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gordiano lupi

Yoani accusa: Il governo cubano mi censura!

16 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Yoani accusa: Il governo cubano mi censura!

Yoani accusa a reti unificate: El Nuevo Herald e Martí Noticias replicano identico comunicato stampa, diffuso da Chicago a colpi di Twitter. Le dichiarazioni della blog-trotter (la chiameremo così, il soprannome le si addice) sono tutte rigorosamente in 140 caratteri. Non fosse mai che non si comprendesse il ruolo basilare dei mezzi informatici nella lotta per una Cuba libera. Dopo i barbudos avremo gli internautas al governo di Cuba?

Vediamo la notizia: “Il governo castrista blocca il mio periodico in maniera intermittente. Si tratta di una manovra – che definisce torcida – per non consentirmi di accusare il regime di censurare 14ymedio. In ogni caso sto usando metodi alternativi per diffondere il giornale, che viene aggiornato quotidianamente, e sono molto contenta perché abbiamo registrato un numero imprevisto di accessi”.

La blog-trotter si gode Chicago, dove è stata invitata per premiare (in valuta pregiata) il suo impegno in favore della libertà di stampa, contro la censura e per la diffusione dei diritti umani. Ha riscosso 10.000 dollari, tra una chiacchierata e l’altra, un modo indiretto – grazie a un premio – di finanziare la sua attività giornalistica (parola grossa). Non è vero che non potrà disporre di quella cifra per colpa dell’embargo, perché lei sa bene come si aggira il bloqueo, anche se gioca a fare la parte di Pinocchio, che da un po’ di tempo a questa parte le si addice.

Tornando a bomba, la sua tesi originale sarebbe che il governo blocca 14ymedio un giorno sì e uno no per non far capire che si tratta di un’operazione di censura. In ogni caso la rivista conta ben 200.000 visite da tutto il mondo. Non solo. Yoani diffonde pdf stampati porta a porta e memorie USB a più non posso. Ce la vedete? Io no, ma tutto può essere, anche che la blog-trotter si occupi dei problemi dei poveri invece di guardarli dall’alto in basso con alterigia borghese. La blog-trotter non aggiunge che i contatti sono quasi tutti esterni, non tanto per colpa della censura governativa, quanto perché i cubani non sono interessati a collegarsi a una rivista telematica che racconta cose di pubblico dominio a prezzi altissimi (un’ora di connessione costa circa 7 dollari, mezzo stipendio di un impiegato statale). A nostro parere, se il governo cubano perde tempo per censurare una rivista che nessuno legge i casi sono due: Raúl Castro è completamente rimbecillito, oppure c’è qualcosa sotto. Tra l’altro è previsto in tempi brevi il rientro a Cuba della blog-trotter, che come al solito – dopo aver accusato il governo cubano di ogni possibile infamia – non subirà alcuna repressione. Non è stupefacente? Se Cuba fosse davvero una dittatura liberticida non si limiterebbe a bloccare 14ymedio in maniera intermittente, ma farebbe marcire la sua direttrice nelle patrie galere. Troppe cose non mi convincono in questa storia…

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Salvo Zappulla, "Kafka e il mistero del processo"

12 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Salvo Zappulla, "Kafka e il mistero del processo"

Salvo Zappulla

Kafka e il mistero del processo

Melino Nerella Edizioni

Pagine 215 - Euro 14

Salvo Zappulla è un ottimo scrittore siciliano che leggo dai tempi della sua collaborazione con Terzo Millennio, editore serio e onesto, ragion per cui ha dovuto chiudere bottega. Scrive di critica letteraria su La Sicilia, La Voce di Romagna, Il Sud, La Voce dell’Isola... Ha pubblicato fiabe, racconti, romanzi, commedie, vincendo premi importanti e classificandosi al secondo posto con un’opera teatrale presentata al prestigioso premio Troisi (2006). Il nuovo romanzo resta nel solco della sua miglior narrativa per quel che riguarda uno stile sobrio, piano, lineare, composto da un dialogare continuo, senza perdersi in elucubrazioni letterarie. Zappulla ama il grottesco, segue le orme di Pirandello e Kafka, per creare la figura di uno scrittore raccomandato da uno zio onorevole che un editore pubblica per compiacere l’importante parente. Un bel giorno il politico cade in disgrazia e l’editore - un burbero meridionale innamorato del suo lavoro - rifiuta l’ultimo manoscritto bucolico e retorico, invitandolo a scrivere qualcosa veramente originale. A questo punto inizia il romanzo umoristico, una sorta di Castello kafkiano in salsa sicula, corretto secondo lo stile di Zappulla. Lo scrittore deve subire la ribellione del personaggio (Pedro Escobar) che a un certo punto rifiuta di tornare a condurre un’esistenza grigia al fianco di una moglie noiosa, brutta e pedante. Non solo. Lo scrittore finirà in prigione, dopo un processo surreale e al termine di una requisitoria della Pubblica Accusa che condanna il suo stile e la sua creatività. Inutile difendersi mettendo di fronte a chi lo accusa illustri precedenti: Kafka (Il castello, La metamorfosi), Flaubert (Madame Bovary), Buzzati e persino Dante Alighieri. Il romanzo procede per capitoli alterni, con il personaggio che vive di vita propria, incontra Madame Bovary, Pinocchio, La piccola fiammiferaia, Attila..., con loro conversa e scambia opinioni, indagando la vera natura che esprimono, ben oltre le intenzioni narrative. Un romanzo grottesco, umoristico, di facile lettura, ma che vuol essere una critica serrata a un mondo editoriale diventato un supermercato, un surrogato dell’incultura televisiva, un luogo frequentato da nani, ballerine, calciatori, veline, scrittori panettone, narratori del niente. Ho scritto qualcosa di simile un sacco di anni fa (Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura, Nemici miei, Velina e calciatore, altro che scrittore!), ma mi rendo conto con tristezza che il mercato editoriale non solo non è cambiato, ma è persino peggiorato. La sola alternativa per gli scrittori veri - animati dal sacro fuoco delle lettere che scrivono solo quando hanno qualcosa da dire - è seguire il consiglio dell’editore - personaggio del romanzo di Zappulla: darsi all’agricoltura biologica. Pure per coltivare zucchine serve creatività, in fondo. Inoltre si tratta di un mercato puro, non inquinato da un mare di escrementi che galleggiano in un liquido informe, voluto dall’Editore Unico Nazionale che presto avrà un Distributore Unico Nazionale (PDE - Messaggerie). Editori e Scrittori veri - vi scrivo con la lettera maiuscola - cosa aspettate a ribellarvi? Nel frattempo, leggiamo Zappulla, ché il romanzo merita.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Domenico Vecchioni, "Ana Belén Montes La spia americana di Fidel Castro"

10 Luglio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni, "Ana Belén Montes La spia americana di Fidel Castro"

Domenico Vecchioni
Ana Belén Mont
es
La spia americana di Fidel Castro
Greco & Greco
Euro 12 – Pag. 152

Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera, ambasciatore italiano all’Avana, che da alcuni anni dirige la collana Ingrandimenti della Greco & Greco, nata per ospitare agili biografie di personaggi storici controversi. A sua firma ricordiamo: Richard Sorge, Pol Pot (ottimo), Kim Philby, Felix Kersten. Per altri editori ha pubblicato biografie di Raúl Castro ed Evita Peron, alcuni testi sulle spie e sugli 007 del passato. Questo nuovo lavoro si segnala per originalità e getta nuova luce su una figura indefinibile come la portoricana Ana Belén Montes, la spia americana al servizio di Fidel. Vecchioni tratteggia con precisione biografica la vita di una donna che per sedici anni è stata una vera e propria spina nel fianco della DIA, lavorando alacremente per divulgare segreti militari e politici ai suoi corrispondenti cubani. Il problema è che se chiedete a un dirigente cubano chi sia Ana Belén Montes si chiuderà nel più totale riserbo. Soltanto Felipe Perez Roque – ormai caduto in disgrazia – ha pronunciato parole di stima nei confronti di una spia che “pur non prendendo un solo penny dal governo cubano ha reso grandi servizi alla causa della libertà dei popoli oppressi”. Ana Belén è una spia molto sui generis, infatti pare che la sua attività non sia stata guidata da brama di potere e denaro, ma soltanto da motivi ideologici e psicologici, perché identificava nel governo nordamericano quel padre repressivo e violento che aveva dovuto subire da piccola. La sua è stata una condivisione ideologica dettata dall’intima convinzione di dover aiutare il governo di Fidel Castro a liberare le popolazioni oppresse, tra queste anche la sua Porto Rico che chiedeva l’indipendenza. “Ana Belén è stata un’eroina della Rivoluzione dal destino paradossale” afferma Vecchioni “perché condannata a Washington e ignorata all’Avana, sconosciuta all’opinione pubblica cubana, spia senza mandanti. Non ha goduto nemmeno della notorietà, che in genere emana dalle grandi spie, né è stata confortata dalla riconoscenza del suo idolo, Fidel Castro”. Quasi come se Ana avesse spiato per Cuba all’insaputa di Cuba, cosa impossibile, ma che di questi tempi va molto di moda anche dalle nostre parti. Ben altro destino hanno avuto i Cinque Eroi prigionieri dell’Impero, in realtà spie cubane in trasferta USA, ma per L’Avana vittime di un regime che sogna la normalizzazione di Cuba. Ana Belén Montes è rimasta vittima della politica cubana che non ammette l’esistenza di una sua rete di spionaggio, addestrata dall’Isla Grande, per infiltrarsi nei meandri della politica statunitense. Arrestata nel 2001, ripudiata anche dal compagno tradito dal suo comportamento antiamericano, additata al pubblico ludibrio dai giudici: “Se non voleva amare il suo Paese, poteva almeno fare a meno di danneggiarlo”, risulta una figura quasi patetica di spia solitaria, dalla doppia vita e dal destino infelice. La condanna finale: 25 anni di carcere duro, senza possibilità di libertà condizionata. “Ana è stata una delle spie più dannose per gli USA e solo gli attentati alle torri gemelle hanno potuto oscurare nell’attenzione dell’opinione pubblica americana e internazionale il caso di spionaggio più clamoroso del secolo scorso”, scrive Vecchioni. “Ana serviva a Fidel per conoscere in anticipo le posizioni di Washington alle Nazioni Unite e per sapere fino a che punto nei momenti di tensione poteva spingersi nella provocazione senza rischiare reazioni forti, magari di tipo militare”, aggiunge. Un libro da leggere, che rivela novità interessanti e particolari inediti sui Servizi Segreti Cubani, sulla Red Avispa, sull’Intelligence Americana e sui Dioscuri di Cuba. Un libro che racconta la vita di un’eroina idealista che si assegna la missione di aiutare la liberazione delle masse oppresse in una lotta guidata dal suo mito Fidel Castro. Mentre lo leggevo mi sono chiesto più volte: e se anche la tanto osannata blogger Yoani Sánchez fosse una spia di Castro? Se fosse una spia d’influenza, oppure uno strumento inconsapevole nelle mani dei Servizi Segreti cubani? Soltanto il tempo svelerà troppi misteri. Una cosa è certa: quando c’è di mezzo Cuba tutto è possibile.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

19 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"

Davide Barilli

La nascita del Che - Racconti da Cuba

Aragno - Pag. 225 - Euro 13

Ho letto quasi tutto di Davide Barilli, giornalista parmigiano in prestito alla letteratura (o viceversa, visto che è molto bravo in entrambi i campi), soprattutto le cose a tema cubano, per le quali continuo ad avere un debole, nonostante tutto. Lui è più fortunato di me, ché a Cuba ci può tornare, non si è fatto revocare il permesso di varcare i confini caraibici per aver seguito una persona che non meritava tanta dedizione. Ma lasciamo da parte il veleno e parliamo della poesia contenuta nei racconti cubani di Barilli, che già ci aveva esaltato nel letterario Le cere di Baracoa (2009) e nel suggestivo Carte d'Avana (2010), realizzato con la collaborazione di Francesco Barilli, regista che amo con tutto me stesso. In questa nuova incursione cubana Barilli scrive: La nascita del Che, Il gallo in bicicletta, Il maggiordomo di Caruso, Il coleottero del Malecon e La baia di Regla. Editore Aragno, che pubblica sempre letteratura di buon livello, ma ha il limite di non personalizzare le copertine, tutte rigorosamente uguali. Cinque storie orgogliosamente fuori moda, lontane mille miglia dal niente che si pubblica adesso, costruite con puntigliose descrizioni del paesaggio, degli ambienti, delle situazioni e con pochi dialoghi. Barilli ama Cuba e non ne fa mistero, sogna di perdersi tra le sue braccia e nelle sue strade, magari all'interno di un taxi collettivo, in una guagua scassata e puzzolente, in un lungomare cittadino al tramonto del sole, sorseggiando rum e mangiando riso con fagioli. Barilli racconta la mia Cuba, leggo le descrizioni dei luoghi che tanto ho amato e che continuano a violentare le mie notti e mi sembra di leggere me stesso o i miei scrittori cubani preferiti. Per questo il racconto che più amo è Il coleottero su Malecon, appunti per un diario di viaggio scritti in terza persona che riflettono momenti di vita vissuta, che sono anche la mia vita. Barilli racconta l'odore di Cuba, quel mix di benzina, frutta marcia e sentori di magia tropicale che ti afferra alla gola appena scendi dal tuo aereo e cominci a percorrere le lunghe direttrici della capitale. Un libro che racchiude i misteri del fascino cubano, le piogge d'ottobre violente e improvvise, il tanfo implacabile che si leva da strade spesso di terra battuta, l'aroma del caffè e delle pastel di guayaba, la scia profumata di orchidea lasciata da una ragazza che passa per strada. Barilli come tutti noi, mezzi pazzi, innamorati di Cuba, scrive in italiano e in spagnolo, cita un sacco di termini cubani, per esorcizzare l'assenza, quel senso di paradiso perduto che dopo un po' di tempo provoca la mancanza da Cuba. Bravo Barilli, continua a scrivere quelle storie che non sono più capace d'inventare perché da troppi anni manco dal Caribe. Leggerti mi fa bene, lenisce il dolore della lontananza.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

14 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

Sono usciti i primi due libri di una Casa Editrice giovane dedicata allo sport, attiva su Internet e sui social network, dotata di una pagina Facebook molto seguita. Si tratta di Campo per destinazione - 70 storie dell’altro calcio di Carlo Martinelli (prefazione di Stefano Bizzotto) e Il Romanzo di Julio Libonatti di Alberto Facchinetti (con una nota di Gian Paolo Ormezzano).

Il progetto Edizioni inContropiede nasce in Riviera del Brenta (Venezia) nei primi giorni del 2014. Tre amici appassionati di libri e di sport (Nicola Brillo, Alberto Facchinetti e Federico Lovato) decidono di creare una piccola realtà editoriale per pubblicare una decina di volumi l’anno di letteratura sportiva (romanzi, saggi, biografie, antologie di articoli, raccolte di racconti). Lo sport (soprattutto il calcio) deve essere protagonista, ma basta anche che sia lo sfondo dove è ambientata la storia. La giovane realtà editoriale non farà salti nel buio, la vendita dei libri avverrà esclusivamente online, attraverso Amazon.it, IBS e il sito www.incontropiede.it.

La scelta del nome è un omaggio a Gianni Brera, uno dei più grandi cantori dello sport, un giornalista colto e raffinato che citava i classici greci e latini mentre parlava di calcio. Al tempo stesso è anche un omaggio alla scelta controcorrente di scommettere in un momento di crisi economica generale in un settore (editoriale) in grande difficoltà. La casa editrice guarderà al passato, ripescando dal baule dei ricordi storie dimenticate, ma non mancherà uno sguardo attento nei confronti degli scrittori del presente. inContropiede editerà solo libri di formato tradizionale, non elettronico, non avrà alcun distributore e nessuna libreria di riferimento. Punta ad avere tanti lettori, grazie a Internet.

Il romanzo di Julio Libonatti è l’unica biografia al mondo dedicata al calciatore argentino, il primo sudamericano a decidere di andare a giocare in un club europeo. Libonatti è stato un indimenticato attaccante del Torino (il secondo marcatore di tutti i tempi della storia granata) e ha giocato pure in Nazionale, dopo essere stato naturalizzato. Come dice il titolo, il libro non è una semplice biografia, ma si tratta di una fiction condita da molti elementi di verità. Alberto Facchinetti è il giovane autore (classe 1982), laureato in giornalismo sportivo e già noto al pubblico per Doriani d’Argentina (2011) e La Battaglia di Santiago. Coordina il gruppo di scrittori Sport in punta di penna.

Campo per destinazione – 70 storie dell’altro calcio è un’interessante raccolta di piccole storie che riguardano personaggi molto noti del mondo sportivo e dello spettacolo. Si va da Italo Allodi a Gianni Brera, passando per Helenio Herrera a Sandro Ciotti, toccando Eusebio, Gigi Meroni, Pier Paolo Pasolini, Marylin Monroe. Piccole riflessioni, appunti, storie poco note, vergate dalla penna esperta del giornalista trentino Carlo Martinelli (1957), già autore di Storie di pallone e bicicletta.

Per informazioni potete contattare EDIZIONI inCONTROPIEDE alla mail incontropiede@gmail.com.

Gordiano Lupi

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Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo
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Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
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Silver, "Lupo Alberto - LE STORIE"

10 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

Silver,  "Lupo Alberto - LE STORIE"

Silver

Lupo Alberto - LE STORIE

Magazzini Salani

Pag. 390 – Euro 12,90

Lupo Alberto nasce nel 1974, sul Corriere dei Ragazzi, storica rivista per adolescenti da tempo chiusa, lasciando solo Il Giornalino della San Paolo a difendere un mondo che non esiste più, conquistato da televisione e media telematici. Viene da chiedersi - proprio per questo motivo - se ci sono ancora lettori di fumetti per ragazzi, oppure se certe (benemerite!) operazioni di riscoperta sono riservate a un pubblico di nostalgici. Per me che sono nato nel 1960 e ho scoperto Lupo Alberto nel 1974, incuriosito da un nome che conteneva una voluta citazione di un grande attore teatrale e televisivo (Alberto Lupo), non è difficile esprimere gradimento e complimentarmi con un editore lungimirante. Sono tempi di crisi, il fumetto comico non incontra più il favore del lettore, capolavori come Mafalda, Sturmtruppen (del compianto Bonvi) e Cattivik - tutti in catalogo Salani - sono dimenticati dal grande pubblico che li acclamava negli anni Settanta. In compenso assistiamo alla tristezza di Gipi al Premio Strega, celebrato in TV da Fabio Fazio, come sempre compiacente con tutto quel che viene - di buono o di cattivo - da certi ambienti della sinistra. Ma basta con le polemiche. Cerchiamo di convincere, invece, i giovani di oggi ad appassionarsi alle storie di un lupo dal pelo azzurro (purtroppo il libro per motivi economici è stampato in bianco e nero), innamorato di una gallina di buona famiglia di nome Marta e in perenne lotta con un cane da guardia chiamato Mosè. I personaggi non finiscono qui, c’è anche Enrico la talpa che non ci vede un tubo, ha ribattezzato con il nome Beppe il nostro Alberto ed è sposato con Cesira, una moglie petulante che cucina divinamente. La struttura delle storie è ripetitiva, ma non per questo meno geniale e divertente, ricalcata sullo schema del coyote della Warner Brothers che cerca di catturare lo struzzo. Il lupo tenta di intrufolarsi nel pollaio per amoreggiare con Marta, di solito non ci riesce, becca un sacco di legante da Mosé, mentre Enrico lo incoraggia.

Per festeggiare i quarant’anni di Lupo Alberto, la casa editrice Salani ha organizzato una mostra itinerante che è partita da Fano il 27 febbraio e finirà a Correggio il 12 dicembre. Molte le tappe intermedie: Napoli, Milano, Albissola, Marostica, Rovigo, Catania, Fano, Cagliari, Udine, Lucca, Torino… Il 2014 sarà l’anno di Lupo Alberto, con nuovi gadget e tanti libri dedicati al lupo più simpatico del fumetto italiano.

Guido Silvestri (1952), in arte Silver, comincia l’avventura con un striscia comica intitolata La Fattoria dei McKenzie, ma il nome che s’impone è quello del protagonista. Le strisce - pensate sul modello di quelle statunitensi - cominciano a diventare brevi racconti e il fumetto si guadagna persino una testata autonoma che durerà in edicola per molti anni. Altri tempi. Erano gli anni Settanta - Ottanta. I ragazzini leggevano i fumetti e i genitori disapprovavano. Adesso capita di avere una figlia di sette anni e di obbligarla a leggere Lupo Alberto e altri fumetti intelligenti, invece di assopire l’intelligenza davanti alla televisione che diffonde manga e telefilm idioti. Tempi che cambiano, certo, ma non in meglio…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marco Miele e il giallo in vernacolo

2 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Marco Miele e il giallo in vernacolo

Marco Miele è uno scrittore di Piombino, terra ricca di tradizioni in provincia di Livorno - quasi Grosseto - un promontorio che si affaccia sull’Isola d’Elba, posto a me caro, ci sono nato e ci ho ambientato l’ultimo romanzo (Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino, Acar). Nato nel 1963, pubblica dal 2011, ha al suo attivo due romanzi: L’umore del caffè (Multistampa srl, 2011 - ristampato da Govane Holden), Un pesce da aprire (Giovane Holden, 2013) e un paio di racconti lunghi usciti in antologie edite dal mio Foglio Letterario: Raccontare Piombino (2013) e Piombino in Giallo (2014).

Marco Miele usa il giallo per raccontare la vita quotidiana della provincia maremmana, impiegando al meglio un personaggio seriale: il commissario Franco Danzi, detto il Nero, che torna da Roma a Piombino dopo un matrimonio fallito, rivede i vecchi amici e riscopre i sapori della vita passata. Nel primo libro il Nero deve risolvere un mistero d’annata, un omicidio sulla spiaggia le cui indagini vengono riaperte e conducono a un’imprevista soluzione. Nel secondo romanzo - più maturo e anche ben realizzato a livello editoriale - deve risolvere un omicidio contemporaneo e scagionare un vecchio amico da un’accusa infamante. I due romanzi sono ambientati in una perfetta scenografia maremmana, scritti ricorrendo al dialogo, dosando pittoresche espressioni vernacolari e inserendo piccanti situazioni erotiche. I due romanzi tecnicamente sono definibili come gialli, perché c’è un mistero da risolvere, tra l’altro appassionante, ben mimetizzato tra indizi contraddittori, ma sono anche racconti ironici, frizzanti e scorrevoli, scritti in modo appassionato e divertente. Il Nero ritrova una banda di amici dei vecchi tempi, ricorda la giovinezza, preti sporcaccioni, amiche disponibili ed esperte nell’arte amatoria, compagni d’avventura dai nomignoli strani (L’Ora, Legno, Zero…); con quel gruppo trascorre serate sul mare davanti a un tramonto e in locali del centro bevendo birra e consumando patatine fitte. Ginepre è una minuscola Piombino, un paese di fantasia localizzabile nei pressi di Populonia Stazione, tra San Vincenzo e Baratti, un luogo popolato da mille anime, ma che possiede la sua Scuola Magistrale, piena zeppa di femmine da tampinare. Molto camilleriana come scelta, anche perché nel racconto convivono location realistiche (Piombino, Cecina, Isola d’Elba…) e il paese fantastico ideato dall’autore. Il Nero, paradossalmente, è il personaggio meno tratteggiato psicologicamente rispetto al gruppo, ma nel secondo volume resta memorabile uno scontro generazionale tra padre e figlio che si conclude con una cena a base di stoccafisso. Abbiamo avvicinato Marco Miele - senza grande difficoltà perché entrambi piombinesi - per avere qualche informazione di prima mano sulla sua attività di giallista.

Perché il giallo?

Il giallo, oltre a essere un appassionato, mi ha dato l’opportunità di raccontare storie che con il genere hanno poco da spartire. L’amicizia e la vita reale, sono temi che mi sono più cari. Il giallo è un pretesto.

Ti trovi bene a gestire un personaggio seriale?

Il protagonista dei due racconti, Franco Danzi detto il Nero, è suo malgrado il carattere descritto meno, viene intuito dai comportamenti, suoi e dei suoi amici, comprimari, coprotagonisti. Il protagonista seriale si muove in diversi spazi temporali, e mi è piaciuto tratteggiarne i cambiamenti nel tempo, suoi, degli amici e del territorio che li circonda.

La scenografia dei luoghi conosciuti (Piombino e Val di Cornia) quanto è importante nei tuoi romanzi?

Ginepre è un luogo di fantasia, ma tutto quello che c’è intorno è reale. Il territorio della Maremma è il protagonista silenzioso. I luoghi dove si ambientano gli eventi salienti di entrambi i racconti, sono verificabili, passo dopo passo, i luoghi veri e reali, e soprattutto indispensabili e insostituibili.

Perché l'uso del vernacolo toscano?

Ho cercato di trasferire la lingua parlata nella realtà, specie in certe fasce d’età, per rendere ancora più realistici i protagonisti. poi diciamo la verità noi toscani in generale, i maremmani in particolare, anche i più ostinati non riusciamo a togliere del tutto il “nostro” vernacolo.

Progetti per il futuro…

Quest’estate, partecipo alla raccolta Piombino in Giallo, spero di pubblicare prima della fine del 2014, dopo i primi due, il terzo e conclusivo episodio di quella trilogia da me definita del Caffè. Poi si vedrà quel che sarà…

Marco Miele è un talento naturale, imbastisce storie avvincenti, le ambienta con naturalezza in location conosciute, rende a dovere la suspense ricorrendo a trucchi del mestiere, racconta lo scorrere del tempo, il cambiamento di luoghi e situazioni. In una parola fa letteratura, con la elle minuscola, certo, ma letteratura…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Marco Miele e il giallo in vernacolo
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Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

28 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

Stefano Simone (1986) è un giovane regista nativo di Manfredonia (FG), che scrive sceneggiature e gira cortometraggi sin da adolescente (il primo all’età di 13 anni), dopo gli studi liceali si trasferisce a Torino per studiare cinema all’istituto Fellini e ottiene il diploma di Operatore della Comunicazione Visiva. Nel 2009 gira a Manfredonia il suo lungometraggio d’esordio Una vita nel mistero (2010), un film ispirato agli eventi soprannaturali che hanno segnato la vita di un devoto di Padre Pio. Prima c’era stato il promettente corto fantastico - splatter Cappuccetto Rosso, ispirato a una controfiaba di Gianni Rodari e a un racconto contemporaneo, girato nei boschi piemontesi. L’attività del regista prosegue febbrile. Ricordiamo lo sperimentale Unfacebook (2011) - ancora inedito - cinema fantastico sui danni che può produrre un eccesso di comunicazione a base di social-network. Sophia (2012) è un cortometraggio interessante girato in Svizzera per conto della Scuola Media Acquarossa, interpretato da attori giovanissimi. Weekend tra amici (2013) è il suo ultimo lavoro, il più maturo, minimalista ma dal taglio splatter e crudele, finalmente distribuito da un circuito televisivo.

Incontriamo Stefano Simone sul set del nuovo film: Gli scacchi della vita, un dramma fantastico ispirato a Il settimo sigillo e a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Siamo andati a fargli visita per porre alcune domande.

Stefano Simone è un regista di genere o un autore? Come ti presenteresti a un pubblico che vuole conoscere la tua attività?

Non mi considero né un regista di genere, né tantomeno un autore: credo che molto spesso si usi questa parola in maniera impropria. Diciamo che sono un filmmaker a cui piace raccontare storie che, in qualche modo, parlano sempre della condizione di un essere umano. Non ho un genere di riferimento, cerco sempre di spaziare il più possibile, adattandomi al tipo di film che sto girando.

Qual è il tuo metodo di realizzazione di un film?

Preciso subito che realizzo i miei film nella più totale indipendenza. La troupe è composta da pochissime persone e sono sempre io - tranne rarissimi casi - a occuparmi sia della fotografia che delle riprese. Ho sempre il film in testa e, quando la sceneggiatura definitiva è pronta, scrivo lo shooting script, con tutte le inquadrature, i movimenti di macchina, ecc. Posso affermare che i miei film sono montati ancor prima di girarli. Chiaro che, alcune volte, modifico un po’ la scena in base alla location, senza comunque variare il linguaggio e, di conseguenza, ciò che si vuol comunicare in quel momento.

Come dirigi gli attori?

Non ho un metodo preciso, dipende dal film. In linea di massima, fornisco delle indicazioni base sui rispettivi personaggi e sul relativo cambiamento - se c’è - poi, scena per scena, mi limito a dare istruzioni del tipo “fai una pausa di qualche secondo”, oppure “dì la battuta più veloce”. Insomma, sul set, lavoro sul tono di recitazione.

Uno dei tuoi primi lavori è un horror - splatter fantastico, un corto intitolato Cappuccetto Rosso. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta di una favola horror - splatter tratta da un racconto contemporaneo che omaggia il cinema di genere italiano, in particolare il gotico anni Sessanta: Mario Bava, Riccardo Freda, Antonio Margheriti. Ci sono comunque anche contaminazioni di Lucio Fulci e Joe D’Amato.

Il primo lungometraggio, Una vita nel mistero, è un mix di suggestioni autoriali e cinema fantastico.

Si, ma preferisco dire che si tratta semplicemente di un film mistico-religioso che racconta la vera storia di un devoto di Padre Pio a cui sono successi eventi straordinari. Ho comunque cercato di mantenere un certo distacco e di raccontare la storia in maniera neutrale, in modo che ogni spettatore possa interpretare gli eventi in maniera soggettiva.

Il tuo film più riuscito resta Weekend tra amici, un lavoro complesso, minimalista e filosofico, ma ricco di eccessi gore e splatter. Un lavoro che ha ottenuto consensi critici e anche una minima distribuzione.

Si, è il mio miglior lavoro sotto tutti i punti di vista. La critica ne ha parlato generalmente in maniera positiva e il film otterrà una distribuzione in tv, dvd e home video grazie a Running Tv International. Direi che posso ritenermi molto soddisfatto del risultato raggiunto fino a questo momento.

Altri lavori minori sono Sophia e Unfacebok

Sophia è un corto di stampo thriller-fantasy girato in Svizzera per la Scuola Media Acquarossa: è stata una bellissima esperienza lavorare con ragazzi di 13-14 anni pieni di volontà. La storia rievoca certe atmosfere di Howard Phillips Lovecraft, anche se il tono del film è decisamente più soft. Unfacebook è il mio secondo lungo, sicuramente il meno riuscito della breve filmografia.

Stai preparando un progetto interessante, un vero e proprio omaggio al cinema di Ingmar Bergman. Dicci qualcosa di più...

Si tratta di una storia drammatica di formazione. Una partita a scacchi che il protagonista gioca - forse - con se stesso, una competizione interiore per superare cattivi ricordi adolescenziali. Direi che ho detto abbastanza...

Abbiamo l’impressione che sentiremo ancora parlare di questo giovane filmmaker pieno di speranze, talento e grande buona volontà. Se il suo maestro è Ingmar Bergman, può essere il giovane Lars von Trier del cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema
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Il periodico di Yoani

24 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Il periodico di Yoani

E' uscito il periodico di Yoani. Un folto gruppo di giornalisti e intellettuali si è affrettato a sottoscrivere un manifesto per appoggiare la nuova pubblicazione, ribattezzata 14ymedio, e per chiedere al governo cubano di "rispettare il diritto a esistere del quotidiano e di permetterne la diffusione". Gli intellettuali si sono premurati di aggiungere: "Chiediamo che la libertà di espressione non venga soffocata e che sia rispettato il diritto all'informazione dei cittadini". Nomi illustri firmano il manifesto: Lech Walesa, Mario Vargas Llosa, Carlos Alberto Montaner, Rosa Montero, Fidel Cano, Pedro Zambrano Lapenta, Arturo Ripstein e Martine Jacot, sono tra i più significativi della cultura ispanica diffusa nel mondo. Tutti sono convinti che "questa iniziativa contribuirà alla transizione pacifica del paese caraibico verso la democrazia". Sembra che nessuno di loro sappia che a Cuba il periodico verrà letto soltanto dalla Sicurezza di Stato (per controllarlo) e da pochi privilegiati, perché il cubano medio non possiede connessione Internet casalinga. Tanta ingenuità da parte di persone così geniali, spaventa e sconcerta.

Tra gli articoli contenuti nel primo numero troviamo la riunione dei vescovi cubani per analizzare il piano pastorale quinquennale, con la notizia che presto l'arcivescovo dell'Avana, Jaime Ortega Alamino, verrà sostituito. Certo non uno scoop, ma tant'è. Questo passa il convento. Nel giornale troviamo anche un reportage sulla violenza nella capitale cubana, inchiesta piuttosto parziale e faziosa, visto che L'Avana resta il paese più sicuro di tutta l'America Latina. Provare per credere! Consigliamo visite in Brasile, Venezuela, Nicaragua, Honduras, Uruguay, Cile... All'Avana mi sono permesso di vagare per le strade più buie a notte fonda senza che mi accadesse niente. Non avrei fatto altrettanto in molti paesi sudamericani. Il piatto forte del periodico sono i blog: Generación Y di Yoani Sánchez (fatevi avanti per tradurlo in italiano, ché il posto è vacante!), A pie y descalzos di Miriam Celaya e Víctor Ariel González e Orígenes (dal nome della rivista e storico gruppo letterario di Lezama Lima, curato da diversi autori). 14ymedio pubblica interviste (ai soliti noti), opinioni (a senso unico, proprio come il Granma), dibattiti (tra persone che la pensano tutte allo stesso modo, proprio come il Granma) e un inserto culturale (molto scarno per il momento). Abbiamo anche una sezione intitolata Fuegos Cruzados, dove si analizzano due punti di vista diversi. Nel primo articolo si parla di sanità. La domanda è: "La nostra sanità soffre per le missioni internazionali?". Le opinioni incrociate (e opposte) sono di Darsi Ferrer, medico cubano in esilio, e del Ministro della Salute Pubblica, Roberto Morales Ojeda. Interessante l'intervista allo scrittore blogger Ángel Santiesteban (Los hijos que nadie quiso), che riferisce: "Mi sento più libero di molti scrittori che sono per strada e che sono iscritti all'UNEAC (Unión de Escritores y Artistas de Cuba), pure se sono in carcere solo per aver scritto il mio pensiero su Cuba e sui suoi dirigenti". Ammesso che tutto questo sia vero, - la sola cosa comprovata è che Santiesteban è in galera dal 28 febbraio 2013 -, viene da chiedersi perché lui è stato imprigionato e Yoani Sanchez no. La blogger non è stata certo tenera con il governo cubano nei suoi viaggi all'estero e - se non vado errato - a Cuba esiste ancora un reato che si chiama propaganda controrivoluzionaria. Perché il codice penale non viene applicato nei confronti di Yoani? Si badi bene, nessuno se lo augura. Ci chiediamo solo il motivo di tale diversità di trattamento tra la blogger e altri dissidenti.

Fin qui il periodico con i suoi contenuti. Passiamo al lancio pubblicitario. Di prima mattina, Yoani Sánchez, non contenta del sostegno mondiale e dei nomi di spicco che appoggiano il giornale, ha denunciato un tentativo di blocco al periodico digitale. Secondo la sua - non comprovata - denuncia (su Twitter, chiaro! Va di moda anche in Italia, adesso...) la Sicurezza di Stato avrebbe bloccato l'accesso al periodico, deviando il traffico ad altro sito denominato Yoanislandia.com, che denuncia le attività controrivoluzionarie della blogger. Di sicuro il governo cubano renderà la vita difficile al periodico di Yoani, che se lo doveva attendere - e se l'aspettava, pure se finge un atteggiamento ingenuo - ma i mezzi ingenti che ci sono alle spalle del progetto 14ymedio comprendono anche le armi per la guerra telematica. Il periodico di Yoani non è assolutamente quel che vogliono contrabbandare i fondatori e certi giornalisti copiatori di veline (in Italia, su tutti, Repubblica!), non viene dalla base, dal popolo, ma da un gruppo elitario che gode di cospicui finanziamenti esteri. Mancava la voce di Jen Psaki - Dipartimento di Stato USA - per chiedere rispetto per la libertà di espressione a Cuba. Cosa che condividiamo. Il solo problema è che 14ymedio è una creatura del Dipartimento di Stato nordamericano e gode di ingenti capitali messi in campo dall'amministrazione statunitense. Mi faccio molte domande, in questo momento storico. Mi chiedo come mai tutti i grandi nomi che scendono in campo al fianco di Yoaninon sono presenti quando si pubblica un libro di uno scrittore cubano che denuncia identiche mancanze della Rivoluzione e quando escono sul mercato altri periodici. Non ci dimentichiamo che nel mondo cubano - scritti da esiliati e residenti sull'Isola - esistono: Café Fuerte, Diario De Cuba, Penultimos Dias, Cuba Debate... molte rivisteon line nate prima di 14ymedio. Non solo, molti scrittori cubani pubblicano nel mondo e in pochi ne parlano. In Italia, in questi giorni, dedicato a chi pensa che le mie idee sono cambiate, è uscita la mia traduzione di Caino contro Fidel - Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole, ultimo lavoro di Alejandro Torreguitart Ruiz. Perché non riscopriamo il più grande scrittore cubano del Novecento per capire i problemi della Rivoluzione Cubana, invece di rincorrere le gesta del più grande bluff del Duemila, costruito chissà dove e per chissà quali motivi insondabili? Le mie idee critiche sulla Rivoluzione Cubana sono le stesse di sempre, ma vado avanti da solo, perché il carro dove ero salito stava scricchiolando non poco.

Gordiano Lupi

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