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raffaele piazza

Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"

26 Gennaio 2025 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Daurija Campana

Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato

Guido Miano Editore, Milano 2024

 

Daurija Campana nasce a Meldola (Forlì) nel 1977; è poetessa. scrittrice e pittrice. Nel 2013 pubblica la raccolta poetica La casa di paglia. Le sue opere pittoriche appaiono in diversi cataloghi e nel 2023 pubblica la silloge poetica Sola tra memoria e dolore, con Guido Miano Editore,

La raccolta di poesie della Campana, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’esauriente prefazione di Michele Miano centrata e ricca di acribia.

Come scrive il critico, la silloge rientra in un progetto più articolato del suddetto Editore, la collana dedicata al Parallelismo delle Arti secondo il quale la pittura può risultare poesia muta e la poesia pittura parlante.      

Se nella raccolta precedente prevalevano il senso del dolore intimamente connesso con quello della solitudine, dolore dovuto soprattutto alle morte del padre, nella nuova silloge sicuramente in continuum con l’altra, la poetica si apre a un felice sforzo di uscire dal male di vivere e dal dolore dell’esistere, proprio attraverso l’elemento della novità che può portare una luce nella visione del mondo della poetessa.

Ma con un’analisi più profonda ci accorgiamo che nell’anima della Campana, nella sua memoria, nella sua camera della mente coesistono, come si evince dal titolo del volume, anche ricordi relativi al passato che riemerge come una provenienza e poi si parla di qualcosa di blu che pare essere il colore preferito dalla poetessa e di qualcosa che prende il nome di prestato che potrebbe identificarsi nei versi stessi donati ai suoi lettori per poi riaverli e tutto questo non può che generare un gioco intrigante per arrivare almeno ad attimi di pace nella creazione e nella fruizione del testo e dal piacere che ne deriva.

Citiamo dalla sezione Qualcosa di vecchio i seguenti versi tratti dalla poesia Stelle cadenti: «A che m’importa guardare là fuori/ e rivederci bimbi col pallone,/ se non posso più vedere i colori/ dei tuoi occhi, tra il nero e il marrone?...». In questa poesia la Campana si rivolge ad un “tu” che presumibilmente, se tutto in poesia è presunto, è il suo amato del quale non può vedere la tinta degli occhi la cui forza è importante, come asseriva Alfonso Gatto e il titolo bene s’intona all’atmosfera di questi versi, intrisi di un controllato dolore.

Quindi una raccolta complessa quella della Campana che va letta anche più di una volta per assaporare ogni suo particolare nella consapevolezza che la vita è degna di essere vissuta e che la salvezza e la leggerezza sono sottese all’arte, in questo caso rappresentata dal binomio poesia-pittura salvifico come cura per l’anima e per il corpo, sia per il poeta, sia per il lettore.

L’arte per il superamento stesso dell’angustia e del resto le interazioni tra le linee di codice delle arti sono nella loro sinergia il mezzo per ritrovare un potenziamento sul piano estetico quando i versi sono ispirati da immagini pittoriche.

Dalla sezione Qualcosa di blu riportiamo questi versi della poesia Il lago: «E me ne andrò col cuore in gola e un pianto/ che non soffocherà la mia sete di te,/ mio lago amato, del dolce conforto/ che, amichevole, non mi hai mai negato/ e venivo con l’angoscia nel cuore/ piangendo ti parlavo di mio padre/ e pregavamo insieme che guarisse…». Qui ancora una volta l’interlocutore è un “tu” che viene amorevolmente definito lago amato, e del quale ogni riferimento resta taciuto e c’è l’elemento mistico della preghiera da recitare insieme all’amato per la guarigione dell’uomo.         

In La verità, poesia che apre la raccolta e che ha un carattere programmatico, componimento che è connesso e che interagisce con il dipinto ad olio eponimo, attraverso versi sinuosi, magici e intellettualistici sicuramente di natura lirica, la poetessa nomina la vanità e la verità e si rivolge in modo intenso ad un tu che potrebbe essere l’amato o se stessa: «Ma tu sciogli i capelli e a piedi nudi/ calpesti tutte le tue certezze/ mostra il vero di quanto in te richiudi/ le tue impressioni e le delicatezze/ celate nella maschera di vetro/ ti sembrerà di andare controvento/ tra i giudizi e le risate dietro…». Il dipinto a olio su tela eponimo si associa ai versi del componimento La verità che ha anche qualcosa di neo orfico, attraverso il comune denominatore che hanno la poesia e il dipinto che consiste in un fattore x di suggestione e magia e inoltre i versi emanano una vaga luminosità come il dipinto stesso che raffigura una misteriosa ragazza con un lumino a olio acceso che nel buio risplende per una ricerca simbolica della verità stessa.

Raffaele Piazza

 

Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.

 

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"Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi

21 Novembre 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

 a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente risiede. Il volume su Zanon, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una notevole complessità e articolazione a livello architettonico nell’esaminare a trecento sessanta gradi l’opera in versi del Nostro. Come scrive Concardi nell’introduzione il presente lavoro si prefigge la finalità di ordinare il materiale costituito dai contributi della critica letteraria a commento delle opere poetiche di Maurizio Zanon. Concardi a proposito di quanto suddetto parla di quella invalsa e maggioritaria corrente contemporanea che si può definire “critica multifattoriale”, ovvero lo studio degli svariati e molteplici aspetti dei lavori letterari posti sotto la lente d’ingrandimento dalle scuole di pensiero dall’Ottocento a oggi  in un’epoca  che è stata definita da taluni post-crociana cioè dopo l’ultimo grande maestro in materia.  

Svariati e variegati gli ambiti della critica che riguarda questo autore, che vanno dalla poetica all’estetica tout-court nell’esaminare i motivi ricorrenti e lo stile e il linguaggio, l’ambiente naturale e lagunare, gli intrecci memoriali e d’amore con scampoli autobiografici. esistenzialismo e spiritualità, saggi di letteratura comparata e antologia essenziale delle poesie. 

Ricordiamo che nella prefazione a Fralezze, raccolta poetica di Zanon, (Guido Miano Editore, Milano 2022) lo stesso Concardi  esprime l’idea che in questo libro Maurizio metta in scena la sua visione della vita, ovvero l’effimero esistenziale della condizione umana e che l’osservatorio da cui scruta il mondo è ora quello della vecchiaia e il richiamo autobiografico d’una corsa che va verso il capolinea è costante, pur alternando negli esiti lirici, stati d’animo fatalistici e crepuscolari ad altri speranzosi e valoriali.

In ogni caso rispetto a quanto suddetto c’è da mettere in luce che nonostante il pessimismo di fondo ci sia anche dell’ottimismo nella concezione della vita dell’autore, ottimismo che si evince in accensioni poetiche fulminanti e icastiche come quella in cui Zanon scrive “mettevano le ali i miei sogni” (Memorie, da Fralezze) che è un momento lirico veramente alto.

La poetica è costituita dal ventaglio dei motivi lirici più ricorrenti nei testi, che sottintende anche la visione del mondo emergente da essi, il pensiero dell’autore, i messaggi comunicati ai contemporanei, in altri termini per la critica che cosa ha veramente detto Zanon con la sua scrittura.          

Viene in mente il concetto del premio Nobel Seamus Heaney che paragonava l’azione dello scrivere e quindi anche quello dell’esercizio della critica letteraria a uno scavare nella parola quando la penna stessa diviene una vanga da usare nel terreno del senso e del significato in questo caso delle poesie e della poetica di Zanon.

Molti sono i critici che hanno scritto contributi sulla poesia di Zanon come Francesco Flora (1891-1962) più vicino a Croce e al suo concetto della parola-poetica, avente come caratteristica il linguaggio intuitivo e primitivo, espressione di uno spirito purificato in senso culturale. Oppure il contributo di Walter Binni (1913-1997), teorico del divario tra poetica, ovvero il programma dell’autore comprendente le sue tematiche e le sue convinzioni e poesia, cioè la realizzazione del progetto.

Tantissimi altri nomi autorevoli hanno scritto su Maurizio Zanon che, per la qualità del suo poiein veramente notevole, ha meritato i numerosi contributi critici sul suo fare poesia sempre laudativi.

Raffaele Piazza           

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Vincenzo Meo, "Oggetti Preziosi"

23 Ottobre 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Vincenzo Meo

 Oggetti Preziosi

 Guido Miano Editore, Milano 2024

 

La raccolta di poesie Oggetti Preziosi (Guido Miano Editore, Milano 2024) di Vincenzo Meo presenta due prefazioni: una di Michele Miano e l’altra di Romeo Iurescia, ntrambe centrate e ricche di acribia, e anche una nota critica di Vincenzo Bendinelli.

La silloge è scandita nelle seguenti sezioni: “Cielo grigio e squarci azzurri”, “Una luce diversa”, “Anonima”.

Significativa la poesia eponima che non a caso è la prima del testo e che in modo incontrovertibile ha un carattere programmatico; “Da ragazzo/ mi avventuravo lungo il fiume/ cercando oggetti preziosi/ fossili, radici, pietre rare/ e tutto ciò che vi fosse/ di insolito e sconosciuto./ poi ad un tratto/ abbandonai quel mondo/ di palpabili oggetti,/ per cercare dentro di me/ oggetti più preziosi”.

Nella suddetta composizione si assiste ad uno spostamento dell’attenzione da parte dell’io-poetante dal mondo delle cose esterne e tangibili all’interiorità del poeta stesso, sfere che hanno in comune la possibilità di contenere cose preziose per la vita e del resto fossili radici e pietre rare divengono correlativi oggettivi per una ricerca simbolica del senso della vita stessa di cose fisiche che sopravviveranno al poeta e a tutti pur essendo inanimate.

Poi per un secondo livello il poeta per un forte impegno etico si ripiega su se stesso per trovare nella sua psiche cose preziose e da questo scavo nasce, scaturisce la poesia stessa che è l’unica cosa che può salvare.

Una forte e insolita chiarezza caratterizza i componimenti di Meo che sembrano sottesi ad una scaltrita e intelligente coscienza letteraria.

La luce e le tinte numinose presumibilmente del cielo sembrano essere dette controcampo quasi come antidoto al male e alla violenza del mondo che turba Meo che però è perfettamente convinto che la vera felicità è nel bene e che una persona possa essere nel carattere fortissima e anche buona in una stabile gioia e che la poesia stessa può nell’attimo fermare il tempo in una forma d’infinito diversa da quella leopardiana se c’è un’uscita trascendente e ogni fenomeno è morale.

Quanto suddetto è colto anche da Michele Miano nella sua prefazione e accade così che il pessimismo di fondo diventi ottimismo. Scrive infatti Miano che Vincenzo affronta la scrittura letteraria come affronta la vita di ogni giorno con forza, dignità e fiducia e con quello sguardo pulito e profondo dell’artista che non teme di scontrarsi con lo squallore della violenza della degradazione dei valori etici di una società ormai alla deriva.

Non è solo la poesia che salva, perché intimamente connessa alla poesia stessa il poeta per la sua redenzione crede in Dio e fa bene a gettare su di Lui ogni sua ansia e ogni suo dolore e nella poesia Grazie Signore scrive: “ Grazie Signore!/ per averci dato le stelle che ci fanno un po’ di compagnia/ in questo mondo così triste e solo“.

Intrigante un componimento della prima sezione che contiene il concetto della poesia nella poesia intitolato Un poeta; “Un uomo/ un operaio/ un medico/ un professore/ uno scienziato il capo di una nazione/ un poeta/ qualcosa di più/ qualcosa di diverso".

Una vena e un’ispirazione poetica originali in questi componimenti connotati da chiarezza e da eleganza e la loro semplicità sottende la complessità di in pensiero intelligente e profondo che produce un interessante esercizio di conoscenza.

Raffaele Piazza

 

Vincenzo Meo, Oggetti Preziosi, prefazioni di Michele Miano e Romeo Iurescia, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 128, isbn 979-12-81351-35-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

                   

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Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo"

24 Settembre 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Franco Colandrea

A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

 

Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede si può definire come il diario di un’anima, di un padre che ha perduto prematuramente un figlio, e così la morte del figlio Paolo diviene per Franco Colandrea occasione di uno scritto che virtualmente è indirizzato al figlio stesso; non un monologo, ma Dialoghi d’amore, come suggerisce il sottotitolo del volume.

Il tema della morte di un figlio è stato già oggetto di opere letterarie come per esempio il libro di poesia Il dolore di Giuseppe Ungaretti e la letteratura diviene così strumento per la rielaborazione del lutto e del resto scrivere è sempre qualcosa di salvifico.

Il libro presenta una prefazione esauriente e ricca di acribia di Floriano Romboli intitolata L’intensità di un amore senza confini.

A livello strutturale il testo è costituito da una sequenza di brevi frammenti tutti forniti di titolo e il linguaggio usato da Colandrea è chiaro e icastico.

Ricorre il tema del ricordo del sorriso di Paolo e il padre rievoca momenti felici a contatto con la natura passati insieme.

L’interlocutore dell’io-narrante è Paolo al quale Franco si rivolge come se gli mandasse lettere o messaggi in bottiglia, come se fosse una presenza-assenza e Colandrea, con queste missive destinate al figlio scomparso, ne riattualizza il ricordo attraverso la memoria involontaria in modo positivo e costruttivo per rivivere nello scatto e scarto memoriale i momenti belli passati con lui.

Si può considerare architettonicamente questo volume come una serie di flash che descrivono situazioni profonde a livello affettivo tra un padre e un figlio molto legati tra loro e le situazioni descritte sono ambientate soprattutto nel tempo dell’infanzia di Paolo, anima in formazione sensibile e felice, anche perché ha la fortuna di avere un padre lungimirante, buono e intelligente che gli vuole veramente bene, e credo che ogni lettore-genitore può identificarsi tout-court con l’io narrante.

Una natura idilliaca fa spesso da sfondo, da cornice al binomio padre-figlio e anche il sogno e il sogno ad occhi aperti fanno parte delle tematiche espresse dall’autore.

Molto suggestivo il frammento intitolato Un fiore nella notte dove è presente il tema della metamorfosi quando l’autore dice di vedere gli occhi scuri e profondi di Paolo e l’Io del figlio mostra al padre un fiore nero e Franco gli svela l’enigma dicendo che quel fiore è il fiore della notte, del buio e dell’oblio ed è egli stesso.

Libro intelligente e felice che, pur partendo dal dato incontrovertibile del dolore, tramite l’esercizio di conoscenza e la riattualizzazione di situazioni passate, diviene salvifico e serve a rinnovare la gioia dell’amore nella sua inscindibile relazione proprio con la stessa morte.

Raffaele Piazza

 

 

Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Adriana Deminicis, "8 Infinito 8- L'arrivo del Gabbiano"

24 Agosto 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Adriana Deminicis

8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano

 

8 Infinito 8 - L’arrivo del Gabbiano (Guido Miano Editore, Milano 2024), raccolta di poesie di Adriana Deminicis, presenta una prefazione acuta e centrata a firma di Enzo Concardi.

La raccolta si situa in continuum con quella precedente dell’autrice intitolata 8 Infinito 8 – La gemma di giada.

Il tema dell’infinito di leopardiana memoria è di per sé affascinante e l’insistenza della poetessa nel trattarlo ci fa pensare ad una sua intelligente coscienza letteraria sottesa alla convinzione incontrovertibile che la poesia salva la vita sia nel praticarla sia nella sua attenta lettura.

E del resto c’è anche la tematica del raggiungimento della felicità dopo il dolore e la scissione dell’io e la felicità stessa è proprio nell’arrivo del Gabbiano che non delude anche se arriva dopo un’estenuante attesa.

Le sensazioni suddette, che già si sentivano nella prima opera di questo ciclo, qui sembrano intensificarsi e se Godot, in Samuel Beckett, non giunge nonostante tante speranze, il simbolico Gabbiano della poetessa mantiene la promessa e diviene appunto metafora della gioia e della felicità che sono possibili e anche della libertà.

Del resto i gabbiani sono volatili pieni di fascino sia per l’aspetto sia per il comportamento e nessuno può dimenticare il suggestivo e magico libro di Richard Bach intitolato Il gabbiano Jonathan Livingstone anche se si tratta di un’opera in prosa e non in poesia.

Non manca nelle poesie del volume il tema della poesia nella poesia espresso dall’io-poetante nel riflettere traendo dai suoi pensieri delle conclusioni.

Diviene per il lettore spontaneo e istintivo identificarsi proprio con lo stesso io-poetante e del resto il concetto d’infinito si collega a quello dell’essere e per chi crede con l’idea di Dio.

Nel componimento eponimo che ha qualcosa di programmatico leggiamo: “Apro la porta, osservo il Cielo/ aspetto di vedere l’arrivo di un gabbiano/ per iniziare la storia/ appena un gabbiano sorvolerà il mio Cielo/ ed io stando qui sarò in grado di poterlo vedere….”.

Come ha affermato lo stesso Concardi la poesia di Adriana ha un andamento che la fa somigliare alla prosa e questo è sicuramente un fatto originale nell’essere minimo in questi versi lo scarto dalla lingua standard.

La raccolta non è scandita in sezioni e complessivamente può essere considerata un poemetto anche se alcune composizioni che la costituiscono sono dei poemetti autonomi.

In E c’erano i Gabbiani leggiamo: “E c’erano i gabbiani/ si sentiva il loro canto/ sembrava fossero lì/ sulla spiaggia da secoli/ al largo una canoa gialla/ il Sole del Tramonto/ appena giunto con le Nuvole/ appena giunto sulla spiaggia/ la parola dei Gabbiani».

Veramente alta la poesia Appuntavo i miei pensieri più belli che come altre non è legata alla tematica dominante del corposo volume: “Le parti del nostro corpo sognano?/ L’anima è più bella/ lo Spirito pure/ A volte alcuni sogni vengono ad avere origine/ da alcune singole parti del corpo,/ il corpo non doveva diventare/ un limite ai nostri pensieri/…”

Del resto la poetica dell’autrice esprime stabilmente l’emozione di una reverie di un sogno ad occhi aperti pervaso da una vaga malia.

Raffaele Piazza

 

 

 

Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"

24 Luglio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Francesco Salvador

IL DONO DELL’ALBA

 

Il dono dell’alba (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che risulta alla lettura magmatica per la densità metaforica dei componimenti che, pur essendo autonomi tra loro, per l’unitarietà contenutistica e formale possono in toto essere letti come un continuum di versi come se fossero collegati da un filo rosso invisibile.

Qui l’ordine del discorso è sotteso ad emozioni debordanti che crea il poeta, emozioni comunque sempre controllate a livello stilistico e formale, e per l’opera esaminata in questa sede si potrebbe arrivare alla definizione di poemetto. 

Il male di vivere di montaliana memoria, e vissuto intensamente dal poeta, sembra essere il protagonista di questi versi.

E se nel titolo del volume si parla di un dono di luce è sottinteso che per una caratteristica dei versi presi in considerazione bisogna riferirsi anche ad un altro tipo di dono, che è quello del turbamento che serpeggia ridondante nei versi di Salvador.

Tuttavia, come evidenzia anche Enzo Concardi nell’acuta prefazione ricca di acribia, Francesco Salvador non sta assolutamente a piangersi addosso, affranto da una vita che dà scacco, ma reagisce conscio che la condizione umana può riservare anche tantissime gioie e che la vita stessa è degna di essere vissuta.

Già il titolo della raccolta  evidenzia che la vaga luminosità dell’alba è un dono in se stesso e ci fa intendere che nella coscienza letteraria dell’autore può realizzarsi anche la felicità, forse come in momenti perfetti di sartriana provenienza. 

Il poeta sa che è proprio la pratica della poesia quello che può salvarlo a prescindere da una visione trascendente dell’esistere.      

E la stessa alba è luce e può divenire rigenerante e portatrice di un approccio nuovo alle cose nel confrontarsi con la realtà in tutte le sue sfaccettature e tutti i suoi settori.

In altre parole se la vita non è facile per nessuno, nonostante il pessimismo di fondo, si può varcare anche nel transito terreno la soglia della speranza.

E se Francesco affronta i temi del male, e della morte e del dolore lo fa lucidamente per esorcizzarli e poi trovare serenità.

E non a caso si ritrovano componimenti che sembrano un inno all’ottimismo che non potrebbero esserci se il poeta non avesse toccato nella sua ansia il fondo come attraverso una sintesi di sentimenti per una risalita fino ad una salvifica superficie con animo sereno e senza sforzo.

Molto bella densa e suggestiva la poesia che apre la raccolta intitolata Una mano sulle pietre componimento che ha un marcato carattere programmatico.

Nella suddetta poesia la psiche e il corpo del poeta stesso, dell’io – poetante, sembrano sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda per un magico e affascinante accadimento che trae l’incipit proprio nel toccare con una mano le pietre come nell’incipit della composizione.

“Mi è di conforto/ posare una mano sulle pietre/ della città visitata nei giorni di festa/ più degli occhi ora è forte/ l’istinto di trattenere/ quelle forme nella mente/ come chi sente la vita andare/ e stringe la mano/ dell’ospite nella casa fredda/ e non vuole lasciare la presa/ cercando così di truffare il tempo…”.

Come scrive giustamente Concardi nella prefazione «la poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico d’occasioni che la vita presenta ma che si risolvono spesso in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza».

Raffaele Piazza     

      

     

 

Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.

 

           

 

 

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

29 Maggio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Rosetta

POESIE NASCOSTE NELLA DISPENSA

 

Pietro Rosetta è un affermato medico oculista che nel 1997 ha pubblicato qualche poesia nel volume antologico Scrittori Italiani del II Dopoguerra. La poesia contemporanea edito da Guido Miano Editore.         

Nel mese di aprile del 2024, per la stessa Casa Editrice, ha dato alle stampe la sua raccolta di poesie, un’opera prima, silloge nella quale si rivela come un poeta eccellente, una vera scoperta letteraria il cui merito va proprio a Guido Miano Editore che lo ha incoraggiato e spinto ad uscire dal suo silenzio.

Evocativo il titolo della raccolta che sembra mettere in luce la riservatezza del Nostro perché ha tenuto nascoste queste poesie presumibilmente per molto tempo prima di pubblicarle, cosa che accomuna molti poeti.

Ora Rosetta è uscito allo scoperto con questa raccolta e ha fatto bene perché le sue composizioni sono splendide nel loro essere connotate da vaghezza e grande originalità e bellezza affascinante.

Ha tolto metaforicamente i componimenti dalla dispensa, elemento che evoca qualcosa di domestico, e senza esitare più ha messo le poesie nella bottiglia del messaggio e le ha lanciate nel mare magnum del circuito letterario con il volume che prendiamo in considerazione in questa sede.

Veramente centrata e ricca di acribia la prefazione di Enzo Concardi a questa silloge nella quale il critico individua il tema dominante dei versi che è quello del dualismo amore - morte interiorizzato dal poeta; dualismo che emerge nel suo approccio alla poesia, alla scrittura che è la vita perché si scrive sempre di sé stessi e la poesia stessa è sempre d’occasione.

La raccolta non è suddivisa in sezioni e per la sua unitarietà tematica, formale e stilistica potrebbe essere considerata un poemetto.

Ad una prima lettura si nota nei versi un forte senso del dolore sotteso alla condizione umana e anche nell’approccio alla dimensione amorosa e si potrebbe pensare a questo proposito al pessimismo cosmico di Leopardi e al male di vivere di Montale.

Tuttavia ci sono poesie connotate da un atteggiamento positivo verso la vita e l’amore e la poetica di Rosetta è piena della raffinatezza delle parole controllatissime e debordanti nella stesso tempo e i versi sono generati da una forte urgenza del dire e risultano chiari e complessi nello stesso tempo.

Si tratta di poesie icastiche e leggere nello stesso tempo che si possono definire neo liriche e che hanno intrinseca una componente riflessiva e intellettualistica.

«Un sottile brivido sbocciato / d’improvviso nel mio giardino / viene a sussurrare l’estate / ai miei pensieri, fioriti nella mente / senza più trovare le parole» scrive Rosetta in una poesia senza titolo (pag.16) che è affascinante perché per argomento ha il rapporto tra detto e non detto che crea nel breve tessuto linguistico una forte tensione che si lega a un senso di sospensione e di forte solipsismo nell’io-poetante molto autocentrato; anche un senso di magia e di malia emerge da questa poesia raffinata e ben cesellata come del resto sono tutti i componimenti del Nostro che nella maggioranza dei casi non presentano titolo e ciò ne accresce il senso del mistero.

«Il tempo è sbocciato / figlio di un sogno che non si vuole realizzare // e le mie mani tra le tue mani / e la mia pelle contro la tua pelle / e i miei occhi dentro i tuoi occhi / e il mio domani, forse anche il tuo domani // sono magici incantesimi che le parole / trascinano impetuose al tribunale della realtà // il tempo è sbocciato / figlio legittimo di una pienezza sconosciuta / e le voci della città / sono fiori, sono frutti che tu hai sparso / intorno a me…».

Nella suddetta poesia (pag.19) densa metaforicamente si respira un senso di ottimismo e molto bella è l’espressione anaforica «Il tempo è sbocciato» per la quale il tempo stesso è figlio di un sogno che non si vuole realizzare e figlio legittimo di una pienezza sconosciuta.

Nel componimento è centrale il tema amoroso erotico e sensuale quando sono nominati gli occhi, la pelle e le mani del poeta e dell’amata che divengono biblicamente una sola carne.

Quindi è una poetica quella di Rosetta in bilico tra gioia e dolore e la complicità, la connivenza che l’io – poetante cerca nell’amata è sicuramente un sintomo di positività nel credere fermamente che l’amore ricambiato stesso possa aprire le porte alla felicità.

Si può definire una ricerca del senso vero e profondo della vita quella di Pietro, una tensione stabile verso la realizzazione dei desideri dettati dai sentimenti soprattutto nel campo amoroso.

E se la poesia è la leggerezza e la quotidianità con il suo eterno ritorno è il vero esistere, Rosetta dimostra che lo strumento umano per riuscire a trovare sicurezza consiste nel creare un’osmosi tra poesia e vita che richiede una grande attenzione che salva e fa realizzare l’individuo in amore, nel lavoro e in tutto.

Il discorso del Nostro affascina perché ogni suo lettore s’identifica in lui che è portatore di sentimenti e valori universali con profondità e fertile intelligenza.

Raffaele Piazza

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Roberto Casati, "Come armonie disattese"

18 Maggio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Roberto Casati

COME ARMONIE DISATTESE

 

Con la sua nuova raccolta di poesie Roberto Casati emerge ancora una volta come una delle figure più significative della poesia italiana contemporanea.

Come armonie disattese (Guido Miano Editore, Milano 2024) è una raccolta che, come scrive giustamente Enzo Concardi nella prefazione, si situa come continuum rispetto al suo libro di poesie precedente Appunti e carte ritrovate (pubblicato sempre con Guido Miano Editore), libro che meritatamente ha riportato eccellenti consensi dalla critica che si possono tra l’altro leggere nelle motivazioni delle giurie dei premi letterari che ha vinto.

Il Nostro in Come armonie disattese, pur partendo dalle esperienze precedenti, accentua il tono di vaghezza, di sospensione nei suoi componimenti che sembrano il precipitato di sogni ad occhi aperti che hanno anche una patina di espressione surreale e prevalgono anche qui i temi dell’amore per l’amata e della capacità di stupirsi di fronte alla bellezza della natura.

Denominatore comune del poiein di Casati in tutta la sua produzione di poeta neolirico tout-court è quello di produrre tramite le metafore frequenti memorabili epifanie, accensioni subitanee e folgoranti che vengono percepite dal fortunato lettore, per la loro chiarezza già da una prima lettura.

Rarefatta, ben cesellata e raffinata, icastica e nello stesso tempo leggera la forma di questi componimenti sublimi che hanno per tema un amore sensuale per la figura femminile che pare avere qualcosa di salvifico e qui s’innesta il discorso sulla capacità d’amare e sull’eterno femminino perché la stessa amata e amante si fa musa e ispiratrice di versi memorabili.

«Ho rubato i tuoi occhi / sulla linea del non visto, / dove la notte / non è più il pensiero perduto ieri, / dove il giorno / non è ancora il colore sui tuoi anticipi. // Sono rimasto troppo / davanti a te, / cercando con le dita / di sfiorare l’ombra / sugli angoli dimenticati. // Nel tempo che conosco da ieri / sguardo / dato e ripreso / mille volte per sempre».

Nella suddetta poesia si nota anche una forte sensibilità verso il tema del tempo nel nominare con urgenza notte e giorno, e come scrive Casati si può avere anche una conoscenza del tempo e uno sguardo può essere dato e ripreso mille volte ma anche per sempre e qui viene in mente l’attimo heidegeriano feritoia tra passato e futuro quando il tempo virtualmente si ferma in un presente infinito.

‘Armonie’, come leggiamo nel titolo della raccolta, ma ‘disattese’ come se entrasse nella poetica di questo volume di Casati, rispetto agli altri libri un fattore x, una nuova tonalità giocata sulla tastiera analogica.

Con la sua scaltra coscienza letteraria nomina la parola disattese per farci comprendere tutto il pathos che ci può essere in una relazione amorosa che la stessa donna-musa traduce in poesia, come se dettasse lei i versi al poeta stesso, versi, e questo va sottolineato, sempre controllatissimi pur nella loro fortissima carica d’ipersegno.

Disatteso infatti è un termine forte e ricco di significati come dimenticato, tralasciato, non considerato, non osservato e definire le armonie disattese è un modo di farci intendere che nei sentimenti come nella scrittura poetica è sempre tutto sospeso e non scontato e vengono in mente i versi di Goethe a questo proposito: «essere tutto gioia e patimenti… / felice è solo l’anima che ama».

Raffaele Piazza      

 

 

Roberto Casati, Come armonie disattese, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 164, isbn 979-12-81351-31-8, mianoposta@gmail.com.

   

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Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"

8 Maggio 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Alfredo Alessio Conti

LIRICHE SCELTE

 

Composita per tematiche nettamente diverse tra loro e stati d’animo la poetica che, attraverso i suoi versi chiari, leggeri e icastici, esprime Alfredo Alessio Conti (scrittore di Livigno, SO); tuttavia sia che il Nostro tocchi il tema del pessimismo (che sottende però sempre un riscatto), sia che l’ispirazione sia di tipo amorosa-erotica, sia che sia di stampo religioso, si riscontra in tutte le composizioni un comune denominatore, un filo rosso che è quello di un io-poetante sempre molto autocentrato, che scava nel fondo della propria anima e proprio in questa sede si generano le parole della sua ricerca esistenziale quando dal nulla del mondo emerge un brandello d’essere che può essere una tonalità affettiva o un elemento naturalistico per esempio una foglia nella quale trasformarsi per una magica metamorfosi o un’indicibile gioia davanti a  un tramonto o nel dolore nel contemplare il mare per fare qualche esempio.

Conti si esprime attraverso una forma elegante e tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti con un perfetto controllo.

Il volume Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024) è un testo che scandaglia a fondo il poiein di Conti e presenta oltre la premessa di Guido Miano, tre prefazioni, nel campo della letteratura comparata, a firma di tre diversi critici (Enzo Concardi, Gabriella Veschi, Floriano Romboli) a tre sillogi di poesie accomunate ognuna da una delle tematiche (che sono anche problematiche) dell’autore (problematiche esistenziali, tema dell’amore, e spiritualità).

Se neanche Conti come Montale non può non confrontarsi con il male di vivere, tuttavia trova la forza nella parola stessa che è sottesa alla visione e alla certezza di un ideale trascendente come termine e inizio di una vita infinita al termine del tempo terreno che è sempre breve.

Quindi Conti riesce a fermare il tempo o lo vorrebbe per trovare una risposta alle aspettative di una vita di credente e in un bellissimo componimento intitolato E passeggio scrive: «Fermati, fermati  primavera/ il bucaneve/ è già spuntato nel prato/ le giornate si sono allungate/ tra poco fioriranno/ anche le rose con le loro spine/ e gli alberi con le loro gemme/ si risveglia la natura/ sorrido/ chino il capo/ e passeggio/ attendendo l’inverno». Anche il tempo, dunque è un argomento centrale in questo autore; tempo che passa e che è scandito dal susseguirsi delle stagioni in attese, malinconie, gioie e stupori che Conti sa fare vivere anche nelle anime dei fortunati lettori delle sue poesie.

Nelle poesie amorose serpeggia un tu al quale il poeta si rivolge in modo molto sentito come in Non sono più: «L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti/ su quelle vette impervie/ ad osservare il cielo/ e il mondo da lassù…».

Sembra che i versi nascano da sogni ad occhi aperti, quasi come se il poeta con una cinepresa virtuale riuscisse a captare i dati più profondi della realtà che non è solo la natura che lo circonda e trasferire questi dati in versi che talvolta hanno qualcosa di epigrammatico.

Tutto l’ordine del discorso è sotteso ad accensioni e spegnimenti improvvisi paralleli nella mente e nelle parole del poeta sempre in bilico tra gioia e dolore e tuttavia c’è la sicurezza che la felicità può essere raggiunta anche con l’intelligenza oltre che con il credere nelle bibliche parole che affermano che chi semina appunto nel dolore mieterà con giubilo.

Raffaele Piazza

 

 

Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.

      

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Domenico Minardi, "Qunand' ca sémia burdèl"

10 Aprile 2024 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Domenico Minardi

 

QUAND ’CA SÉMIA BURDÈL

 (Quando eravamo ragazzi)

 

In Quando eravamo ragazzi Domenico Minardi diviene un cantore della vita e ottimisticamente in versi descrive efficacemente la gioia dell’essere sotto specie umana per dirla con Mario Luzi.

Questa felicità, come per Leopardi e Pavese, si riferisce in particolare alla giovinezza e alla sua riattualizzazione nell’età matura.

Il poeta ha scritto queste poesie da adulto e in esse serpeggia lo scarto e lo scatto memoriale come in Alla ricerca del tempo perduto di Proust.

Lo scavare nella memoria del poeta è struggente ma senza autocompiacimenti e senza gemersi addosso: al contrario il poeta, che anche da adulto sa apprezzare la gioia della vita come dono, rievoca la giovinezza con la sua verginità morale di un’anima in formazione.

Minardi è romagnolo e molto legato alle radici del suo paese natio, alla campagna alla terra e alla natura oltre che agli affetti familiari e ama il suo microcosmo il paesino dove vive che sembra proteggerlo dal mare magnum del mondo che è fuori. In questo il poeta è paragonabile a Giovanni Pascoli nel fare del cronotopo dove è nato e vive un luogo di elezione e contrariamente allo stesso Leopardi non ama il naufragare cosmico dell’individuo negli spazi infiniti dell’universo.

I componimenti in italiano presentano la traduzione nel dialetto della sua terra e l’uso del dialetto del suo paese conferma l’amore per il luogo natale unico per caratteristiche antropologiche rispetto a ogni altro posto come ogni paese del mondo.

Le generazioni si susseguono e il poeta è conscio che questo è il normale iter della vita e qui viene affrontato il tema del senso del profitto domestico comune alla specie che si coniuga a sentimenti nobili che nel terzo millennio liquido, consumistico e alienato sembrano essersi persi definitivamente.

L’adulto Minardi era conscio perfettamente dell’importanza per il raggiungimento della felicità del dovere sentirsi giovani nell’anima e nel corpo anche nella maturità e nella vecchiaia e lo scrivere poesie, che sono generate dai ricordi della giovinezza e direi anche dall’adolescenza, lo aiuta a sentirsi giovane.

Del resto un noto pedagogista ha scritto un saggio intitolato Elogio dell’immaturità nel quale mette in luce il fatto che è salutare avere un approccio adolescenziale con la vita a tutte l’età e lo stesso San Giuseppe Moscati nei suoi scritti ha affermato che i ricordi dell’adolescenza, della giovinezza e dell’infanzia rielaborati nella mente in età matura fanno bene al corpo e all’anima dell’uomo.

Il lettore s’identica nell’io-poetante quando scrive nella poesia eponima: - “Stavamo in una capanna sopra un fosso / fatta di canne di lamiera e qualche bastone / ricoperta di stracci turchini, gialli o rossi / e una fionda posata in un angolo”; qui il tema del gioco diviene, nel minuzioso rivelarsi dei particolari, stato soave per dirla con il recanatese, gioco che è preludio di quello della vita adulta fatta di responsabilità, ma non per questo vissuta a 360 gradi con spensieratezza, come antidoto ai malesseri della società dai quali l’individuo non riesce a sottrarsi.

Raffaele Piazza

 

 

 

Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.

 

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