Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

musica

Dalida e Luigi Tenco, amore e morte

24 Febbraio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Dalida e Luigi Tenco, amore e morte

Avevamo già programmato questo pezzo sull'amore fra Dalida e Tenco, quando ieri ci è giunta improvvisa la terribile notizia della morte di Marcello De Santis, amico e redattore.

Siamo vicini alla famiglia e lo ricordiamo con tanto affetto e simpatia. I suoi saggi di cultura varia erano scritti con partecipazione emotiva, con personalità e passione. R.I.P Marcello.

Si era negli anni 50. Avevo sedici/diciassette anni, facevo il liceo classico con voti sufficienti ad andare avanti dignitosamente, del resto non potevo permettermi di studiare poco e farmi, non dico bocciare, ma neppure rimandare a settembre (fui sempre promosso nella mia carriera scolastica, al primo colpo) ché mio padre, infermiere con un salario modesto, faceva sacrifici enormi per fare studiare me e mio fratello più piccolo di tre anni (lui si diplomò in ragioneria, e io mi iscrissi a legge, e a tre esami dalla laura mollai, ormai lavoravo, e la cosa mi pesava non poco), e mia madre casalinga faceva i salti mortali per far quadrare i conti tra entrate (poche e solo il salario di papà) e uscite (solo spese per la casa, un gelato la domenica, qualche cinema a 25 lire d'ingresso, rare) e qualche lira da mettermi in tasca per le esigenze di ragazzo.

Dunque, dicevo, avevo sedici/diciassette anni, e avevo preso a corrispondere (andava di moda così tra noi studenti di liceo) con una ragazza francese di Marsiglia, Nicóle, che, nel tempo, divenne mia amica. Aveva un'amica che si chiamava Jocéline, con la quale corrispondeva il mio amico Marcellino; ragazze che, in una imbarcata incosciente e giovanile, andammo a trovare in Francia, con poche lire in tasca e col nostro francese scolastico. Nicóle, poi - a distanza di tempo, ben trentuno anni dopo - rincontrai sui monti verdi dell'Alta Savoia dove ero in vacanza, in quell'estate, con la mia famiglia, e poi ancora in Ardèche (Francia) l'anno appresso, noi due, vecchi amici, sposati; e con figli grandi.

Ascoltavo la sera la mia tanto amata radio "Geloso" a valvole, (ve le ricordate le radio di una volta, ingombranti da non dire...?) che era vicina al mio letto. Alle 23.15, dopo una trasmissione di attualità e di cultura di una decina di minuti, intitolata Siparietto: - ed ora ecco a voi "Siparietto" a cura di Nicola Adelchi - non la dimenticherò mai, quella presentazione - facevano esibire ogni sera un cantante sconosciuto che meritava e/o che stava per raggiungere il successo, o si sperava che lo raggiungesse. Conobbi così un non ancora noto e giovanissimo Domenico Modugno con la sua Lu pisci spada.

Una sera parlavano di una cantante francese, di cui mi colpì la voce calda e morbida, piena, e in qualche maniera sensuale, chiaramente cantava in francese, ma lo scandiva bene e qualche parola qua e là riuscivo a captarla e capirne il significato. Il nome non lo capii bene, Dalilà oppure Darilà o Daridà.

Ci scrivevamo, con la mia amica Nicóle, e il giorno appresso le inviai una lettera in cui le chiesi notizie: chi fosse quell'artista, mi rispose dandomi spiegazioni sufficienti per conoscerla un poco; il nome era Dalida, e mi disse che era di origini italiane.

Poi m'informai, internet era di là da venire, e seppi molte cose di questa cantante; di lì a poco la sua voce giunse anche da noi; ne cominciò a parlare anche l'unica rivista di musica leggera, Sorrisi e canzoni, di cui fin dal primo numero, uscito nel 1951, se non ricordo male, facevo la raccolta.

Era una splendida ragazza e si fece molti fans anche qui da noi, tra questi c'ero anch'io, naturalmente, ché praticamente l'avevo scoperta.

Luigi Tenco, invece, lo conoscevo già prima di scoprire Dalida, dai servizi su Sorrisi, appunto, allora poi mi capitava spesso tra le mani un libriccino dal titolo Il canzoniere della Radio (il papà di un mio amico aveva un'edicola di giornali, e quindi...) e io ero appassionatissimo di musica leggera, conoscevo tutte le formazioni delle orchestre con i loro maestri, direttori e i cantanti che si esibivano in diretta alla radio. Mi aiutava, Il canzoniere, ad imparare i testi delle canzoni, le date, le vite dei vari artisti.

Scoprii che Luigi era il capostipite di quei giovani che facevano parte della folta schiera di cantanti della scuola genovese, influenzati dai primi cantautori francesi che avevano inventato un nuovo modo di scrivere versi e metterli in musica, e cantarli alla loro maniera, Jacques Brel e Georges Brassens in primis.

Nacquero per caso, Luigi Tenco, dunque, e poi Gino Paoli, subito al successo con le canzoni La gatta e Sassi, e la sua voce approssimativa, seguito a ruota da Bruno Lauzi, e Umberto Bindi che scrisse e interpretò magicamente quella stupenda canzone che si intitola Il nostro Concerto. E poi, ultimo ma non ultimo, il grande Fabrizio de Andrè.

Erano amici, tutti dotati di uno straordinario talento poetico e musicale; iniziarono a scrivere versi, si riunivano a casa dei fratelli Reverberi, Gianfranco e Giampiero, in corso Torino a Genova; si dilettavano a scrivere e strimpellare o suonare strumenti. Tenco, ad esempio, suonava il clarinetto in un locale, Bindi il pianoforte in un altro, tutti si davano da fare. Più tardi li raggiunse Fabrizio, mentre Umberto Bindi già pensava di lasciarli e andarsene per la sua strada.

Dalida è il nome d'arte di Iolanda Cristina Gigliotti, che, pur essendo di origini italiane, (il padre era di Serrastretta in provincia di Catanzaro) come mi aveva detto la mia amica francese, era però nata in Egitto, a il Cairo nel 1933.

Pur affetta da una fastidiosa e antiestetica forma di strabismo (per eliminarlo subì diverse operazioni che in qualche modo, anche se non totalmente, riuscirono ad eliminare l'inconveniente prese parte e vinse diversi concorsi di bellezza, che la portarono al cinema. Ma lasciò l'Egitto per laFrancia nel 1954, e si recò a Parigi.

Qui assunse il nome che la portò al successo, si ispirò per questo al colossal cinematografico Sansone e Dalila, ecco, gli piacque Dalila, ma presto lo cambiò in Dalida.

La sua bella voce convinse un produttore a farne una cantante; ci mise due anni ad affermarsi; nel 1956 il primo disco fu una canzone della portoghese Amalia Rodriguez, la regina del fado, e poi scoppiò la fama con Bambino, la versione francese della canzone napoletana Guaglione, che qui portò al successo Aurelio Fierro.

Fu talmente grande il successo (vendette all'epoca milioni di dischi, il suo primo disco d'oro lo meritò con la canzone) che fu ribattezzata Mademoiselle Bambino.

Seguirono dieci anni di successi, era bella, brava, affascinante; avventure e disavventure si susseguirono, si sposò, lasciò il marito, si invaghì di altri personaggi, provò altri brevi amori, ma mai niente di serio.

Nell'anno 1966, conosce Luigi Tenco. Luigi Tenco non amava cantare, amava definirsi un compositore, e tale si considerò sempre. Era del 1938, oggi avrebbe 78 anni, se ci fosse ancora, e farebbe compagnia all'unico rimasto dei suoi compagni genovesi di un tempo, Gino Paoli.

Ma la sorte volle diversamente. La sua infanzia non fu delle più felici, la madre lo ebbe da una relazione extraconiugale con un sedicenne di una famiglia bene dove lei serviva. Si pensò bene di allontanarla non appena si seppe la cosa.

A Genova giunse che aveva dieci anni appena. Il ragazzo amava la musica, e nel '53, a soli 15 anni, mise su un quartetto con una batteria e una chitarra, con lui al clarinetto. Al banjo, indovinate chi, Bruno Lauzi, quello che diventerà famoso con la sua gran massa di capelli bianchi, gli occhi cisposi, e la sua canzone Onda su Onda.

Da Genova a Milano, dove conosce quelli che poi diverranno grandi interpreti e cantautori italiani, non vale fare nomi, li conosciamo tutti. Si scrive alla facoltà di ingegneria, che non porta a termine, poi a scienze politiche, ma la sua passione è comporre canzoni. Compone e arrangia pezzi per Gino Paoli e Ornella Vanoni, infine prova la sua voce, e canta. Il suo primo 45 giri (I miei giorni perduti, di cui scrive testo e musica) è del 1961.

E finalmente il suo primo 33 giri che contiene la famosa Mi sono innamorato di te.

Molte canzoni sono respinte dalla RAI, censurate per i testi "non adatti".

Per la RCA incide una canzone - Un giorno dopo l'altro - che diventò un grande successo grazie al fatto che fu la sigla della serie televisiva de Le inchieste del Commissario Maigret, interpretato da Gino Cervi e Andreina Pagnani.

Un disco per L'estate del 1966 lo vede in gara con Lontano Lontano

E lontano lontano nel tempo
qualche cosa / negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i
miei occhi che t'amavano tanto....

Nell'anno 1966, a Roma, conosce Dalida.

Mi sono innamorato di te
perché / non avevo niente da fare
il giorno / volevo qualcuno da incontrare
la notte /
volevo qualcuno da sognare...

Poche informazioni ma sufficienti, perché lo scopo di questo breve scritto è quello di descrivere il suo rapporto con Dalida che è stato sempre argomento di dibattimento. il loro amore, era vero? Era di fa-ciata? Oppure solo pubblicità?

Dalida, quando conobbe Tenco, aveva 34 anni, era una cantante affermata, addirittura una diva della musica leggera, ricercata da impresari, teatri e palcoscenici di tutto il mondo, Tenco aveva 29 anni.

Agosto, Dalida è a Roma per incidere un disco, al bar della casa discografica gli presentano Luigi, dallo sguardo cupo, serio, troppo serio, ma ne è affascinata e anche lui è preso da questa donna bella e sorridente. Un vero colpo di fulmine; un coup de foudre, come lo chiama lei. in autunno Tenco vola a Parigi da lei, e le fa ascoltare la canzone Ciao amore ciao, e le propone di cantarla con lui a Sanremo. Il resto è cosa nota.

Dalida forse amava veramente il cantante italiano. Ma Luigi amava la cantante francese? Parrebbe proprio di no. In una lettera a una sua amica Valeria, nella quale Luigi le confessava il suo amore, progettando un lungo viaggio insieme in Africa dopo Sanremo, appunto, tra le altre cose descrive Dalida come una donna nevrotica e viziata (in realtà la cantante francese era una donna fragile, molto fragile).Tenco confessa all'amica che non riusciva a farle capire niente di sé stesso,di quello cui ambiva, niente di niente, pare che non voglia capire...poi ho finito col parlare di te, di quanto ti amo. Che gran casino, vero! E considerava il suo rapporto con la cantante francese un'assurda faccenda.Tesoro, (le scriveva) avremo i giorni e le notti tutte per noi:

potremo parlare, prendere il sole, fare l'amore, dimenticare i problemi che abbiamo vissuto,

le angosce, i momenti bui.

Eppure... s'era sparsa la voce che Tenco e Dalida avessero deciso di sposarsi subito dopo il festival di Sanremo, in cui cantavano la stessa canzone scritta dal cantautore italiano.

Eppure... il capodanno del 1966 Tenco si esibisce alla Casina Valadier a Roma, in sala c'è Dalida, poi lei va via e lo aspetta in albergo dove, dopo lo spettacolo, Luigi la raggiunge e passano insieme l'ultimo dell'anno, l'ultimo Capodanno della vita del cantante. Tenco è molto nervoso, forse non sopporta l'attenzione dei presenti, dovunque andassero, solo per la bella cantante francese.

Di quell'altra, la famosa quanto "misteriosa fidanzata segreta", si sapeva e non si sapeva. Anche perché Tenco non ne volle mai parlare, dd una domanda di un giornalista che lo intervistava, sempre a Sanremo di quell'anno, fatidico per lui, rispose scocciato sono affari miei.

Che Dalida sapesse di questo suo amore? Forse, tanto che, a fronte della sua morte, disse pubblicamente che Luigi la amava davvero, quella ragazza, e tantissimo. E che la causa del suicidio non era proprio quello che si diceva nelle "tante chiacchiere che si facevano"; facendo sottendere, o lo disse chiaramente, che si doveva a quella donna il suicidio. E aggiungeva: io gli volevo bene davvero, mi piaceva stargli vicino, era buono, io gli volevo molto bene.

Quindi: Dalida lo amava!? Forse sì, o forse era solo una specie di innamoramento, una lunga profonda infatuazione, sicuro era che ne cercava la compagnia in ogni momento, dovunque fossero. Ma Luigi, così sembra, amava un'altra. Per lui - ebbe a dire la sua mamma - la cantante francese era un'amica, solo una amica, era troppo diva per lui, che amava le cose semplici... disse anche che non andavano affatto d'accordo. Eppure davanti a tutti... Eppure tutti coloro che li conoscevano, che erano intorno a loro, erano divisi su questo argomento, che poi è stato il più importante della loro giovane vita. C'era chi diceva - e ne era convinto - che si amassero profondamente, un'altra parte, al contrario, la pensava diversamente. quello non era amore, era un'altra cosa.

Renzo Parodi, un giornalista genovese che seguiva i due, scrive ... era una storia d'amore cominciata qualche mese prima, una storia molto bella. Lo vedevo molto convinto, Luigi, di quella nuova compagna. Non ricordo se parlò mai di matrimonio, sull'argomento entrambi in linea di principio eravamo contrari...

Potremmo andare avanti con le varie opinioni: che Dalida fosse presente quando si sparò, che gli sparasse lei per gelosia, che lo amasse alla follia, non ricambiata, che lui pensasse all'altra, che si uccise per essere stato eliminato dalla finale a favore di una canzone scema e scipita come Io tu e le rose cantata da Orietta Berti... che, che , che... ma l'essenziale lo abbiamo detto.

Eppure... cinque anni prima, e sembra un secolo prima, aveva scritto una canzone indimenticabile, che a leggerla dopo la sua morte, e non conoscendo la data della sua composizione, poteva credersi essere stata scritta e dedicata al suo amore impossibile Dalida.

Mi sono innamorato di te
perché / non potevo più stare sola
il giorno / volevo parlare dei miei sog
ni
la notte / parlare d'amore

Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più p
ensare
a nient'altro che a te

Mi sono innamorato di te
e adesso /non so neppure io cosa fare
il giorno /mi pento d'averti incontrato
la notte /ti vengo a cercare.

Nell'anno 1967 finisce la sua vita. Nell'anno 1967 finisce l'amore con Dalida.

Al Festival di Sanremo Luigi presenta, come abbiamo detto, Ciao amore ciao, che non ha fortuna e viene eliminata. A vincere è il reuccio della canzone, Claudio Villa.

Come usava in quegli anni, le canzoni venivano presentate in due versioni, da due interpreti diversi; la canzone Ciao amore ciao, dopo Tenco viene ripetuta proprio da Dalida.

Si fanno le votazioni e la canzone non ha il plauso del pubblico votante, viene esclusa dalle finaliste perché si piazza al dodicesimo posto. Partecipa al ripescaggio, altro meccanismo inventato dagli organizzatori; neppure qui Tenco ha fortuna, viene ripescata la canzone di Gianni Pettenati ,dal titolo "La rivoluzione" (della quale si sono perse le tracce, mentre Ciao amore ciao, pur non essendo tra le migliori scritte dal cantautore, si canta ancora oggi).

Ci sarebbe molto da raccontare sulle ore che precedono la serata di Sanremo e la morte del cantante ma lo spazio non ce lo permette, quindi andiamo avanti per la nostra strada. Sembra, dicono, che il cantante fosse preso da un profondo sconforto. Va a cena con Dalida ma lascia il ristorante per andarsene in albergo e pare che qui, trovandosi solo nella sua stanza, si sia tirato un colpo di pistola alla testa.

I dati: Hotel Savoy camera 219; lo trovò a terra in un lago di sangue Lucìo Dalla, che entrò per primo nella dependance dell'albergo, poi accorse anche Dalida che aveva condiviso con lui la gioia di Sanremo,,una bella canzone e lo sconforto per il risultato negativo.

Le autorità di polizia "decidono" immediatamente per il suicidio. Non manca neppure il fatidico foglio con le sue ultime parole; scritto a mano (la perizia della grafia, fatta però solo nel 1990, cioè ben 23 anni dopo la sua morte, la attribuisce al cantante) che detta:

Io ho voluto bene al pubblico italiano

e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita.

Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro)

ma come atto di protesta contro un pubblico che manda

"Io tu e le rose" in finale

e ad una commissione che seleziona La rivoluzione.

Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno.

Ciao. Luigi.

Dalida torna a Parigi e riprende i suoi giri per il mondo. Nello stesso anno si trova nell'albergo dove aveva passato giorni belli con Luigi Tenco e tenta il suicidio anche lei, salvata per caso dall'arrivo di una cameriera. Tentò ancora una volta di togliersi la vita, dieci anni dopo, senza riuscirci.

Passano altri dieci anni. E' il 1987. E' un sabato pomeriggio, il due di maggio, e fa molto freddo. Dalida rimanda un servizio fotografico adducendo come scusa il troppo freddo che la face star male. La cantante da qualche tempo non è più la stessa, è sempre triste, Luigi è sempre nella sua mente, soffre di una depressione che la accompagna da parecchio.

Esce dall'albergo, dice alla cameriera che va a teatro ma, dopo alcuni giri della città con la sua macchina, decide per recarsi a casa sua, in Montmartre. Qui non sappiamo che cosa fa, forse gira e rigira per casa senza darsi pace, ossessionata com'è da tempo da una perdita di interesse per tutto ciò che la riguarda, il suo umore è sempre più scuro, non mangia o mangia di malavoglia, non dorme più... Si sdraia sul letto, probabilmente passa una notte insonne, e sul far del mattino decide di farla finita e ingerisce barbiturici. E' il 3 di maggio.

Sarà sepolta nel cimitero di Montmartre.

Come nel caso di Luigi, accanto al corpo viene trovato un foglietto con poche parole:

Pardonnez-moi,

la vie m'est insupportable

(Perdonatemi, la vita mi è insopportabile)

marcello de santis

Mostra altro
Pubblicità

Lontano Lontano... vicino vicino

27 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #personaggi da conoscere

Lontano Lontano... vicino vicino

“...E lontano lontano nel mondo una sera sarai con un altro e ad un tratto chissà come e perché ti troverai a parlargli di me...”

Il 27 gennaio 1967 moriva a Sanremo Luigi Tenco, ancora oggi ci si interroga: si suicidò o fu assassinato? Ne sono state dette tante, se ne sono lette tante, ma quale sia la verità assoluta non ci è dato sapere e non ha fatto chiarezza nemmeno la riapertura dell'inchiesta sulla sua morte, avvenuta nel 2006, al contrario, forse, ha rafforzato i dubbi che circondano la tragedia di quella notte.

Luigi Tenco, bello, tenebroso, dallo sguardo cupo, penetrante e dalla vita tormentata, insieme ad alcuni cantautori come Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi e altri, fece parte della cosiddetta scuola genovese, un nucleo di artisti che rinnovò profondamente la musica leggera italiana. Ha vissuto in Liguria, a Genova, ma era nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, ebbe un'infanzia non troppo felice, rimasto orfano di padre ancora prima di nascere, Giuseppe Tenco infatti era morto per uno strano incidente nella stalla, colpito, pare, dal calcio di una mucca, e Luigi era cresciuto sentendo dire che lui era il frutto della relazione della madre con un giovane torinese, nella cui casa aveva servito fino a che non era rimasta incinta... Scrive Renzo Parodi:

"Luigi è un bambino sveglio e precoce. Ad appena tre anni sa già leggere e scrivere. Ha imparato da solo, chissà come, nelle campagne silenziose di Ricaldone... L'atmosfera rarefatta della campagna concilia la riflessione e Luigi è naturalmente un bambino riflessivo, capace di interrogarsi senza aprire bocca, perso nel mondo silenzioso dell'infanzia... È un bambino ma è già un piccolo adulto quello che, con la madre e il fratello, lascia la campagna piemontese morbida e silenziosa."

Aveva solo dieci anni quando la famiglia si trasferì Genova, dove la mamma avviò un'attività commerciale, amava la musica e iniziò a suonare già durante gli anni di scuola: prima frequentò il Liceo Classico (suo compagno di banco era Bruno Lauzi) per poi passare al Liceo Scientifico. Pur essendo un ragazzo intelligente, trascurava le lezioni per dedicarsi alla musica e conseguì la maturità il 29 luglio 1956, quale privatista, unico su 257 a superare la prova. In quegli anni aveva dato vita a vari gruppi musicali, con un repertorio di musica jazz e ispirato ai primi esempi di rock & roll, in cui Tenco suonava il clarinetto e in seguito il sassofono. Nel suo primo complesso, che risale al 1953, tra i componenti c'era Bruno Lauzi a suonare il banjo.

Per assecondare il desiderio della madre di vederlo laureato, si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria e, dopo aver superato il primo esame, si imbatté nel il professor Togliatti (fratello del segretario PCI) e per ben due volte non riuscì a superare lo scoglio dell'esame che doveva sostenere con lui. Dopo questa deludente esperienza, lasciò passare qualche tempo e decise di cambiare corso di Laurea, passando a Scienze Politiche, dove superò tre esami ma, assorbito completamente dal mondo della musica, abbandonò definitivamente gli studi e iniziarono i primi successi, le esibizioni e le incisioni dei primi dischi.

Il 25 gennaio 1962 uscì il 45 giri Come le altre - La mia geisha. Durante l'estate, Tenco collaborò alla colonna sonora del film La cuccagna, per la regia di Luciano Salce, e interpretò La ballata dell'eroe, dell'amico Fabrizio De Andrè, canzone ancora sconosciuta. In novembre uscì il suo primo 33 giri, di cui faceva parte anche Mi sono innamorato di te. Nel 1966 incise Un giorno dopo l'altro, che diventò la sigla della fortunata serie televisiva Il commissario Maigret, interpretata da Gino Cervi. E di lì a poco arrivarono anche i suoi più grandi successi, dei veri capolavori come Lontano lontano, Uno di questi giorni ti sposerò, Ognuno è libero.

Era un cantautore romantico, sentimentale, ma sapeva portare nelle sue canzoni argomenti impegnati: le due "anime" caratteristiche di Tenco, amore, e passione per le battaglie contro la guerra e per i diritti degli uomini. In agosto dello stesso anno conobbe a Roma, presso la casa discografica RCA, la cantante italo-francese Dalida e tra loro iniziò, oltre a una relazione sentimentale, anche un legame professionale, voluto forse dalla stessa RCA, così nacque l'idea della partecipazione di Tenco e Dalida al Festival di Sanremo, che a quei tempi vedeva la stessa canzone presentata da due cantanti diversi.

Fegatelli, nella biografia di Tenco, riporta una sua dichiarazione che egli definisce come una sorta di testamento:

"Io ho sempre imboccato la strada sbagliata. Sbagliai quando mi illusi di diventare ingegnere e a casa mia non c'era una lira, sbagliai quando mi misi a scrivere canzoni e quando mi illusi di fare un mestiere. Ho sbagliato pure adesso a venire a Sanremo, anche se mi ci hanno voluto loro, perché io non ho fatto una mossa per venirci, e magari non ci fossi venuto mai".

E siamo così arrivati a quella fatidica sera in cui Tenco, a cena con gli amici Piero Vivarelli, Sergio Modugno e Gianni Ravera, mangiò con scarso appetito e bevve vino a stomaco vuoto per farsi coraggio prima dell'esibizione. Ciononostante, Mike Buongiorno fu quasi costretto a trascinarlo sul palco e, capendo immediatamente il suo stato d'animo, lo incoraggiò con una battuta: “Dai che sei bravo, ti conosco bene. Fai vedere chi sei”.

Le luci abbaglianti lo colsero in preda all'ansia e alla paura di non essere compreso dal grande pubblico, sbagliò l'attacco della canzone, l'interpretazione indubbiamente incerta non fu delle migliori e la sua canzone venne eliminata dalla giuria, che non aveva capito o non aveva voluto capire il grido di protesta sociale in essa contenuto. Ciao amore ciao, una canzone sofferta che, invece, nelle intenzioni di Tenco, avrebbe dovuto penetrare come una lama in chi la ascoltava. E quella notte successe l'irreparabile, rifugiatosi nella sua stanza d'albergo, si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia.

Molte le testimonianze che parlavano di una grande delusione per l'eliminazione, ma molte anche quelle che raccontavano di un Tenco nervoso, che si sentiva minacciato e che per questo aveva comprato una pistola, molte sarebbero le nuove prove che allontanano l'ipotesi del suicidio, ma non saremo noi a fare luce su questa tristissima vicenda, noi vogliamo solo ricordare la sua prematura scomparsa, la sua voce graffiante, le parole toccanti delle sue canzoni che fanno battere il cuore, che donano profonde emozioni come solo i grandi professionisti sanno trasmettere.

Ciao Luigi, lo salutiamo con le parole che il suo caro amico Fabrizio De Andrè scrisse in una canzone a lui dedicata:

Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo, in mezzo ai Santi Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte...

Mostra altro

Armando Gill

2 Gennaio 2016 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Armando Gill

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace.

Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti, fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni, e il primo, da bravo attore e cantante, a presentare i suoi brani al pubblico, ottenendo un immediato e imperituro successo.
Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo, e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua Invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.

La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo. Da allora questo divenne il suo slogan, ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo.
Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che, in anni più vicini a noi, ha portato al successo Achille Togliani, accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini.

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insiem
e riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel s
uo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ..
. come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone, Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti, poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'inventò quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. Solo un ombrello, senza nessuna scritta. Che sia una pubblicità? Per una nuova marca di ombrelli? Nessuno lo sa.
Passa una settimana, ed ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva. Dopo qualche giorno, viene aggiunto, sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill. Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, di manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva,
versi di Armando,
musica di Gill,
cantati
da sé medesimo.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè
in frac e papillon bianco, il monocolo che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.
Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto. Grazie anche a una musica che, come nessun'altra, è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari, con sestine quartine, e anche con rime baciate e alternate. E, sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera creata dalle parole e dalla musica, ci riportano indietro nel tempo, alle ballatette medievali.
E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.

Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...

Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama a suonare, specchi, tappeti, lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa. Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo. Quando torna il giorno appresso, per ricevere il compenso, il giovane crede di trovare ad aspettarlo la signora, che, erroneamente, ha pensato ricambiare il suo sentimento. Viene pagato e si sente dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è
mmaretata"

Deve tornare a casa, dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'n
nammurato!

Armando, studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi, ma anche di avere una facilità d'improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo, al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui, proprio all'Eden, andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill, e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano. A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica: «Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté, che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».
Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica, che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.
E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone E quatte 'e maggio, in cui, con una musica tra dolce e triste, narra di avere, prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella, con una piccola (un morso di) loggetta, e, infine, una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose, la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto.

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú!"

La seconda per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, e vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto.

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e
'un ne parlammo cchiú..."

E la terza, la sua ragazza, che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione e che, a un certo punto, ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca ma
nco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bon
asera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque, perché tutti e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.
Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale, nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori, e in particolare gli appassionati di cose napoletane, a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio. Io qui mi limito a dire le cose essenziali.

Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo, era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio. Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.
Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.

Armando aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me: anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza, anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché, quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)
Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lu, e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill, in quanto figlia di suo fratello Gustavo.
Per esempio, della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì. Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli. Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e, improvvisando parole in versi, li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo, e applaudirono gli stessi coniugi.
Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo, di volta in volta, ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati, accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore. Nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato, non si faceva mai pregare, presentava un suo pezzo comico musicale e poi il consueto botta e risposta con i presenti, ai quali le cantava e le suonava, sempre improvvisando, come se la sentiva.

Ebbe un contratto col Salone Margherita, e cominciò a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo, scrisse le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affidò a musicisti di professione. Solo più tardi prese a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affidò i suoi motivi all'amico di sempre, Alfredo Mazzucchi, che provvide da quel momento a trascriverli per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vennero affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.

Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.Fioccano i necrologi, Gill è entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi, che non ha mai lasciato, e, dopo qualche tempo, eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista, dal titolo che è tutto un programma: Gill l'affondato.
Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.
Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.
Qui i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni), in un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata, si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, Che te possino!!!"
Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta, era l'anno 1924, e che poi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: E allora?
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2, che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e, scendendo per Santa Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia, giunto a Mergellina, ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti. Colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti). Vorrei vedere Frisio... non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope
, sagliette na signora!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumu
daje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p'
'e ccosce d''a signora!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E
s'ammuccaje 'a signora!

E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e, con questo, salgono per Posillipo, sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa... e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, i
o sulo, cu 'a signora!

E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accomp
agna...e allora..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, s
cennette cu 'a signora...

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora, che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla, quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene con il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s
'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu
'o cunto d''a signora!...

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor.
..signora!..."

E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, car
issima signora!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspe
ttava ancora...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje c
agná!

Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto, il papillon e il monocolo. E, con il suo fare aggraziato e accattivante, racconta questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiede con un gesto della mano, e aspetta che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:... e allora? Facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.

Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi è entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non è neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne va così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra, voluta dal fascismo, che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e, con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo, si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri. Era l'anno 1944. L'ultimo dell'anno, a notte fonda. Era quasi il 1945.

marcello de santis

Mostra altro

Gesù Bambino

18 Dicembre 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #unasettimanamagica, #musica

Gesù Bambino

Fra poco sarà di nuovo Natale e per me che amavo Lucio Dalla ogni anno non posso non pensare anche a lui, a quel “Gesù Bambino” nato il 4 marzo del 1943...

BORN TO BE ALONE “Nato per essere solo”, una canzone che rispecchia completamente la vita del maestro Lucio Dalla. Sono trascorsi più di tre anni ormai da quando, come una mazzata incredibile, collegandomi su Fb, lessi della sua morte, non che i grandi non debbano scomparire ma il modo con cui avvenne mi segno' particolarmente.

Oggi sono musicalmente orfano di un artista originale, non consolatorio come amava definirsi, ma estremamente liberatorio con la sua capacita' di intrecciare musiche e parole. Born to be alone anche per me che da militante di destra so cosa significa la solitudine in nome delle idee, che ha sempre visto in Lucio un futurista neanche troppo nascosto, una persona che amava il cambiamento, che non era schierata a priori. Non era un uomo d'apparato era semplicemente se stesso.

Lo ricordo con dolore ma anche con un pizzico di sorriso, so che lui vorrebbe cosi', da buon credente adesso sta giocando in eterno il suo secondo tempo. Un credente che è stato messo in croce da personaggi squallidi, gia' immediatamente dopo la sua dipartita, ma Lucio non aveva mai fatto dichiarazioni di un certo tipo, per questo si è aperta per lui la catterdrale di Bologna alla faccia dei mediocri. Comunque non è ora il tempo di ritornare su argomenti inutili quanto l'aria inquinata, oggi è il tempo di ricordare un artista, un uomo che tanto ha dato alla canzone italiana e non solo.

“Come passi in fretta tempo, adesso corri piu' del vento...”, il tempo è passato e mi sento un po' piu' solo perche' so che lui non incidera' mai piu' nessun disco e per me, che lo seguivo fin dai tre bellissimi album sperimentali che lo hanno definitivamente formato musicalmente fino alla sua consacrazione tramite il disco capolavoro Come è profondo il mare, oggi è un giorno amaro, un giorno che mi fa riflettere sul pellegrinaggio terreno mio e nostro, ma anche sull'immensa Fede in Dio che Lucio ha sempre dimostrato.

“Chissa', chissa' domani.... domani si vedra' “, oggi è un giorno malinconicamente triste un giorno da vivere nel ricordo positivo che ci ha lasciato, dei maligni e dei perfidi non mi curo affatto ma guardo e passo, proprio come il tempo. Ciao Lucio arrivederci.

Gesù Bambino
Mostra altro
Pubblicità

Pietro Mascagni

4 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Pietro Mascagni

Pietro Mascagni (1863 - 1945) era nato in piazza delle Erbe, suo padre aveva un'avviata panetteria sotto casa ed era molto conosciuto a Livorno. Alto, dinoccolato, sempre rasato, con l'aria da ragazzo, gli occhi chiari, il ciuffo ribelle, Pietro aveva un'anima labronica spontanea, immediata, incapace di tacere e poco diplomatica. Oscillava fra l'entusiasmo e l'abbattimento, l'euforia e la malinconia. Per tutta la vita si mostrò esuberante, lottando per non far trapelare la tristezza, il malumore.

Suo padre non fu contento quando decise di dedicarsi completamente alla musica e s'iscrisse al conservatorio di Milano, dove divise una stanza con Giacomo Puccini, contribuendo a creare, forse, l'atmosfera goliardica e l'ambiente che furono d'ispirazione per la Boheme. In conservatorio si trovò male, seguiva i corsi con irregolarità, ebbe a ridire col direttore Ponchielli, alla fine se ne andò e cominciò a lavorare come direttore d'orchestra in giro per l'Italia finché non gli fu offerto un posto fisso a Cerignola.

Nel 1888 s'iscrisse a un concorso, indetto dalla casa editrice Sonzogno, per un'opera in un singolo atto. Chiese la collaborazione dell'amico Giovanni Targioni Tozzetti e di Guido Menasci, che riadattarono un dramma tratto dalla novella Cavalleria Rusticana di Verga. L'opera fu terminata il giorno della scadenza del concorso e vinse su 73 partecipanti. Fu un successo immenso, ripetuto in ogni teatro in cui fu presentata e mai più uguagliato da nessuna opera successiva, né Iris, né L'amico Fritz, né Le Maschere etc. Peccato che Verga accusò Mascagni di plagio, vinse la causa e ottenne un forte risarcimento.

Cavalleria Rusticana è la prima opera musicale verista a pieno titolo, della "Giovane scuola italiana" - come I Pagliacci di Leoncavallo e la Boheme pucciniana - laddove le altre opere mascagnane sono, prima, vagamente decadenti, secondo il gusto dell'epoca, poi, espressioniste, soggettive, tese a riprodurre la realtà con gli occhi dell'anima. La sua musica è definita esasperata perché ricca di acuti e di declamato.

Mascagni morì nella camera del suo albergo a Roma, nel 51, il suo corpo fu traslato al cimitero della Misericordia, dove si può ammirare il mausoleo.

Mostra altro

Galliano Masini

18 Ottobre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Galliano Masini (1896 – 1986) nacque a Livorno all’indomani dell’assedio di Macallè, durante la guerra d’Abissinia, e deve il suo nome al protagonista di quell’episodio: Giuseppe Galliano.

Figlio di un pastaio, di aspetto ruvido, di carattere passionale, studiò solo fino a otto anni, fece poi molti mestieri prima di dedicarsi al canto: garzone di gelataio, apprendista fabbro, manovale, venditore ambulante di cocomeri e scaricatore di porto. Alla fine si arrese al fatto che il suo talento non sarebbe approdato a nulla se non si fosse dedicato alla musica a tempo pieno. Studiò, perciò, gratuitamente, a Milano. Provò a entrare nell’operetta ma fu scartato perché la sua voce era troppo pesante per il genere. Partecipò alla Parisina di Mascagni, debuttando al Goldoni nel 1914, con la corale cittadina Costanza e Concordia.

Dopo aver prestato servizio militare durante la prima guerra mondiale, poté cantare ne la Lodoletta, sempre di Mascagni, grazie all’indisposizione di un titolare, ma la sua consacrazione si ebbe nel 24, sempre al Goldoni, il giorno di Natale, con la Tosca di Puccini, e da lì partì la sua luminosa carriera che lo portò ad essere uno dei tenori più popolari, sebbene non quanto Beniamino Gigli e Giacomo Lauri Volpi. Cantò al Metropolitan di New York e a Buenos Aires ma soprattutto in Italia, non dimenticando mai la sua città che gli tributò sempre un affetto speciale, nonostante altri bravi cantanti avessero avuto lì i loro natali.

Chi cantava con lui lo apprezzava e lo considerava una delle più belle voci tenorili dell’epoca, anche se all’inizio partì quasi come baritono. Le malelingue dicono che il soprano Magda Olivero lo abbia definito “lento”, non nel canto bensì nel pensiero. I critici affermano che la sua voce aveva tutti i pregi e i difetti dei tenori italiani dell’epoca, cioè un bel tono, un’espressione diretta, ma suoni alti troppo protratti e singhiozzanti. Si trascinò per tutta la vita una bronchite cronica, contratta a Milano, che lo mandava spesso in scena in cattiva forma e gli procurava stecche famose fra i melomani. Ebbe dei contrasti con Mascagni, che lo definì “un corista”, e questo bastò a dividerli, dato il carattere impulsivo di Masini, ma la sua crescente popolarità decretò la loro riconciliazione. Masini fu un memorabile Turiddu in Cavalleria Rusticana.

Il suo volto fu notato nel cinema, partecipò ad alcuni film. La sua voce, con gli anni, andò declinando e si arrochì, ma Masini continuò a cantare fin oltre il secondo dopoguerra ed ebbe il coraggio, nel 55, di debuttare nel ruolo di Otello sempre al Goldoni. Fu nella sua città che, nel 57, cantò per l’ultima volta in Tosca e ne I pagliacci.

Non restano molti suoi dischi poiché diffidava delle sale d’incisione e si esprimeva a pieno solo sul palcoscenico.

Morì nella sua casa di Livorno, nel 1986, una settimana dopo il suo novantesimo compleanno.

Galliano Masini (1896 - 1986) was born in Livorno in the aftermath of the siege of Macallè, during the Abyssinian war, and owes his name to the protagonist of that episode: Giuseppe Galliano.

Son of a rough-looking, passionate pasta maker, he studied only up to eight years, then did many jobs before devoting himself to singing: ice cream shop boy, blacksmith apprentice, laborer, watermelon street vendor and docker. Eventually he surrendered to the fact that his talent would not have come to nothing if he had not devoted himself to full-time music. He therefore studied for free in Milan. He tried to enter the operetta but was discarded because his voice was too heavy for the genre. He took part in Mascagni's Parisina, making his debut at Goldoni in 1914 with the choral town Costanza and Concordia.

After going to the army during the First World War, he was able to sing in the Lodoletta, also by Mascagni, thanks to the indisposition of a titular, but his consecration took place in 24, always at Goldoni, on Christmas day, with Tosca by Puccini, and from there he started his bright career which led him to be one of the most popular tenors, although not as much as Beniamino Gigli and Giacomo Lauri Volpi. He sang at the Metropolitan in New York and in Buenos Aires but above all in Italy, never forgetting his city which always gave him a special affection, despite the fact that other good singers had been born there.

Those who sang with him appreciated him and considered him one of the most beautiful tenor voices of the time, even if at the beginning he started almost as a baritone. The gossips say that the soprano Magda Olivero called him "slow", not in singing but in thought. Critics say that his voice had all the strengths and weaknesses of the Italian tenors of the time, that is, a nice tone, a direct expression, but loud sounds too protracted and sobbing. He suffered his whole life of a chronic bronchitis, contracted in Milan, which often sent him on stage in bad shape and gave him bad reputation  among the music lovers. He had contrasts with Mascagni, who called him "a chorister", and this was enough to divide them, togheter with Masini's impulsive character, but his growing popularity decreed their reconciliation. Masini was a memorable Turiddu in Cavalleria Rusticana.

His face was noticed in the cinema, he participated in some films. His voice, over the years, declined and became hoarse, but Masini continued to sing until after the Second World War and had the courage, in 55, to debut in the role of Otello, always at Goldoni. It was in his city that, in 57, he sang for the last time in Tosca and in I pagliacci

Not many of his records remain since he distrusted the recording rooms and expressed himself fully only on the stage.

He died in his Livorno home in 1986, a week after his ninetieth birthday.

Mostra altro

Fred Buscaglione

15 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Fred Buscaglione

Quell'anno io avevo ventun'anni, li avrei compiuti appena un mese dopo. Erano gli anni belli della giovinezza, e, per qualcuno di noi, del primo amore. E pure dei primi esami all'università. Io avrei voluto iscrivermi alla facoltà di medicina, e oggi, sono sicuro, sarei stato un ottimo chirurgo, conoscendo la mia voglia di arrivare, che già da allora mi sentivo dentro. Ma a casa i soldi non bastavano mai, e mio padre, infermiere, ripiegò, proponendomi giurisprudenza (ci teneva ad avere un figlio laureato), facoltà che frequentai alla meglio, ma che non portai a termine; senza rimpianti, ché non la sentivo mia, anche se le nozioni di legge mi servirono nella vita per il mio lavoro; lo feci felice ugualmente, mio padre, diventai direttore e funzionario bancario di alto grado.

Era, quello, il 1960. Il giorno: 3 del mese di febbraio. Un cantante, che stava andando alla grande, Fred Buscaglione, uscendo dal suo lavoro di night club, ritornava a casa, con la sua Ford, una Thunderbird tanto appariscente nel suo colore rosa shocking, e si schiantò contro un muro percorrendo le vie di Roma. Fu soccorso da alcuni passanti e, con un autobus urbano della linea 90, fu portato al pronto soccorso dell'ospedale più vicino; ma non ci fu niente da fare.

Poi si venne a sapere che era diretto agli studi di Cinecittà per girare una pubblicità (era già famoso per altri spot nei quali aveva recitato), l'aspettavano le maestranze, regista, segretaria e sceneggiatori, e la più famosa maggiorata dell'epoca, quel mammifero modello 103, come l'avrebbe definita lui nella sua celebre canzone dal titolo Che bambola!, quell' Anita Ekberg che, per il suo fisico esplosivo, si meritò il nome di Anitona e che di lì a poco avrebbe raggiunto l'apice del successo con la dolce vita di Federico Fellini.

Finì così, amaramente, la breve vita - aveva appena 39 anni - di Ferdinando Buscaglione.

Di famiglia torinese, trapiantato nella capitale, dove presto aveva raggiunto il successo con le sue canzoni fuori della norma, nelle quali si parlava di bambole, di pistole, di pupe, di whisky facili, di gin. Con quella sua faccia pacioccona, resa dura (almeno così pensava lui per apparire tale, un duro, per l'appunto, nei racconti delle sue canzoni) da un paio di baffetti alla Clark Gable. Ma dentro il petto gli batteva un cuore di panna, dolce e delicato come il suo sorriso bambino, sorriso che aveva ammaliato tutti i suoi fans, ma soprattutto le sue fans, che si sentivano morire alla sua elettrizzante presenza. Bucava il teleschermo, il buon Fred; bucava lo schermo di quegli apparecchi televisivi, grossi scatoloni con il catodo posteriore ingombrante, e con le valvole antiche che oggi sono solo un lontano ricordo di una vita diversa.

Sono Fred, dal whisky facile... cantava ammiccando con gli occhi socchiusi e il volto atteggiato a gangster, che gli riusciva così bene, mentre il sax del suo complesso lo accompagnava con un sottofondo vellutato, come solo un artista sapeva fare. E chissà se quella notte non sia stato proprio un bicchiere di whisky o di gin, (che lui amava tanto), stavolta un bicchiere di troppo, a offuscargli i riflessi e a condurlo a morire al volante della sua spider rosa. Una macchina degna di un divo di Hollywood, che non passava davvero inosservata, specialmente nelle sue uscite notturne, che non gli sarebbe servita più.

Era figlio di un modesto operaio torinese, e, prima di affermarsi nel mondo della canzone e della tivu - di quella tivu in bianco e nero che stava muovendo i primi passi in un'italia che stentava a uscire dai danni di una guerra devastante - aveva fatto di tutto: mille mestieri, dal fattorino all'apprendista alle dipendenza di un dentista. Ma non era quello il suo mondo, non poteva esserlo. Con quella faccia un po' così, come avrebbero detto più tardi i cantautori genovesi, doveva essere qualcuno. E si disse che sì, lo sarebbe diventato.
Intanto, al conservatorio Giuseppe Verdi di Torino studia il contrabbasso con il maestro Gino Filippini, e, per pagarsi gli studi e per non pesare sulle spalle della famiglia, comincia a cantare e suonare canzoni jazz presso i night club. Conosce Leo Chiosso, anche lui piemontese (Fred ha appena 25 anni), che diventerà uno dei migliori parolieri della canzone italiana, anche lui appassionato di jazz . Pensate, con Chiosso, Buscaglione scriverà una cinquantina di canzoni, quelle canzoni che chiameranno criminal songs, scenette e raccontini in musica, sceneggiati e interpretati magistralmente con la sua voce roca e accattivante, sguardo da duro, sigaretta tra le dita, e un bicchiere di gin o di whisky in mano, che beve appoggiato al pianoforte, recitando il duro davanti alla telecamera.

C'è la guerra, e i due si perdono di vista. Chiosso parte con gli alpini e, catturato dai tedeschi, sarà deportato. Buscaglione lo crede morto, poi lo sente per caso alla radio, suona, infatti, con la band degli alleati all'emittente di stato di Cagliari, e spera di incontrarlo alla fine delle ostilità. E' ciò che avviene; si ritrovano a Torino alla fine della guerra e comincia il loro sodalizio, che darà alla musica italiana canzoni indimenticabili. Canzoni ispirate alle gang americane, alle donnine facili, alle vamp, alle pupe e ai gangster (tutt'e due, ma più Chiosso, erano amanti dei romanzi polizieschi d'oltre oceano).

Fu a questo punto che Buscaglione pensò bene di creare il suo personaggio, che lo avrebbe reso famoso per la poca vita che gli restava: il bullo, lo spaccone. Ma il mercato discografico non era pronto per recepire quelle smargiassate in musica.

Solo quando una loro canzone Tchumbala bey raggiunge il successo grazie a Gino Latilla, ci si accorge di Fred Buscaglione, e di riflesso del suo paroliere, Leo Chiosso. E' il 1953. L'anno appresso la Cetra gli fa firmare un contratto e Fred inizia a volare. Due anni dopo, è il 1956, il primo grande successo: Che bambola!

Fred non avrebbe mai pensato che la sua effimera gloria sarebbe finita con lui solo quattro anni dopo. Una breve vita che fu sufficiente a fargli vivere giorni e sogni di gloria. Se ne andò così, come mille volte aveva descritto la scena nelle sue criminal song, lasciando una bella moglie, che era entrata a far parte del suo complesso musicale, gli Asternovas, (alla sua scomparsa si sciolsero e non se ne seppe più niente). Lei sognata, amata, lasciata (non la tradì mai, anche se si allontanò per ritornare a lui poco prima di quel tragico 1960), Fatima Robin's, una giovane ragazza marocchina, bellissima, seducente, affascinante, carnale, che interpretò il sogno erotico di Fred Buscaglione, e che incarnò la pupa di cui egli narrava nelle sue canzoni.

Fatima aveva nove anni meno di lui, e, pur essendo originaria del Marocco, era nata a Dresda, in Germania, aveva cominciato ad essere conosciuta come contorsionista in un gruppo che si esibiva nei circhi, il Trio Robin's, appunto, composto dalla sorella e dal padre. Conobbe Fred nel 1949, aveva 19 anni e lui 28, si frequentarono per alcuni anni e poi si sposarono nel 1954.

Fu così che entrò a far parte del complesso del cantante; anche Fatima si esibiva ai microfoni, con la sua bella voce calda eseguiva le canzoni che allora giungevano d'oltre oceano, The lady is a tramp, Pretty eyed baby,A foggy night on Saint Francisco, e altre, mentre Fred cominciava con le sue composizioni strane.

Gli Asternovas, Buscaglione li conobbe a radio Sardegna quando si esibivano con gli alleati, e da allora non si lasciarono più. Pensate quali nomi formavano il complesso: Fred suonava il violino, altro strumento che portava sempre con sé e non rinnegò mai, Franco e Berto Pisano, fratelli, rispettivamente la chitarra e il contrabbasso, Gianni Saiu la chitarra, Carlo Bistrussu la batteria; a questi poi si aggiunsero anche altri due elementi, Giulio Libano e Sergio Valenti. Poi Buscaglione abbandonò il violino e diventò la voce del complesso, affascinato da quel grande attore americano che risponde al nome di Clark Gable, creò il suo personaggio che non abbandonò mai. Nel tempo il complesso variò più volte, si aggiunsero altri elementi di vaglia, al piano, prima Dino Arrigotti poi Paolo Zavallone, alla batteria Bistrussu fu sostituito da Ulderico Rovero, poi il tocco finale fu dato da Giorgio Giacosa, che suonava il sassofono, il clarinetto e il flauto. La formazione, che girò l'Italia e l'Europa da cima a fondo, per approdare anche alla televisione di stato, si chiamava Fred Buscaglione e i suoi Asternovas.

Il nostro ci ha lasciato (con le parole dell'amico Leo Chiosso) canzoni indimenticabili, come Eri piccola!, Porfirio Villarosa (che per fare la rima facile, faceva il manoval a la viscosa), Il dritto di Chicago, Teresa non sparare. E le canzoni lente, melodiche, come ad esempio Guarda che luna; o come Love in Portofino, che poi fu ripresa dopo la sua morte dal grande Johnny Dorelli, il quale ne fece un suo personalissimo successo internazionale.

Quanti pomeriggi da bravi liceali passammo, abbracciati alle nostre ragazze, cullandoci su una mattonella, sulla voce roca di Fred Buscaglione, che sprigionava tutta la sua malia da quei quarantacinque giri! Sono passati cinquant'anni, e le sue canzoni non si sentono più molto nelle trasmissioni delle varie radio. Ma è stato un fenomeno che nessuno potrà mai dimenticare.
Quel gangster dal cuore tenero, quando cantava Guarda che luna, lasciava emergere la parte più malinconica della sua dolce personalità.

Guarda che luna, quando la ascolto, ancora oggi mi riporta indietro; ai miei vent'anni, che, come Fred, non torneranno più


marcello de santis

Mostra altro

Nilla Pizzi

11 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Nilla Pizzi

Nel 1951 avevo 11 anni e già da alcuni mi interessavo alle canzoni, agli autori, ai cantanti, e alle orchestre. In quel periodo usciva dal giornalaio (il termine edicola non si usava ancora, a quanto mi ricordi), mensilmente, un piccolissimo libriccino con i testi delle canzoni più in voga, o almeno le più conosciute del momento; mi sembra che si chiamasse, se la mente carica di anni non m'inganna, "Il canzoniere della radio", una trentina di pagine o poco più.
Ed io, figlio di un padre prima senza lavoro e poi (fortunatamente) assunto come infermiere presso l'ospedale della mia città, non mi potevo permettere di comprarlo. Come del resto a casa mia non si compravano giornali o riviste per i grandi, per papà e mamma, intendo, (Grand Hotel, Gente) o fumetti (le famose strisce, ricordate? Corriere dei piccoli, Tex, Il piccolo sceriffo, L'uomo mascherato, Mandrake, Zagor, Cino e Franco).
Se qualcuno di questi giornali e giornaletti potevamo leggere o sfogliare, lo facevamo grazie all'ottimo rapporto di vicinato obbligatorio e scontato per quel periodo del primo dopoguerra, con la signora Adele, che abitava sotto di noi, che eravamo al primo piano. Abitava, lei e la sua famiglia, un piano terra che aveva davanti all'uscio un pezzettino di orto con galline e pulcini; e aveva due figli della nostra età, Marcella, la più grande, e Pierino, nel tempo diventato professore prima e preside di liceo poi, oggi in pensione, che ogni tanto incontro passeggiando per strada. Avevamo press'a poco la stessa età, anno più anno meno.

Bene, Adele, il cui marito Alessandro faceva il parrucchiere, comprava diverse riviste, soprattutto Grand Hotel, delle cui storie era appassionata tutta la famiglia; e per i figli, nostri compagni di giochi, non mancavano le strisce di cui sopra, soprattutto quelle de Il piccolo sceriffo.
E io e mio fratello più piccolo leggevamo le strisce; come del resto mia mamma, anche se non appassionatissima come loro, leggeva, tra una chiacchiera e l'altra tra donne di casa, il Grand Hotel, settimanalmente immancabile; che era un giornale-mito in quegli anni; ci aiutavano a sognare, grandi e piccoli, storie che tutti avremmo voluto vivere.
Intanto usciva in quell'anno il primo numero di Sorrisi e Canzoni, che da allora mi ha sempre accompagnato, per più di cinquant'anni, lungo la strada della musica leggera. Poi, verso l'inizio di quest'era moderna, la rivista, che ha preso il nome di TV Sorrisi e Canzoni, ha cambiato formato e contenuti; prima raccontava la vita dei cantanti con le loro canzoni; dal 2000 in poi tratta un po' di tutto, ma principalmente dei programmi della televisione.
Cominciai così a conoscere vita morte e miracoli, come si usa dire, dei divi della radio (che divi non erano davvero); la televisione non c'era ancora.
Adele dunque ci permetteva di accedere alle riviste e ai fumetti a strisce, e mia madre invitava molto volentieri tutta la di lei famiglia, compreso nonno Giggetto, a salire a casa nostra, a seguire la radio; quando c'erano, i gialli di Ellery Queen, ricordo, appassionati e paurosi, e noi lì a pendere dalla radio.

E poi il festival della canzone italiana di San Remo che presentava canzoni nuove, per mezzo dell'orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini, con i cantanti Nilla Pizzi, Carla Boni, Il duo Fasano, Gino Latilla e Achille Togliani…
La sigla dell'orchestra era "C'è una chiesetta amor, di Castaldi e Rampoldi", sigla che divenne celebre per anni, e che il maestro sostituiva solo quando si presentava come "Angelini e otto strumenti", (la sua orchestra ridotta a otto elementi, appunto); la sostituì con Where end When, ossia Dove e quando.
Il Festival della Canzone Italiana veniva trasmesso in diretta dal Casinò di San Remo. E durava, se non ricordo male, al massimo due/tre serate, solo per il tempo delle canzoni, senza tanti fronzoli, ospiti d'onore, scenette più o meno sceme, gag, e altro.
Quando il grande Nunzio Filogamo faceva uscire la sua inconfondibile voce dal nostro apparecchio radio - un Geloso di quelli grossi, con sullo schermo le stazioni con i nomi di tantissime città italiane e stranier, sintonizzate girando una manopola che faceva scorrere una barretta scura sotto il vetro, l'altra era per il volume (apparecchio che noi tenevamo su un mobile in sala) - bene, quando Filogamo parlava, tutt'intorno in un silenzio da chiesa, noi e Adele e i suoi eravamo là, seduti, pronti all'ascolto; e io, con il numero di Sorrisi e Canzoni aperto sulle ginocchia, a leggere i testi della canzoni interpretate.
Ecco, San Remo era portato avanti solo dal maestro Angelini e i suoi cantanti. Per quattro anni, dal 1951 appunto, fino al 1954, il maestro fu il re incontrastato del Festival.
E regina indiscussa della Canzone italiana, divenne immediatamente Nilla Pizzi, dopo che la sua canzone Grazie dei fior vinse quella prima edizione. Debuttò giovanissima in Rai - allora si chiamava EIAR - diretta dal maestro Carlo Zeme, con una canzone dal titolo Casetta tra le rose. Cominciò a incidere dischi, con, tra l'altro, Quel mazzolin di fiori; ma solo nel 1945 incontra il maestro Angelini che la porta con sé in giro per l'Italia. Poi torna alla radio, dove le fanno un contratto esclusivo per due anni. Continua a incidere per diverse case discografiche.
Interpreta La vie en Rose, E' troppo tardi e altre, ma non disdegnando ritmi latino americani.
Ed eccola nel 1951 al Festival della canzone Italiana di San Remo. Festival della canzone italiana, dunque, ché, allora, vinceva "la canzone" e non, come oggi, il cantante. Tanto che ai cinque cantanti del maestro Angelini venivano assegnate tutte le canzoni in gara. Lei, per esempio, al primo festival portò al successo, oltre quella che vinse, anche "La luna si veste d'argento", in coppia con Achille Togliani, Ho pianto una volta sola, che, pur essendo molto bella, non andò in finale. Fu la trionfatrice anche dei Festival seguenti. Nel 1952, con Vola colomba. Al secondo posto fece classificare Papaveri e papere, e terza, sempre per la sua voce calda e ammaliante, Una donna prega. Nel 1953, fece classificare al secondo posto, con la sua calda voce e la sua grazie infinita, Campanaro.
Questo è quanto, ma non è tutto. Il festival andò avanti tra alti e bassi; e, bene o male, pure stravolto nei suoi canoni e nelle sue finalità, è arrivato fino ad oggi. Alla ribalta della città dei fiori si alternano big, cioè i grandi, spesso cantanti di nessun nome e di nessuna fama e che non la raggiungeranno neppure dopo la loro presenza sul palcoscenico tanto glorioso; e cantanti cosiddetti "giovani", di cui a mala pena salviamo - ogni anno - uno o due elementi su una ventina; talvolta, anzi spesso, emergenti solo successivamente alla manifestazione, tra quelli eliminati nelle varie serate; lunghissime e noiosissime. Giovani che durano l'espace d'un matin, come dicono i francesi. Questo è quanto, ma non è tutto, dicevamo più sopra. Ché Nilla, al contrario di buona parte di questi cosiddetti cantanti moderni, ha continuato a cantare deliziandoci con la sua voce eterna.
Vediamola e ascoltiamola ancora come allora, coi suoi deliziosi abiti di scena, che magari oggi ci paiono fuori moda. E la sua grazia, che non passa mai di moda. E' il miglior complimento che le possiamo fare.

marcello de santis

Mostra altro
Pubblicità

Ria Rosa: parte terza

9 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #musica

Ria Rosa: parte terza


Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, grande attore di teatro, ma soprattutto grande interprete della canzone napoletana, il canzonettista per antonomasia dei palcoscenici campani; cantava con uno stile tutto particolare, adottando, talvolta, nell'eseguire i brani, il suo stile recitativo, che, pur imitato, non è stato mai raggiunto da alcuno; nascevano le celeberrime macchiette, che contraddistinsero in breve la personalità del grande artista.
Si fece conoscere così, tanto da essere ingaggiato, Maldacea, dalla compagnia del grande Edoardo Scarpetta, il padre di Eduardo de Filippo; e poté raggiungere in tal modo la fama, che lo portò ben presto ad esibirsi nel celebre Teatro Margherita.
Ecco, Ria Rosa lavorò nella compagnia di Nicola Maldacea, e proprio con lui affrontò per la prima volta il viaggio in America; qui, fattesi le ossa, mise su una propria compagnia teatrale, con la quale avrebbe recitato sceneggiate spassose; ma anche affrontando talvolta argomenti i più scabrosi del momento.
Del resto, come vedremo quando sarà in America, il coraggio non le mancava di certo. Era, diremmo oggi, nel suo DNA. Non poteva mancare di esibirsi e interpretare le più belle canzoni napoletane in alcune edizioni delle Piedigrotta, che iniziavano proprio in quegli anni.Ma non era sola a contendersi l'appellativo di regina della canzone napoletana, c'era in auge anche la sua rivale di sempre Gilda Mignonette. La rivalità era enorme, ma sempre rispettosa, tra le due dive.
Ria Rosa faceva viaggi continui tra l'America e l'Italia, Napoli-New York fu la sua vita per anni, fino a che decise di stabilirsi definitivamente laggiù; correva l'anno 1937. Fu l'anno del suo ultimo viaggio a Napoli; obbligata, si può dire; fu l'anno della morte dell'autore Ernesto Tagliaferri che tante canzoni aveva scritte, (ricordiamo: Napule ca se ne va, Mandulinata a Napule, Piscatore 'e Pusilleco), molte dedicandole a lei; e non poteva dunque mancare per l'ultimo saluto.
Tagliaferri stava finendo di scrivere per l'artista la sua ultima canzone dal titolo "Chitarra nera". E Ria Rosa, in quell'occasione, volle cantare per l'ultima volta in pubblico la canzone. Poi non la cantò più.

E la vediamo, dunque, l'artista, protagonista anche a Piedigrotta, in questa prima manifestazione pubblica della canzone napoletana (anche se alla rassegna c'erano pure alcune canzoni in lingua; del resto essa era organizzata da una casa editrice partenopea, quella di tale Francesco Esposito, il cui padre aveva un negozio di strumenti musicali in via Roma, a Napoli).

Furono invitati ad esibirsi una decina tra i cantanti che andavano più in voga in quel periodo. Di quella pattuglia di artisti oggi ne ricordiamo appena tre o quattro, che insieme a Ria rosa vinsero il tempo, e guarda caso due di essi donne. Una è senz'altro Gilda Mignonnette, di cui abbiamo parlato in questo saggio, che già era una vedette dei Cafè Chantant di Napoli; e poi la bella Tecla Scarano, che lavorava a teatro interpretando testi del grande commediografo Raffaele Viviani; una ragazza che molti anni appresso divenne una discreta attrice di cinema.
Le cantanti avevano una canzone a testa: Ria Rosa ebbe "E femmene masculine" (Barbieri-Giannelli), la Mignonnette cantò Sempe Napule sarrà (Mendozza-Gargiulo), a Tecla Scarano fu affidata Heart and heart (De Lutio-Ceryno) e l'altra cantante di cui si è persa la fama, il suo nome d'arte era La Zingara, presentò Cè vò cè vò (Vento-Recitano).
Una curiosità: le canzoni furono incise su dischi. Tranne sette, e tra queste tutte quelle eseguite dalle interpreti femminili.

Torniamo a quelli che raggiunsero una certa notorietà. Dobbiamo ricordare, e chi è molto addentro alla storia della canzone napoletana lo conosce bene, un certo Mimì Maggio, che fu nome di buona levatura nella Piedigrotta di quell'anno.

Proprio per questo essere un "minore" della scena artistica napoletana, egli merita qui qualche parola più degli altri di cui abbiamo appena parlato.
Mimì Maggio, a quei tempi, aveva 42 anni, dieci più di Ria Rosa, anche lui amico del Viviani, e lavorava già quattordicenne nelle rappresentazioni a teatro che si tenevano nei teatri di Napoli nelle memorabili matinée. Era un giovane dalle mille capacità, cantava, suonava il mandolino, recitava, e tutto lo faceva molto bene; mentre si esibiva lavorava anche come garzone di barbiere. A sedici anni abbandonò il lavoro e seguì la sua innamorata Antonietta Gravante, il cui padre portava in giro per i luoghi più disparati un moderno Carro di Tespi.
Ecco, Mimì aveva trovato la sua strada, sposò Antonietta, e a un certo punto se ne andarono per città e paesi a cantare e recitare; pensate, si esibirono perfino sul palcoscenico delle Folies Bergères a Parigi.
Fu, Mimì, il capostipite della famosissima famiglia dei Maggio, dei quali Beniamino e Dante, Pupella e Enzo, Margherita e Rosalia furono gli unici - tra i sedici che la coppia diede alla luce - che seguirono le orme dei genitori e divennero celebri.
Mimì morì a Roma nel 1943, ancora giovane, aveva poco più di sessant'anni.

Ria Rosa nel 1939 si stabilì, come detto, definitivamente a New York dove divenne famosissima, e da dove l'eco della sua fama correva continuamente a Napoli. Andate e ritorni interminabili, continuamente. Fu denominata la diva eccentrica proprio per i testi che proponeva, e per il suo coraggio nell'affrontare in essi argomenti scottanti di attualità, come nessuno osava fare. E, come detto più sopra, per la battaglia per i diritti delle femmine, gli attribuirono il tiolo di nonna del femminismo.


marcello de santis

Mostra altro

Ria Rosa: parte seconda

7 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Ria Rosa: parte seconda


Era il periodo, oltre che degli emigrati, anche dei celebri salotti napoletani, in quegli anni di quel primo novecento, salotti delle case dei ricchi, o dei benestanti, in cui si riunivano, tra parenti e amici del padrone di casa, poeti, parolieri, musicisti e cantanti, per fare ascoltare le loro composizioni, per recitare le loro macchiette, per cantare le canzoni nuove. E la gente comune, sotto per la via, ferma ad ascoltare, incantata, quelle melodie che poi continuavano a canticchiare andandosene via. Canzoni che col tempo sarebbero diventate eterne.
Era l'occasione che anche i padroni di casa aspettavano; era per loro la grande opportunità di poter mostrare l'eleganza delle loro sale fastose, i loro mobili importanti, il pianoforte di marca; e, come sempre avveniva, esibirsi alla pari degli artisti amici. Era tutta un'atmosfera che stava cambiando.
Fu in quest'atmosfera che iniziò i suoi primi passi la nostra giovane artista. E fu considerata la prima femminista della storia, grazie a ciò che porgeva al pubblico - soprattutto femminile - con la sua bella voce:

la libertà della donna, il diritto di truccarsi,
di mettersi il rossetto,
di poter "guardare" gli uomini"
e darne liberamente giu
dizi e pareri.

E anche in America i testi delle sua canzoni erano fin troppo liberi. Una volta ebbe il coraggio di presentarsi sul palcoscenico vestita da uomo, ma lo doveva fare, disse, del resto come porgere al pubblico la celebre Guapparia?

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù b
ella d''a 'Nfrascata!

Non aveva scelta; hai voglia a convincerla che non poteva farlo, avrebbe suscitato l'ennesimo scandalo, ci pensasse bene, rinunciasse! Ma va! Sulla scena doveva presentarsi come un autentico guappo. E dunque? La vinse lei. Lo fece. Da quella volta lo ripeté spesso - facendo gridare ogni volta allo scandalo; la sua bravata ebbe anche un seguito penale, qualcuno la denunciò, oggi diremmo "per oltraggio", non si bene a che cosa…
Vogliamo riportare ancora un aneddoto, o meglio un fatto: era il tempo in cui i due nostri connazionali, Sacco e Vanzetti, al secolo Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, vennero arrestati con l'imputazione di duplice omicidio, si era nel 1927; e furono giustiziati sulla sedia elettrica nell'agosto di quell'anno, a Charlestown. Va detto che cinquant'anni dopo il governatore dello stato del Massachusetts riconobbe pubblicamente l'errore in cui era incorsa la giustizia americana, riabilitandoli tutti e due.
Bene, Ria Rosa ebbe il coraggio di cantare una canzone dal titolo "a seggia elettrica", dove metteva in evidenza il suo parere contrario alla pena di morte, dedicandola, appunto, a Sacco e Vanzetti.
Vogliamo riportarvi brevemente la storia di questa canzone, il cui titolo era in effetti Mamma sfortunata: nacque nel 1924 grazie ai versi di un certo Gaetano Esposito, messi in musica da uno dei più grandi napoletani di tutti i tempi: E.A.Mario. Il musicista ebbe a riconoscere la paternità della canzone molti anni dopo, nel 1932, ma tra gli amici e in gran segreto; il motivo era semplice: le autorità di polizia americane perseguitavano coloro che parlavano a favore dei due italiani condannati a morire sulla sedia elettrica. Erano considerati dei sovversivi, e quindi perseguiti a norma di legge; così come gli scritti relativi al triste fatto di cronaca nera. Pensate, E.A Mario aveva paura ancora ben trent'anni dopo, nel 1959, quando, in occasione dell'annuale Piedigrott, pubblicò la canzone, dando quell'anno come anno di nascita. Nei versi, la mamma di uno dei due giustiziati legge sul giornale della disgrazia e… riportiamo la prima strofa della canzone

Quanno liggette 'o nomme int'e giurnale
dette 'nu strillo forte 'nnanze a gente:
No! Nun è overo! Figlieme è 'nnucente…
chi l'ha accusato fa 'na 'nfamità!
'E core e tutt'e mamme nun senteno raggione:
si 'e figlie nun so bbuone, nisciuno ce 'o ppo dì,
ma chella mamma s'accurgette subito
ca 'ncopp
'a seggia elettrica 'o figlio jeva a murì.

Quando lesse il nome sul giornale/
fece uno strillo forte in mezzo alla gente/
no! non è vero! mio figlio è innocente…/
chi lo ha accusato ha detto una grossa bugia,
una infamità!/ i cuori di tutte le madri non sentono ragioni/
se i figli non sono buoni, nessuno ce lo può dire/
ma quella mamma s'accorse subito/
che
suo figlio andava a morire sulla sedia elettrica.

Ria Rosa ebbe il coraggio di incidere la canzone - alla faccia della polizia americana - lo fece come abbiamo detto più sopra, nell'anno 1924, in un settantotto giri che la polizia tentò in ogni modo di distruggere. Certo poteva farlo e lo fece con diverse copie del disco, ma alla matrice non arrivò mai, e altre copie ne venivano fatte e distribuite. La cantante ebbe guai grossi con la giustizia di quel paese, ma andò avanti e cantava la canzone, quando se ne dava l'occasione, nelle sue rappresentazioni teatrali.
Da una donna così ci si poteva aspettare un coraggio degno, all'epoca, solo di un maschio (se mai ne avesse avuto, ed E.A. Mario - ricordiamo per la cronaca, cosa da lui stesso confessata trent'anni dopo - non lo ebbe).

marcello de santis

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 > >>