come eravamo
Cessata attività

Ieri pomeriggio sono andata al mio paese, ci torno sempre quando ho voglia di ritrovarmi. C’è una merceria all’angolo della piazza, un piccolo negozio dove mia nonna comprava il lino per cucire il corredo ai figli, dove mia madre si fece confezionare l’abito di matrimonio e dove, mi raccontava spesso, passando là davanti vide per la prima volta un paio di calze di nylon. C’è un negozio all’angolo della piazza del paese dove anch’io, nei miei anni di peregrina in giro per l'Itala, andavo quando tornavo a casa. Acquistare qualcosa lì, era come portare con me un po’ della mia terra, un pezzo di tradizione, un centrotavola fatto all'uncinetto, una tovaglia ricamata a mano, un golf di pura lana confezionato ai ferri, un articolo artigianale, spesso unico, da regalare a un'amica o da conservare in ricordo. Adesso lo gestisce Valentina, la nipote dell’anziana proprietaria che conoscevo, è una ragazza che ha l’età di mia figlia, ha dedicato tutte le sue energie a rinnovare il negozio di famiglia e ne ha fatto un ambiente confortevole, caratteristico, dove si respira un'atmosfera di calda intimità, una “bomboniera”. E’ accogliente, fresco, pieno di articoli nuovi, di classe, tessuti di qualità accostati al caldo legno degli scaffali e dell’antico bancone: è di buon gusto. C’è un piccolo negozio all’angolo della piazza del paese, o forse dovrei dire c’era, perché quella ragazza mi ha informata che, strozzata dalla crisi, dalle tasse, dalla concorrenza dei grandi centri commerciali, degli outlet sorti come funghi a pochi km di distanza, a fine anno cesserà l’attività, che era stata di sua madre e prima ancora di sua nonna e indietro per generazioni fino a che si ricordi. “Questo è uno di quei giorni che vorresti non arrivassero mai, ma che arrivano e ti portano via con la furia di un uragano”, mi ha detto salutandomi con le lacrime agli occhi. C’era un piccolo negozio all’angolo della piazza, memoria storica di un’epoca che non c’è più, ha resistito con testardaggine e attaccamento alle tradizioni fino a che ha potuto. Oggi si è dovuta arrendere e sarà un’altra saracinesca chiusa, un altro pezzo di storia del mio paese che se ne va sotto lo sguardo indifferente degli amministratori, per far largo ai negozi cinesi con la loro puzza di plastica, di colori chimici, le loro chincaglierie a buon mercato e alle bancarelle di ambulanti pakistani e marocchini coi loro articoli dai colori sgargianti, che accontentano una clientela sempre più grezza, sempre più povera.
L'emorragia di attività di vicinato non si ferma, tornando a casa riflettevo. Edicole, librerie indipendenti, salumerie, piccoli alimentari, macellerie, calzolai, erboristerie, pescherie, pelletterie. La crisi dei piccoli negozi è un cancro che congiunge il Paese da nord a sud, senza far sconti a nessuno. La Confesercenti ha dichiarato che nel 2017 hanno chiuso senza essere sostituite circa diecimila imprese del commercio al dettaglio in sede fissa, al ritmo di un negozio sparito ogni ora.
E a sparire sono soprattutto i negozi tradizionali, unici, come quello di Valentina.
Ottima direi, è cera Grey
Anni sessanta, un po’ Stanlio e Ollio de noialtri, tanto umorismo mai volgare per grandi e piccini. Due grandi comici, Ciccio e Franco, al servizio della pubblicità della Cera Grey.
Malgrado tutto, hai ancora una bella cera. Ottima direi, è Cera Grey.
Darei qualsiasi cosa per risentire quell’odore di cera sulla graniglia. Aiutavo mia madre a togliere la vecchia con l’acqua calda, poi stendevamo uno strato nuovo e passavamo la lucidatrice, sentendoci tanto moderne, tanto diverse da nonna che ancora strofinava sull’impiantito un vecchio panno di lana.
Noi che ci sorbivamo il morbillo, la varicella e la rosolia, noi che andavamo a letto dopo Carosello, noi che facevamo merenda col Buondì, con la Girella o col Ciocorì, m anche con pane burro e zucchero o pane vino e zucchero, per poi avvitare alle scarpe i pattini con tremende chiavette simili a quelle che servivano per aprire la carne in scatola.
Eravamo orgogliosi di ciò che possedevamo, della moka Bialetti, della pentola Lagostina, della coperta di Somma, persino dei bruttissimi sandali con gli occhi. Da una parte le cose erano fatte per bene, in Italia e non in Cina, senza superficialità e con l’intento di durare. Dall’altra ci bastava poco per essere felici: poter leggere un libro, magari in edizione condensata o in riduzione per bambini, tenere in bella mostra sugli scaffali le enciclopedie a fascicoli simbolo di alfabetizzazione e cultura a portata di mano, cantare le canzoni di Rita Pavone, Little Tony o Patty Pravo, dimenandoci come le ragazze più grandi davanti al Juke box dei bagni, con in mano un Piper da leccare dopo averlo spinto in su col bastoncino.
La fiducia è una cosa seria
La fiducia è una cosa seria, slogan semplice ma imperituro dei caroselli Galbani.
Qualcuno di voi ha più fiducia? Qualcuno si alza pensando che il futuro sarà positivo, che le malattie verranno curate, che la civiltà e il progresso trionferanno, che i figli troveranno un lavoro migliore di quello dei padri, che l’amore sarà eterno e il matrimonio indissolubile, che gli immigrati sbarcheranno qui per integrarsi e rispettare la nostra cultura e le nostre tradizioni?
Cosa è rimasto della speranza e della fiducia?
Lo studente va all’università per hobby, anche perché tutti vogliono diventare scrittori, blogger e giornalisti, nessuno più trova dignitoso il lavoro manuale.
Chi scrive un libro sa che non verrà pubblicato.
Anche i bambini si ammalano di tumore.
Il cibo che hai in bocca è cresciuto in un terreno inquinato.
Quando t’innamori sai che più di tre anni la passione non durerà.
Se ti sposi sai già che divorzierai.
Si vive per l’oggi e non più per costruire il domani. La società mette al bando la sana nostalgia del passato e cancella la speranza nel futuro. Vivi l’attimo, carpe diem, dedicati alla meditazione che altro non è che il calarsi a pieno nell’attimo presente. Così la vita si trasforma in una successione d’istanti tutti sullo stesso piano, in uno sfrenato individualismo ed egocentrismo, in un’eterna adolescenza senza stagioni, che non contempla né la memoria dei nostri avi, né l’impegno per realizzare l’avvenire.
Le stelle sono tante, milioni di milioni
Bianco e nero, puro stile western, ecco le avventure dello sceriffo negli spot della Negroni degli anni sessanta e settanta.
Ringraziamo la nostra buona stella,
Le stelle sono tante, milioni di milioni
Mi piacevano i western, specialmente quelli con una storia di amore. Mi piacevano gli uomini a cavallo, il bene e il male ben distinti, quella stella di sceriffo appuntata sul petto a tutela della legge, quelle pistole che facevano giustizia senza dubbi o pentimenti. Sarebbe bello se il mondo fosse ancora così: bianco e nero, gli indiani tutti cattivi e i cowboy tutti buoni.
Ricordo in particolare un film con Gregory Peck che mi faceva battere il cuore. Ero una bambina visionaria e romantica, precocemente e perennemente innamorata dell’amore. Cielo giallo si chiamava quel film del 1948 e aveva come protagonisti Gregory Peck e Anne Baxter. Sì, perché nei western gli uomini erano davvero uomini, fascinosi, virili, rudi e tutti d’un pezzo, e s’innamoravano di donne belle e battagliere.
Non se ne vedono più di western al cinema, il mito della frontiera è tramontato, si è capito che gli indiani erano le vittime e ora sarebbe politically incorrect sparargli addosso, nessuno più rimpiange un tempo in cui ci si ammazzava per uno sguardo di troppo. Ma ho passato l’infanzia con la voce stridula del vecchietto del west, con lo sportello del saloon che sbatteva, coi cavalli legati fuori della porta, coi banditi, con le penne, gli archi, le frecce e l’attacco alla diligenza, col becchino che ha il negozio di bare e si frega le mani ad ogni pistolettata.
L’ultimo western memorabile che ho visto è i segreti di Brokebeck Mountain ma quella è tutta un’altra storia.
Palla pallina
Palla pallina su un piede sto
e mille salti con te farò
Il 1968 è un anno fatidico che ha significato molto per tanti: la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, i vecchi definiti “matusa”, etc etc. Ma io avevo sette anni, ricordo solo il gioco “palla pallina” lanciato da Rita Pavone. Lo rammentate? Una piccola palla di plastica dura e un lungo cordino terminante in un cappio da infilare alla caviglia. Con un piede la si faceva roteare e con l’altro bisognava saltare la cordicella. Non era poi così facile mantenere il ritmo, ma ci ho provato per giorni e giorni nelle interminabili estati sulla terrazza che dava sui tetti. Canottiera e mutandine, ginocchia sudice e sbucciate, piedi feriti dal cemento dei bagni o da qualche spina di riccio, il tempo si dilatava come in un buco nero, le vacanze duravano dalla metà di giugno fino al primo di ottobre, la noia, sì, la benedetta e santa noia, oggi sconosciuta ai bambini, era capace di farmi giocare da sola i giochi di società, persino la dama, interpretando entrambe le parti senza barare, cercando di vincere contro me stessa. Annoiarsi era un valore, non una mancanza di stimoli. M’induceva a leggere, a trovare risorse in me stessa, a lavorare con la fantasia, a trasformare il niente in tutto, a diventare creativa.
Non pressate di stimoli continui i vostri figli, non giocate tutto il giorno con loro, non sballottateli qua e là come pacchi fra ludoteche, gonfiabili e compleanni, non intromettetevi nei loro trastulli, lasciateli essere bimbi fra bimbi, lasciateli frignare per la noia in una stanza o in un cortile, che gli fa bene!
Gli incontentabili hanno il passo pesante
Vi ricordate la terribile famiglia degli “incontentabili” che in ogni negozio non trovava mai niente di abbastanza buono da comprare, dopo aver messo a soqquadro ogni cosa e ridotto all’isteria il malcapitato commesso? “Gli incontentabili hanno il passo pesante” era un tormentone che avevamo adottato anche noi in famiglia.
Uno spot della ignis degli anni settanta, un padre che incute soggezione - il compianto Giampiero Albertini, attore di tanti sceneggiati famosi e doppiatore del tenente Colombo - una madre che non perde un pelo, figli modello, fratello e sorella, ingessati e perfettini come due Derossi. Tutti e quattro, più che camminare, marciano, col loro passo, appunto, “pesante”, indice di determinazione e autorevolezza, mentre incutono paura a ogni addetto alle vendite, finché non trovano una lavatrice degna di essere acquistata senza nemmeno pensarci su.
Come appaiono lontani dal nostro attuale modo di essere quegli ingenui sketch che allora parevano moderni e rivoluzionari! Quanta nostalgia, per tutto, anche per le cose più insignificanti e brutte, come la crepa sull’asfalto, il pratino sterrato e la panchina con i cuori e le iniziali. El magùn, direbbe Albertone.
Giocagiò

Il tempo è smisurato da bambini. In particolare non finivano mai i quindici minuti che intercorrevano dalle 16,45 alle fatidiche 17, quando incominciavano i programmi Rai, inaugurati dall’immagine dell’antenna che saliva lentamente, immersa in una musica solenne.
Come anticipo sulla Tv dei ragazzi - beati tempi in cui nel pomeriggio criminologi dalle labbra gonfiate e direttori di riviste gialle ancora non disquisivano su delitti e donne fatte a pezzi - c’era un programma, andato in onda dal 1966 al ‘69, intitolato Giocagiò.
I conduttori più famosi erano Lucia Scalera e Nino Fuscagni (già, chi affiancare a una “Lucia” se non il mitico "Renzo" de I promessi Sposi, trasmessi nel 1967?)
Io ero una bambina curiosa e solitaria, mi piacevano le cose da ragazzi ma anche quelle per adulti, seguivo tutti gli sceneggiati tv senza perderne una parola, e forse è proprio così, fra fiabe, pupazzi animati e opere letterarie imperiture, che si è formata la mia fantasia.
Giocagiò era dedicato “ai più piccini” ed era una sorta di Art attack ante litteram. Scopo del programma era insegnare, in modo divertente e leggero, a costruire oggetti e prendersi cura di piante e animali. In quegli anni là non si dimenticavano mai l’intento didattico e l’indirizzo etico del fanciullo.
Certe cose, per la loro semplicità, riuscivano persino a me che sono negata dal punto di vista manuale. Ad esempio mi piaceva costruire un igloo, disegnando col pennarello mattoni di ghiaccio su un guscio d’uovo aperto a metà. Chissà se i bambini di oggi sanno cos’era un igloo? Chissà se lo sanno almeno i bimbi eschimesi? (O devo dire Inuit, ora che le cose si offendono quando vengono chiamate col loro nome?)
La televisione era in bianco e nero, allora, gli sfondi erano pezzi di cartone dipinto, ma bastavano pochi oggetti - un tavolo, una sedia, la gabbietta di un uccellino - per scatenare la fantasia dei più piccoli, ricostruendo la casa immaginaria in cui era ambientato il programma, così come quando, nelle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri, bastava il suono dell’arpa per segnare il passaggio del tempo. Potente è la fantasia dei bambini, e potente quella del lettore se solo lo scrittore sapesse toccare i tasti giusti.
I due presentatori ebbero un gran successo perché erano educati, gentili, giovani e sorridenti. La Scalera era il prototipo della maestra che tutti avremmo voluto avere, bella e materna, dolce e allegra. Ma erano anche sobri, eleganti, formali. Lei aveva un casco scuro di capelli cotonati e lui l'immancabile giacca e cravatta. Erano anni in cui la forma contava ma non si sostituiva, tuttavia, alla sostanza.
Come vorrei che, all’improvviso, dalle mie mani scomparisse il telecomando e vi si materializzasse, invece, una tazza di tè caldo. Le cinque di un pomeriggio d’inverno… Mia madre e mia nonna sedute sul divano che è il mio letto, nel bel salotto nuovo della mia casa di via San Carlo, con le poltrone di sky marrone e le tende a rete gialla. La scrivania di mio padre in un angolo, ché lui lavora di giorno e studia di sera per diplomarsi. Io, accoccolata davanti al basso tavolinetto di marmo che per me rappresenta tutto: comodino, scrittoio, ripiano da gioco. Inzuppo biscotti al Plasmon che si sfanno nel tè, e ho nel naso un odore salato di raffreddore. Una lucina accesa brilla accanto all'apparecchio, perché “se no fa male agli occhi”, i bagliori bianchi e neri illuminano la stanza e, sullo schermo, Nino e Lucia sorridono: belli e giovani come non saranno mai più.
Non so se, fra schiuma party e feste di compleanno settimanali, i nostri bambini inondati di regali, imbambolati davanti al tablet, inchiodati al cellulare di papà, hanno mai provato una gioia del genere?
Olivella sposa novella
Sebbene forse meno famosa, c’era anche lei, Olivella sposa novella, della pubblicità Bertolli. La giovane sposa dal moderno caschetto aveva un’amica attempata, segaligna e acida, con una “cofana” di capelli cotonati in testa. Qualunque cosa Olivella cercasse di fare, lei, invidiosa, la imitava, ma con risultati disastrosi.
Qui si ritrova tutto lo schema della fiaba: giovane/figlio minore uguale bello, buono e degno di successo. Vecchio uguale antipatico e maligno. Solo la bontà e bellezza vengono premiate alla fine.
Non capisco perché “tutto vada bene solo a te” si lamentava l’amica acida usando addirittura un ormai defunto congiuntivo.
A pensarci bene, queste degli anni sessanta e settanta erano già tutte pubblicità di content marketing. Messe da parte negli anni ottanta, le pubblicità basate su contenuti seriali sono ora ricomparse di prepotenza. Insomma, non abbiamo inventato proprio niente di nuovo!
Gigante pensaci tu
Rieccomi a rammentare il ben tempo che fu. Si sa che, dopo una certa età, tutto fa nostalgia. Ve li ricordate Jo Condor, il cattivo sui generis, e il gigante buono dello spot dei Mon Cherie Ferrero?
Adesso negli spot dei cioccolatini ci sono case di lusso e un’irraggiungibile atmosfera alto borghese, (ma non quella simpatica del mitico Ambrogio con la contessa). Qui, invece, avevamo un disegno garbato e romantico di un villaggio dove tutti erano ben inseriti e felici, vegliato da un gigante paterno e gentile, che puniva come si meritava un vecchio condor rompipalle.
E che? Ci ho scritto Jo Condor?
Lo dicevamo tutti, era un tormentone.
Eh, sì, gigante, almeno tu potessi pensarci anche oggi. Sai quanti Jo Condor andrebbero spazzati via?
Ore nove lezione di chimica
Estati anni sessanta. Una grande terrazza sui tetti del porto, le zanzare a nugoli appollaiate sulle persiane, le urla dalle finestre aperte per i mondiali, il rumore delle stoviglie, tutti insieme fino a notte fonda per seguire l’allunaggio in tv, mia cugina che veniva al mare da noi e io dormivo in terra su un materasso. Felici perché eravamo insieme, felici perché eravamo bambine e gli affanni dei grandi non ci sporcavano. Dopo una giornata di sole e di sale ci spalmavamo la crema al cetriolo sulla schiena che frizzava, si mangiava una fogliata di paranza della friggitoria o due etti di torta di Cecco, si giocava a fingerci cavallerizze del circo e si guardava la tv estiva. Davano sempre dei vecchi film dell’epoca delle nostre mamme che anche a noi piacevano tanto.
Uno di questi era Ore nove lezione di chimica, commedia collegiale del 1941, per la regia di Mario Mattioli, starring Alida Valli. Il film ebbe un gran successo di pubblico, sebbene non di critica.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)