come eravamo
Grease, e sono passati quaranta anni.

Correva l’anno 1978, era settembre e stavo in piedi in un cinema affollatissimo per vedere la prima di Grease. Sono passati esattamente quaranta – sì quaranta!- anni da allora ma ancora, quando occasionalmente rifanno il film in tv, non me lo perdo.
Grease, “brillantina”, per la regia di Randal Kleiser, tratto da un musical di successo, racconta la storia d’amore di Danny (John Travolta) e Sandy (Olivia Newton John), durante l’ultimo anno di scuola superiore alla Rydell.
Nessuno può dimenticare le canzoni, dal travolgente You’re the one that I want, alla romantica Hoplessly devoted to you, alla bella There are worse things I could do.
Chi dimentica la camminata ballerina di John Travolta, gli occhi azzurrissimi, la voce miagolata? Chi dimentica la trasformazione dell’ingenua Sandy in bomba sexy? Tutte noi, che allora avevamo diciassette anni, abbiamo sperato di trovare un duro dal cuore tenero come Danny e tramutarci da brutti anatroccoli in prorompenti pin up.
Ma il personaggio che spicca non è l’insipida Sandy, bensì Rizzo, l’amica smaliziata, capo delle Pink Ladies. Con quel viso mutevole ed espressivo, l’aria malandrina, gli occhi alla Elisabeth Taylor, Stockard Channing rimane impressa, ed è sua, a mio avviso, la canzone più bella, quel “Ci sono cose peggiori che potrei fare.”
Il film è ambientato negli anni 50, fra pettini, brillantina e ciuffi alla Elvis. Può considerarsi il capostipite dei film “scolastici”, con tutta l’iconografia di balli di fine corso, macchine scoperte, drive in, band di adolescenti, radio della scuola, partite e cheerleader, che ha creato il mito giovanile americano, e fatto sognare, a noi studenti italiani ingessati, una scuola dove si passava il tempo a organizzare feste.
La mentalità, però, è quella degli anni 70, con la lotta per l’emancipazione femminile e la libertà sessuale. Tuttavia, se Sandy sembra apparentemente trasformarsi nel finale in ragazza moderna e determinata, quel “Rizzo, farò di te una donna onesta” rimette subito a posto le cose.
Il pianeta Papalla
Prima degli odiosi Barbapapà e dei loro barbatrucchi, c’erano gli abitanti del pianeta Papalla. Li ricordate? Semplici nel disegno, avanti anni luce a quello che propongono adesso gli spot, che sono ormai pura noia a velocità supersonica.
I tondi Papalla pubblicizzavano gli elettrodomestici Philco. In quegli anni avere una lavatrice in casa significava, non solo aver raggiunto un auspicabile benessere economico, ma anche camminare verso la modernità, l’igiene, lo sviluppo.
Eh, sì, questo mio ritorno al passato somiglia a uno sguardo sul futuro che abbiamo perso: un futuro pulito, intelligente, progressivo, nel senso delle “magnifiche sorti e progressive”. Negli anni sessanta il futuro era roseo, civile, invitante. Che cosa rimane di tutte quelle speranze? Rimangono giovani che, commentando in rete lo spot dei Papalla, lo definiscono “orribile”. Perché è orribile il mondo in cui viviamo, dove la speranza è un lusso, dove i bambini non hanno più desideri e sono annoiati, tristi e demotivati, dove le persone vengono fatte a pezzi da gente senza anima e senza stomaco. È orribile lo sguardo di questi millennals che non conoscono la poesia dei ricordi, le emozioni profonde, i valori e la tensione morale.
Chiudi il gas e vieni via
Macho, romantico ma sbrigativo, oggi sarebbe considerato maschilista, il bianco pupazzo a forma di cono dei mitici caroselli del caffè Paulista della Lavazza, anni sessanta e settanta. Una storia surreale, d’avanguardia com’erano tutti gli spot di quei tempi, un’ambientazione western e pistolera, come già nello spot della carne Montana.
Frutto della creatività di Armando Testa, i due pupazzi senza braccia né gambe, essenziali e moderni nella loro immagine stilizzata, erano Caballero e Carmencita. Lui è innamorato perso di lei e la cerca ovunque. Un terzo incomodo s’inserisce ma, alla fine, l’amore trionfa.
Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via.
Eh, che maniere
Calimero pulcino nero. No, per carità… scuro… no, anzi, di colore… cioè, diversamente bianco.
Calimero, strano come il brutto anatroccolo, tenerissimo con quel suo guscio frastagliato a mo di cappellino, compare per la prima volta nella pubblicità della Mira Lanza nel 1963. In realtà si scoprirà che non è nero né diverso ma solo sporco.
Eh, che maniere! Qui tutti ce l'hanno con me perché io sono piccolo e nero... è un'ingiustizia però.
Bei tempi in cui si poteva ancora dire pane al pane e non si era buonisti bensì buoni. Ci sono già in nuce tanti temi nello spot, come il pregiudizio, l’apparenza in contrasto con la sostanza. Il nome del pulcino deriva dalla basilica di San Calimero.
Quanta solitudine nel primo episodio, dove il pulcino caduto nella fuliggine cerca la sua mamma e viene rifiutato perché nero. Resterà sempre sfortunato, piccolo, coraggioso e solo.
Ava come lava, e come profuma!
A volte ritornano

A volte ritornano… sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.
Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.
Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci, la giustizia divina non si fece attendere.
Su 'l castello di Verona
Batte il sole a mezzogiorno,
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno,
Mormorando per l'aprico
Verde il grande Adige va;
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.
Pensa il dí che a Tulna ei venne
Di Crimilde nel conspetto
E il cozzar di mille antenne
Ne la sala del banchetto,
Quando il ferro d'Ildebrando
Su la donna si calò
E dal funere nefando
Egli solo ritornò.
Guarda il sole sfolgorante
E il chiaro Adige che corre,
Guarda un falco roteante
Sovra i merli de la torre;
Guarda i monti da cui scese
La sua forte gioventú,
Ed il bel verde paese
Che da lui conquiso fu.
Il gridar d'un damigello
Risonò fuor de la chiostra:
— Sire, un cervo mai sí bello
Non si vide a l'età nostra.
Egli ha i pié d'acciaro a smalto,
Ha le corna tutte d'òr.
— Fuor de l'acque diede un salto
Il vegliardo cacciator.
— I miei cani, il mio morello,
Il mio spiedo — egli chiedea;
E il lenzuol quasi un mantello
A le membra si avvolgea.
I donzelli ivano. In tanto
Il bel cervo disparí,
E d'un tratto al re da canto
Un corsier nero nitrí.
Nero come un corbo vecchio,
E ne gli occhi avea carboni.
Era pronto l'apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Ma i suoi veltri ebber timore
E si misero a guair,
E guardarono il signore
E no 'l vollero seguir.
In quel mezzo il caval nero
Spiccò via come uno strale
E lontan d'ogni sentiero
Ora scende e ora sale:
Via e via e via e via,
Valli e monti esso varcò.
Il re scendere vorría,
Ma staccar non se ne può.
Il più vecchio ed il più fido
Lo seguía de' suoi scudieri,
E mettea d'angoscia un grido
Per gl'incogniti sentieri:
— O gentil re de gli Amali,
Ti seguii ne' tuoi be' dí,
Ti seguii tra lance e strali,
Ma non corsi mai cosí.
Teodorico di Verona,
Dove vai tanto di fretta?
Tornerem, sacra corona,
A la casa che ci aspetta? —
— Mala bestia è questa mia,
Mal cavallo mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand'io ritornerò. —
Altre cure su nel cielo
Ha la Vergine Maria:
Sotto il grande azzurro velo
Ella i martiri covría,
Ella i martiri accoglieva
De la patria e de la fé;
E terribile scendeva
Dio su 'l capo al goto re.
Via e via su balzi e grotte
Va il cavallo al fren ribelle:
Ei s'immerge ne la notte,
Ei s'aderge in vèr' le stelle.
Ecco, il dorso d'Appennino
Fra le tenebre scompar,
E nel pallido mattino
Mugghia a basso il tosco mar.
Ecco Lipari, la reggia
Di Vulcano ardua che fuma
E tra i bòmbiti lampeggia
De l'ardor che la consuma:
Quivi giunto il caval nero
Contro il ciel forte springò
Annitrendo; e il cavaliero
Nel cratere inabissò.
Ma dal calabro confine
Che mai sorge in vetta al monte?
Non è il sole, è un bianco crine;
Non è il sole, è un'ampia fronte
Sanguinosa, in un sorriso
Di martirio e di splendor:
Di Boezio è il santo viso,
Del romano senator.
G. Carducci, da Rime Nuove
Brava Mariarosa
Se le pubblicità degli anni sessanta e settanta andassero in onda oggi:
Calimero sarebbe un pulcino di colore
Caballero sarebbe troppo maschilista.
Gringo farebbe capo alla lobby delle armi.
Cimabue andrebbe contro la laicità dello stato.
Mira creerebbe un incidente diplomatico con l’Olanda.
Dolce cara mammina farebbe infuriare le femministe, per non parlare di Olivella sposa novella.
Il gigante sarebbe un diversamente alto e Jo Coondor una specie protetta insieme agli amici di Gioele.
E chissà le proteste dal pianeta Papalla…
Ad analizzarle, queste pubblicità, si vede che erano basate sulla dicotomia saper fare (dolce mammina, Gringo, Mariarosa, Lancillotto) non saper fare (Cimabue).
L’intento è didascalico, chi sa fare è bravo, s’impegna, merita un premio, chi non sa fare ha per fortuna qualcuno che lo salva in extremis e riporta l’ordine.
Impegno, bontà, sacrificio, dedizione, dovere, merito, fatica… parole scomparse dalla nostra cultura, valori sostituiti da altri come integrazione, inclusione, condono, recupero, multiculturalità etc…
E allora viva Mariarosa che sapeva far tutto beata lei.
Brava brava Mariarosa
Ogni cosa sai far tu
Qui la vita è sempre rosa
Solo quando ci sei tu
Mariarosa, facciamo una torta?
Mezzogiorno di cuoco
Sì, sì… più riguardo questi vecchi spot pubblicitari degli anni sessanta e settanta, più capisco quanto fossero avanti rispetto a noi. Quello della Carne Montana, con Gringo, il cattivo Black Jack e la bella Dolly, era un misto fra uno spaghetti western e un rap. Molto moderno, tutto musicato e in rima, con quelle desinenze che – mannaggia – dovevano sempre far rima con Gringo.
S’iniziava con:
Lassù nel Montana fra mandrie e cowboy c’è sempre qualcuno di troppo fra noi
E si finiva sempre con:
Il sole nel cielo è una palla di fuoco
Sarà mezzogiorno, mezzogiorno di cuoco
Vabbè... tanta nostalgia, tempi pionieristici e, allo stesso tempo, già molto maturi, anzi d'avanguardia. Tempi che non torneranno più.
Arriva Lancillotto
Ripensando allo spot del miele Ambrosoli, dolce cara mammina, e a quello che vi presento oggi dei cracker Gran Pavesi, “arriva Lancillotto succede un 48”, vien da pensare che a quei tempi là - per il secondo si tratta del ventennio dal 65 all’85 - fossero molto più avanti di oggi. Pochi tratti, grafica e musica esile ma idee da teatro dell’assurdo, giochi di parole, insomma avanguardia e sperimentazione che oggi ci sogniamo.
Allora, dicevamo, arriva Lancillotto e arrivano anche re Artù, Ginevra e tutti i cavalieri della tavola rotonda. E quindi facciamo un bel passo indietro.
Lancillotto o il cavaliere della carretta, scritto tra il 1176-77, è la storia dell’amore esclusivo di Lancillotto per la regina Ginevra, moglie di Artù. La materia di Bretagna, o arturiana, affonda le proprie radici nella realtà storica di un condottiero britanno della fine del v secolo, che avrebbe contrastato con successo l’avanzata degli invasori sassoni, a favore della cultura celtica autoctona. C’è chi, invece, fa risalire Artù al romano Artorius.
Mentre nella poesia epica, come nella Chanson de Roland, le azioni dei vari eroi, ispirate da ideali religiosi nazionali, hanno sempre qualcosa di collettivo, quelle dei personaggi cortesi, soprattutto quelle dei romanzi di Chrètien de Troyes, sono espressioni dell’individualità del cavaliere.
L’autore del più noto romanzo arturiano è Thomas Malory, vissuto nel 1400, persona, tra l’altro, poco onesta e raccomandabile che visse da fuggiasco o da prigioniero.
Se il ciclo francese era imperniato anche sul significato mistico del santo Graal, con Malory la psicologia del personaggio diviene centrale. E la sua opera rappresenta la transizione dal romanzo medievale a quello moderno.
L’ideale (e la poesia) cortese ha al centro l’amore. La donna è signora, l’innamorato è suo servo e suddito del re, l’amore è fonte di elevazione spirituale, come sarà in seguito per Cavalcanti, Dante e la scuola dello stilnovo.
Anche il cinema si è occupato della materia arturiana con molti film. Se Il primo cavaliere di Jerry Zucker è insulso, Excalibur di John Boorman resta un capolavoro assoluto.
Altro grande mito è La storia di Tristano e Isotta, uno dei più grandi racconti d’amore e morte lasciato dal Medioevo in eredità all’età moderna. Dopo il più antico romanzo di Thomas, Tristan, scritto tra il 1160 e il 1190, non si contano le versioni, straniere e italiane: Schlegel, Tennyson, Swinburne, Wagner. Inesauribile il fascino sentimentale e la potenzialità suggestiva della storia. Il tema è quello del’amore fatale, l’amore ossessione, prodotto dal filtro, che non conosce limiti se non nella morte.
Oggi fue giorno di letizia
D.O.M. Bairo, "l'Uvamaro", è uno storico amaro italiano a base di vino, noto negli anni settanta e ora non più in produzione.
Tra il 72 e il 77 andò in onda uno spot divenuto famoso, ambientato in un convento di fraticelli del 1400, fra i quali spiccava Cimabue, che non ne combinava mai una giusta. Evidentemente non seguiva alla lettera la regola monachorum, o benedettina, dettata da San Benedetto da Norcia attorno al 540 circa.
“Oggi fue giorno di letizia per lo convento e per li frati tutti”, iniziava lo spot… anzi no… la rèclame, e si sentiva subito un inconfondibile scampanio.
Il testo era scritto in versi e in un linguaggio che ricordava l’italiano volgare del medioevo.
"Cimabue, Cimabue fai una cosa ne sbagli due", intonavano 22 fraticelli costernati.
"Ma che cagnara, sbagliando d’impara" si difendeva il povero incapace.
Dolce cara mammina
Esistono parole, rime, frasette che, al solo risentirle, ci aprono un mondo di ricordi e ci struggono il cuore.
Fin qui ho parlato di due poesie famose in ambito scolastico, una di Fusinato e l’altra di Pascoli. Da oggi voglio ricordare i jingle popolari della pubblicità anni sessanta. Non me ne vogliate, penso che non ci sia mai stato, né prima né dopo, un periodo altrettanto pieno di speranza, di fiducia nello sviluppo e nella civiltà. Quasi finita la ricostruzione post bellica, in pieno svolgimento il boom economico, guardavamo al futuro come ad una cornucopia di possibilità. Le cose non potevano – pensavamo noi ingenui - che andare meglio, col progredire della scolarizzazione, della tecnologia, della medicina.
Ne abbiamo ricavato inquinamento, cataclismi, degrado, sporcizia, immigrazione senza controllo, snaturamento della nostra cultura e delle nostre radici, violenza in famiglia, droga, alcol e sballo, baby gangs, tumori. In una parola: fine della speranza e dilagare della paura.
Perciò, consoliamoci coi ricordi, smielati è il caso di dire. E pazienza se oggi corre voce che il miele industriale faccia male, sia finto come tutto il resto, a noi piace ricordarlo così, come nella pubblicità dell’Ambrosoli:
Bella, dolce cara mammina,
la più bella mammina
la la la la
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