educazione
Normale?
Cara collega che dall'alto dei tuoi 40 anni di servizio affermi con decisione che "i disabili starebbero bene negli istituti piuttosto che a scuola", mi inchino dinnanzi alla tua decennale esperienza; però, mi dispiace, hai perso. Mi tengo la mia inadeguatezza e inettitudine, ma almeno a capire che il mondo non è dei belli, profumati, ordinati e cosiddetti "normali" ci sono arrivata.Tanto che adesso mi chiedo se tu sei normale. Io no, e - guarda un po' - non mi interessa pù esserlo.
La commedia divina e il cortocircuito dell'anima
Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
(Purgatorio, VIII)
Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di contesto storico, di terzine incatenate di endecasillabi, invece ripenso a quel libretto capitato per caso fra le mie mani infantili: La Divina Commedia spiegata ai bambini che mi ha fatto conoscere, e godere, l’avventura di Dante, Virgilio e Beatrice, a spasso nella selva oscura, giù nei gironi infernali, su per il monte del Purgatorio, in cielo fino all’amor che move il sole e le altre stelle. E penso all’edizione illustrata da Gustave Dorè che circolava in casa, i corpi nudi di Paolo e Francesca sbattuti dalla tempesta, i chiaroscuri cupi, le foglie d’alloro a incoronare i due poeti, lo sguardo truce di Caron dimonio. Penso, infine, all’edizione del 1962, commentata da Carlo Grabher, sulla quale ho studiato al liceo, col professor Aldo Baldini allora trentenne, che, non so se è vivo o morto, ma lo ringrazio per avermi trasfuso la passione per la letteratura e insegnato un metodo di studio. Penso alla stessa edizione spulciata all’università - tutto l’inferno minuto per minuto - imparata quasi a memoria con la mia amica Cristina, perché all’esame ti aprivano a caso il testo, coprendolo con le mani, ti facevano leggere un verso e ti chiedevano vita, morte e miracoli, che canto era, qual era il peccato punito, quale il contrappasso. E noi lì, a ripetere, a farci le domande l’un l’altra, a cercare di memorizzare tutti i personaggi minori, a innamorarcene nostro malgrado.
Ecco, questo mi viene in mente, quando penso alla Divina Commedia e gradirei parlare con quelli dell’organizzazione “per i diritti umani” che vorrebbero bandirla perché omofoba, razzista, anti islamica. Bramerei guardarli negli occhi e dir loro che anch’io ho diritto. Ho diritto alla mia cultura, quella che ho assorbito attraverso i secoli con la lingua dove il sì suona, a quella che mi ha fatto crescere, che ha fatto di me ciò che sono, nel bene e nel male. E poi vorrei costringerli a leggere il verso che ho citato, a ripeterlo come un mantra, a recitarlo come una preghiera, a sussurrarlo fino a farselo scendere dentro, oltre la metrica, oltre la struttura. “Ma non sentite?” urlerei, “non sentite la botta di poesia nella pancia, lo struggimento del cuore, il cortocircuito della mente, l’armonia celeste fra significante e significato, fra forma e contenuto, che ti fa salire le lacrime agli occhi ogni volta? Ma che uomini siete?
La Commedia è nostra, ragazzi, è poesia pura, è insuperabile e insuperata, è, appunto, Divina.
Guai a chi ce la tocca.
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Era già l'ora che volge il disio lo dì c'han detto ai dolci amici addio;ai navicanti e 'ntenerisce il core (Purgatorio, VIII) Potrei analizzare il canto, le chiose, le note, potrei parlare di ...
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"A mille ce n'è..." Le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri
Quest'anno Fabbri editrice ha lanciato un'app per iOS (iPad e iPhone) da cui si possono scaricare dodici delle delle intramontabili "fiabe sonore".
Non molto prima del Natale 1966, i Fratelli Fabbri editori distribuirono gratuitamente nelle edicole un disco promozionale de Le Fiabe Sonore, con I tre Porcellini. La settimana seguente uscì il primo numero ufficiale, Il gatto con gli Stivali di Charles Perrault, corredato di un albo di grande formato (27x35) con splendide illustrazioni romantiche e tuttavia ironiche, ammiccanti, comunque moderne.
Molti di noi, all’epoca, non sapevano ancora leggere. Furono i nostri genitori, dunque, a iniziarci alla magia, a spalancarci le porte della fantasia, a introdurci in un mondo che ci avrebbe arricchito, ammaliato, incantato, spaventato, meravigliato. Settimana dopo settimana, avremmo imparato a leggere e scrivere anche grazie alle Fiabe Sonore, assorbendo parole nuove e sconosciute, non sempre facili.
Le fiabe uscirono ininterrottamente dal 1966 al 1970, incise su dischi a 45 giri e corredate da libri bellissimi, illustrati da pittori molto conosciuti: Pikka, Una, Ferri, Max e Sergio.
Dopo averle ascoltate dai nostri genitori, ci affidavamo poi alla voce profonda e rassicurante di Silverio Pisu (1937-2004) attore, doppiatore, cantante, scrittore e sceneggiatore. Ci raggomitolavamo sul divano nelle fredde sere d’inverno, col libro sulle ginocchia, rapiti dalle figure, con l’orecchio teso a cogliere la minima differenza fra testo scritto e voce narrante. Oppure, raffreddati e febbricitanti, spargevamo sul letto le fiabe a raggiera, estraevamo dalla custodia il disco di vinile, lo inserivamo trepidanti nel mangiadischi. Il ditino premeva, il tasto si abbassava e in quel piccolo gesto c’era un potere immenso, quello di far scaturire suoni e immagini, di evocare un intero universo parallelo. Eravamo noi a tenere la bacchetta magica, a chiudere e aprire a piacimento la porta fatata, a ogni rilettura, a ogni riascolto.
Con Silverio Pisu collaboravano molti altri attori professionisti tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo de Luca, Isa di Marzio. Le musiche furono commissionate a un famoso compositore dell’epoca, Vittorio Peltrinieri. Nessuno di noi potrà mai dimenticare la canzone introduttiva cantata dal Quartetto Radar, composto da Claudio Celli, Gianni Guarnieri, Dino Comolli e Stelio Settepassi, il cui stile voleva somigliare a quello del più celebre Quartetto Cetra.
Assieme alla canzoncina di chiusura alle fiabe, il memorabile jingle iniziale costituì un sicuro segno di riconoscimento della collana:
A mille ce n'è
nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me
nel mio mondo fatato per sognar…
Non serve l'ombrello,
il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me…
Basta un po' di fantasia e di bontà.
Dopo l’introduzione, cominciava la fiaba vera e propria, sceneggiata, riadattata, modernizzata senza toglierle fascino. Ogni sceneggiatura era caratterizzata non solo dalla voce narrante di Silverio Pisu, ribattezzato Cantafiabe, ma pure da vivaci dialoghi e canzoncine orecchiabili come quelle indimenticate di Cappuccetto Rosso, del Nano Tremotino, di Cigno Appiccica.
Pochi cenni magistrali erano sufficienti a creare l’atmosfera, come il passaggio del tempo segnato da un tocco d’arpa, capace di scatenare la fantasia, fare appello a più sensi contemporaneamente e rendere superflua qualsiasi parola. In tutto uscirono circa 150 fascicoli illustrati e altrettanti dischi. Vennero riproposte fiabe dei principali favolisti europei: i fratelli Grimm, Andersen, Perrault, Puŝkin e dei meno noti Bechstein, Leprince de Beaumont, Gianbattista Basile.
Grazie alle fiabe della Fabbri, un’intera generazione si è divertita con lo spassoso Vardiello, ed ha altresì imparato – come spiega Bruno Bettelheim – a gestire le proprie paure infantili, rielaborando interiormente, assorbendo e facendo proprie certe atmosfere gotiche. Come non ricordare la paura suscitata dalla spaventosa strega di Hansel e Gretel bruciata nel forno dai due fratellini, dall’Orco di Pollicino che taglia la gola alle proprie figlie, dall’ingiusta accusa di stregoneria rivolta alla protagonista de Gli undici cigni selvatici costretta al silenzio a causa dell’amore per i fratelli? Le fiabe sonore ci insegnavano la netta divisione fra male e bene, il confine fra lecito e illecito, il senso del dovere e lo spirito di sacrificio, parole che oggi sembrano ormai prive di significato.
Oltre alle fiabe singole, furono pubblicate anche magistrali versioni a puntate di Le avventure di Pinocchio, con Paolo Poli nel ruolo del burattino, di Alice nel paese delle meraviglie e di Peter Pan. Le fiabe sonore furono riproposte nel '77, negli anni '80, nel '90. Uscirono poi per la prima volta su CD nel 2003 e in allegato al Corriere della Sera nel 2007. Come abbiamo detto all’inizio, sono di quest’anno applicazioni scaricabili per iPhone e iPad con due fiabe gratuite e le altre a pagamento.
E ora ci congediamo da voi come faceva il Cantafiabe, con quella canzoncina che ci procurava tristezza e consolazione insieme, il senso di qualcosa che finisce e poi comincia di nuovo, in un infinito loop che ci aiutava a crescere, a sopportare il ritorno alla vita normale, alle nostre fatiche di bambini, simboleggiate dalla “cartella bella” dell’introduzione.
Finisce così
Questa favola breve se ne va
Il disco fa click
E, vedrete, fra un po’ si fermerà,
ma aspettate, e un altro ne avrete
“C’era una volta” il Cantafiabe dirà
E un’altra favola comincerà
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CriticaLetteraria: "A mille ce n'è...": le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri
Quest'anno Fabbri editrice ha lanciato Non molto prima del Natale 1966, i Fratelli Fabbri editori distribuirono gratuitamente nelle edicole un disco promozionale de un'app per iOS (iPad e iPhone) da
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Bambino-arcobaleno (ricordi) - di Ida Verrei
Nveid è seduto tra i banchi dell’istituto; incolla su un foglio piccoli pezzi gialli e azzurri di carta lucida. A guardare, diresti che è un cilindro capovolto da cui escono fiori, cuori, stelle e un volto arricciato in un sorriso strano.
Ma Nveid non sorride, ha un’espressione assente, lontana, di un vecchio che abbia vissuto cent’anni, che perde la sua storia passata ma cerca nella memoria una traccia che lo possa ricondurre alla sua realtà emotiva, che pure è incisa nella mente, nel corpo.
Ed è proprio col corpo che Nveid comunica il suo vissuto e racconta la sua storia, che è poi la storia di tanti bambini “che si perdono nel bosco”.
Ha otto anni, è magro, spalle gracili che s’indovinano attraverso il maglioncino rosso; il viso appuntito e la bocca sottile che, per le finestrelle dei dentini mancanti, accentua l’impressione di un volto senza età, attenuata solo dal ciuffo di capelli nerissimi, lisci, un po’ dritti sulla testa: ha l’aria buffa di un pagliaccio triste. Gli occhi cerchiati di scuro si perdono nel vuoto; talvolta, ansiosi e mobili, cercano, chiedono, aspettano.
Nveid è un bambino rom. È arrivato in un gelido mattino di febbraio, accompagnato dai servizi sociali. Lo hanno trovato all’estrema periferia della città, non lontano da un campo nomadi mentre si aggirava, solo, tra cumuli di rifiuti che rovistava con un bastone. Aveva lividi, graffi e morsi d’animale sul corpo.
Nveid ha terminato il compito; lo osserva dubbioso, poi me lo mostra, solleva lo sguardo alla ricerca dell’approvazione.
La rassicurazione dipende per lui dall’apprezzamento delle persone che gli sono vicine: insegnanti, compagni, personale dell’Istituto: ogni successo gli dimostra che le sue possibilità costruttive hanno la prevalenza su quelle distruttive. Ed è per questo che mette la massima concentrazione in ogni impegno gli venga richiesto: il “compito” rappresenta un elemento di legame con gli altri ed esprime il desiderio di “donare” qualcosa di gradito; anche le sue modalità di rapporto con i coetanei sono connotate dal desiderio di “dare”. Spesso distribuisce la sua merenda, i pastelli, le matite, le sue piccole cianfrusaglie; forse per “sedurre” e conquistare l’amicizia, la simpatia, o forse per negare la propria aggressività che si rivela, a tratti, in situazioni ludiche, attraverso fantasie di onnipotenza e di forza fisica.
Ora Nveid è in cortile. Non piove più; c’è un vento leggero; l’aria è pungente, ma limpida e serena.
Non corre con gli altri; mi si accuccia accanto, alza il capo verso l’alto, indica qualcosa con una mano. Guardo: c’è l’arcobaleno.
«Le nuvole camminano», dice. E non so se è un’affermazione o una domanda.
«Le spinge il vento», spiego, poi: «non te n’eri mai accorto?» chiedo.
«No, non avevo mai guardato il cielo».
D’improvviso, un aereo rompe la quiete, sfreccia attraverso l’azzurro. Nveid s’alza di scatto, allarga le braccia, prende a correre per il cortile.
Corre e corre e corre:
«Voglio volare, voglio volare!» grida. Poi si arrampica sul muretto e salta, salta come se volesse slanciarsi verso l’alto.
Nveid non c’è più, un destino ignoto lo ha condotto sotto un altro cielo. E non c’è più neanche l’Istituto.
Ma io lo vedo ancora, lo riconosco in ogni lavavetri, in ogni accattoncello all’angolo delle chiese, in ogni piccola mano bruna che si tende. E non voglio pensare ad un’emotività lacerata, voglio ricordarlo come bambino azzurro e giallo, bambino-arcobaleno, bambino che voleva volare e guardava il cielo sognando nuvole di zucchero filato.
Ida Verrei
"La Supplente" prima puntata di Chiara Zanin
di Chiara Zanin
Tema: La Supplente.
Svolgimento:
La Supplente è una maestra. Siamo sicuri? A dire il vero, essa è socialmente riconosciuta come la sostituta della maestra, quella vera. Allora, la Supplente è una specie di avatar. Un surrogato, una brutta copia. Deve prendere quello che trova e restituirlo, tale e quale, se possibile perfezionato. Per la legge è un'insegnante a pieno titolo, ma non può ammalarsi (è una supplente! Deve sostitutire chi si ammala!) non ha ferie retribuite.
Ma la Supplente ha pur sempre un lavoro; un bel lavoro, lavora con i bambini. Insegna; anzi, a dire il vero non è che insegna, no, a lei spetta la parte bella: "tenere" spensieratamente i bambini finché non arriva la Babbana, cioè la maestra quella vera, magari li fa disegnare mentre legge il giornale. Ma lo sapete che ci sono supplenze di 9 mesi? Lo sapete che esiste la responsabilità penale per dolo e colpa grave? O ricordate solo l'ora buca al liceo quando la prof si ammalava, saltava l'interrogazione e veniva uno lì a dirvi "state buoni-non fate casino-studiate per l'ora dopo"?
Alla domanda:"che lavoro fai?" risponde "la maestra", e la successiva è sempre "ah si,che bello! Di che materia?" Scusatemi signori: la maestra che avevate voi da piccoli, insegnava UNA materia? Sì vabbè, ma adesso non c'è più il maestro unico... ogni insegnante ha il suo ambito. Ah sì? Forse è così per le maestre Babbane, non certo per la Supplente. La Supplente oggi fa matematica in quinta, domani sostegno e dopodomani geografia in prima... non sa se la supplenza continua e per quanto, non lo sa mai e intanto si compra libri e guide sperando di rimanere lì, a fare geografia in prima. In genere, il giorno dopo aver speso 40 euro di materiale didattico ("ma non ve li danno a scuola?" Sì,in Svezia forse) perde il posto. Perché il lavoro della Supplente consiste più che altro nel perdere il posto, in favore di un'altra che a sua volta ha perso il posto. Però è bello perchè sei insegnante. Sì. Però è bello perchè adesso le supplenti hanno tanti diritti e privilegi, ti dice la baronessa in ruolo con la quarta magistrale da quando aveva 18 anni; che è tanto stanca, ma proprio tanto. Ha 60 anni ma in pensione non ci va perché la penalizzano del 2 per cento; e allora si mette in mutua e va alle terme, tanto mandano la Supplente. Che puntualmente non ha esperienza, poco importa se è laureata e gira per le scuole da un decennio. Ma dove l'hanno trovata?
Poi, un altro classico: "Sei supplente di chi? Della Pinca Pallina? Oh,è ammalata! Cos'ha? Come sta? Quando torna?"... A me,lo chiedi? A me? È una TUA collega. Ci lavori da 20 anni. Io arrivo oggi e non vi ho mai viste, né tu né lei. Alza il telefono e chiamala, se vuoi sapere come sta. Io sono solo la Suppente.
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