Antonino Stampa, "Fiori di Calendula maritima"
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Fiori di Calendula maritima
Antonino Stampa
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati. Perché, come recitano i versi introduttivi, riecheggiando quanto Goethe diceva della bellezza: «La poesia / non è nelle cose, / ma negli occhi / di chi / le guarda». Ed è così che l’autore ci accompagna lungo le cinque parti che compongono l’opera. Le prime quattro (Come un battito d’ali, Noi e gli altri, Quel che lasciamo, Universo) sono tanto connesse tra loro che le poesie che le compongono sono numerate in sequenza dalla I alla XXXI; la quinta (Belice 1968-2018) è una sorta di poemetto interamente dedicato, a cinquant’anni dall’evento, al drammatico terremoto che colpì Gibellina e dintorni.
L’espressione è affidata a versi brevi, che evocano più che descrivere. Versi tanto spontanei quanto meditati: ad esempio, l’immagine di una tenda da sole basta a richiamare la siepe dell’Infinito leopardiano, e lo scrittore ne fa scaturire una asciutta meditazione sulla vita: «Scorrono ombre / sulla tenda / da sole. // Oltre, / nel limpido azzurro, / voli d’uccelli» (Oltre, poesia IX di Come un battito d’ali). Proprio con una citazione dell’Infinito di Leopardi si apre poi la lirica XXIX della sezione Universo: «Nero, / infinito silenzio / solitudine di spazi / ove smarrirsi…», quasi una personale nota esplicativa della citazione. Leopardi è citato anche nella breve ultima lirica XXXI (della stessa sezione), quasi a testimoniare una fonte d’ispirazione ricorrente.
Antonino Stampa ci offre un’osservazione disincantata della realtà, presentata in genere solo per accenni fugaci, come in una apparentemente placida contemplazione del reale: le parole del poeta, infatti, sono sempre lineari, non ‘aggrediscono’ il lettore con immagini disturbanti. Neppure quando descrivono (nell’ultima parte) le ore drammatiche del terremoto del Belice; né quando accennano ad autentici drammi dell’esistenza, come qui: «…Quanti / in ordinati governi, / ignorati, / senza lasciare traccia / nella nera terra / chiusero / una vita di stenti?» (poesia XXVIII di Quel che lasciamo). E nemmeno quando, con pungente ironia, ricorda: «… Non tingerti la canizie, / non questo / ti renderà giovane» (poesia XXV, ivi), perché: «Di Dio / è il futuro / dell’uomo, / forse, / il presente. // Giorno dopo giorno / affronta la vita, / più non è dato» (poesia XXIII, ivi).
Si può certamente sottoscrivere quanto considerato da Enzo Concardi nel presentare l’opera poetica di Antonino Stampa nell’ampio saggio I motivi lirici predominanti della poetica di Antonino Stampa: «Le opere poetiche di Antonino Stampa percorrono l’essenziale tragitto della condizione umana attraverso una meditazione spesso in solitudine sul senso del tempo, sulla presenza magica e simbolica della natura, sul mistero dell’Incarnazione, riferito alla storia come interprete della perenne lotta tra il Bene e il Male, sul senso della sofferenza».
Al di là della scorrevolezza quasi pacificante dei versi di Antonino Stampa, però, affiorano molti tratti di sofferenza da diverse liriche. Tratti quasi nascosti, ma non trascurabili; ad esempio in Siciliano (lirica XIII di Noi e gli altri), il cui incipit allude a sofferenze secolari, storiche, di vasta portata e non solo individuali: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio…» (il corsivo del testo è mio). La leggerezza dei versi fluenti, liberi da metrica e rime, quasi copre anche sofferenze più intime, forse taciute per timore del disinteresse altrui, come nella lirica XVI di Noi e gli altri, che per intero recita: «“Ciao, / come stai?”. / “Bene…”. // Abbiamo l’obbligo / di stare bene. / Dovrei aprirti il mio privato, / forse quello dei miei familiari…? / E tu? / Ascolteresti attento, / qualche parola / di solidarietà. / Poi ti allontaneresti. / Per i tuoi urgenti impegni».
La sofferenza emerge più esplicita nell’ultima parte della raccolta, Belice 1968-2018, con undici Quadri di un terremoto e del prima e del dopo – come recita il primo dei due sottotitoli. Qui si palesa come condizione vissuta da un intero popolo, cui il poeta dà personalissima voce: si veda la poesia VI (Ruderi di Poggioreale) che chiude con questi versi struggenti: «… Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore». Un’altra immagine, in particolare, può farci focalizzare su quanto dolore c’è in eventi come il terremoto che colpì il Belice; un dolore intenso, che il poeta sa rievocare con poche asciutte parole: «… il muro di una casa / aperta, / memoria / d’intimità perduta …» (poesia III, Gibellina nuova - Le tre piazze). Parole non tese solo a documentare quella sofferenza, ma «… perché ti si pieghino / i ginocchi / e ascolti nel vento / le voci di quanti / qui ebbero / forma d’uomini …» (poesia VIII, Gibellina - ‘Cretto sui ruderi’ di Burri); parole scritte soprattutto per ricordarla ai giovani - e ce n’è motivo - perché: «… Non hanno memoria / i giovani / immersi in un eterno / presente» (poesia X, Con arroganza).
Insomma, con Antonino Stampa siamo introdotti quasi con dolcezza (la dolcezza del suo linguaggio che scivola via leggero) nell’aspetto forse meno amato, ma più presente in ogni vicenda umana nel mondo: la sofferenza. Che resta tale, anche se la si guarda con animo pieno di speranza perché la speranza permette di collocare tutto il male del mondo all’interno di un disegno positivo, ma non toglie dalla vita la dura esperienza del dolore. Speranza non declamata con pur giuste asserzioni teoriche, ma sommessamente suggerita al lettore con l’immagine umile e concretissima del contadino che «… Apre il solco / e vi depone il seme / e in giugno / campi fecondi / di giallo grano / falcia nel sole, / quel pane / che Dio / con l’uomo ha diviso …» (poesia V di Belice 1968-2018): è la speranza che chi semina possa anche raccogliere.
Dobbiamo essere grati a chi, come Antonino Stampa, con suoi versi pensati «con voce scabra» (come egli stesso scrive nell’ultima poesia XI, Congedo) aiuta a meditare sul dolori e sui mali piccoli e grandi della vita, con una visione sofferente, sì, ma serena, consapevole che tali dolori e mali non dicono l’ultima parola sull’esistenza umana. Uno scrittore che ci dona i suoi pensieri con una poesia rara come i Fiori di Calendula maritima.
Marco Zelioli
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L’AUTORE
Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Il dono dell’alba
Francesco Salvador
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico di occasioni che la vita presenta, ma che spesso tuttavia si trasformano in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza. Si tratta di testi di non facile lettura ed interpretazione, sia per la presenza di numerose espressioni, immagini, allocuzioni bipolari, antitetiche, opposte (motivo linguistico), sia per un’incertezza dell’anima che si riflette sul messaggio letterario del poeta veneto (motivo contenutistico).
Il suo pregio maggiore può essere ravvisato nella capacità di creare atmosfere suggestive ed accattivanti attraverso la cifra della sintesi: bastano pochi versi, alcune pennellate metriche, altri coinvolgenti ossimori, per conferire ai suoi ritmi ed alle sue scansioni armonie, emozioni, suoni che proiettano il lettore nel mondo della poesia. Anche il titolo della raccolta - Il dono dell’alba - corrisponde a tali caratteristiche, lasciando tuttavia in sospeso l’aspettativa creata con un’immagine molto lirica; nel testo conclusivo, Volti, ecco gli ultimi due versi («…Tutti nell’attesa / di un dono all’alba») che sospendono la definizione del domani, del futuro: viviamo una speranza forse troppo vaga per essere chiamata tale. E, in tutto il libro, un crepuscolarismo strisciante avvolge la visione del mondo dell’autore.
Non per nulla uno dei temi più ricorrenti nel suo ventaglio creativo è quello esistenziale, dall’interrogarsi sull’essenza del tempo fino all’incombente senso e realtà della morte. Ciò lo possiamo evincere visitando le più significative pagine a proposito dell’essere o non essere. In apertura molto ci dice Una mano sulle pietre. Qui il poeta vorrebbe fermare il tempo, ma vano è lottare contro tutto ciò che è «già scritto nel palmo di una mano», ovvero il nostro destino. Sorte che si concretizza con un’intuizione interiore: «come chi sente la vita andare»; ed altri versi testimoniano l’illusione di restare qui più del dovuto, «perché l’ignoto fa tremare», cioè il pensiero della morte («casa fredda») e di quel che ci aspetta dopo.
Più esplicita e lapidaria è la poesia All’asta dell’addio: «Inventari / rimangono al vecchio / solitario malato / dalle forze spremute / domani chi / verrà alla soglia / della casa / per dare sorrisi? / Re Mida della morte / ad ogni passo stanco / sarà solo all’asta / dell’addio». La senilità è dunque vissuta come l’anticamera della morte, e non come una stagione della vita con le sue luci ed ombre. Si può inserire in questi contesti tematici anche Non sei più tornata, un sogno – incontro immaginario con la madre tacita («madre perché non mi parli?») nella sua dimensione ultraterrena: non si crea così un dialogo, una “corrispondenza di amorosi sensi” tra madre e figlio. La ricerca filosofica, da parte dell’autore, di approdi o comunque di direzioni sicure è di difficile ed ostica esperienza, poiché non riesce a distinguere tra ciò che appartiene alla realtà abitata dall’uomo o alla dimensione metafisica e divina: «...Così potremmo / sperare di scorgere / l’amalgama tra l’immanente / e il trascendente / nell’ultima libertà di pensiero...» (Non oltre il mare).
In un’altra delle sue metafore (un certo simbolismo abita i testi di Francesco Salvador) appare – insieme al suo – il pianto di un neonato e di un gatto e ci dice: «…È il pianto di chi / non sa gestire l’ignoto, / e quella disperazione / ci accomuna, rende noi tre / fratelli per sempre: / io, il neonato e il gatto, / una triade terrena / che non aspira / alla conquista dell’eternità» (Verso la città morta). Dunque siamo giunti alla rinuncia, non c’è alcun risultato, sbocco apparente alla ricerca dell’autore, fino al punto di svilire anche la ragione, dal momento che l’uomo è inserito in una «triade terrena» disperante, in cui non si è sviluppata un’evoluzione qualsiasi. Stesse note troviamo ne Il mare della vita, in cui una similitudine sorregge versi sia dubitativi che affermativi, ma dove regna ancora un’atmosfera di desolazione: «È dunque questo / il mare della vita? / Un eterno oblio / che cerca per compagno / lo stordimento? / E quante oasi false / prima di giungere / alla fine che fine non è!...».
E troviamo ancora parole che suggeriscono «il disagio di essere uomo» (Per le parole dei poeti), forse quel ‘male di vivere’ o quel ‘male oscuro’ che è di casa in molta parte della letteratura contemporanea di derivazione ideologica. Ed anche parole di solitudine, inevitabili in una condizione umana giocata sul minimalismo ribassista: le Nuvole grigie che vestono il cielo sono paragonate ai fantasmi della nostra mente, ma in soccorso giungono «i carillon delle giostre» che proiettano il poeta in uno stato letargico, «nel tepore rassicurante di una fiaba».
Vi sono tuttavia, tra le poesie della presente raccolta, parentesi, pause, soste - rispetto ad un certo pessimismo antropologico e filosofico - che potremmo definire di ‘realismo magico’, ovvero sulla base descrittiva di realtà tangibili s’innesta la fantasia immaginifica del poeta, in parte di derivazione naturalistica. Sono tali le seguenti composizioni, paradigmatiche ed esemplari di questo genere. Citiamo allora Insegnami, dove si segnala la scomparsa di personalità artistiche con forti identità e radici, vicine al popolo e alla gente autentica, poiché hanno preso il loro posto creature evanescenti e anonime: «Chiedimi cosa / potrei raccontare / alle sedie occupate / dei bar / sono scomparsi i poeti d’osteria / e non da oggi / come poter instaurare dialoghi / con i fantasmi / insegnami». Indi la più articolata e lirica Ciò che resta nei paesi, che può essere assunta anche come rappresentante della tipologia salvadoriana dei testi d’atmosfera, come si diceva nel secondo capoverso di questa prefazione; il poeta infatti crea immagini lampanti e segrete della vita di borgo: lo sguardo da certe finestre, le vie più nascoste, l’aria fresca della domenica, un bar invecchiato negli anni, finestre di cucine illuminate… dove l’elemento onirico è dato da un improbabile ‘genio del luogo’ o ‘sognando un folletto’ nelle sere sprigionanti talora calore umano, talaltra situazioni di solitudine.
Ed ancora Conchiglie, che ricostruisce il gioco dei mondi ascoltati ponendo l’orecchio su di esse, gioco tramontato appartenuto alle avventure sognate nella nostra adolescenza: «Portano dentro / il suono della nave pirata / le urla dei corsari / tutti i fantasmi / conservati dal mare. // In quel fruscio magico / vi è il mondo sparito / del capitano Nemo». E concludiamo le citazioni del ‘realismo magico’ con Canto di sabbia, il cui titolo è già un ossimoro, che prelude all’altro gruppo di poesie di Salvador, ossia quello della bipolarità. Canto di sabbia mi pare essere una delle più riuscite liriche del libro ed associa immagini forti a strutture linguistiche soavi, con un messaggio finale sull’aggressione perpetrata nei confronti del pianeta Terra: «Un canto di sabbia / viene da lontani deserti / lo spartito fatto di polvere / lancia le note fino a qui. / L’ululato feroce del vento / è la melodia che sentiamo / a volte dolce a volte selvatica / come artigli d’aquila sulla preda. / Sa consolare la ninna nanna / del suo fischio insistente. / Altrove sciacalli banchettano / confusi nell’ocra gialla / di una terra friabile e ferita».
Ed eccoci finalmente ad alcuni annunciati passi contenenti antitesi, che quindi affermano e negano allo stesso tempo. Di nebbia questo cuore si avvale di figure retoriche: c’è l’anafora «di nebbia questo…» come incipit delle due strofe; ci sono ossimori come «il cuore vestito di nebbia» e «canto muto»; c’è la sinestesia del «giorno dal respiro affannoso»; e l’antitesi consiste nella dichiarazione del poeta che, nonostante il «grigio inerme» e il canto inudibile, ringrazia «chi quella musica / ha scritto». Il significato del testo potrebbe nascondersi proprio qui, nel tentativo di apprezzare tutto ciò che rompe l’apparente non senso dell’esistenza. L’alba verrà (in sintonia con il titolo della raccolta) apporta tre antitesi: verrà l’alba a guidare i tuoi passi, ma sarà tardi per cantare; la confusione attuata dal soggetto fra il sangue (primo polo) e l’oro (secondo polo); bacerai le perle, ma sarai preda del marmo. L’autore vuole rappresentare indubbiamente le contraddizioni della vita e dell’animo umano, la sua natura scissa sempre tra due opposte tendenze, come nelle conclamate realtà: bene-male, luce-tenebre, vita-morte, piacere-dolore…
Chiarissima nella sua sintesi dualistica è Legami, che rimanda anche ad una tipica problematica pirandelliana: il desiderio di libertà ed il bisogno di avere nel contempo una vita d’affetti e sociale, la quale comporta appunto dei legami e delle responsabilità. Scrive il poeta: «In alcuni giorni / non vorrei avere legami. // Camminare per orti e stelle / sarebbe il mio sogno. // Anche un torrente lurido / mi darebbe allegria…». (Questa prima parte è il sogno della libertà senza condizioni e impedimenti, anarchica). Tuttavia scrive nella seconda parte: «…Ma poi penso / che senza certe catene / non avrei potuto vivere / e mi sarebbe ora impossibile / contare i passi del mio domani» (Accettazione delle sicurezze economiche, professionali, familiari, affettive: ciò che Pirandello chiama la ragnatela delle convenzioni sociali cristallizzate).
Pochissimi sono i riferimenti alla poesia amorosa ne Il dono dell’alba, mentre non poteva essere l’amore il più bel dono dell’alba? Forse non basta Un tuo capello perché il lettore possa pensare a ciò: «Un tuo capello / mi è rimasto / sulla spalla / di una camicia / da te stirata / in tempi lontani. / Era un tuo bacio / inconsapevole (così ho pensato) / ma prezioso ora per me / come le tue labbra / ora che sei lontana». In definitiva il poeta però recupera il valore della vita (Un treno in corsa) e valorizza positivamente quelle occasioni che anche per Montale costituivano lo stimolo per andare avanti, nonostante l’enigma esistenziale: «...Il treno non si chiede / a cosa vale aver vissuto / e neppure chi di noi / morirà in pace / ignorando il valore / degli attimi trascorsi».
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e lavora come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Stefano Tamburini, "L'uomo e il mare"
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L’UOMO E IL MARE
Storia di un sub ucciso da uno squalo e dei tentativi falliti di ucciderlo ancora
Stefano Tamburini
L’uomo e il mare racconta una storia accaduta 35 anni fa, di per sé terrificante come può esserla quella di un uomo ucciso da uno squalo. Ma è soprattutto il racconto ancor più devastante del “dopo”, della crudeltà di uomini ancora più feroci di uno squalo che cercavano di far passare una verità alternativa a quella incontrovertibile dei fatti, infangando la reputazione dei testimoni e la memoria della vittima, Luciano Costanzo, 47 anni, lavoratore portuale ed ex calciatore di Massetana, Piombino, Acireale, Livorno, Savoia e Paganese. Fra i più attivi in quest’opera devastante di demolizione della verità c’erano i giornalisti della rivista specializzata Aqua e alcuni quotidiani nazionali, con Vittorio Feltri in prima linea. L’autore del libro è Stefano Tamburini, giornalista, già direttore di Corriere Romagna, Agl (l’agenzia dell’allora Gruppo Espresso che curava il notiziario nazionale per 18 quotidiani locali), la Città di Salerno e Il Tirreno.
L’uomo e il mare – pubblicato da Edizioni Il Foglio – è un romanzo-verità che racconta gli accadimenti terribili che seguirono il 2 febbraio 1989. Quel giorno morte e terrore emersero dal mare di un insolito inverno che sembrava maggio. Le fauci di uno squalo si presero la vita di un sub e fecero precipitare Piombino, l’Arcipelago e mezza costa toscana in un film dove tutti erano attori e spettatori. E purtroppo non era che l’inizio di una storia assurda: la straordinarietà degli accadimenti veniva presa a pretesto per metterli pesantemente in dubbio, per costruire una narrazione tossica, devastante, umiliante. In quello scenario, infatti, c’era chi cercava di infangare il sub attribuendogli una fuga per incassare una polizza sulla vita peraltro inesistente. O una battuta di pesca con gli esplosivi finita in malo modo. È la storia di un giornalismo sciatto e in malafede al servizio della menzogna sconfitto da quello più genuino e di qualità pronto a battersi perché un uomo già morto nel modo peggiore non fosse ucciso una seconda volta. E con lui anche un po’ del nostro vivere civile.
L’opera si pregia della prefazione di Giangiacomo De Stefano, produttore, autore e regista cinematografico, figlio di Gennaro, giornalista vittima in Abruzzo di un arresto illegale da parte di un poliziotto poi smascherato e condannato, grazie a un’estenuante opera di indagine alla quale Tamburini, pochi anni dopo la vicenda di Costanzo, prese parte con grande impegno. De Stefano scrive che «il libro di Tamburini ci mostra due diversi modi di intendere il giornalismo. Attraverso la storia tragica di Costanzo si parla di un appassionato lavoro d’inchiesta che contrasta chi vuole mistificare la realtà dei fatti per rovesciarli. Dalla parte opposta c’è infatti il giornalismo che cerca di sfruttare il clamore della vicenda, dando voce a coloro che hanno interesse a negare l’unica verità possibile e cioè che a uccidere Costanzo fosse stato uno squalo. È l’ignoto che ci spaventa e che dipinge come minacciosi elementi da sempre presenti in natura. Lo squalo nel mare, i lupi o gli orsi nei boschi. Tamburini mostra un giornalismo dal valore civile altissimo e lo fa attraverso un libro che ci fa immergere negli avvenimenti come se si trattasse di una serie televisiva, dove il finale aperto fa venire voglia di andare avanti pagina dopo pagina».
L’uomo e il mare (Storia di un sub ucciso da uno squalo e dei tentativi falliti di ucciderlo ancora), di Stefano Tamburini, prefazione di Giangiacomo De Stefano, 230 pagine, versione cartacea 14 euro (acquistabile on line o prenotabile in qualsiasi libreria), versione ebook 4,99 euro.
Stefano Tamburini nasce a Piombino (Li) il 25 febbraio 1961 da padre piombinese e madre elbana. Divoratore di libri e di strade dove consumare scarpe da marciatore, coltiva anche la passione per il giornalismo muovendo già a fine liceo i primi passi nella professione nella redazione piombinese del quotidiano “Il Tirreno”. Comincia poi un lungo viaggio nei giornali di mezza Italia. Di alcuni diventa direttore: Corriere Romagna, Agenzia Agl (che cura il notiziario nazionale per i 18 quotidiani locali del Gruppo Espresso), la Città di Salerno e Il Tirreno. Fra una direzione di testata e l’altra, c’è anche l’incarico di coordinare supplementi e inserti per i giornali del Gruppo, in particolare quelli legati ai grandi eventi sportivi (Olimpiadi, Europei e Mondiali di calcio) e alle tematiche dell’innovazione tecnologica. Fra le tante collaborazioni, quelle con il settimanale Autosprint e con il quotidiano abruzzese il Centro, per realizzare una serie di ritratti di “Ribelli” dello sport, che poi hanno contribuito a far nascere il suo primo libro “Il prezzo da pagare”, pubblicato nel 2022, con lo sport scenario di lotta a favore dei diritti umani e civili. Il libro è stato semifinalista al premio Bancarella Sport 2023 e insignito del premio “Books for peace” 2023. Nel mese di novembre 2023 è uscito il secondo libro di Stefano Tamburini, dal titolo “Beati, dannati e sogni truccati”. L’opera rivela la commistione perversa tra la poesia delle grandi imprese sportive e i grandi affari non sempre puliti che si nascondono all’ombra della passione popolare.
Antonio Piras, "Visioni di mutamento"
Recensione originariamente pubblicata su Fantascienza. com , Delos Books, a firma Silvio Sosio
Era un po' in effetti che non si sentiva il nome di Antonio Piras, che anni addietro aveva pubblicato l'ottimo romanzo Triguna per Delos Books e aveva collaborato per un po' con FantasyMagazine, e soprattutto aveva vinto i premi Alien e Robot. Da non molto è uscita una sua nuova raccolta di racconti, di difficile classificazione, per l'editore Dialoghi.
Visioni di mutamento. Storie contaminate è una raccolta antologica che riunisce dieci racconti legati al concetto di cambiamento in varie sfaccettature.
Alcuni cambiamenti sono relativi all’interiorità, oppure il mutamento riguarda la realtà esterna entro la quale i protagonisti si muovono. Il sottotitolo, Storie contaminate, slega le narrazioni dall’inquadramento in un genere puro, contenendo esse elementi appartenenti a varie branche del fantastico, dal paranormale al fantasy, dal fantascientifico al mitologico, dall’esoterico al simbolico. In sostanza, le storie contenute nell’antologia rientrano, più propriamente, nella categoria delle contaminazioni letterarie. I molteplici e originali riferimenti storici, filosofici e scientifici fanno sì che ogni racconto permetta al lettore di calarsi in un universo culturale differente.
Antonio Piras è originario di Montenero Val Cocchiara (IS). Laureato in Giurisprudenza, appassionato di filosofie orientali ed esoterismo, ha ideato e condotto per Radio Luna una rassegna di letteratura fantastica, Frammenti dall’Archivio di Pok. Nel 1994 ha vinto il Premio Alien con il racconto Status judicandi e nel 2004 il Premio Robot con il racconto L'enigma del coniglio, finalista anche al Premio Italia nel 2006. La raccolta di racconti Sette ossi di rana (Il Cerchio) è stata finalista al Premio Italia del 1997. Il romanzo Triguna, uscito nella collana Fantascienza.com di Delos Books, è stato finalista al Premio Italia 2004. Sue storie, racconti e saggi sono comparsi in varie antologie, riviste cartacee e online. Ha collaborato con il portale Fantasy Magazine (Delos Books), per il quale è stato responsabile della selezione narrativa e ha curato la rubrica di esoterismo, simbolismo e miti L'iside svelata.
Antonio Piras, Visioni di mutamento, storie contaminate Dialoghi, 174 pagine, euro 18,70, ebook non disponibile.
Wanda Lombardi, "Opera Omnia"
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Wanda Lombardi
OPERA OMNIA
II edizione
Wanda Lombardi è nativa di Morcone (Benevento) dove risiede, tranne una parentesi di vent’anni nel Nord Italia per la docenza negli Istituti Superiori. È dall’inizio di questo millennio che si dedica alla scrittura, occupandosi di teatro, romanzi, narrativa e poesia. Per quest’ultimo genere ha pubblicato una decina di opere, decidendo di realizzare un’Opera Omnia (Guido Miano Editore, Milano 2023, in copertina “Il cammino”, 2020, dipinto su tela di Fabio Recchia). A tal proposito, la nota dell’Editore chiarisce che l’intento è quello di costituire «una ‘memoria’ documentativa e testimoniale degli scrittori contemporanei». Per il successo non è male avere ‘fortuna e virtù’, avverte che a volte arriva per via della moda effimera, altre volte giunge quando meno ce lo aspettiamo, e non mancano esempi (Italo Svevo, Andrea Camilleri). La poesia della Nostra ruota intorno alla sua esistenza molto travagliata.
Maria Rizzi, nella prefazione, chiarisce che il volume raccoglie composizioni delle sillogi, in senso cronologico decrescente, dal 2022 al 2001, in pari sezioni su cui brevemente sosta, facendo alcuni collegamenti con i grandi poeti del passato. In particolare pone l’accento sugli echi leopardiani del ricordo e su un contenuto che sa di «innocenza che commuove», sulla sofferenza che le proviene dalla vita vissuta. La prefatrice entra in sintonia con la poetessa; spiega che le sofferenze l’hanno minata nel corpo e nello spirito, i suoi pensieri si pietrificano; ma ne hanno irrobustito il carattere, così poco per volta il suo Io si fa Noi, e sente dentro di sé il mondo intero, amandolo.
Adesso soffermarsi sui versi di Wanda Lombardi, in modo stringato, non aggiunge molto, sanno di una religiosità profonda (si rivolge al Signore, a Papa Wojtyla, a Padre Pio di Pietrelcina, eleva più volte il canto al suo luogo natio, Morcone e a borghi vicini, e a luoghi visitati). Sanno di amore umanitario, di vocazione musiva. Tutt’e dieci le sillogi della raccolta, direi, sono sulle medesime corde. Ugualmente facciamo delle soste a conferma. Intanto cominciamo a osservare che i titoli delle sillogi, già da soli, promettono ricchezza interiore profonda e aspirazioni mirabili. Possiamo attingere a piene mani e trarne spunti psicosociali, ma mi limito in modo esemplificativo. L’ordine regressivo della raccolta potrebbe ingannarci, perché apriamo da oggi per andare a ieri.
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Miti e Realtà, 2022. Wanda Lombardi, adesso che è diventata “viandante stanca”, fin dalla prima poesia ci fa palpare il suo contatto con «l’eco di un evento lontano / che in me poco visse» (Vento inclemente, p.14); il desiderio del «sorriso di lei / quel cuore rifugio per tutti» (ibid.) nel bisogno di farsi cullare ancora dalla madre. Si sente “raggomitolata” nel suo dolore, reale, perciò trova sollievo tra i miti classici (Apollo e Dafne, Afrodite ed Enea e la progenie Giulia; Nike e Cassandra). E di tutto ciò si è nutrita.
Volo nell’arte, 2021. Ricorda Federico Zandomeneghi, pittore impressionista; il Canova e la scultura di Paolina Bonaparte, «stella che smise presto di brillare» (Una scultura del Canova, p.31). Ricorda le dolci nostalgiche «note di Beethoven /… il Notturno di Chopin / (…) / ‘Le quattro stagioni’ di Vivaldi» (Nella musica, p.32). Nel cinquantesimo della morte della madre: «Trattengo tra le mani la tua foto» (Mamma, p.34), commentando «Un secolo di affetti perduti» (Un album di fotografie, p.36). Pur di vedere la madre, anche per un solo attimo, farebbe come Orfeo che strappò dalle ombre Euridice. Questa sezione è sull’orma della precedente.
Nel vento dell’esistere, 2020. Haiku in cui la Poetessa evidenzia la gioia attraverso i colori, in particolare del rosso nelle sue sfumature (del ciliegio, dell’alba e degli ardori), gli affetti, gli anni giovani che sono «l’età del sorriso, / l’età più bella” (La giovinezza, p.46). Ma purtroppo osserva intorno che vengono «Negati a molti / una carezza, un pane» (La società, p52), mentre vi sono «Troppo viziati / i figli del benessere» (ivi, p.53).
Il senso della vita, 2019. Qui sembra proseguire le considerazioni precedenti sui giovani. Si fa più intima e toccante la voce, su l’infanzia negata, sull’amicizia resa senza valore. Sembra volere dire che tutto avviene sotto lo sguardo della luna, significando che tutto passa in ombra, forse.
Gocce di rugiada, 2017. La tua voce (p.68) diventa refrain di una vita ridotta in frantumi e desolazione, per una voce che non si fa sentire. Si vive uno stato d’ansia e il passato sembra trasparire dai ruderi, dagli oggetti, dai luoghi vissuti. Vorrebbe parlare, immergersi nel mondo classico, ma la realtà la schiaccia penosamente. Trova sollievo nel «sorriso di un bimbo / o dinanzi a un foglio bianco / inseguendo un nuovo sogno» (Piccole, grandi cose, p.74). Tuttavia sa che l’incomunicabilità rende «vana chimera / un senso alla vita» (Approdo, p.77); perciò si rifugia nei luoghi amati fra le ninfe rupestri.
Attimi lievi, 2018. Come è noto l’haiku è un componimento composto da soli tre versi per complessivi diciassette sillabe (5-7-5), dal senso semplice e compiuto; nato in Giappone nel Seicento e diffuso nel mondo, variamente modificato nei contenuti. Molti sono i nessi con la natura, le stagioni e l’amore, regalandoci sempre nuovi colori ed emozioni. La bella stagione fa nascere l’amore che è «un tuffo al cuore» (L’amore, p.90), e rende «parole traballanti» (ivi, p.91), senza dimenticare i temi sociali.
Voci dell’anima, 2016. Ci confida: «fragile e tormentata è la mia anima» (Fragile e tormentata la mia vita, p.96). Leva un inno alla donna, ma anche un biasimo a tutte quelle donne che uccidono i figli o si addolora per quelle che diventano martiri per mano dei figli. Anche lei: «All’ombra di mura austere son vissuta / con pochi affetti» (Destino, p.100). Considerando che tutte le persone aspirano a un futuro, Wanda Lombardi commenta: «In questo mio dolore / è il senso della vita» (Il senso della vita, p.101). Sarebbe semplice ritrovare la bellezza della natura in un quadro, nell’amicizia «niente offese» (L’amicizia, p.111), e invocare la Musa.
Luce nella sera, 2011. La sua vita è come un barlume: «La vita mi versò da bere / nel calice del dolore / reso più amaro nel fondo/ da una solitudine immane» (Perduti affetti, p.119). Osserva il dispregio verso la natura e il paesaggio; nei borghi oggi «Ovunque case abbandonate» (Natale nel borgo, p.121). Forse vittima di un abbandono, rimasta in attesa di una parola che non giunse, trasferisce la sua infanzia negata in un «Bimbo di prima media, / avevi il cuore spezzato / per i genitori divisi / e cercavi in qualcuno l’affetto, / (…) / e che tanto avrei voluto/ fosse un caro mio figlio» (A Valentino Rossi, p.127). Questi pensieri trovano naturale epilogo in un sentimento umanitario rivolto ai Paesi dell’Est, ai migranti; e religioso rivolto a Padre Pio in «colloquio con nostro Signore» (Il dono di Padre Pio).
Nel silenzio, 2002. Pensa al suo piccolo paradiso perduto, ma sembra che nel silenzio regni l’abbandono; così la terra arida diventa metafora della sua esistenza; così i giovani non guidati spiegano la violenza; mentre gli emigranti sono sorretti dalla speranza. Rivolta alla madre: «ascoltavi in silenzio / le mie amarezze, i miei errori, / (…) / L’umiltà fu la tua grandezza, /la bontà l’ineffabile tuo valore» (A mia madre, p.147). Rivolta al padre: «Scrutatore e ammaliante, / il tuo sguardo mi incantava, / (…) / generoso, attivo, /premuroso, attento, /indimenticabile papà, /uomo senza tempo» (Uomo senza tempo, p.157).
Sensazioni, 2001. In quest’ultima silloge (che in realtà è la prima in ordine di tempo) abbiamo la conclusione (che in realtà si tratta di prodromi) della poetica di Wanda Lombardi. Difatti troviamo il suo pianto e i sogni svaniti; abbiamo la sua attenzione da educatrice rivolta ai giovani, che esorta all’abbandono della droga, spiegando che «La felicità è un delicato fiore, / ha un profumo che ti inebria, / ti stordisce, (…) / È una farfalla che ti sfiora / con lieve frullo» (La felicità, p.171). Troviamo tanti temi sociali attuali del mondo la cui soluzione affida al Signore. Evoca il suo paradiso perduto con tocchi di un pennello, cioè dei luoghi dell’anima (Morcone «All’occhiello del Sannio» e Cusano Mutri), ma anche del Passo Pordoi nella Valle delle Dolomiti, di Saariselkä in Finlandia («terra di Lapponi»), di Capo Nord, della Valle san Marco. Dona la sua tenerezza di donna verso un bimbo, «I tuoi occhi tristi, imploranti, / (…) / Carezzarti vorrei, / darti il mio affetto» (Esile bimbo, p.176). Abbiamo il suo sentimento inespresso che esplode verso il padre «ogni tuo scritto ho riletto / per udire ancora la tua voce» (Smarrimento, p.183).
***
Wanda Lombardi con la sua Opera Omnia di poesia-prosa, si fa coinvolgente, si eleva e tocca il cuore, come quando evoca i genitori e il bimbo Ubaldo «esile fiore anzitempo reciso» (p.150), in cui forse si riflette. Quanto alla versificazione, usa marcatori come voci desuete quale speme, verbi in forma indefinita per prolungarne la durata; abbiamo qualche rima, ma anche parole tronche che, a parere del sottoscritto, stridono quando precedono parole inizianti con altra consonante. Rivela l’impronta pedagogica dell’insegnante, educa ai buoni sentimenti, accenna con garbo qualche precetto. Dallo stato soggettivo umano che l’aveva imprigionata, risorge “Araba Fenice”, un profilo poetico dolce e sognante che la protegge e la rende protettrice allo stesso tempo.
Tito Cauchi
Wanda Lombardi, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 200, isbn 979-12-81351-13-4, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Alfredo Alessio Conti
LIRICHE SCELTE
Composita per tematiche nettamente diverse tra loro e stati d’animo la poetica che, attraverso i suoi versi chiari, leggeri e icastici, esprime Alfredo Alessio Conti (scrittore di Livigno, SO); tuttavia sia che il Nostro tocchi il tema del pessimismo (che sottende però sempre un riscatto), sia che l’ispirazione sia di tipo amorosa-erotica, sia che sia di stampo religioso, si riscontra in tutte le composizioni un comune denominatore, un filo rosso che è quello di un io-poetante sempre molto autocentrato, che scava nel fondo della propria anima e proprio in questa sede si generano le parole della sua ricerca esistenziale quando dal nulla del mondo emerge un brandello d’essere che può essere una tonalità affettiva o un elemento naturalistico per esempio una foglia nella quale trasformarsi per una magica metamorfosi o un’indicibile gioia davanti a un tramonto o nel dolore nel contemplare il mare per fare qualche esempio.
Conti si esprime attraverso una forma elegante e tutti i componimenti sono raffinati e ben cesellati e risolti con un perfetto controllo.
Il volume Liriche scelte (Guido Miano Editore, Milano 2024) è un testo che scandaglia a fondo il poiein di Conti e presenta oltre la premessa di Guido Miano, tre prefazioni, nel campo della letteratura comparata, a firma di tre diversi critici (Enzo Concardi, Gabriella Veschi, Floriano Romboli) a tre sillogi di poesie accomunate ognuna da una delle tematiche (che sono anche problematiche) dell’autore (problematiche esistenziali, tema dell’amore, e spiritualità).
Se neanche Conti come Montale non può non confrontarsi con il male di vivere, tuttavia trova la forza nella parola stessa che è sottesa alla visione e alla certezza di un ideale trascendente come termine e inizio di una vita infinita al termine del tempo terreno che è sempre breve.
Quindi Conti riesce a fermare il tempo o lo vorrebbe per trovare una risposta alle aspettative di una vita di credente e in un bellissimo componimento intitolato E passeggio scrive: «Fermati, fermati primavera/ il bucaneve/ è già spuntato nel prato/ le giornate si sono allungate/ tra poco fioriranno/ anche le rose con le loro spine/ e gli alberi con le loro gemme/ si risveglia la natura/ sorrido/ chino il capo/ e passeggio/ attendendo l’inverno». Anche il tempo, dunque è un argomento centrale in questo autore; tempo che passa e che è scandito dal susseguirsi delle stagioni in attese, malinconie, gioie e stupori che Conti sa fare vivere anche nelle anime dei fortunati lettori delle sue poesie.
Nelle poesie amorose serpeggia un tu al quale il poeta si rivolge in modo molto sentito come in Non sono più: «L’ho sepolto lì/ in quel piccolo cimitero di montagna/ il desiderio d’incontrarti/ su quelle vette impervie/ ad osservare il cielo/ e il mondo da lassù…».
Sembra che i versi nascano da sogni ad occhi aperti, quasi come se il poeta con una cinepresa virtuale riuscisse a captare i dati più profondi della realtà che non è solo la natura che lo circonda e trasferire questi dati in versi che talvolta hanno qualcosa di epigrammatico.
Tutto l’ordine del discorso è sotteso ad accensioni e spegnimenti improvvisi paralleli nella mente e nelle parole del poeta sempre in bilico tra gioia e dolore e tuttavia c’è la sicurezza che la felicità può essere raggiunta anche con l’intelligenza oltre che con il credere nelle bibliche parole che affermano che chi semina appunto nel dolore mieterà con giubilo.
Raffaele Piazza
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
Maurizio Cometto, "Le leggi dell'ordine etico"
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Maurizio Cometto
Le leggi dell’ordine etico
Delos Digital - Pag. 255 - Euro 18
Maurizio Cometto credo che abbia debuttato con il mio Foglio Letterario. Il suo primo libro che ho letto (e pubblicato) era una raccolta di racconti fantastici sullo stile di Italo Calvino e Dino Buzzati: L’incrinarsi di una persistenza. Ma con Il Foglio ha pubblicato anche Il costruttore di biciclette, Cambio di stagione e Magniverne (in catalogo), sempre storie a tema fantastico, suo vero campo di elezione, dove esprime al meglio un talento letterario riconosciuto anche dal grande Valerio Evangelisti. “Se mi chiedessero, a bruciapelo, qual è l’autore italiano di narrativa fantastica che preferisco, risponderei Maurizio Cometto”, diceva il Maestro. E noi chi siamo per contraddirlo? Soprattutto perché dovremmo, visto che Cometto lo abbiamo scoperto e lanciato. Get Back è un’interruzione al filone fantastico, un ottimo romanzo di formazione, una storia insolita per Cometto, di nuovo pubblicata dal Foglio Letterario. Adesso ritroviamo Cometto a dirigere una collana per Delos Digital (Frattali), dedicata al fantastico, a pubblicare fantasy (Il libro delle anime, in 5 volumi) e fantascientifico, o - come dicono quelli che parlano bene - distopico. Le leggi dell’ordine etico è ambientato in un futuro prossimo - il 2072 – quando l’Italia si trova a vivere una sorta di nuovo fascismo, una dittatura che ha costruito la Grande Muraglia Italiana per separarsi dal resto del mondo. Fantapolitica alla George Orwell sulla falsariga di mondi che esistono, ché Cuba la conosco bene e i suoi cittadini vivono in un mondo popolato da spie e piccoli delatori, proprio come nella fantascienza di Cometto. Comanda un Comitato di salute Pubblca, la sola lingua ammessa è l’italiano, non si possono usare termini stranieri, sono vietati gli smartphone e siamo tornati ai telefoni fissi. Questa Italia di fantasia ha prodotto il sogno autocratico di Mussolini, vive di quel che produce, chiusa in se stesa, sfruttando l’energia eolica e diffondendo il nucleare, con un simbolico ritorno all’agricoltura. Una fantomatica Madre della Patria ha salvato l’Italia dalla Terza Guerra Mondiale e adesso si è chiusa a riccio per proteggere i suoi cittadini dai temuti stranieri. Il romanzo - appassionante e ricco di dialoghi, scritto con stile asciutto e rapido - si propone di far capire che cosa esiste al di là della Muraglia, approfondendo un programma social come Empathy che Guido Fossbergher (un pericoloso sovversivo?) sta cercando di diffondere tra la popolazione.
Gordiano Lupi
www.gordianolupi.it
Qui di seguito trovate l'incipit del romanzo Le leggi dell'ordine etico.
In se è quasi un racconto compiuto, e rappresenta la trasfigurazione di un ricordo di quand'ero bambino.
"Il ricordo più nitido che ho di mio papà risale all’inizio del duemilatrentasette, quando avevo quasi cinque anni. Ripensandoci, forse non è soltanto il più nitido: forse è l’unico.
Papà lavorava per un’agenzia immobiliare che aveva interessi nel ponente ligure. Spesso prendeva la sua macchina e partiva per Alassio o per Finale, a incontrare qualche cliente. E certe volte, quando gli affari lo permettevano, mi portava con sé.
Era un tipo allegro. Le sue risate facevano vibrare le pareti delle stanze, e si sentivano fin fuori. Era alto come me adesso, ma aveva una bella pancia rotonda, e, così diceva la mamma, ogni tanto beveva.
Quando viaggiava, papà quasi mai prendeva l’autostrada. Lui amava le statali, ancor più le provinciali. Si vantava di non aver mai fatto la stessa strada per andare da Torino a Savona, o da Torino a Milano. Gli piaceva scoprire nuovi percorsi e attraversare paesaggi inediti.
Quella volta ricordo che doveva andare a Noli, vicino a Savona. Partimmo la mattina presto di un sabato di primavera. Con lui le levatacce erano obbligatorie, e la sera si tornava tardi.
A un certo punto incontrammo il cartello che indicava l’ingresso a Mondovì. Vedere quel nome stampato a caratteri cubitali (avevo già imparato a leggere) mi fece venire in mente un indovinello che avevo sentito da mia cugina Sandra. Glielo recitai:
- Nel mondo vi sono trecento città, una l’ho detta, quale sarà?
L’abitacolo fu invaso dalla sonora risata di mio padre. Si girava a guardarmi, riportava gli occhi sulla strada, e continuava a ridere, ridere, ridere. E la sua risata era così contagiosa, che pure io, che avevo sentore che fosse un poco di scherno, non resistetti e risi.
Smise quando ci fermammo a un semaforo, all’uscita da Mondovì. Prese in mano un oggetto rettangolare e sottile, luminoso. Lo guardò velocemente, e la risata scemò in un sorriso malinconico. Allo scattare del verde ripose l’oggetto in un vano del cruscotto, facendo al contempo ripartire l’auto.
- Nel mondo vi sono trecento città, una l’ho detta, quale sarà? -, ripeté.
- Hai indovinato?
- Fammici pensare… Cuneo?
- No.
- Roma?
- No.
- Firenze?
- No.
- Napoli?
- No.
- Ma è una città lontana o vicina?
- Vicina, papà. Anzi: vicinissima.
Di nuovo scoppiò a ridere. E mi guardava e aveva quasi le lacrime agli occhi. Io non risi più. Lui cessò all’istante. Mi mise la grande mano sui capelli e me li scompigliò. Poi disse:
- Sei un bravo bambino. Dai, non riesco a indovinare. Che città è?
- Davvero non riesci a indovinare?
- Davvero. Dimmela tu.
- È Mondovì!
- Mondovì… “nel mondo vi sono”… -, ripeté, come in trance. Si sbatté la mano sulla fronte. - Già, è vero! Senti un po’, chi te l’ha detto questo indovinello?
- La cugina Sandra.
- La cugina Sandra… - , ripeté lui, perplesso. Lo guardavo aspettandomi che dicesse qualcosa su di lei, o sull’indovinello. Qualcosa di importante, di rivelatore.
Ma non disse nulla. Oppure forse disse altro, ma io non so che cosa. Perché il ricordo si interrompe qui.
Ecco, questo è ormai l’unico ricordo che ho di mio papà. Non so perché sia proprio questo episodio. La memoria segue percorsi strani, a volte.
Papà sarebbe morto l’anno dopo, insieme a tutte quelle migliaia di persone, nell’attacco al Quadrilatero Romano.
Spesso vado al Memoriale e mi fermo davanti alla sua tomba, ma non serve a nulla. La foto di papà, su quella croce, è muta. Lo vedi che potrebbe dirti tante cose, raccontartene di ogni colore, ridere, ma non può farlo.
Quel missile a testata nucleare, il venticinque aprile del duemilatrentotto, gli ha chiuso la bocca per sempre."
Alessandro Del Gaudio, "L'alba del vespero"
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Alessandro Del Gaudio
L’alba del vespero
Pubme/Milos - Pag. 310 - Euro 17
Alessandro Del Gaudio ha pubblicato una ventina di romanzi dal 2001 a oggi, anno in cui ci siamo conosciuti, quando lui aveva appena mandato in stampa Il candore dei ciliegi, romanzo dedicato al Giappone, e io mi pare che mi trovavo a Torino per promuovere un invendibile romanzo horror. La sua produzione varia dal fantastico al romanzo sentimentale, ma nel fantasy la sua penna trova la consacrazione più adeguata. Abile saggista, ricordiamo un bel libro sui supereroi nel fumetto e uno sui manga giapponesi, scrive molto, con stile piano e scorrevole, lineare, senza salti temporali o picchi di astrusa originalità. L’alba del vespero è la storia di Beatriz Cristea, che forse è solo un nome fittizio, così come la persona potrebbe essere tutta una montatura. Beatriz è un Agente Segreto di Indagine Ultraterrena, alle dipendenze di un’organizzazione chiamata il Vespero, ma nessuno si fida di lei e del suo potere, neppure i suoi più stretti collaboratori. Nicodemo Borgonero è l’alleato di Beatriz, un operatore dell’occulto in fuga dopo una missione fallita, braccato dai suoi vecchi alleati. Il romanzo è ambientato in un’Europa di fantasia, popolata da streghe, creature fantastiche, angeli e uomini con poteri soprannaturali. Non poteva mancare un nemico fantastico come il Tarocco, un Killer di agenti segreti, che miete vittime e dev’essere fermato. Nel romanzo ci sono collegamenti con altre storie, tra cui Anello d’Ombra, ma il romanzo si può leggere benissimo senza conoscere le precedenti opere di Del Gaudio, perché le storie sono separate. Abbiamo avvicinato l’autore che ci ha confidato: “Particolare attenzione meritano i personaggi del libro, la cui collocazione all’interno della storia si definisce in corso d’opera, così come il destino. Difficilmente ne L’alba del Vespero si hanno eroi romantici, mentre ogni attore sulla scena si muove rispettando un personale codice e senso di giustizia”. La vicenda sembra condurre, capitolo per capitolo, verso la trasformazione di un mondo che si rivela bene più variegato di quanto inizialmente appaia, in conformità allo stile dell'autore, che ama inventare universi o, quantomeno, reinventare quello che ci circonda. Ecco che il viaggio di Beatriz e Nico sembra condurre alla notte del mondo che conosciamo e all'alba di uno nuovo. L’alba del vespero è un romanzo fantasy ma anche una spy-story dai continui colpi di scena e ricca di azione. Il romanzo ideale per cominciare a conoscere un autore interessante.
Raffaele Gatta, "L'odore del caffe amaro"
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“La prudente follia del riverbero emotivo”con questa premurosa e significativa espressione trascritta nell'intestazione, Raffaele Gatta spiega il suo romanzo L'odore del caffè amaro (Robin Edizioni, 2013 pp. 190 € 13.00). Si tratta di una raccolta di racconti articolata in un ordine di lettura di piccoli capitoli in cui lo strumento creativo della narrazione illumina la riflessione esistenziale, nell'effetto riflesso della condivisione sensibile intorno alle vicende della vita, alla superficie provvisoria delle emozioni. Raffaele Gatta prende a pretesto l'occasione di assaporare il profumo del caffè, come metafora di estrazione culturale, dal sapore intimista e suggestivo, come elemento di complicità e di solidarietà nei confronti del vissuto quotidiano, come interpretazione del piacevole e catartico intervallo dalle difficoltà individuali e dall'insidioso sentore di tematiche importanti e universali come la disagevole precarietà del lavoro, il risvolto ambiguo e contraddittorio della morale, le vicissitudini speculative dell'etica. Scopre, attraverso la consuetudine specifica e simbolica del senso antico e terapeutico del caffè, la magica connessione esplorativa degli incontri, l'affabile espressione di un'invitante peculiarità sociale, intuisce l'acceso desiderio della comunicabilità e l'interessante indagine intellettuale, nella strategia di affascinanti e coinvolgenti storie, nel consolidamento immersivo delle relazioni umane. L'odore del caffè amaro diffonde la gradevole e piacevole attrazione verso il destino dei personaggi, assorbiti nella ritualità di un'occasione vitale in cui la misura ipotecaria del tempo incrocia la sua naturale agilità e supera la vischiosità degli eventi. Il profumo percepibile dei sentimenti circonda l'evoluzione della memoria emotiva, sprigiona la riservatezza della densità affettiva, dona a ogni contesto il sapore della speranza. Raffaele Gatta utilizza l'accurata puntualità dei suoi pensieri e traduce l'essenzialità nella brevità di un'istantanea, ordina la specialità discorsiva di ogni assaggio introspettivo, con accattivante laconicità, giostra la sintesi di una sperimentazione linguistica caratterizzando l'avventura immaginativa nelle parole giuste, l'applicazione ermetica nei dettami provocanti del nondetto, il dettaglio evocativo della confidenza, nel rilievo fondamentale di ogni segreto. Si interroga sull'integrazione dei personaggi intorno alla promessa di abitare ogni nuovo giorno in tutte le sue imprevedibili dinamiche, nelle intenzioni della fiducia, combattere le paure, fronteggiare l'ansia delle sconfitte, proteggere l'incanto dell'amore, nella coerenza filosofica delle esperienze. Il libro analizza il legittimo intervallo di ogni passaggio della vita, accompagna il cammino del sogno, accoglie lo spostamento della luce, protegge il riscatto dei personaggi, nell'intento di rimuovere la deriva della solitudine. Raffaele Gatta conduce la raffinata qualità metaletteraria delle sue micronarrazioni nella struggente e matura consapevolezza della realtà in ogni palpabile e visibile contraccolpo, occupa il luogo intimo d'adozione della narrativa immediata, nella fulminea e impulsiva osservazione dell'ordinario, nella coraggiosa sfida per la determinata direzione nella corrente sinuosa del vivere. Invita il lettore a considerare la fragilità umana della società contemporanea come la qualità straordinaria e necessaria all'ineluttabilità della legge di natura, nella scorrevolezza della comprensione dei punti di forza, quando la vulnerabilità delle sensazioni riceve in dono l'insospettabile meraviglia del cuore.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Mario Santoro, "Viaggio con la madre"
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Mario Santoro
VIAGGIO CON LA MADRE
La figura della madre è sempre stata al centro delle creazioni artistiche umane, anche solo per il motivo che la madre è generatrice di vita e che s’instaura tra madre e figli un rapporto del tutto particolare, analizzato nella modernità con pretese scientifiche dalle varie scuole psicanalitiche. Pittura e scultura, ad esempio, hanno raffigurato in ogni epoca e secondo varie interpretazioni, il dolore di Maria madre del Cristo. La musica ha onorato le stesso tema nei numerosi Stabat Mater composti da autori di ogni scuola. La letteratura e il cinema si sono interessate alle illustrazioni delle figure materne a più riprese: per restare nella contemporaneità possiamo citare la famosissima poesia di Ungaretti, La madre, di profondo significato religioso; oppure il romanzo dello scrittore russo Maxim Gor’kij dallo stesso titolo, in cui si narra la storia di una madre rivoluzionaria che sposa la causa sociale del figlio e dei suoi compagni; od ancora la luminosa, dignitosissima, manzoniana madre di Cecilia nei Promessi Sposi al tempo della peste; ed infine, per le storie narrate dalla “settima arte”, Pedro Almodovar con Tutto su mia madre imbastisce la vicenda dolorosa di Manuela, imperniata sulla morte del figlio giovinetto.
Lo scrittore lucano Mario Santoro in Viaggio con la madre – pubblicato nel giugno 2023 – si inserisce in questo filone tematico con una prosa suddivisa in 54 capitoletti, nei quali invece ricostruisce il rapporto con sua madre morente. Ne nasce una scrittura di carattere autobiografico-memoriale-sentimentale, dove la problematica della comunicazione ed incomunicabilità, allo stesso tempo, tra madre e figlio, occupa uno spazio importante e l’imminente morte di lei svela a lui alcune verità su cui riflette profondamente e che tutte si possono comprendere nell’incipit del libro: “L’amore e i sacrifici quotidiani di una madre li scopri, sovente, quando stai per perderla. Storia di ordinarie quotidianità, quasi gloria postuma alla figura della madre”.
Santoro dichiara di essersi posto sulla scia di autori come Dino Buzzati (I due autisti) e Ferdinando Camon (Un altare per la madre). Le scelte dell’autore sono precise: il racconto di un viaggio esistenziale sia fisico che spirituale, nello spazio e nel tempo, nelle dimensioni individuali e nelle proiezioni collettive. Il linguaggio discorsivo si avvale di soliloqui e dialoghi, di tentativi riusciti di confidenze e di mutismi per l’incapacità a dire le parole nate dentro. Alcuni versi collocati a guisa di introduzione ci rivelano la sostanziale tenerezza del rapporto materno-filiale, versi che ci insegnano anche come il tempo non cancella i sentimenti autentici: “Nei lunghi decenni dell’assenza / sempre un’idea fissa da seguire / recuperare una e una sola foto tua / nel lieve sobbalzo del cuore / da tenere per me, solo. // La tengo ora nel mio studio / nel ricordo degli anni a catena. / E siamo al cinquantuno o forse all’anno prima, / non mi fisso alla data”.
Dall’ambulanza (disegnata in copertina da Pasquale Zamparella) che trasporta la madre morente dall’ospedale romano fino a casa, il figlio, seduto accanto a lei, racconta non solo i tanti episodi della loro vita insieme, ma tutte le riflessioni e le elaborazioni del lutto che sta per sopraggiungere. Si tratta quindi di feedback sparsi nel tempo, senza una cronologia precisa, ma con l’intento di ricostruire il rapporto con la madre attraverso le parole dette e quelle non dette. Ne abbiamo così un materiale umano, psicologico, relazionale di un’anima - quella dell’autore - profonda, tersa, tesa nella volontà di capire a posteriori ciò che prima non aveva nemmeno considerato. Il messaggio si può riunire, alla fine, in una sola espressione: amore materno e filiale. Al lettore scoprirlo nelle belle pagine del libro.
Enzo Concardi
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