racconto
Mani
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Non potendo sopportare un mondo, divenuto da tempo il regno dell’odio, i baci e gli abbracci preferirono partire per rifugiarsi in Paradiso: ecco perché dismisero con sollievo sia noi e i nostri corpi (intenti a delitti recidivi, fra cui gli stupri assassini), sia le nostre labbra (suggelli continui di patti aberranti, ad esempio mafiosi) abbandonandoci al destino che purtroppo ci attendeva. Fu proprio allora, infatti, che persino negli angoli più remoti della Terra, mani a tradimento sbucarono dal nulla all’improvviso, tempestandoci di schiaffoni insolenti e a perdita d’occhio che – nell’abbattersi collerici sulle nostre guance, per stravolgerle di netto – eran spesso accompagnati da pizzicotti così feroci, da staccarci le gote o quasi. Ovunque eravamo insomma angariati da una furia tremenda, da raffiche di mani che dispensavano percosse a volontà, ma anche “ganascini” dolorosi – e questa situazione, intollerabile quanto mostruosa, si protrasse per anni interminabili, obbligandoci a un passo fatale: redimerci e optare per l’amore.
«Ebbene sia» –proclamarono i capi di stato in seduta congiunta e a nome della razza umana intera – «Rinunciamo per sempre a ciò che abbiamo di più caro: l’odio».
A una simile dichiarazione, solennemente intrisa di sincerità e sacrificio, le mani iraconde – forse strumento del Cielo – cessarono all’istante di malmenarci a iosa; poi, commosse, si strinsero due a due in tanti nodi serrati, composti di dita. In tal modo ogni coppia formò un pugno (innocuo, per fortuna, dato che in realtà era quello intrecciato della preghiera).
Ormai i soli ceffoni autorizzati, ed effettivamente presenti qui sul nostro pianeta, furon gli “schiaffi” che le mani di ciascuno (adulto o bimbo che fosse) si scambiarono a vicenda nel gesto dell’applauso: l’applauso che accolse corale il ritorno festoso dei baci e degli abbracci.
Pietro Pancamo
(pietro.pancamo@alice.it; pipancam@tin.it)
La finestra del medico
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Dal turno di notte, Ribolatti rincasò più stravolto del solito. La continua lotta in corsia gli aveva spezzato i nervi, negli ultimi quattro mesi, e la sua mente stava cedendo, con violenta facilità, alla fatica, alla paura… al dolore. In genere l’unico sollievo, quando finalmente poteva rientrare dall’ospedale, era camminare trafelato su e giù nel salone. Così scostò sia tavolini che poltrone, anche quel mattino, e aprì la finestra per avere un po’ d’aria; solo che il bagliore intenso del cielo, un cielo che prese subito a passargli con insistenza davanti agli occhi, lo accecò d’impeto, suscitandogli un rigurgito di rabbia che lo spinse ad affacciarsi.
«Lo so!» –gridò Ribolatti alle villette intorno, sparse lungo un pendio delle Retiche– «Voi coglioni dediti al televisore, credete ai virologi di Bruno Vespa, e quindi al famoso salto di specie dai pipistrelli all’uomo! Ma la verità è un’altra: quelli che si sono ammalati di Covid sono vampiri, in realtà. Schifosi vampiri! Perciò nessun salto di specie. Anzi!».
Rifiatò un attimo, per aggiungere a squarciagola: «Gran coglioni, andate dal falegname o nel bosco a comprare o fabbricarvi un paletto di frassino! Poi tornate a casa e se nel vostro nucleo familiare c’è per caso qualche guarito, trafiggetegli il cuore!».
Ormai era in preda a una furia delirante: a un autentico accesso di follia, insomma.
«E non dimenticate di trucidare anche i medici! Perché, sebbene la vostra tv adorata proclami il contrario, noi non siamo affatto eroi. Siamo traditori, invece! Adesso lo capisco! Traditori dell’umanità, che cercano di tenere in vita un branco di mostri assassini!».
Fu pronunciando queste parole che Ribolatti richiuse un battente della finestra, per colpirlo con tutte le forze. Il vetro esplose all’istante, e fra le schegge cadute sul pavimento del salone, colui che –prima d’impazzire– era stato un dottore esemplare, scelse la più lunga e aguzza.
«Somiglia ad un paletto, quasi», pensò ottenebrato, stringendola nel pugno coperto di sangue. E senza aspettare, se la piantò brutalmente in un occhio, mentre il suo cuore si riempiva di lacrime.
Pietro Pancamo
(pietro.pancamo@alice.it; pipancam@tin.it)
Lisbona 2
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Non avevo più amici.
Ma ero tanto giovane, tredici anni!
Ora dico che questo non era preoccupante. A quest'età è molto facile integrarsi, farsi amicizie, disfarsene, farsene delle altre. La vita è veloce, agevole, quasi senza sforzo. Però, a quell'epoca non sentivo questo. È solo l'impressione di oggi.
Forse sarà sbagliata? Ricordo una vita tumultuosa, piena di cadute e rialzi immediati, nella quale ho sentito così intensamente tutte le cose che il cuore sembrava esplodere a tutte le ore. Ho pensato che da adulta, la vita sarebbe stata più liscia, meno agitata, non interessante proprio. È vero che la vita diventa meno agitata, si sentono meno intensamente le cose, i cuori non vanno in estasi a tutte le ore. Ma proprio per la minore agitazione, c'è dello spazio per vedere tutta la tua vita. Non solo il piccolo pezzo che ti agita in quel momento. Sentendo meno, direi che senti di più.
Incontrarsi, perdersi e ritrovarsi
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Quel pomeriggio lo ricordo perfettamente. Un timido approccio, per poi proseguire in un umile ma deciso insistere sino a divampare insieme nella passione.
Purtroppo da circa un mese la frustrazione ha preso il sopravvento, tramutando la nostra relazione in un qualcosa di stantio e compromettendo la magia del rapporto. Giorni fa, valutai di lasciarti, del resto non sono tipo che si cimenta a guadare le paludi. Mi esprimo così, come ben sai le metafore risultano il mio forte. Eppure eccomi qui, idealizzo che possiamo rivitalizzare l’unione, ridarle nuova linfa, ecco. Vedi, abbiamo passato momenti belli e momenti brutti, ragion per cui non si può mica spezzare così un legame.
Ad esempio, ritengo sia necessario cambiare gli schemi al fine di realizzare i nostri progetti, soprattutto per uno in particolare. Sai benissimo quale!
Mia amata scrittura, attraverso te riempirò le pagine bianche che verranno. Non abbandonerò il mio romanzo, anzi, il nostro romanzo.
Depenniamo insieme il blocco dello scrittore!
L'ultimo elfo
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Un elfo di nome Ohtar, in seguito a un lunghissimo letargo, uscì dal suo rifugio, precisamente dall’incavo di un grandissimo albero. Si sentì improvvisamente invecchiato sia dentro che fuori e non ci volle molto per capire il perché di quella sgradevole condizione.
Vagò barcollando per quel restava del bosco e avvertì come la linfa del luogo risultasse estremamente debole, linfa peraltro necessaria per la sua esistenza. Dopo una breve discesa, si ritrovò all'ingresso di una grande città, accorgendosi con orrore dell’inaspettato cambiamento: strade asfaltate, case, palazzi, automobili etc. avevano modificato pesantemente l’idilliaca area.
Lasciò alle spalle la vegetazione e si sedette su una panchina di fronte a un bar frequentato prevalentemente da motociclisti.
«Ehi, vecchio, non hai un bell'aspetto!» disse in tono maleducato un ragazzo poco più che ventenne, stranamente vestito e dalla cresta colorata di rosso.
«Lo so!» esclamò sussurrando Ohtar per poi gradualmente dissolversi fino a diventare un cumulo di polvere.
Ritorno a Lisbona
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Un giorno l'incantesimo del Mozambico è stato spezzato, siamo ritornati a Lisbona. Non ci sono parole per descrivere la sensazione di perdita che mi colpì. Da un giorno all'altro tutta una vita, tutta un'allegria, tutta una bellezza colorita, sparita!
Già conoscevo Lisbona, avendo qui passato periodi di ferie. Felicissimi periodi, perché qui c'era tutta la famiglia, nonni, zii, zie, cugini. Finite le ferie, c'era la sicurezza del ritorno.
Adesso, ci dovevo restare. Ho sentito di colpo che la mia vita era finita! La mia vita non poteva essere più allegra perché qui i palazzi erano alti, enormi, e io ero abituata alle case con un giardino intorno, e alla libertà nel respirare che ci si provava. Per di più, le strade erano strette. Bastava questo alla sensazione di asfissia. Alla perdita di libertà nel respirare. Alla mancanza di libertà.
Non potevo più andare in bici per strade sterrate, non abitavo nemmeno in una strada sterrata. Non avevo le mie amiche, i miei amici, alla distanza di una passeggiata. Infatti, non avevo più amici! Un mondo sconosciuto aleggiava davanti a me.
Stella
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Stella, mai nome più appropriato.
È già passato un mese dall'incidente. Da allora, tutto solo, ogni sera per intere mezz'ore, malinconicamente mi affaccio sul balconcino, quello che era il nostro rifugio. Anzi, lo è ancora, mia amata Stella.
Nel contemplare l'infinita estensione, rimango assorto da miriadi di asterischi luminosi, i quali son sparpagliati sulla tela corvina posta in alto. Ah, se fossi un pittore, dipingerei un quadro per poi titolarlo Firmamento d'Amore.
Stella, Stellina, la notte ci è vicina...
Che schifo di connessione!
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Che schifo di connessione!
Ho provato inutilmente ad accendere e spegnere il router, per non parlare di quanto ho smanettato con le configurazioni. Non so più che pesci pigliare, oltretutto tra un'ora inizierà una videoconferenza di lavoro dove c'è in ballo la mia promozione.
Diamine, la cosa che mi fa girare i satelliti è che ogni due mesi pago puntualmente una bolletta piuttosto salata, ragion per cui la Solar System deve garantirmi un collegamento coi fiocchi ventiquattr'ore su ventiquattro.
Non mi rimane che prendere il telefono per ricevere assistenza. Digito il Numero Marrone, marrone come la merda che mi è esplosa nel cervello, e resto in attesa che mi risponda qualcuno con tanto di musichetta, al limite dell'insopportabile.
«Salve, sono Andromeda, mi dica pure!» risponde un'operatrice dalla voce metallica.
Le espongo nervosamente la mia problematica, aggiungendo inoltre che un disservizio del genere non mi era mai capitato.
«Moltissimi utenti stanno riscontrando la stessa anomalia visto che la connessione proviene da Saturno» mi spiega Andromeda. «Appena può, clicchi su 'Impostazioni,' poi su 'Server galaxy' per spuntare la casellina 'Marte.'»
Ringrazio l'operatrice e termino la telefonata, prodigandomi immediatamente per attuare l’indicazione ricevuta tramite il PC.
Oh, finalmente! Ora sì che internet è velocissimo, tutto... un'altro pianeta. E pensare che la Solar System, secondo quanto riporta la Gazzetta della Terra, progetta di creare un server anche su Plutone. Mah, forse è meglio se “spazierà” un po' più vicino.
La scuola
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Nella mia scuola in Mozambico eravamo solo donne. C'erano pochissime scuole miste nella mia città, eppure vivevo nella capitale – Maputo oggi, Lourenço Marques allora -. Erano tempi rigidi, quanto ai comportamenti adatti alle ragazzine. Ma non era così tanto difficile conoscere ragazzi, evidentemente. Molte delle mie amiche avevano fratelli, perfino i miei genitori avevano ospiti ogni tanto, i cui figli maschi erano della mia stessa età. E, soprattutto, conoscevo ragazzi nel mio liceo.
Però, il liceo non era pensato perché i due sessi si conoscessero. Era invece costituito da due parti rigidamente separate, una maschile e l'altra femminile. Tanto rigidamente che è bastato un nulla per fa saltare in aria la separazione!
Nel mio primo anno in quel liceo eravamo molto più donne che uomini. Così, la scuola è dovuta adattarsi: l'intero primo anno (il mio) è stato trasferito a un complesso di stanze cedute dalla zona maschile del liceo. E come noi dovevamo per forza circolare, dovevamo anche per forza mescolarci.
Tanti saluti alla rigidità.
Il fidanzamento 2
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Non so proprio come lui ha avuto il coraggio di riavvicinarmi il giorno seguente. E se io non avessi voluto essere la sua fidanzatina? Cosa avrebbe fatto in questa ipotesi?
Ma il problema è stato brillantemente risolto, nell'invincibilità dei dieci anni. Non mi ha detto più niente a riguardo, ma mi ha tenuta fermamente per mano. Per un lungo mese, questo è bastato. Tutti e due sapevamo che eravamo fidanzati. Ancor oggi ricordo quella sensazione di un calore un po' arrossito, quell'appartenere che allo stesso tempo possedeva, quell'essere già grande.
Sfortunatamente, anche mia Madre lo sapeva (devi averci visto mano nella mano). L´ho sentita che bisbigliava e rideva con le amiche. Questo mi ha terribilmente offesa, mi sono sentita ridicolizzata.
Lo so oggi che non è proprio così. Mia Madre era furba, sapeva che tutti questi movimenti innocenti fanno parte del crescere, e mi lasciava fare.
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