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fantasy

Mary Shelley, "Frankenstein"

14 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

Mary Shelley, "Frankenstein"

Frankenstein

di Mary Shelley

1^edizione: 1818

2^ edizione (riveduta): 1831

C’è una storia d’amore che lega un poeta e una scrittrice entrambi inglesi: Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) e Mary Shelley (1797 – 1851)

Mary è figlia della femminista Mary Wollstonecraft, ed è cresciuta secondo i libertari principi dell’ideologia materna, Percy è sposato con Harriet, dalla quale ha dei bambini che gli verranno poi sottratti. Quando s’incontrano, Mary ha diciassette anni, s’innamorano, fuggono insieme e riescono a sposarsi solo dopo l’improvvisa vedovanza di lui. Mettono al mondo molti figli di cui solo pochi sopravvivono ai genitori. Trovano rifugio alle loro peregrinazioni in Italia, dove Percy muore tragicamente in barca a largo di Lerici. Lo bruciano sulla spiaggia di Viareggio, in puro stile romantico, lei torna in patria giurando che curerà le edizioni delle opere del marito e porterà il suo nome fino alla fine dei suoi giorni.

Lui è uno degli esponenti di spicco fra i Lake Poets, insieme a Wordsworth, Keats, Coleridge. Scrive Ode to a Skylark e la tragedia The Cenci, ma quella che lascia un graffio, una zampata, un’orma nell’argilla dell’immaginario collettivo e nella storia del fantastico è lei, Mary.

La sorellastra di Mary, Claire Clairmont, diventa l’amante di Lord Byron, il quale comincia a bazzicare la casa degli Shelley, villa Diodati sul lago di Ginevra, insieme ad un altro amico, John Polidori. Piove, le serate sono tediose e fredde, la compagnia passa il tempo leggendo novelle tedesche di fantasmi. Viene lanciata l’’idea di una gara a chi scrive la storia gotica più spaventosa ed intrigante. Nascono così Il Vampiro di Polidori, ispirato alla figura di Byron e primo esempio di succhia sangue raffinato e malinconico, e Frankenstein di Mary Shelley.

Sul principio lei non ha idee, ogni mattina si alza e dice che non le è venuto in mente nessun soggetto da cui trarre una trama interessante, mentre tutti gli altri già scrivono. Sente però gli uomini che discutono di principio della vita, di darwinismo, di galvanismo. Poi, una notte, ha un incubo, vede un essere terrificante, assemblato da uno studente che gli sta inginocchiato accanto. Si sveglia sconvolta, capisce che, se riuscirà a trasfondere sulla carta lo stesso spavento che ha provato nel sogno, creerà qualcosa di potente.

Ed è così, infatti. A soli diciannove anni, nel 1817, Mary dà vita ad una creatura che resterà nel mito collettivo: il mostro senza nome plasmato dallo scienziato Victor Frankenstein. Il romanzo esce in forma epistolare e anonima e solo in un secondo tempo si scoprirà che l’autore non è Percy Bysshe Shelley ma la sua giovane moglie. Sarà un successo, al pari del più tardo Dracula di Bram Stoker (1897).

Il personaggio di Victor s’ispira a Percy Bysshe, ha, come lui, amore per la scienza, passione e anima spirituale. L’orgoglio lo spinge ad atteggiarsi a creatore, a voler superare la natura dando origine ad un essere più forte, più sano, più intelligente e longevo del normale. Accadrà l’opposto: dai pezzi di cadavere cuciti insieme e rianimati tramite la corrente elettrica (che allora doveva apparire come qualcosa di fantascientifico e magico insieme) esce una creatura orribile, dall’aspetto spaventoso e dai modi animaleschi, incapace di trattenere gli impulsi omicidi. Ossessionato dalla sete di conoscenza, Victor si è spinto oltre il lecito e la natura si è ribellata, l’uomo non può competere con Dio, non può infrangere le leggi dell’ universo, pena la morte, la distruzione.

A unire ancora una volta Mary e suo marito è il sottotitolo del romanzo, “The Modern Prometheus”. Nel 1820 Percy scriverà, infatti, Il Prometheus Unbound. È interessante vedere come entrambi i coniugi si siano ispirati alla stessa figura ma usando aspetti diversi del mito. In Mary, Prometeo non si limita a rubare il fuoco per donarlo all’umanità, ma lo usa per plasmare l’argilla e modellare l’uomo stesso. In entrambi i casi Prometeo è un simbolo di ribellione, di rivolta contro la volontà divina con tutte le conseguenze che ne derivano.

L’atmosfera del romanzo risente del romanticismo dei versi di Coleridge, in particolare The Ballad of the Ancient Mariner. Nella cornice fantastica del gotico si concretano angosce metafisiche e anticipazioni scientifiche distopiche, come quelle in seguito sviluppate da Wells nei suoi romanzi. (The Time Machine è del 1895)

Di là dalle implicazioni etiche, tuttavia, il testo ci colpisce per il profondo romanticismo della figura del mostro, che tutti tendiamo a chiamare Frankenstein, scambiandolo per il suo artefice.

Il mostro ha un’evoluzione: osserva gli esseri umani, impara da loro a parlare, legge Milton e il diario di Victor Frankenstein. Apprende la lingua, i sentimenti, le aspirazioni degli uomini, desidera frequentarli, conoscerli, aiutarli, farsi benvolere. Ma il suo aspetto lo condanna: tutti lo rifiutano, tutti fuggono atterriti davanti a lui, i suoi gesti gentili sono scambiati per aggressioni. Il dolore lo schiaccia, fa esplodere la rabbia ed egli ricomincia a uccidere, diventa completamente ciò che tutti credono sia. Solo e dannato vaga per il mondo, “Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded.”

La figura ha una grande valenza romantica, avvolta com’è nella sua immensa solitudine, ispira orrore e compassione insieme, perché capiamo che la sua cattiveria deriva dal dolore e dai rifiuti subiti. Chiede, infatti, al suo creatore di fargli una sposa, una femmina della sua razza. Victor Frankenstein si mette all’opera, ma poi ci ripensa, non volendo produrre una genia di obbrobri. Quando il mostro lo scopre, il dispiacere lo sopraffa e per vendicarsi gli uccide l’amata moglie Elisabeth.

Proprio leggendo il diario del dottor Frankenstein, l’infelice essere scoprirà quanto il suo creatore sia deluso di lui, quanto lo disprezzi e lo abbia voluto diverso. Come un figlio non amato dal padre, si sente ferito, solo e disperato.

Ci sarà poi lo scontro finale, con la creatura che ucciderà il creatore (come nelle ultime scene di Excalibur, il film di John Boorman, dove Re Artù e il figlio Mordred - nato dall’incesto con Morgana - si ammazzano a vicenda.) È l’eterno mito del Doppelgänger, l’alter ego maligno che incarna ed esterna tutto ciò che di oscuro e cattivo si cela nella nostra anima, è Mr Hyde per dr Jekyll, è Gollum per Frodo, è Voldemort per Harry Potter.

Ma quanto dolore, quanto rimpianto nella creatura che distrugge il suo creatore. Ci viene in mente il primo Star Trek (di Robert Wise, 1979) dove l'antica sonda Voyager 6, partita centinaia di anni prima dalla Terra, cerca disperatamente di riunirsi all’umanità che l’ha costruita.

Lo stesso desiderio di unità, di riappacificazione con il padre/creatore, e, insieme, di cupio dissolvi, si ha nel romanzo della Shelley.

He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness.”

Da non dimenticare, il bel film che, nel 1994, Kenneth Branagh ha tratto dal romanzo, se possibile addirittura migliorandone e portandone a compimento la trama. Il mostro miserevole vi è interpretato da Robert de Niro, Elisabeth Lavenza è Helena Bonhan Carter e Victor Frankenstein lo stesso Branagh. Si ricorda, infine, anche la riuscitissima parodia girata da Mel Brooks: Frankenstein Junior.

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George R.R. Martin, "Game of Thrones"

11 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

pp. 801

€ 14,40

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in Piccole Donne di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di Harry Potter (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel Ciclo di Darkover, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito dai direwolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desiderio nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana in Excalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne Le nebbie di Avalon e nel suo prequel, The Forest House, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel Ciclo di Shannara. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

3 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #fantasy

Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

Cominciamo con l’Edda.

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato La leggenda di Sigurd e Gudrun, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con Il Silmarillion e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.

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Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

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Bram Stoker, "Dracula"

1 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia> - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di Dracula circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidortrong>i, alle opere di Ann Radcliffe, di M</strong>onk Lewis, di Maturintrong>rong>, di Mary Shelleyong>, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

"Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando."

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

16 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy, #recensioni

Le miniere di re Salomone

di Henry Rider Haggard

Donzelli editore, 2004

1^ edizione: 1985

pp. 230

€ 21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller She, ma anche a racconti gotico avventurosi come La signora di Blossome - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft>, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera Le miniere di re Salomone, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in She, che ne Le miniere di re Salomone, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Hollywood (si pensi a film come Il mondo perduto: Jurassic Park). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in She, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che ci riporta alla scena finale di Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne Le miniere di re Salomone.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive Le miniere di re Salomone per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con L’isola del tesoro di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da She, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di Verdi colline d’Africa.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo Le caverne dei diamanti nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

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George MacDonald, "La saga di Lilith"

5 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George MacDonald, &quot;La saga di Lilith&quot;

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di Sulle ali del Vento del Nord, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi Oltre lo specchio, Lilith e La casa del rammarico, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de Le Cronache di Narnia – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come La Mummia), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di Sulle ali del Vento del Nord) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato L’immaginazione fantastica, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

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Gianluigi Zuddas

5 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #personaggi da conoscere, #fantasy, #fantascienza

Gianluigi Zuddas

Gianluigi Zuddas è nato a Carpi nel 1943 ma si è trasferito molto presto a Livorno, dove il padre era sottufficiale di marina. Ha lavorato come meccanico e tecnico di radiologia prima di iniziare a scrivere fantasy e fantascienza.

Ha scritto numerosi racconti e alcuni romanzi, fra i quali i più famosi sono Amazon (1979), I pirati del tempo (1980), Balthis l’avventuriera (1983), Le amazzoni del sud (1983), Stella di Gondwana (1983), Le Armi della Lupa, (1989). Dopo l’89 ha però diradato l’attività di scrittura per dedicarsi alla traduzione.

Ha vinto il premio Italia con il suo primo romanzo Amazon e il Premio Tolkien, istituito dalla casa editrice Solfanelli, nel 1980, ha pubblicato poi con l’Editrice Nord e la Fanucci.

Considera fantascienza e fantasy campi nei quali, oltre alle emozioni, si può liberare la fantasia. È affascinato dal passato dell’umanità, da quelli che definisce “i buchi” della storia, dove può essere accaduto di tutto ed ambienta le sue storie in un lontanissimo passato o in un distante futuro. I suoi personaggi principali sono di solito donne, in particolare Amazzoni, guerriere, intraprendenti, vagamente omosessuali, nate dalle letture femministe degli anni settanta, ma anche ragazze allegre, che amano viaggiare, spostarsi e hanno una propensione a cacciarsi nei guai. Esempi sono Thalli, de Le Armi della lupa, e la dodicenne Balthis dell’omonimo romanzo.

Nei suoi libri tutto tende ad avere una spiegazione razionale, la magia è sostituita dalla scienza, i personaggi si muovono in una sorta di nuovo Medio Evo, dove nei musei o nelle cantine giacciono reperti di un’antica tecnologia raffinatissima ma ormai dimenticata e considerata stregoneria. Si può quindi parlare quasi più di science fantasy che di heroic fantasy. Nella sua narrazione ritroviamo numerosi topoi della space opera classica, dal computer onnisciente che ricorda Hal 9000, ai mezzi spaziali chilometrici stile Guerre Stellari, alle armature che sembrano Ufo Robot.

La costruzione dei suoi romanzi si basa su episodi staccati e conclusi, un capitolo per ogni episodio, lo stile è venato d’ironia e di umorismo, in questo l’anima livornese si avverte, laddove, generalmente - almeno nel fantasy prima maniera – l’umorismo è evitato perché può far scadere la tensione narrativa. Ed è labronico anche quello spirito “anarcoide” che tende a rifiutare ogni forma di potere sempre considerato malvagio e oppressivo.

Come ci spiega Gianfranco de Turris ne l’introduzione a Le Armi della Lupa,la straripante fantasia di Zuddas sembrerebbe appositamente tagliata per l’opera lunga”: troppa è la facilità della sua immaginazione, troppo completo il modo in cui s’immerge nel mondo secondario della sua sub-creazione, troppo vivi i suoi protagonisti.”.

La terminologia qui usata da de Turris è tolkieniana, anche se Zuddas non ama l’autore di Oxford. Eppure, sempre a detta di de Turris, “Zuddas è forse il più tolkieniano dei nostri autori di heroic fantasy: perché è quello che […] ha saputo dare più realtà al suo mondo immaginario, più spessore ai suoi protagonisti […] ed ha saputo più sprofondarsi, annullarsi in esso.”

Riferimenti

Intervista di Pino Cottogni a Gianluigi Zuddas sul sito www.fantasymagazine.it

Gianfranco de Turris , “Zuddas: Le Armi della Lupa”, Dimensione Cosmica, Anno V, n° 15

Gianluigi Zuddas
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George MacDonald, "Lilith"

7 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #fantasy

La saga di Lilith

George MacDonald

Auralia edizioni

Abbiamo già parlato di “Sulle ali del Vento del Nord”, dello scozzese George MacDonald, scritto nel 1871, che ha come protagonista la Morte. La saga di Lilith, composta attorno al 1895 e declinata nei tre romanzi “Oltre lo specchio”, “Lilith” e “La casa del rammarico”, riprende la figura del demone femminile associato con il vento. Protagonista della trilogia è Lilith, dall’accadico Lil-itu, signora dell’aria, creatura collegata alla tempesta e al gatto. Nella cultura mesopotamica, Lilith era un demone, che gli ebrei hanno mutuato durante la cattività babilonese e trasformato nella prima moglie di Adamo, ripudiata per essersi rifiutata di obbedire al marito. Da sempre possiede caratteristiche negative, di un femminino notturno, stregonesco, adultero e lussurioso. Nell’ottocento, però, con l’emancipazione femminile, viene a rappresentare la donna forte che non si assoggetta più all’uomo, è rivalutata dai moderni culti neopagani ed assimilata alla Grande Madre.

Nel primo libro, il protagonista, Vane, si ritrova in un mondo parallelo, seguendo Mr Raven, un inquietante bibliotecario capace di trasformarsi in corvo, che poi scopriremo coincidere con Adamo. Qui vivrà avventure di ogni sorta, incontrerà mostri, uccelli, bambini, scheletri, donne bellissime, animali favolosi. Molti i topoi della letteratura fantastica. Il primo è lo specchio magico, il device capace di fungere da tramite fra universi paralleli, come l’armadio de “Le Cronache di Narnia” – e non a caso C.S. Lewis era il più grande ammiratore di MacDonald. Altre immagini ricorrenti sono la battaglia degli scheletri (cfr. i sentieri dei morti di Tolkien, film come “La Mummia”), i defunti addormentati nella cripta, la foresta buia e minacciosa (cfr. Selva oscura, Bosco Atro, Foresta di Fangorn.)

Ma l’incontro principale sarà quello con Lilith, donna bellissima ma malvagia, prototipo di tutte le vampire precedenti e successive. Se la Lilith ebraica sfruttava le polluzioni notturne dei giovanotti per generare dei jiin, quella di MacDonald si comporta come una sanguisuga che morde e salassa per mantenersi in forze. La sua bellezza è la sua forza ma anche il suo peccato. Contemplarsi la appaga, come accade alla perfida matrigna di Biancaneve, ma amplifica la sua egocentricità, la allontana dal Bene, la rende autoreferenziale e cattiva.

Al pari della Lilith del mito, anche questa costituisce una minaccia per i bambini. E la comunità dei piccoli innocenti (che ricordano Diamante, il Bambino di Dio di “Sulle ali del Vento del Nord”) è una caratteristica peculiare della saga. Ma Lilith è anche incarnazione della misoginia, della paura che il maschio ha della donna, di colei che può avvilupparlo, stregarlo, succhiargli via l’anima insieme col seme. È una belle dame sans merci non molto dissimile dalla Ayesha di Rider Haggard.

A differenza di Tolkien, che non amava lo scrittore scozzese proprio per questo motivo, il fantasy di MacDonald - teologo, predicatore e mistico - ha una forte connotazione allegorico - religiosa. Nel trattato “L’immaginazione fantastica”, MacDonald sostiene che un racconto ben costruito deve avere anche un significato, non necessariamente palese all’autore, e modificabile secondo il livello culturale dei lettori. Non è un caso che a ripubblicare la saga di Lilith sia l’Auralia edizioni, diretta da Marco Gionta, speaker di radio Vaticana e cultore di temi afferenti alla spiritualità cristiana, come le tradizioni angeliche. Tutta la saga, e, più in generale, tutta la materia narrata da MacDonald, si basa sulla dicotomia Bene/Male, Luce/Oscurità, Dannazione/Redenzione, Leopardo bianco/Leopardo maculato. Peccato e perdono sono i due temi principali, strettamente connessi l’uno all’altro. Il peccato esiste, fa parte della realtà e della creazione. Per superarlo, occorre conoscerlo e sperimentarlo.

Il peccato di Vane è l’ostinazione, la presunzione di poter fare a meno degli altri; quello di Lilith, più grave, è l’aver fatto a meno addirittura di Dio, pensare di essersi immaginata da sola. Lilith vive immersa nel buio del suo egoismo, chiusa in se stessa, cieca ai bisogni degli altri, capace persino di uccidere sua figlia. Il luogo che si è creata è l’inferno stesso, o meglio, l’angoscioso deserto della sua mente peccatrice. Lilith è bellissima perché pensata da Dio ma ha una macchia sulla mano, indice della corruzione che avanza, del male che consuma (come il ritratto di Dorian Gray.) Il leopardo coperto di macule è la forma definitiva del male.

Questa non è sul leopardo ma sulla donna” disse, “e non se ne andrà finché non ti avrà divorata fino al cuore e la tua bellezza scivolerà via da te attraverso la ferita aperta.” (pag 78 secondo volume)

Occorrerà un verme bianco, un biblico serpente che, come la spada di Shannara, s’insinuerà nel suo seno e la mostrerà a se stessa, rivelandole l’abisso della sua perversione, l’orrore di ciò che è. Ma, a differenza dell’oggetto magico di Terry Brooks, il verme opererà in lei una conversione dichiaratamente religiosa. Solo così Lilith potrà arrendersi al bene, lasciarsi redimere, accettare la morte, perdere addirittura un pezzo di sé. Ma da questa perdita scaturirà un nuovo inizio, rinascerà la vita, sgorgherà l’acqua dell’espiazione e del risanamento suo e di tutta la natura.

“Il Male che hai programmato” riprese Adamo “non lo realizzerai mai, Lilith, perché Dio – e non il male – è l’Universo, ma finirà: cosa sarà di te quando il Tempo sarà svanito nell’alba del mattino eterno?Pentiti, ti supplico e diventa di nuovo un angelo di Dio!” (pag 78 secondo volume)

L’escatologia di MacDonald non concepisce una dannazione eterna. Tutto fa ritorno, prima o poi, al Creatore, a colui che ha pensato la creatura.

Anche il protagonista non è scevro dal peccato, è egoista e, per sua stessa ammissione, avido, impulsivo, sciocco. “Sarai morto per tutto il tempo che rifiuti di morire”, gli dice il corvo, alias Mr Raven, alias Adamo. Ovvero: sarai un peccatore finché non opererai una catarsi, finché non accetterai la perdita di ciò che eri in precedenza per trasformarti in qualcosa di nuovo, di puro, di risanato. Fondamentale il concetto che bisogna morire per vivere davvero. Solo arrendendosi, abbandonandosi al sonno nella fredda camera della morte, si potrà sognare e poi rinascere a vita vera e imperitura.

La legge morale è una sola, non la si può reinventare né ribaltare, nemmeno in un mondo “secondario o sub creato”. Laddove Tolkien inventa un universo ateo, basato su valori laici come l’eroismo, il sacrificio, la lealtà, MacDonald ci offre un nucleo religioso potente che, se parte in sordina col primo libro, si fa sempre più esplicito nel procedere del racconto. Numerosissime le allusioni bibliche anche lampanti, come la presenza di Adamo ed Eva, l’Eden in cui vivono creature innocenti (i Bambini), l’Ombra del serpente tentatore, la città di Dio del finale. Le vicende narrate hanno anche parecchie similitudini con il viaggio dantesco, ma senza la potenza realistica, oltre che allegorica, del fiorentino. Quello di MacDonald è un universo dantesco edulcorato, illanguidito e rivisitato in chiave preraffaellita.

I difetti del libro sono, a nostro avviso, due: la sensazione che, almeno all’inizio, proceda per accumulo, lasciandosi guidare attraverso i capitoli solo dalla fervida e gotica fantasia dell’autore, e la lirica impenetrabilità dei dialoghi, dovuta all’innegabile influenza del linguaggio delle Sacre Scritture.

We have already talked about "At the back of the North Wind", by the Scottish George MacDonald, written in 1871, which has Death as its protagonist. The saga of Lilith, composed around 1895 and declined in the three novels "Beyond the mirror", "Lilith" and "The house of regret", takes up the figure of the female demon associated with the wind. The protagonist of the trilogy is Lilith, from the Akkadian Lil-itu, lady of the air, a creature connected to the storm and the cat. In Mesopotamian culture, Lilith was a demon, whom the Jews borrowed during the Babylonian captivity and turned into Adam's first wife, repudiated for refusing to obey her husband. It has always had negative characteristics, of a nocturnal, witchy, adulterous and lustful feminine. In the nineteenth century, however, with female emancipation, it comes to represent the strong woman who no longer submits to man, is reevaluated by modern neo-pagan cults and assimilated to the Great Mother.

In the first book, the protagonist, Vane, finds himself in a parallel world, following Mr Raven, a disturbing librarian capable of transforming himself into a crow, whom we will later discover to coincide with Adam. Here he will experience all sorts of adventures, meet monsters, birds, children, skeletons, beautiful women, fabulous animals. Many are the topoi of fantastic literature. The first is the magic mirror, the device capable of acting as a link between parallel universes, such as the wardrobe of "The Chronicles of Narnia" - and not surprisingly C.S. Lewis was MacDonald's greatest admirer. Other recurring images are the battle of skeletons (see Tolkien's paths of the dead, films such as "The Mummy"), the dead asleep in the crypt, the dark and threatening forest (see Dark Forest, Mirkwood, Fangorn Forest. )

But the main meeting will be with Lilith, a beautiful but evil woman, prototype of all the previous and subsequent vampires. If the Jewish Lilith used the nightly pollutions of the youngsters to generate jiins, that of MacDonald behaves like a leech that bites and bleeds to maintain its strength. Her beauty is her strength but also her sin. Contemplating herself satisfies her, as happens to the perfidious stepmother of Snow White, but amplifies her self-centeredness, distances her from the Good, makes her self-referential and bad.

Like the myth's Lilith, this too poses a threat to children. And the community of innocent children (who remember Diamante, the Child of God of "At the back of the North Wind") is a peculiar feature of the saga. But Lilith is also the embodiment of misogyny, of the fear that the male has of the woman, of the one who can envelop him, bewitch him, suck his soul away together with the seed. She is a belle dame sans merci not unlike Rider Haggard's Ayesha.

Unlike Tolkien, who did not like the Scottish writer for this reason, MacDonald's fantasy - theologian, preacher and mystic - has a strong allegorical - religious connotation. In the treatise "The fantastic imagination", MacDonald maintains that a well-constructed story must also have a meaning, not necessarily evident to the author, and modifiable according to the cultural level of the readers. It is no coincidence that the Auralia edizioni, edited by Marco Gionta, speaker of Vatican radio and expert on themes relating to Christian spirituality, such as angelic traditions, republishes the saga of Lilith. The whole saga, and, more generally, all the matter narrated by MacDonald, is based on the dichotomy Good / Evil, Light / Darkness, Damnation / Redemption, White Leopard / Spotted Leopard. Sin and forgiveness are the two main themes, closely related to each other. Sin exists, it is part of reality and creation. To overcome it, you need to know it and experience it.

Vane's sin is obstinacy, the presumption of being able to do without others; Lilith's, more serious, is has even done without God, thinking that she imagined herself. Lilith lives immersed in the darkness of her selfishness, closed in on herself, blind to the needs of others, capable of even killing her daughter. The place that has been created is hell itself, or rather, the anguished desert of her sinful mind. Lilith is beautiful because she was conceived by God but has a stain on her hand, an indication of the corruption that is advancing, of the evil she consumes (like the portrait of Dorian Gray.) The leopard covered with macules is the definitive form of evil.

 

"This is not about the leopard but about the woman," he said, "and will not go away until he has devoured you to the heart and your beauty will slip away from you through the open wound."

It will take a white worm, a biblical snake that, like Shannara's sword, will creep into her bosom and show it to herself, revealing the abyss of her perversion, the horror of what she is. But unlike Terry Brooks' magical object, the worm will perform an openly religious conversion in her. Only in this way can Lilith surrender to the good, let herself be redeemed, accept death, even lose a piece of herself. But from this loss a new beginning will spring, life will be reborn, the water of expiation and of its healing and of all nature will flow.

 

"The evil you have planned," Adam continued, "you will never realize it, Lilith, because God - and not evil - is the Universe, but it will end: what will become of you when Time is gone in the dawn of the eternal morning? Repent , I beg you and become an angel of God again! " (pag 78 second volume)

 

MacDonald's eschatology does not conceive of eternal damnation. Everything returns, sooner or later, to the Creator, to the one who thought the creature.

Even the protagonist is not free from sin, he is selfish and, by his own admission, greedy, impulsive, foolish. "You will be dead for as long as you refuse to die," says the crow, aka Mr Raven, aka Adam. That is: you will be a sinner until you perform a catharsis, until you accept the loss of what you were previously, to transform yourself into something new, pure, healed. The concept that one must die to really live is fundamental. Only by surrendering, abandoning oneself to sleep in the cold chamber of death, will one be able to dream and then be reborn to real and imperishable life.

The moral law is one, it cannot be reinvented or reversed, even in a "secondary or sub-created" world. Where Tolkien invents an atheist universe, based on secular values ​​such as heroism, sacrifice, loyalty, MacDonald offers us a powerful religious nucleus that, if it starts quietly with the first book, becomes more explicit in the progress of the story. Numerous biblical allusions, even glaring, such as the presence of Adam and Eve, the Eden in which innocent creatures (the Children) live, the Shadow of the tempting serpent, the city of God of the finale. The events narrated also have several similarities with Dante's journey, but without the realistic, as well as allegorical, power of the Florentine. MacDonald's is a Dante universe sweetened, weakened and revisited in a Pre-Raphaelite key.

The defects of the book are, in our opinion, two: the feeling that, at least at the beginning, it proceeds by accumulation, letting itself be guided through the chapters only by the author's fervid and gothic fantasy, and the lyrical impenetrability of the dialogues, due to the undeniable influence of the language of the Holy Scriptures.

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A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

22 Giugno 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantasy

A Game of Thrones: violenza virale o educativa?

17 Aprile 2011. In questa data il primo episodio di una nuova serie televisiva viene mandato in onda dall'emittente americana HBO, la stessa che nel 1999 aveva lanciato il fenomeno mondiale de I Sopranos. Questa volta la serie è stata ispirata dalla saga di narrativa fantastica dell'autore americano George R. R. Martin, A Song of Ice and Fire. La serie televisiva prenderà il titolo di A Game of Thrones, la “prima” avrà oltre due milioni di spettatori nei soli Stati Uniti, trasformandosi in uno dei più grandi successi nella storia della televisione recente. Conseguenza diretta di questa popolarità, la pioggia di critiche abbattutesi sul prodotto e sulla produzione, dovute a contenuti ritenuti inappropriati alla sensibilità pubblica. Nel processo che ha trasformato la serie in un fenomeno virale, attacchi feroci e apprezzamenti incondizionati si sono alternati con regolarità; l'autore e i produttori sono stati spesso chiamati in causa per rispondere a domande sulle scene più scioccanti ma, imbrigliati da logiche di mercato, le loro risposte hanno finito per alimentare polemiche o confondere le idee. Da lettore e appassionato di Fantastico ho apprezzato i libri, ma non mi sono fermato a George Martin. Le Cronache del ghiaccio e del fuoco (nome italiano della serie) appartengono a un sottogenere ben definito, con origini chiare, una storia importante e autori di riferimento precisi. Molti di questi li conoscevo già, e i collegamenti sono sembrati ovvi, altri li ho scoperti strada facendo. Si sono dette molte cose su Il trono di spade (titolo italiano della serie televisiva) non sempre precise o con cognizione di causa. Dopo quattro anni dal suo lancio, vorrei provare a dire qualcosa anche io.

L'elemento più sconvolgente è risultato essere la violenza. Spietata, brutale, esagerata. Chi non conosceva il lavoro di Martin, chi non si è mai interessato al Fantastico, ha avuto problemi ad accettare questo tipo di narrazione. La maggior parte dei sostenitori della serie, anche questi non sempre familiari con il genere, si sono limitati controbattere agli attacchi con un laconico “lo facevano anche Shakespeare e Omero”, come se la questione fosse risolta. Leggevo questa frase e ogni volta mi domandavo se davvero si voleva fare paragoni, se, al netto del valore letterario, era lecito prendere prodotti da altre epoche, frutto di realtà sociali, culturali e politiche agli antipodi con la nostra e paragonarli al lavoro di un signore americano del ventesimo secolo. Non ho grande simpatia per i paragoni fra autori tra loro contemporanei, sono convinto che i veri scrittori, nonostante fonti e modelli, arrivino a parlare con una loro voce unica. Immaginate la mia reazione quando si torna indietro di secoli o millenni.

Poco convinti degli argomenti a loro contrapposti, i critici hanno continuato a sviluppare il loro pensiero su determinate immagini, dimostratesi tanto numerose e cruente da rendere necessaria una loro immediata categorizzazione: alcune, scioccanti ma accettabili, mostravano teste mozzate, pugnalate alle spalle, stragi, sangue. Le altre, inaccettabili, mostravano donne vittime di stupri e abusi fisici, morali e psicologici di vario tipo. Le reazioni in questo secondo caso sono state fortissime perché, qui come nella realtà, lo stupro non è un caso isolato ma la punta di un iceberg.

Una delle tesi più diffuse degli ultimi anni ritiene George Martin colpevole di aver introdotto la violenza nel Fantastico. Sospetto, senza avere prove, che i sostenitori di questa tesi si siano limitati a leggere Il signore degli anelli dopo aver visto i film di Peter Jackson e si definiscano quindi esperti. In realtà già il nome di Shakespeare potrebbe provocatoriamente essere ascritto al Fantastico – streghe, fantasmi, forze e creature soprannaturali di vario tipo non mancano tanto nelle tragedie quanto nelle commedie –, ma quello di Michael Moorcock mi sembra più appropriato alla nostra epoca. Il suo personaggio più conosciuto è Elric, uno dei primi antieroi della letteratura Fantastica, comparso per la prima volta nel 1961 in una novella dal titolo La città dei sogni. A Game of Thrones, esordio della saga, viene pubblicato nel 1996. Per quanto il personaggio di Elric divenga leggenda solo nel 1972 con il romanzo Elric di Melnibooné, la distanza temporale è notevole. E poi, già l'anno precedente, 1971, Moorcock pubblica la Trilogia delle Spade. Nel primo libro, Il cavaliere delle Spade, il protagonista, Corum, viene catturato e i suoi aguzzini si rivolgono a lui in questo modo*:

In effetti, credo che ti daremo una possibilità. Se riuscirai a sopravvivere dopo che ti avremo asportato gli occhi e la lingua, tagliato mani e piedi e rimosso i genitali, allora ti lasceremo andare.”

Non entro nei dettagli del procedimento ma credo l'esempio sia sufficiente. Si può accusare Martin di aver alzato l'asticella, ma meno di quanto si pensi. Se Moorcock nei paragrafi successivi a quello riportato passa dalle parole ai fatti, almeno in parte, Martin si astiene. Per sua stessa ammissione, fiumi di sangue sparsi per il campo di battaglia, arti mozzati e teste rotolanti non sono il suo forte, così come non mostra mai l'atto della tortura in modo diretto. L'inefficacia delle sue scene d'azione è sempre stato un cruccio per Martin, tanto da trasformarlo in un attento lettore di Bernard Cornwell, i cui romanzi storici sono carichi di azione e battaglie campali, e di Joe Abercrombie, autore giunto al successo nel 2006 con La prima legge, saga fantasy d'azione con caratteristiche splatter. Non intendo negare la componente violenta della narrazione, ma è necessario comprenderne il ruolo. Nel caso delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, la violenza è il motore della trama. Considerate come esempio la decapitazione di Eddard Stark: un evento non casuale, in grado di influenzare l’intera narrazione. Di esempi ne esistono molti altri, e tutti presentano delle conseguenze sulla trama, in caso contrario non vengono mostrati.

In numerose interviste Martin sostiene di essersi attenuto a una regola fondamentale della scrittura, ovvero mostrare e non raccontare. Questa affermazione però, dentro e fuori dai vari contesti da cui è estrapolata, non dice cosa viene mostrato, lasciando intendere che il soggetto siano proprio le scene tanto criticate. Al contrario, ne vengono rappresentate le conseguenze. Un esempio sono gli eventi di cui è protagonista Theon Greyjoy. Non lo vediamo uccidere e bruciare i corpi dei due contadini quando dà la caccia ai giovani Stark, non lo vediamo subire il sadismo di Ramsay Bolton. Ne vediamo le conseguenze, vediamo i corpi dei contadini, vediamo un uomo distrutto e mutilato, e lo vediamo da dentro la sua testa, ma la violenza è già avvenuta.

Del resto, l'intento di Martin è chiaro, lo ha spiegato lui stesso: un racconto in grado di sviluppare i temi della guerra e del potere, con l'intento di mostrare che i più grandi orrori della storia dell'umanità nascono dagli uomini stessi. Ridurre la presenza scenografica per ampliare l'effetto psicologico è un lavoro complicato, il rischio di banalizzare o sminuire è enorme. Eppure Martin riesce a farlo perché non è il gesto a sconvolgere, bensì chi lo compie. Ripensate alla morte di Eddard Stark. Durante il processo, gli chiedono di confessare crimini mai commessi con la promessa di avere salva la vita, ma Re Joffrey, un ragazzino appena adolescente, decide di condannarlo a morte. Dopo l'esecuzione, lo stesso Joffrey conduce Sansa Stark, figlia di Eddard, ad ammirare la testa del padre appesa su una lancia lungo i bastioni del castello, la obbliga a guardare, ben sapendo di essere il responsabile della morte dell'uomo e godendo nel rinnovare il dolore della ragazza. È un gesto crudele, sadico e perverso.

Ogni personaggio vuole rappresentare uno dei molteplici aspetti di questi orrori, di cui la violenza è mezzo di espressione. Per ottenerlo, serve dipingere una società crudele e cinica, governata da un'avidità per il potere tale da spingere gli attori sociali a macchiarsi di ogni colpa possibile. Per avere una società con queste caratteristiche, servono personaggi come Re Joffrey, Tywin Lannister, Ramsey Bolton. Servono gli incesti, le stragi a sangue freddo, i tradimenti.

Ancora una volta, Martin non è stato il primo a sviluppare questi temi nel Fantastico. Il sottogenere a cui fa riferimento le Cronache del ghiaccio e del fuoco è stato definito all'estero grimdark fantasy, cupo e oscuro, definizione nata con il già citato Joe Abercrombie, e quindi successiva alla pubblicazione di A Game of Thrones. Ai prodotti di oggi si è arrivati per gradi e gli esempi sono numerosi. Negli anni quaranta Fritz Leiber pubblicava Il complotto delle mogli, da cui è stato tratto il film La notte delle streghe (1962). L’autore immagina la vita in un tranquillo college degli Stati Uniti, popolato da normali insegnanti e studenti. In questo mondo, ogni donna, all’insaputa degli uomini, è una strega e utilizza le proprie conoscenze al meglio per raggiungere i propri obiettivi. La società dipinta da Lieber è a lui contemporanea, e quindi antiquata rispetto alla nostra, ma la corsa per il potere, la malvagità e la perversione dei suoi antagonisti e di ciò che rappresentano è decisamente attuale. Altro esempio è Poul Anderson e il suo La spada spezzata. Pubblicato nel 1954, il romanzo è basato sull’epica degli Edda, il pantheon nordico e le leggende inglesi e irlandesi. Il protagonista, Skafloc, viene rapito ancora in fasce da un conte elfico per essere cresciuto come arma nelle lotte con i troll. Nessuna delle due razze, infatti, sopporta il tocco del ferro, e un bambino umano diventa uno strumento formidabile. Nessun intento caritatevole muove il conte, puro opportunismo e interesse personale. Al posto del neonato il conte lascia una creatura, generata da lui stesso con una femmina troll tenuta prigioniera da secoli nelle segrete del suo castello. L'aspetto di quell'abominio viene modificato con la magia per somigliare a quello di Skafloc. Il suo nome sarà Valgard, e intorno a queste due figure si svolge la storia, entrambi intenti a scoprire le loro origini e a combatterle, Valgard trasformandosi nel nemico degli elfi, Skafloc diventandone il paladino, ma innamorandosi anche di una donna che si rivelerà essere la sorella. La verità sull'identità dei due amanti trasformerà il ragazzo in un mostro non migliore del suo alter ego, portandolo alla rovina.

Sugli stupri è necessario aggiungere qualcosa. Martin ha ragione nel sostenere che “stupro e violenza sessuale sono parte di ogni guerra mai combattuta, dagli antichi Sumeri ai giorni nostri. Ometterli da una narrativa centrata su guerra e potere sarebbe stato fondamentalmente falso e disonesto”. (cfr. Dave Itzkoff, New York Times television)

La differenza sta ancora nella rappresentazione. Nel testo, la maggior parte degli stupri sono impliciti, non avvengono mai davanti al lettore. Al contrario, altri autori hanno deciso di rappresentarli in modo diretto**:

Ed ora, bella, vallo a raccontare,/se la tua lingua può parlare ancora,/chi te l'ha mozza e chi t'ha violentata.”

Tito Andronico, William Shakespeare, Atto II, scena IV

Adesso [nel sogno] Corum vide sua madre. Due Mabden la tenevano ferma mentre un terzo si gettava su di lei, scagliando il proprio bacino sul suo corpo nudo.”

Il cavaliere delle Spade, Michael Moorcock (1971)

Un attimo dopo, l’uomo lasciò cadere tutto il peso sul busto [della ragazza], e il ventre [di lei] fu pugnalato come da un fuoco feroce e famelico che ruppe il suo silenzio e la fece urlare. Ma anche mentre piangeva e gridava, sapeva che per lei era troppo tardi. Qualcosa da sempre ritenuto un dono dalla sua gente le era stato strappato via.”

La conquista dello scettro, Stephen Donaldson (1977)

Quella grassa aveva molto da dire, proprio come suo padre. Strillava come un barbagianni: mi dolevano le orecchie. Preferii di gran lunga la sorella. Era proprio silenziosa. Così silenziosa da doverle dare una strizzata qui e lì per controllare che non fosse morta di paura.

Il principe dei fulmini, Mark Lawrence (2011)

Ognuna di queste scene è pensata per provocare reazioni forti nel lettore, per provocare il disprezzo nei confronti di chi le compie. Martin, al contrario, mostra le reazioni dei personaggi. La differenza è sottile, ma non banale, perché mostrare la violenza può provocare uno shock, ma mostrare la spietatezza con cui viene perpetrata, la perversione nel goderne, l'assoluta disumanità del gesto è un'esperienza molto più profonda. Non è un caso se la maggior parte delle critiche nasce dalla serie televisiva, un medium fatto da immagini prima che da parole. Nei libri, il disprezzo per determinati comportamenti è palpabile, qualsiasi lettore è in grado di riconoscerlo. Nel grimdark fantasy la violenza è il generatore di cambiamento, e quindi di contenuti. Se il linguaggio televisivo è l'immagine, allora l'unico modo per raccontare la storia è mettere i gesti in primo piano, di sbatterli in faccia allo spettatore qualsiasi essi siano. L'importante è farlo senza perdere di vista lo scopo educativo originario. Durante la narrazione, gli stupratori sono esseri viscidi, malvagi, un modello negativo consolidato e lo stupro diventa il loro climax drammatico, nella maggior parte dei casi seguito da una morte spettacolare ed esplicita poco tempo dopo, mentre la vittima viene salvata per mostrare le conseguenze degli abusi subiti. Spiegare la malvagità di uno stupro può essere efficace, far percepire al lettore o spettatore le sue conseguenze, inciderle a fuoco nella sua testa, ha un altro valore.

Un esempio recente a cui sono seguite molte polemiche è la trama sviluppatasi nella Tenuta di Craster. Nel terzo episodio della quarta serie vediamo un gruppo di ex Guardiani della Notte ormai residente nella Tenuta. Karl, ex Guardiano crudele e invidioso dei favori di cui gode Jon Snow, è stato uno dei primi agitatori dell'ammutinamento e si è autoproclamato capo del gruppo. Nel quinto episodio Jon Snow e un gruppo di volontari ripuliscono l'area dai traditori, vendicando le mogli di Craster, prigioniere e vittime di abusi da parte dei fuggitivi. Il capo degli ex Guardiani muore durante lo scontro finale con Snow e l'intero combattimento è costruito in modo retorico, affinché la partenza sia veloce, ma rallenti negli attimi finali per sottolineare il climax drammatico e al tempo stesso educativo. Il pretesto dell'intervento di una delle donne della Tenuta, che salva il “nostro” da un gesto sleale di Karl nel tentativo di vendicarsi da sola, serve a rallentare la sequenza, preparando l'ultimo movimento: il traditore volta le spalle a Snow, pronto a colpire la donna, quando la spada del ragazzo entra nella sua nuca ed esce dalla gola, con Karl fermo immobile, agonizzante, in primo piano davanti alla telecamera. Lo stesso uomo pronto a torturare e violentare una ragazzina adolescente per noia non più di cinque minuti di video prima, un trattamento subito dalle donne della Tenuta per tutta il periodo in cui si è rifugiato in quella casa. Quando Jon Snow offre alle donne di tornare al Muro con lui e i suoi compagni, le donne rifiutano con veemenza, sputando ai piedi del loro salvatore. La repulsione generata dalle immagini, dal mio punto di vista, dimostra che il messaggio è passato nella maniera corretta, colpendo un nervo scoperto.

Il clamore suscitato dalla crudezza delle scene è inevitabile, ma il successo del grimdark fantasy in questi anni non dipende dalla spettacolarizzazione delle morti o dall'asprezza delle battaglie. Sono i personaggi a trascinare il lettore dentro le pagine, e Martin è meraviglioso nel lavoro di caratterizzazione. Scegliere Tyrion come esempio è fin troppo facile: odiato dal padre e dalla sorella per il suo aspetto, odiato da chiunque altro per il suo cognome, sopravvive con l'intelligenza e l'astuzia, doti tipiche del trickster, dell'imbroglione pieno di risorse. Riesce a gestire gli eventi intorno a lui, a tirarsi sempre fuori dai guai, nonostante sia sempre il bersaglio di violenze, più o meno dirette. Altro esempio sono i figli di Eddard Stark e la loro reazione alla morte del padre, ognuna diversa eppure fedele al carattere e alla loro posizione durante lo svolgersi degli eventi. Nessuno dei “malvagi” diventa amato dai lettori/spettatori, almeno non fino a quando rimangono mostri disumani e opportunisti senza scrupoli. Per questo motivo Tyrion è diventato da subito un personaggio amato, come anche John Snow, mentre Jamie Lannister, colpevole di incesto, di tentato omicidio ai danni di Brandon Stark e di vari altri crimini passati, ha dovuto subire numerosi cambiamenti – e perdere una mano – per recuperare in umanità e permettere a chi guarda o legge di identificarsi con lui. Stesso discorso si può fare per diversi altri personaggi della saga, ma anche per i lavori di Anderson, Moorcock, Abercrombie e Lawrence. L'eccezionale abilità nella caratterizzazione dei personaggi è il marchio di questo genere molto più della violenza, banale strumento per generare reazioni.

Definire i contenuti brutali, atroci e disturbanti è corretto da un punto di vista critico e legittimo a livello personale. Alcuni spettatori non sono interessati a una narrativa di questo tipo e la rifiutano in ogni sua forma, ma questo non toglie una validità generale al lavoro degli scrittori qui citati e dei tanti altri non nominati, né al valore educativo della loro proposta. Credo però che questo valore venga perso di vista nel bombardamento di accuse e apprezzamenti, quando invece dovrebbe essere in cima a tutte le conversazioni. Senza di esso infatti, una narrativa mossa dalla violenza perde di significato, non ha più uno scopo educativo ma solo di spettacolarizzazione dei contenuti, trasformandosi in una apologia del cruento di dubbio gusto. Nel suo piccolo, questo articolo vuole riportare al centro della conversazione questo punto che ritengo LA chiave di lettura del grimdark fantasy, la differenza fra un prodotto meritevole di attenzione e uno dannoso.

Note:

* Traduzione mia.

** Escluso la citazione del Tito Andronico, traduzioni mie.

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Le favole cubane di Josè Martì

7 Maggio 2014 , Scritto da driana PediciniA Con tag #recensioni, #adriana pedicini, #gordiano lupi, #fantasy, #saggi

Josè Martì

Fiabe cubane

Ediz. Il Foglio

Narrativa cubana

Traduzione a cura di Gordiano Lupi.

 

“Sono tutte fiabe popolari che a Cuba vengono lette ai bambini. Non esiste persona che non conosca queste storie, raccolte da Herminio Almendros (1898-1974), un editore-scrittore-pedagogo ispano-cubano, noto per aver pubblicato Habia una vez (C’era una volta), il più noto libro di fiabe cubano. Almendros fondò l’Editorial Juvenil, prestigioso antecedente della Editorial Gente Nueva”.G.L.

Le origini della favola si perdono in un lontanissimo passato. Essa trae ragion di essere in quella cultura popolare e politicamente subalterna che nel rapporto conflittuale con i potenti esprime in modo semplice ed immediato le ingiustizie che quotidianamente deve subire.

Tra gli espedienti più comuni utilizzati dai compositori di favole vi è il ricorso a protagonisti tratti dal mondo animale, il che permette di osservare in un modo immediato comportamenti trasferibili al mondo umano. La chiarezza ed immediatezza del linguaggio fiabesco permette di recepire immediatamente la morale di ogni favola, sviluppando un dibattito sui temi evidenziati e su particolari vizi e difetti dell'animo umano sempre in dissidio tra bene e male, tra onestà e disonestà, tra arroganza ed umiltà ecc.

La favola, in quanto racconto fittizio che raffigura la verità in modo metaforico, coinvolge l'attenzione dei bambini e dei ragazzi su molti aspetti della vita, su lati del comportamento umano che, oltre che essere guidati da superiori ideali e valori etici, hanno bisogno di essere chiariti ed interpretati anche da schegge di buon senso, di terrena saggezza, di piccoli ammonimenti che, proprio perché più leggeri, più facilmente si insinuano nell'animo e spingono alla riflessione. E’ solo partendo dall’ osservazione dei comportamenti dei personaggi favolistici e dalla riflessione sui propri che fin dall’età infantile è possibile stimolare l’affettività, il rispetto, l’accettazione dell’altro da sé.

I temi della favola sono diversi e variegati: fatti della vita degli dei o di esseri superiori, degli animali, degli uomini colti nella loro quotidianità; i protagonisti sono spesso animali dotati di intelligenza e di parola umane, ma non mancano anche soggetti della natura inanimata.

Accanto agli animali è presente in questo mondo favolistico una umanità miserevole, colta nei suoi aspetti più dimessi, nella dura realtà del lavoro quotidiano: contadini, pescatori, pastori, rassegnati di fronte alle asperità del vivere, incapaci di trovare scampo ai soprusi della ingiustizia sociale. Ad essi dunque dà voce la favola, che dissimula nella sua contenuta polemica e nel travestimento metaforico dei suoi personaggi "la protesta degli umili" e la disincantata rassegnazione delle classi subalterne.

 

La gallina d’oro

Il mondo si divide in due parti: i lavoratori onesti e gli approfittatori. La vita però non è destinata a diventare un peso per alcuni e un trastullo per altri. Sicché prima o poi chi non si adopera per lavorare non avrà la giusta ricompensa.

 

La piccola rana verde e l’oca.

La favola riprende un motivo caro a Esopo ed è rivolto a tutti coloro che sono agitati da ambizioni sfrenate causate dall’invidia. La natura ha segnato per ciascuno dei limiti e andare oltre porta alla rovina.

 

La margherita bianca

Narra della gioia di vivere, del tripudio all’arrivo della primavera in tutto il suo splendore e della felicità dei bambini all’unisono con la bellezza di fiori e di piccoli animali.

 

La cucarachita Martina.

L’incontentabilità porta fuori strada. La sorte che sembrava la migliore si rivelerà essere la peggiore, per la disobbedienza del topolino alle esortazioni di Martina.

 

Come accadde che il topolino Péres resuscitò.

Talvolta i miracoli accadono davvero, ma non bisogna aspettarseli dall’alto. Bisogna imparare la legge della condivisione sia nel dolore che nella gioia. Tutti i personaggi animati e inanimati hanno condiviso con un segno concreto il dolore di Martina, e, trovata la soluzione, tutti sono stati ampiamente ripagati dalla gioia dell’avvenuta guarigione, gioia che non è stata divisa, bensì moltiplicata e concessa a ognuno, come ricompensa della partecipazione fattiva all’evento.

 

Riccioli d’oro e i tre orsi.

Insegna che la gioia si trova nelle piccole cose

 

Pulcino Pino

Stare in guardia dagli astuti. Non sempre le compagnie sono buone e i consigli disinteressati

 

La gallina Rabona.

Chi non si accontenta del suo perde anche quello che ha. Mai agire in modo disonesto per appropriarsi di quello che non è nostro. Chi la fa l’aspetti!

 

Il gallo al matrimonio.

La cortesia va sempre coltivata, anche quando ci sembra fuori luogo. Non possiamo noi essere giudici degli altri. Pertanto bisogna essere disponibili alla solidarietà

 

Mezzopulcino.

L’egoismo non porta bene. Aiutare gli altri diventa un’occasione per migliorarsi. Rimanere sordi alle richieste di aiuto non consente di averne quando se ne ha bisogno e spesso con l’egoismo siamo proprio noi a metterci in situazioni incredibili e assurde.

 

Non mancano nella prima sezione della raccolta Filastrocche che ammaliano con la rima baciata e con immagini delicate dai protagonisti topici delle fiabe con protagonisti umani (il cavaliere, la gitana) o con animali come in Cucù e nel piccolo raffinato componimento cantilenante La lumaca

Più complessa la struttura e più ricco lo stile nelle Fiabe per Ragazzi.

In “Una monella di nome Nenè” il leitmotiv dell’amore paterno e filiale s’intrecciano con la descrizione della bellezza, del metafisico, della speranza in una vita migliore, e per colorare la tristezza di sottofondo causata da una grave assenza il narratore ricorre all’utilizzo di descrizioni intimistiche delicate, di metafore cariche di significato, di analogie di profondo sentimentalismo.

E poi c’è la vita, quella da scoprire attraverso l’esperienza. E l’esperienza ha i suoi tempi, le sue tappe. La protagonista, come ogni giovane e fertile mente, è assalita dall’ansia di scoprire subito tutto quello che c’è nel libro proibito, un gran librone carico di anni e pesante di vita vissuta che il papà le impedisce di leggere. Lo afferra una notte di nascosto e vi trova la vita nei suoi aspetti fulgidi e strani, proprio come il gigante monocolo dipinto nel libro, fin troppo vicino al ciclope di omerica memoria. Diversi uomini, di varie razze, tentano di risalire faticosamente la lunga barba dell’omone. Fin troppo chiara la durezza della vita per tutti, a qualunque razza si appartenga! Infine l’imponderabile, l’inaspettato, l’uomo nero ignudo, che rappresenta il superamento del limite, l’ubbidienza tradita e forse l’incognita che ci attende quando si devia dalla retta via, una sorta di peccato originale che già inficiò l’umanità di Adamo.

Travolta dal fascino dei colori con cui sono raffigurati nelle pagine seguenti numerosi animali, la protagonista si lascia andare al trafugamento dei fogli e, quasi estraniata, non si accorge del monito del papà sopraggiunto all’improvviso che l’osserva con sguardo accigliato.

La conclusione infine restituisce una bambina provata dal rimorso.

Bebè e il signor Don Pomposo” dichiara che la genuinità di sentimenti positivi appartiene all’infanzia. In un mondo in cui ad alcuni per sorte tocca una vita grama, al contrario di altri più fortunati che ottengono facilmente tutto, spesso gli adulti sono inadeguati a stabilire l’equilibrio e in una falsa torre di bontà dispensano doni a chi non ne avrebbe bisogno, trascurando di guardare oltre. Allora ci pensano i piccoli che in una sorta di slancio naturale mettono in pratica azioni di generosità a favore dei più deboli, soprattutto se bambini come loro.

Anche nella fiaba poetica “Le scarpette rosa”, ricca di descrizioni paesaggistiche e di dettagli personali, sorprende che l’iniziativa dell’atto generoso sia intrapresa da una bambina che rinuncia volentieri alle sue scarpine rosa, a cui tanto la sua mamma teneva, perché un'amichetta molto povera possa indossarle per giocare. Torna a casa a capo chino la bimba, timorosa per le conseguenze della disobbedienza, per giusta causa diremmo! Infatti non solo non verrà sgridata, ma addirittura la mamma l’esorta a far dono alla bimba povera di tante altre cose ancora.

Un quadro vero e proprio, una filigrana preziosa, un lavoro di cesello e ricamo è la fiaba “La bambola nera”. Minuscole pennellate di colore, lampi di luce che danno il senso pieno della descrizione attenta e meticolosa. Tutto è bello, raffinato, curato, le cose come i sentimenti, ma la crepa buia c’è perfino in questo mondo dorato. È ancora una volta la sensibilità della protagonista, una bimba di 8 anni, che in tanta festa per il suo compleanno, non riesce a godere pienamente della gioia dell’evento e dei regali ricevuti. Solo a sera, nel suo letto, ritrova la felicità abbracciando la bambola nera, il suo gioco preferito, da tutti trascurato perché considerato brutto e malconcio. Ancora una volta vien fuori l’amore per gli emarginati, così spontaneo in chi non è stato ancora “diseducato” dalle convenzioni sociali.

Il gambero incantato”. Molto frequente è il tema della incontentabilità umana, e molto fortunato nella tradizione favolistica. Attraverso una serie di episodi narrati con garbo e con dovizia di particolari, l’Autore sottolinea come il parossistico desiderio di possesso, di ricchezza e infine di mutare la propria condizione, alla fine porti alla rovina. Il non rispettare la misura è un grave danno. Ma la favola contiene anche un altro messaggio: il non darla vinta agli sregolati, fronteggiare la loro insaziabilità a qualunque costo, pena la rovina personale. Proprio come ci suggerisce il finale.

Un monito valido da sempre soprattutto nell’educazione dei figli. E’ facile constatare come i giovani di oggi abbiano desiderio, anche in fatto di morale, di punti di riferimento sicuri che con sofferenza talvolta cercano in comportamenti poco coerenti del tessuto familiare e sociale; e che spesso il loro recalcitrare di fronte a consigli e ammonimenti severi è solo un modo per mettere alla prova non tanto se stessi, quanto gli adulti (genitori ed educatori). Un obiettivo, questo, che pare felicemente raggiunto nelle fiabe dell’Autore cubano.

C’è da chiedersi perché le fiabe incontrino in genere tanto favore e perché questo genere letterario sia pratico laddove si cerchi il profumo della libertà.

Sicuramente la narrativa, specie quella di veloce sforzo creativo, di più immediato impatto, come il racconto o la favola, è stato sempre il genere trainante, prodromico alle forme più ampie come il romanzo. Inoltre quando le convenzioni sociali, le limitate libertà impediscono l’autentica estrinsecazione del pensiero, questo si fa scudo della metafora con cui critica la realtà e gli aspetti aberranti di essa, nascondendosi in un generale moralismo che non sempre coglie le peculiarità di una situazione, di un paese, di un popolo. Oppure si corre il rischio che il senso inebriante delle conquiste poco mature “accentui il divario tra l'ideale dei padri e la meschinità del presente, la religiosità e il misticismo un tempo tabù, la solitudine senza prospettive”.

Allora interviene la satira, o con atteggiamento molto più dolce e bonario, ancora una volta la favola.

E sicuramente un ruolo importante nel loro contesto hanno rivestito anche le fiabe di Josè Martì.

Un’ultima nota per evidenziare gli ottimi disegni di Roberta Guardascione e la traduzione straordinariamente ricca di pathos di Gordiano Lupi.

 

Adriana Pedicini

 

Josè Martì (1853 – 1895), considerato l’eroe dell’indipendenza

cubana, morì combattendo contro i colonizzatori

spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore

della poetica modernista (di lui si ricordano

soprattutto i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne

estrapolato il testo canzone Guantanamera). Non fu

solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la

celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico

e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana

passa attraverso l’insegnamento capillare della

sua opera. Nené traviesa è una fiaba pubblicata per la

prima volta sulla rivista La Edad de Oro.

Le favole cubane di Josè Martì
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