Francesco Salvador, "Oblio e approdi"
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Oblio e approdi
Francesco Salvador
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 – La presenza del dolore
L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo, sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore. Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. “La presenza del dolore” è un dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador, per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in compartimenti stagni.
In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane, senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita («…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/ soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).
Enzo Concardi
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Capitolo 2 – I volti dell’amore
Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione, fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.
Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile. Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).
Gabriella Veschi
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Capitolo 3 – I labirinti della memoria
La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina di Sant’Agostino.
Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo, in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).
È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuum indifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate a suscitare ricordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.
Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire” di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani, irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/ da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).
Floriano Romboli
Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e dove ha lavorato come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.
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Amore per la natura e via della salvezza nella raccolta poetica “Il volto e gli sguardi” di Enzo Concardi
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C’è un passo nel recente libro di Enzo Concardi La mente e i luoghi. Montagne, viaggi, avventure (Guido Miano Editore, Milano 2022), che può costituire il punto d’avvio per un tentativo di analisi del volume di versi che il medesimo pubblica in questi giorni presso la stessa Casa editrice: «La montagna da vivere è un caleidoscopio di emozioni, scoperte, incanti, stupori, conoscenze, passioni, ideali, incontri che ci cambiano» (p.29). Nei testi lirici raccolti sotto il titolo Il volto e gli sguardi, estensivamente, l’attenzione assidua e partecipe del poeta si rivolge alla vita intera della natura, esprimendosi in un commosso, felice descrittivismo attratto altresì dai tanti aspetti cromatici della realtà: «Cristalli d’eterno sono già nelle nostre vite/ centellinati negli atomi variopinti del cosmo:/ rosso papavero, bianco ermellino/ azzurro cielo d’occhi penetranti/ grigio perla di fumose cappe cittadine/ olivastro di volti da lontano» (Mosaici metafisici); «Argentati silenzi gridano nell’anima./ Rocciosi volti severi m’hanno visitato… Appaiono spiriti d’alberi coriacei/ se sereno scruto tenere betulle (…) Fine pietrisco e sabbie iridescenti/incantano curiosi e pensosi viandanti/ se alambicchi di granito distillano cristalli./ Gemme lacustri verde petrolio e smeraldo/ elevano madrigali a fredde lune mattutine (…) Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano» (Terre selvagge, corsivi miei, come sempre in seguito).
La mia duplice sottolineatura nella seconda citazione vale l’indicazione dei momenti primarî della dialettica del vivere; ovunque si individuano “volti”, segni significativi della presenza inconfondibile delle creature, mentre negli “sguardi” vibra l’ansia interrogativa di uno spirito vigile, soprattutto umano, la cui tensione critica è posta talora in risalto dalla rima: «Assetate menti e febbrili passioni in ogni luogo/ si destano al sacro fuoco del sapere e avide/ profondamente bevono da eterni calici./ L’occhio lucido della mente prende a calci/ monotoni affanni quotidiani e se ne va/ acuto alla ricerca di aurifere vene/ dove s’inverano essere e anime serene» (Notti febbrili).
A un autore cólto e pensoso come Concardi l’intima contraddittorietà dell’uomo, in cui la meschinità morale e l’inconsistenza della polvere si uniscono alle enormi potenzialità insite nell’anima razionale desiderosa di “infinito”, suggerisce il richiamo della famosa immagine della “canna pensante” cara a Blaise Pascal: «Nell’umana avventura altissime canne pensanti/ creano mutazioni esistenziali verso altri futuri» (Eterni ritorni); «Se il sonno della ragione genera mostri/ questi invisibili vivono dentro di noi./ Se l’uomo è canna pensante/ oggi è analfabeta seriale del pensiero» (Cogito ergo sum).
Risulta pertanto indispensabile una meditata finalizzazione etico-intellettuale della sua ricerca, occorre assicurare un ubi consistam spirituale al percorso esistenziale, allo scopo di dare una prospettiva di equilibrio e di salvezza alla vicenda incerta e faticosa di ognuno, sul fondamento della sintesi di sapienza e amore: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti» (Sapere e amare).
L’annuncio del Cristo, la fede ferma nella sua Parola appaiono allo scrittore milanese il riferimento decisivo e imprescindibile: «Era venuto da lontano dopo il deserto/ ed era apparso subito diverso,/ la sua Parola turbò i potenti/ diede speranza a semplici ed assetati/ poiché in Lui l’umano era anche divino» (Ironico sogghigno). Contemplare il suo “volto” («Se ignoto e mistero ci spaventano/ un volto illuminerà i nostri destini», Cogito ergo sum, cit.) vuol dire accogliere il grande modello antropologico da esso incarnato e proposto nell’Evangelo e al quale il poeta dedica il bellissimo componimento incipitario Ecce Homo.
In tale lirica – il cui titolo non certo casualmente viene ripreso nel contesto dell’ultima poesia della silloge (ֿ«Solo con il grido “Ecce Homo!” potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi», Il volto e gli sguardi) – egli opera un suggestivo, davvero interessante apparentamento fra il suo discorso artistico-letterario e varî capolavori della storia della pittura incentrati sulla medesima, grande sofferenza del Redentore, che si fece carico dei peccati del mondo. Il suo accurato lavoro ecfrastico è un omaggio convinto alla figura del Dio-uomo e una sincera celebrazione del suo sacrificio.
Floriano Romboli
E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106
Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà" vol. IX
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Pietro Nigro
Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX
Guido Miano Editore, Milano 2026
Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Il poeta è stato un caro amico di Guido Miano fondatore dell’omonima Casa Editrice.
Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede, nel suo essere composito e articolato, nel trattare argomenti eterogenei, si può considerare un unicum nel panorama italiano e si può sicuramente definire un’opera sui generis.
E si può aggiungere che il lavoro in toto può essere letto come un originale ipertesto perché ogni singola parte, pur essendo diversa da quelle che la seguono, è in continuum con le altre e costituisce l’espressione di una linea di codice che s’interseca e interagisce con le altre.
Intelligente e centrata la prefazione di Michele Miano nel cogliere con acribia le caratteristiche salienti dell’opera. Afferma il prefatore che il lavoro s’inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento.
È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro-saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma.
Nella sezione Dialogo tra Pietro Nigro e l’intelligenza artificiale il tema centrale è quello dell’identificazione e della definizione di Akhenaton, faraone dell’antico Egitto famoso per avere introdotto un monoteismo centrato sul culto di Aton, il disco solare al posto del tradizionale politeismo egiziano. Tale monoteismo ha portato a speculazioni tra possibili parallelismi con il monoteismo ebraico. Importante in questo dialogo la domanda rivolta da Nigro all’I.A. relativa all’origine ebraica di Akhenaton in quanto nipote di Giuseppe figlio di Giacobbe.
In questa parte del volume il lettore tra l’altro non può non essere affascinato dal fenomeno dell’I.A. stessa che apre al sapere umano spazi e risultati che fino a poco tempo fa potevano essere visti e considerati meramente come fantascientifici e che invece ora sono diventati rivoluzionaria e avveniristica realtà, sia per il campo della cultura in generale che per quello delle arti.
Attraverso l’eclettica materia delle varie sezioni degli scritti dai quali è costituito il volume proprio nelle notazioni improvvisate nella loro acutezza e lungimiranza viene fuori la visione del mondo di Pietro Nigro, poeta, intellettuale e uomo nel porsi dinanzi al fenomeno della vita stessa. Il primo dato che emerge nel sondare la sensibilità dell’Autore è quello della ferma convinzione del potere salvifico della poesia di fronte alle vicissitudini e agli accadimenti dell’esistenza.
Se connaturato alla vita sotto specie umana è il male di vivere di montaliana memoria, tuttavia anche di fronte al dolore più forte come la perdita della persona amata, si può trovare speranza proprio attraverso la pratica della parola non solo poetica ma anche intellettualistica, nell’interrogarsi sul mistero della vita il cui primo senso è quello della continuazione.
E non a caso viene citato Leopardi non solo per ricordare il suo pessimismo cosmico, ma anche la tensione verso una possibile gioia, una redenzione, un riscatto anche tramite il riconoscimento in vita da parte dei critici del valore di quanto si scrive.
Rispetto a quanto suddetto la lettura globale degli scritti di Nigro e su Nigro può ricordare, può rievocare, può essere intesa e definita, proprio per utilizzare una similitudine con Leopardi come uno Zibaldone postmoderno che nelle sue definizioni tocca anche temi politici e sociologici attraverso disquisizioni tra il bene e il male, la gioia e il dolore, i mass media e le nuove frontiere della tecnologia.
Allora di fronte alle domande fondanti si risponde come nella raccolta di poesie del 2025, Verso il nuovo mondo, valutando la possibilità di un viaggio verso un nuovo mondo per rincontrarsi con chi si è amato. E il poeta interrogandosi proprio sull’infinito non nega la speranza metafisica di un altro mondo, un mondo nuovo dove un giorno rivedere l’amatissima moglie, conscio che la natura pur essendo matrigna non può essere così ingiusta da porre fine al pensiero umano se l’anima è pensiero così si arriva alla salvezza della sicurezza che saremo sempre noi stessi.
Si riporta la poesia del Nostro Quanto t’amo dirti vorrei: «Quanto t’amo dirti vorrei/ con parole dolci come soffi di brezza/ ai crepuscolari ulivi/ in uno sfondo rosato di cielo e di mare./ Quanto t’amo dirti vorrei/ con la voce della mia terra/ arsa di sole,/ dal sapore di lava/ e passioni mai sopite assolate di giallo/ della sabbia del Sud./ Irrefrenabile scorgi nei miei occhi/ ed io nei tuoi/ questo senso di mutuo perderci/ io e te in noi/ nell’attesa di una notte propizia/ in cui si scontrino i nostri due sogni».
In questo componimento il poeta rivolgendosi con urgenza ad un tu, che presumibilmente è l’amata, le rivela icasticamente il suo incondizionato sentimento amoroso sensuale nell’essere rafforzato dal sapore della lava e da passioni mai sopite e mistico quando è detto un virtuale scontro di sogni, che sottende anche un desiderato incontro di anime oltre il tempo e lo spazio.
Raffaele Piazza
Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.
Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"
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Il volto e gli sguardi
Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Il Vangelo di Giovanni è il fondamento su cui Enzo Concardi edifica una tra le sue opere poetiche più intense e significative, Il volto e gli sguardi, dove l’incontro tra diverse arti è l’occasione per sviluppare una profonda indagine gnoseologica e cogliere il vero senso della realtà. Concardi, educatore, docente, poeta, illustre critico e saggista, scrittore che vanta un’abbondante produzione con la Casa Editrice Guido Miano, in questa silloge trasforma l’anaforica ripetizione dell’Ecce Homo nel cuore pulsante della sua poetica. Il refrain, posto in corsivo come titolo della prima lirica, composta in un’ampia architettura e disseminato anche tra gli altri componimenti, è un grido doloroso che attraversa la raccolta come una cassa di risonanza, amplificando la dolente fragilità dell’uomo, infinitesimale corpuscolo nell’immensità dell’universo, come si evince dalla poesia incipitaria: «Semi fosforescenti in balia del vento/ impazzano nella metafisica dei cieli./ Luminosi granelli di sabbie desertiche/ dorate finissime selvagge/ svaniscono nelle immensità galattiche…». La citazione in apertura - E gli uomini preferirono le tenebre alla luce (Gv.3,19) - è la chiave di interpretazione dell’intera opera, le cui liriche insistono sulla tensione dicotomica tra la metafora del maligno e la salvezza della grazia divina (Città terrena e città celeste).
In tutta la raccolta, sapienti figure di enumerazione danno vita a climax ascendenti e discendenti che dettano il ritmo di un andare e venire, tra tensione verso l’assoluto e consapevolezza della propria finitudine, come si avverte nell’alternarsi di percezioni sinestetiche («Bruciori di laceranti ferite», Ecce Homo) e nella particolare e innovativa veste grafica. Ma l’io lirico resiste e si accende di nuova luce nell’affascinante interconnessione tra codice visivo e codice linguistico che Concardi istituisce con i rimandi ai più grandi capolavori delle arti figurative, in un periodo che si estende dal Barocco al Rinascimento; il poeta usa la parola con intensi tocchi, tra le sue mani si anima una tavolozza colma di preziosi sostantivi e aggettivi con cui trasporre nei versi la potenza dei dipinti, ritraendo i diversi gradi della sofferenza.
Si inizia con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, di cui lo scrittore milanese mette in rilievo la drammaticità attraverso la minuziosa descrizione del volto, soffermandosi sull’«amara piega delle labbra» e sull’atmosfera minacciosa: le nubi appaiono foriere di tempeste e il ricorso al nero allude all’oscurità del male insito nell’incombente pericolo. Un rincorrersi di versi antitetici mettono a confronto il finito e l’infinito, la putredine della terra e la superiore bellezza del cielo, in un percorso che conduce lentamente verso la speranza, come sottolineato dalla struttura stessa del verso: l’apparato lessicale scivola verso «candidi gigli» e il «lieve volo degli ibis», simboli di purezza e libertà, mentre lentamente le vocali cupe lasciano spazio a suoni più aperti, che accompagnano il lettore verso quello che diverrà il glorioso tripudio del Salvatore.
L’Ecce Homo non è solo un riferimento religioso, ma è anche lo strumento con cui sondare la precarietà dell’esistenza: l’uomo, spogliato di ogni sovrastruttura, prima si innalza nei vortici iperbolici di atmosfere oniriche («Come elemosinanti d’eternità silenti») per poi precipitare inesorabilmente sulla terra, approdando verso miti e archetipi evocati da un pensiero che torna continuamente su sé stesso, in una circolarità esemplificata dall’occorrenza del verso «Tu sei polvere e in polvere tornerai», che apre e chiude questa prima sezione, ma senza mai perdere la speranza: «Ma in quella polvere vive l’anima immortale/ (...) l’eterno spirito che morte non ha mai vinto».
La lirica si snoda come una iconografica Via Crucis, in cui la storia di Cristo flagellato, deriso e consegnato ai suoi aguzzini da Ponzio Pilato assume le dimensioni di un viaggio al confine tra immanente e trascendente, in uno scorrere del tempo che attraversa i secoli; il linguaggio aulico e ricercato conferisce un tono solenne, mentre le potenti immagini oscillano tra la propria interiorità e l’immensità del cosmo: «erra la Terra su binari d’infinito/ mentre le nostre vite/ s’avvitano su sé stesse».
Nella seconda stazione, Concardi descrive l’umanità «armata urlante eccitata» del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, posta di fronte a un Cristo che «Curvo e umiliato… soggiace». Qui l’irrazionalismo dilaga «sullo sfondo d’una città turrita», dove l’assenza di nessi logici e di punteggiatura rende il ritmo frenetico, riflesso di una violenza che trasforma i volti in maschere grottesche; è evidente il contrasto tra la dolcezza della virtuosa «pulsatilla/solitaria», fiore in cui si riflette il sacrificio di Gesù e la «brutalità» della «moltitudine», evocata dal «gufo» e del «rospo», incarnazione del male e del peccato nell’iconografia medioevale ripresa da Bosch.
La natura straziata è nuovamente personificata nella terza tappa dedicata a Tiziano: le calendule «lacrimano… sotto piogge/ sottili pungenti nel campi del dolore», dove le allitterazioni delle sibilanti e delle dentali intensificano la sensazione tattile della sofferenza. In questo maestoso scenario, Cristo è circondato da una variegata folla acclamante, l’innocenza tradita è rappresentata dall’immagine di «un esile fanciullo» con la paura scolpita sul volto, mentre la torsione degli ulivi sembra accompagnare con pietosa vicinanza il corpo flagellato del Nazareno.
Lo «sguardo… dolente ma composto» della strofa successiva riprende l’estremo realismo di Mantegna, reso anche per mezzo di una raffinata ed efficace successione di chiasmi: «Legate le mani, emaciato il torace./ Corda al collo, corona di spine/ lividi delle feroci frustate». Qui la composta rassegnazione del Messia si distanzia dagli abissi di un’umanità degradata e indegna di questo nome, anche se poi le «Sottili canne di bambù» mosse dal «lieve vento/ crepuscolare», si trasfigurano in strumenti musicali e con i loro melodiosi canti alludono già alla Resurrezione.
Il cerchio si chiude con Correggio e Caravaggio: nel primo, l’antinomia tra umiliazione e accettazione, tra corpo dolente e anima vivida rimane al centro, l’io poetico si focalizza sullo «sguardo fisso» che «colpisce nel profondo» nell’assenza della folla; il corpo parla, trasmettendo sensazioni di «innocenza» e «candore», mentre la parola poetica sottolinea il dolore di Maria, che «sviene e graffia, aggrappandosi/ con le unghie» ad una «marmorea balaustra», fredda, inerte, sul limitare di un precipizio che equivale ad una morte dell’anima.
Con Caravaggio si giunge alla totale esaltazione: il pittore Merisi gioca sul contrasto cromatico tra la purezza del Redentore e i toni cupi di Ponzio Pilato e dei persecutori, Concardi traduce la maestria caravaggesca con un linguaggio simbolico che attraversa il «buio delle coscienze», per confluire in un rovesciamento di prospettive. Il Dio apparentemente sconfitto vince contro le tenebre, «attira invece sul suo volto/ la grande Luce della vittoria» e la carrellata artistica si conclude con una sfolgorante metafora: «Si fece buio fino alle tre del pomeriggio/ poi, per l’eternità, fu apoteosi di Luce».
Ma la raccolta va oltre la descrizione dell’iconografia sacra, la passione di Cristo è anche quella che si legge nelle sofferenze di ogni epoca, giungendo fino all’attuale: il passaggio dalla contemplazione estatica all’immersione nel contingente si avverte già nella lirica Il volto dei volti, dove gli uomini perdono del tutto la loro umanità, trasformandosi in «licantropi ululanti a lune indifferenti», capaci di compiere inaudite violenze.
Così Concardi sposta il suo sguardo facendo scendere l’io lirico dalla tela, rappresentando il quotidiano calvario di individui alienati, in un mondo in preda alle turpitudini folli dei potenti. L’analogia tra il martirio e l’orrore davanti a guerre insensate è raggelante e l’io lirico si perde tra «deserti», «ortiche» e «filo spinato», in un groviglio di dentali e fricative indicanti una prigionia da cui l’uomo deve liberarsi per recuperare la propria autenticità: «La nostra libertà d’azione sia libera/ ed appartenga agli uomini per essere infinito».
Dopo il puntuale e minuzioso excursus sui capolavori della pittura, Concardi, nelle liriche centrali, riconosce il messaggio evangelico nei volti della moltitudine che riempie le strade: «Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano./ Siamo nevrosi e crisi isteriche senza fine/ o forti anime pacificate dopo la lotta./ Siamo ali tarpate da fragilità e rinunce/o intensi desideri di profonda sete./ Siamo terreni aridi e siccitosi/ o esuberanti fioriture di glicini e sambuchi (…)» (Terre selvagge). Il sacrificio di Cristo diviene così paradigmatico del destino di tutti coloro che soffrono e la poesia testimonia vigorosamente quanto accade nella valle di lacrime abitata dall’umanità (Anima mundi); il suo volto riflette quello di migliaia di altri sguardi che nei componimenti si esplicano nelle figure dei vinti, dei naviganti, ma anche della natura stessa.
Così, la visione si dilata in una dimensione più ampia, suggerita dalla bellissima lirica Nessun uomo è un’isola, crogiolo in cui si intersecano la meditazione di John Donne, la spiritualità di Thomas Merton e la poetica del naufragio. L’esistenza è infatti un pericoloso viaggio tra «fragili navigli di giunchiglia» e l’uomo-navigante passa attraverso «mari burrascosi», sfidando «giganteschi iceberg alla deriva», ma, in questo sprofondare, non è solo: si coglie infatti il messaggio leopardiano di un incontro che affratella, poiché sempre «s’incrociano le nostre rotte per le vie del mondo», contro i «ciechi del narcisismo» e le «effimere illusioni di potenza», in un moto di condivisione che diviene unico antidoto alle forze disgregatrici dell’anima e dell’universo (Radici remote). Il medesimo invito, sigillato in chiusura dalla citazione evangelica del perdono («Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno») ritorna con forza nella lirica Sapere e amare, in un accorato appello alla responsabilità individuale: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti/ unite sentimento e ragione/ se non volete generare altri mostri/ se non volete il dominio di chi non ama/ di chi non sa» (Eterni ritorni), perché «Il sonno della ragione genera mostri» (Cogito ergo sum).
La raccolta presenta un’originale fragranza, in virtù di uno sperimentalismo che diviene la peculiare cifra stilistica di Concardi. Il verso appare spesso aspro, scarnificato, l’accumulo, le anafore e le allitterazioni sono figure prevalenti (Ironico sogghigno, I volti dell’amore), con frasi spesso accostate in un crescendo emotivo e tramate di fulminanti analogie (Foreste di simboli). Una prorompente intertestualità, testimonianza della vastissima cultura di una personalità poliedrica come è quella del Nostro, apre al confronto con figure importanti della cultura universale, spaziando da Dante a Doré, da Mozart a Hemingway e Lee Masters, Munch, De Chirico, per citare solo alcune delle presenze evocate dallo stesso autore e che suggellano la necessità di un dialogo ininterrotto tra la parola poetica e le altre arti, fondamento della civiltà. Ne è un esempio calzante la lirica Arcane folate di vento, dove l’io lirico si abbandona all’ «infinito intrigante romanzo del vento» e, di fronte all’ignoto, si lascia incantare dalla magia della parola, spaziando dalle «candide banchise polari» ai «petrosi mistici deserti dei tropici». La voce del vento, fortemente desiderata dall’io lirico pronto a cogliere impercettibili presenze, è dunque quella di una «celeste arpa» che risveglia l’uomo dal suo torpore, rievocando miti letterari, come il «veliero di Achab a caccia della balena bianca», simbolo della costante ricerca del senso della vita oltre le apparenze, oltre il nulla. Concardi sublima gli elementi della natura che si trasfigurano in organismi senzienti con un linguaggio aulico e ricercato, si alternano paesaggi lussureggianti o atmosfere apocalittiche, insieme all’eterno mutare delle stagioni, proiezioni degli stati d’animo dell’autore (Foreste di simboli, Scenari surreali).
La struttura ad anello della raccolta giunge a compimento con la lirica conclusiva Il volto e gli sguardi da cui lo scrittore lancia segnali per salvarsi dal naufragio: «(…) se nei nostri sguardi morirà ogni speranza/ ci spegneremo in crepuscoli indistinti e vaghi/ e avremo perso il nucleo vero della vita…». Resta scolpita come un timbro a fuoco la necessità di salvaguardare l’Ecce Homo per non perdersi nella nebbia dell’indifferenza e riconoscere la propria sofferenza come riflesso del dolore altrui, per non perdere la dignità e continuare il cammino terreno guidati dalla luce, vero leitmotiv della silloge (Stagioni di luce). Così se il volto del titolo rimanda a Cristo come unica possibilità di salvezza, i volti dispiegati in tutta l’opera sono quelli dell’umanità che rivolge a lui i propri sguardi, in cerca di uno spiraglio che illumini con la sua luce: «Solo con il grido “Ecce Homo! ” potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi».
Gabriella Veschi
Enzo Concardi, Il volto e gli sguardi, prefazione di Gabriella Veschi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 108, isbn 979-12-81351-84-4, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Enzo Concardi (Zibido San Giacomo, Milano, 1949) ha pubblicato le raccolte di poesie Carovane di sabbia (1981), Sentinelle del nulla (1984), Foglie e clessidre (1989), Strade (1999), Cristalli (2011), Chiara fontana (2017), Naif (2019) e il libro di narrativa La mente e i luoghi - Montagne, viaggi e avventure (2022). Collabora fin dai primi anni ‘80 con la Casa Editrice Guido Miano (Milano) in veste di critico letterario stilando prefazioni e saggi a varie pubblicazioni, soprattutto di poesia; ha inoltre partecipato attivamente alla realizzazione delle seguenti opere: Dizionario Autori Italiani Contemporanei (in cinque edizioni) e Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (in tre edizioni).
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