fantascienza
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Gianfranco Grenar
Un titolo intrigante, che ricorda l’attacco de “Il senso di Smilla per la neve” dà l’avvio a “Quattromila sfumature” di Gianfranco Grenar, racconto di buona, sana (finalmente!) fantascienza, ambientato in un pianeta che ricorda l’avatariano Pandora ed è una sinfonia di blu, blu proprio come la Terra se la guardi dal cielo, la Terra lontana per cui il protagonista prova tanta nostalgia, la Terra che noi uomini, nella nostra follia, abbiamo distrutto. Fantasiosa storia di un esilio estremo: Madre Terra sta morendo, gli “stupidi, avidi umani” ne hanno determinato il Crollo Finale e l’unica salvezza è la migrazione definitiva verso un mondo che sembra offrire il futuro. Tra lembi di struggente nostalgia, il racconto si snoda in descrizioni immaginose di un pianeta dove il sole è bianco e i prati blu, come blu sono le quattromila sfumature di un luogo che, alfine, realizza “il sogno della vecchia America”.
Su questo pianeta vive una stirpe frutto di mutazioni genetiche, che è riuscita ad amalgamarsi, a divenire “melting pot di mutanti”, a fare della mostruosità adattamento e sopravvivenza. Uomini Ragno, Anfibi, Tre Occhi si sono mescolati, hanno conquistato lo status di cittadini del nuovo mondo e ora, a sentirsi incolore, “nero”, è proprio l’unico vero umano che, mentre sogna la conquista di diritti ormai perduti, lontano anni luce da casa, si accorge, con sgomento, della sua “diversità”, in quel mondo dove gli abitanti sembrano non vederlo. Un racconto fantastico che è anche un piccolo studio sulla discriminazione e sulla relatività dell’essere differente.
Le descrizioni sono gustose, ricche di suggestioni. Il racconto è ben strutturato, con uno stile piacevole e scelte linguistiche appropriate.
Patrizia Poli e Ida Verrei
QUATTROMILA SFUMATURE
Prova uno, due. Ok, registra. Ciao, mamma. State tutti bene? Io… io mi sto abituando. Il lavoro è duro, ma se penso a voi la fatica non mi uccide. E poi l’operazione è andata benone, ora respiro l’atmosfera del pianeta senza mascherine.
Papà è guarito? Maura come sta? Lo so che non dovrei pensare a lei dopo quello che mi ha fatto… ma vorrei tanto sapere che fa, come vive.
Sai, è un mondo prodigioso, questo. Il popolo che l’ha creato ne è orgoglioso e ne ha tutti i motivi: ha spinto una roccia polverosa persa nello spazio vicino a un sole più grande e forte del nostro; l’ha riempita di vita, piante, foreste, ha generato l’oceano e i suoi pesci, e tutte le creature mai esistite…
Vorrei farti vedere, mamma, quanta luce hanno i prati blu, appena dopo un acquazzone, baciati dal sole bianco che riempie metà del cielo. A volte nelle pause del lavoro giochiamo a pallone nell’erba umida. Così la nostalgia brucia di meno.
Io penso. A tutto. Al contratto di dieci anni che ho dovuto firmare. Al viaggio, alla Terra che si allontanava nello spazio. All’inizio Maura aveva accettato di stare lontana da me per così tanto. Nessuno ci aveva avvisati della fregatura: l’atmosfera del pianeta accelera il processo di invecchiamento nei terrestri non-mutati. Al mio ritorno avrei trovato un fiore di donna di trent’anni appena, ma io ne avrei dimostrati sessanta e più. L’infermiera a un vecchio, avrebbe fatto; non la moglie.
Per questo l’ho perdonata.
Non abito più nel rifugio. Sto da un nanotecnologo che affitta camere. In verità la mia camera è scavata nella stalla dove tiene i calibani e i fosforofagi, ma c’è la porta blindata. Il mio padrone di casa è un discendente dei coloni della terza ondata. Ha un cognome italiano, ma non capisce una parola di ciò che dico e non sa niente di Madre Terra, del disastro provocato da noi, stupidi avidi umani. Crede che la storia cominci con lui. Io parlo bene la lingua standard. Leggo molto, voglio imparare tutto quello che sanno loro. Un giorno ci riconosceranno il diritto allo studio, e allora frequenterò un corso serale e diventerò un medico o un esploratore.
Sai, mamma, avevi ragione: il sole bianco ha smesso di emettere radiazioni mutagene. Però non so se è un bene. I primi coloni morivano come mosche; i loro figli mostruosi erano destinati a morire; ma qualcuno sopravvisse. Quei pochi nati con le mutazioni adatte, gli uomini-vulcano, gli anfibi, i ragni umani, le donne-alveare e i Terzo Occhio, si sono mescolati, uniti e moltiplicati. E mentre sulla Terra cominciava il Crollo Finale, e sparivano una dopo l’altra le cose piccole e grandi che facevano di noi una civiltà, loro ricostruivano, inventavano, si liberavano della nostra eredità maledetta. Ora sono una razza unica. E questo è il loro paradiso: nuova Madre Terra! Il sogno della vecchia America alla fine si è realizzato qui. Melting pot di mutanti.
Sì, lo vedo, qui, un futuro. Ancora non so se è il mio. I miei occhi… i miei occhi sono deboli, qui. I loro occhi, tre grandi specchi del colore che aveva una volta il mare, umani non sono più: si sono adattati a un pianeta dove il blu è il colore dominante. Ciò che vedono rosso, lo chiamano rosso; ma la loro lingua ha quattromila parole per il blu. Il loro cervello percepisce tutte quelle sfumature! Io vedo una sola cosa, là dove ce ne sono quattromila.
Il mio sangue è uguale al loro: è rosso. Ma non esiste una parola per me. Ai loro occhi, che non riescono a vedere il rosa pallido della mia pelle, io non ho colore. Io sono l’assenza di colore. E gli abitanti di questo mondo perfetto sono gentili e tolleranti, ma non mi vedono davvero, e sento che di me hanno paura. Anni luce lontano da casa, mamma, mi sono accorto di essere nero.
Il Pianeta 11
Si fermarono nel cuore della notte, in silenzio come avevano camminato, su un piccolo spiazzo aperto tra l’intrico della vegetazione. Usk e Deswo andarono a cercare della legna asciutta nella boscaglia per poter accendere il fuoco. Sapevano che gli altri non li avrebbero aiutati.
Resa non poteva. Ebbe appena la forza di lasciarsi cadere sul tappeto che Deswo aveva steso in terra e rimase lì ad aspettare raggomitolata per il freddo. Con un po’ di ritardo arrivarono Kizo e la sua amica Tari e si sedettero accanto a lei, già perfettamente ubriachi per quello che avevano bevuto durante il tragitto. Avevano trovato certe piante lungo la strada e Tari mescolandole con il dronk fermentato sapeva farne un intruglio disgustoso, che aveva un effetto molto simile a un forte alcolico o a una delle simpatiche droghe che si trovavano alla Stazione. Tirarono fuori la bottiglia e continuarono a bere, mentre si gridavano in faccia a vicenda, come fossero aneddoti, esperienze che avevano vissuto insieme pochi mesi prima. Tari di tanto in tanto prorompeva in una risata fragorosa, che rimbombava nelle orecchie di Resa come su un tamburo lacerato.
Ci stavano mettendo molto più del previsto per raggiungere la stazione d’imbarco. Fuori delle stazioni abitate l’aria sul pianeta 11 era pesante e torbida, per colpa di un specie di nebbia grigiastra e densa, che non si dissolveva mai del tutto e talvolta era così pesante da togliere il respiro. Anche la vegetazione bassa e intricata non rendeva più facile il viaggio, in alcuni tratti diventava talmente fitta che era impossibile andare oltre ed era perfino difficile trovare una strada per tornare indietro.
Poco distante dal loro provvisorio accampamento, Usk e Deswo sgusciavano tra i cespugli e raccoglievano legna. Quando si furono allontanati abbastanza Deswo si fermò a riposare.
- Non ce la faremo mai.
Usk non disse nulla.
- Finiremo come Liza. Lei voleva portarseli dietro a tutti i costi e poi ne ha pagato le conseguenze…
Come unica riposta Usk spezzò un ramo morto e lo lanciò all’amico, che portava in braccio la legna. Non gli piaceva parlare di Liza e non voleva perdersi in chiacchiere. Il loro ritardo si accumulava di giorno in giorno, il freddo, Tari e Kizo e la malattia di Resa lo irritavano già abbastanza.
Accesero un falò direttamente davanti agli altri tre, che sicuramente non si sarebbero rialzati per spostarsi altrove, e prepararono qualcosa da mangiare. Tari e Kizo continuavano a sghignazzare abbracciati, senza curarsi di nulla, e probabilmente non ricordavano perché erano partiti e quanto desideravano scappare da quel maledetto posto. Non sentivano neanche le scintille incandescenti che si alzavano a ondate dal fuoco e da cui gli altri cercavano di ripararsi il viso. Resa non riuscì a mangiare nulla. Se ne stava rannicchiata così vicino alle fiamme che il calore le scioglieva le ciglia, ma continuava a tremare per il freddo e la febbre. Le bruciavano gli occhi e l’odore del cibo le dava la nausea.
Dopo mangiato Usk e Deswo si alzarono per camminare un poco e sparirono quasi subito alla loro vista.
- Hai ragione. - disse Usk, rivolto all’oscurità tetra della vegetazione - Se non ci liberiamo di loro finirà male.
Deswo trasalì e rimase a fissarlo incredulo:
- Non possiamo abbandonarli, non sopravvivrebbero due giorni!
- Sei tu che quello che deve lasciare questo pianeta prima che ti trovino, no? - rispose Usk seccamente.
- Tu invece perché hai tanta fretta di andartene, d’improvviso?
Usk si voltò a guardarlo:
Quanta gente è partita dalla nostra stazione ultimamente? Due o trecento, vero? Ora se da tutte le stupide stazioni che hanno piantato su questo fottuto pianeta stanno partendo due o trecento persone, e se non sono tutti lenti come noi, all’imbarco cominceranno ad insospettirsi, senza contare che dovremo aspettare il nostro turno per giorni. E se non sbaglio sei tu quello che ha fretta di sparire…
- E che cosa vorresti farne di loro?
- Non l’ho deciso, ma dobbiamo liberarcene. Sei d’accordo, no?
Deswo si sedette in terra e nascose la faccia fra le mani. Scosse la testa.
- No.
Montarono la tenda senza scambiarsi una parola, evitando perfino di guardarsi. Di questo non si accorse nessuno degli altri, neanche Resa che era felice di potersi stendere a dormire, ma aveva i brividi al pensiero che avrebbero spento il fuoco.
Deswo non riuscì a prendere sonno per molto tempo. Sentiva gli altri respirare pesantemente fra le coperte e non poteva dimenticare quello che Usk gli aveva detto. Poi, lentamente, a forza di concentrarsi su tutti i rumori attorno, dal respiro dei suoi compagni alle raffiche di vento nella boscaglia, fino a farli confondere nella sua mente, si addormentò e fece un sogno ingarbugliato sulla sua fuga.
Usk aprì gli occhi. Deswo accanto a lui dormiva già profondamente. Si alzò e lo guardò per un istante, con un misto di rancore e rassegnazione, poi uscì furtivamente dalla tenda sgangherata e raccolse alcune delle sue cose. Lasciò tutte quelle che servivano per accendere il fuoco, le coperte e le provviste. “Fra due giorni sarò arrivato” pensò fra sé, poi rivolto all’ombra nera della tenda “mi dispiace gente”. Senza rimorsi prese con sé i pochi strumenti elettronici che avevano portato via dalla stazione e che solo lui sapeva utilizzare, e li infilò nel suo sacco. Gettò un ultimo sguardo all’accampamento e si incamminò da solo per la via più breve e accidentata.
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