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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano i fiori"

14 Aprile 2023 , Scritto da Marcella Mellea Con tag #marcella mellea, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

GRAZIA MARZULLI

Nella carezza del vento, sbocciano fiori

 

 

Il volume Nella carezza del vento, sbocciano fiori, di Grazia Marzulli – edizioni Guido Miano Editore, Milano 2023 –, attira immediatamente l’attenzione del lettore per la bella e significativa copertina: un dipinto di Fabio Recchia intitolato “Abbraccio”, che simboleggia il mondo abbracciato da un paio d’ali dorate; tante macchie di colore intorno, figure indefinite, forse anime oranti che circondano il mondo e disegnano l’immagine di un’altra figura. Un dipinto di grande valore evocativo, oltre che artistico, che ci proietta immediatamente nella simbologia del titolo: Nella carezza del vento, sbocciano fiori, fiori di diversi colori, sfaccettature diverse di un’unica realtà. In effetti, l’opera di Grazia Marzulli è un’antologia dei versi migliori dell’autrice: poesie tratte da varie raccolte – Il volo di Penelope (1998), Salsedine (1999), Selva di dissonanze (2000), La luce verticale (2001), Anfratti fioriti, conchiglie (2003), Il velo di Maya (2004) – e componimenti inediti raccolti nelle due sezioni Anemoni e Fiori della Resilienza.

Il termine antologia in greco significa “raccolta di fiori”, fiori offerti al lettore, che si schiudono alla bellezza della vita e, nel nostro caso, si aprono e si disperdono nel vento: vento distruttore e creatore allo stesso tempo. La raccolta esplora tematiche varie e l’autrice, attraverso un verso strutturato, ci trasporta da una dimensione terrena, fatta di cose materiali, verso una dimensione eterea, spirituale. Il mondo circostante, in particolare quello della natura, diviene fonte primaria d’ispirazione; l’autrice, attraverso la sua sensibilità, ci regala note di colore, di armonia e di misticismo. Una poesia colta, elegante, intellettuale, ben costruita, ricca d’immagini, frammentate a volte, con riferimenti classici e mitologici. La sua concezione poetica è delineata in Salsedine (la poesia): «Creatura evanescente / che in volo t’impregni d’azzurro, / ti tuffi / ed ebbra d’onde / parli alla sabbia agli scogli / e nel flusso del salso respiro / scopri l’Uomo, / se al sole rapisci faville / e all’alba porgi / vezzi di rugiada, / ti prego, / intenerisci gli sguardi, / sotterra le croci, / diffondi la luce» (dalla omonima raccolta Salsedine, 1999). La Poesia è paragonata qui a un’entità evanescente, come la salsedine, che non ha corpo, è in grado d’impregnarsi di tutto quello che la circonda, di tutto quello che il poeta sperimenta; la poesia è perciò scoperta, diffusione di luce, abilità nel nascondere le cose brutte e negative dell’esistenza, di coprire le croci, di intenerire i cuori.

Con La mia favola – il componimento che apre la raccolta –, «Ritrovo la mia favola / scalfita franta dal tempo // annodo i capi / raggomitolo il filo / e la favola continua / mentre l’attimo si ferma // una foglia di giunchiglia / sull’acqua reclina / risplende al sole // e il mio sguardo / mentre mi sfiori s’illumina / umido tra le ciglia»,  l’autrice tira le somme della sua vita: un’esistenza che, anche se “franta”, è paragonata a una favola, a una foglia di giunchiglia che si piega sull’acqua e risplende al sole. L’autrice prova nostalgia e si commuove davanti al ricordo della sua vita, nello scorrere dell’esistenza si mescolano e si fondono insieme note tristi e felici. Nostalgia e ricordo sono presenti anche in altre poesie, come: Il tempo delle more, Ciliegie, Schegge di guerra (da Il volo di Penelope, 1998); Il gelso (da Salsedine, 1999); Lungo i binari del tempo (da La luce verticale, 2001).  L’autrice, nel rievocare il tempo che fu, le cose semplici della vita contadina, la natura soppiantata dal progresso e dalla modernità, riesce abilmente a mantenere il giusto distacco ed equilibrio emotivo, senza lasciarsi andare al sentimentalismo. A volte, nel descrivere paesaggi naturali, come in Ortica e giunchiglia, sembra identificarsi nella natura, a una ninfa dell’acqua, parte di un tutto: «…ed io Naiade scalza / tra fiori di lavanda / e zufoli d’avena / danzando nutro Amore / di fragranze //... un crepitio di fiamma / respiro di notte serena / mi solleva al coro delle stelle... // Un tonfo. // Il sogno scivola / dal bordo della favola / tra ciottoli rimbalza / si sbobina / e mi sorprende ferma sulla zolla / manto d’ortica e cuore di giunchiglia. // Consuetudine / nemica dell’attesa / penombra alitante su raggio / d’abbrunita cera» (da La luce verticale, 2001).

Grazia Marzulli è molto attenta anche alla disposizione del verso, il layout di alcune poesie ci comunica immediatamente il suo significato, come nella poesia Orme d’infinito (da Salsedine, 1999), la cui disposizione disegna una freccia scagliata verso l’infinito. L’autrice conosce bene l’arte del versificare e attraverso un uso sempre consapevole delle parole, dei toni, delle immagini, delle metafore, delle similitudini e delle parentesi esplicative, esprime il suo personalissimo stile. Come T. S. Eliot, fa ampio uso di correlativi oggettivi, evocando emozioni attraverso oggetti, situazioni, eventi; nella lunga poesia Al Luna Park (fiera delle vanità) (da Selva di dissonanze, 2000), echeggia lo stile Eliottano di “The Waste Land”, in cui una coralità di immagini e personaggi ci fa riflettere sulla crisi della civiltà e della cultura contemporanea, il luna Park diviene un microcosmo in cui alcune scene ci fanno riflettere sulla precarietà, l’alienazione delle relazioni, la frammentarietà e l’assurdità dell’esistenza. I personaggi compiono gesti sterili, quasi a volere rappresentare il vuoto e l’indifferenza che attanaglia l’anima; questa lunga poesia, di non facile lettura, divisa in otto sezioni, è ricca di simbolismo.

All’interno di tutta la raccolta poetica, nell’alternarsi di emozioni e visioni contrastanti, non sempre facili da interpretare, l’autrice volge al Signore la preghiera di aprire un varco, un’apertura – solo Lui può farlo – per placare l’angoscia e il dolore del vivere; Un varco: «Nella stretta d’angoscia, Signore, / la preghiera si svuota / e i destini traditi / come gorgoni acefale si piegano / se non posi la Tua mano / fra le mobili sabbie. //…// Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il tu e l’io / la parola e la vita / si fondono per noi in armonia» (da La luce verticale, 2001); la vita ha bisogno di punti di riferimento sicuri per non vacillare, per non perdersi durante il tragitto della vita. In Schegge di luce: «È vero, Mariapia, noi siamo schegge / ma di stupore / esploso in un lontano / traboccare di petali / da calice infinito / schegge del suo splendore / e poi / quali relitti di un naufragio antico / fragilità protese all’Assoluto / polvere vaga / fra alveari di scogli / a nutrire embrioni di luce» (da Il velo di Maya, 2004), l’autrice, pur consapevole della fragilità dell’uomo, ne riconosce la sua la divinità, affermando che noi esseri umani siamo schegge di luce esplosa nel mondo, riflesso del Divino, bellezza, naufraghi protesi verso l’assoluto.

Nelle liriche Canto la barca «…Canto la barca a vela che vacilla / nel labile solco / conteso da opposte correnti / eppure osa, / osa sfidare i venti / all’alba imperlata di rugiada / da occhi di fuoco al tramonto…» (da Il velo di Maya, 2004); e Taglio sartoriale «… Se al sovrapporsi incauto delle dita / la geometria del taglio si sfilaccia / o si deforma / il capo - pur gualcito - / caparbio si rimetta sul telaio // per non smarrire il senso di una vita» (da Il velo di Maya, 2004), emerge un elemento didattico, l’autrice invita ad avere forza d’animo, tenacia per non soccombere, per non farsi scoraggiare dagli ostacoli che inevitabilmente si frappongono nel cammino della vita.

In alcune poesie l’autrice riconosce il grande valore della comunicazione, del linguaggio verbale e non verbale, per interpretare il mondo e consegnarlo ai suoi lettori: Codice obsoleto «Le parole meditate non gracidano / non saltellano / come ranocchie / né si arrampicano / su fantasmi e specchi deformanti. // Scavate / e tratte con dolore / da meandri / si adagiano gravi / tra le pupille / e il cuore / lasciano impronte profonde / emanano fresco odore. // Se rinnegate / si rifugiano schive in una teca / reliquie / d’un codice obsoleto» (da Selva di dissonanze, 2000). Aria «Ho rapito le ali a un gabbiano / - i polmoni colmi di illusioni / - per sollevare il peso degli istinti // E comprendere il linguaggio delle rondini / (vertigini di crome e biscrome / su pentagrammi di alta tensione). // Prodiga di vezzi ai cocoriti, smarrita / nel frinire di cicale, tentavo invano / di emulare versi di usignolo. // Ora contemplo il saio francescano / tesa verso estasi di luce / nidi d’aquile reali. // E vibro di stupore nel silenzio / ascoltando il respiro / infinito d’Aria impalpabile». (da Anfratti fioriti, conchiglie, 2003).

Nelle liriche di Grazia Marzulli, infine, si coglie una profonda ricerca esistenziale e la continua esplorazione della realtà, una ricerca che passa sempre attraverso la parola, il silenzio e la poesia, equilibrio perfetto tra mente e cuore.

Marcella Mellea

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Tiffany McDaniel, "L'estate che sciolse ogni cosa"

13 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

L'estate che sciolse ogni cosa

Tiffany McDaniel

Blu Atlantide, 2020

 

 

Nell'immaginaria cittadina di Breathed (che si legge come "respirato") in Ohio giunge il diavolo nel 1984 sotto forma di un ragazzino nero con gli occhi verdi. Ha due cicatrici sulle scapole e sostiene siano causate dal taglio delle ali, essendo lui niente meno che Lucifero. Da cui il suo nome Sal, come Satana e Lucifero. Poco prima del suo arrivo l'avvocato Autopsy Bliss, padre di Fielding, il narratore ormai anziano che rievoca la torrida estate, aveva messo un annuncio sul giornale invitando il Signore del Male a visitare la piccola città. Nonostante il ragazzo asserisca la sua identità ultraterrena e maligna, nessuno gli crede. Ma a Breathed comincia a succedere una tragedia dopo l'altra ogni volta che Sal è presente, e si crea addirittura un gruppo di facinorosi che lo addita come un pericolo per la comunità. Mentre un attempato Fielding racconta il disastro che è diventata la sua vita dopo i fatti dell'84, gli eventi si susseguono in una escalation imprevedibile e fuori controllo. Ricco di colpi di scena, rivelazioni e momenti di grande impatto emotivo, L'estate che sciolse ogni cosa è un romanzo di formazione, in cui il protagonista conosce il Male ma soprattutto la sua imperscrutabilità e le vie lastricate di ottime intenzioni che esso spesso percorre. Non è un caso che sia ambientato nel 1984 (Orwell viene citato nel finale) e che l'evocatore del diavolo si chiami Autopsy (come spiegato nel libro significa "guardarsi dentro") Bliss che suona più o meno come "la beatitudine dell'introspezione". Solo chi ha il coraggio di guardarsi dentro può osservare il male in sé che è l'unico male davvero esistente che si riflette nella realtà. Nella sonnacchiosa Breathed dove tutti apparentemente sono buoni vicini di casa felici e contenti, Sal darà inizio ad una piccola Apocalisse, rivelando omofobia, razzismo, fanatismo religioso, senso di colpa e abusi familiari. Tutto perde di logica, alla fine di questa storia sarà impossibile decretare chi è stato buono e chi no, chi ha sbagliato e chi è stato nel giusto: la realtà si è deformata in mille piccole immagini come nel riflesso di un vetro rotto, altra metafora utilizzata nel racconto, vetro che può salvarci se lo osserviamo bene e non ci fermiamo alle crepe. A volte per ritrovare la figura d'insieme occorre prima frantumare tutto e ricostruirlo secondo un ordine personale che restituisca un senso tutto nostro, a una vita che spesso non ne ha.

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L’ITALIANISMO DI ANTONIO CRISCI NEL VOLUME L’UOMO DI GHIACCIO

12 Aprile 2023 , Scritto da Fabio Dainotti Con tag #fabio dainotti, #recensioni

 

 

 

 

 

 

 

«Una terra desolata pare divenire il luogo dell’immane tragedia inconcepibile per chi è nato ed è presente nel nostro liquido e alienante postmoderno occidentale», scrive in una sua recensione Raffaele Piazza. Dal canto suo Michele Miano nella Introduzione al libro parla di «una sorta di Anabasi dei nostri giorni».

In effetti è questa l’ambientazione dell’immane tragedia toccata all’ARMIR durante la ritirata di Russia, e descritta nel volume L’uomo di ghiaccio di Antonio Crisci, con prefazione di Michele Miano, seconda edizione edita da Guido Miano nel 2022. I reduci raccontano a perdifiato le loro peripezie, cosicché la loro storia personale e privata si in incrocia con la grande Storia (la spedizione in Russia, l’8 settembre). Il libro si compone di vari capitoli, che sono altrettanti racconti, tasselli che cospirano a disegnare un grande affresco. Per certi versi L’uomo di ghiaccio si configura come romanzo-denuncia, presentando punte polemiche nei confronti di chi ha preferito voltarsi dall’altra parte di fronte alle sventure e alle traversie dei sopravvissuti. Rivelatrice la citazione che Crisci fa di quello che può essere considerato un classico sull’argomento Centomila gavette di ghiaccio, che in qualche modo diventa l’ipotesto o almeno un punto di riferimento del libro. Un libro importante per il suo valore di testimonianza. Grande spazio narrativo è occupato dalla vicenda, che attraversa tutto il libro, di Natasha, che è una delle voci narranti. Si staccano infatti dal quadro alcune figure maggiori, come appunto Natasha, che raccontano la storia di un difficile inserimento, diventando così narratori di secondo grado.

Il narratore alterna la durata dei tempi; a volte ad esempio il TD (tempo del discorso) è più breve del TS (tempo della storia); in tal modo si ha il sommario o addirittura l’ellissi, soprattutto nel capitolo “La vita nell’Isba”.

Non mancano aneddoti gustosi, come quello del soprannome Garibaldi, “affibbiato” a un artigiano per il solo fatto di avere affilato il coltello del “vero Garibaldi”. Di quando in quando fa capolino la nostalgia per il tempo preterito, per i cambiamenti, che non giovano “ai ricordi”; e sembra riecheggiare il grido del Poeta: «Paris change».

Trattandosi di una ritirata rovinosa, è inevitabile la cifra della morte giovane: «Nel corso degli anni era riuscito ad avere notizie sia sulla tragica battaglia di Nikolaevka, in cui persero la vita quasi 50000 giovani, sia sulle altre tragiche battaglie».

Fabio Dainotti

 

 

Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Ada d'Adamo, "Come d'aria"

11 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

 

Come d'aria

Ada d'Adamo

Elliot, 2023

 

Morta due giorni dopo essere stata candidata allo Strega con questo libro, Ada d'Adamo racconta in queste poche pagine la sua esperienza profondissima e contraddittoria con la figlia Daria. Fatta d'aria, in un gioco di parole che evoca la leggerezza che occorre per vivere, soprattutto in certi frangenti, e l'antigravità di questa ragazzina tetraparetica, semicieca, epilettica e incapace di interagire col mondo a causa di un inadeguato sviluppo della massa cerebrale, che mai ha toccato terra, sempre sorretta da braccia amorevoli o da una carrozzina. La d'Adamo con molta sincerità, che le costerà anche diverse critiche e insulti, cerca di trovare il filo del groviglio di emozioni e sentimenti che si creano nel rapporto con un figlio affetto da grave disabilità. Dal senso di colpa per la precedente gravidanza interrotta per paura di perdere l'uomo della propria vita, l'amore incondizionato per una creatura di cui vive le limitazioni terrene diventando i suoi piedi, i suoi occhi, la sua voce, e al contempo la certezza, brutale ma reale che una diagnosi prenatale avrebbe posto fine alla gestazione per volontà materna. Le difficoltà burocratiche, la luminosità dei messaggi dei coetanei di Daria che la vedono come magica, una presenza importante nelle loro vite, quella dolorosa dolcezza che si vede solo nei momenti di buio. E poi la diagnosi di Ada, da subito grave: tumore metastatico. Tornare a curare se stessa, mettersi al primo posto per potere assicurare una continuità a quella figlia che non potrà mai sopravvivere senza i genitori. La terapia ormonale, il corpo devastato, smettere anche di chiedersi perché la vita ad alcuni impone prove talmente difficili. Stare lì, nel momento, vivere, lenire, andare avanti, e il futuro chissà come sarà, chissà quanto sarà. E nel mentre cercare di lasciare una testimonianza di tutto ciò che sia diario, introspezione, rivelazione per tutti noi che la leggiamo.

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"

10 Aprile 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

GRAZIA MARZULLI

Nella carezza del vento, sbocciano fiori

 

 

Come scrive Michele Miano, nella prefazione al libro di poesia che prendiamo in considerazione in questa sede, la silloge di Grazia Marzulli Nella carezza del vento, sbocciano fiori, risulta un florilegio dei suoi volumi precedenti in aggiunta a vari testi inediti. Un verso strutturato il suo e non sempre di immediata e facile lettura proprio perché attinge al mondo classico.

Un fortissimo amore per una natura espressione dell’armonia del creato pare essere la cifra fondante della poetica dell’autrice, elemento costante nella sua ventennale attività letteraria.

Un poiein tout court neolirico quello che Grazia ci presenta del tutto in controtendenza con i vari sperimentalismi e neo orfismi che sono tipici dei libri di poesia del nostro panorama letterario italiano contemporaneo e potremmo dire internazionale.

Emerge nei testi una forte capacità di stupirsi nel seguire il sentiero della linearità dell’incanto e tale dono suscita nel lettore forti emozioni e gli restituisce sentimenti e pensieri che pensava di avere sperimentato nel preconscio ma che non erano mai venuti fuori nell’inverarsi di un esercizio di conoscenza attraverso una parola detta con urgenza, parola stessa che è luminosa e icastica e leggera nello stesso tempo e nonostante la complessità architettonica il volume può essere letto come un poemetto che ha per protagonista la natura.

E a proposito del tempo qui di lirica in lirica si realizza mirabilmente un’atemporalità, nella presenza stabile dell’attimo che s’innesta nel cronotopo nei versi levigati e sempre ben controllati.

Leggiamo in Il tempo delle more: «Vorrei tornare / a cogliere le more / con la freschezza / di tanti anni fa. // Pei viottoli / andavamo spensierati / con i bambini / cicalanti intorno / che si pungevano / tra i rovi dei cespugli / pregustando / la buona marmellata…».    

Al discorso naturalistico si affianca nel pervaderlo quello religioso e quella della poetessa è una religiosità serena e di ringraziamento a Dio per i doni che le restituisce e le elargisce.

Un ottimismo di fondo pare dunque permeare questi versi carichi di luminosità e speranza e la natura stessa espressione della divinità pare essere benevola verso l’essere umano che da creatura diviene persona, natura antitetica a quella della concezione leopardiana che la considerava matrigna e spietata nei confronti degli uomini.

Natura come spazio scenico o scenografico per usare una metafora teatrale quella messa in scena da Grazia e a volte c’è un tu al quale l’io-poetante si rivolge in modo accorato un tu che presumibilmente è l’amato e del quale ogni riferimento resta taciuto in atmosfere sempre rarefatte.

Leggiamo in Fuoco: «In cammino / sfidando nastri / dalla volta del cielo e annodando // All’arcobaleno i colori della vita / nella purezza dell’alba / ricerco essenze odorose. // E incontro tra i roghi / del crepuscolo virtuale un bimbo-eroe / solo tra i rovi al primo vagito…».

Magia, mistero e sospensione connotano questi versi che varcano per la loro essenza positiva la soglia della speranza postulando che la serenità stessa posso divenire felicità anche perché irradiata da bellezza e suadente mistero.

       Raffaele Piazza 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Stefano Adami, "Confuso con l'ombra"

9 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

Confuso con l'ombra

Stefano Adami

La Lepre, 2010

 

Confuso con l'ombra è un metaromanzo breve, ispirato palesemente a Calvino, di cui lo scrittore è un grande conoscitore. Dire di cosa parla sarebbe impossibile. Stefano Adami ci ha messo un mondo, il suo mondo e forse il mondo di tutti noi che apparteniamo alle generazioni X e Y. Il protagonista, che mi ha ricordato tanto quello delle Memorie del Sottosuolo, è arrabbiato, smarrito e anche parecchio sfigato. A differenza di quello però è dotato di una grande autoironia: lo dimostra la definizione che riserva alle biblioteche, lui che è un amante dei libri: "parola in fondo anche nell'opinione di autorevoli linguisti di non difficile pronunzia, che indica un'istituzione pressapoco inutile (ma egualmente mangiasoldi), atta a caritatevolmente raccogliere dalla strada tutti quelli che non hanno un lavoro, non hanno una donna, non hanno un affetto, non hanno una qualsiasi cosa da fare, non hanno, un diecimila lire per il biliardo e il cappuccino, e magari non hanno neppure una casa, e a dargli un tetto per  tutto il giorno, un cantuccio caldo dove scaldarsi, ed eventualmente la possibilità di incamerare conoscenza, di toccare e usare in vari modi libri e quotidiani". La storia sarebbe assai difficile da raccontare, tantomeno da riassumere. Ogni capitolo è un capitolo primo, chissà, forse per darsi una possibilità di ricominciare ad ogni pagina con una nuova idea. Il protagonista è un disadattato bibliomane, colto ma spiantato, preso a ceffoni da tutti con grande goduria con ogni scusa possibile, coinvolto dapprima in una rapina in banca per amore di una donna (che per tutta risposta lo schiaffeggia sdegnosamente e poi scappa con la refurtiva) poi in un complotto per eliminare tutti gli scrittori di qualsiasi valore per pubblicare esordienti mediocri. Inseguito, picchiato, minacciato, gli verrà estorto il suo manoscritto ma essendo scritto troppo bene, verrà incarcerato da questa fantomatica polizia editoriale. Tutta l'opera è una mega citazione contenente microcitazioni di titoli letterari, canzoni, calembour, nomi storpiati, storia contemporanea italiana. Il mondo di un cinquantenne medio italiano fatto delle disillusioni, dell'astio verso la democrazia cristiana, il nepotismo, gli attacchi alla cultura, le situazioni kafkiane legate alla burocrazia. E allo stesso tempo l'amore salvifico per la letteratura, l'autoironia come scudo indistruttibile, l'amore per le donne, forse non sempre ricambiato, ma percepite come creature a cui l'autore non sa resistere. In tutto questo va citata la lingua utilizzata, un italiano nitido, pulito, con qualche forma arcaica e qualche termine barocco, mai lezioso ma alternato con la dovuta leggerezza a rare parole triviali che rendono Confuso con l'ombra un agrodolce e divertente racconto sull'importanza di restare sempre leggeri. 

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Sara Pellegrino, "Quando mi siedo dentro e sto"

8 Aprile 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

Quando mi siedo dentro e sto di Sara Pellegrino (Eretica Edizioni, 2022 pp. € 15.00) è un libro dalla intima descrizione elegiaca. La poetessa coglie la funzione catartica e poetica della nostalgia, eleva il significato della qualità esistenziale della memoria, avverte il calpestio lieve e prolungato dei ricordi lungo l'argine animato del silenzio. La poesia di Sara Pellegrino conferma la capacità creativa del tempo, sostiene il conforto del passato e l'intuito del presente, orienta il passaggio sconfinato dei sogni nel labirinto di ogni destinazione sensibile interrotta nella frantumazione delle parole, sfumate oltre la sospensione temporanea del respiro affettivo. I testi consolidano la protezione spirituale dei sentimenti, disperdono l'inafferrabilità della lontananza, rafforzano la decifrabilità delle sensazioni, afferrano la vicinanza al senso della riflessione. Sara Pellegrino divulga il senso positivo e protettivo delle espressioni interiori, sostiene la direzione delle notti, svolge l'intreccio dei desideri, immerge nello spaesamento delle ombre l'essenza dei dubbi e l'equilibrio della speranza, rinforza l'assegnazione dinamica e autentica dell'esperienza, amplia l'orizzonte immaginativo della consapevolezza, assapora l'instabilità decadente dell'inevitabilità, la malinconia della misteriosa dimenticanza. Il libro ospita la percezione di una sonnolenza imperturbabile, anestetizzata dalla preghiera amorosa,  densa di contenuto esistenziale, custodisce l'incoraggiamento felice verso la relazione di una condivisione, l'entusiasmo improvviso della rinascita. La poesia accerchia il coraggio, restituisce la lesione dolorosa, dirige il cammino lungo i passi sfumati e spietati delle ferite, regola i collegamenti romantici del vissuto, il conflitto istintivo delle emozioni, dilata l'attraversamento di tutto ciò che prolunga l'andamento incantevole della vita e offre una destinazione miracolosa alla propria anima. Sara Pellegrino svela l'arrendevolezza della complessità, influenza il proprio spazio identitario con il rivestimento premuroso di pensieri, impronte, segreti da custodire, con la generosa difesa di luoghi, d'immagini e rivelazioni consumate nel confine dell'evanescenza. Ogni stato d'animo rappresenta l'esperienza irrinunciabile dello scivolamento emotivo, il raccoglimento trascendente dell'abisso, la ferma volontà di confinare lo squilibrio nella superficie della perdita e dello smarrimento. Quando mi siedo dentro e sto è un esordio letterario dominato da un intervallo implacabile che  scandisce l'immobilità di ogni impronta di perdizione, concentra l'inchiostro dei versi nella materia prima dell'attesa e nella speranza della salvezza, abbraccia la familiarità autentica e intensa delle cose e delle persone, sigilla la quiete dalla meditazione sul senso dell'esistere e la contemplazione del mondo dalla solitudine dell'esilio. La poetessa impara a esaminare l'inquietudine della vita ricercando in essa le occasioni di comprensione, dirada l'offuscamento delle difficoltà, rincorre un itinerario di crescita e di arricchimento della saggezza, per vivere con sincero distacco la padronanza degli eventi, cogliere il messaggio nascosto delle esitazioni e disgregare l'indolenza sulle decisioni. La vita è continua evoluzione, variazione di rinascita, la necessità di un'urgenza rivelativa. Sara Pellegrino siede dentro ogni desiderio e resta  accanto alla stabilità di ogni affetto.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Anch'io sono pioggia

cado senza stancarmi

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Si chiama pace

ha un'anima spessa

fatta di zucchero e silenzio

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E poi rinascere come vento

scivolare sulle case, sul tempo

dentro un minuto di nostalgia

Cureremo questo secolo obeso

di sorrisi e indifferenza

per non sciupare i contorni

e l'essenza del viaggio

per gridare ancora il coraggio

di sogni negati e desideri in avaria

Tra l'abisso e la pioggia

ci sono rami e idee da scartare

un finestrino socchiuso sul giorno

l'alleanza segreta

tra polline e cielo

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Bisogna proteggersi

dall'infinito

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Ci vediamo lassù

in cima al desiderio

sbucciando papaveri

e felicità

 

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Racconteremo la luce

dopo di noi

accanto una abat-jour

colorata di grano

Leggeremo campi

di sogni sterminati

incrociati tra le mani

 

Guarda:

il giorno aspetta una risposta

seduto su persiane abbassate

Dovremmo dirglielo

che il tempo vola

e per lui scrive poesie la notte

tra le spighe e i tulipani

 

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Vivo

dove tutto è indistinto

e i colori

immergono l'acqua nel cielo

sfumato di rosa e maree

Cosa importa il mio nome

Io nuoto la luce

e respiro la terra

e sono tutte le cose che sono

e un filo d'eterno

rosso

sgargiante.

 

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Guarderò da lontano

questo fuoco che scende

fino a colarci dentro

l'ultimo bagliore

E poi sarai notte

 

 

 

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Laura Pugno, "Sirene"

7 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

 

Sirene

Laura Pugno

Marsilio, 2022

 

Leggere un libro solo per finirlo è come andare a lavorare solo per i soldi: si ha la sensazione di avere perso tempo e che avremmo potuto fare qualcosa di meglio. Non so perché questa volta ho concesso a questo libro la lettura veloce della seconda metà invece di mollarlo prima. Una storia da cui già sarei dovuta stare lontana per il tema principale, la distopia climatica, argomento spinoso che quasi nessuno riesce mai a trattare in maniera convincente, con futuri mondi sempre poco plausibili, storie aggrovigliate, personaggi depressi. Invece mi ha attratto la presenza delle sirene descritte non come quelle di Andersen ma come quelle mitologiche, animali antropomorfi feroci, dotate di zanne con cui dilaniano le carni dei fuchi (ovvero i "Sireni") e che sull'essere umano esercitano un'attrazione morbosa. Nel mondo creato dalla Pugno la gente vive in un Underworld perché l'esposizione al sole fa ammalare di un cancro nero della pelle, contagioso e che conduce a morte rapidamente. In questo mondo ctonio dominato dalla Yakuza, una delle tante cose che nel romanzo restano inspiegate, le sirene, animali che si sono palesati dopo la pandemia, vengono o macellate, utilizzate per la riproduzione o sfruttate nei bordelli. Uno dei guardiani, Samuel, un ragazzo con un passato costellato di traumi, decide un giorno di avere un rapporto con una sirena mentre è in estro, non immaginando che questo sarà fecondo, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il racconto ha uno spunto anche interessante ma a parte i personaggi che sono abbozzati, un pregresso che viene accennato, descrizioni da schizzo su carta, una trama non benissimo legata, tanto che ho avuto la netta sensazione che fosse materiale molto più adatto ad un albo a fumetti che ad un racconto lungo, il punto è che non mi ha lasciato nulla. Un messaggio, una metafora, un passaggio talmente scritto da volerlo sottolineare. Nulla. La sceneggiatura scritta male di un fumetto fantasy. Solo che disegnata ci passi una mezz'ora, così ce ne vogliono 4 e non vale la pena. Ci ripensi la Pugno. Per una storia così ci vedrei bene Corrado Roi a disegnare la parte più mostruosa delle sirene. Altrimenti non lo consiglio proprio.

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Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"

6 Aprile 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Nel corso della Storia dell’umanità la terribile realtà delle guerre, con tutto il male e la morte che hanno causato, costituisce una lezione incontrovertibile da tenere in considerazione soprattutto nella nostra contemporaneità.

Guerre che nei secoli prima e dopo Cristo hanno scosso le coscienze dei sopravvissuti per i tantissimi morti e feriti spesso anche innocenti, come i civili, tra i quali bambini, oltre che per le distruzioni di paesi e città e per i danni ambientali.

La lezione suddetta si dovrebbe imprimere nelle menti dei capi delle nazioni del pianeta terra che dovrebbero assolutamente cercare l’antidoto di una pace universale per il mondo per evitare quella che sarebbe una vera Apocalisse.

Ma ciò costituisce un’utopia e lo dimostra chiaramente una guerra tremenda come quella che si sta combattendo in questi mesi del terzo Millennio in Ucraina, guerra che, vista la portata degli arsenali nucleari e chimici delle superpotenze, potrebbe essere anche l’ultima guerra con la distruzione totale della vita sulla terra in un folle quanto tragico Olocausto a livello globale, totale e definitivo nel tristissimo prevalere dell’irrazionalità e della violenza.

Scrive Michele Miano nell’introduzione al volume, preceduta da una premessa dell’autore, di non sentirsi all’altezza nel delineare alcuni aspetti delle vicende narrate in questo libro costituito da brevi capitoli, opera che ha per argomento l’immane tragedia del corpo di spedizione italiano dell’Armir in Russia durante il secondo conflitto mondiale.

Perché il titolo L’uomo di ghiaccio? Credo che questa definizione sia stata coniata da Crisci in riferimento al clima glaciale, alla neve con la quale dovettero fare i conti i soldati italiani in Russia, soldati che bestemmiavano nelle sofferenze che li portavano spesso alla morte affondando nella neve stessa, nei loro passi stentati,ed erano bersaglio dei colpi delle armi dei russi.

Anche se ci furono rarissimi casi di miracolati, come quello del soldato italiano che cambiò identità e divenne cittadino russo, il bilancio per l’esercito italiano fu terribile e anche ai giorni nostri si è verificato che reliquie dei soldati italiani siano state restituite a genitori e parenti affranti e i soldati caduti in Russia potrebbero essere considerati persone dallo sfortunatissimo destino terreno. 

Viene in mente l’ibernazione dell’uomo dalla quale nessuno si è risvegliato, quindi nel titolo vediamo un simbolo di morte, il senso di qualcosa di inerte, l’icona di colui che vittima del male e/o della follia, muore sul campo di battaglia, e ciò vale anche per i soldati russi e per tutti i soldati di ogni nazionalità in ogni tempo.

Una terra desolata pare divenire il luogo dell’immane tragedia inconcepibile per chi è nato ed è presente nel nostro liquido e alienante postmoderno occidentale nel quale le persone vivono esistenze che nella loro essenza sono lontane anni luce dal baratro e dal dolore dei soldati italiani caduti in Russia e dal loro tragico destino.

Scrive Crisci, nel frammento Un giorno alla memoria, che dopo troppi anni di oblio sarebbe doveroso dedicare un giorno alla memoria di questi innocenti e giovani martiri.

Il tempo non ha cancellato l’ardimento e il sacrificio di giovani vite immolatesi per cause a loro non completamente note ma dettate dal senso del dovere e da ideali patriottici e si potrebbe aggiungere che tali ideali furono più sentiti dai soldati italiani nel primo conflitto mondiale che nel secondo, anche se non crediamo all’assunto di Hegel che affermava che le guerre sono necessarie.

Raffaele Piazza 

     

     

Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.

 

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5 Aprile 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

 

 

Attimi di smarrimento. 

Mi trovo seduto su una strana sedia, in un grande salone. Non sono da solo, mi tengono compagnia altre persone, la maggior parte in età avanzata, tra l'altro da qui scorgo un corridoio pieno di gente affaccendata. Sembra di essere all'ospedale, ma non è un ospedale e nel contempo sembra di essere in una casa, ma non è la mia casa. 

Addosso ho una calda coperta e, nel cercare di sistemarla meglio, mi casca sul pavimento. Non posso raccoglierla, me lo impedisce una fascia fastidiosa che mi lega a questa carretta con le ruote.

Qualcuno mi sposta in bagno. Osservo uno specchio. 

Attimi di smarrimento. 

Non riesco a ricordare chi è la persona che ho davanti, nonostante abbia un qualcosa di familiare. È così vecchio, ha i capelli bianchi, il viso rugoso e le mani nodose. Provo a parlargli. Purtroppo non mi è possibile, ho perso la capacità di esprimermi.

Lascio perdere. 

Noto una ragazza vestita di viola che sta preparando degli asciugamani. Mi sorride.

«Amore, adesso ci facciamo una doccia!» mi dice. È bellissima, non vedo l'ora di lavarmi con lei.

Attimi di smarrimento. 

Ehi, perché sono tutto bagnato? Evidentemente ha piovuto ed ero senza ombrello. 

Attimi di smarrimento. 

Chi mi ha messo a letto? Una fanciulla col camice color lillà mi raddrizza il cuscino e mi sistema il lenzuolo. Le sue carezze e le sue parole suonano gentili. Figlia mia, se potessi, ti racconterei una favola. 

Attimi di smarrimento. 

Un tizio dall'espressione bieca afferma a quella signorina che risulto pazzo e rincoglionito, per di più con prepotenza mi ficca in bocca un cucchiaio di sciroppo amarissimo.

Protesto gorgogliando, mio fratello è proprio un maleducato. Nel frattempo quei due si bisticciano come bambini. Che buffi!

Rido.

Attimi di smarrimento. 

Ai lati del letto, quattro cancelli mi fanno sentire come se fossi un prigioniero. Cerco di spingerne uno con quel po' di energia che ho. 

Piango.

«Tesoro, stai buono. Le sbarre servono per non farti cascare a terra» mi spiega un angelo meraviglioso dal completino viola, dandomi un bacetto.

Rido.

Attimi di smarrimento. 

Le luci si spengono.

Che è 'sto buio? 

Ho paura.

Piango.

Mi scappa la pipì.

Piango.

 

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