maria elena mignosi picone
Marisa Cossu, "Sintomi poetici"
/image%2F0394939%2F20230216%2Fob_6fb5cc_cossu-marisa-2022-sintomi-poetici-fro.jpg)
Marisa Cossu
SINTOMI POETICI
Il poeta vede il bello dove altri vedono il banale, scorge vita dove altri morte. Così la poetessa Marisa Cossu, già sin dalle pagine iniziali di questa silloge dal titolo Sintomi poetici (Guido Miano Editore, 2022), cioè nella prima parte Sentire il tempo, osservando e riflettendo su quel che le si offre davanti agli occhi, come le Trasparenti pareti delle case della sua strada, le sente palpitanti di vita («irradiano la vita»), laddove altri vedrebbero solo insignificanti pietre, mentre invece la intristisce la pietra che è il cuore indurito dell’uomo. Così come vede nel nido scavato nella battigia in riva al mare, non chiusura o isolamento, ma punto di partenza per spiccare il volo verso la libertà: «…Eppur l’abisso non ha in sé la morte /…/ Il nero alcione nella riva nato, / la libertà richiama nel cammino / dell’azzardo del vivere….» (Il nido).
Marisa Cossu riflette sul significato del tempo («il tempo non esiste», Senza tempo) che viene superato dall’eternità «dove sia sempre giorno» (Alice) come se noi, già qui in terra, fossimo inseriti in un tempo senza limite, nella infinità. In effetti qui, nella esistenza terrena, assaporiamo l’eternità, sentiamo l’infinito quando ci eleviamo nello spirito. «Io, piccola particola d’eterno» (“E quando miro in ciel arder le stelle”); «Io, minima particola d’eterno» (Ecco il mio cielo); «Ecco il mio cielo pieno di mistero: / mi incanto se rimiro ad occhi chiusi/ quell’infinito che si muove intero» (ivi).
Ma nelle sue riflessioni serpeggia l’idea che l’essere umano passa nella sua esistenza attraverso due fasi: prima si sente come incatenato, si sente in prigione, poi avviene un risveglio, l’irruzione della libertà che lo conduce verso alte mete. Simbolo di ciò è l’acqua sorgiva: «Quel getto che zampilla dalla roccia / l’acqua sorgiva … / rassomiglia alla stanza della vita: / sotto la terra dura perde il sole, // ma continua la corsa dove vuole…» (Acqua).
Forse sono questi i sintomi poetici: l’anelito allo svelamento, da quanto è sotterraneo alla pienezza della libertà che fa realizzare la propria essenza.
Non per nulla, nella copertina del libro vediamo una fanciulla sugli scogli in riva al mare, in atto di contemplazione, e il mare è segno di infinito, di libertà, di grandezza.
***
Nella seconda parte del libro, intitolata Stanze segrete, ritorna il tema del risveglio, e questa volta è il cigno che si eleva dal fango e spicca il volo. Nel cigno si cela l’autrice stessa che in questo librarsi in alto percepisce «Bellezza», che è l’espiazione, da lei voluta, e perciò volontaria e consapevole, di un destino avverso, in cerca di luce. E la luce arrivò. E fu amore. Da Le ceneri dell’io affiora allora l’identità. È lo svelamento della propria essenza. «…non saprò cosa gemmi dal torpore / di un oscuro destino / parte migliore, forse, di me stessa; / lo accettai per soffrire, / espiando la vita a me concessa / in cerca di una luce…» (Attesa).
Questa seconda parte, rispetto alla prima, scava maggiormente nella interiorità. Temi frequenti sono il fine dell’uomo, il suo destino, poi l’ignoto, il mistero, l’oltre, e in tutto questo c’è l’uomo che oscilla sempre tra il fango e il sublime. Ancora il richiamo della Bellezza con la Poesia, l’Arte. E tutti questi temi si intrecciano e sfociano dalla impetuosa ansia di conoscenza della poetessa. Ella riconosce l’Arte come dono: «L’Arte… / permeò di pura meraviglia / il mondo dell’umana conoscenza / svelando all’intelletto la bellezza. /… / Ma l’Arte venne e illuminò la scienza. / Si strinse dentro fossile conchiglia / che d’infinito a volte soffia il suono». È l’Arte infatti che ci introduce nel mondo dell’infinito.
***
Ma cos’è la Bellezza se non lo splendore dell’Amore? Eccoci allora giunti alla terza parte che ha un titolo delizioso e molto significativo, Amo divinamente. Eh già. Si può parlare veramente di amore quando esso ricalca le orme dell’amore divino.
E quale amore è più simile a quello divino se non l’amore materno? Ecco allora, in questa terza parte, più di una poesia dedicata alla madre. «Mi passa accanto il tuo profumo, madre, /… lo sguardo tuo / che più lontano mira…» (A mia madre). Anche l’amore paterno, e, ricordando il genitore: «… In me di conoscenza, / di speranza e d’amore / seminò un campo vasto che aro ancora…» (Innesti). Anche l’amore di una moglie che presagisce la morte del marito che va in guerra. Ecco un richiamo allo struggente episodio del saluto di Andromaca al marito Ettore, come narrato nel poema omerico. «… Ahi! dolce sposa, presaga del lutto, / Cogli l’amore nell’abbraccio estremo, / Ama questo momento d’infinito» (Andromaca). E non poteva mancare Colui che è l’espressione più compiuta dell’amore divino, cioè dell’amore di Dio Padre, che è Gesù: «… quel dio-dentro che con voce lieta / nella vicenda umana si palesa…» (Questo Natale). Ma una constatazione amara: «… Quel figlio non lo vuole questa terra, / tutti rinchiusi nell’indifferenza / dove non c’è la pace né il perdono…» (ivi). Ma non viene meno la speranza che è «… quella parte d’infinito / che ne richiama l’ali pur se il nulla / volteggia insieme al desiderio estremo; /…/ Non so se nel ritorno / sia la resurrezione…» (Speranza).
Il pensiero dell’infinito, del mistero che si riveste di luce è associato, nella mente e nel cuore della poetessa, ad un colore che ben si accosta alla luce, e cioè l’argento. «Amore che d’argento ti rivesti…» (Argento). Argento che è dunque, luce, che è bellezza, la quale è dunque lo splendore dell’amore. E lo splendore dell’amore si palesa in qualcosa che è gesto gentile e delicato, il sorriso. «…Il riso nato dall’interno cuore / all’uomo venne in dono, unica e sola / forma creata dall’eterno Amore, / scintilla già pensata... / il riso è segno del soffio divino / e il Poeta ne scrive nel suo Canto…» (Il sorriso).
Maria Elena Mignosi Picone
Marisa Cossu, Sintomi poetici, prefazione di Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 92, isbn 978-88-31497-84-8, mianoposta@gmail.com.
Adriana Deminicis, "Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino"
/image%2F0394939%2F20221004%2Fob_9eaa7f_deminicis-adriana-2022-da-un-poemett.jpg)
Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino
Adriana Deminicis
Guido Milano Editore, 2022
In questo libro dal titolo Da un Poemetto alla Luna. I fiori di Gelsomino l’autrice Adriana Deminicis prende l’avvio dalla considerazione dell’atteggiamento umano consistente nella diffidenza verso il suo simile, nella chiusura, che lo porta a innalzare muri, a chiudere frontiere. L’autrice lamenta anche nei propri riguardi l'incomprensione che trova nel condividere i suoi pensieri, e la conseguente emarginazione da parte degli altri. Ella disapprova pure l’educazione a norme rigide, con pregiudizi che rendono sordi agli aneliti di limpidezza, di magnanimità, di lungimiranza. Questa atmosfera pesante ha provocato in lei quasi una malattia sentendosi emarginata, malattia da cui si augura la guarigione.
Auspica dunque un cambiamento nella visione delle cose e nel comportamento degli uomini tra di loro, che è improntato appunto oggi ad individualismo, indifferenza, incomprensione.
Con sorpresa allora sono proprio le piante o la contemplazione del cielo a ispirare pensieri e sentimenti che aprono alla speranza: «…la Luna alla Sera risveglia in me antiche miscellanze, / anche il profumo dei fiori, / anche le meravigliose piante con il loro cuore / così delicato e attento mi vengono a parlare, / mi fanno sentire la loro calda presenza, / rassicurante, un cibo che nutre / e rende lieti di speranza…» (Frammenti di esistere).
Ed è da qui che la poetessa intravede un miglioramento: «…presto arriverà il cambiamento / … simbolo massimo / di Libertà e di Armonia / con l’Amore a guidar la rotta» (ivi). Allora è la Luna e il fiore del Gelsomino in particolare che suscitano in lei una sequela di pensieri e di ispirazioni. «… / Luna argentea così buona e amica /…/ il mio pensier si eleva immenso / raggiunge vette elevate dove la Luce Bianca / di guarigione non è mai stanca...» (La Luna e la Vita, Venere e l’Amore). Così comincia a «…nutrir un pensiero di cambiamento, / non più soggetto a limiti, / mi liberavo di una memoria fatta di impedimenti, / pregiudizi… le mie affermazioni / cominciavano ad andare verso luoghi fioriti…» (ivi).
Ecco i fiori. Ecco il gelsomino. Alla luna, da lei chiamata «la Regina della Luce», si affianca il gelsomino che «…alla Sera veniva a profumare / il Viale» e che «…simboleggiava un amore Eterno, / che si faceva sentire…/ per onorare tutti quegli sguardi / che da tempo avevano cercato un Amore vero» (Il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale).
Luna e Gelsomino allora li possiamo pensare come il simbolo, la Luna della Luce, ovvero della Verità, della Giustizia, invece il Gelsomino come il sentimento che può scorrere come fluido a unire gli uomini, e cioè l’Amore. Solo così la felicità potrà brillare negli occhi di tutti. Luna: «Saggezza Eterna, Intelligenza che viene ad illuminare» (Luna).
Inoltre Adriana Deminicis nella contemplazione della luna e nel godimento del profumo del gelsomino, sente una immedesimazione di sé con l’Universo. «…tutto di me era presente nell’Universo, / tutto dell’Universo mi accompagnava…» (Poesia d’Amore. La Luna Rossa). È il microcosmo che si fonde col macrocosmo. Del resto tutti gli elementi sono sia nell’uomo che nell’Universo. Sono costituiti della stessa sostanza. Il pensiero dell’autrice ora spazia nel Tutto. E il Tutto, che è l’Universo, è ricco di Amore: «… C’è tanto Amore nell’Universo, / … l’Amore ha radici profondissime, / ogni rosa che nasce ne rappresenta il Simbolo, / simbolo lieto di un Amore senza fine…» (Guardavo il Cielo).
È un’opera deliziosa questo “Poemetto alla Luna. II fiori di Gelsomino” di Adriana Deminicis, un’opera che quasi ci fa sentire la freschezza delle piante, il profumo dei fiori, ci mette in comunicazione con la natura e con l’Universo intero. Un’opera di ampio respiro che esprime l’anelito a distaccarsi dal mondo dove domina il male che altro non è se non la mancanza di amore. E l’amore lo possiamo attingere alla Luna, al Gelsomino. Presenze stupende che esprimono purezza anche con il loro biancore.
Dal mondo caotico e malvagio la poetessa trova uno spiraglio di speranza: un mondo di amore cui la natura ci introduce.
Si avverte anche in questo anelito alla vita senza più tristezza, senza più affanni, quasi il presagio della vita futura, dell’aldilà. Forse è insito nella natura umana il concetto del Paradiso, dove sarà asciugata ogni lacrima, dove non ci sarà più né pianto né dolore, ma solo luce, amore e felicità.
Maria Elena Mignosi Picone
Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)