrittore mezza cartuccia, ma ti sei accorto che stai facendo un monologo?
- Giovanna, hai ragione, sai, mi sono fatto prendere la mano, è proprio una persona fantastica, ma tu che ne pensi di questo vecchietto?
- Per me assomiglia al nonno di Patrizio, e poi ha lo sguardo vispo come qualcuno che ha appena rubato la cioccolata dalla dispensa.
- Io credo che la sua cioccolata siano i suoi colori, ci si tufferebbe a pesce... E invece, Mimmo, tu che ne pensi?
- Gli piace la musica, la samba e adora il Brasile!
- Mimmo, non credo che gli piaccia ballare, ma sicuramente prende ispirazione anche dalla musica, c'è un grande ritmo nelle sue opere.
- Sì, non è noioso (Mario il benzinaio.)
- Mario, per rimanere nel tuo campo, una volta ha decorato a modo suo una Bmw, rendendola fantastica, un giorno le auto saranno tutte più "colorate", stop alle solite auto uniformate.
David Hockney ha sperimentato moltissimo, sono famosi i suoi collage di polaroid, in quei montaggi c'è estro e voglia di divertirsi, e poi per lui, nato negli anni '30, ora, ritrovandosi nel pieno di una rivoluzione tecnologica, è una gioia infinita sperimentare le possibilità che offrono le innovazioni. L'artista, talmente curioso e giovane di spirito, non ha neanche paura dei pareri negativi di certi addetti ai lavori che vedono il progresso digitale come un ostacolo al modo tradizionale di fare arte, niente lavoro in studio, tavolozza, cavalletto, pennelli. David Hockney sa benissimo che l'arte, anche se realizzata con qualsiasi altro strumento alternativo e ipertecnologico, sopravvivrà sempre, anzi, per paradosso, l'arte sarà ancora il filo indistruttibile e indissolubile che ci terrà legati alla vera essenza della natura umana.
- Vorrei tanto essere un giocherellone come lui (Michele il tappezziere.)
- Certo che puoi, inizia a cambiare il colore della tua camicia.
- E poi?
- Guarda, Michele, se adesso offri il gelato a tutto il bar, ci mettiamo tutti a ballare la samba, Gianni, nel tuo juke box la abbiamo? (Dalia.)
- Sì, certo.
- Amici lettori, è veramente così, nei colori e nelle forme di David Hockney noi avvertiamo il sound della samba e, come la musica, la sua arte ci regalerà allegria. E' così che vuole essere il nostro artista britannico, che ora vive a Los Angeles perché gli piace il clima ed il cinema, lui vuole vivere nella gioia generata dalla fantasia... Non è un buon esempio? Se volete ballare con noi, forza, amici lettori, fatevi trasportare dalle note e dai colori, io resto ancora un po' a vedere il suo volto sorridente di fronte a quest'opera dal formato atipico. E' un esagonale esposto al Pompidou centre, "A bigger interior with blue terrace and garden".
Pensate, si tratta di un'opera del 2017, un acrilico su tela. Mi farò travolgere dalla luce di quei colori, rosa e fucsia per le pareti di fondo, verde rigoglioso del giardino, la passerella a toghe blu della terrazza a porticato sopra la piscina dal bordo giallo, immaginerò di affacciarmi da una di quelle finestre arancioni, lo guarderò mentre voi sognate Brasileiro, poi camminerò verso di lui e, come in un cartoon, prenderei per mano David Hockney per portarlo in giro per Roma in sella alla mia Vespa, ma di sicuro lui mi direbbe: "Walter, ma prima non possiamo mangiare anche noi un gelato?"... Goodbye, amici, ci rivediamo al prossimo artista e, a sorpresa, sarà ancora fantasia come non la vedevate da molti anni.
"È proprio il processo di guardare qualcosa che lo rende bello."
David Hockney
My friends, readers of the blog where the light of culture is always on, hold on, today we will talk about art, but I still want to make an exception to the rule, I will describe an artistic work but, in front of that work, I will put a young elder, what is it that is strange? Does everything seem a little confusing? In this case, I will consider the artist who created it to be a work of art, and do you know why I do it? To give you an example, a good example, I do it for all those elderly who are dejected, overcome by life, their shoulders turned, their eyes off, someone pushed in a wheelchair by those who speak another language, tired and eager now to quickly walk that avenue of sunset, the last for all of them. And ... if, instead, the sunset could be more colorful, more lively, more cheerful?
Here, ladies and gentlemen, I'm about to introduce you to David Hockney, a young man of 81, I liked his smile, his look not yet surrendered. Who knows what he was thinking at that moment, with his work behind him, in front of the camera of the photographer: "Hey, hurry up, I have to go and get some sweets at the reception, boy, but you do not have a dry throat?" ... Yes, I think this was just what he was thinking while posing in front of the photographer.
You will say that not everyone has his fortune and destiny, now I do not want to talk about what his long life has reserved for him, David Hockney is a British artist of 1937, since he was a child, he was painter, illustrator, engraver, photographer, scenographer and who knows what other technique and expressive language he has experimented ... He has also designed with i-phone and i-pad ... and, even if for him the time has passed - because of the age the sight falls, the movements slow down, the strength fades, the hearing "attappa", the static balance is temporary - for him, this 81-year-old boy with an eternal smile, the vital energy has never been exhausted.
Here, I consider David Hockney a true work of art of nature, our young elder is still curious, enthusiastic, walks holding a stick, the same for all those of his age, yet, when he starts working, he leaves it and, with the imagination, he starts flying. I do not know if you have noticed, but for all the artists I have described so far, this is a similar feature, so, why not forget for a moment the ailments and have fun with the imagination? David Hockney has done this for over 60 years, even more, now he is how you see him, surely you will ask why he has not got tired of doing the same things? But no, you misunderstand, he never does the same things, he always makes them in a different way. Every time he dived, to give you an example, in his famous pools (he made many works with the swimming pool and the transparency of the water) all those times underwater he saw something new, indeed, he was looking for it with all the strength of his imagination.
Do the same, do not be afraid, dive into the harmony of his art, you can see his colours, you can laugh, rejoice, finally feel happy. Of course reality is something else, but the colours of fantasy are real, natural. Look around you, the red of flowers, the blue of the sky, the green of the meadows, you just have to give up the sadness inside you, the anger, the human egoism that we build, defeat after defeat. David Hockney is not an eternal boy, he is a true artist, but his vision of life could be the same as ours, happiness in the face of the joy of a luminous colour is the same as ours, a childish form takes us back in time, all the same, when we were children, and it is incontrovertible that we all were. It seems a bit unrealizable, right?
Now let me skip his biography, since its beginnings would be an endless history of successes and works made with the most varied techniques, I will mention only shortly who David Hockney is.
He was born in Bradford, England, July 9, 1937. In a small museum of his city, the boy took his first steps in the world of colours, then a reproduction of a work by Cezanne, one of those prints that smell of ancient, but for him it seemed like the most beautiful thing in the world, confirmed his love for art, he already knew what would have been his destiny, being an artist by profession. Then came the knowledge of Italian painters, along with all the art of the rest of the world, then the art school, then the Royal college of art. Growing up, his talent and passion make him a rebel, a bit crazy, almost eccentric, to draw his own diploma in place of the classic written thesis, but how could he stop the creative storm inside him ?
- Uela, writer, have you noticed that you're doing a monologue?
- Giovanna, you're right, you know, I got carried away, it's just a fantastic person, but what do you think of this old man?
- For me it looks like Patrick's grandfather, and he has a lively look, like someone who has just stolen the chocolate from the pantry.
- I believe that his chocolate are his colours, we would dive into them... And you, Mimmo, what do you think?
- He likes music, samba and loves Brazil!
- Mimmo, I do not think he likes to dance, but he certainly takes inspiration from music too, there is a great rhythm in his works.
- Yes, he's not boring (Mario who works at the gas station.)
- Mario, to remain in your field, once he decorated in his own way a Bmw, making it fantastic, one day the cars will all be more "coloured", enough with the usual uniformity of cars.
David Hockney has experimented a lot, his collages of Polaroids are famous, in them there is inspiration and desire to have fun, and then for him, born in the '30s, now, finding himself in the middle of a technological revolution, it is an infinite joy to experience the possibilities that innovations offer. The artist, so curious and young in spirit, is not even afraid of the negative opinions of certain critics who see digital progress as an obstacle to the traditional way of doing art, no work in the studio, palette, easel, brushes. David Hockney knows very well that art, even if made with any other alternative and hypertechnological instrument, will always survive, indeed, paradoxically, art will still be the indestructible and indissoluble thread that will keep us linked to the true essence of human nature.
- I would love to be cheerful like him (Michele the upholsterer.)
- Of course you can, start changing the colour of your shirt.
- And then?
- Look, Michele, if you now offer ice cream to the whole bar, we all go to dance the samba. Gianni, do we have it in your juke box? (Dahlia.)
- Yes, sure.
- My friend readers, it is really like that, in the colours and forms of David Hockney we feel the sound of the samba and, like music, his art will give us joy. That's how he wants to be, our British artist, who now lives in Los Angeles because he likes the climate and the cinema, he wants to live in the joy generated by fantasy ... Is not that a good example? If you want to dance with us, come on, readers, let yourself be carried away by the notes and the colours, I will stay a little longer to see his smiling face in front of this atypical work. It is a hexagonal exhibited at Pompidou center, "A bigger interior with blue terrace and garden".
Think, this is a work of 2017, an acrylic on canvas. I will be overwhelmed by the light of those colours, pink and fuchsia for the back walls, lush green of the garden, the blue-toghe walkway of the porch terrace above the yellow-rimmed pool, I will imagine to look out from one of those orange windows, I will look at you while you dream of Brasileiro, then I will walk towards him and, like a cartoon, I would take David Hockney by the hand to carry him around Rome, riding my Vespa, but for sure he would tell me: "Walter, but cannot we eat an ice cream first? "... Goodbye, friends, we'll meet again at the next artist and, surprisingly, it will still be a fantasy, as you have not seen it for many years.
"It is precisely the process of looking at something that makes it beautiful."
David Hockney
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