filosofia
COSA FARE PER ESSERE INFELICI? Adriana Pedicini presenta Biagio O. Severini
Paul Watzlawick
Manuale per la ricerca dell’infelicità. Infelicità, mente e creatività. Rigidità mentale, caparbietà e coerenza. Il peso del passato. Autosuggestione. Tasse ed evasione fiscale. Effetto dopo sbornia. La felicità sta nella partenza, non nella meta. Il piacere umano è futuro. Le illusioni delle alternative e la pazzia. Il pessimismo moralistico. Comunicazione e infelicità: Amore e spontaneità. Schopenhauer, l’amore e la compassione. La sublimazione della libìdo. Donne facili, prostitute e omosex. La collusione. Il latin lover.
Professor Watzlawick, lei ha voluto sottolineare l’importanza della conoscenza delle istruzioni per rendersi infelici. Come se gli uomini avessero bisogno di un aiuto o di una consulenza psicologica per diventare degli esseri infelici, per vivere una vita all’insegna dell’infelicità. Già naturalmente noi uomini siamo infelici. Il nostro scopo, le nostre energie psichiche dovremmo utilizzarle, invece, per combattere l’infelicità, o per attenuarla e, quindi, migliorare il nostro modo di vivere, durante l’arco di tempo, più o meno lungo, che intercorre tra la nascita e la morte. Lei, invece, ci vuole fornire un manuale, del tipo di quelli scolastici, con i precetti da seguire per diventare bravi ricercatori delle occasioni più succulenti per riempirci di infelicità. Non è strana la sua tesi? Eppure, psicologi e psichiatri si affannano a farci arrivare pubblicazioni di ogni tipo per orientare il nostro comportamento verso la felicità.
Guardi che nel corso della vita effettivamente tutti possono essere infelici per disgrazie varie. Quello che va imparato è, invece, il rendersi infelici. Per rendersi infelici non basta una sventura personale. E’ necessario impegnarsi a fondo. Purtroppo, in questa direzione non ci aiuta la letteratura psicologica e psichiatrica, perché pochi autori e studiosi si sono dedicati a fornirci delle indicazioni o delle informazioni utili e pertinenti su tale questione. Questi autori, anche se pochi, sono eccellenti. Io voglio solo aggiungere una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità.
D’altra parte, l’infelicità ci è dolorosamente necessaria. L’infelicità, se ben si riflette, è la materia delle grandi creazioni artistiche. La letteratura mondiale si nutre di catastrofi, crimini, colpe, follie, tragedie, disgrazie. Si pensi all’ “Inferno” di Dante che è di gran lunga più geniale del suo “Paradiso”; al “Paradiso riconquistato” di Milton che è del tutto insipido nei confronti del “Paradiso perduto” ; del “Faust I” di Goethe che ci commuove fino alle lacrime, mentre il “Faust II” fa sbadigliare.
Mi scusi, ma per secoli ci hanno fatto credere che lo scopo della vita doveva essere la felicità. Certo, sotto specie diverse, di volta in volta la vita etica, la vita contemplativa, l’assenza di turbamenti e di passioni, la vita ultraterrena, il nirvana o altre cose simili. Ma sempre alla ricerca della felicità. Ora, ci domandiamo, a costo di sembrare ingenui, che cosa è la felicità?
Le rispondo subito che il concetto di felicità non è definibile. Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni sulla vita felice e così anche Agostino.
Quindi, l’uomo è condannato ad essere infelice, a non avere un attimo di respiro in questa infelicità quotidiana, predeterminata, definitiva?
A tal proposito voglio ricordare le parole tratte dai “Demoni” di Dostoevskij: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.
In sostanza, dobbiamo capire che “noi” siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura della nostra felicità.
Ma come si fa ad accusare l’uomo, gli uomini di essere gli autori della propria infelicità? Essa non dipende dal destino, da una forza superiore, misteriosa, imperscrutabile, o dalla convivenza con gli altri? Come facciamo a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?
La strada per l’infelicità ce la mostrano continuamente le massime del buon senso, della sensibilità popolare o, addirittura, ci viene indicata dall’istinto. D’altra parte, ricordiamoci che prima di tutto l’infelicità ce la possiamo creare nel chiuso della nostra mente.
Un esempio concreto?
Si pensi alla massima fondamentale della vita di ciascuno di noi: c’è un unico punto di vista valido e questo è il mio. Chi è convinto di ciò rimane fedele a se stesso, ai suoi principi e non è disposto a nessun compromesso; rifiuta continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso; il duro e puro in questo senso rifiuta anche un consiglio che oggettivamente sarebbe vantaggioso per lui. Egli, in nome di una coerenza eroica, rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione, in quanto raccomandazione fatta a se stesso. Chi agisce alla luce di questa convinzione, conclude che il mondo sta andando in rovina.
In questo caso che fare?
Tenere presente l’aurea massima degli antichi romani: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” , il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.
Mi permetta di aggiungere che la coerenza come fedeltà ad una teoria o una visione del mondo non deve trasformarsi in cocciutaggine, caparbietà, cecità mentale fino alla negazione di qualsiasi evidenza. Ma bisogna essere capaci di valutare razionalmente sia gli obiettivi, sia i mezzi, sia i principi alla luce del nuovo, se il nuovo è più consono alla vita socio-ambientale.
Certo.
Si dice che il fluire del tempo effettivamente guarisce le ferite psichiche, lenisce il dolore per la perdita di una persona cara, per l’abbandono di un’ innamorata o di un innamorato, perché subentra l’oblio che avvolge tutto il passato nella nebbia della dimenticanza. Eppure c’è chi si ostina a voler ricordare tutti gli avvenimenti più dolorosi degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, quasi a voler far rivivere le sofferenze, dimenticando di proposito qualche avvenimento bello.
Purtroppo, è così. C’è chi si ostina a ricordare la propria infanzia e pubertà con crudo realismo, come periodo dell’insicurezza, del dolore del mondo e dell’ansia per il futuro e non rimpiange di quei lunghi anni neppure un giorno di felicità.
Anche in amore l’aspirante all’infelicità per eccellenza non si convince e non si lascia convincere che in fondo quella relazione fosse da tempo mortalmente malata, anzi che troppo spesso si era chiesto in qual modo avesse potuto fuggire da quell’inferno. No, per lui la separazione non è il male peggiore. Allora si isola dalla vita sociale e aspetta al telefono che l’amata perduta gli comunichi il suo ritorno, cosa che non avverrà mai.
Questo guardare al passato, questo camminare con la testa rivolta all’indietro, ci impedisce, quindi, di dedicarci al presente e di constatare che, se ci soffermiamo sui particolari attuali, possiamo anche scorgere qualche occasionale non-infelicità. Ma questa probabilità deve essere assolutamente esclusa dalla mente del votato all’infelicità: il passato è sempre presente e condiziona giornalmente la sua vita! Non è così?
Sicuro. Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter forse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità...
Mi perdoni, se l’interrompo, ma teorie, tecniche e terapie psicologiche famose – si pensi alla psicoanalisi – sostengono che la personalità presente è frutto del vissuto, del passato di ognuno di noi.
Qualsiasi testo di psicologia ci dice, infatti, quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accaduta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà ( e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche.
A questo punto, le domando: se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria, si potrebbe non dico rompere, ma almeno scalfire questo legame con il passato e aprirsi al presente e al futuro?
La persona esperta di infelicità, in caso di una gioia non voluta e improvvisa, direbbe : “ora è troppo tardi, ora non la voglio più”, oppure renderebbe il passato responsabile anche del “bene”, a tutto vantaggio della presente infelicità.
Ricordo la frase pronunciata da un lavoratore del porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciarono questa città: “ Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!”
Oltre alla forza maggiore, esistono, quindi, anche adattamenti e comportamenti ai quali gli individui votati all’infelicità sono attaccati saldamente come la cozza allo scoglio. E questo è segno di rigidità mentale, di incapacità di flessibilità logica, di mancanza di ristrutturazione del campo visivo e di “insight”, di illuminazione geniale innovativa.
Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare gli adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Per cui si continua a utilizzare la stessa soluzione del passato, con il risultato di non trovare “ora” la via di uscita dalla situazione problematica, il che genera disagio.
Non si capisce che le situazioni mutano con il passare del tempo. Anzi, l’aspirante all’infelicità è convinto che esista un’unica soluzione e che questa, in quanto unica, non può mai essere messa in discussione.
Allora, ognuno di noi è autore della propria infelicità, e questa infelicità se la crea rifiutando l’evidenza della ragione e dell’esperienza, che gli farebbero trovare una luce di ottimismo nel mare magnum del pessimismo. E’ così che ci creiamo l’infelicità, con l’autosuggestione?
Prendiamo ad esempio, un innamorato che sia convinto di amare follemente una donna, ma che non abbia mai fatto capire a questa di ardere di passione per lei. Poi, all’improvviso chiede alla donna, inconsapevole, di sposarlo. La donna manifesta sorpresa, e quasi sconcerto. L’innamorato autosuggestionato, allora, di fronte a queste reazioni, conclude che aveva ragione lui, che aveva accordato la sua benevolenza a chi non se la meritava.
Altri esempi molto comuni. Ogni semaforo, in luoghi diversi, diventa rosso ogni volta che voi vi avvicinate. La fila che scegliete è sempre la più lunga. La ragione vi porterebbe a pensare che la frequenza con cui trovate il verde o il rosso è quasi la stessa. Ma voi, incalliti pessimisti, respingete questa probabilità. Vi convincete, invece, che oscure potenze superiori si accaniscono contro di voi. Questa consapevolezza vi rende possibili ulteriori, importanti scoperte, perché ora il vostro sguardo è pronto a cogliere connessioni sorprendenti, che sfuggono invece alle ottuse e inesperte intelligenze normali! Gli uomini comuni tendono a minimizzare le situazioni. Voi no, voi notate dappertutto le insolite e misteriose connessioni della vita quotidiana! E gli amici che si sforzano di dimostrarvi che non ogni cosa è dannosa per voi, ebbene questi amici sono ipocriti!
Ogni cittadino può riuscire, attraverso questo speciale “training” mentale, a crearsi una situazione penosa e soffrirne, senza sapere di esserne l’autore.
Come si può uscire da questa situazione?
Bisogna affrontare il problema non solo mentalmente, ma facendo ricorso anche alla verifica pratica.
Molti adottano un’altra soluzione: rifiutano o scansano una situazione temuta. Essi, ad esempio, fanno il calcolo dei rischi a cui si va incontro, compiendo una determinata azione, ed evitano quella o quelle azioni. Ma quante e quali sono le situazioni pericolose che si devono evitare o accettare? Andare in aereo? Andare in auto? Andare a piedi? Rimanere in casa? Non alzarsi dal letto? Non mangiare i cibi provenienti da terreni inquinati? Non mangiare cibi grassi? Ognuna di questi comportamenti presenta, però, dei rischi. Allora, che fare?
Bisogna abituarsi ad applicare il sano buon senso a un problema settoriale e accontentarci di successi parziali.
Se ho ben capito, significa evitare gli eccessi, ricorrendo a soluzioni razionali, come mangiare per nutrirsi, senza “abboffarsi”, rimpinzarsi (se si tratta di bulimia, allora è una situazione patologica), ma anche senza rifiutare del tutto il cibo (in tal caso si tratta di anoressia, altro aspetto patologico); o valutare, in generale, il rapporto costo-benefici di ogni azione. L’uso della ragione ci deve tenere anche lontani dall’astrologia. Ma quando l’oroscopo ci predice un incidente, un incontro amoroso, una vincita al lotto e l’evento si avvera, noi ci convinciamo che l’astrologia è credibile. Allora, la profezia che si avvera fa parte del mondo culturale dell’aspirante all’infelicità?
Le profezie che si realizzano da sé fanno parte anche del contesto sociale. Si pensi alla questione dell’aumento delle tasse. Quanto più in un paese vengono aumentate le tasse per compensare l’evasione fiscale dei contribuenti, ritenuti ovviamente disonesti, tanto più vengono indotti a questo reato anche i cittadini onesti e, quindi, aumenta l’evasione fiscale.
La mia personale opinione, a tal proposito, è che bisogna, di conseguenza, non aumentare le tasse dei contribuenti onesti, ma combattere l’evasione fiscale con mezzi efficienti e radicali. E si può fare. Il problema è che non lo si vuol fare politicamente.
Concordo pienamente!
Lei parla di un effetto “doposbornia”. Ci vuole chiarire il significato di questo fenomeno?
L’esperto in infelicità conosce bene l’effetto “doposbornia”. Ossia, lo scopo non ancora raggiunto è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Nella partenza sta la felicità, non nella meta. Ogni realtà annienta il sogno. Il “Seduttore” di Hermann Hesse dice: “Resisti, bella donna, rendi più severe le tue vesti! Incanta, tormenta, ma non concederti a me!” Anche la “vendetta è amara”, come scrive George Orwell. L’isola della felicità di Thomas More si chiama “Utopia” che, guarda caso, significa “in nessun luogo”.
A proposito di felicità che sta nell’attesa, mi permetta di ricordare il nostro grande Giacomo Leopardi che, nello “Zibaldone”, sostiene: “Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà”. Ed esprime poeticamente questa riflessione nel “Sabato del villaggio”(l’attesa del dì di festa). Fino ad ora, comunque, ci siamo occupati solo dell’infelicità autosufficiente. Vogliamo, ora, affrontarla anche nel campo dei rapporti sociali?
Bene. Diciamo subito che gli aspiranti all’infelicità usano la tecnica delle “illusioni delle alternative” per complicare i rapporti umani. Questo meccanismo consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra. Lo schema è questo: se egli fa A, avrebbe dovuto fare B; se fa B, avrebbe dovuto fare A. Regaliamo a nostro figlio due camicie sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardandolo con aria avvilita, diciamo:”L’altra non ti piace?”
E’ un meccanismo usato molto bene dai giovani nei confronti dei genitori!
Certo. Nel vago periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta, riesce loro facile esigere dai genitori quel riconoscimento e quelle libertà che spettano a un giovane. Ma quando si tratta di doveri sanno sempre nascondersi dietro il pretesto di essere giovani. E quando il padre o la madre ammettono a denti stretti che era meglio non avere figli, passano facilmente per dei genitori snaturati.
Negli istituti psichiatrici, ad esempio, si lascia libero il paziente di partecipare o no alle sedute di gruppo. Se rifiuta, è manifestazione di resistenza, come tale patologica. Se partecipa “spontaneamente” riconosce di essere ammalato e di aver bisogno della terapia. Inoltre, se chiede chiarimenti su quello che gli altri pensano della sua pazzia, gli viene risposto :“ Se tu non fossi pazzo, sapresti che cosa pensiamo”. Se mette in discussione la sua malattia, viene giudicato ancora più pazzo. Se accetta la sua condizione in silenzio, dimostra di essere pazzo e gli altri hanno ragione a definirlo tale.
Con questa tecnica non solo si dimostra la propria normalità, ma si spinge l’altro in una disperazione estrema.
Lei parla di una felicità con significato negativo. Ci vuole spiegare questo aspetto?
I sostenitori del pessimismo moralistico, appartenenti all’ordine dei puritani, sostengono:”Puoi fare quello che vuoi, basta che non sia piacevole.” Per loro, anche se un giorno scoppiasse la felicità nel mondo intero, ci sarebbe sempre da tener presente che “Cristo è morto sulla croce!”
Anche la comunicazione tra persone, siano pure intimamente in rapporto tra loro, può causare incomprensione e, quindi, infelicità. Tra marito e moglie, genitori e figli, innamorati, amici, parenti. Riprendendo riflessioni di Bertrand Russel e di Gregory Bateson, lei sottolinea che ogni comunicazione presenta sia un livello oggettivo che un livello relazionale. La proposizione “questa rosa è rossa” indica oggettività; “questa rosa è più rossa dell’altra” indica relazione. La moglie chiede al marito: “Ti piace questa minestra nuova preparata appositamente per te?”Il marito può rispondere “No” se la trova disgustosa (livello oggettivo); o rispondere “Sì”, per non offendere la moglie (livello relazionale). In quest’ultimo caso, però, il marito corre il rischio di vedersi preparare quella minestra per decenni. Come rispondere in questo caso, per salvare capra e cavoli?
I puristi della comunicazione sostengono che la risposta giusta dovrebbe essere:”La minestra non mi piace, ma ti sono molto grato per la fatica che hai fatto”. La moglie sarebbe contentissima? Provare per credere.
Un’altra difficoltà nella comunicazione è rappresentata dal paradosso dell’esortazione: “Sii spontaneo!”. Come giustamente fa notare anche lei, per la logica formale – di aristotelica memoria – costrizione e spontaneità si escludono: o si agisce spontaneamente di propria iniziativa, o si esegue un ordine. “A o è B o è non-B. Tertium non datur”.
Ma che ci importa della logica? Se posso scrivere “Sii spontaneo”, posso anche dirlo, che sia logico o no. Il problema nasce quando il destinatario dell’esortazione deve eseguire il comando. Compie l’azione, perché la desidera lui, o compie l’azione contro voglia, solo per accontentare l’esortatore? Lo stesso ragionamento vale per l’esortazione “Sii felice”, o per “Mi devi amare spontaneamente”, e per tante altre paradossali sofisticherie.
A proposito del sentimento dell’amore, a prima vista sembra una cosa semplice, facilmente comprensibile, dolce nei momenti di profonda intimità, quando non si ragiona, anzi non si parla, ma si agisce solo. Quando s’incomincia a ragionare e a parlare sul significato del rapporto, le cose si complicano, per via della comunicazione nel suo livello relazionale. Ossia, quando il partner si pone le domande “Perché mi ama?”, “Perché mi si dona?”, “Perché non chiede di sposarmi?” e simili , allora l’armonia dei corpi e degli spiriti incomincia ad incrinarsi, perché elementi razionali penetrano nell’unione psicofisica spontanea e la trasformano in relazione doverosa, in cui i partner devono assumersi responsabilità, impegni per il futuro, facendo progetti e programmando la vita. E si perde, quindi, la spontaneità dell’amore. Che fare?
In primo luogo, non cercate mai di sapere troppo dal partner sul perché vi ama, ma chiedetelo a voi stessi. Il partner potrebbe non saper rispondere o dirvi un motivo per voi insignificante; inoltre, egli avrà pure un secondo fine che certamente non rivelerà a voi.
C’è un aspetto particolare che voglio discutere con lei. Molti, o alcuni uomini – intendo maschi – hanno, avevano la concezione che la donna che si concede, proprio per questo, non merita più la loro stima.
E’ vero. Questa concezione, nobile soltanto in apparenza, è molto diffusa in un paese dell’Europa meridionale. L’innamorato disprezza la donna che gli si concede, perché una donna onorata non avrebbe fatto “questo”. In questo stesso paese esiste il detto secondo cui “tutte le donne sono puttane, tranne mia madre: lei è una santa”.
Questo per il figlio. Per amore di completezza, professore Watzlawick, ci sarebbe da aggiungere che il ruolo di fratello e di marito porta a precisare:”Tranne mia sorella e mia moglie!”
Ma c’è anche chi non ha nessuna stima di sé e si ritiene non degno di essere amato.
E’ questo il caso di chi non si ritiene meritevole di amore ed è portato a gettare discredito sulla persona che lo ama. Ella ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore: sarà masochista, sarà nevrotica, sarà morbosamente attratta per ciò che è abietto, sarà, insomma, una persona, di sicuro, patologicamente disturbata.
L’irriducibile sostenitore dell’infelicità troverà, dunque, di che alimentarsi in queste singolari e insolubili complicazioni dell’amore. Egli – come lei afferma - troverà aspetti miserevoli nel comportamento delle persone innamorate: “si dice innamorata di me, perché vuole che io la sposi!”; sia nell’amore in quanto tale. A proposito di quest’ultimo aspetto, mi permetta di ricordare la concezione pessimistica che dell’amore aveva Arthur Schopenhauer:“l’amore è nient’altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara…Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale…Se la passione del Petrarca ( per Laura) fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito…” Che cosa possiamo, dunque, consigliare a questo eroe dell’infelicità?
Egli dovrà innamorarsi disperatamente di una persona sposata, di un prete, di una stella del cinema o di una cantante d’opera. In questo modo viaggerà fiducioso e lieto, senza mai arrivare, e, inoltre, si risparmierà il disinganno nel dover constatare che l’altro è eventualmente del tutto disponibile a iniziare una relazione – cosa questa che gli farebbe perdere subito ogni attrattiva.
Lo stesso Schopenhauer, però, afferma che esiste un amore da elogiare ed è quello della pietà, della compassione. L’eros, essendo egoistico e interessato, è un falso amore; ogni puro e sincero amore è pietà, è agàpe, che è disinteressato. Anche lei afferma che l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e trova in se stesso la propria ricompensa. Che cosa può obiettare sulla nobiltà della compassione, dell’amore disinteressato per gli altri l’incallito votato all’infelicità?
La forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo. Egli pensa: “Mi comporto così perché voglio meritarmi il paradiso, perché voglio essere ammirato ed elogiato, per curare eventuali disinganni? E’ così semplice smascherare il marciume del mondo!
Certo che la letteratura psicoanalitica dà un notevole contributo al pessimista ad ogni costo, allorquando parla di “sublimazione della libìdo”. I casi li ricorda perfettamente lei: il ginecologo è un voyer; il chirurgo è un sadico mascherato; lo psichiatra vuol fare la parte di Dio; il coraggioso pompiere è in realtà un piromane represso; l’eroico soldato sfoga il suo inconscio impulso suicida, il suo istinto di morte; il poliziotto si occupa dei delitti degli altri per non diventare egli stesso un criminale; il famoso detective ha un malcelato atteggiamento paranoide. E si possono aggiungere i casi del figlio o della figlia che non si sposa per accudire la madre o il padre e che sotto l’amore filiale nasconde il complesso di Edipo o di Elettra, ossia l’amore inconscio per la madre o per il padre; o di chi si vota alla castità per il timore, sempre inconscio, di essere castrato; per l’ignoranza dell’anatomia e fisiologia femminile ( la convinzione della donna bambola, senza sesso) o di quella maschile ( la convinzione dell’uomo bambolotto, senza sesso); o per l’ossessione di commettere atti immondi.
Anche la persona soccorrevole può con il suo comportamento far naufragare un rapporto?
Certo. Immaginiamoci soltanto un rapporto a due fondato principalmente sull’aiuto che uno dei partner dà all’altro. Questo rapporto può fallire o riuscire (anche qui “tertium non datur”). Se fallisce, alla fine la delusione porterà il soccorritore ad abbandonare. Se riesce, il soccorritore abbandonerà lo stesso, perché non è più necessario il suo aiuto . Il rapporto comunque si spezzerà.
Mi pare che soprattutto nelle donne si riscontra questa tendenza a convertire i reietti in modelli di virtù!
Ci sono donne, infatti, che per potersi sacrificare hanno bisogno di uomini problematici e deboli: bevitori, criminali, giocatori. Per realizzare il loro potenziale di infelicità, esse si impegnano a fondo con amore e soccorrevolezza, incuranti dei comportamenti sempre uguali degli uomini. Per questo tipo di donna non va bene un uomo relativamente indipendente, perché egli non avrebbe bisogno di aiuto costante. Per lei non va bene il principio che una mano lava l’altra. L’uomo deve essere sempre debole e bisognoso di essere redento.
E, quindi, non si dovrà mai arrivare alla redenzione, altrimenti lo scopo finisce e il rapporto si rompe. Viaggiare, dunque, ma mai arrivare alla meta!
Lei afferma che nella teoria della comunicazione questo modello si chiama “collusione”. Ce ne vuole spiegare il significato?
Immaginiamoci una madre senza figlio, un medico senza ammalati, un capo senza Stato. Sarebbero soltanto ombre, uomini provvisori. Ognuno di noi ha un’immagine di se stesso e nel rapporto con il partner tendiamo a farci confermare e ratificare tale immagine. Solo attraverso quel partner che svolge nei nostri confronti un tale ruolo, noi siamo “veramente”; senza di lui siamo abbandonati ai nostri sogni, e i sogni, si sa, sono bolle di sapone.
Per semplificare, il masochista ha bisogno del sadico. Ma anche il giudice ha bisogno dei delinquenti, così come lo psichiatra ha bisogno dei pazzi, lo psicologo dei disturbati psichici, e così via.
E’ così. Anche l’altro partner si adatta al ruolo, proprio perché egli stesso per esistere “veramente” vuole svolgere quel ruolo. Ogni rapporto di collusione finisce immancabilmente nell’assurdità del “Sii spontaneo!”
Possiamo pensare al rapporto di un cliente con una prostituta!
Il cliente desidera naturalmente che la donna gli si dia non soltanto per i soldi, ma anche perché lo vuole “veramente”. La cortigiana di talento riesce benissimo a suscitare e a mantenere questa illusione. Praticanti dotate di meno abilità falliscono, perché portano il cliente al disinganno, al “doposbornia”. Anche nelle relazioni omosessuali esiste il pericolo del disinganno, perché il desiderio è quello di avere un rapporto con un uomo “vero”, ma purtroppo si constata che l’altro, a sua volta, è “soltanto” un omosessuale.
Il disinganno può verificarsi anche nel comportamento del “latin lover”?
Certo, se si pensa che i comportamenti delle donne in America latina, negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Europa sono diversi e sono cambiati nel corso dei decenni. Il “latin lover” che fosse convinto di ottenere sempre successo con lo stesso comportamento, si troverebbe ben presto a fare i conti con il disinganno, perché non troverebbe sempre la donna giusta pronta ad adattarsi alle sue esigenze.
Questa considerazione si può estendere anche al comportamento nostro nei confronti degli stranieri e degli stranieri nei confronti del paese ospitante. Nessuno può lasciarsi guidare dai pregiudizi, perché, se lo fa, cade in comportamenti insensati, stupidi.
Quasi tutti noi ci comportiamo, lasciandoci guidare dal presupposto che il nostro mondo “è” il vero mondo; insensati, falsi, illusori, stravaganti sono i mondi degli altri. Se siamo ostinatamente convinti che noi abbiamo ragione e gli altri sempre torto, le tensioni tra locali e stranieri non si attenueranno mai, anzi aumenteranno di intensità. Anche nel rapporto tra partner bisogna smettere di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non essere battuti. In questo modo si può vincere insieme e si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, che è la vita.
Come possiamo chiudere questa conversazione?
Con le stesse parole dell’inizio. Un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij dice: “Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Soltanto per questo…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”
Grazie per la cortesia.
Biagio Osvaldo Severini
( Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, Feltrinelli. Il professore è morto nel 2007 all’età di 85 anni)
Moreno Montanari, "La filosofia come cura"
La filosofia come cura
Di Moreno Montanari
Mursia, 2012
pp. 162
14,00
La nuova collana Tracce Mursia favorisce un approccio discendente alla filosofia, un calarsi della speculazione verso l’individuo, aiutandolo nella sua vita quotidiana. Il saggio di Moreno Montanari, “La filosofia come cura”, è un excursus sul pensiero filosofico, con particolare attenzione per i filosofi di contenuto psicanalitico e per le filosofie orientali, in una sorta di “fusion”, fra Hegel, Nietzsche e le pratiche di meditazione, il tutto integrato in senso olistico. Il testo si situa all’interno dell’odierno orientamento antinegativo, ribaltandolo.
L’immagine che oggi siamo obbligati a dare di noi è quella di persone positive, solari, sane, benestanti e sempre felici. Ogni sofferenza, ogni riflessione sulla morte e sulla malattia, sull’utilità o meno della vita, devono essere occultate, rimosse, bandite, altrimenti si è negativi, si attira il male, si porta male agli altri. Essere infelici non è più in voga, l’uso di antidepressivi è aumentato in modo esponenziale, chiunque provi emozioni difficili da gestire, chiunque abbia subito un lutto, prende una pasticca salvifica, come se piangere un morto non fosse più naturale. E non solo si ricorre ai farmaci per gravi depressioni postraumatiche, ma anche per piccoli disagi, come il non aver voglia di studiare o sentirsi giù di corda durante le festività.
Si hanno tre approcci alla sofferenza: quello medico, che considera il male come prodotto organico e lo cura con i farmaci medicalizzando ogni aspetto della realtà, quello psicosomatico, che lo cura con la psicanalisi, e quello scelto da Moreno, cioè il filosofico.
Sin dai tempi di Eraclito, la filosofia ci esorta a non giudicare, a non sentenziare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che va mantenuto e ciò che va estirpato. Anche il male, come ogni altro elemento, fa parte del tutto, in una visione olistica. La sofferenza non è figlia del peccato né è malattia, ma una risorsa da non trascurare o rimuovere. Moreno Montanari ci spinge a rivalutare il negativo e il dolore come straordinari stimoli al raggiungimento di un sé più autentico. Star male anche psicologicamente, aiuta a rafforzarsi, a reagire, a sopportare, che non vuol dire soffrire inutilmente o idealizzare il dolore.
“L’esperienza della sofferenza, per quanto dolorosa possa essere, reca infatti con sé la possibilità di attivare forze, qualità, riflessioni e sentimenti che diversamente non conosceremmo né attiveremmo mai.” (pag. 30)
Montanari parla di iatrogenesi della malattia. È il medico a stabilire che siamo malati o depressi trasformando problemi esistenziali ed umani in patologie da curare con le medicine, togliendo al paziente la responsabilità della sua vita, rendendolo dipendente da figure esterne.
Il saggio affronta il problema della sofferenza dal punto di vista ermeneutico. La sofferenza crea angoscia, angst, e l’angoscia è la spinta, la chiamata, che permette un’interrogazione sullo stile di vita, volta al raggiungimento di un io più vero. L’autenticità, si badi, non è intrinseca al soggetto o innata, ma un modo di porsi nella realtà e con gli altri, un modo, insomma, di vivere.
“L’autenticità non è solo il frutto della consapevolezza che si guadagna interrogandosi sul proprio modo di essere al mondo, ma anche l’effetto della decisione di appropriarsi delle proprie possibilità d’essere, progettandole a partire dalle nostre peculiarità più proprie, ovvero da ciò che più ci caratterizza.” (pag.26)
Heidegger parla di sé contrapposto al si passivo. Non essere autentici significa adattarci agli obblighi del si passivo, per debolezza e per incapacità di assumerci la responsabilità di ciò che davvero siamo, adagiandoci in un comodo conformismo senza prenderci davvero cura di noi stessi, come la filosofia insegna a fare.
Le filosofie orientali - il buddismo in particolare - costituiscono un grande aiuto in questo processo di presa in carico e cura di noi stessi, se non le si considera come religioni, né come filosofie, ma piuttosto come vere e proprie psicoterapie.
Il buddismo ritiene disagio e dolore come qualcosa da esperire perché è nell’esperienza stessa che sta il mezzo per superarla, in una parola, il viaggio è già la meta e il male va sentito, attraversato, non allontanato.
“Non dovremo considerare i disagi, emotivi e fisici, le preoccupazioni, le paure e le sofferenze di cui faremo esperienza come ostacoli da evitare lungo il sentiero che conduce al superamento della sofferenza perché essi stessi costituiscono invero il sentiero.” (pag 32)
Sulla strada della conoscenza di sé sono controproducenti l’isolamento e l’individualismo. Solo il confronto con l’altro ci rivela a noi stessi e mette in evidenza la reale portata di qualità che ci immaginavamo solo di possedere. Uscire da noi stessi ci fa vedere come gli altri ci vedono e non con quell’identità falsa che ci siamo costruiti, il “falso sé”.
“Il soggetto che si sente esasperatamente manchevole, si dota, ma solo immaginariamente, di qualità che vorrebbe avere perché le riconosce come vincenti. Sotto questa spinta l’individuo può addirittura arrivare a convincersi di possedere realmente quelle qualità che ha solo immaginato. […]Così, allorché ci si trovi a rendere direttamente conto di tali presunte qualità in occasioni pubbliche (durante le interrogazioni a scuola o all’università, in determinate prove al lavoro, nel confronto amoroso ecc) si resta schiacciati dal timore del giudizio degli altri e dalla preoccupazione per la difficoltà e l’importanza, assolutamente spropositata, che la prova assume ai nostri occhi e, terrorizzati dalla paura di non avere affatto quelle qualità che ci s’illudeva di possedere, si rischia di restare bloccati, di desistere dall’affrontare la prova o di cadere nel panico.” (pag. 44)
Oggi si è depressi non più per senso di colpa ma per senso di inadeguatezza. L’uomo naturalmente tende alla completezza ed enfatizza l’importanza di ciò che gli manca rispetto a ciò che ha. Lacan ha addirittura ipotizzato che l’uomo cerchi solo in maniera fittizia di realizzare il proprio desiderio ma in realtà lavori per mantenerlo. È utile un ridimensionamento dei desideri alla luce di quanto effettivamente è alla nostra portata, imparando ad apprezzare ciò che abbiamo già e a convivere con ciò che ci manca. Il vuoto non produrrà più allora horror vacui ma sarà un nulla privato delle sue qualità negative, un nulla positivo, il veicolo per condurci da una realtà soggettiva, pensata e individualistica, alla realtà vera, e a noi stessi nella nostra autenticità.
La meditazione ci viene in soccorso, allenandoci alla sospensione del giudizio, ed è una pratica che va sempre riconquistata con l’allenamento. La respirazione aiuta a rilassarsi e ad agire sui nostri pensieri e le nostre emozioni. Le difficoltà che incontriamo nella meditazione costituiscono esse stesse il sentiero verso la realizzazione.
Il nostro carattere è il nostro destino, sebbene il futuro non dipenda esclusivamente da noi perché alla sua concretizzazione concorrono molte variabili esterne. Cercando di controllare il nostro mondo per renderlo comodo e sicuro, lo restringiamo finendo per vivere un surrogato di vita. L’abitudine non è di per sé dannosa, lo è semmai l’inconsapevolezza che la accompagna. Conoscere le nostre abitudini e ciò che le provoca vuol dire conoscere se stessi.
Conoscere se stessi significa valorizzare i propri talenti senza rincorrere quelli che non ci sono propri. Imparare a decidere è la cosa più difficile e la si ottiene solo con l’abitudine a farlo, smettendo di delegare agli altri la responsabilità del nostro destino. La crisi odierna dei valori e dei riferimenti ci costringe a decidere senza un ordine esterno condiviso e questo ci spaventa, non lo viviamo come libertà ma piuttosto come schiacciante responsabilità. L’uomo nietzschiano è stremato dal suo essere sovrano di se stesso, dalla sua sovramoralità.
Nella vita tutto è possibile ed è facile che le nostre aspettative non si realizzino. Invece di tendere ad un’irraggiungibile perfezione, meglio familiarizzare con l’incertezza, con la possibilità del fallimento, della malattia, della morte. Si è autentici solo se si è consapevoli della nostra indeterminatezza e caducità. Le illusioni aiutano, ma è solo il confronto con la scomoda realtà che ci rende veri. Non si può rimanere fermi a ciò che si è senza cercare di migliorarci ma nemmeno volersi del tutto diversi, pena la depressione, il senso d’insufficienza e d’inidoneità. Noi siamo ciò che crediamo di essere ma anche ciò che non sappiamo di essere, in una continua oscillazione fra io ideale e io reale.
“È nella vita e non nell’ideale che si realizza la nostra identità”. (pag. 74)
Non dobbiamo quindi conformarci a un ideale autoimposto o imposto dall’esterno ma adattarci alla vita che scorre, che ci vuole sempre diversi, che è imprevedibile e che non si lascia controllare da noi.
Anche il passato va rivisto, poiché, se non lo si può cambiare, si può però considerare ciò che è stato in modo diverso, modificando l’influenza degli eventi su di noi, superando i sensi di colpa, comprendendo che noi siamo come siamo proprio grazie a ciò che abbiamo vissuto.
“Siamo l’esito di quanto abbiamo vissuto, siamo ciò che ci è accaduto e il modo in cui lo abbiamo elaborato: il nostro presente comprende tutto il nostro passato e ogni volta che diciamo di sì ad un solo istante della nostra vita la riaffermiamo nella sua interezza.” (pag. 90)
In conclusione al suo saggio, Montanari si sofferma sul suo filosofo preferito, Nietzsche, concentrandosi sul concetto di nichilismo. La nostra è una società in cui Dio è morto, i valori hanno carattere umano e storico e ci siamo accorti che la vita non ha alcun senso. Questo però non deve indurci a una forma di nichilismo passivo, bensì al suo contrario, al nichilismo attivo. La vita non ha senso, è vero, ma non per questo non è bella. La vita ha valore così com’è, solo perché è vita, non ha bisogno di un senso, di un fine, di una trascendenza che la ordini e la muova. Vivere è già il meglio che ci sia, al di là del bene e del male, e senza mettere l’uomo al centro delle cose, bensì in armonia con la biosfera.
Secondo Montanari, l’unica possibilità di dare senso all’esistenza è la comunione con gli altri. Solo se anche gli altri vedono ciò che noi vediamo e odono ciò che noi udiamo, possiamo essere certi dell’esistenza del mondo e di noi stessi.
Tutto ciò che nasce è destinato a morire, spesso senza preavviso. Agli occidentali viene insegnato a negare la morte, a considerarla un tabù impronunciabile. Ma la morte deve essere oggetto di meditazione, poiché solo pensandola, solo mettendoci nei panni di chi sta per morire, si può dare valore alla vita, apprezzarla, non sprecarla, mirando all’ascesi, alla cura di sé, alla liquidazione di ogni alibi per la propria condizione. In questo modo la morte non ci terrorizzerà, non tanto nel suo processo cruento, quanto per lo strazio di una vita che finisce senza essere mai stata vissuta.
“È uno sbaglio lasciar consumare le ore nella speranza di giungere alle mete della vita.” (pag 80)
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CriticaLetteraria: Moreno Montanari, "La filosofia come cura"
La nuova collana "Tracce" di Mursia favorisce un approccio discendente alla filosofia, un calarsi della speculazione verso l'individuo, aiutandolo nella sua vita quotidiana. Il saggio di Moreno ...
http://www.criticaletteraria.org/2012/10/moreno-montanari-la-filosofia-come-cura.html
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