Il vitalismo “sacro” nella poesia di Marina Enrichi
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M. Enrichi Cariolaro
Eros e Logos. Poesie
Guido Miano Editore, Milano 2026
pp. 84.
Se si dovesse indicare un motivo fra i principali, e quindi un aspetto invero caratterizzante la produzione lirica di Marina Enrichi, ginecologa padovana e altresì donna di raffinata cultura estetica e umanistico-letteraria, porrei in risalto la fervida tensione vitalistica, l’apertura partecipe e convinta al ritmo stesso, traente e corroborante, dell’esistenza: “Schiudi le labbra/ che il fiato della vita/ possa entrare/ fino a baciarti il cuore (…) Stupisci il mondo/ perché il riscatto esiste/ e tu sei pronta a nuova primavera” (Schiudi le labbra, corsivi miei, come sempre in seguito).
Tale propensione fondamentale si obiettiva ora nella condizione etico-psicologica dell’attesa colma di speranza e sottolineata dalla studiata sequenza anaforica (“Attendo un altro giorno/ un’altra festa/ un’altra Pasqua./ Attendo un’altra primavera/ dove germoglino speranze./ Attendo una rinascita/ un altro splendido/ bianchissimo Natale”, Attendo), ora assume la forma esplicitamente dichiarata dell’amor vitae e della passione amorosa, prepotente e imperativa: “…Ho le braccia ricolme/ di gioiose memorie/ di speranze sfiorate/ di parole in sordina.// Ora tutto è versato.// Ma i cascami del glicine/ che si avvolgono in danza/ mi commuovono ancora/ mentre vivo la luce…” (Forse impallidirà); (“Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio…”, Bruciami il respiro); “Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli” (E sentirai commuoversi una lacrima).
Il sentimento d’amore si nutre di sguardi d’intesa sul fondamento di suggestioni di antica ascendenza stilnovistica (“Un amore di sguardi/ mai toccato/ né congiunto e consumato.// Un amore di frasi/ di sorrisi scambiati/ intuizioni velate…”, Un amore di sguardi) e nondimeno conosce il tratto dell’ardore erotico-sensuale, dell’unione fisicamente appagante: “…Chi sei tu/ che trascini il mio corpo/ tra le onde in rivolta/ e non concedi spazio/ a strapparmi da te.// Tu mi fai presagire/ che la spiaggia all’arrivo/ non sarà che un abbraccio/ immersione di corpi/ l’uno e l’altro all’amore nel laccio” (Chi sei tu).
L’esperienza amorosa è altresì fatta oggetto di analisi, diviene materia di indagine logico-riflessiva scandita dalle “pause” meditative degli enjambements: “…Avevamo vent’anni/ nelle braccia sempiterne le leggi/ che insegnavano al mondo/ come vivere in pace.// Molti anni vissuti (…) Ma sciogliamo le ore/ e torniamo ai vent’anni/ di esaltante splendore” (Avevamo vent’anni).
L’eros non è comunque costante nella positività, è contraddistinto da intimi conflitti, appare coinvolto in situazioni antitetiche: “Qualche volta si sceglie/ di saltare nel vuoto./ E nell’aria rimane/ come un cappio svuotato/ e una gerla ricolma/ di profumo di vita/ rovesciata sul nulla.// (…) All’oscuro profondo/ il mio sguardo si adegua/ nell’attesa che appaia/ la fiammella di luce…” (Il salto).
La poetessa coglie prontamente nell’intensità della corrispondenza d’amore l’insopprimibile vocazione ascendente (“…È una nuvola strana che rompe gli ormeggi/ e si inerpica a vette impossibili”, È un respiro di troppo che soffoca), il bisogno di un ubi consistam ideale da questa presupposto e rinviante – ad esempio per la donna che è madre – all’incontro nobilitante e salvifico con la Divinità: “…Essere il suo Divino braccio destro/ la Culla che raccoglie e porta al mondo/ la Vita che egli crea, la più preziosa/ perché ha voluto farla simile a se stesso…” (Sei tu, donna, consacrata creatura).
Una scintilla divina accomuna d’altronde l’amore e l’arte, come nel caso della grande arte pittorica di Giotto affrescatore superbo della Cappella degli Scrovegni in Padova: “…Troppi anni di vita/ chiederebbe il racconto/ che tu, Giotto, dispieghi/ su pareti affrescate/ al Divino/ che in ognuno di noi/ nel profondo dimora…” (Santa Maria della Carità).
Floriano Romboli
Semplici considerazioni su alcuni aspetti dell’opera "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni
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Ivan Pozzoni
Lo Stato Pontificio
Edizioni Divinafollia, 2026
p p.58,
12€
Ciò che cattura subito l’attenzione, quando si esaminano le pubblicazioni impegnate di Ivan Pozzoni, che costituiscono impegnativa lettura, è il linguaggio. Nel linguaggio diretto e sagace, dinamico ed espressivo, composto da numerosi riferimenti e dall’ibridazione tra la lingua colta e la lingua comune, il lettore cerca i motivi fonda(n)ti delle manifeste provocazioni, che risuonano lucide e avvertite quando non dissacranti. Come un novello Cecco Angiolieri, anche nell’opera Lo Stato Pontificio, Pozzoni fa uso di esagerazioni e paradossi per lanciare, a tutta forza, la sua invettiva contro il sistema mondo, permeato da convenzioni e ipocrisia, conformismo e banalità, sovrastrutture ingannevoli e alienanti. I bersagli della critica veemente e mordace, che pare insita nel DNA dello scrittore e che comunque non sottace autentiche esigenze di limpidezza e giustizia, sono, per esempio, i poeti attuali. Di costoro Pozzoni rileva l’esibito alibi dei buoni sentimenti, dietro ai quali si celano invero desistenza e passività opportunista. Si legge in Sono diventato buono: “Tanto l’artista internazionale crede in Gesù e nel mito di Atlante (?) rifuggendo ogni guerra a tutela dei diseredati […] senza nessun sostegno contro il capitalismo nomade delle multinazionali”. L’irriverenza, che informa un’onomastica di aristofanesca memoria, non arretra neanche di fronte al papa neoeletto, ritratto come un docile allineato del sistema. Il L’ernia di Leone (XIV) leggiamo: “Prevost, nomen omen, sarà un estremo militante della liturgia […] è un cittadino sovrano di uno stato straniero extracomunitario […] l’importante è che, schiavo delle democrazie, non bombardi il Molise”. La scrittura di Pozzoni procede come un uragano nella sua formazione e sviluppo: in un vortice che si ingrossa veloce, succhia molteplici elementi per poi gettarli addosso al pubblico di lettori sotto forma di similitudini, iperboli, parallelismi, rimandi, citazioni e digressioni spesso di tipo meta. Il poeta sorprende quando demolisce con toni parodici l’analisi della grecità e dei miti, fondamenti della cultura occidentale, prodotta da penne di rilievo: “Non contento di aver travisato Esiodo […], mr. Alzheimer sostiene l’esistenza di Omero” (Il vaso di Pandoro). Con la sua vis comica e sarcastica Pozzoni stigmatizza e indaga implacabile sulle precipue caratteristiche dell’arte scrittoria attuale. Lo Stato Pontificio si configura come un’opera densa, comprensiva di studi autorevoli e di approdi di maturazione; un’opera performante nella rappresentazione della realtà e nello scandaglio dell’Io; un’opera di indubbio interesse nel panorama letterario e culturale contemporaneo.
Teresa Cassani
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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.
Don giovanni Mangiapane, "Omaggio a Papa Francesco"
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Don Giovanni Mangiapane
Omaggio a Papa Francesco - Poesie in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte
Guido Miano Editore
Milano 2025
Don Giovanni Mangiapane è nato il 24 maggio 1944 a Cammarata (AG) dove attualmente risiede; sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 fino al 2023. Ama scrivere preghiere e poesie a tema religioso in lingua siciliana. Ha pubblicato tre raccolte di poesie tra le quali nel 2024 Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, realizzata per i tipi di Guido Miano Editore di Milano.
La raccolta di poesie Omaggio a Papa Francesco non è scandita in sezioni e scorrendo l’indice del volume dalla prima all’ultima poesia ci accorgiamo del senso diacronico che il Nostro ha dato alla sua opera che si apre con una poesia dedicata alla Vergine Maria.
Alla suddetta composizione seguono in ordine poesie per il Pontefice nel narrare la storia del suo pontificato durato dodici anni soffermandosi soprattutto sul dolore per la malattia e la morte di Francesco provato dai fedeli in preghiera per lui, definito da Mangiapane grande regalo che ci ha fatto il Signore.
Seguono due poesie sulla morte e la sepoltura del Papa una sulla Sede vacante fino a una poesia su Papa Leone che è un altro Papa che piace a Don Giovanni.
Preliminarmente si deve sottolineare come affermato da Enzo Concardi nella prefazione che queste poesie sono scritte in lingua siciliana e non in dialetto siciliano: «Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione» (Enzo Concardi).
Leggiamo la poesia dedicata alla Madonna che è testimonianza di una forte Fede: «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “Io ci sono”.// Considera la Chiesa:/ ha paura,/ vita del Papa ad un filo appesa./ Sostieni il dolore di chi soffre,/ dona più fede a chi preghiere offre.// Il mondo intero ha il fiatone,/ perché non si aspettava ruzzolone./ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli una grazia eccezionale.// la Chiesa tutta già canta a Te:/ Ti resta attaccata comunque e “se”./ Ave Maria».
Spontaneo e confidenziale il modo di Don Giovanni Mangiapane nel rivolgersi alla Madonna e in un’altra poesia anche a Gesù.
Molto suggestiva è la poesia senza titolo che inizia con l’incipit «C’è un uomo vestito di bianco,/ s’affaccia alla finestra, ma di fianco/…»; leggendo questi versi non possono essere dimenticate le immagini mediatiche di Papa Francesco entrate nelle nostre case, e Papa Francesco aveva un grande affetto per i poveri e per i migranti per i quali per lui era incontrovertibile il dovere dell’accoglienza nei paesi privilegiati.
Inoltre questo Papa amava profondamente la pace dichiarando che aveva il cuore straziato per le tante morti nelle guerre del suo e nostro tempo e proprio la guerra stessa è stata da lui definita come il controsenso della creazione.
Raffaele Piazza
Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.
LEXIKON DELL’ARTE ITALIANA CONTEMPORANEA, vol.1
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LEXIKON DELL’ARTE ITALIANA CONTEMPORANEA, vol.1
Il termine Lexikon di origine tedesca è connotato da una sottile polisemia nel suo significato e nel suo senso. Le definizioni di questa parola sono simili tra loro: in modo generale il lessema Lexikon può essere inteso come enciclopedia, dizionario enciclopedico, lessico, opera di consultazione che raccoglie e ordina alfabeticamente nozioni, termini o informazioni su varie discipline o argomenti.
Nel caso del libro che prendiamo in considerazione in questa sede, che è il Lexikon vol.1 di un nuovo progetto editoriale, i contenuti da esso riportati riguardano l’arte italiana contemporanea che si esprime attraverso vari linguaggi: olii, acquerelli, disegni con matita, scatti fotografici, mosaici, acrilici e tecniche miste. Nell’impossibilità di cimentarsi in questa sede nell’analisi critica di tutti gli artisti raccolti attraverso le loro opere nel volume ci si soffermerà su tre figure scelte, a livello esemplificativo, tra le tante che non a caso hanno un valore paradigmatico come esempio delle diverse modalità espressive.
Il primo artista del quale indagare gli intenti e gli esiti dei suoi lavori è Marco Righi nato a Milano nel 1955, che in primis, attraverso la sua professione, rappresenta la figura di uno scienziato eclettico, e che a questa attività affianca quelle di poeta e disegnatore. Il Nostro, del quale sono raffigurati dei disegni a matita su cartoncino e su carta che hanno per oggetto edifici sacri come l’Abbazia Cistercense di Byland e anche altre costruzioni, ha pubblicato anche alcune raccolte di poesia come Scienza, Fede…e Poesia, Guido Miano Editore, 2021. E i due discorsi artistici di Righi, quello letterario e quello figurativo sembrano andare di pari passo, proprio per avere entrambi come cifra distintiva dominante il tema del misticismo che si rivela egregiamente con parole e immagini che accostate virtualmente tra loro potrebbero definirsi un ipertesto, un unico discorso globale e multidisciplinare.
Del tutto figurativa la maniera artistica di Marco Righi che s’invera con un tratto sicuro ed elegante e l’artista ci restituisce non la cartolina delle cose che ci presenta ma la loro rielaborazione attraverso il suo occhio interiore attento. Per questo le strutture architettoniche e a volte anche alberi e vegetazione varia risultano traslate, trasfigurate per la qual cosa il dato sensibile diviene bellezza e armonia filtrato e depurato tramite gli strumenti dell’Autore. Notevolissima è la bravura tecnica di Righi che con mano sicura riesce a trasmetterci una vaga leggiadria nei suoi disegni a matita nei quali il tutto si fa sintesi dei particolari tratteggiati accuratamente e si realizza anche un piacevole effetto di chiaroscuri in ogni opera che ci presenta.
Come scrive Floriano Romboli nella nota introduttiva sulle sue opere il vicentino Giuseppe Guidolin costituisce il caso frequente di chi, attratto in età giovanile dalla fotografia ha corroborato e perfezionato tale interesse attraverso l’esperienza determinante del viaggio. Da notare che il Nostro è anche un bravo poeta e, provenendo da studi scientifici, ha coltivato con intelligenza e passione la stessa scrittura poetica. Per quanto riguarda le sue fotografie, il primo dato che emerge è quello che sono scatti che hanno per oggetto sia architetture di paesi esotici come l’Uzbekistan, la Cina e l’India, Oman, Yemen oltre che l’Italia, sia la foto di una numinosa cascata in Argentina, sia un’immagine de I sette pilastri della saggezza nel deserto in Giordania. Quello che emerge dal lavoro fotografico di Guidolin è innanzitutto l’interesse che si fa strada per chi ha la fortuna di contemplare queste immagini, interesse che porta allo stupore in quanto si tratta di raffigurazioni di cose che spesso sono viste per la prima volta dall’osservatore.
Tali scatti sono imbevuti di mistero provenendo da paesi lontanissimi geograficamente e culturalmente per un occidentale, italiano non abituato a contemplare tali forme e che proprio per questo ne resta ammaliato, affascinato e oltretutto la foto diviene artistica presumibilmente per filtri tecnici usati da Guidolin per cui l’immagine agli occhi dell’osservatore appare più simile ad un dipinto che a una fotografia tout-court.
Giancarlo Gioachino Giandinoto, come scrive Marco Zelioli, dal 2024 ha iniziato il suo cammino nel mondo dell’arte visiva digitale, seguendo un percorso personale di evoluzione in un periodo per lui segnato da profondi cambiamenti per la pandemia da COVID (2020-2021) e per una grave malattia insorta nel 2023.
Nel suo iter l’utilizzo delle moderne piattaforme d’Intelligenza Artificiale Generativa lo ha portato a plasmare opere che esprimono un profondo legame tra emozioni umane, paesaggio naturale e tematiche sociali e la sua forma d’arte particolare fonde elementi onirici e realismo visionario.
Da notare che le opere generate dall’intelligenza artificiale non sono necessariamente astratte: i modelli possono generare qualsiasi stile artistico richiesto. Il loro aspetto dipende esclusivamente dai testi e dai parametri forniti dall’utente oltre che dalle immagini o dai dati utilizzati durante l’addestramento dell’algoritmo. Le immagini generate dall’I.A. possono essere iperrealistiche, impressioniste, surreali o appunto astratte. L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’arte permettendo di generare dipinti tramite prompt testuali e oggi l’IA funge da partner creativo consentendo agli artisti visivi di creare opere digitali.
Di notevolissima suggestione le opere del Nostro nell’esaminare le quali per il critico è molto forte l’impatto emotivo nell’accostarsi alla materia incandescente anche per il forte e acceso cromatismo e la tensione vibrante dei piani e delle linee. Ogni opera dell’autore riportata nel Lexikon rimanda a qualcosa quasi di indicibile, a qualcosa che trascende ogni quadro dell’autore nella sua mera datità. A questo proposito divengono preziose le didascalie che l’artista stesso ha inserito per ogni sua opera riprodotta che sono precise, circostanziate e acute per arrivare alla sostanza della comprensione che è sottesa ad una genesi che è qualcosa di assolutamente ex novo nel campo della Storia dell’Arte di tutti i tempi. Alcuni dei quadri di Giancarlo Gioachino qui riprodotti hanno come background, come punto di partenza varie canzoni celebri di cantanti come i Queen, Marcella Bella e Lucio Dalla e altri sono ispirati da concetti come la Felicità, attraverso l’elaborazione della canzone di Al Bano e Romina Power e la paura tramite la canzone di Tommaso Paradiso dal titolo rassicurante Non avere paura.
Quindi questo Lexikon s’inserisce autorevolmente nel panorama culturale italiano come il primo tassello, il primo libro di una serie che ha per oggetto la mappatura dell’Arte Italiana Contemporanea attraverso gli artisti più significativi con le loro opere e i commenti di eccellenti critici.
Raffaele Piazza
Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, vol.1; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-75-2, mianoposta@gmail.com.
Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"
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Poesie nascoste e poi ritrovate
Maurizio Zanon
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Le Poesie nascoste e poi ritrovate - ultima fatica letteraria della lunga e feconda testimonianza lirica di Maurizio Zanon - non guidano, già dal titolo, all’intuizione di una tematica, per il semplice motivo che anche le singole poesie sono state decapitate della titolazione, sostituita da asterischi. Per venire in soccorso al lettore tradizionale, abituato a riconoscere le composizioni dalla loro identità denominativa, propongo l’utilizzo di tre sostantivi che possono racchiudere, al loro interno, una chiave interpretativa di questa raccolta poetica. Essi sono: ventaglio, caleidoscopio, mosaico. Mi spiego meglio: la realtà odierna, che è quella di un mondo in profonda trasformazione - e Zanon ne è perfettamente consapevole - può essere paragonata alla natura intrinseca richiamata da essi, ovvero dalla rappresentazione dinamica di un mondo frammentato, spazialmente aperto, liquido, in continua evoluzione, non sempre progressiva e, soprattutto, privo di punti stabili di riferimento.
Il poeta, facendosi cantore delle contraddizioni umane, diviene il portavoce talvolta del cosiddetto male di vivere, talaltra delle armonie della natura e dell’anima, e ancora dei motivi che sono suggeriti da realtà identificate dai nomi dell’ingiustizia, o della speranza, della malinconia, della guerra e della morte, della memoria, della funzione poetica. Si aprono così in lui ventagli tematici che costituiscono parte della struttura letteraria del libro, la quale a fisarmonica si apre e si chiude senza un ordine logico, ma con gli stimoli che giungono dalla sua interiorità e dall’osservazione del mondo esterno. Le lenti utilizzate dal poeta per scrutare il dissolvimento spirituale e morale dell’essere contemporaneo, storico e dell’esser-ci, secondo il linguaggio di Heidegger, si compongono e ricompongono come i cristalli di un caleidoscopio dalle colorazioni mutanti e dalle forme labili. E, in terza istanza, il mosaico che ne esce tenta di fissare sulla pagina poetica tutte le aspirazioni, i sogni, i bisogni della dimensione psicologica che albergano nell’io collettivo e personale di un’umanità dispersa in ricerca di nuovi volti per sopravvivere, dare un senso all’esistenza che ci è stata data quaggiù.
Si comprenderà meglio il discorso-messaggio di Zanon, visitandolo più da vicino. C’è un gruppo di liriche, la maggior parte collocate all’inizio della raccolta, ma anche sparse qua e là in tutto il testo, che sono un inno alle bellezze naturalistiche, contemplate con occhi poetici e rese liricamente con immagini soffuse e soavi: sembrano degli haiku dilatati (non hanno la forma tradizionale giapponese, composta da soli tre versi per un totale di 17 sillabe dallo schema 5-7-5) poiché sono comunque essenziali e come contenuto si avvalgono dell’amore verso la Natura. È sufficiente citare una di tali creazioni per accorgersi di una similitudine sostanziale: «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi d’un’insolita primavera».
Il microcosmo qui dipinto si ritrova nelle altre liriche con altri soggetti ed altre immagini: v’è il merlo che saltella nel bosco e si cela fra le fronde degli alberi; v’è la luce del tramonto che rosea se ne va verso l’orizzonte; vi sono acque silenziose che si posano nei mattini dorati; sulla battigia s’infrange la salsedine marina… tali attimi di natura semplice, vergine, innocente sono il preludio - nel canto del poeta - al grido di denuncia contro l’assassinio, perpetrato da mano umana, del Creato; grido di dolore che prorompe più avanti con forza: «Cicale diurne al sole/ grilli notturni sotto la luna/ intonano un canto/ di sincera disperazione./ Non temono la fine della loro esistenza/ ma un clima assassino che muta.// L’uomo intanto si tiene in disparte/ ignorando d’essere il problema». Il messaggio ambientalista ed ecologico è uno dei più sentiti ed accorati di tutta la poetica zanoniana.
Natura e anima in lui convivono e sono due realtà che dovrebbero crescere con un’intesa perfetta. In un mio verso ispiratomi dalla contemplazione di un betulleto riposante sul fianco della montagna, così esprimo la suggestione apparsa davanti ai miei occhi: «L’anima mia è come corteccia di bianche betulle». Proprio in tale simbiosi naturalistica e spirituale penso avvenga lo sposalizio atteso dal poeta: purtroppo i tempi in cui viviamo sono lontani dal favorire l’unione, e ciò è motivo di sofferenza per vittime e carnefici della suddetta relazione. Ecco allora che compaiono incrinature ed ostacoli al progetto dell’armonia: «Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». Ma, altrove, miracolosamente l’ahimsa si realizza: «Ho vissuto il mare/ nei suoi moti d’onde/ nei suoi silenzi salati.// E le volte che chiamò/ con insistenza l’anima mia/ risposi sempre di sì».
Oggi il male di vivere assume volti diversi in contesti di causa-effetto, i cui esiti finali sono sempre negativi per la vita umana, l’equilibrio interiore, la dimensione sociale. Il poeta mette il dito nella piaga e, il suo innato senso di giustizia, lo porta ad abbracciare una poesia di denuncia che altro non è se non l’etica dell’impegno civile e l’amore per il prossimo. «Dovremmo celebrare/ il dono della vita/ invece siamo qui a osservare in tivù/ bambini denutriti morenti/ distrutti da una barbarie infinita». Questi versi e altri simili sono paradigmatici degli abissi ancor oggi esistenti fra I dannati della Terra (Franz Fanon) e le ricche, opulente società occidentali. Ed appaiono nuove alienazioni, individui schiavi delle moderne tecnologie, sudditi di intelligenze artificiali, esistenze in preda al tarlo del nichilismo, uomini che abdicano dalla ragione per disegni di morte. Una forte e sentita poetica del dolore qui trova il suo compimento.
Talora il canto del poeta assume toni esistenziali crepuscolari, specchiandosi nel proprio io mediante un ossimoro, ovvero triste e vivace allo stesso tempo: «La malinconia/ l’ho incrociata la prima volta per via/ e da allora non è più andata via:/ io e lei una quieta accesa sinfonia». Gli stati d’animo sono altalenanti toccando picchi di ottimismo e ipogei di pessimismo: quest’ultimi sono rappresentati da due simbolici versi («… Aspirazioni e speranze s’infrangono:/ affondano in oceani di vuoti profondi»), mentre i primi sono lacerti che affiorano dalla scrittura e sono invocazioni per continuare a vivere sotto l’egida delle luce, nel tempo lieto che lenisce la vecchiaia, confidando nel domani nel quale coniugare costantemente verbi importanti come creare, sognare, amare, vivere, scrivere, sentire. Non manca «…un fragore di pensieri/ uno schiumare di ricordi…» in taluni momenti dedicati alle suggestioni memoriali.
Ogni tanto sorprendiamo il poeta nel parlare con le cose, a dare del tu all’estate, alla notte, alla luna. «Dimmi che ritornerai/ mia calda dolce estate…» chiede in tono confidenziale alla stagione della luce solare, suscitando magari i ricordi letterari de La bella estate di Pavese, che hanno accompagnato gli anni della nostra crescita; rimembranze leopardiane si possono rintracciare altrove, quando egli ricorda «le sere che solo/ parlavo alla luna…», ma non ci è dato sapere quali fossero gli interrogativi a lei posti; ancora da altri versi emerge il ruolo prezioso svolto dalla notte nell’accompagnarlo nel faticoso ma essenziale cammino della poesia, e qui sarà meglio citarli per carpire nel profondo il suo pensiero: «Notte, guardami:/ dimmi, come stai?/ Quante volte/ ti ho abbracciato/ in silenzio, lo sai/ mentre sostenevi/ la mia creatività/ il mio essere/ così da non indurmi/ a parole insensate!/ Ti ho amato, oh notte/ hai dato un senso/ alla mia vita/ alla mia scrittura/ senza farmi sentire/ un uomo inutile!». Accorate parole di ringraziamento per un’ancora di salvezza vitale, che si sintetizzano in un alter ego: «Ho scritto/ quasi sempre di notte./ E la notte/ ha scritto di me».
Mi piace concludere questa prefazione continuando a seguire il poeta nelle sue comunicazioni riguardo la poesia, arte posta in cima ai suoi valori, insostituibile compagna di vita, passione e ragione del suo essere. Sono lampi d’amore poco corrisposti dai contemporanei, ma inattaccabili nella sua anima: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma, scruta, ascolta./ E raramente viene colta». Oppure: «I poeti/ ci inducono a pensare./ Per questo motivo/ sono poco di moda». Dichiara che nella vita non ha fatto altro che scrivere, non sapendo fare altro ed ora è ancor più, se non totalmente, rapito dalla poesia, non esistendo al di fuori di essa nulla a cui valga la pena dedicare il proprio tempo.
Scrivi, Maurizio… scrivi!
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive; laureato in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari, ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte di liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali: Mario Stefani, Flavio Andreoli ed Enzo Concardi.
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Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.
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