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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

17 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER

 

 

Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.

Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.

Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.

Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».

La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.

Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».

Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.

Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.

Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.

La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».

In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).

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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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#immaginieparole : Grumo

16 Maggio 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #walter fest, #arte, #vignette e illustrazioni, #pittura, #poesia

Immagine di Walter Fest

Immagine di Walter Fest

 

Coagulo di dolore
condensa di passione
che non si scioglie
non si dilava
ma grava
piange negli occhi
annoda la gola
stringe le mani
ferite.
Gesto aspro
ingiusto
mille volte rivissuto
sofferto e inferto.
Oscenamente violenta
di paura mi scaglio
mi scheggio
mi frango.

 

Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli

 

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w.festuccia@libero.it 

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LE NOVITÀ METODOLOGICHE E IL VALORE SCIENTIFICO E STORICO-CULTURALE DELLA TEORIA EVOLUZIONISTICA DARWINIANA

15 Maggio 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Michele e Viola Petullà, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, G. Miano Editore, Milano 2023

 

Anche l’agile volumetto Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi (Miano Editore, Milano 2023), scritto da Michele e Viola Petullà con notevole sicurezza di informazione e pregevole chiarezza didascalico-divulgativa, riferisce di una circostanza aneddotica non trascurabile perché senz’altro rivelatrice. La prima edizione de L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale (On the Origin of Species by Means of Natural Selection) di Charles Darwin fu posta in vendita a Londra una domenica del novembre 1859, per l’esattezza il giorno 24. Il giovane editore John Murray si era tenuto prudente e aveva tirato 1250 copie che andarono esaurite in quella stessa giornata, a testimonianza di un preesistente, diffuso interesse, che era cresciuto progressivamente, come preparato da un’intensa stagione di studî iniziata con l’età dell’Illuminismo, la quale dette un contributo fondamentale a che s’instaurasse una visione razionale e scientifica della vicenda storica degli uomini e segnatamente della realtà naturale, fisico-biologica, astronomica e paleontologica.

In altri termini può dirsi che l’opera maggiore del grande naturalista inglese intercettava con felice tempestività una “domanda” culturale rafforzatasi nel tempo e lo faceva sulla base di un metodo d’indagine rigorosamente critico-empirico, frutto di una paziente, sistematica ricerca sul campo – divenne presto celebre il suo viaggio, durato cinque anni, a bordo del brigantino Beagle nelle terre più remote del globo, e in particolare alle isole Galàpagos -, nel corso della quale raccolse gran messe di dati, ordinati poi ed elaborati alla luce di alcuni principî generalmente esplicativi, divenuti assunti teorici rapidamente affermatisi in forza della perspicuità e dell’efficacia descrittive e interpretative di essi.

Il darwinismo più specificamente comportò la discovery of time, la scoperta del tempo nella natura, in aperta opposizione all’astorica “fissità” delle specie propria della concezione del medico e botanico svedese Carlo Linneo, illustrata nell’imponente lavoro Systema naturae, pubblicato nel 1735 e in seguito integrato e completato, e  bene sintetizzabile nel suo celebre motto: “Species tot sunt diversae quot diversas formas ab initio creavit Supremum Ens” (“Tante e diverse sono le specie viventi quante forme diverse fin dall’inizio creò l’Essere Superiore”).  Il creazionismo e il fissismo linneani costituivano il punto di approdo, nell’epoca illuministico-scientifica, di una plurisecolare tradizione di pensiero filosofico-religioso imperniato sulla saldatura fra l’aristotelismo e il racconto biblico, giacché invero lungamente “la narrazione della Bibbia fu considerata non solo un testo religioso, ma anche un documento scientifico” (p.19).

Gli autori non nascondono di certo il fatto che ipotesi trasformistiche si fossero altresì affacciate in tempi precedenti, addirittura nell’antichità, e ricordano Anassimandro, Eraclito, il medico Ippocrate, la scuola atomistica e lo splendido poema De rerum natura dello scrittore latino Tito Lucrezio Caro. Si trattò comunque di posizioni marginali e soprattutto contraddistinte dal tratto peculiare della pura speculazione teoretica. In età moderna la dottrina proto-evoluzionistica ha avuto i suoi rappresentanti autorevoli in Buffon (Degenerazionismo), Cuvier (Catastrofismo), Hutton e Lyell e il loro Uniformismo e in particolare Jean-Baptiste Lamarck, con le sue tesi circa la modificazione delle specie quale conseguenza dell’adattamento all’ambiente e della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti.

Nel libro c’è spazio pure per le teorie contemporanee dell’evoluzione, che constano largamente di approfondimenti in chiave genetistica della lezione darwiniana (ad esempio il saltazionismo, oppure la teoria cosiddetta degli equilibri punteggiati); la proposta naturalistica di Darwin resta nondimeno centrale nella trattazione, e i suoi capisaldi concettuali (“caso – variazione - selezione naturale”) vengono definiti nell’incidenza operativa e nella loro pregnanza cultural-problematica con esauriente incisività.

In conclusione ritengo suggestiva l’immagine-simbolo dei processi che hanno caratterizzato il sorgere e il perpetuarsi della vita nel pianeta, un’immagine emblematicamente e neo-darwinisticamente raffigurante l’albero della vita, cioè un modello di sviluppo non lineare, bensì riconducibile a un’ideale frondosità irregolare e aggrovigliata, a “un intricato ed enorme cespuglio, in cui la nostra specie rappresenta solo un ramoscello molto recente”(p.77).

Floriano Romboli

 

 

Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.

 

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#immaginieparole : Il faro

14 Maggio 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #walter fest, #poesia, #pittura, #arte, #immaginieparole

Disegno di Walter Fest

Nell’aria un sottile odore di osso succoso

seguo la scia sbavando e leccandomi

ma il mio padrone ha solo alzato la mano

 e fatto un gesto indefinito

l’osso ce l’ho messo io.

Adesso non c’è nemmeno più quel “vedrai”.

Un muro, col cuore di calcina,

di pietra refrattaria, insensibile.

Sento il mio amore contrarsi

come la materia di un buco nero.

Finché la luce di questa estate mi vorrà viva

vedrò la vita dal crepuscolo,

ma, se posso scegliere, voglio un faro,

una torre in mezzo al mare,

con una piccola spiaggia.

Sentirò il rumore delle onde

dalla mia finestra

la risacca laverà via il dolore

mi purificherà.

Ogni granello di sabbia

 ogni guscio di granchio seccato al sole

saranno intrisi del mio amore.

Dimenticherò il magro raccolto della mia vita

Dio scenderà a toccarmi

 e non avrò più bisogno di nessuno.

Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli

 

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Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"

13 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #fotografia

 

 

 

 

 

VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA di ANGELA RAGOZZINO

 

 

Voci d’anima, d’arte e di natura”, di Angela Ragozzino; illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia e Giovanni Conservo; prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Questa pubblicazione della poetessa casertana Angela Ragozzino s’inserisce nella collana Parallelismo delle Arti, ideata e divulgata dalla Casa Editrice milanese Guido Miano: le finalità sono illustrate nelle pagine introduttive, con l’auspicio che il dialogo e la collaborazione tra artisti di ogni disciplina si sviluppi in modo fecondo. Infatti anche quest’opera, come le altre che l’hanno preceduta, è costituita da una parte poetica a libera ispirazione, nella quale l’autrice esprime se stessa e tratta le tematiche a lei più congeniali: vi troviamo un gruppo di liriche che cantano la natura, l’amore, la memoria della giovinezza; che invitano a riflessioni esistenziali ed altre ancora che s’inoltrano nei territori della spiritualità e della religiosità.

Un posto particolare nel cuore di Angela Ragozzino occupa poi quell’altro gruppo di poesie dedicate espressamente a persone care ed amate, di chiara impronta autobiografica e sentimentale. Infine l’estro della poetessa crea versi attraverso le contemplazioni, le interpretazioni, le suggestioni dettatele dalle immagini appartenenti alle arti figurative rappresentate nel libro, nella fattispecie pittura, fotografia e scultura.

Analizzando i testi di Voci d’anima, d’arte e di natura balza subito evidente agli occhi del critico, ma anche del lettore, la predisposizione, direi quasi congenita, dell’autrice a quel particolare aspetto poetico che viene solitamente denominato “lirismo della natura”: con varie tonalità, ambientazioni ed atmosfere gli elementi del pianeta, sia del micro che del macrocosmo, emergono come i protagonisti indiscussi delle sue composizioni. Intorno a tale nucleo - contenente immagini avvolgenti, suggestive, paesistiche, emozionanti, talvolta misteriose e oniriche - si dipanano a loro volta richiami e meditazioni personali, che costituiscono altrettante introspezioni sui vissuti e sui suoi contingenti stati d’animo. Possiamo così, letterariamente, considerare tali impostazioni simili agli idilli leopardiani - a loro volta una variante di quelli greci di genere bucolico - ovvero propositivi di una dialettica fra natura e filosofia, fra oggettività del paesaggio e soggettività psicologica.

Eccoci allora in una notte di luna tra chiarori e ombre, tra brezza e calura estiva: a lei ora i sogni appaiono illusioni ma, nel dolce silenzio notturno, si stempera l’aculeo della solitudine (L’abbraccio della notte). Immagini autunnali - foglie cadenti, nuvole tempestose - s’alternano ai suoi cupi pensieri, al grigiore della realtà: tuttavia attraversare le paludi della vita «…è l’unica via che porta / ad un’altra primavera», anche se in «solitaria / compagnia», ossimoro ad indicare la sua condizione esistenziale (Un’altra primavera). Mentre dopo la bufera la natura rinasce ai raggi del sole, non si placa l’inquietudine del suo animo (Giorni di pioggia). I dualismi, i chiaro-scuri, visitano anche i pensieri della poetessa: insieme al ‘tempus fugit’ - che le crea un senso di vuoto - e motivo principale della lirica Nel silenzio della sera, la sua anima trova pace nella quiete serotina. Accattivanti e delicate le immagini paesaggistiche della poesia Vento di marzo - quattro strofe con quattro anafore del titolo all’inizio di ogni sestina - ed il cuore sobbalza poiché «ancora anelo al caldo scirocco / ed al pesco in fiore». Simile è la lirica …E son tornate le lucciole, con inebrianti squarci di natura, richiamo lacerante della solitudine … ma appaiono «…piccole anime danzanti /…/ presenze evanescenti / bagliori di speranza, / luci nei miei sogni».

L’amore fa capolino in Quanto, ma nella dimensione dell’assenza: nei versi che seguono la penultima anafora di «quando» il peso della lontananza si fa sentire, troppo tempo senza un bacio, una carezza, una scintilla ed allora esplode nel finale il «quanto mi manchi». La nostalgia degli affetti familiari, per un Natale trascorso sola con la mamma, stimola un viaggio nella memoria, nel ricordo del bel tempo passato con zampogne e ciaramelle, il camino acceso, i nonni, il presepe… ma l’albero c’è ancora e questo - dice la poetessa - «… è il mio Natale in Famiglia / e si chiama Speranza» (Natale 2020… In Famiglia). La disanima di questa parte lirica si può certamente concludere con Il vento del nord, quattro strofe, quartine simboliche della resistenza della natura e degli uomini alle avversità: il vento gelido sferza la campagna, abbatte gli alberi, raggela la terra nella morsa dell’inverno; gli uomini lontani, isolati, nascosti, attendono «..che passi la paura / del nemico che uccide…», ma «… già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».

Diverse liriche dedicate appaiono nel libro. Una folata di vento è indirizzata A Rosaria; chi è non si sa, né quale sia il suo destino, si parla di ‘triste presagio’, di ‘un addio annunciato’, ma la strofa finale recita: «…La rosa antica fiorisce, / un fiore per Te / che nel vento vai / incontro alla Vita ...». Di ambivalente interpretazione. Il tuo sorriso, dopo una suggestiva scenografia naturale, s’insinua nei meandri della memoria per rivedere un volto negli sciami di stelle in cielo e con esso un sorriso: è «…Il Tuo Sorriso per me»; dedicata: A mio Fratello, onirica e accorata.  Vivido è anche il ricordo di una figura sacerdotale per cui prega, che regala pace nel cuore, che ha donato un ‘rosario’ (La tua voce… Il tuo sorriso…, dedicata A Padre Raimondo). Il Santo Patrono del paese viene portato in processione, sotto archi di luminarie, tra profumo d’incenso: è il Principe degli Angeli con le ali dorate e la spada sguainata (E così ti porto nel cuore scritta per San Michele Arcangelo). La nostalgia per un’amica dell’estate, in riva al mare, si riverbera nella poesia Amica di una vita, piena di sentimenti affettuosi per la piccola e dolce signora… A Onorina. Infine il ricordo riconoscente per Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice, nasce sfogliando il libro Lamento dell’emigrante con la sua dedica e il pensiero rievoca i semi germogliati quaggiù in tanti anni di lavoro e passione dell’uomo di cultura (Un libro per amico).

Passiamo ora in rassegna le immagini con le quali si realizza il “Parallelismo delle Arti”. Iniziamo da quelle del fotografo casertano Benedetto Scaravilli e, dapprima, dobbiamo senz’altro citare lo scatto relativo alla statua di Luigi Vanvitelli, opera del 1879 dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), e l’omonima poesia encomiastica dedicata all’architetto della Reggia di Caserta: si celebra quest’anno nella città campana il 250° anniversario della sua morte. Gli altri abbinamenti con Scaravilli sono: Canne al vento (testo e fotografia), L’icona (foto) con All’icona lassù (testo), Il mare (foto) con Il ruggito del mare (testo).

L’altro fotografo presente è Enrico Raimondo, che vive a Capua: Tramonto d’autunno, Sogno perduto, L’interludio di primavera, Nuvole di ghiaccio, Il sentiero della luna. Entrambi gli artisti, con i loro scatti, evocano atmosfere di grande suggestione.

La pittura è rappresentata da Franca Maschio, vivente a Milano, con l’olio su tela Al ritorno dai campi e da Fabio Recchia - poeta e pittore di Levico Terme - con Notturno, colori spry su tela. Lo scultore di origini siciliane Giovanni Conservo (1935 - 2010) con le due opere Dalla finestra (bronzo) e Abbraccio (legno patinato) s’inserisce come esponente della scultura moderna, asciutta e simbolista. Abbiamo poi un bell’affresco - La Madonna del Carmelo - dipinto all’interno di una piccola cappella a Sant’Angelo in Formis, di autore ignoto, restaurato nel 2016 da Giovanna Grimaldi e fotografato da Angela Ragozzino, la quale, nell’accostare le sue poesie ad ognuna delle immagini presenti nel libro, ha talvolta mantenuto lo stesso titolo e talaltra lo ha leggermente modificato; ha assunto quale base le opere dei vari artisti, spunti dai quali successivamente sviluppare la sua scrittura sempre tra realtà naturalistiche, stati d’animo variamente colorati, evasioni oniriche, memorie e riflessioni sul senso della vita.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

 

Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.

 

Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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Daurija Campana, "Sola tra memoria e dolore"

11 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

SOLA TRA MEMORIA E DOLORE

di DAURIJA CAMPANA

 

 

 

 

Le poesie di questa raccolta sono in parte tratte da precedenti pubblicazioni dell’autrice e precisamente da La casa di paglia (2013) e da L’ultima campana (2021). Occorre tuttavia sottolineare che non si riscontra tra esse alcuna discontinuità di stile e motivi, nonostante si estendano nell’arco di una decina d’anni. La poetica di Daurija Campana affonda le radici più profonde in vissuti autobiografici intensi, appartenenti soprattutto alle dimensioni del sentimento, dell’amore, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, degli spessori memoriali che la legano ancora oggi nel presente alle stratificazioni e cristallizzazioni del passato: ciò perché gli eventi che hanno attraversato il suo cammino esistenziale, psicologico e morale sono stati laceranti, provocando ferite non ancora rimarginate.

Penso che si possa unire la sua ispirazione artistica al dolore provocato da tali perdite, distacchi, assenze, vuoti e tentativi, purtroppo vani, di scoprirne una ragione, un significato qualunque ma liberante. Ecco il motivo per cui penso anche - nel suo svolgersi letterario - al sorgere di una poetica del sentimento autentico, del dolore edificante, della memoria consolatrice che coinvolge e commuove, sia alla maniera leopardiana che pascoliana. Forse si potrebbe anche parlare d’una sorta di lirica apologetica della soggettività delle emozioni personali, ma, beninteso, non sotto forma di vittimismo - come nel tardo romanticismo - bensì di limpido calore umano, accorata partecipazione, tenerezza e delicatezza espressive. Numerose sono infatti le composizioni dedicate al padre, alla persona amata o, meglio, al loro ricordo ravvivato sulle pagine scritte, prorompenti da una comunione con l’essere, l’appartenenza, l’identità mai cancellate o rimosse dalla sua volontà di coltivare per sempre il loro culto.

L’invito della poetessa ad entrare nel suo mondo interiore si può trasformare, per il lettore, non solo in un’empatia verso la dolorosa vicenda biografica, ma anche in una sorta di viaggio educativo, tale poiché i valori umani che emergono sono nella società odierna così bistrattati, calpestati, recisi, che riscoprirli e recuperarli significherebbe arricchire sé stessi e la propria umanità, ritrovarsi cioè in una realtà che pensavamo scomparsa. Nel contempo i testi poetici della raccolta conferiscono altresì alla scrittura una sua funzione positiva, non l’unica ovviamente, ovvero quella di mettere l’individuo contemporaneo di fronte a una scelta di civiltà: che tipo di relazioni si vogliono costruire per dare un volto e dei contenuti al vivere comune.

Le forme, le movenze metriche, i ritmi, le scansioni, il linguaggio comunicativo, le metafore, le sinestesie - in altre parole l’estetica e lo stile - favoriscono certamente la finalità anzidetta: si tratta in gran parte di un dire dalle costruzioni classiche, che tengono in vita le strofe e i versi chiari, riposanti e immaginifici, di un’espressività diretta proveniente dal cuore e dal bisogno di speranza. La poetessa si ‘confessa’ attraverso libere associazioni, senza vincoli cronologici prestabiliti, senza preoccupazioni tematiche, senza avventurarsi nei territori labirintici della psiche: si affida ai suoi stati d’animo e mette a nudo ciò che sente, ciò che l’angoscia, ciò che vive. Seguendola nei suoi percorsi vedremo il dipanarsi di un’anima bella e di un grande amore per la vita. Sola tra memoria e dolore è un testo che si gioca in gran parte sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale, memoriale. È sempre e comunque una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita. La incontriamo, esemplificando, nella lirica Il bosco, dedicata al padre, dove l’infanzia è allo stesso tempo ammantata da dolci ricordi e infranta, perché «…Tu non ci sei, mi manca la tua mano / che conduceva ogni mio passo lontano…».

Nei versi delle cinque quartine de La partenza, che descrive il congedo straziante del padre in un freddo ospedale con toni di crudo realismo associato a sentimenti di filiale pietas umana: «…Non era coraggio ma solo amore / dovevo essere forte perché lo volevi / ma dentro l’angoscia stringeva il cuore / ormai sapevo che non rimanevi…». Nelle due strofe di Giovinezza, dove la poetessa chiede perdono alla sua ‘età più bella’ ed esprime un dubbio: «…Non so se ti ho perso quel giorno lontano / in cui dentro il cuore morì la speranza / o quando stringendoti forte la mano / rimasi da sola dentro la stanza…».

Nelle quattro quartine di Assenza, in cui l’ossimoro assenza-presenza sostiene la lirica attraverso immagini di realtà esterne che cercano di occultarlo: la nebbia, la casa fredda e vuota, una nuvola nera, tant’è vero che il tempo è rimasto sospeso: «…Il tempo è un insieme di attimi spezzati / talvolta lenti, talvolta troppo veloci, / che assai spesso la mente non può riordinare … / … ed io bambina ti aspetto ancor per giocare!».

La incontriamo ancora nelle rimembranze dell’amore franto, dell’amore perduto: lacerazione affettiva che diviene un’altra cifra fondamentale della poetica dell’autrice. Così è in Destino, rievocazione della nascita di un amore e di un incontro luminoso, che tuttavia ebbe un epilogo di desolazione: «…Ma cadono anche i petali dai fiori / cerco nella mia anima il tuo respiro / e non trovo che infiniti silenzi / e parole che il vento ha cancellato…». In Fredda estate, dai versi angosciati e intrisi di pianto per l’assenza dell’amore: «…Sto cadendo in un pozzo senza fondo, / in una palude dove sprofondo…». In Settembre e Novembre, liriche che, accanto agli accenti ancora lancinanti, accolgono anche parole che paiono di pacata rassegnazione: «…La tua anima ora riposa in pace /…/ ricordo quando eravamo vicini / e guardavamo il tramonto del sole. / Quante risate e quante parole…»; «…Ti aspetto ancora tra le zolle brune, / convinta che lì, / ci riabbracceremo…». E in Eppure è notte, il cui finale possiamo considerare una sorta di summa dei rimpianti e della presa di coscienza della realtà presente: «…Avrei voluto conservare ogni istante / ma la lancetta si è spostata / troppo in fretta. / E tu, non sei più qui, con me...».

La memoria è un altro grande contenitore nel quale l’ispirazione della Campana trova e colloca numerosi tasselli di un mosaico ampio e variegato, tant’è vero che penso si possa parlare anche in questo caso di una poetica apologetica della ricerca del tempo perduto. Nelle ottave della lirica La mano del padre, Daurija apre le virgolette e immagina i discorsi del padre prima della morte: egli ricorda la giovinezza con l’odore della terra; i campi amati e il variare delle stagioni; madre natura coltivata dal contadino; l’aratro che prepara le zolle; la fatica e il sudore del lavoro; ed incontrerà la sua terra anche dopo il congedo da questo mondo. L’ultima strofa invece è una quartina ed è significativa dell’amore filiale: «…“Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?”, / Ti stringo forte e d’impulso rispondo: / “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…».

I ricordi dei giochi d’infanzia sono immortalati nella poesia La casa di paglia, con i sogni e gli aneliti tipici dell’età più bella. Anche i Natali, dopo le perdite affettive, trascorrono tristi e la desolata realtà presente s’intreccia con le nostalgie del passato: il presepe, la Messa di mezzanotte, i canti di Gesù Redentore, le luci, le renne e le statue di porcellana, ma soprattutto quell’atmosfera familiare che faceva tanto bene al cuore, quand’eravamo «la nonna, tu ed io». Ma ora: «…Forse a Natale c’è ancora qualcuno / che può sorridere, che può sognare, / che può toccare le stelle e le renne // ma senza di te, questo a che vale?» (Natale). Anche la composizione Il lago - pregevole per l’intreccio di diversi livelli temporali e sentimentali - percorre i sentieri della memoria mediante la formula letteraria del dialogo tra l’autrice e lo specchio d’acqua che si trasforma in un alter-ego di tutte le sue problematiche esistenziali e delle difficoltà connesse: «… Da allora quanti anni sono trascorsi? / Troppi, senza di lui, e troppo pochi / per lenire in qualche modo il dolore / che turba dentro come una tempesta…».

In tale contesto di disagio dell’essere e del vivere, in tale status sofferente dell’anima, in tale vissuto quotidiano assillato e assillante, senza pace interiore, Daurija Campana trova nella poesia una musa consolatrice che le consente processi di abreazione - se non di catarsi liberatrice - per scoprire al suo fianco una compagna di vita di alto livello spirituale. Ciò avviene nello stesso atto della scrittura - per molti poeti le lettere sono divenute addirittura ragioni di vita - soprattutto dentro quegli aspetti che fioriscono nelle dimensioni oniriche, nelle quali il sogno compensa le delusioni e le illusioni della realtà. Così avviene pure attraverso il dialogo con la natura: emblematicamente, nella Passeggiata lungo il fiume, gli affanni cessano, i pensieri preoccupati svaniscono e la poetessa s’incanta di fronte alla ghiandaia o allo scoiattolino nero, davanti all’airone o alla garzetta o al merlo. Palliativi che tuttavia rendono possibili strade di uscita dal tunnel, se percorse con costanza.

Questo passaggio verso i territori della speranza sembra tuttavia non ancora prossimo, se proprio nell’ultima composizione della raccolta, la poetessa esprime sentimenti più vicini alla rinuncia: «…Accetterò che questo sole vuoto / si spenga completamente dentro di me, / trascinando la mia sete di vita / e tutti i miei sogni e le mie passioni... // Per chi lottare? Per chi resistere? / Chi è il nemico e quali i valori? / Quale amore è più grande della resa? / Non ho più gambe per camminare…». Potrebbe essere la pittura il viatico per nuovi cieli e nuovi mondi? Nelle ultime pagine del libro l’Editore ha infatti pubblicato le immagini di alcuni suoi dipinti, tra cui spicca Mio padre, un olio su tela che lo raffigura nel lavoro dei campi, alla guida di un trattore, cioè mentre è immedesimato nel pieno della civiltà contadina, a contatto con la sua terra.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Fin da bambina si è dilettata a scrivere e a dipingere. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

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Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Michele Petullà - Viola Petullà, "Teorie evoluzionistiche in antropologia"

9 Maggio 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Michele Petullà – Viola Petullà

 

TEORIE EVOLUZIONISTICHE IN ANTROPOLOGIA

Modelli e sviluppi

 

 

Il saggio che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una premessa di Enzo Concardi acuta e ricca di acribia; scrive il critico che siamo di fronte ad un lavoro che ci conduce all’interno dell’appassionante dibattito sviluppatosi intorno al tema dell’evoluzione, una vasta e complessa materia che si estende anche ad altre discipline oltre l’antropologia – come la biologia, la filosofia, la sociologia e in genere le scienze umane e della natura.

Come leggiamo nell’introduzione nell’opera, viene trattato ed approfondito il tema relativo ai modelli e agli sviluppi della Teoria dell’evoluzione nelle molteplici e diverse accezioni con cui è stata presentata nel corso della storia: un argomento che trova spazio e s’inserisce nell’ambito della disciplina dell’Antropologia.

Evoluzione, nel senso biologico della parola, significa un lento e graduale perfezionamento delle specie umane e vegetali dalle forme più semplici a quelle più differenziate come organizzazione anatomica e funzionamento fisiologico. È stata spiegata variamente con le ipotesi di Lamarck e di Darwin e di altri sostenitori dell’evoluzionismo in generale.

Come scrivono gli autori nel paragrafo Inquadramento teorico: Antropologia ed Evoluzionismo - Definizione della disciplina, l’Antropologia, come disciplina scientifica, può essere definita come “la scienza dell’uomo”, la quale si concretizza come concezione, teoria, programma di ricerche sull’uomo inteso sia come soggetto individuale (persona a sé), sia come soggetto collettivo (all’interno di aggregati, gruppi, comunità).

Sintetizzare il saggio nella sua totalità e complessità nello spazio di una recensione, nel tentativo di coglierne la chiave interpretativa e i concetti salienti, sottende ovviamente il risultato di una comprensione non completa del testo nei particolari per il lettore e lo rimanda alla lettura integrale tout-court per l’acquisizione di tutti i contenuti che sono articolati e compositi

A proposito di quanto detto, Concardi nella premessa scrive che la pubblicazione ha un carattere e quindi uno scopo divulgativo-didattico: tant’è vero che se ne consiglia l’utilizzo anche da parte delle scuole superiori soprattutto nei licei ad indirizzo “scienze umane e pedagogiche”. È lampante che, in un mondo giovanile liquido e alienato come quello attuale dove domina il consumismo connesso alla tecnologia, parlare di antropologia ed evoluzionismo ai ragazzi è qualcosa di particolarmente interessante e pregnante. Da parte dei docenti serve per dare ai giovani coordinate nuove e diverse da quelle dominanti del mondo attuale e può essere paragonato questo modello culturale e didattico a quello dello studio delle poesie. Entrambi i modelli vanno sotto il nome di pensiero divergente diverso dai modelli dell’avere e del materialismo, da quello delle tre s sesso, soldi e successo. Non a caso l’antropologia come già detto è la scienza dell’uomo e con l’arte può aprire le porte ad un nuovo umanesimo.

L’origine della specie è un tema affascinante e interessantissimo anche per gli uomini del terzo Millennio per venire a capo della nostra provenienza e molti studiosi si sono accostati a questo tema per fornire soluzioni diverse o meglio interpretazioni per spiegare il fenomeno.

E, per esempio, il filosofo francese Jean Guitton nell’opera Dio e la scienza afferma che la materia che forma l’uomo, le specie animali e vegetali ma anche i mari, i monti il sole la luna, i pianeti e tutto quello che ha un’essenza sensibile è cosi composita e perfetta che solo una mente ordinatrice poteva realizzarla; e qui si tocca la tematica dell’esistenza di Dio.

È un lavoro originalissimo quello che Michele e Viola Petullà ci presentano nel nostro panorama della contemporaneità, stimolante per tutti i lettori ma soprattutto per i giovani studenti di cui si diceva.

Come scrivono gli autori nell’introduzione, l’opera muove dalla consapevolezza che fare una storia della teoria dell’evoluzionismo e dei suoi sviluppi nel tempo, non è cosa semplice, data la complessità della materia e i diversi e molteplici elementi che entrano in gioco nonché l’accavallarsi e il mescolarsi di considerazioni di carattere biologico e antropologico ma anche sociologico che nel corso della storia si sono verificati riguardo a questo tema.

È veramente affascinante pensare che l’Antropologia scienza dell’uomo si arricchisce nelle sue cognizioni anche nella ricerca sul campo quando appunto gli antropologi si recano su luoghi particolari nei quali vivono comunità di persone ancora legate a modelli primitivi di vita, come gli aborigeni, i pigmei e gli eschimesi che hanno usi e costumi ancestrali e anche forme di religiosità e civiltà lontane anni luce da quelle del nostro postmoderno occidentale tecnologico e cibernetico quando per esempio alcuni popoli compiano ancora rituali di tipo religioso come la danza della pioggia e anche riti che servono nelle mentalità primitive a fecondare la terra.

Un lavoro importante quello degli autori per il fortunato lettore che s’imbatte in queste pagine dense e redatte con una forte coscienza letteraria e anche scientifica.

Raffaele Piazza

                 

 

Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.

     

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Sergio Camellini, "Opera Omnia"

7 Maggio 2023 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sergio Camellini

 

OPERA OMNIA

II edizione

 

 

«Uomo, / dove sei?» si chiede accorato il poeta Sergio Camellini constatando come la Sinfonia della vita, l’armonia, sia venuta meno da quando si innalzano da parte degli uomini più muri che ponti. L’indifferenza, la freddezza, l’ingiustizia dilagano e il poeta sente imperiosa l’esigenza di un vento salutare e non distruttivo, «il vento dell’amore». Amore che restituisca l’armonia del vivere e che sia gentilezza, tenerezza, rispetto. Nella poesia L’amore è fanciullo osserva: «Amore, /… / mi identifico / in te. // Nella spontaneità… // Nella semplicità… // Nella gentilezza». Il contrario è un’offesa alla dignità, e «C’è - afferma sempre qui il poeta - fame di dignità». Perciò ammonisce ne Il linguaggio della semplicità: «Rammenta, amica mia, /…/ Evita da subito /…/ quel fare superbo / privo d’umanità. // Scendi dal piedistallo». Bisogna mettere il cuore in ogni gesto altrimenti ad esempio lo scorrere della mano sulla guancia «…non puoi dirla carezza. // Devi… scioglierti nei sentimenti…» (Non puoi dirla carezza). Ed è nei gesti d’amore che si manifesta la devozione. In Davvero è Pasqua così afferma: «La gioia di un bimbo / la carezza a un malato, / l’abbraccio a un vecchio / il rispetto alla donna, / l’aiuto a un bisognoso / la pace in famiglia, / l’armonia fra i popoli, / un sorriso alla vita, / la vittoria dell’amore / davvero è Pasqua!».

C’è nell’animo di Sergio Camellini forte l’anelito a guardare in alto, a volare, a dare ali ai sogni. E ciò è desiderio d’Immenso, come afferma nella poesia Ecco, il libro del cielo: «Dacché l’uomo apparve sulla terra / guardò al cielo; / un grande libro… luna argentea … stelle nitide… allora volse il pensiero all’Immenso». Ma questo suo sguardo al cielo non è trascendenza, non è un immergersi in un mondo ultraterreno, pullulante solo di esseri celesti e divini, ma in quello sguardo al cielo, egli ritrova, proiettata in alto, la terra, con il meglio che c’è su questa, con le persone speciali che sono tali perché mirano in alto, spiccano il volo in su non lasciandosi contaminare dalle brutture del mondo. E le persone speciali esistono. Sono quelle «… che / hanno gesti delicati / d’attenzione / che / danno un senso positivo / alla vita; / che / esprimono un sorriso / anche nel pianto; / che / sanno imprimere / la magia dell’amicizia / che / vivono in simbiosi / con l’amore…».

Ma, se gli occhi di Sergio Camellini sono rivolti verso l’alto nel contemplare il meglio delle creature umane di quaggiù, questo può avvenire anche perché i suoi occhi sanno penetrare nel profondo dell’anima delle persone. Sergio Camellini è infatti uno psicologo, un medico psicologo. Quindi sa guardare pure dentro, sa scorgere tutte le pieghe dell’animo. È l’umanità che gli interessa, e la osserva, la scruta, per curarla e ripristinare l’armonia dell’anima, laddove essa si era frantumata.

Ora, tra tutta l’umanità, pur senza fare distinzione di persone, Sergio Camellini ha una particolare simpatia per la gente semplice, umile, non solo di carattere ma proprio come condizione sociale. Predilige il contadino, l’artigiano: il fornaio, il sarto, il fabbro, e così via. Spinto da questa sua predilezione, ha fondato un “Museo d’Arte Povera della Civiltà Contadina”. Di tutti costoro egli esalta la tenacia nell’affrontare il duro lavoro e lo spirito di sacrificio che sortisce come effetto la forza d’animo e la gaiezza; ne esalta pure la creatività e l’ ingegnosità nel superare i problemi e le difficoltà della vita. E la loro allegria sfocia pure nel canto, come ben ha espresso nella poesia Le mondine: fatiche e canti d’amore.

Ma se il nostro poeta guarda con simpatia alla gente contadina e artigiana, ciò non gli impedisce di guardare con grande ammirazione pure al mondo della cultura. Del resto Sergio Camellini, il quale è medico, poeta e scrittore, è un intellettuale e sa apprezzare l’Italia come la Culla di cultura. Nella poesia omonima esorta: «…Sole d’Italia // non demordere, / in quest’era tribolata / sii custode del bello…». Egli constata la decadenza dei costumi e la perdita dei valori in noi che pur siamo gli eredi di Dante: «Nell’oggi, / dove sono i valori?» e auspica che questi «…fossero un tripudio /…/ di emozioni, / di rispetto reciproco, / di dignità. / Ove, l’uomo si elevasse /…alla ricerca / della innata spiritualità» (Eredi di Dante).

Un’ammirazione mista ad amarezza per il degrado in cui è piombata, Sergio Camellini ce l’ha pure verso la natura. Essa non è tanto considerata nella bellezza dei suoi paesaggi ma come la madre terra maltrattata da figli ingrati: «Grida il tuo dolore / fertile, arida, amata Terra / …madre altruista e incompresa…» e con energia sprona: «…Alza la voce ora /…/ che l’uomo sia / riconoscente e degno / della tua benevolenza» (Orazione alla terra). E invita ad aver rispetto come nella poesia L’albero, un soffio di vita in cui così si esprime: «Se tu potessi / veder l’albero / come esser vivo /…/ nel pulsar // della sua linfa, // che circola come / il sangue del corpo, /…/ nutriresti appieno / il senso di rispetto…».

Sergio Camellini si rivela dunque come il poeta dell’amore, e dell’amore canta la tenerezza, la cortesia in cui rifulge la nobiltà dell’animo. È il cantore della gentilezza e in questa scorge poesia. La donna è la personificazione della delicatezza: «La raffinata melodia / della donna / non conosce / intemperanze, / … ma la grazia / dei sentimenti / e il fare gentile» (La melodia della donna).

Sergio Camellini sembra già diffondere il suo messaggio a partire dall’aspetto stesso. Se lo si osserva bene, si nota in lui, già nell’atteggiamento una carica umana improntata alla delicatezza nella distinzione del suo presentarsi, nell’espressione sorridente, nella mitezza e umiltà del suo porgersi, nella finezza del suo tratto.

E tutto questo è già poesia, poesia incarnata, poesia umanizzata.

Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.

 

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Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione e innovazione"

6 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Maria Angela Eugenia Storti

 

ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO

TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE

 

Per introdurre il lettore ad una prima comprensione di quest’opera d’alto spessore culturale-contenutistico, conviene delimitare gli ambiti di ricerca dei testi e definirne sin da subito le finalità. Il primo passo è quello di porre l’attenzione sulle personalità letterarie che l’autrice colloca nel “Novecento tra tradizione ed innovazione” e che sono richiamate nel sottotitolo. Esso recita: “Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale”. Viene dunque attuata una scelta fra le maggiori voci artistico-letterarie del secolo scorso, tuttavia non affastellate casualmente e senza alcun criterio logico-interpretativo, ma accomunate da talune caratteristiche chiaramente individuate dalla stessa autrice nella nota introduttiva: «Il campo d’indagine di quest’opera mira a fornire un contributo alla cultura anglosassone e tedesca del Novecento e comprende manifestazioni italiane, la cui espressione può ritenersi per alcuni aspetti europea. Si tratta di autori ritenuti tra i più rappresentativi, in base ad una evoluzione diacronica della letteratura, ciclicamente e costantemente spinta dalla tradizione all’avanguardia». Vi è quindi una focalizzazione relativa alle oscillazioni pendolari delle visioni che la letteratura esprime, essendo essa spesso una creazione dello spirito debitrice del pensiero, soprattutto ai più alti livelli intellettuali.

Il passo successivo riguarda la suddivisione strutturale del libro – richiamata anche nella esplicativa prefazione di Lea Di Salvo – in tre sezioni, ovvero “Il romanzo”, “Il teatro”, “La poesia”. Come si vede è una tripartizione per generi letterari, che ritengo comunque più formale che sostanziale, in quanto la vera discriminante è trasversale alle tematiche, alle concezioni filosofiche, ai messaggi diretti o simbolici, agli aspetti del linguaggio. Procedendo oltre ci si avvicina ai saggi che ci consentono di avventurarci in questi “itinerari di letteratura”: saggi che hanno il pregio della brevità e della sintesi e, allo stesso tempo, d’una trattazione chiara ed esauriente della materia e che – per ragioni di spazio – posso qui indicare solo per sommi capi.

“Lamento e celebrazione nel ‘Doctor Faust’ di Thomas Mann” è la tragica vicenda di un artista che scende a patti col diavolo, allegoria del suo fallimento creativo e della musica, della crisi della civiltà borghese, della perdita dell’anima, della fede, dell’identità storica della Germania nazista: è “il libro della fine” (Mayer) e del nihilismo (Nietzsche). “Realismo e simbolo nell’opera di Franz Kafka” convivono ed entrambi sanciscono l’angoscia e la solitudine dell’individuo di fronte a poteri invisibili che lo schiacciano, mentre l’assenza di Dio è disperante.

In “Virginia Woolf: il romanzo del Novecento e le sue trasformazioni nell’universo femminile” i temi dominanti sono quello dell’emancipazione femminile (lotta contro i pregiudizi, autorealizzazione identitaria e culturale) e della follia (accusa alla psichiatria).

“Thomas Stearns Eliot: la prospettiva allegorica e la conquista della tradizione” è il saggio sulla sua rivoluzione poetico-simbolista (La terra desolata), del bisogno di trascendenza e salvezza causa il fallimento umano, della tradizione non ereditaria ma meta faticosa.

In “Luigi Pirandello: il sentimento del contrario e le sue origini storiche, filosofiche, letterarie”, l’autore italiano è a confronto con la dialettica del romanticismo tedesco; l’identità, le maschere, il vedersi vivere, l’assurdo, il non-senso sono tematiche universali; per lui vale il trinomio “grecità-sicilianità-europeismo”.

“La ‘Lulu’ di Frank Wedekind: ambiguità di un simbolo” rappresenta l’archetipo della ‘femme fatale’, vittima e carnefice in amore e nella vita, donna-serpente e donna-bambina per le antinomie della sua sessualità, per il carattere dualistico e dicotomico dell’opera.

Con “Samuel Beckett: la crisi dell’identità tra elegia e parodia giullaresca” entriamo nel teatro dell’assurdo, scardinamento del teatro borghese, dove non vi è nessuna verità, nessuna illusione, nessun mezzo per dire qualcosa, i personaggi sono figure menomate e diseredate, il vuoto prevale.

Infine “Alcuni aspetti poetici in Eugenio Montale e Thomas Stearns Eliot” li accomunano, come le immagini desolate della natura dove ogni cosa si sgretola, parimenti alla vita interiore; come il sentimento tragico dell’esistenza e lo sguardo disincantato sulla realtà, mentre le visioni divaricano circa trascendenza ed escatologia. In conclusione un’opera stimolante per un’analisi sul rapporto io-società e per un’autoanalisi sulle problematiche dell’essere.

Enzo Concardi

 

 

Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Johanna Finocchiaro, "Ramificare"

4 Maggio 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ramificare di Johanna Finocchiaro (Eretica Edizioni, 2022 pp. 64 € 15.00) è un libro di poesia completo e lineare nei suoi contrastanti frammenti, un viaggio dettagliato nell'affidabile qualità stilistica di congiungere i sentimenti umani e fondere, nelle sincere direzioni del cuore, l'istintiva potenzialità introspettiva. Johanna Finocchiaro espande la luminosa e intensa destinazione poetica, amplia la propria voce, dirama l'orientamento sensibile delle emozioni, estende la brevità dei testi nell'immediatezza della percezione interiore, diffonde lungo la coniugazione dell'amore il presentimento di appartenenza. Johanna Finocchiaro pone la propria scrittura nella maturità saggia della consapevolezza, oltrepassa il velo invisibile del timore, esamina gli aspetti teneri e appassionati della relazione con l'altro, la profondità intuitiva delle contraddizioni umane. Ramificare accresce la vulnerabilità delicata delle parole, amplifica la distensione delle circostanze amorose, accerchia il presagio dell'inquietudine nelle pagine, preannuncia il riscatto dell'identità in un assedio esistenziale, rafforza il respiro appassionato della partecipazione. La poetessa confessa il cedimento della premurosa e tenera fiducia nei ricordi di fronte al tremore intimo della dimenticanza, nutre la saggia intelligenza di presentare la sincerità come misura e forma di tutte le cose, oltrepassa la fusione del vissuto con la concentrazione dei comportamenti e delle sfumature di significato, sorvolando la decifrazione comunicativa, assoluta e vitale, di ogni influenza. L'evoluzione tangibile del coinvolgimento incoraggia la capacità di avvertire l'intendimento reale degli eventi e di coglierne l'essenza attraverso la compiuta complicità del pensiero. Johanna Finocchiaro afferma la pratica accurata dei conflitti, adatta il contrasto del groviglio istintivo nel libero e spontaneo scorrimento di una franchezza interpretativa, mantiene il suggerimento dell'anima, permette al recupero dell'attività psichica della memoria di guidare le funzioni comprensive della persuasiva conoscenza. Riflette il vincolo affettivo con l'incondizionata affinità delle sensazioni che si avvicendano nello spirito sussurrato della mente, utilizza un linguaggio istantaneo e autentico in cui seleziona e indirizza i contenuti della coscienza, spiega la spinta innata e costante dei desideri a compiere la ricerca rivelativa, a celebrare l'inconscia disgregazione delle corrispondenze temporali tra la ragione e la sua traduzione. La valenza poetica di Johanna Finocchiaro mostra generosamente la coincidenza originale delle esperienze cognitive, l'intonazione espressiva tra razionale e irrazionale, dichiara il solido intento di manifestare esteriormente l'energia dell'illuminazione, comprende l'attitudine di identificare e ospitare il carattere letterario del caos, l'imprevedibilità delle impressioni. Ramificare è un libro convincente, insegna l'interessante forza divulgativa attraverso l'incisiva lucidità dei testi, immedesima nella naturale vivacità dei legami lo specchio del proprio equipaggiamento emotivo, immerge la frequenza del dubbio nell'individuazione inconsapevole dei cambiamenti, della vicinanza distillata nelle intenzioni della vita, nella complessa e discordante suggestione della lontananza, emana il sortilegio della verità di ogni impronta biografica.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

ANIMA INFESTATA

 

Abitami

 

Che possano toccarmi la sorte

Le tue mani

 

 

HAIKU

 

Tu mi cercavi

Io ti volevo lieto

Però lontano

 

 

ONESTA

 

Ho provato a tergiversare

Ma non sono capace

A stare

 

 

RAMIFICARE

 

Onestà di sangue

Nei miei occhi

Si riflette nei tuoi

E la osservo

Ramificare

 

 

SULLA SOGLIA

 

Esistono porte sospese e mondi

spalancati

Esistono possibili emisferi di luce

Esisto io, inginocchiata

Pronta a succhiare linfa dal presente

Perché scelgo di guardarci dentro

E restare

 

 

TITOLO SUPERFLUO

 

Lo riempirò volentieri quel divano.

 

Quella cucina

Quel letto

Quella doccia

Quel soggiorno

Quella vita

 

Prima o poi sarà il passato, a svuotarsi

 

 

 

UNO PIÙ UNO FA UNO

 

Regalami un libro rotto, un letto sporco

Le leggende antiche del bosco

 

Regalami onde ed effluvi

La speranza e i suoi barlumi

 

In respiri ricambierò

Dalla carne abdicherò

 

 

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